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Vecchio 27-10-2009, 07:38   #41
Cardinale Bellarmino
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Mi sembra di ricordare che quei paramenti furono confezionati dalla "Scuola Beato Angelico" di Milano in occasione della riconsacrazione dell'altare del Duomo dopo gli imponenti restauri.

Ma il ricordo è vago e prego, se qualcuno ha un ricordo più preciso, di smentirmi senza tanti complimenti.
Non c'è nulla da smentire... è vero tutto quello che hai detto...
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Comprendi che sei stato creato per la gloria di Dio! Questo è il tuo fine, questo è il centro della tua anima, questo il tesoro del tuo cuore (San Roberto Bellarmino)
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Vecchio 27-10-2009, 18:21   #42
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Il momento della proclamazione della beatificazione:
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Vecchio 17-01-2010, 23:27   #43
cisnusculum
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Libertà e amore
Don Carlo Gnocchi nei ricordi di mons. Barbareschi
Lo scorso 30 novembre la Comunità di Seveso ha invitato mons. Giovanni Barbareschi, prete della Resistenza milanese, grande amico, nonché esecutore testamentario di don Gnocchi. Ai seminaristi ha raccontato con intensità particolare episodi personali legati alla vita del papà dei mutilatini, oggi Beato. In questo e nel prossimo numero
riportiamo la sua testimonianza.


Prima di tutto sono felice, sono felice di poter parlare a voi giovani, nonostante i miei 88 anni. Sono “supernonno” e voi nipoti. E non è facile per me, perché sono certamente un vecchio prete, ma non ho ancora accettato di essere un prete vecchio. Vorrei essere ancora un prete giovane.
Quest’anno celebro il mio sessantacinquesimo anniversario di Messa: 65 anni sono tanti, ma a me non bastano! E so che incontrerò Lui, so che tocca a Lui fissare il tempo, il quando, il come ed è ciò che più gli invidio.

UNA GRANDE AMICIZIA
Ma ora parliamo di don Carlo. Don Carlo è nato nel 1902, diventa prete, prima è segnato da qualche vicenda familiare, (perde il papà a cinque anni, perde due fratelli, uno che muore a dieci anni e uno che muore a vent’anni). La mamma, rimasta vedova a 39 anni, al funerale del figlio Andrea, il secondo che muore, prega così: «Se vuoi, prendi anche Carlo!». Questo ha creato in Carlo una crisi vocazionale; si domandava negli anni del liceo: «Io sono qui per una mia vocazione autentica o la mia vocazione è condizionata dall’educazione e dal desiderio di mia madre?». Quel «prendi anche lui» ha creato in Carlo interrogativi profondi dai quali è certamente uscito con chiarezza e con determinazione. Io ho conosciuto don Carlo il 17 marzo del ’43, alla stazione di Udine, quando lui rientrava dalla Russia e noi, seminaristi, eravamo lì a fare un po’ di volontariato.
In seguito siamo diventati molto amici. Ciò che ci ha unito fortemente è stata la Resistenza: abbiamo lottato insieme. Resistenza vuol dire documenti falsi, passaggi di Ebrei, passaggi di soldati americani o inglesi, espatri in Svizzera, andare, venire, rischiare.
Siamo stati arrestati tutti e due dalle SS, prima io e dopo lui, ma la Resistenza ci ha unito. Io spero che voi capiate ancora la parola “amicizia”, amicizia tra due persone, non unione tra le qualità di una persona e quelle di un’altra, ma amicizia tra le due persone. Quando Carlo era ricoverato alla “Clinica Columbus”, il card. Montini lo andò a trovare, ma prima di entrare nella sua stanza, passò da me, che ero il factotum. Carlo aveva già delle responsabilità, e non da poco, nella Pro Iuventute, con i mutilatini, così dissi chiaro a Montini: «Eminenza, con le responsabilità che don Carlo ha, bisogna che sappia che sta per morire: o glielo dice lei entrando o, quando esce, glielo dico io, apertamente: “Stai per morire”». Montini entrò, si fermò un quarto d’ora, uscì piangendo, proprio i lacrimoni si vedevano! Entrai subito io nella stanza di don Carlo e dissi: «Carlo, sei diventato una persona importante: fai piangere il tuo Vescovo» e lui mi rispose, sempre in dialetto, quando parlava con me: «Sun no importànt, sun vün che l’è dré a murì». Così capii che Montini aveva parlato chiaro. Da allora la morte è diventata una presenza della quale avevamo bisogno. Eravamo verso la fine del 1955. Io rimanevo alla “Clinica Columbus” dalla mattina alle 8 alla sera alle 8, ma quel 3 gennaio del ’56, quando gli dico «Carlo, vado a casa», lui mi dice «No! no!», mi prende la mano, me la stringe «No! Non andare via!». «Ma Carlo, c’è il campanello, ci sono gli infermieri, ci sono le suore se hai bisogno». «No! Va’ minga via, gu paüra». Da allora non l’ho più lasciato, sono rimasto due mesi, tutti i giorni e tutte le notti. È uscito dalla “Clinica Columbus” solo nella bara, portata anche da me. Restare due mesi vicino a un prete che sa che sta per morire è stata l’esperienza più forte della mia vita, lo dico apertamente. Ho sofferto il carcere, ho sofferto anche il concentramento, ma l’esperienza che più mi ha segnato, l’esperienza più significativa della mia vita, è stato quel periodo vicino a don Carlo.

TRA DOSTOEVSKIJ,TRILUSSA E PIRANDELLO
Avevamo fatto un programma: ogni mattina e ogni pomeriggio dovevamo stare almeno un’ora soli noi due preti, nessuno poteva entrare in quella stanza. Gli infermieri, le suore, i medici lo sapevano e non potevano entrare perché, mi aveva detto don Carlo: «Voglio prepararmi a vivere la mia morte ricordando e rivivendo la mia vita». E questi erano i nostri incontri, due volte al giorno: il giorno prima fissavamo l’argomento, il giorno dopo prima parlava lui, poi parlavo io su quell’argomento che avevamo scelto. Voglio dirvi qualche titolo: la mia fede, la mia mamma, il Seminario, le amicizie.
Poi leggevamo qualcosa di qualche autore che su quell’argomento ritenevamo avesse detto cose importanti. E così Dostoevskij, Trilussa, Pirandello ci hanno arricchito, abbiamo camminato assieme, aiutati da questi grandi poeti.
Un altro grande poeta che ci ha aiutato è stato Davide Turoldo, amico di tutti e due. Quando l’argomento era «Parliamo di noi, di noi come uomini», Carlo mi ha fatto portare alcune poesie di Davide, dove definisce l’uomo «enigma di materia cosciente, che hai un dorso di secoli e non sei che un attimo immenso». Io poi gli ho letto quello che per me è il compito di ogni uomo: «Invece dovere /ogni mattina risorgere / sognare sempre / impossibili itinerari». Non meravigliatevi se vi dico che da voi giovani non aspetto né il sapere, né il conoscere, ma la capacità di sognare, di innamorarvi di una meta, di donarvi totalmente a quella meta. Oggi mi sembra che per un giovane non sia facile sognare. Quando ho detto a don Carlo: «Ma che cosa aggiungi nel tuo essere uomo?», ricordo le sue parole, come se fossero adesso: «Il primo atto di fede che l’uomo deve compiere non è in Dio, è nella sua libertà, nella sua possibilità di diventare una persona libera». Eravamo tutti e due innamorati della libertà: alla libertà si crede e della libertà ci si innamora. Libertà dell’uomo, libertà di ogni essere umano. Carlo mi ricordava dove aveva imparato la sua libertà: «Dalla mia mamma, quando alla sera mi faceva dire le preghiere: prima il Padre nostro e poi l’Ave Maria. E poi si fermava e diceva: “Adesso di’ qualcosa tu al tuo Dio, parlagli con le tue parole, che ascolti la tua voce e non solo la voce dei Salmi o la voce della liturgia!”».

LA NUDITÀ UMANA
Don Carlo fu assistente all’oratorio di Cernusco, poi a San Pietro in Sala, poi assistente spirituale all’Istituto Gonzaga e poi cappellano militare della Julia in Grecia, della Tridentina in Russia. Un giorno mi dice: «Tutti dicono che sono un eroe, perché sono partito volontario: l’è minga vera! Io abitavo con la mamma in via Vitruvio al 35; la mamma è morta, la casa era vuota: non ho avuto più il coraggio di entrare in casa, era vuota! Sono partito cappellano militare. L’è minga vera». «E da cappellano militare», lui stesso lo diceva, «ho conosciuto l’uomo, tutto l’uomo». Vi leggo alcune frasi, che lui ha scritto, del suo capolavoro, Cristo con gli Alpini: «Ho conosciuto l’uomo, l’uomo nudo, nudo, completamente spogliato… ho visto contendersi il pezzo di pane o di carne a colpi di baionetta; ho visto battere col calcio del fucile sulle mani adunche dei feriti e degli estenuati che si aggrappavano alle slitte come il naufrago alla tavola di salvezza; ho visto quegli che era venuto in possesso di un pezzo di pane, andare a divorarselo negli angoli più remoti… per timore di doverlo dividere con gli altri; ho visto ufficiali portare a salvamento sulla slitta le cassette personali e perfino il cane da caccia o la donna russa, camuffati sotto abbondanti coperte, lasciando per terra abbandonati i feriti e i congelati». Questo è l’uomo, può arrivare a questo punto! «Ho visto un uomo sparare nella testa di un compagno che non gli cedeva una spanna di terra, nell’isba, per sdraiarsi freddamente al suo posto a dormire…». Sì, sono sempre sue parole: «Ho conosciuto l’uomo… eppure, in tanta desertica nudità umana, ho raccolto anche qualche raro fiore di bontà». E qui Carlo pensa a quell’alpino che cede a lui un pezzo di pane mentre tutti e due erano morenti di fame e gli dice: «Tu sei cappellano, puoi ancora benedire, cerca di morire dopo di me». E Carlo arriva a quella definizione: «L’uomo è uomo solo se ama», ripeto, solo se ama. Quella frase, che trovate nel testamento, l ’ha voluta proprio lui . «Ai ricoverati delle nostre case - mi disse - a tutti e a ciascuno, distribuisci, segno della mia fraterna tenerezza, l’ immagine ricordo con la scritta: “Altri potrà servirli meglio che io non abbia saputo o potuto fare, nessun’altro, forse, amarli più che io non abbia fatto”». I dati costitutivi della personalità di don Carlo erano libertà e amore, poi la persona di Cristo, del quale si è innamorato.

Mons. Giovanni Barbareschi

(fine prima parte)

tratto da: La Fiaccola - n°1/2010
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Vecchio 09-02-2010, 12:34   #44
cisnusculum
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L'amore tutto scusa, tutto perdona, tutto capisce
Le ultime ore di vita di Don Carlo Gnocchi raccontate da mons. Barbareschi


LA FEDE
Quando dovevamo parlare della fede, don Carlo mi aveva consigliato di prendere dal suo studio un libro con le poesie di Trilussa, il poeta dialettale romano, morto qualche anno prima di don Carlo. Trilussa in una poesia (che io non conoscevo, ma che ora non perdo mai occasione di ripetere, perché sento vivo dentro di me il ricordo di don Carlo) intitolata La Guida descrive l’avventura di un giovane che si è perso in un bosco, il bosco della vita e non sa dove andare e non trova la strada, quando incontra una vecchietta cieca che gli dice: «Se tu non sai la strada, io la so, se vuoi te la indico io, te la suggerisco io». Dice il poeta: «Quela Vecchietta ceca, che incontrai / la notte che me spersi in mezzo ar bosco, / me disse: - Se la strada nu’ la sai, te ciaccompagno io, ché la conosco. / Se ciai la forza de venimme appresso, / de tanto in tanto te darò una voce / fino là in fonno, dove c’è un cipresso, / fino là in cima dove c’è la Croce...».
Carlo si ferma e mi dice: «Cipresso: la morte; croce: il dolore. Sono le due uniche, vere difficoltà per ogni atto di fede: il dolore e la morte... Le altre sono tutte quisquiglie...».
Sentiamo ancora il poeta: « Se ciai la forza de venimme appresso, / de tanto in tanto te darò una voce / fino là in fonno, dove c’è un cipresso, / fino là in cima dove c’è la Croce... - / Io risposi: - Sarà... ma trovo strano / che me possa guidà chi nun ce vede... - / La Ceca, allora, me pijò la mano / e sospirò: “Cammina”... Era la Fede».
Questa era la fede per don Carlo: la cieca che di tanto in tanto ti dà una voce. Quel giorno don Carlo aveva voluto che io portassi anche una novella di Pirandello, dove si parla di un prete, don Angelino, che aveva perso la fede e non voleva più celebrare. Entrando in sacrestia trova una vecchietta che porta due galletti, qualche soldo e una bisaccia piena di mandorle secche e di noci. La vecchietta voleva far dire una Messa per mantenere un voto fatto quando suo figlio era ammalato di una malattia mortale. Dice Pirandello che don Angelino andò a celebrare con la fede di quella donna. Si è portati dalla fede, la fede non è mai solo del singolo, anche del singolo, ma non solo del singolo. Quando alla domenica celebro a Milano nella Chiesa di San Pio V, io sento viva la fede di tutto il popolo: la fede della vecchietta, la fede del miscredente, la fede di colui che ha bestemmiato, la fede degli altri. E celebro così, aiutato dalla fede degli altri. Don Carlo commentava: «Certe volte sono andato a celebrare con la fede della mia mamma».

L'ULTIMA MESSA
Ma vorrei terminare in un modo tutto personale: l’ultima Messa che ho celebrato con don Carlo, qualche giorno prima che morisse. Non scandalizzatevi: la liturgia è stata messa da parte. Eravamo don Carlo con la sua vestaglia blu, (quella che metteva solo nelle grandi occasioni, come le visite dei primari)e io, vicino a lui, col suo altarino da campo. Abbiamo cominciato con un segno di croce e poi abbiamo chiesto perdono delle nostre fragilità, ciascuno con le sue parole. Era bello, perché Carlo sentiva le mie fragilità e io sentivo le sue; e poi, chiesto da don Carlo, prima della Parola di Dio, la parola dell’uomo, così abbiamo letto un brano di Teilhard de Chardin, quando questo padre gesuita, trattato così male dalla Chiesa istituzione, non poteva più celebrare, e ha offerto il dolore di tutto il mondo. Andate a leggere quella pagina, stupenda! Dopo la parola dell’uomo, la Parola di Dio: Prima lettera ai Corinti, capitolo 13, ma noi abbiamo sostituito una parola, non abbiamo usato «la carità», ma abbiamo sempre detto «l’amore». Provate a leggerlo così: l’amore tutto scusa, tutto perdona, tutto capisce, l’amore. Poi la pagina del Vangelo di Giovanni: «Qui facit veritatem venit ad lucem». La verità si fa, la verità non si definisce, la verità non si crede, la verità non si sogna, la verità non si immagina, la verità si fa. Ricco del suo otto in greco alla maturità al liceo Berchet, Carlo ha voluto ripetere quella frase in greco e l’ha ripetuta così bene che l’ho imparata anch’io. Prima della consacrazione, il memento dei vivi, come allora richiedeva la liturgia: «La mia baracca, i miei mutilatini». Carlo ricorda anche la sua perpetua, la Stella, si chiamava così, quella perpetua che qualche giorno prima aveva voluto chiamare vicino al suo letto per chiederle scusa: «Scusa, scusa Stella, perché la minestra che te preparavet l’andava mai ben: un dì l’era cota, un dì l’era salada: scusa Stella!». Poi le parole della Consacrazione e dopo la Consacrazione il memento dei morti e Carlo che dice subito: «Il mio papà... quando è morto avevo cinque anni, non l’ho conosciuto bene, ma appena arrivo di là voglio conoscerlo e voglio dirgli: “Ciao papà!”. Poi concludiamo: qualche momento di silenzio, la mano nella mano, don Carlo che mi dice: «Manca ancora qualcosa!». «Carlo, credo di averci pensato» e in una cassetta registrata il coro della SAT che canta
Stelutis alpinis, troppo bella! Ecco perché ho insistito che venisse cantata anche il giorno della sua beatificazione in Piazza Duomo: «Se tu vens cà sù ta’ cretis, / là che lôr mi àn soterât,» se verrai un giorno su queste rocce dove mi hanno sotterrato «al è un splàz plen di stelutis:» è un prato, pieno di stelle alpine «sot di lôr jo duâr cuièt», sotto le stelle alpine io dormo quieto. «Ciol sù, ciol une stelute:» cogli una stella alpina «tu ‘i darâs ‘ne bussadute, e pò plàtile tal sen» tu le darai un bacio e poi mettila sul tuo cuore. «Quant che a ciase tu sês sole» quando a casa tu sei sola (evidentemente l’alpino pensa alla moglie, alla fidanzata) «e di cûr tu preis par me» e col cuore tu preghi per me, «il miò spirt atòr ti svole:» il mio spirito ti vola attorno «jo e la stele sin cun tè» io e la stella alpina, siamo con te.
Don Carlo è morto sereno. Sereno! La mattina del 28 febbraio, era sotto la tenda ad ossigeno: fa cenno che io metta la mia mano sotto la tenda, me la stringe con le forze che aveva e poi dice: «Grazie per quello che hai fatto per me: è bello morire con un prete amico vicino!». Della sua serenità voglio darvi una testimonianza. Quando io gli ho detto: «Carlo, mi pare venuto il momento dell’Unzione degli infermi», che allora si chiamava “Estrema Unzione”, mi ha risposto: «Sì, sì, va bene. Chiama il Sergio». Il Sergio era Sua Eccellenza monsignor Sergio Pignedoli, vescovo ausiliare di Milano e grande amico nostro. Quando viene, c’è anche il cappellano della clinica, il quale, come era abituato, dice: «Eccellenza, per breviorem», perché allora l’Estrema Unzione si poteva dare in due modi: per breviorem, ovvero con un semplice segno di croce sulla fronte, oppure, nell’ampiezza del rito, si ungevano i piedi, le mani... Quando Carlo ha sentito per breviorem, ha puntato i pugni sul materasso, si è alzato e ha detto: «Cos’è? Per breviorem? Sergio, comincia di pe’! Perché in i pe’ che m’han purtà a ca’ da la Rüssia!» («Sergio, comincia dai piedi, perché sono stati i piedi che mi hanno portato a casa dalla Russia»). Questo era Carlo. Sarei contento di morire come lui.


Mons. Giovanni Barbareschi



tratto da: La Fiaccola - n°2/2010
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Vecchio 24-02-2010, 12:14   #45
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27 febbraio
Messa con monsignor Crociata
in memoria di don Gnocchi

Alla vigilia del 54° anniversario della morte di don Carlo,
il Segretario generale della Cei presiederà una messa
al Centro “S. Maria Nascente” di Milano. In questa occasione
i rappresentanti dei Centri italiani riceveranno le reliquie del Beato


A poco mesi dalla solenne beatificazione di don Carlo Gnocchi (domenica 25 ottobre 2009 in piazza Duomo a Milano), i Centri italiani della Fondazione a lui intitolata si apprestano a vivere altre intense celebrazioni in occasione del 54° anniversario della sua morte (avvenuta a Milano il 28 febbraio 1956).
L’appuntamento più importante è in programma al Centro Irccs “S. Maria Nascente” (via Capecelatro 66, Milano), dove è conservata l’urna con il corpo del Beato: Sabato 27 febbraio, alle 11.15, nel palestrone del Centro verrà celebrata una messa solenne presieduta da monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana. La celebrazione era inizialmente prevista domenica 28 febbraio, anniversario della morte di don Gnocchi, ma è stata anticipata a causa del blocco generale del traffico disposto per quel giorno in Lombardia.
La funzione sarà concelebrata, tra gli altri, da monsignor Angelo Bazzari, presidente della Fondazione Don Gnocchi, e da monsignor Ennio Apeciti, responsabile dell’Ufficio per le Cause dei Santi della Diocesi di Milano. Saranno presenti delegazioni di tutti i Centri italiani della Fondazione, a cui verrà consegnata una preziosa reliquia del Beato, da insediare successivamente all’interno dei Centri. Alla giornata parteciperanno anche numerosi appartenenti all’Associazione degli Ex Allievi di don Carlo Gnocchi, insieme a rappresentanze degli Alpini e dell’Aido.
«È forte in ciascuno di noi il desiderio di serbare sempre vivo, nei nostri cuori, quel prezioso scrigno di emozioni e sentimenti suscitati dalla recente beatificazione di don Gnocchi - scrive monsignor Bazzari nella lettera d’invito -. Siamo certi che don Carlo, ora divenuto protettore e intercessore per noi presso il Padre, ci sostiene e ci accompagna nella fatica di tradurre nell’operatività di ogni giorno quell’imperativo fatto proprio e rilanciato a gran voce persino da Papa Benedetto XVI: “Accanto alla vita, sempre!”».
L’urna che conserva il corpo del Beato si trova nella cripta della cappella del Centro “S. Maria Nascente” ed è visitabile tutti i giorni, dalle 9 alle 18.

fonte: http://www.chiesadimilano.it/or4/or?...ex&oid=2408674
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Vecchio 01-03-2010, 18:28   #46
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«Don Gnocchi, il riscatto del dolore innocente»
Nel 54° anniversario della morte, il segretario generale della Cei, il vescovo Crociata, ha ricordato a Milano il «papà dei mutilatini» proclamato beato lo scorso ottobre: «Ci insegna a cogliere la presenza di Dio anche nella sofferenza»


DA MILANO
ANNALISA GUGLIELMINO


Ovunque ordine e pulizia. Il giardino ben curato e l’ingresso silenzioso, dove s’incrocia una suora indaffarata ma pronta a farsi incontro al visitatore, prima ancora che questi parli: «È qui per la Messa, vero? Segua questo corridoio, non può sbagliare ». La Messa, presieduta dal segretario generale della Conferenza episcopale italiana, il vescovo Mariano Crociata, era quella per il 54° anniversario della morte di don Carlo Gnocchi, avvenuta a Milano il 28 febbraio 1956. Il primo ricordo ufficiale da quando il «papà dei mutilatini» lo scorso 25 ottobre in piazza del Duomo è stato beatificato alla presenza di una folla di 50 mila fedeli arrivati da tutta Italia. Anche ieri c’erano i rappresentanti di tutti i 28 Centri della Fondazione sparsi per il Paese. C’erano, a centinaia, gli ex-allievi, gli alpini, i tanti malati sulle sedie a rotelle. Giusto il tempo, prima di andare a prendere posto nel «palestrone» del Centro per la celebrazione eucaristica, di fermarsi qualche minuto nella cripta all’ingresso, davanti all’urna che conserva il corpo del beato. È qui, nella cappella del centro Santa Maria Nascente di via Capecelatro a Milano, uno di quelli messi in piedi dallo stesso don Gnocchi, che tutti i giorni – dalla 9 alle 18 – è continuo il flusso di persone in preghiera. «C’era una molla interiore in lui – ha detto ieri Crociata nell’omelia – che lo spingeva a scrutare intorno a sé», a «riconoscere la voce del dolore, e del dolore innocente in modo particolare». Il suo insegnamento, vivo nella «baracca» che lui stesso raccomandò agli amici prima di morire e di donare (fra i primi al mondo) le sue cornee, è «lo sguardo vigile di chi sa vedere i segni di Dio anche nelle situazioni più disastrate, e in quelle di ordinario dolore». Con una «sensibilità moderna – ha aggiunto il segretario della Cei – e profondamente cristiana di guardare al dolore e alla menomazione». Ecco perché ogni volta è una festa, ricordare don Carlo Gnocchi. Ecco perché la gente, nel giorno della beatificazione in cui è stato disvelato dopo tanti anni il corpo del cappellano che marciò con gli alpini (nella prossima adunata nazionale a Bergamo l’urna con il beato li raggiungerà), piangeva come se stesse rivedendo dopo tanto tempo un parente carissimo.
Ed ecco perché ogni volta, entrare in uno dei Centri Don Gnocchi è respirare umanità. «Noi siamo il suo brevetto» ha detto ieri ai tanti ospiti e operatori il presidente della Fondazione, monsignor Angelo Bazzari, terzo successore alla guida della Fondazione e che proprio oggi, in un particolare intreccio di date, festeggia il proprio compleanno.
Quell’abbraccio a un mutilatino, immortalato in una delle foto più famose, riprodotto nella statua all’ingresso e nella miniatura donata ieri, con una reliquia del beato, a tutti i Centri, è il simbolo di oltre mezzo secolo di cure: «In quell’abbraccio ci dobbiamo essere tutti noi». La consegna della reliquia è stato come ripercorrere a ritroso l’avventura della Fondazione: a turno l’hanno ricevuta commossi i rappresentati dei Centri più giovani, il «Ronzoni Villa» di Seregno (Monza e Brianza), lo «Spalenza» di Rovato (Brescia), e via così fino al «Santa Maria alla Rotonda» di Inverigo (Como), uno dei primi fondati dallo stesso don Gnocchi. «Questa giornata rappresenta il nostro ringraziamento alla Chiesa – è stato il saluto finale del presidente Bazzari a Crociata, tra gli applausi di tutti –: ci ha riconsegnato non più solo un fondatore, ma un santo da imitare ».

fonte: Avvenire, 28/02/2010
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Vecchio 11-03-2010, 17:44   #47
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Don Gnocchi, un esempio
per chi assiste i deboli
Le parole di Benedetto XVI ai 1600 rappresentanti
dei 28 Centri italiani della Fondazione che hanno
partecipato all’udienza generale in San Pietro: da Milano
un treno speciale. Donata al Papa una reliquia del Beato





11.03.2010
di Nino PISCHETOLA

L’esempio di don Gnocchi «sostenga l’impegno di quanti si dedicano al servizio dei più deboli»: lo ha auspicato il Papa salutando ieri nella Basilica di San Pietro i 1600 operatori provenienti dai 28 Centri italiani della Fondazione Don Gnocchi; sono arrivati a Roma con diversi mezzi, tra cui un treno speciale “Frecciarossa” partito da Milano. Dopo la beatificazione di don Carlo Gnocchi, celebrata in piazza Duomo il 25 ottobre scorso, il pellegrinaggio è stato promosso per portare un ringraziamento a Benedetto XVI a cui è stata anche consegnata una reliquia del Beato.
«Cari amici - ha esordito il Pontefice nel suo saluto -, ho ben presente la straordinaria attività che dispiegate in favore dei bambini in difficoltà, dei disabili, degli anziani, dei malati terminali e nel vasto ambito assistenziale e sanitario. Mediante i vostri progetti di solidarietà, vi sforzate di proseguire la benemerita opera iniziata dal beato Carlo Gnocchi».
Nell’udienza che si è tenuta nella Basilica vaticana, il Papa, prima di prendere la parola, si è avvicinato ad alcuni ragazzi disabili presenti. Nel suo breve, ma intenso intervento ha soprattutto ricordato la figura di don Gnocchi, «luminosa figura del clero milanese, apostolo dei tempi moderni e genio della carità cristiana, che raccogliendo le sfide del suo tempo, si dedicò con ogni premura ai piccoli mutilati, vittime della guerra, nei quali scorgeva il volto di Dio». «Sacerdote dinamico ed entusiasta e acuto educatore - ha continuato -, visse integralmente il Vangelo nei differenti contesti di vita, nei quali operò con incessante zelo e con infaticabile ardore apostolico».
Benedetto XVI ha indicato don Gnocchi come un «fulgido esempio» per «quanti si dedicano al servizio dei più deboli» e «un modello da imitare» per la Chiesa e, in particolare, per i preti che in questo Anno sacerdotale possono guardare al Beato per «riscoprire e rinvigorire la consapevolezza dello straordinario dono di Grazia che il ministero ordinato rappresenta per chi lo ha ricevuto». Il saluto alla delegazione
Dopo il suo discorso, il Papa ha concluso l’incontro in San Pietro salutando personalmente una delegazione della Fondazione Don Gnocchi, tra cui il presidente monsignor Angelo Bazzari, il direttore generale Gianbattista Martinelli, la superiora delle suore del Centro Santa Maria Nascente di Milano, suor Annetta, insieme a fratel Rodolfo Meoli, postulatore della causa di beatificazione di don Gnocchi, Silvio Colagrande, al quale da bambino sono state trapiantate le cornee del Beato, e Amelia Locatelli, la vedova di Sperandio Aldeni, il “miracolato” da don Gnocchi. Tra i fedeli, oltre alla dirigenza centrale e ai responsabili delle strutture operanti in Italia, si notava una presenza significativa di personale, ospiti, familiari e volontari della Fondazione, accompagnati da una nutrita rappresentanza di ex-allievi di don Gnocchi, alpini, esponenti dell’Aido.
Il pellegrinaggio a Roma si è concluso in San Pietro con una celebrazione eucaristica concelebrata dal cardinale Angelo Comastri, Arciprete della Basilica vaticana, e da monsignor Giuseppe Merisi, vescovo ambrosiano alla guida della Diocesi di Lodi e presidente della Commissione della Cei per la carità e la salute. Al termine, monsignor Bazzari si è rivolto ai pellegrini rilanciando il motto che accompagna le attività della Fondazione Don Gnocchi: «Accanto alla vita. Sempre!».

(da www.chiesadimilano.it)
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Vecchio 31-03-2010, 22:30   #48
ITER PARA TUTUM
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Sto seguendo su Retequattro lo sceneggiato sul Beato Don Carlo Gnocchi.
Tutto sommato abbastanza ben fatto, ed è evitato il solito anti-Pio XII.
Ci sono però due attori ben poco (o nulla) somiglianti ai personaggi: gli interpreti per l'appunto di Pio XII e del Beato Ildefonso Schuster.
ITER PARA TUTUM non è in linea   Rispondi citando
Vecchio 27-04-2010, 12:19   #49
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24/04/2010 12.24.53
La Lev ripropone il libro di don Gnocchi "Restaurazione della persona umana"



“Nell’uomo non esiste dicotomia. Non c’è corpo da una parte e anima dall’altra: c’è la vita umana, un tutto organico inseparabile”. E’ una delle affermazioni che don Carlo Gnocchi, proclamato Beato il 25 ottobre 2009, scrive nel suo libro riedito dalla Libreria Editrice Vaticana, dal titolo “Restaurazione della persona umana”. Il volume, originariamente pubblicato nel 1946, nell’immediato dopoguerra, ci permette di rileggere la figura di questo nuovo Beato, “seminatore di speranza”, come affermava Giovanni Paolo II, “incarnazione viva delle Beatitudini evangeliche”. Il servizio è di Cecilia Seppia:

Quando la bufera immane della guerra era ormai alle spalle e la gente scossa dagli orrori del nazismo aveva appena cominciato a riedificare case, chiese e scuole sulle macerie dei bombardamenti, don Carlo Gnocchi volle lanciarsi allora, in una più grande e ardua impresa: ricostruire la persona umana, sintesi perfetta di corpo e spirito, rifare l’uomo da capo a cominciare da Dio. Mons. Angelo Bazzari, presidente della Fondazione Don Gnocchi:


“L’esperienza che lo ha portato non solo come pensiero ma anche come azione ad interessarsi alla persona umana, lo ha portato ad avere una concezione integrale e totale della persona. Per cui, la stessa restaurazione o riabilitazione per lui non è solo una riattivazione di un organo o un recupero della funzionalità di un membro del corpo ma è di tutta la persona”.


Ritrovare il centro della persona è il filo rosso che attraversa questo libro, ma nel volume, l’apostolo dei "mutilatini", lancia un monito a combattere la superficialità, il frammentarismo della vita, la perdita dei valori, la disonestà pubblica e privata e tutti quei mali sociali che ancora oggi annientano la vita dell’uomo. Una lettura di un’attualità sconcertante che sembra rivolgersi prevalentemente ai giovani, ancora mons. Bazzari:

“Questo recupero della persona umana non ce l’ha soltanto rispetto alla riabilitazione ma c’è anche rispetto al recupero sociale. Infatti dice: terapia del corpo e dell’anima. E’ stato un uomo vero, autentico. Un sacerdote direi esemplare, un formidabile educatore non tanto per la declinazione dei principi non negoziabili ma per le esperienze che lui ha cercato di fare con i suoi giovani, mettendoci il volto, la sua faccia e tentando di guardare al futuro. Per cui, i giovani lo hanno seguito. Credo che se c’è una caratteristica che don Gnocchi ha realizzato è proprio questa: ha sempre cercato Dio fra gli uomini".


Tra le pieghe di queste pagine, sotto l’influsso delle tesi di Jaques Maritain sulla restaurazione della persona umana, mentre Hegel si incrocia con Freud, Sant’Agostino con Pascal in un tessuto di rimandi sorprendenti, nitido emerge il volto di Don Gnocchi, questa luminosa figura del clero milanese, secondo le parole di Benedetto XVI, a cui la Chiesa, ancora una volta guarda come modello da imitare: colui che ha offerto agli ultimi, assistenza e formazione, donando tutto se stesso fino alla fine, servo per amore sull’esempio di Cristo.

fonte: Radio Vaticana
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In libreria
Don Gnocchi beato
in un volume fotografico

Una pubblicazione curata da Emanuele Brambilla a ricordo delle cerimonie del 24 e 25 ottobre 2009: introduzione di monsignor Bazzari, testi degli interventi dell’Arcivescovo e delle autorità



28.06.2010

di Filippo MAGNI

Si intitola ...e d’ora in poi sia chiamato Beato. I volti, le emozioni, le immagini del 25 ottobre 2009 il volume fotografico curato da Emanuele Brambilla, responsabile del Servizio Comunicazione e Relazioni esterne della Fondazione Don Gnocchi, con le più belle foto delle giornate del 24 e 25 ottobre 2009 e dei momenti che hanno preceduto e seguito la beatificazione di don Gnocchi.
Le immagini di Paolo Liaci, Claudio Novia e Itl (Mariga/Melloni) fissano uno dei momenti più significativi e solenni nella storia di questi ultimi anni della città di Milano, della Diocesi ambrosiana e non solo: 18 vescovi presenti, oltre 200 sacerdoti concelebranti e un migliaio di chierichetti; 50 mila fedeli in piazza, con oltre 15 mila alpini e 20 reduci di Russia; e poi Fratelli delle Scuole Cristiane, scout, rappresentanti dell’Aido, di scuole intitolate a don Carlo Gnocchi; e, soprattutto, 10 mila tra operatori e amici provenienti dai Centri in Italia e all’estero della Fondazione Don Gnocchi.
La suggestiva carrellata - accompagnata da citazioni tratte dai testi di don Gnocchi - è preceduta da un’introduzione del presidente della Fondazione, monsignor Angelo Bazzari, e dagli interventi dell’Arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, del presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà, e del sindaco di Milano, Letizia Moratti.
Il volume (30x30 centimetri, 192 pagine) è in libreria al prezzo di 40 euro.
Info: tel. 02.40308938.

fonte: http://www.chiesadimilano.it/or4/or?...ex&oid=2530245
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