Varese, Teatro Apollonio, 24 agosto 2006
IV Relazione. Intervento di mons. Marco Navoni,
Dottore Biblioteca Ambrosiana
Il triduo pasquale nel rito ambrosiano:
un cammino di memoria e di speranza
Prendiamo le mosse proprio dal sottotitolo di questa relazione per defmire la specificità del triduo pasquale nel rito ambrosiano: il triduo è precisamente un "cammino". È innanzitutto il cammino di Cristo nel suo mistero pasquale, un cammino che passa attraverso la passione e la croce per giungere alla gloria della risurrezione. Ma è anche il cammino della Chiesa e di ogni fedele, perché la Chiesa intera e ogni fedele sono chiamati, attraverso al celebrazione liturgica, a ripercorrere con Cristo questo stesso cammino, rivivendone nel mistero gli eventi di salvezza.
È per questo che la liturgia ambrosiana, in consonanza con numerose liturgie orientali e soprattutto con l'antica liturgia di Gerusalemme, ha sempre conservato una particolare specificità: il rispetto rigoroso della dimensione storica nella quale si fa presente l'evento di salvezza. Ci spieghiamo: la liturgia ambrosiana distribuisce nelle singole celebrazioni del triduo le pericopi del vangelo secondo Matteo in maniera tale che in ogni celebrazione venga proclamato il brano evangelico che a essa specificatamente si riferisce. In questo senso il triduo è davvero un "cammino di memoria": è la Chiesa che fa memoria di quegli eventi, ripercorrendone le tappe alla sequela del suo Signore che soffre, muore e risorge.
La cosa è evidentissima in riferimento alla proclamazione della passione del Signore. Essa non viene proclamata, come nella liturgia romana, per intero nel solo venerdì santo, ma è distribuita in due sezioni. Nella messa "in cena Domini" del giovedì santo viene proclamata la prima parte, quella che narra ciò che storicamente avvenne nella notte del primo giovedì santo: la cena pasquale con l'istituzione dell'eucaristia, l'agonia nel Getzemani, il bacio traditore di Giuda, l'arresto, il processo davanti al sinedrio e il rinnegamento di Pietro. E infatti, la narrazione si interrompe quando canta il gall0, perché ormai sta sorgendo l'alba del nuovo giorno.
Coerentemente al venerdì santo, nella celebrazione della morte del Signore, la narrazione riprende esattamente da dove era stata interrotta la sera prima, e ripercorre o meglio: fa ripercorrere alla Chiesa nel suo camnino di memoria - gli episodi che si sono storicamente verificati nel primo venerdì santo: il processo davanti a Pilato, la flagellazione, la condanna, la salita al calvario, la crocifissione, fino al momento culminante della morte in croce.
Dunque le due celebrazioni del giovedì santo sera e del venerdì santo pomeriggio vanno lette, e rivissute, in profonda unità: potremmo quasi dire che sono le due metà di una realtà unica, il mistero della passione e morte del Signore.
In effetti, la messa "in cena Domini" secondo la liturgia ambrosiana, propriamente non commemora l'istituzione dell'eucaristia, ma - come abbiamo già detto commemora il primo atto della passione del Signore, nella quale anche l'eucaristia trova la sua collocazione non solo dal punto di vista storico-cronologico ma anche teologico e salvifico. Ma proprio perché il giovedì santo commemora la prima parte della passione, di sua natura esso rimanda alla seconda parte, quel1a cronologicamente collocata e celebrata il venerdì santo.
Quando parliamo di giovedì santo e venerdì santo, in riferimento al triduo, usando i criteri cronologici "normali", ci sembra di indicare due giorni; in realtà, dal punto di vista liturgico, si tratta invece di un giorno solo, il primo giorno del triduo, il giorno del Cristo che soffre e che muore, del Cristo che comincia la sua passione al vespro del giovedì santo, durante la notte affronta la prova dell'angoscia, dell'agonia, dell'arresto e dell'abbandono, e giunge nel pomeriggio del venerdì santo al sacrificio supremo della croce. Per intenderei, usando una terminologia rubricale che aiuta in ogni caso a fare chiarezza, potremmo dire che, nel rito ambrosiano, la celebrazione della messa "in cena Domini" è come se fosse la celebrazione dei primi vespri del venerdì santo, o meglio, la celebrazione dei primi vespri del primo giorno del triduo, quello che commemora per l'appunto la passione e morte del Signore.
Non stupisce allora il fatto che i testi liturgici ambrosiani del giovedì santo non
accennino quasi mai all'istituzione del1'eucaristia, o ne accennino appena, mentre si dilunghino sul tema della passione, del tradimento di Giuda, della morte in croce, della figura del buon ladrone: si spingano cioè a considerare episodi che propriamente riguardano il venerdì santo. Ma se teniamo presente quanto abbiamo detto, non è una incoerenza che i testi del giovedì santo sera alludano a episodi del venerdì santo pomeriggio; anzi: è somma coerenza, è la coerenza della cronologia liturgica, la coerenza di quel cammino di memoria che la Chiesa è invitata a ripercorrere seguendo
le orme del proprio maestro.
Di questi testi del giovedi santo ne premdiamo in considerazione solo uno. Si tratta dell'antifona che la liturgia ambrosiana prevede dopo la lettura del vangelo; e quindi, nel caso della messa "in cena Domini", dopo la lettura della prima parte della passione. È un testo antichissimo, tradotto in latino direttamente e con estrema fedeltà letterale da un'antifona bizantina della seconda metà del V1 secolo e che solo la liturgia ambrosiana possiede in Occidente. È conosciuto generalmente dalle parole con cui inizia il testo latino: «Cenae tuae mirabili», corrispondenti all'originale greco (“Tou deìpnou sou tou mystikou»). Accanto al testo latino, proponiamo una nostra traduzione italiana.
Cenae tuae mirabili
hodie, Filius Dei, socium me accipis.
Non enim inimicis tuis hoc mysterium dicam;
non tibi dabo osculum, sicuti et Iudas,
sed sicut latro confitendo te:
Memento mei, Domine, in regno tuo.
"
Alla tua cena mirabile
oggi, o Figlio di Dio, mi accogli come amico.
Non divulgherò questo mistero ai tuoi nemici; non ti darò il bacio del tradimento come Giuda, ma come il ladrone ti imploro:
Ricordati di me, o Signore, nel tuo regno.
Il testo è breve, ma ricco di contenuti e di suggestioni. Si parla innanzitutto dell'ultima cena: è uno dei rari accenni all'eucaristia che troviamo nei testi liturgici del giovedì santo ambrosiano; accenno però importante, perché di fatto la notte del tradimento è il contesto storico in cui l' eucaristia è stata istituita e come tale la nostra antifona proprio dall'ultima cena prende le mosse. Ebbene, la cena del Signore è definita mirabile dalla redazione latina. Questo tuttavia è un aggettivo che forse dice poco, perché in italiano lo sentiamo immediatamente sinonimo di meraviglioso, di stupendo. A dire il vero la redazione originale greco-bizantina parla di cena mistica. E l'aggettivo mistico nella letteratura patristica e liturgica è un aggettivo ricchissimo di significati: praticamente una realtà è definita mistica quando, al di là delle apparenze, contiene o trasmette una verità spirituale e sacra più profonda. Nel caso dell'eucaristia, la verità del corpo e del sangue di Cristo, la presenza del suo sacrificio redentore.
Dunque la cena a cui Cristo invita il fedele nel cammino di memoria del giovedì santo è mirabile, è meravigliosa ( come dice il testo latino), proprio perché è mistica
(come dice il testo greco), perché in essa si fa presente l'offerta che il Signore Gesù
compie, nel sacrificio eucaristico, della sua vita a nostra salvezza.
Ma questo prezioso testo bizantino/ambrosiano, dopo il ricordo dell'ultima cena, accenna al bacio traditore di Giuda e continua alludendo all'episodio del cosiddetto buon ladrone, di cui vengono riprese, come preghiera personale, le ultime parole sulla croce (“Ricordati di me nel tuo regno”).
Nel complesso dunque l'antifona dopo il vangelo della messa "in cena Domini"
risulta in perfetta sintonia con la tematica propria del giovedì santo ambrosiano: infatti
dall'istituzione dell' eucaristia il testo si allarga alla notte del tradimento fino ad
abbracciare la stessa scena del calvario del venerdì santo, e si conclude con un accenno
implicito alla pasqua eterna che per il credente, come per il buon ladrone, si realizza
attraverso l'ingresso nel regno di Cristo.
Dunque è un testo che dalla notte del giovedì santo ci fa trapassare alla scena del
calvario del giorno successivo, anche se, dal punto di vista, liturgico - val la pena
ripeterlo - è lo stesso giorno, il primo del triduo, il giorno della passione e morte del
Signore.
Della celebrazione del venerdì santo riprendiamo, come testo significativo, il celebre responsorio Tenebrae; cantato appena prima della proclamazione della seconda
parte della passione del Signore, che culmina con 1a morte in croce. II testo ci è giunto
in una triplice redazione: romana, beneventana e per l'appunto ambrosiana. Dopo il testo latino, ne proponiamo una traduzione italiana.
Tenebrae factae sunt super universam terram dum crucifixerunt Jesum Judaei.
Et circa horam nonam
exclamavit lesus voce magna:
Deus. Deus, quid me dereliquisti?
Tunc unus de militibus
lancea latus eius perforavit.
Et inclinato capite, emisit spiritum.
Ecce terrae motus factus est magnus.
Nam velum templi scissum est,
et omins terra tremuit.
Et inclinato capite, emisit spiritum.
Si fece buio su tutta la terra
mentre i Giudei crocifiggevano Gesù.
E all'incirca alle tre del pomeriggio Gesù esclamò a gran voce:
o Dio. o Dio, perché mi hai abbandonato? Allora uno dei soldati
con una lancia gli perforò il costato.
E dopo aver reclinato la tesa, spirò.
Ed ecco vi fu un grande terremoto:
infatti il velo del tempio si spaccò
e tutta la terrà tremò.
E dopo aver reclinato la testa, spirò.
Come si può notare, questo testo è formato dalla commistione molto libera fra la scena della crocifissione secondo Matteo (Mt 27,45-56.51) e alcuni particolari della scena della crocifissione secondo Giovanni (Gv 19,30.34), specificatamente l'inclinato capite e soprattutto il colpo di lancia al costato. Sennonché la rielaborazione del testo liturgico ha fatto sì che, rispetto alla narrazione di Giovanni, il colpo di lancia venisse anticipato rispetto al momento della morte, quando Cristo è ancora vivo in croce. È stato fatto notare dagli studiosi che già alcuni codici del Nuovo Testamento trasmettono il testo della crocifissione secondo Matteo interpolato con la frase di Giovanni sul colpo di lancia anticipato rispetto al momento della morte, esattamente come il testo ambrosiano del Tenebrae. E si possono trovare testimonianze analoghe anche nei commenti dei Padri della Chiesa, così come nella documentazione iconografica: spesso infatti la scena della crocifissione viene rappresentata con il soldato che trafigge il costato di Cristo mentre questi è in croce ancora vivo e con gli occhi aperti (forse la prima rappresentazione iconografica di questo genere è il celebre evangeliario siriaco di Rabula del VI secolo).
È indubbio che questa ricomposizione dei fatti, per quanto contraria alla narrazione di Giovanni, risulta però funzionale in un testo liturgico come il nostro responsorio, perché permette di usare due volte come "responsum", la frase che compiutamente descrive l'evento celebrato: la morte di Cristo in croce ( «et inclinato capite emisit spiritum»): questa infatti è la meta del cammino di memoria iniziatosi ai vespri del giorno precedente e che ora nella solenne proclamazione della morte salvifica del Signore raggiunge il suo vertice.
La celebrazione della veglia pasquale ci apre invece al cammino di speranza. che sul cammino di memoria si innesta e da esso fiorisce. Sappiamo che già nella tradizione ebraica la notte pasquale condensava in sé quattro eventi cardine della storia della salvezza: la creazione del mondo, il sacrificio di Isacco, la liberazione dall'Egitto, l'avvento escatologico del Messia. La veglia pasquale cristiana eredita e reinterpreta in senso cristologico questi quattro episodi (tanto è vero che i primi tre entrano nella catechesi veterotestamentaria della veglia): in Cristo morto e risorto. prefigurato nel sacrificio di Isacco, il vecchio mondo tramonta e la creazione intera ritrova la propria novità; e il popolo di Dio, la Chiesa, rinnovato nelle acque battesimali, esce dalla vecchia condizione di peccato ed entra nella nuova condizione di grazia. Ma la veglia pasquale diventa anche l'occasione per commemorare e anticipare nel rito misterico l'incontro con Cristo nel suo ritorno glorioso alla fine dei tempi; anzi, ancora nel secolo IV, era viva la credenza che proprio durante una notte pasquale il Signore sarebbe tornato per instaurare il suo Regno.
Ebbene, la veglia pasquale ambrosiana accentua in maniera molto marcata questa tensione escatologica, come dimostra la parte finale del preconio, ci cui - come al solito - dopo il testo latino proponiamo una traduzione italiana:
Decet ergo adventum Sponsi
dulciatis Ecclesiae luminaribus opperiri,
et largitatem sanctitatis acceptam,
quanta valet devotionis dote, pensare.
nec sanctas interpolare tenebris excubias,
sed tedam sapienter perpetuis praeparare luminibus, ne, dum oleum candelis adiungitur,
adventum Domini tardo prosequamur obsequio,
qui certo in ictu ocuIi, ut coruscus, adveniet.
Igitur in huius diei vespere
cuncta venerabilis sacramenti plenitudo colligirur,
et quae diversis sunt praefigurata vel gesta temporibus, huius noclis curriculo devoluta supplentur.
Nam primum hoc vespertinum lumen,
sicut illa dux magorum stella, praecedit.
Deinde mysticae regenerationis unda subsequitur,
velut, dignante Domino, fluenta Iordanis.
Tertio resurrectionis Christi
vox apostolica sacerdotis annuntiat.
Tum ad totius mysterii supplementum
Christo vescitur turba fidelium.
Conviene dunque aspettare l'arrivo dello Sposo
con odorosi lumi
e considerare la grandezza del dono di grazia ricevuto
con quanta più devozione possibile.
Non dobbiamo frammischiare le tenebre alla santa veglia
ma preparare sapientemente la fiaccola con lumi perenni,
affinché non capiti che, mentre si aggiunge olio alle lampade,
a causa dell'indugio ritardiamo l'incontro con il Signore che viene, il quale certamente in un batter d'occhio verrà, come un lampo.
Dunque nel vespero di questo giorno
si raccoglie tutta la pienezza della storia della salvezza:
e tutti ifatti prefigurati e avvenuti in tempi diversi
nello svolgersi di questa notte si avverano.
Infatti in primo luogo questo lume vespertino
ci precede, come la stella dei Magi.
Poi subentra l'acqua della mistica rigenerazione,
come i flutti del Giordano santificati dal Signore.
Per tre volte la voce apostolica del sacerdote
annuncia la risurrezione di Cristo.
E infine, perché tutto il mistero si compia,
il popolo dei credenti si nutre di Cristo.
La veglia pasquale dunque, secondo il preconio ambrosiano, è attesa della venuta
dello Sposo, e i riferimenti alle lampade da tenere prudentemente accese, senza perder tempo a cercare olio da aggiungere, ritardando così l'incontro con il Signore che viene. pone la Chiesa nell'atteggiamento delle vergini sagge della parabola (cfr. Mt 25) invitate alla festa di nozze. Anche l'accenno al Signore che verrà con certezza come il lampo che brilla improvviso (Le 17,24) rimarca la dimensione escatologica di questo incontro.
E in effetti la stessa veglia ambrosiana, nella sua struttura, è carica di una intrinseca dinamicità. Il cero pasquale - ad esempio, ci dice il Preconio - non è nella tradizione ambrosiana immediatamente simbolo di Cristo risorto, come per la veglia di rito romano; piuttosto è come la stella dei Magi che precede il cammino della Chiesa-Sposa sostenendola con la sua luce verso l'incontro con il Signore risorto, lo Sposo che sta per tornare.
Una luce che si attualizza nella Parola di Dio proclamata durante la lunga catechesi veterotestamentaria, attraverso la quale si ripercorrono eventi antichi verificatisi in tempi diversi, e che pure si rendono liturgicamente presenti e attuali nella celebrazione della veglia nel corso di un unica notte.
La meta di questo cammino della Sposa lungo la storia della salvezza incontro allo Sposo è il cuore della veglia ambrosiana al termine della catechesi veterotestamentaria, quando il "sacerdos", propriamente il vescovo, con voce apostolica, proclama per tre volte l'annuncio kerigmatico: «Christus Dominus resurrexit», «Cristo Signore è risorto». Non ci sono riti allegorici per indicare lo Sposo che si è fatto finalmente presente nella sua gloria di risorto dopo i giorni della passione e del lutto; non si usano simboli (appunto, neppure il cero pasquale). C'è il kerigma apostolico nella sua essenzialità che lungo i secoli la voce dei successori degli apostoli ripetono ogni anno nel cuore della veglia, annunciando alla Chiesa Sposa che lo Sposo è finalmente arrivato.
Ma l'incontro tra lo Sposo e la Sposa, se non viene indicato attraverso allegorie o elementi simbolici, si realizza e si attualizza nei sacramenti, dove - come dice sant' Ambrogio stesso - abbiamo la possibilità di "tenere Christum", di tenerlo stretto a noi, di incontrarlo, di abbracciarlo (cfr. Apologia David, 58). E infatti la Chiesa incontra Cristo innanzitutto nel battesimo, in quel lavacro con il quale egli, lo Sposo, la rende per sé Sposa santa e immacolata (cfr. Ef 5,25-26).
Ma soprattutto, «ad totius mysterii supplementum», «affinché il mistero celebrato giunga alla sua pienezza», è nella comlU1ione eucaristica che la; Chiesa incontra Cristo risorto, o meglio che la Sposa incontra lo Sposo e si unisce a lui nelle mistiche nozze.
In conclusione potremmo dire che è proprio la simbologia nuziale che emerge cosi evidente nella veglia pasquale, quella che ci permette di re-interpretare correttamente tutto il cammino di memoria e di speranza del Triduo Pasquale ambrosiano.
In effetti chi è chiamato a rivivere nella liturgia il Triduo Pasquale non è un cronista, il cui compito sarebbe quello di ricostruire gli eventi dal punto di vista cronologico e riuscirebbe a fare il suo lavoro tanto meglio quanto più riuscisse a farlo in maniera staccata. asettica, oggettiva. Nella celebrazione liturgica è la Chiesa che è chiamata non a ricostruire gli avvenimenti della Pasqua di Cristo, ma a riviverli, e a riviverli con quella compartecipazione affettiva che è tipica della Sposa che segue lo Sposo nel suo cammino di passione, morte e risurrezione. TI suo è dunque un cammino di "memoria", da intendersi nel senso alto, biblico e liturgico del termine: non ricordo psicologico di avvenimenti passati, ma "memoriale" di un evento che si fa oggi per lei attuale e salvifico.
E così, tentando di periodizzare i tre giorni del Triduo secondo le indicazioni della tradizione ambrosiana, potremmo dire che la Chiesa Sposa rivive, nel primo giorno del Triduo (dalla celebrazione vespertina del giovedì santo alla celebrazione pomeridiana del venerdì santo), cioè il giorno del "Christus crucifixus", la memoria dello Sposo che per lei si è offerto nella passione e nella morte di croce; il sabato santo, secondo giorno del Triduo, cioè il giorno del "Christus sepultus", la Sposa entra in una condizione di lutto e di silenzio, perché lo Sposo le è stato strappato e sta riposando nel sonno del sepolcro. Ma è un lutto sostenuto dalla speranza, dall'attesa e dalla certezza di ritrovare lo Sposo: e così la Chiesa entra fiducia sa, nel terzo giorno del Triduo, che decorre dalla veglia pasquale ai vespri della domenica di risurrezione, cioè il giorno del “Christus suscitatus". In questo passaggio, in questa "pasqua", il suo cammino di memoria si fa cammino di speranza e di certezza. Veramente - come diceva un autore cappadoce della prima metà del IN secolo (Asterio il Sofista) - la notte di pasqua è la "notte ninfagoga" della Chiesa, la notte che, attraverso i sacri misteri, fa reincontrare dopo i giorni della passione e del lutto, la Sposa e lo Sposo.
Nota Bibliografica essenziale
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Sintesi
La relazione presenta sinteticamente le specificità tipiche del Triduo Pasquale secondo la tradizione ambrosiana, mettendo in evidenza il cammino che la Chiesa-Sposa è chiamata a percorrere alla sequela dello Sposo nei tre giorni della passione e morte, del riposo nel sepolcro, della gloria della risurrezione. Tale cammino di "memoria" diventa casi anche cammino di "speranza". Durante la relazione verranno commentati tre testi tipici del Triduo pasquale ambrosiano, dei quali verrà proposta anche l'esecuzione musicale.
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