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Vecchio 20-07-2006, 12:16   #11
chierichetto87
Veterano di CR
Il capitolo del Duomo di Milano
Citazione:
Originally posted by pathos81
Il capitolo maggiore del Duomo di Milano è formato da 5 dignità:
  • l'arciprete (prefetto del capitolo),
  • l'arcidiacono (che fa da primo diacono nelle celebrazioni pontificali e viene scelto dai canonici diaconi per ordine di anzianità),
  • il primicerio,
  • il teologo,
  • il penitenziere maggiore.
Seguono poi 5 canonici presbiteri e 5 canonici diaconi (un tempo c'erano anche i canonici suddiaconi).
Ogni settimana un canonico presbitero a turno (l'ebdomadario) e 2 canonici diaconi a turno presiedono ed assistono alle celebrazioni capitolari della settimana.
Un sacerdote nominato canonico maggiore del duomo entra nell'ordine diaconale e man mano che si liberano i canonicati presbiterali viene promosso agli stessi per ordine di anzianità.


Il capitolo minore è preposto alla cura della liturgia e del canto: infatti nei suoi componenti vengo annoverati i cerimonieri e un numero variabile di canonici minori incaricati di intonare i salmi durante le celebrazioni capitolari.
Attualmente il Maestro delle sacre cerimonie è mons. Mellera e il suo vice è mons. Fontana.

Per quanto riguarda le vesti e le insegne:

Ogni canonico maggiore e minore ha il titolo di monsignore, l'uso della veste talare paonazza, la concessione del rocchetto, la mantellina e la croce pettorale.
L'uso della ferula è riservato solamente all'arciprete (un tempo la utilizzava anche il cerimoniere!).
Fino a pochi anni fa il titolo di monsignore era riservato solamente ai canonici maggiori mentre i canonici minori non avevano nè l'uso della veste talare paonazza nè della croce e neppure della mantellina.




Si vede il beato cardinal Schuster sul pulpito del duomo di Milano con i due diaconi assistenti (canonici del duomo) il chierico crocifero in piviale e 2 chierici.
Nell'ingrandimento si vede il maestro delle cerimone del capitolo metropolitano di Milano ai tempi del beato cardinale Schuster. Come potete vedere sopra la veste talare indossa la "soprana", la vera soprana! quella con le ampie maniche... in quel momento della celebrazione il cerimoniere si trovava presso il pulpito dietro al celebrante e regge la "ferula", privilegio dell'ufficio che ricopriva.


Nella prima foto l'allora Arcivescovo mons. Montini presta assistenza pontificale dal trono; accanto a lui alla destra il canonico arcidiacono e a sinistra un altro canonico diacono entrambi mitrati, alla destra l'arciprete del capitolo in piviale funge da "prete" assistente (le due ferule che vedete: una è dell'arciprete l'altra del cerimoniere).
Nella seconda non si tratta dell'assistenza pontificale, l'Arcivescovo (ancora non cardinale) assiste dal trono in cappa magna (con ermellino); accanto a lui 2 canonici in cappa magna e l'arciprete del capitolo.
Più sulla destra il cerimoniere con il suo abito corale (soprana+cappa magna) e la ferula.



Un solenne pontificale del beato cardinale Schuster: ai piedi del trono i chierici "porta insegne" rivestiti del cosidetto "pivialino"; sulla destra il "circolo" dei canonici ciascuno rivestito secondo il proprio ordine (pianeta i presbiteri, dalmatica i diaconi, tunicella i suddiaconi)
Citazione:
Originally posted by pathos81@Aug 1 2006, 11:38 AM
Secondo le nuove costituzioni (approvate alla fine degli anni '90) tutto il capitolo (minore e maggiore) ha diritto alla veste paonazza con fascia, al rocchetto, alla mantellina paonazza e alla croce pettorale.
Il solo arciprete ha diritto alla ferula.




questo è l'abito corale dei canonici del duomo di milano (anello a parte...)

L'Aricprete nel giorno della presa di possesso della parrocchia del Duomo.


Il cerimonirere mons. G. Mellera (indossa la soprana nella sua "versione" odierna) col card. Tettamanzi.

Ultima modifica di Ambrosiano; 01-12-2008 alle 22:48.
chierichetto87 non è in linea  
Vecchio 26-08-2006, 00:10   #12
chierichetto87
Veterano di CR
Citazione:
Varese, Teatro Apollonio, 24 agosto 2006
IV Relazione. Intervento di mons. Marco Navoni,
Dottore Biblioteca Ambrosiana

Il triduo pasquale nel rito ambrosiano:
un cammino di memoria e di speranza


Prendiamo le mosse proprio dal sottotitolo di questa relazione per defmire la specificità del triduo pasquale nel rito ambrosiano: il triduo è precisamente un "cammino". È innanzitutto il cammino di Cristo nel suo mistero pasquale, un cammino che passa attraverso la passione e la croce per giungere alla gloria della risurrezione. Ma è anche il cammino della Chiesa e di ogni fedele, perché la Chiesa intera e ogni fedele sono chiamati, attraverso al celebrazione liturgica, a ripercorrere con Cristo questo stesso cammino, rivivendone nel mistero gli eventi di salvezza.
È per questo che la liturgia ambrosiana, in consonanza con numerose liturgie orientali e soprattutto con l'antica liturgia di Gerusalemme, ha sempre conservato una particolare specificità: il rispetto rigoroso della dimensione storica nella quale si fa presente l'evento di salvezza. Ci spieghiamo: la liturgia ambrosiana distribuisce nelle singole celebrazioni del triduo le pericopi del vangelo secondo Matteo in maniera tale che in ogni celebrazione venga proclamato il brano evangelico che a essa specificatamente si riferisce. In questo senso il triduo è davvero un "cammino di memoria": è la Chiesa che fa memoria di quegli eventi, ripercorrendone le tappe alla sequela del suo Signore che soffre, muore e risorge.
La cosa è evidentissima in riferimento alla proclamazione della passione del Signore. Essa non viene proclamata, come nella liturgia romana, per intero nel solo venerdì santo, ma è distribuita in due sezioni. Nella messa "in cena Domini" del giovedì santo viene proclamata la prima parte, quella che narra ciò che storicamente avvenne nella notte del primo giovedì santo: la cena pasquale con l'istituzione dell'eucaristia, l'agonia nel Getzemani, il bacio traditore di Giuda, l'arresto, il processo davanti al sinedrio e il rinnegamento di Pietro. E infatti, la narrazione si interrompe quando canta il gall0, perché ormai sta sorgendo l'alba del nuovo giorno.
Coerentemente al venerdì santo, nella celebrazione della morte del Signore, la narrazione riprende esattamente da dove era stata interrotta la sera prima, e ripercorre o meglio: fa ripercorrere alla Chiesa nel suo camnino di memoria - gli episodi che si sono storicamente verificati nel primo venerdì santo: il processo davanti a Pilato, la flagellazione, la condanna, la salita al calvario, la crocifissione, fino al momento culminante della morte in croce.
Dunque le due celebrazioni del giovedì santo sera e del venerdì santo pomeriggio vanno lette, e rivissute, in profonda unità: potremmo quasi dire che sono le due metà di una realtà unica, il mistero della passione e morte del Signore.
In effetti, la messa "in cena Domini" secondo la liturgia ambrosiana, propriamente non commemora l'istituzione dell'eucaristia, ma - come abbiamo già detto commemora il primo atto della passione del Signore, nella quale anche l'eucaristia trova la sua collocazione non solo dal punto di vista storico-cronologico ma anche teologico e salvifico. Ma proprio perché il giovedì santo commemora la prima parte della passione, di sua natura esso rimanda alla seconda parte, quel1a cronologicamente collocata e celebrata il venerdì santo.
Quando parliamo di giovedì santo e venerdì santo, in riferimento al triduo, usando i criteri cronologici "normali", ci sembra di indicare due giorni; in realtà, dal punto di vista liturgico, si tratta invece di un giorno solo, il primo giorno del triduo, il giorno del Cristo che soffre e che muore, del Cristo che comincia la sua passione al vespro del giovedì santo, durante la notte affronta la prova dell'angoscia, dell'agonia, dell'arresto e dell'abbandono, e giunge nel pomeriggio del venerdì santo al sacrificio supremo della croce. Per intenderei, usando una terminologia rubricale che aiuta in ogni caso a fare chiarezza, potremmo dire che, nel rito ambrosiano, la celebrazione della messa "in cena Domini" è come se fosse la celebrazione dei primi vespri del venerdì santo, o meglio, la celebrazione dei primi vespri del primo giorno del triduo, quello che commemora per l'appunto la passione e morte del Signore.
Non stupisce allora il fatto che i testi liturgici ambrosiani del giovedì santo non
accennino quasi mai all'istituzione del1'eucaristia, o ne accennino appena, mentre si dilunghino sul tema della passione, del tradimento di Giuda, della morte in croce, della figura del buon ladrone: si spingano cioè a considerare episodi che propriamente riguardano il venerdì santo. Ma se teniamo presente quanto abbiamo detto, non è una incoerenza che i testi del giovedì santo sera alludano a episodi del venerdì santo pomeriggio; anzi: è somma coerenza, è la coerenza della cronologia liturgica, la coerenza di quel cammino di memoria che la Chiesa è invitata a ripercorrere seguendo
le orme del proprio maestro.
Di questi testi del giovedi santo ne premdiamo in considerazione solo uno. Si tratta dell'antifona che la liturgia ambrosiana prevede dopo la lettura del vangelo; e quindi, nel caso della messa "in cena Domini", dopo la lettura della prima parte della passione. È un testo antichissimo, tradotto in latino direttamente e con estrema fedeltà letterale da un'antifona bizantina della seconda metà del V1 secolo e che solo la liturgia ambrosiana possiede in Occidente. È conosciuto generalmente dalle parole con cui inizia il testo latino: «Cenae tuae mirabili», corrispondenti all'originale greco (“Tou deìpnou sou tou mystikou»). Accanto al testo latino, proponiamo una nostra traduzione italiana.

Cenae tuae mirabili
hodie, Filius Dei, socium me accipis.
Non enim inimicis tuis hoc mysterium dicam;
non tibi dabo osculum, sicuti et Iudas,
sed sicut latro confitendo te:
Memento mei, Domine, in regno tuo.

"
Alla tua cena mirabile
oggi, o Figlio di Dio, mi accogli come amico.
Non divulgherò questo mistero ai tuoi nemici; non ti darò il bacio del tradimento come Giuda, ma come il ladrone ti imploro:
Ricordati di me, o Signore, nel tuo regno.


Il testo è breve, ma ricco di contenuti e di suggestioni. Si parla innanzitutto dell'ultima cena: è uno dei rari accenni all'eucaristia che troviamo nei testi liturgici del giovedì santo ambrosiano; accenno però importante, perché di fatto la notte del tradimento è il contesto storico in cui l' eucaristia è stata istituita e come tale la nostra antifona proprio dall'ultima cena prende le mosse. Ebbene, la cena del Signore è definita mirabile dalla redazione latina. Questo tuttavia è un aggettivo che forse dice poco, perché in italiano lo sentiamo immediatamente sinonimo di meraviglioso, di stupendo. A dire il vero la redazione originale greco-bizantina parla di cena mistica. E l'aggettivo mistico nella letteratura patristica e liturgica è un aggettivo ricchissimo di significati: praticamente una realtà è definita mistica quando, al di là delle apparenze, contiene o trasmette una verità spirituale e sacra più profonda. Nel caso dell'eucaristia, la verità del corpo e del sangue di Cristo, la presenza del suo sacrificio redentore.
Dunque la cena a cui Cristo invita il fedele nel cammino di memoria del giovedì santo è mirabile, è meravigliosa ( come dice il testo latino), proprio perché è mistica

(come dice il testo greco), perché in essa si fa presente l'offerta che il Signore Gesù
compie, nel sacrificio eucaristico, della sua vita a nostra salvezza.
Ma questo prezioso testo bizantino/ambrosiano, dopo il ricordo dell'ultima cena, accenna al bacio traditore di Giuda e continua alludendo all'episodio del cosiddetto buon ladrone, di cui vengono riprese, come preghiera personale, le ultime parole sulla croce (“Ricordati di me nel tuo regno”).
Nel complesso dunque l'antifona dopo il vangelo della messa "in cena Domini"
risulta in perfetta sintonia con la tematica propria del giovedì santo ambrosiano: infatti
dall'istituzione dell' eucaristia il testo si allarga alla notte del tradimento fino ad
abbracciare la stessa scena del calvario del venerdì santo, e si conclude con un accenno
implicito alla pasqua eterna che per il credente, come per il buon ladrone, si realizza
attraverso l'ingresso nel regno di Cristo.
Dunque è un testo che dalla notte del giovedì santo ci fa trapassare alla scena del
calvario del giorno successivo, anche se, dal punto di vista, liturgico - val la pena
ripeterlo - è lo stesso giorno, il primo del triduo, il giorno della passione e morte del
Signore.
Della celebrazione del venerdì santo riprendiamo, come testo significativo, il celebre responsorio Tenebrae; cantato appena prima della proclamazione della seconda
parte della passione del Signore, che culmina con 1a morte in croce. II testo ci è giunto
in una triplice redazione: romana, beneventana e per l'appunto ambrosiana. Dopo il testo latino, ne proponiamo una traduzione italiana.

Tenebrae factae sunt super universam terram dum crucifixerunt Jesum Judaei.
Et circa horam nonam
exclamavit lesus voce magna:
Deus. Deus, quid me dereliquisti?
Tunc unus de militibus
lancea latus eius perforavit.
Et inclinato capite, emisit spiritum.
Ecce terrae motus factus est magnus.
Nam velum templi scissum est,
et omins terra tremuit.
Et inclinato capite, emisit spiritum.

Si fece buio su tutta la terra
mentre i Giudei crocifiggevano Gesù.
E all'incirca alle tre del pomeriggio Gesù esclamò a gran voce:
o Dio. o Dio, perché mi hai abbandonato? Allora uno dei soldati
con una lancia gli perforò il costato.
E dopo aver reclinato la tesa, spirò.
Ed ecco vi fu un grande terremoto:
infatti il velo del tempio si spaccò
e tutta la terrà tremò.
E dopo aver reclinato la testa, spirò.


Come si può notare, questo testo è formato dalla commistione molto libera fra la scena della crocifissione secondo Matteo (Mt 27,45-56.51) e alcuni particolari della scena della crocifissione secondo Giovanni (Gv 19,30.34), specificatamente l'inclinato capite e soprattutto il colpo di lancia al costato. Sennonché la rielaborazione del testo liturgico ha fatto sì che, rispetto alla narrazione di Giovanni, il colpo di lancia venisse anticipato rispetto al momento della morte, quando Cristo è ancora vivo in croce. È stato fatto notare dagli studiosi che già alcuni codici del Nuovo Testamento trasmettono il testo della crocifissione secondo Matteo interpolato con la frase di Giovanni sul colpo di lancia anticipato rispetto al momento della morte, esattamente come il testo ambrosiano del Tenebrae. E si possono trovare testimonianze analoghe anche nei commenti dei Padri della Chiesa, così come nella documentazione iconografica: spesso infatti la scena della crocifissione viene rappresentata con il soldato che trafigge il costato di Cristo mentre questi è in croce ancora vivo e con gli occhi aperti (forse la prima rappresentazione iconografica di questo genere è il celebre evangeliario siriaco di Rabula del VI secolo).
È indubbio che questa ricomposizione dei fatti, per quanto contraria alla narrazione di Giovanni, risulta però funzionale in un testo liturgico come il nostro responsorio, perché permette di usare due volte come "responsum", la frase che compiutamente descrive l'evento celebrato: la morte di Cristo in croce ( «et inclinato capite emisit spiritum»): questa infatti è la meta del cammino di memoria iniziatosi ai vespri del giorno precedente e che ora nella solenne proclamazione della morte salvifica del Signore raggiunge il suo vertice.
La celebrazione della veglia pasquale ci apre invece al cammino di speranza. che sul cammino di memoria si innesta e da esso fiorisce. Sappiamo che già nella tradizione ebraica la notte pasquale condensava in sé quattro eventi cardine della storia della salvezza: la creazione del mondo, il sacrificio di Isacco, la liberazione dall'Egitto, l'avvento escatologico del Messia. La veglia pasquale cristiana eredita e reinterpreta in senso cristologico questi quattro episodi (tanto è vero che i primi tre entrano nella catechesi veterotestamentaria della veglia): in Cristo morto e risorto. prefigurato nel sacrificio di Isacco, il vecchio mondo tramonta e la creazione intera ritrova la propria novità; e il popolo di Dio, la Chiesa, rinnovato nelle acque battesimali, esce dalla vecchia condizione di peccato ed entra nella nuova condizione di grazia. Ma la veglia pasquale diventa anche l'occasione per commemorare e anticipare nel rito misterico l'incontro con Cristo nel suo ritorno glorioso alla fine dei tempi; anzi, ancora nel secolo IV, era viva la credenza che proprio durante una notte pasquale il Signore sarebbe tornato per instaurare il suo Regno.
Ebbene, la veglia pasquale ambrosiana accentua in maniera molto marcata questa tensione escatologica, come dimostra la parte finale del preconio, ci cui - come al solito - dopo il testo latino proponiamo una traduzione italiana:

Decet ergo adventum Sponsi
dulciatis Ecclesiae luminaribus opperiri,
et largitatem sanctitatis acceptam,
quanta valet devotionis dote, pensare.
nec sanctas interpolare tenebris excubias,
sed tedam sapienter perpetuis praeparare luminibus, ne, dum oleum candelis adiungitur,
adventum Domini tardo prosequamur obsequio,
qui certo in ictu ocuIi, ut coruscus, adveniet.
Igitur in huius diei vespere
cuncta venerabilis sacramenti plenitudo colligirur,
et quae diversis sunt praefigurata vel gesta temporibus, huius noclis curriculo devoluta supplentur.
Nam primum hoc vespertinum lumen,

sicut illa dux magorum stella, praecedit.
Deinde mysticae regenerationis unda subsequitur,
velut, dignante Domino, fluenta Iordanis.
Tertio resurrectionis Christi
vox apostolica sacerdotis annuntiat.
Tum ad totius mysterii supplementum
Christo vescitur turba fidelium.

Conviene dunque aspettare l'arrivo dello Sposo
con odorosi lumi
e considerare la grandezza del dono di grazia ricevuto
con quanta più devozione possibile.
Non dobbiamo frammischiare le tenebre alla santa veglia
ma preparare sapientemente la fiaccola con lumi perenni,
affinché non capiti che, mentre si aggiunge olio alle lampade,
a causa dell'indugio ritardiamo l'incontro con il Signore che viene, il quale certamente in un batter d'occhio verrà, come un lampo.
Dunque nel vespero di questo giorno
si raccoglie tutta la pienezza della storia della salvezza:
e tutti ifatti prefigurati e avvenuti in tempi diversi
nello svolgersi di questa notte si avverano.
Infatti in primo luogo questo lume vespertino
ci precede, come la stella dei Magi.
Poi subentra l'acqua della mistica rigenerazione,
come i flutti del Giordano santificati dal Signore.
Per tre volte la voce apostolica del sacerdote
annuncia la risurrezione di Cristo.
E infine, perché tutto il mistero si compia,
il popolo dei credenti si nutre di Cristo.



La veglia pasquale dunque, secondo il preconio ambrosiano, è attesa della venuta
dello Sposo, e i riferimenti alle lampade da tenere prudentemente accese, senza perder tempo a cercare olio da aggiungere, ritardando così l'incontro con il Signore che viene. pone la Chiesa nell'atteggiamento delle vergini sagge della parabola (cfr. Mt 25) invitate alla festa di nozze. Anche l'accenno al Signore che verrà con certezza come il lampo che brilla improvviso (Le 17,24) rimarca la dimensione escatologica di questo incontro.
E in effetti la stessa veglia ambrosiana, nella sua struttura, è carica di una intrinseca dinamicità. Il cero pasquale - ad esempio, ci dice il Preconio - non è nella tradizione ambrosiana immediatamente simbolo di Cristo risorto, come per la veglia di rito romano; piuttosto è come la stella dei Magi che precede il cammino della Chiesa-Sposa sostenendola con la sua luce verso l'incontro con il Signore risorto, lo Sposo che sta per tornare.
Una luce che si attualizza nella Parola di Dio proclamata durante la lunga catechesi veterotestamentaria, attraverso la quale si ripercorrono eventi antichi verificatisi in tempi diversi, e che pure si rendono liturgicamente presenti e attuali nella celebrazione della veglia nel corso di un unica notte.
La meta di questo cammino della Sposa lungo la storia della salvezza incontro allo Sposo è il cuore della veglia ambrosiana al termine della catechesi veterotestamentaria, quando il "sacerdos", propriamente il vescovo, con voce apostolica, proclama per tre volte l'annuncio kerigmatico: «Christus Dominus resurrexit», «Cristo Signore è risorto». Non ci sono riti allegorici per indicare lo Sposo che si è fatto finalmente presente nella sua gloria di risorto dopo i giorni della passione e del lutto; non si usano simboli (appunto, neppure il cero pasquale). C'è il kerigma apostolico nella sua essenzialità che lungo i secoli la voce dei successori degli apostoli ripetono ogni anno nel cuore della veglia, annunciando alla Chiesa Sposa che lo Sposo è finalmente arrivato.
Ma l'incontro tra lo Sposo e la Sposa, se non viene indicato attraverso allegorie o elementi simbolici, si realizza e si attualizza nei sacramenti, dove - come dice sant' Ambrogio stesso - abbiamo la possibilità di "tenere Christum", di tenerlo stretto a noi, di incontrarlo, di abbracciarlo (cfr. Apologia David, 58). E infatti la Chiesa incontra Cristo innanzitutto nel battesimo, in quel lavacro con il quale egli, lo Sposo, la rende per sé Sposa santa e immacolata (cfr. Ef 5,25-26).
Ma soprattutto, «ad totius mysterii supplementum», «affinché il mistero celebrato giunga alla sua pienezza», è nella comlU1ione eucaristica che la; Chiesa incontra Cristo risorto, o meglio che la Sposa incontra lo Sposo e si unisce a lui nelle mistiche nozze.
In conclusione potremmo dire che è proprio la simbologia nuziale che emerge cosi evidente nella veglia pasquale, quella che ci permette di re-interpretare correttamente tutto il cammino di memoria e di speranza del Triduo Pasquale ambrosiano.
In effetti chi è chiamato a rivivere nella liturgia il Triduo Pasquale non è un cronista, il cui compito sarebbe quello di ricostruire gli eventi dal punto di vista cronologico e riuscirebbe a fare il suo lavoro tanto meglio quanto più riuscisse a farlo in maniera staccata. asettica, oggettiva. Nella celebrazione liturgica è la Chiesa che è chiamata non a ricostruire gli avvenimenti della Pasqua di Cristo, ma a riviverli, e a riviverli con quella compartecipazione affettiva che è tipica della Sposa che segue lo Sposo nel suo cammino di passione, morte e risurrezione. TI suo è dunque un cammino di "memoria", da intendersi nel senso alto, biblico e liturgico del termine: non ricordo psicologico di avvenimenti passati, ma "memoriale" di un evento che si fa oggi per lei attuale e salvifico.
E così, tentando di periodizzare i tre giorni del Triduo secondo le indicazioni della tradizione ambrosiana, potremmo dire che la Chiesa Sposa rivive, nel primo giorno del Triduo (dalla celebrazione vespertina del giovedì santo alla celebrazione pomeridiana del venerdì santo), cioè il giorno del "Christus crucifixus", la memoria dello Sposo che per lei si è offerto nella passione e nella morte di croce; il sabato santo, secondo giorno del Triduo, cioè il giorno del "Christus sepultus", la Sposa entra in una condizione di lutto e di silenzio, perché lo Sposo le è stato strappato e sta riposando nel sonno del sepolcro. Ma è un lutto sostenuto dalla speranza, dall'attesa e dalla certezza di ritrovare lo Sposo: e così la Chiesa entra fiducia sa, nel terzo giorno del Triduo, che decorre dalla veglia pasquale ai vespri della domenica di risurrezione, cioè il giorno del “Christus suscitatus". In questo passaggio, in questa "pasqua", il suo cammino di memoria si fa cammino di speranza e di certezza. Veramente - come diceva un autore cappadoce della prima metà del IN secolo (Asterio il Sofista) - la notte di pasqua è la "notte ninfagoga" della Chiesa, la notte che, attraverso i sacri misteri, fa reincontrare dopo i giorni della passione e del lutto, la Sposa e lo Sposo.



Nota Bibliografica essenziale

A.I. SCHUSTER, La liturgia della settimana santa nel rito della Chiesa Milanese, Milano, ed. Vita e PensÌero, 1938.

E. CATTANEO, Il dramma liturgico della settimana santa nel rito ambrosiano, «Ambrosius», 32 (1956), pp. 65-91.

M. HUGLO, L'annuncio pasquale n ella liturgia ambrosiana, «Ambrosius» 33 (1957), pp. 88-91.

K. LEVY, A hymn for thursday in Holy Week, <<Journal of the American Musicological Society» 16 (1963), pp. 127-175.

.'

E.T. MONETA CAGLIO, L'annuncio della Risurrezione nel rito ambrosiano (vi si è ispirato anche il Manzoni), «Ambrosius» 69 (1973), pp. 194-197.

C. ALZATI, Alcune note in margine alla celebrazione della veglia pasquale nella tradizione liturgica ambrosiana, «Ambrosius», 52 (1976), pp. 310-325. 380A01.

IDEM, Alcune osservazioni sul lucernario della veglia pasquale ambrosiana, «Ambrosius», 53 (1977), pp. 168-181.

IDEM, Il triduo pasquale nei nuovi libri liturgici della Chiesa Ambrosiana, «Rivista Liturgica», 66 (1979), n. l, pp. 61-89.

Celebrare l'unità del mistero pasquale. 1. Il Triduo oggi e il Prologo del giovedì santo, a cura di A CATELLA e G. REMONDI, Leumann LDC, 1994.

La tunica variegata. Conversazioni sul rito ambrosiano, a cura di M. MAURI, Milano, NED, 1995:

- C. ALZATI, Ecco il momento favorevole. Il cammino verso la Pasqua nella tradizione
ambrosiana, pp. 125-150.
- IDEM, Solemnitatum omnium honoranda solemnitas. La Chiesa ambrosiana e il
Mistero pasquale, pp. 151-175.
- IDEM, Il lucernario della Veglia Pasquale ambrosiana, pp. 176-184.

Hebdomadae sanctae celebratio. Conspectus historicus comparativus. The Celebration of the Holy Week in Ancient Jerusalem and its Developement in the Rites of East and West. L'antica celebrazione della Settimana Santa a Gerusalemme e il suo sviluppo nei riti dell'Oriente e dell'Occidente, A.G. KOLLAMPARA,MPILL cura et studio (= Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae» «Subsidia», 93), Roma, C.L.V. - Edizioni Liturgiche, 1997:
- S. JANERAS, La Settimana Santa nell'antica Liturgia di Gerusalemme, pp. 19-50.
- C. RENOUX, La Grande semaine dans les textes du rite arménien, pp. 51-65.
- R. TAFT, Holy Week in the Byzantine Tradition, pp. 67-91.
- K. HABTEMICHAEL, La celebrazione della Settimana Santa nella chiesa Etiopica, pp.
93-134.
- A.G. KOLLAMPARAMPILL. Week of the Victorious Paschal Lamb: From Palm Sunday
fo Easter Sunday in the East Syrian Liturgy, pp. 135-163. - B. VARGHESE, Holy Week Celebration in the West Syrian Church, pp. 165-186. - A. W ARD, Holy Week in the Ambrosian Liturgy, pp. 187-235.

- J. PINELLI PONS, La semana santa en el a1ltiguo rito hispanico, pp. 237-275.
- A. NOCENT, La Semaine sainte dans la liturgie romaine, pp. 277-310.

M. NAVONI, La settimana santa ambrosiana. Storia e spiritualità, Milano, Centro Ambrosiano, 1999.


Sintesi
La relazione presenta sinteticamente le specificità tipiche del Triduo Pasquale secondo la tradizione ambrosiana, mettendo in evidenza il cammino che la Chiesa-Sposa è chiamata a percorrere alla sequela dello Sposo nei tre giorni della passione e morte, del riposo nel sepolcro, della gloria della risurrezione. Tale cammino di "memoria" diventa casi anche cammino di "speranza". Durante la relazione verranno commentati tre testi tipici del Triduo pasquale ambrosiano, dei quali verrà proposta anche l'esecuzione musicale.
scarica il testo dal sito della diocesi di Milano
chierichetto87 non è in linea  
Vecchio 22-02-2007, 19:44   #13
donmitch
Sacerdos
LA LITURGIA DELLA CHIESA DI MILANO




Sulla base di alcuni volumi ultimamente usciti, si vuole qui appuntare l’attenzione sull’ antico Rito Liturgico che ancora oggi è proprio dell’Archidiocesi di Milano e di alcune Parrocchie nelle Diocesi di Bergamo, Novara, Como, Pavia e Lugano nella Confederazione Elvetica.

Il “caso Ambrosiano” è l’unico all’interno della famiglia dei Riti Liturgici Latini.
Il nucleo centrale si fa risalire all’opera di Sant’Ambrogio e definiamo Rito Ambrosiano “…la liturgia che realmente o anche solo nominalmente, si ispira alla Liturgia usata da Sant’Ambrogio e che si concretizza in quella tradizione propria che gravita attorno a Milano, sede episcopale di Ambrogio, e ai territori limitrofi o satelliti della metropoli.”[1]
Chi oggi vuole studiare e approfondire la Liturgia Ambrosiana nella sua massima espressione, ovvero quella celebrata nel Duomo di Milano, che è Cattedrale e Madre di tutte le Chiese della Diocesi, ha a disposizione un bellissimo testo corredato di un ottimo apparato fotografico edito lo scorso mese di Dicembre dalle Edizioni Centro Ambrosiano e curato da Mons. Marco Navoni, Dottore della Biblioteca Ambrosiana e Vice Maestro delle Cerimonie del Duomo.[2]

Mons. Navoni, con la competenza e la finezza che gli sono proprie, ci presenta la Liturgia Ambrosiana nella sua forma celebrativa esemplare, ovvero quella presieduta dal Cardinale Arcivescovo di Milano, che del Rito Ambrosiano è sommo custode e “Capo Rito”. Proprio questa caratteristica dell’Arcivescovo ha fatto sì che fin dai secoli antichi i libri liturgici fossero concepiti come se a presiedere i Riti fosse sempre l’Arcivescovo, nella sua qualità appunto di “Capo Rito”. Per un primo approccio storico ben strutturato possiamo vedere il testo a cura di Marco Mauri dal titolo La tunica variegata. Conversazioni sul Rito Ambrosiano.[3]
Il “caso milanese” non è una particolarità, visto che l’area geografica italiana nel periodo storico compreso fra le origini del Cristianesimo e il secolo VII vede la particolare fioritura di diverse tradizioni liturgiche come quella ambrosiana, aquileiese, campano-beneventana, e quella ravennate. Di tutte queste diverse tradizioni liturgiche oggi non resta che il solo ricordo, fatta eccezione per quella ambrosiana . Per gustarne la profondità e la ricchezza teologica. Si possono consultare a questo proposito sia il Dizionario di Liturgia Ambrosiana, sia il testo L’anno Liturgico Ambrosiano. Brevi meditazioni, entrambi a cura di Mons. Marco Navoni.[4]
Nei secoli che vanno grosso modo dal I al III-IV, non abbiamo traccia di particolari codificazioni liturgiche, tanto è vero che possiamo parlare di “improvvisazione” e di generale “proliferazione” di riti e formule, anche eucologiche. Ma a Milano, la prima evangelizzazione è accompagnata da un progressivo avvio della codificazione liturgica con la fissazione delle prime formule scritte.
Tra i secoli III-IV e VI-VII, si assiste a una diffusa codificazione dei Riti liturgici ad opera di grandi Vescovi. Milano non è da meno in questo campo, basti ricordare che San Simpliciano (+401) porta a compimento l’Ufficio Ambrosiano dove Sant’Ambrogio non aveva terminato. Fu proprio il santo Vescovo milanese ad introdurre nella Liturgia alcuni inni, veglie liturgiche e splendide antifone.
Il Rito Ambrosiano ha una matrice del tutto particolare che possiamo sintetizzare così:
1.profondo antiarianesimo (difatti la nascita, lo sviluppo e la stabilizzazione del Rito Ambrosiano sono segnate dall’aspro confronto con l’arianesimo puro e poi di tipo barbarico) che imprime nel cuore liturgico della Chiesa di Milano un forte e inattaccabile “Cristocentrismo”;
2.particolare vicinanza con elementi liturgici orientali.
Non solo nella forma celebrativa, ma anche nello stesso calendario, la Chiesa di Milano ha delle sue particolarità significative. L’anno liturgico comincia con la I Domenica di Avvento, come nel Rito Romano, ma con la differenza che l’Avvento Ambrosiano inizia due settimane prima di quello Romano. Gli ambrosiani hanno quindi sei settimane, e non quattro, di preparazione al Natale.
La Quaresima inizia non con l’austera celebrazione del Mercoledì delle Ceneri, ma con la I Domenica che viene definita “in capite quadragesimae” e si caratterizza con l’usanza di non celebrare la Santa Messa i Venerdì di Quaresima. Il Venerdì risulta quindi essere giorno “aliturgico”. La Settimana Santa poi, centro e cuore di tutto l’anno liturgico, ha un suo ordine proprio e un particolare modo di celebrazione incentrato sugli aspetti cronologici degli ultimi momenti di vita del Signore.
La Chiesa milanese ha anche un diverso uso dei colori liturgici nei sacri paramenti, come il colore rosso per le celebrazione che pongono particolare rilievo al “mistero eucaristico” (in Rito Romano si usa il bianco) o il “morello” (particolare tonalità del viola) durante la Quaresima e l’Avvento.
Tra i maggiori studiosi della tradizione liturgica milanese non posso dimenticare Mons. Marco Magistretti (Milano 1862-1921). Molti dei suoi manoscritti, conservati nell’archivio del Venerando Capitolo del Duomo, attendono di essere ripresi e pubblicati.[5]


[1]Cfr. M. Navoni (a cura di), Dizionario di Liturgia Ambrosiana, Milano, NED, 1996, pag. 278.

[2]Cfr. M. Navoni (a cura di), Il Duomo di Milano e la Liturgia Ambrosiana, Milano, Edizioni Centro Ambrosiano, 2005, pag. 160.

[3]Cfr. M. Mauri (a cura di), La tunica variegata. Conversazioni sul Rito Ambrosiano, Milano, NED, 1995, pagg. 256.

[4]Cfr. M. Navoni (a cura di), Dizionario di Liturgia Ambrosiana, Milano, NED, 1996, pag. 647 e M. Navoni, L’Anno Liturgico Ambrosiano. Brevi meditazioni, Milano, NED, 1993, pag.180.

[5]Si veda a questo proposito M. Navoni (a cura di), Dizionario di Liturgia Ambrosiana, Milano, NED, 1996, alla voce Magistretti Marco, pagg. 305-307.
donmitch non è in linea  
Vecchio 08-05-2007, 13:45   #14
chierichetto87
Veterano di CR
Exclamation Indice Ambrosiano

Per la comodità degli utenti riporto anche qui i collegamenti alle principali discussioni con tematiche "AMBROSIANE":

Nella sotto-sezione "Liturgia Ambrosiana" troverete in rilievo il calendario dell'anno liturgico corrente.

*Cliccando QUI all'inizio della discussione troverete il comune della Messa in rito Ambrosiano.

Nella sotto-sezione "Liturgia Ambrosiana" troverete in rilievo il proprio delle Messe domenicali ed i riferimenti alle letture delle Messe feriali per l'anno corrente.

*Cliccando QUI i riti della Settimana Santa.

*Cliccando QUI il nuovo lezionario ambrosiano

*Cliccando QUI potrete inserire tutte domande che volete, segnalare errori o mancanze relative a questa o ad altre discussioni che trattano la liturgia ambrosiana.

Ultima modifica di Ambrosiano; 23-11-2009 alle 22:44. Motivo: Tolti riferimenti obsoleti
chierichetto87 non è in linea  
Vecchio 09-07-2007, 19:29   #15
chierichetto87
Veterano di CR
Arrow mio contatto e-mail

Rinnovando l'affetto per i forumisti conosciuti in questi mesi e avendo maturato la decisione di tenermi lontano dai forum per un po' di tempo, vorrei lasciare a chi avesse la necessità o il desiderio di contattarmi questo recapito:

chierichetto87@email.it

Vi pregherei però di non contattarmi per parlare di questioni relative al forum. grazie

(ringrazio l'ammistratore per lo spazio concesso a questo messaggio personale)
chierichetto87 non è in linea  
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