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Riflessioni sulla «Dignitas personae» La cura dell'infertilità di Maria Luisa Di Pietro Università Cattolica del Sacro Cuore La proposta della fecondazione artificiale nasce come un tentativo di risposta all'infertilità di coppia, una risposta al desiderio di un figlio e alla sofferenza di scoprirsi non fertili. Non poter stringere tra le braccia un figlio, rintracciando nel suo volto una somiglianza e contando sul senso di immortalità legato alla discendenza: chi può negare la sofferenza di non essere genitori? Un desiderio per quanto legittimo giustifica, però, il ricorso a ogni mezzo per essere soddisfatto? Bisogna, innanzitutto, rimuovere i fattori di rischio alla base di alcune situazioni di infertilità: se, però, l'infertilità si è instaurata, tutte le risposte si equivalgono? "Per quanto riguarda la cura dell'infertilità, le nuove tecniche mediche - si legge nella Dignitas personae (Dp) - devono rispettare tre beni fondamentali: a. il diritto alla vita e all'integrità fisica di ogni essere umano dal concepimento fino alla morte naturale; b. l'unità del matrimonio che comporta il reciproco rispetto del diritto dei coniugi a diventare padre e madre solo l'uno attraverso l'altro; c. i valori specificamente umani della sessualità che esigono che la procreazione di una persona umana debba essere perseguita come il frutto dell'atto coniugale specifico dell'amore tra i coniugi" (13). Quali sono le caratteristiche di quell'atto coniugale che si vuole sostituire con la fecondazione artificiale? L'atto coniugale non è un'attività vegetativa né un atto solo biologico. È un atto che, pur muovendo dalla scelta libera e volontaria, non è finalizzato al fare o al trasformare. È un atto che coinvolge nella totalità i coniugi: in questa relazione interpersonale, in questo "abbraccio d'amore", può realizzarsi la chiamata all'esistenza di un figlio. Dal dono delle persone scaturisce il dono della vita: un dono che trascende il fatto biologico, pur presente. "L'atto coniugale con il quale gli sposi si manifestano reciprocamente il dono di sé, esprime simultaneamente l'apertura al dono della vita: è un atto inscindibilmente corporale e spirituale" (Donum vitae, B. 4). Un atto, che chiama in causa la responsabilità di scelte e conseguenze. Può questo atto essere ridotto a un fatto tecnico? La fecondazione artificiale intra o extra-corporea sostituisce l'atto coniugale nella chiamata all'esistenza: "Alla luce di tale criterio sono da escludere tutte le tecniche di fecondazione artificiale eterologa e le tecniche di fecondazione artificiale omologa che sono sostitutive dell'atto coniugale" (Dp, 12). Esse dividono l'unione interpersonale e la procreazione: da frutto dell'incontro dei coniugi, il figlio diviene il risultato di una tecnica anche corretta ma impersonale. Non sono i genitori che danno la vita ma il medico o il biologo: una presenza non accidentale, ma determinante. Impersonale: l'aggettivo potrebbe sembrare inadeguato se dietro il figlio si cercasse una persona qualsiasi e non i genitori. Si potrebbe, infatti, ribattere: non è un atto impersonale; c'è il medico o il biologo! Vi sono conseguenze alla spersonalizzazione della procreazione? Si potrebbe rispondere: i coniugi hanno soddisfatto il proprio desiderio, perché dovrebbero esservi problemi? Si può, però, escludere che sostituendo il "dono delle persone" con la tecnica non si incrini, in modo impercettibile, il rapporto di coppia? L'incontro di un uomo e una donna mette in gioco valori personali (affettivi, psicologici, sociali), che hanno un carattere profondamente umano: la fecondazione artificiale altera proprio quel carattere relazionale che ne è l'elemento costitutivo. E il bimbo? Frutto di un atto tecnico, egli verrà privato di quell'atto coniugale da cui ha origine ogni vita umana. Un atto non solo biologico, ma ethos in cui si sperimentano differenza, alterità, amore. L'artificialità è allora un fatto sempre negativo? Questa domanda viene rivolta a quanti mettono in discussione il ricorso alla fecondazione artificiale. Si aggiunge, poi, che rifiutare l'artificialità vuol dire rifiutare il progresso. Bisogna dunque definire il concetto di artificialità, che significa "produrre qualcosa con artificio, ovvero con espedienti diretti a supplire alle deficienze della natura". In tal senso, ogni intervento sostitutivo di una funzione carente è artificiale, giustificato però da una finalità terapeutica o riabilitativa. Non è così per la fecondazione artificiale, in cui l'artificialità non si limita a supplire la difficoltà di incontro dei gameti bensì stravolge il più personale degli atti umani: l'atto procreativo. Non condividere la fecondazione artificiale non equivale allora a respingere l'artificialità in toto: sarebbe un controsenso affermare l'inviolabilità della vita umana e rifiutare nel contempo quei mezzi che possono aiutare a sostenerla. Non condividere la fecondazione artificiale significa invece difendere la vita umana da possibili minacce, rifiutando quel riduzionismo biologico che sta trasformando la natura in materiale esposto a ogni manipolazione. Il rifiuto del riduzionismo biologico: un'affermazione che può lasciare perplesso chi dà all'insegnamento del magistero della Chiesa sulla fecondazione artificiale (come sulla contraccezione) un'interpretazione biologista o fissista. Come mai, si chiede, si rifiuta il riduzionismo biologico ma si sostiene che l'atto coniugale va rispettato nelle sue dimensioni unitiva e procreativa che sono biologiche? E - si aggiunge - se ciò che è "naturale" è buono, perché è illecito il ricorso alla fecondazione artificiale? Non è forse frutto della volontà umana? La natura cui si fa riferimento non è però biologica, bensì ontologica, intesa non come fatti empiricamente dimostrabili quanto piuttosto come caratteristica strutturale per cui ogni essere umano è unione intrinseca di corpo e spirito. Oltre a precisare il significato di natura, è necessario dare anche la giusta lettura dei significati del corpo. Non un corpo da possedere come un oggetto, ma un corpo che acquista dignità e significato in virtù dell'unità dell'essere umano. È a questa unità che si fa riferimento quando si parla di natura umana e su di essa si misura la liceità o l'illiceità di un atto. Perché, se si muovesse dalla visione dualista, si potrebbe correre realmente il rischio di assoggettare l'agire umano alle leggi biologiche. È in questa dimensione terrena, ma nel contempo trascendente di "natura", che l'uomo cerca la via per realizzarsi come uomo e che è carica di quel significato conferito - per chi è credente - dal suo Creatore. L'uomo esercita la libertà di scelta: l'orizzonte per il suo agire lo ritrova in sé, nell'essere una natura umana. E anche i limiti: artificiale è, allora, non ciò che l'uomo è in grado di produrre, ma ciò che va contro i contenuti e le finalità intrinseche della natura umana. È questa l'artificialità della fecondazione artificiale. Artificialità non equivale, dunque, a impiego della tecnica: essa può essere utilizzata anche nell'infertilità. Stimolare l'ovulazione, effettuare interventi di microchirurgia tubarica o rimozione di zone di endometriosi: la tecnica si usa per restituire funzionalità a un fattore necessario per la procreazione. "L'intervento medico è in questo ambito rispettoso della dignità delle persone, quando mira ad aiutare l'atto coniugale sia per facilitarne il compimento sia per consentirgli di raggiungere il suo fine, una volta che sia stato normalmente compiuto" (Dp, 12). L'artificialità assume invece significato negativo se sostituisce la presenza dei coniugi: non si può parlare in questo caso di aiuto all'atto coniugale, di procreazione assistita. E se quest'ultima locuzione viene utilizzata per indicare anche la fecondazione in vitro, l'inseminazione intracitoplasmatica dello spermatozoo o quella con seme prelevato al di fuori dell'atto coniugale, è al solo scopo di ingannare quelle coppie che non sanno che verranno trasformate, di fatto, in impersonali produttori di gameti. È indubbio che la difficoltà di avere un figlio è motivo di grande sofferenza: il desiderio di genitorialità è legata in modo fisiologico alla coniugalità. Per questo motivo il desiderio di un figlio è da considerare un'esigenza profondamente umana e, se è possibile prevenire o curare l'infertilità, l'impegno deve essere massimo. Quando, però, la coppia non è in grado di realizzare il desiderio di genitorialità, la risposta non può passare attraverso la violazione del diritto alla vita e alla salute del figlio o alla distruzione dei significati del matrimonio e della coniugalità. Si deve, invece, aiutare la coppia a scoprirsi feconda nell'infertilità: la fertilità è un fatto biologico; la fecondità è una predisposizione dello spirito, che supera il biologico. Maternità e paternità sono situazioni affettivo-dinamiche e comportamentali, ricche di affetti, sogni, pensieri, che trovano realizzazione in diversi contesti e progetti di vita anche al di fuori dell'ambito familiare. Comprendere che la fecondità è una dimensione della natura umana e che può essere vissuta oltre il limite biologico, è una grande ricchezza: "Per venire incontro al desiderio di non poche coppie sterili ad avere un figlio, sarebbe inoltre auspicabile incoraggiare (...) la procedura dell'adozione dei numerosi bambini orfani, che hanno bisogno, per il loro adeguato sviluppo umano, di un focolare domestico" (Dp, 13). (©L'Osservatore Romano - 18 marzo 2009)
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Riflessioni sulla «Dignitas personae» La vena eugenetica della fecondazione in vitro di Maurizio Faggioni Professore di teologia morale Accademia Alfonsiana, Roma Uno degli aspetti più tristi e paradossali delle tecniche di fecondazione in vitro è la perdita di embrioni che le accompagna. Sembra, infatti, che la vita donata ad alcune creature debba quasi necessariamente passare attraverso la perdita volontaria o, almeno, prevista di tante altre. Negli ultimi anni le percentuali di successo delle diverse tecniche di fecondazione in vitro sono migliorate, ma si aggirano sempre intorno a circa il 30 per cento dei tentativi, con differenze - anche piuttosto significative - in base al tipo di tecnica adottata e all'età della donna. Ciò significa che, su cento cicli tentati, solo un terzo giunge al risultato desiderato che viene definito, con un'espressione di per sé delicata, come "bambino in braccio". Considerando che a ogni tentativo vengono trasferiti almeno due embrioni, il numero degli embrioni persi per averne uno impiantato diventa molto alto. È noto che neppure la riproduzione naturale è un processo perfetto e che un gran numero di embrioni concepiti non giungono ad annidarsi o, comunque, vengono spontaneamente perduti molto precocemente; ma si sa anche che gli embrioni perduti nella procreazione naturale sono per lo più embrioni con gravi difetti genetici, incompatibili con la vita e con il prosieguo della gravidanza, mentre gli embrioni concepiti in vitro e persi dopo il transfer nel corpo materno sono quelli cosiddetti di alta qualità, cioè embrioni che presentano caratteristiche biologiche ottimali. Sono, insomma, fragili creature umane che avrebbero tutte le potenzialità naturali per poter vivere, impiantarsi e svilupparsi normalmente. Nessuna persona di buon senso, nessun medico di buona coscienza, nessuna legislazione civile permetterebbero che si praticassero ordinariamente interventi medici o chirurgici che comportassero - anche quando eseguiti ai massimi livelli di efficienza e di sicurezza - la perdita dell'80 per cento dei soggetti coinvolti. Questo è, invece, l'ordine di grandezza delle perdite di embrioni trasferiti nel corpo materno durante le tecniche di fecondazione in vitro. Tali perdite - si dirà - non sono per niente volute e, anzi, si cerca - proprio per la riuscita dei tentativi - di evitarle, ma resta il fatto che questa è l'entità del rischio statisticamente prevedibile per gli embrioni trasferiti. Quale madre accetterebbe che il suo bambino corresse un rischio così serio nell'ambito di una terapia medico-chirurgica, a meno che non fosse l'unica via per salvarlo da morte sicura? Nella fecondazione artificiale si fanno sorgere alla vita creature umane, per la maggior parte delle quali non siamo in grado di garantire la sopravvivenza, non per cause accidentali o per una loro incapacità naturale, ma proprio a motivo dei limiti intrinseci delle tecniche con le quali esse sono state concepite. "In realtà - commenta a tal proposito la Dignitas personae al n. 14 - è assai preoccupante che la ricerca in questo campo miri principalmente a ottenere migliori risultati in termini di percentuale di bambini nati rispetto alle donne che iniziano il trattamento, ma non sembra avere un effettivo interesse per il diritto alla vita di ogni singolo embrione". Ciò che è ancora più sconcertante e grave, rispetto a questa perdita non direttamente voluta di embrioni, è l'eliminazione volontaria di embrioni, che accompagna le tecniche di procreazione in vitro come un corteggio ritenuto praticamente necessario. Di per sé le tecniche di fecondazione artificiale non comporterebbero distruzione volontaria di embrioni, ma pare insito nella logica tecnologica ed efficientistica che presiede a queste tecniche eliminare gli embrioni sia prima sia dopo l'impianto, se la loro sussistenza può essere per qualche ragione non desiderabile ai fini della riuscita ottimale del processo. La maggior parte delle legislazioni vigenti ammette la produzione di un numero di embrioni superiore a quello che può essere trasferito con sicurezza nel corso di un singolo tentativo. Il motivo è duplice: da una parte, essendo le percentuali di successo assai limitate, spesso è necessario ripetere il tentativo di transfer e, per evitare di sottoporre la donna a ripetute e rischiose stimolazioni ormonali, si preferisce produrre più embrioni trasferendone alcuni subito, e congelandone altri per eventuali tentativi successivi; d'altra parte, non essendo tutti gli embrioni concepiti rispondenti agli standard desiderati, la formazione di più embrioni permette di scegliere quelli di migliore qualità biologica. Nel primo caso potrebbe sembrare giusto - a prima vista - confrontare i rischi per la salute della madre, esposta all'iperstimolazione ovarica, con i rischi dell'embrione, esposto ai danni del congelamento. Ma non possiamo dimenticare che siamo noi a produrre artificiosamente una situazione di conflitto fra il diritto all'integrità fisica della madre e l'analogo diritto dell'embrione, e non è irrilevante considerare che la donna, a differenza dell'embrione, affronta liberamente i rischi della fecondazione artificiale. Se, quindi, può essere ragionevole ridurre al minimo i rischi per la madre - ferma restando l'illiceità delle tecniche in vitro - non sarà giusto, però, ridurli solo a svantaggio degli embrioni, come se le loro esistenze avessero meno valore. Nel secondo caso si svela chiaramente la vena eugenetica che percorre l'applicazione delle tecniche di fecondazione artificiale e che si esprime, appunto, con la selezione degli embrioni nella fase del preimpianto e la distruzione diretta degli embrioni per qualche ragione indesiderati, non di rado avviandoli a fini strumentali o praticando l'aborto selettivo o "riduzione embrionale" in caso di gravidanza multipla (cfr. Dignitas personae, n. 21). In questo contesto, una particolare rilevanza sta assumendo la diagnosi pre-impiantatoria che consente d'individuare, tra l'altro, embrioni portatori di difetti cromosomici o genetici e di selezionare embrioni del sesso desiderato o con particolari qualità geneticamente determinate (cfr. Dignitas personae, n. 22). La pratica della diagnosi prenatale già da tempo si è inserita quale strumento imprescindibile in progetti personali o generali, come nei programmi di screening delle gestanti oltre i 35 anni di età per la ricerca dei feti affetti da sindrome di Down, attraverso tecniche più o meno invasive. La pratica della diagnosi pre-impiantatoria consente, per esempio, non solo di verificare l'assenza di difetti genetici in embrioni concepiti per via artificiale da coppie con scarsa fertilità, ma anche di selezionare embrioni privi di un certo difetto genetico concepiti artificialmente da coppie che sono fertili, ma portatrici d'un qualche difetto genetico e che vogliono selezionare gli embrioni immuni da tale difetto. Ogni selezione dei concepiti in base al loro stato di salute presente o futuro rivela una mentalità discriminatoria, che contraddice la naturale uguaglianza degli esseri umani e mina le basi della convivenza civile e pacifica. Esistono purtroppo creature che vivono in condizioni di vita non desiderabili, ma la non desiderabilità e la bassa "qualità" di una condizione di vita non può trasformarsi in una destituzione di valore per quella vita umana. Tanto nella procreazione naturale quanto in quella artificiale il valore e la dignità di una vita umana sono del tutto indipendenti dalle "qualità" che essa accidentalmente presenta e dalle prestazioni che essa potrà offrire. Questo vale per i concepiti in vitro e in utero, vale prima e dopo la nascita, vale all'inizio e alla fine della vita, vale per ogni uomo e per ogni donna. "La realtà dell'essere umano, infatti - insegna la Dignitas personae - per tutto il corso della vita, prima e dopo la nascita, non consente di affermare né un cambiamento di natura né una gradualità di valore morale, poiché possiede una piena qualificazione antropologica ed etica" (n. 5). "Il rispetto di tale dignità - continua - compete ad ogni essere umano, perché esso porta impressi in sé in maniera indelebile la propria dignità e il proprio valore" (n. 6). Sono stati giustamente criticati gli esiti inaccettabili della cosiddetta eugenetica liberale, tutta protesa al sogno di una umanità nuova, plasmata a immagine e somiglianza dei desideri delle persone. Scegliere per il proprio figlio il sesso o un certo corredo genico che lo predisponga a ottenere prestazioni eccezionali in questo o quel campo, significa predeterminare le condizioni in cui si svolgerà la sua esistenza e pone il figlio in una posizione gravemente asimmetrica rispetto ai genitori che operano, al suo posto, scelte irrevocabili. In sostanza la genetica positiva, espressione dei desideri di alcuni proiettati su altri, limita in radice la libertà d'una esistenza rendendola, almeno in parte, prefabbricata e programmata. A maggior ragione eliminare intenzionalmente un essere umano perché non risponde agli standard di salute e di normalità è una grave ingiustizia perché va contro il nativo diritto alla vita di ogni essere umano. L'istruzione Donum vitae, sulla base della comprensione cristiana del mistero della generazione umana e del suo rapporto con l'amore coniugale, aveva escluso la praticabilità morale anche della fecondazione in vitro omologa, realizzata, cioè, in contesto matrimoniale. Ogni persona ragionevole può intuire facilmente come il concepimento in vitro abbia un valore antropologico diverso dal concepimento nel seno materno e nessuna persona sensibile potrà ritenere equivalente una provetta al seno materno, quale spazio interiore della persona e luogo antropologico dell'accoglienza. Ma anche chi non riuscisse a cogliere la ferita che viene portata alla dignità della persona quando è costretta a essere concepita in vitro, non può non restare turbato di fronte all'assurda crudeltà di chiamare creature all'esistenza e di dare poi a esse la morte se non rispondono ai requisiti desiderati. È vero che la selezione degli embrioni non è di per sé un momento necessario allo svolgimento delle tecniche di procreazione artificiale, ma nei Paesi dove questa selezione è proibita o sottoposta a limitazioni severe, i medici si lamentano che non è loro permesso applicare procedure scientificamente ottimali: è una prova indiretta di come, nonostante le migliori intenzioni, la mentalità selettiva ed eugenetica si insinua nella fecondazione in vitro e nelle tecniche analoghe. La Chiesa non gode certo delle malattie che possono colpire gli esseri umani, né pensa che abbandonarsi al capriccio del caso o a un fatalismo rinunciatario sia un comportamento degno dell'intelligenza umana e, comunque, raccomandabile. "La Chiesa pertanto - si legge nell'introduzione di Dignitas personae - guarda con speranza alla ricerca scientifica, augurando che siano molti i cristiani a dedicarsi al progresso della biomedicina e a testimoniare la propria fede in tale ambito". La Chiesa, amante della vita, incoraggia la diagnosi e la cura delle patologie umane, genetiche e non, e promuove, per quanto le compete, tutte le vie lecite per evitare che nascano bambini gravati da infermità attuali o potenziali; ma il legittimo sforzo di promuovere la salute e la "qualità" di vita delle persone, a partire dal grembo materno, non può mai giustificare l'esercizio di un dominio sui figli nati o non ancora nati, e ancor meno una diretta soppressione degli esseri umani non rispondenti a standard di efficienza e di qualità o ad arbitrari criteri di dignità. "La Chiesa riconosce la legittimità del desiderio di un fìglio, e comprende le sofferenze dei coniugi afflitti da problemi di infertilità. Tale desiderio non può però venir anteposto alla dignità di ogni vita umana fino al punto di assumerne il dominio. Il desiderio di un figlio non può giustificarne la "produzione", così come il desiderio di un figlio già concepito non può giustificarne l'abbandono o la distruzione" (Dignitas personae, n. 16). "L'amore di Dio - ha detto Benedetto XVI - non fa differenza fra il neoconcepito ancora nel grembo di sua madre, e il bambino, o il giovane, o l'uomo maturo o l'anziano. Non fa differenza perché in ognuno di essi vede l'impronta della propria immagine e somiglianza" (Discorso ai partecipanti all'Assemblea generale della Pontificia Accademia per la Vita e al Congresso Internazionale sul tema "L'embrione umano nella fase del preimpianto", 27 febbraio 2006). (©L'Osservatore Romano - 27 marzo 2009)
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Riflessioni sulla «Dignitas personae»
Possibilità e limiti della terapia genica di Kevin L. Flannery, s.i. (©L'Osservatore Romano - 27-28 aprile 2009) |
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Riflessioni sulla «Dignitas personae»
Dietro la ricerca sulle staminali embrionali c'è solo una guerra di brevetti La riprogrammazione delle cellule adulte è molto promettente eppure si insiste su tecniche superate
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Dignitas personae e Bioetica
Le sfide della scienza e della tecnica all’etica umana di padre Gonzalo Miranda L.C.* ROMA, domenica, 20 giugno 2010 (ZENIT.org).- Dignitas personae vent’anni dopo Donum vitae. La scienza e la tecnica continuano nella loro “avanzata”, che non sempre e necessariamente comporta un avanzamento in umanità. Il Magistero della Chiesa analizza sempre con interesse le nuove scoperte, invenzioni, applicazioni tecnologiche, ecc. Le analizza dal punto di vista etico, dentro l’orizzonte del rispetto e della promozione della dignità della persona umana, di ogni singolo essere umano. Nel 1987 la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicò l’Istruzione intitolata “Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione”. In essa offriva l’insegnamento del Magistero cattolico universale sulle problematiche etiche legate all’applicazione delle tecniche di riproduzione assistita, applicate in grande scala e con metodiche di fecondazione extracorporea appena dieci anni prima. Nel dicembre 2008 la stessa Congregazione ha presentato una nuova Istruzione, questa volta intitolata “Istruzione su alcune questioni di bioetica”. Nonostante l’ampiezza designata dal titolo, la tematica è sostanzialmente la stessa di Donum vitae. Il nuovo testo si presenta con carattere di aggiornamento, approfondimento e chiarificazione. Aggiornamento, in quanto nei vent’anni trascorsi molte sono le novità che hanno fatto irruzione nell’ambito della riproduzione artificiale e annessi e connessi. Alcuni interventi erano appena iniziati negli anni Ottanta, altri sono arrivati dopo. Si pensi alla crioconservazione degli embrioni umani, con tutti i problemi etici, psicologici e sociali che sta creando. Si pensi alle tecniche di diagnosi preimpianto e alla conseguente eliminazione degli embrioni non desiderati. Si pensi alle proposte di clonazione “terapeutica” o alla proposta di congelare gli ovociti o di fare diagnosi sugli stessi anziché congelare o attuare la diagnosi sugli embrioni. E un lungo eccetera. Per quanto riguarda i valori in gioco, i beni da proteggere, i principi etici che possono illuminare le nuove applicazioni tecnologiche, non era necessario aprire nuove strade. Conveniva, però, affrontare esplicitamente queste nuove frontiere. Il Magistero della Chiesa intende essere dinamico, proporre la luce della ragione e della fede per accompagnare i cattolici e tutti coloro che desiderano ascoltarlo nei meandri vecchi e nuovi, spesso tortuosi, che si presentano di fronte a noi. L’opera di approfondimento è un compito sempre incompiuto. Sempre si può, e spesso conviene, ulteriormente indagare, capire, valorizzare… E anche in questo il Magistero ci accompagna e ci illumina. La nuova Istruzione ci propone una più articolata considerazione dello statuto ontologico dell’embrione umano, in base agli insegnamenti anteriori, di natura soprattutto etica. Si tratta, lo sappiamo, del punto centrale, e anche del punctum dolens, di tutte le dispute e delle prese di posizione intorto a tutto ciò che oggi la tecnica riesce a fare con gli embrioni: dalla loro produzione alla loro distruzione, passando per la loro selezione e manipolazione. L’illuminazione teologica del tema, proposta nella prima parte, arricchisce ulteriormente la nostra comprensione della dignità inviolabile dell’essere umano che si trova, come ci siamo trovati tutti noi una volta, nei suoi primi momenti di esistenza e di sviluppo. Si attendeva anche, da parte di molti, un servizio di chiarificazione in relazione ad una serie di problemi etici sui quali non esisteva un insegnamento magisteriale chiaramente definito e intorno ai quali divergevano le opinioni di parecchi autori, tra coloro che sinceramente si dichiarano a favore dei valori custoditi e promossi dalla dottrina cattolica. È eticamente ammissibile l’adozione prenatale, unica via disponibile per dare l’opportunità di continuare la loro esistenza agli embrioni umani congelati e abbandonati? Quali interventi artificiali possono essere considerati “integrativi” e non “sostitutivi” dell’atto sponsale in vista della assistenza alla procreazione, tenendo presente l’insegnamento offerto a suo tempo da papa Pio XII e raccolto da Donum vitae? Si possono accettare ricerche che mirano all’ottenimento di cellule staminali pluripotenti, “di tipo embrionale”, senza la formazione e la distruzione di embrioni umani? È moralmente accettabile l’utilizzo di medicinali, come vaccini, provenienti da ricerche svolte con l’ottenimento eticamente illecito di materiali biologici? Su alcune di questi dilemmi l’Istruzione offre un discernimento articolato e chiaro (per esempio sull’uso di “materiale biologico” umano di origine illecita). Sulle tecniche per ottenere cellule staminali pluripotenti senza produrre degli embrioni, il testo invita brevemente alla prudenza, in quanto non si vede ancora quale possa essere lo statuto ontologico del risultato che verrebbe ottenuto (da tener presente che chi ha avanzato quelle proposte, concretamente le due menzionate dall’Istruzione in nota a pié di pagina, ha sempre dichiarato che intendeva procedere eventualmente all’applicazione su cellule umane solamente se si fosse arrivati alla conferma certa dell’ipotesi, e cioè che non si venissero a formare degli embrioni umani in alcun momento del processo). Sul tema delle tecniche “integrative”, si ripropone solamente la dottrina di Pio XII e Donum vitae, senza applicarla al discernimento sulle tecniche discusse: inseminazione artificiale “impropriamente detta” e GIFT. A proposito del dibattito sulla liceità della adozione prenatale, si è aperto un nuovo dibattito sull’interpretazione corretta del testo dell’Istruzione. A questo proposito, alcuni hanno suggerito che si sospenda la discussione sul tema e sul significato del paragrafo che ne parla e si rivolga la domanda alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Senza escludere questa possibilità, forse conveniente (e pensando che probabilmente più di uno avrà già presentato la domanda alle autorità della Santa Sede in materia), mi sembra importante tentare di leggere ed interpretare il Documento così come ci viene proposto. Dopo quasi vent’anni di dibattito sul tema dell’adozione, la Santa Sede si è espressa espressamente. Se l'ha fatto nel modo in cui l’ha fatto, ci sarà qualche motivo. L’Istruzione forma parte del cosiddetto “Magistero ordinario”, al quale dobbiamo (e vogliamo) dare quel “religiosum voluntatis et intellectus obsequium” che la nostra fede ci chiede e che ci viene ricordato dal Concilio Vaticano II (GS,25). Lo ha sottolineato opportunamente monsignor Francisco Ladaria, Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, nella presentazione pubblica dell’Istruzione. Questo obsequium non significa però che non ci si debba sforzare per capire nel miglior modo ciò che il testo insegna, ed eventualmente distinguerlo da quello che il testo non ci insegna. Che non si debba fare uno sforzo sincero per interpretare correttamente il significato del testo così come ci viene proposto. E che non si debba anche approfondire, illustrare, applicare e difendere la dottrina in esso offerta. * P.Gonzalo Miranda dal 1993 al 2001 è stato Segretario Operativo del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Roma. Nel 2001 ha fondato la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (APRA). Dal 2001 fino al 2006 è stato Decano della Facoltà di Bioetica della stessa Università. Professore ordinario di Bioetica e di Teologia Morale nelle Facoltà di Bioetica e di Teologia dell’APRA, è membro del Comitato Direttivo del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Membro onorario del Consejo de Bioética della Conferenza Episcopale Messicana, è membro del Consiglio Direttivo della Federazione Internazionale di Centri di Bioetica di Ispirazione Personalista (FIBIP) e del Comitato Di Bioetica della Federazione Internazionale di Facoltà di Medicina Cattoliche (AIFMC). E' inoltre membro del Comitato Direttivo delle riviste “Medicina e Morale” (Roma), “Medicina y Ética” (Messico) e “Vida y Ética” (Argentina). http://www.zenit.org/article-22925?l=italian |
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