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| Teologia Intellectus fidei |
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#1 |
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Nuovo iscritto
Data registrazione: Sep 2009
Località: Milano
Età: 49
Rito: Ambrosiano
Messaggi: 5
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A Dio si può rispondere solo "sì" o "no"? Esiste una "terza via"?
E' con un certo pudore che rivolgo questa domanda, che esprime una mia inquietudine sulla visione del mondo e dell'aldila' che traspare dalle scritture. Mi rendo conto che l'argomento e' delicato, ma d'altra parte ho scoperto da poco questo forum e colgo l'occasione. Cerchero' di parlarne anche con qualche sacerdote.
Se consideriamo il purgatorio come condizione termporanea, scopriamo che dopo la morte ci aspetta il paradiso o l'inferno. Il sintesi, Dio ci chiede di amarlo, di accoglierlo, di sceglierlo liberamente. Si', ma e' proprio cosi'? E' veramente una scelta libera? Cosa accade a chi NON lo sceglie, a chi rifiuta Dio coscientemente? La "conseguenza" (cito da una risposta ad un'altra domanda su questo forum) e' l'inferno. E dobbiamo necessariamente pensare all'inferno come a un luogo di sofferenza, di dolore, su questo credo che non ci siano dubbi. Quindi dove sta la liberta' della scelta di amare Dio, se l'alternativa e' un luogo eterno di sofferenza? Perche' non c'e' una "terza via"? Se uno per tutta la vita rispetta gli altri e pur avendo ascoltato la parola non crede, non desidera seguirla, non desidera accogliere Dio dentro' di se' pensando semplicemente, "lasciatemi in pace, io se posso aiuto il prossimo ma la religione non mi interessa", perche' la "conseguenza" deve essere l'inferno? Perche' se uno crede alle scritture, dovrebbe considerare libera la scelta di amare Dio quando l'alternativa e' l'eterna sofferenza? un grazie per qualsivoglia commento |
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#2 |
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Veterano di CR
Data registrazione: Nov 2007
Località: senna comasco
Età: 45
Rito: Ambrosiano
Messaggi: 1.426
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A volte ho l'impressione che abbiamo una visione troppo "meccanistica" di queste questioni.
Faccio quattro osservazioni volanti: 1) Noi non sappiamo e conosciamo cosa passa nella coscienza delle persone: se e in quali modi rifiutano veramente e scientemente Dio. 2) Non conosciamo neppure il giudizio ultimo di Dio, possiamo solo affermare qualcosa sui criteri di giudizio che la Bibbia e la tradizione ci hanno trasmesso. 3) In base a questi criteri noi possiamo forse dire che "qualcuno probabilmente" andrà all'inferno, ma il giudizio ultimo spetta solo a Dio che conosce e giudica le coscienze. 4) Su questi problemi vale la pena leggere l'enciclica di Benedetto XVI "Spes salvi". Ultima modifica di oratorio pride; 25-09-2009 alle 10:40. |
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#3 | ||
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Amica di CR
Data registrazione: Jun 2007
Località: nel cuore della Chiesa
Rito: Romano
Messaggi: 1.345
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Citazione:
Non esiste una "terza via" perché solo Dio è Verità, pienezza di bene. Restiamo attaccati alla realtà, che non ti tradisce mai. A Dio, e all'ordine da Lui stabilito, non si può aggiungere né togliere niente. Non c'è alternativa valida. Non esiste un bene diverso fuori da Lui: qualsiasi deviazione potrà essere solo una diminuzione, una privazione, mai una perfezione uguale o maggiore. Dio, è allo stesso tempo l'Essere e Il Bene: "è colui che è" (Es 3,14) ed "è Amore" (1Gv 4,16). Nessuno è Creatore al di fuori di Lui, nessuno può presumere di conoscere o di amare come o più di Lui, nessuno è in grado di stabilire un essere o un bene alternativo: si può solo modificare o rifiutare il bene preesistente che Lui ci mette a disposizione. Per rispondere alla tua domanda bisogna avere chiara la differenza tra Creatore e creatura, e inoltre la chiamata dell'uomo ad amare contestualmente Dio, gli altri e sè stesso (tornerò più avanti su questo). Quindi - o si sceglie IL bene, un sì al Suo progetto su di noi e sugli altri - o si sceglie qualcos'altro: qualunque alternativa non sarà mai diversa da un “no” al vero bene: per quanto possa avere degli aspetti in apparenza attraenti, sarà sempre un bene minore, menomato, depauperato rispetto a quello che avrebbe dovuto esserci, dunque sarà falso. Come si fa a scegliere liberamente un "bene" minore quando si può scegliere la pienezza? Sembra una sciocchezza, ed infatti lo è, nonostante sul momento ci si possa sentire furbissimi a fare "tutto di testa nostra". “Di testa nostra” nel senso di “indipendentemente da Dio”: Lewis diceva: “il principio dell'inferno è: io sono mio”. E' il ripiegamento su di sè, l' "amor curvus" di cui parlavano i medievali. Oggi potremmo tradurlo con il "vivi e lascia vivere", il "lasciatemi in pace" di cui parli tu: Citazione:
La "religione" è quello che ri-lega, quello che ricostruisce una relazione compromessa dal peccato. Che rispetto degli altri può avere uno che avanza una pretesa di autoreferenzialità, che pone sè stesso (e, diciamolo pure, in definitiva il proprio egoismo e il proprio tornaconto) come misura del bene e del male? Non fa un torto anche a sè stesso rimandendo chiuso nel proprio orizzonte piccino? Non si preclude la possibilità di realizzare sè stesso e di aiutare veramente gli altri? Perché si può dare agli altri il 100% solo quando si è al 100%: nessuno può dare quello che non ha, e se è una persona peggiore di quella che avrebbe potuto essere... quanto minore sarà l'aiuto che può dare? Quando io affermo: non ho bisogno che Dio mi dica ciò che è bene (pienezza) da ciò che è male (privazione di pienezza): sono forte e intelligente abbastanza da deciderlo da solo, mi sostituisco a Dio. Mi chiudo nel mio orticello, nella gabbia dei miei parametri di valutazione: per quanto dorata, sarà sempre una prigione angusta. Con questa pretesa di autoreferenzialità, e dunque di assolutezza, nego profondamente la realtà dell’uomo come “essere in relazione” e bisognoso di completamento al di là dei propri limiti e dei parametri della propria visuale parziale. E’ la tentazione del serpente: “sarete come Dio”, che - non è una menzogna solo per il fatto che non saremo mai degli dèi perfetti, creatori, onniscienti e senza i limiti delle creature finite - ma anche perché neppure Dio è assoluto senza relazione: prima ancora che essere in relazione con le creature, Dio è relazione in Sé stesso nell’amore profondo che lega le Tre Persone Padre, Figlio e Spirito Santo in Unità e Trinità. L’uomo creato “a immagine e somiglianza” di Dio è un essere profondamente, strutturalmente relazionale. Non si scappa. Ne consegue che nessuno realizza pienamente se stesso senza essere in relazione 1) con Dio 2) con le altre creature (tutte le altre creature, non solo quelle che soddisfano i nostri parametri di amabilità, e non solo nei momenti in cui va tutto bene) e questi diversi aspetti sono in relazione stretta e imprescindibile: alla base c'è un unico atteggiamento di fondo, che è l'adesione al progetto di Dio su di noi. Dal CCC 2196: Rispondendo alla domanda rivoltagli sul primo dei comandamenti, Gesù disse: « Il primo è: "Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza". E il secondo è questo: "Amerai il prossimo tuo come te stesso". Non c'è altro comandamento più importante di questo » (Mc 12,29-31). Quindi fare il bene significa sempre contemporaneamente - Fare ciò che è meglio per se stessi, quello che ci realizza pienamente in quanto persone -Fare ciò che è meglio per per gli altri perché nessuno basta a sé stesso e siamo strettamente interdipendenti. -Fare la volontà di Dio (che è il bene per le creature che Lui ama) E se io dicessi: non posso stare in relazione con gli altri senza stare in relazione con Dio? Forse è quello che tu intendevi con “terza via”, ma vale quello che si diceva con la scelta di un bene minore di quello che ci sarebbe dovuto essere. Solo in Dio si trova la volontà perfetta di bene per tutte le creature: fuori da questa volontà c’è solo da perdere e nulla da guadagnare. Dalla relazione fondamentale con Dio scaturisce il nostro atteggiamento nei confronti degli altri, e anche di noi stessi. E questo atteggiamento è compromesso in partenza: siamo egoisti, diffidenti, chiusi. Facciamo per gli altri molto meno di quanto potremmo, e comunque usiamo spesso due pesi e due misure: è difficile fare agli altri ciò che davvero vorremmo fosse fatto a noi. Correlativamente abbiamo in fondo un certo disprezzo per noi stessi e per la nostra vita: se avessimo potuto scegliere, forse, non avremmo neanche scelto di nascere. Il futuro è incerto e minaccioso, vivere ci costa fatica, accettare la croce non è possibile senza un orizzonte di senso: non è possibile senza Dio! Ci può essere solo ribellione o disperazione. Tuttavia siamo qui, la situazione è questa, se non vogliamo suicidarci dobbiamo scegliere. Ecco perché anche gli altri hanno bisogno che io faccia la volontà di Dio. Come se non bastasse, l’esperienza insegna che amare gli altri è facile finché va tutto bene, ma quando sono cattivi, ingiusti, insopportabili, diversi da noi… è difficile volere loro bene allo stesso modo, e condividere spontaneamente con loro le nostre risorse. E’ possibile solo se c’è una relazione con Dio alla base. Ogni di-vergenza si ricompone nell’ordine complessivo che Dio vuole, e ogni creatura può mettere al servizio delle altre la propria capacità di amare, le proprie qualità e carismi, invece di tenerli per sé affermando “io sono mio e di me stesso/delle mie cose faccio quello che mi pare…”. Ugualmente gli altri potranno accettare i nostri pregi, sopportare i nostri difetti, darci quello che ci manca… in proporzione a quanto vogliono quello che vuole Dio per noi (il nostro bene). E se invece dicessi: non posso stare in relazione con Dio senza stare in relazione con gli altri? Che bisogno ho degli altri se posso stare da solo, faccia a faccia, con Dio? Questa tentazione l’hanno avuta anche alcuni asceti che cercavano la santità, ma è l’altro verso della stessa medaglia: non si può amare Dio senza amare le creature che Lui ama, per le quali non ha disdegnato di dare la propria vita in croce. Se Dio vuole il bene delle altre creature, di tutte le altre creature… possiamo noi non volere quello che Lui vuole? In questo modo il bene è sempre bene ·Verso Dio ·Verso noi stessi ·Verso gli altri E correlativamente il male (= la privazione dell’unico bene, a qualunque livello) sarà sempre un male contemporaneamente verso Dio, verso noi stessi e verso gli altri. Separare questa interdipendenza, questa relazionalità intrinseca, è una illusione pericolosa. L'inferno sarà la conferma definitiva di questa scelta di rifiuto verso Dio, verso gli altri e verso di sè. Dio rispetta la libertà e dà a ciascuno quello che vuole: se uno vuole solo sé stesso, vuole restare autoreferenziale, menomato, gli dà quello che chiede, ma mette subito in chiaro che non esiste una verità, un bene, al di fuori di Lui che è perfezione piena: la riduzione a coerenza è presupposto della giustizia. Nessuno è predestinato all'inferno e tutti siamo nati per diventare santi e realizzarci pienamente: in reatà non c'è nulla di più "naturale" che essere quello che si è, nella relazione con gli altri. Dio ci ha dato tutte le grazie necessarie a questo, e ce le dà ogni istante, aspettando il nostro "sì" anche dopo innumerevoli "no". Siamo sempre liberi, sempre amati, e sempre messi in grado di corrispondere a questo amore. Non solo: Dio si è fatto uomo perché noi potessimo essere deificati, cioè partecipare della Sua pienezza: "essere come Lui" in senso vero, non in quello falso della tentazione. Il desiderio di Dio è "essere tutto in tutti", donarsi a noi: ce lo testimonia Gesù Cristo che ha donato la Sua vita per noi. Allo stesso tempo nessuno è costretto a ricambiare automaticamente l'amore di Dio ed è giusto che chi ritiene di poterne fare a meno sia libero di stare - senza di Lui. - senza gli altri, ma pagando per le conseguenze del male fatto in vita: Come noi non siamo dei burattini meccanizzati, neanche gli altri lo sono, e possono soffrire per i danni che facciamo. Sperimentare la verità del male fatto agli altri è di nuovo questione di giustizia, e dalla verità non si scappa (non ci si può creare una verità alternativa). Inoltre anche l’esclusione della relazione con gli altri, conseguenza del rifiuto di quella con Dio, lascia delle ferite nell'anima porta sofferenza. - in definitiva senza sè stesso: lo strappo definitivo è la divisione profonda in sé stessi, la coscienza di quello che si è e di quello che invece saremmo potuti diventare, la menomazione della nostra realizzazione umana e personale. Ecco perché quello che sembrava un gesto di amore almeno verso sé stessi (l'attaccamento alla propria esclusiva volontà) si rivela come un gesto di odio e una negazione profonda di sé e di tutto quello che è fuori di sé: Dio e gli altri. Quello che sembrava una furbizia, una maggiore intelligenza, si rivela nella sua insensatezza. "chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?" (Mt 16,25-26) Nell’ultimo istante Dio, che desidera per noi la pienezza del Paradiso sopra ogni altra cosa, ci dà ancora una ultima chance, facendoci vedere la fine che potremmo fare con una chiusura definitiva nella nostra autoreferenzialità, con un rifiuto definitivo di Lui e del Suo progetto verso di noi: se uno, nonostante tutto questo, preferisce l’Inferno… non si può dire che non se la sia cercata.
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![]() "Zelo zelatus sum, pro Domino Deo exercituum" (1 Re 19,10)
קנא קנאתי ליהוה אלהי צבאות Ultima modifica di Sofia; 25-09-2009 alle 17:49. |
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Rito: Romano
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Sofia ha già risposto ottimamente, ma aggiungo una appunto.
L'inferno come punizione deve essere interpretato anche come conseguenza della nostra libera scelta di allontanarci da Dio. La creatura ha due possibilità: o rivolgersi verso Dio o disperdersi nei moltiplici beni terreni (cioè eleggere questi beni come suoi dei). Tertium non datur. Amore del prossimo e amore di Dio stanno sempre assieme, anche se, per qualche motivo, non si è consapevoli di questo. Anche un ateo, che per ignoranza o pregiudizi, rifiuta Dio in questa terra, ma ama il prossimo, ed è ispirato da alti ideali ama Dio implicitamente.
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Laudo fructum boni operis, sed in fide agnosco radicem - S. Augustinus Hipponensis Ultima modifica di Ismael; 25-09-2009 alle 18:01. |
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#5 | |
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Moderatore
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Da uncino:
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#6 | |
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Citazione:
Quindi l'uomo non è un semplice pupazzo, ma deve partecipare attivamente alla salvezza. I documenti citati sopra, dicono in sostanza tre cose: -La fede è un dono di Dio che l'uomo può accettare o rifiutare -L'uomo che senza colpa non riceve la rivelazione è comunque amato da Dio e Dio desidera la salvezza di questi e dona ad esso la provvidenza, che l'uomo può accettare o rifiutare -L'aderenza alla fede deve essere volontaria e non forzata altrimenti non ha vero valore Quindi, come detto sopra da Sofia, non c'è 'terza via'. Anche se un uomo non consoce Dio, deve comunque fare delle scelte nella sua vita che accettano o rifiutano Dio, questo implicitamente o esplicitamente.
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