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Vecchio 24-05-2010, 18:45   #21
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Dalla Prolusione del Card. Angelo Bagnasco per l'apertura della 61a Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana (Roma, 24/05/2010)

Citazione:
La quaresima, la settimana santa e il tempo pasquale che abbiamo immediatamente alle spalle ci hanno aiutato non poco ad affrontare la vicenda della pedofilia e delle sofferenze ad essa connesse che anzitutto «vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa» stessa (Benedetto XVI, Ai giornalisti nel volo Roma Lisbona, 11 maggio 2010). Come discepoli del Signore, ci è stato chiesto di impegnarci anzitutto nella purificazione e nella penitenza, che è parola dura, prospettiva che si tende a scantonare. Eppure, «sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter fare penitenza è grazia. E vediamo che è necessario far penitenza, cioè riconoscere quanto è sbagliato nella nostra vita, aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare» (Benedetto XVI, Omelia per i Membri della Pontificia Commissione biblica, 15 aprile 2010). In altre parole, dovevamo vivere cristianamente la prova, dovevamo affrontare la sfida – pur se talora rappresentata come una generale e indistinta incolpazione – anzitutto nei termini di un esame di coscienza. E perché non avessimo esitazione, Pietro si è messo avanti a noi e si è caricato, per primo lui, la croce. Il Papa ci precede e con mano ferma e paterna non cessa di indicare alla Chiesa il proprio centro − Cristo −, a richiamarla con la parola e l’esempio, verso quella santità di vita che è vocazione di ogni battezzato e, innanzitutto, di ogni ministro di Dio. Continuamente ci invita alla purificazione e alla conversione del cuore, ricordando con la sua chiara semplicità che «il vero nemico da temere e da combattere è il peccato, il male spirituale, che a volte purtroppo, minaccia anche i membri della Chiesa. Viviamo nel mondo, ma non siamo del mondo (cfr Gv 17, 14). Noi cristiani non abbiamo paura del mondo, anche se dobbiamo guardarci dalle sue seduzioni. Dobbiamo invece temere il peccato […]. Perseguiamo insieme con fiducia questo cammino, e le prove, che il Signore permette, ci spingano a maggiore radicalità e coerenza” (Regina Caeli, 16 maggio 2010).
E che cosa dovevamo comprendere ancora meglio, aiutati magari da risultanze delle scienze psico-pedagogiche? Che le persone vittime di aggressione pedofila portano a lungo le ferite interiori, che a volte, pur risalendo a molti anni addietro, restano ancora aperte. Non dovevamo cioè esitare a riconoscere che gli abusi feriscono ad un livello personale profondo, per saper intuire quale fonte di disordine e di patimenti possa diventare una loro sottovalutazione. In particolare, quando a prevaricare è un sacerdote, persona consacrata che ha una responsabilità educativa tutta speciale, della quale i ragazzi tendenzialmente si fidano. Si spiega anche così il risentimento che emerge talora dopo decenni. L’amarezza, quando non la rabbia, sono cioè in connessione con le attese tradite. Ci si trova davanti a persone che chiedono principalmente di essere capite e accompagnate, con rispetto e delicatezza, lungo un itinerario paziente di recupero e di riconciliazione anzitutto verso se stesse e la loro storia. Il nostro primo pensiero, la nostra prima attenzione è nei confronti delle vittime: ancora una volta esprimiamo a loro tutto il nostro dolore, il nostro profondo rammarico e la cordiale vicinanza per aver subito ciò che è peccato grave e crimine odioso. Non genera in noi stupore il constatare come la sensibilità nei loro confronti sia cresciuta nel tempo: per la società in generale, ma anche per la comunità cristiana. Così come c’è una consapevolezza più evoluta oggi per quel che riguarda il delitto di pedofilia, che può essere anche una patologia ed è certamente peccato terrificante. Per questo, una persona che abusa di minori ha bisogno – ad un tempo – della giustizia, come della cura e della grazia. Tutte e tre sono necessarie, e senza confusioni o mistificazioni tra loro. La pena inflitta per il delitto non guarisce automaticamente né dà il perdono, come – all’inverso – il perdono del peccato non guarisce automaticamente la malattia né sostituisce la giustizia (cfr Benedetto XVI, Ai giornalisti cit.), e così la cura non sostituisce la pena, tanto meno può rimettere il peccato. Queste evidenze sono oggi il frutto di una conoscenza più approfondita del dramma della pedofilia, che la Chiesa tuttavia in nessuna stagione ha inteso sottovalutare, sulla scorta del raggelante ammonimento del Vangelo: «Chi […] scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare» (Mt 18, 6). Ha infatti via via adeguato le disposizioni che andavano adottate alla sempre più avvertita conoscenza del fenomeno.
Le direttive chiare e incalzanti che da tempo sono impartite dalla Santa Sede confermano tutta la determinazione a fare verità fino ai necessari provvedimenti, una volta accertati i fatti. L’episcopato italiano, dal canto suo, ha prontamente recepito tali disposizioni, intensificando lo sforzo educativo nei riguardi dei candidati al sacerdozio (cfr La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana, 2007) e il rigore del discernimento servendosi anche delle migliori acquisizioni delle scienze umane, la vigilanza per prevenire situazioni non compatibili con la scelta di Dio e la dedizione al prossimo, una formazione permanente del clero adeguata alle sfide. Siamo, in quanto Vescovi italiani, riconoscenti alla Congregazione per la Dottrina della Fede per l’indirizzo e il sostegno nell’inderogabile compito di fare giustizia nella verità, consapevoli che anche un solo caso in questo ambito è sempre troppo, specie se il responsabile è un sacerdote.

Per gli incarichi che ha ricoperto e per la visione sempre lucida dei problemi che l’ha contraddistinto, Joseph Ratzinger ha svolto in questa presa di coscienza ecclesiale un ruolo costantemente propulsivo. Intransigente con ogni sporcizia, egli ha propugnato erga omnes scelte di trasparenza e di pulizia. Da lui la Chiesa ha imparato e impara a non avere paura della verità, anche quando è dolorosa e odiosa, a non tacerla o coprirla. Questo, naturalmente, non significa che si debba subire – qualora ci fossero – strategie di discredito generalizzato o di destrutturazione ecclesiale. E questo la comunità ecclesiale lo sa e lo vede; potremmo dire che l’ha sempre saputo, e per questo ha prontamente solidarizzato con lui di fronte alle insinuazioni assurde qua e là avanzate. Da Prefetto della Dottrina della Fede, e con l’avallo di Giovanni Paolo II, ha operato per introdurre importanti cambiamenti nelle procedure sanzionatorie, con regole uniformi sia per quel che concerne la responsabilizzazione delle Diocesi sia per quanto riguarda la competenza del governo centrale, prevedendo anche, caso per caso, la rinuncia alla prescrizione (cfr Sacramentorum sanctitatis tutela, del 30 aprile 2001). Nello spirito di una corretta e concreta cooperazione, si è inoltre stabilito di dare sempre seguito alle disposizioni della legge civile, e per i casi più gravi si è scelta la via di una rapida dimissione dallo stato clericale, come si legge nella «Guida alle procedure di base riguardo alle accuse di abusi sessuali» della medesima Congregazione. Anche senza ulteriori dichiarazioni, è questa la direttiva di riferimento più aggiornata, esplicita ed autorevole a cui ci atteniamo per il nostro discernimento di Vescovi, in ordine a qualsiasi intervento da condursi con determinatezza e tempestività.
Da Pontefice, ha condannato ripetutamente e con forza gli abusi sui minori, adottando un metodo scrupoloso di vigilanza, e incontrando in più occasioni gruppi di vittime. Ha più volte raccomandato ai sacerdoti le esigenze della vita ascetica e, seppur con intendimenti più ampi, ha indetto l’Anno Sacerdotale. La Lettera che nel marzo scorso egli ha indirizzato ai cattolici d’Irlanda è, per forza e coerenza interna, un testo unico nel suo genere che si è − non a caso − imposto all’attenzione del mondo, veemente e sereno ad un tempo, senza margini all’incertezza o alle minimizzazioni. Insomma, le azioni di Benedetto XVI sono eloquenti almeno quanto le sue parole.
Noi Vescovi sappiamo di dover ringraziare il Papa per quanto ha fatto e sta facendo in ordine all’esemplarità della Chiesa e dei suoi ministri. Egli è il Pastore all’altezza delle sfide, che affronta con credibilità e lucidità questo tempo difficile; è il maestro che parla della verità di Dio e rivela il giusto rispetto per la verità sugli uomini; è il testimone della carità, come della trasparenza che la carità esige. Non c’è cedevolezza in lui nei riguardi di pressioni esterne, ma un’assunzione di responsabilità proporzionata al suo mandato. Pur vivendo oggi in regime di libertà, esistono tuttavia «forme sottili di dittatura: un conformismo in base al quale diventa obbligatorio pensare come pensano tutti, agire come agiscono tutti. E le sottili aggressioni contro la Chiesa, o anche quelle meno sottili, dimostrano come questo conformismo possa realmente essere una vera dittatura. Per noi vale questo: si deve obbedire più a Dio che agli uomini» (Benedetto XVI, Omelia per i Membri…, cit.). Che egli obbedisca a Dio, e viva la sua missione in una intimità speciale con il Signore, noi non abbiamo dubbi. Egli stesso confidava ad un gruppo di Confratelli del Sud-America: «Sento che il centro e la fonte del ministero petrino sono nell’Eucaristia» (Discorso ai Vescovi della regione Norte 2 del Brasile, 16 aprile 2010). Noi pure verifichiamo nell’Eucaristia quotidiana lo sguardo di fede che si deve al Papa, lì soprattutto alimentiamo il nostro vincolo di comunione con lui, lì rafforziamo il nostro affetto e la nostra preghiera per lui. Al termine dell’incontro conviviale con il Collegio Cardinalizio, in occasione del quinto anniversario della sua elezione, egli confidava che «sente molto fortemente di non essere solo». Sì, possiamo dire che, nel nostro piccolo, noi non lo lasciamo solo: questa peraltro è la condizione perché noi, a nostra volta, non siamo soli. E non lo lasciano solo neppure le nostre comunità che almeno in due momenti – il 19 aprile e il 16 maggio – hanno voluto anche dimostrarlo pubblicamente. Abbiamo ancora negli occhi il grande abbraccio con cui il laicato cattolico italiano, riempiendo Piazza San Pietro, ha inteso esprimere il proprio amore per il Papa: c’era soprattutto la gente semplice, in particolare si sono viste moltissime famiglie, giovani e meno giovani, che dalle varie regioni, anche lontane, dell’Italia si erano messe in strada, affrontando − dov’era necessario − dei sacrifici, per vedere il Papa, per stare un po’ con lui, per pregare insieme a lui e per lui, per le intenzioni del suo cuore di pastore universale. Nessuna esibizione, ben inteso, ma un gesto consapevole e grato, e per questo anche festoso, come di figli con il padre. A vedere le cose nella loro luce, com’è congeniale ai discepoli del Risorto, si è trattato di un evento di grazia, di una nuova incursione dello Spirito, dell’emergere ancora una volta di quel senso di Dio che torna a palpitare nel cuore dell’umanità, nonostante il secolarismo e la marginalizzazione della trascendenza. Siamo per questo riconoscenti al nostro laicato che ha rilanciato in avanti una tensione spirituale che da sempre attraversa il cattolicesimo italiano. Così come siamo grati alle molteplici Aggregazioni che la CNAL esprime come provvidenziale organo di conoscenza e di comunione. Vogliamo anche dire che contiamo su ciascuna persona e ciascuna aggregazione per il compito di tessitura in atto nelle nostre Chiese.

Dicevamo prima che c’è un’evoluzione rassicurante a proposito della sensibilità con cui generalmente si valuta il fenomeno della pedofilia, arrivando sempre più spesso a porre seri interrogativi circa la spersonalizzazione cui è soggetta l’infanzia nella rete del web come nella pubblicistica corrente, in ampi segmenti della comunicazione pubblicitaria come in taluni programmi televisivi. E circa l’ipocrisia con cui spesso si giustifica ogni abuso, o si coprono inconfessabili scelte di svago e di turismo. Possiamo noi forse dimenticare le segnalazioni allarmate di confratelli Vescovi dell’Estremo Oriente in merito al commercio obbrobrioso di cui anche nostri connazionali si rendono colà responsabili? Possiamo forse non ripetere l’allarme, da noi già lanciato, sulle multinazionali della pornografia che sono in agguato dietro l’adozione, in se stessa positiva per la televisione, del digitale terrestre? Senza qui evocare le posizioni estreme di chi nel mondo occidentale vorrebbe dare addirittura dignità politica alla pratica pedofila, si deve pur dire che ci si muove dentro ad una più generale contraddizione culturale ed etica. C’è oggi infatti una esasperazione indubitabile circa la dimensione della sessualità, contrassegnata da una pervasività addirittura ossessiva, che non può – a lungo andare – non produrre effetti indesiderati sugli atteggiamenti delle persone, in particolare quelle psicologicamente più fragili ed esposte. Operare perché le persone diventino vieppiù fragili significa sfrangiare e indebolire la società intera. Qual è lo scopo?
L’opinione pubblica come le famiglie devono sapere che noi Chiesa faremo di tutto per meritare sempre, e sempre di più, la fiducia che generalmente ci viene accordata anche da genitori non credenti o non frequentanti. Non risparmieremo attenzione, verifiche, provvedimenti; non sorvoleremo su segnali o dubbi; non rinunceremo a interpretare, con ogni premura e ogni scrupolo necessari, la nostra funzione educativa. Il mistero incomprimibile insito in ogni persona, sacrario inviolabile e vocazione alla trascendenza, è la bussola che ci guida, la regola che deve sempre condurci. Qui è la nostra missione, rispetto alla quale non possiamo distrarci né deludere. Sulla integrità dei nostri preti, del nostro personale religioso, dei nostri ambienti, noi non possiamo transigere perché essa sta al cuore delle nostre scelte di dedizione al Signore e di servizio ai fratelli. E bisogna dire che i nostri sacerdoti, per come stanno in mezzo al popolo, per come operano, per come si spendono, sono la gloria della nostra Chiesa. I casi di indegnità che fin qui sono emersi e – Dio non voglia – potranno ancora emergere, non possono oscurare il luminoso impegno che il clero italiano nel suo complesso, da tempo immemore, svolge in ogni angolo del Paese.
fonte: Conferenza Episcopale Italiana
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Vecchio 15-07-2010, 12:03   #22
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CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE: LETTERA AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA E AGLI ALTRI ORDINARI E GERARCHI INTERESSATI CIRCA LE MODIFICHE INTRODOTTE NELLA LETTERA APOSTOLICA MOTU PROPRIO DATA "SACRAMENTORUM SANCTITATIS TUTELA" , 15.07.2010

TESTO IN LINGUA ITALIANA


A distanza di nove anni dalla promulgazione della Lettera Apostolica Motu Proprio data «Sacramentorum sanctitatis tutela», concernente le Normae de gravioribus delictis riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede, questo Dicastero ha ritenuto necessario procedere ad una riforma del testo normativo citato, emendandolo non nella sua interezza, bensì solamente in alcune sue parti, al fine di migliorarne l’operatività concreta.

Dopo un attento e accurato studio delle riforme proposte, i Padri della Congregazione per la Dottrina della Fede sottoponevano al Romano Pontefice il risultato delle proprie determinazioni che, con decisione del 21 maggio 2010, lo stesso Sommo Pontefice approvava, ordinandone la promulgazione.

Alla presente Lettera è allegata una breve Relazione in cui vengono esposti gli emendamenti apportati al testo della normativa sopra indicata, ciò al fine di rendere più immediatamente individuabili gli stessi.

Dal Palazzo del Sant’Uffizio

Gulielmus Cardinalis Levada

Praefectus



Aloisius Franciscus Ladaria Ferrer

a Secretis

[01047-01.02] [Testo originale: Italiano]

fonte: Sala Stampa della Santa Sede
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Vecchio 15-07-2010, 12:14   #23
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CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE: BREVE RELAZIONE CIRCA LE MODIFICHE INTRODOTTE NELLE NORMAE DE GRAVIORIBUS DELICTIS RISERVATI ALLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, 15.07.2010

TESTO IN LINGUA ITALIANA


Nel nuovo testo delle Normae de gravioribus delictis, così come modificato a seguito della decisione del Romano Pontefice Benedetto XVI del 21 maggio 2010, sono presenti vari emendamenti sia nella parte concernente le norme sostanziali, sia in quella afferente le norme processuali.

Le modifiche introdotte nel testo normativo sono le seguenti:

A) a seguito della concessione, ad opera del Santo Padre Giovanni Paolo II, in favore della Congregazione per la Dottrina della Fede, di alcune facoltà, successivamente confermate dal successore Benedetto XVI in data 6 maggio 2005, sono stati inseriti:

1. il diritto, previo mandato del Romano Pontefice, di giudicare i Padri Cardinali, i Patriarchi, i Legati della Sede Apostolica, i Vescovi e altre persone fisiche di cui ai cann. 1405 § 3 CIC e 1061 CCEO (art. 1 § 2);

2. l’ampliamento del termine di prescrizione dell’azione criminale, che è stato portato ad anni venti, salvo sempre il diritto della Congregazione per la Dottrina della Fede di derogarvi (art. 7);

3. la facoltà di concedere al personale del Tribunale e agli Avvocati e Procuratori la dispensa dal requisito del sacerdozio e da quello della laurea in diritto canonico (art. 15);

4. la facoltà di sanare gli atti in caso di violazione delle sole leggi processuali ad opera dei Tribunali inferiori, salvo il diritto di difesa (art. 18);

5. la facoltà di dispensare dalla via processuale giudiziale, e cioè di procedere per decretum extra iudicium: in tal caso la Congregazione per la Dottrina della Fede, valutata la singola fattispecie, decide di volta in volta, ex officio o su istanza dell’Ordinario o del Gerarca, quando autorizzare il ricorso alla via extragiudiziale (in ogni caso, per l’irrogazione delle pene espiatorie perpetue occorre il mandato della Congregazione per la Dottrina della Fede) (art. 21 § 2 n. 1);

6. la facoltà di presentare direttamente il caso al Santo Padre per la dimissio e statu clericali o per la depositio, una cum dispensatione a lege caelibatus: in tale ipotesi, salva sempre la facoltà di difesa dell’accusato, oltre all’estrema gravità del caso, deve risultare manifestamente la commissione del delitto oggetto di esame (art. 21 § 2 n. 2);

7. la facoltà di ricorrere al superiore grado di giudizio della Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, in caso di ricorsi contro provvedimenti amministrativi, emanati o approvati dai gradi inferiori della medesima Congregazione, concernenti i casi di delitti riservati (art. 27).

B) Sono state inoltre inserite nel testo ulteriori modifiche, e segnatamente:

8. sono stati introdotti i delicta contra fidem, cioè eresia, apostasia e scisma, relativamente ai quali è stata in particolare prevista la competenza dell’Ordinario, ad normam iuris, a procedere giudizialmente o extra iudicium in prima istanza, salvo il diritto di appellare o ricorrere innanzi alla Congregazione per la Dottrina della Fede (art. 1 § 1 e art. 2);

9. nei delitti contro l’Eucaristia, le fattispecie delittuose dell’attentatio liturgicae eucharistici Sacrificii actionis, di cui al can. 1378 § 2 n. 1 CIC, e la simulazione di essa, di cui al can. 1379 CIC e al can. 1443 CCEO, non sono più considerate unitariamente sotto lo stesso numero, bensì sono apprezzate separatamente (art. 3 § 1 nn. 2 e 3 );

10. sempre nei delitti contro l’Eucaristia, sono stati eliminati, rispetto al testo precedentemente in vigore, due incisi, precisamente: "alterius materiae sine altera", e "aut etiam utriusque extra eucharisticam celebrationem", sostituiti, rispettivamente, con "unius materiae vel utriusque" e con "aut extra eam" (art. 3 § 2);

11. nei delitti contro il sacramento della Penitenza, sono state introdotte le fattispecie delittuose di cui al can. 1378 § 2 n. 2 CIC (tentare di impartire l’assoluzione sacramentale, non potendo darla validamente, o l’ascoltare la confessione sacramentale) e ai cann. 1379 CIC e 1443 CCEO (simulazione dell’assoluzione sacramentale) (art. 4 § 1 nn. 2 e 3 );

12. sono state inserite le fattispecie della violazione indiretta del sigillo sacramentale (art. 4 § 1 n. 5) e della captazione e divulgazione, commesse maliziosamente, delle confessioni sacramentali (iuxta decreto della Congregazione per la Dottrina della Fede del 23 settembre 1988) (art. 4 § 2);

13. è stata introdotta la fattispecie penale dell’attentata ordinazione sacra di una donna, secondo quanto stabilito nel decreto della Congregazione per la Dottrina della Fede del 19 dicembre 2007 (art. 5);

14. nei delicta contra mores: si è equiparato al minore la persona maggiorenne che abitualmente ha un uso imperfetto della ragione, il tutto con espressa limitazione al numero in parola (art. 6 § 1 n. 1);

15. si è aggiunta, inoltre, la fattispecie comprendente l’acquisizione, la detenzione o la divulgazione, a clerico turpe patrata, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, di immagini pornografiche aventi ad oggetto minori degli anni 14 (art. 6 § 1 n. 2);

16. si è chiarito che i munera processui praeliminaria possono, e non già debbono, essere adempiuti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (art. 17);

17. si è introdotta la possibilità di adottare le misure cautelari, di cui al can. 1722 CIC e al can. 1473 CCEO, anche durante la fase dell’indagine previa (art. 19).



Dal Palazzo del Sant’Uffizio



Gulielmus Cardinalis Levada

Praefectus



Luis F. Ladaria, S.I.

Arcivescovo tit. di Thibica

Segretario

[01048-01.01] [Testo originale: Italiano]

fonte: Sala Stampa della Santa Sede
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Vecchio 15-07-2010, 12:16   #24
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Testo completo delle Normae de gravioribus delictis
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