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P. Pierre Blet, S.J., insigne esperto di Storia della Chiesa (18/11/1918-29/11/2009)
dal blog di Andrea Tornielli
29 Nov 09 E’ morto padre Pierre Blet Questa mattina alle 9, all’ospedale Santo Spirito, dov’era ricoverato da qualche giorno in seguito a un infarto, è morto il gesuita francese Pierre Blet, l’ultimo studioso ad aver fatto parte dell’equipe incaricata da Paolo VI di vagliare i documenti dell’Archivio Segreto vaticano relativi alla Seconda guerra mondiale. Da quella ricerca, conclusa all’inizio degli anni Ottanta, erano scaturiti dodici volumi di Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale (Città del Vaticano, 1965-1981) , che rappresentano un’eccezionale quanto dimenticata fonte di informazioni storiche, data la mole dei documenti pubblicati. Da quelle carte emerge con chiarezza l’attitudine della Santa Sede negli anni della guerra e l’aiuto portato a tutti i perseguitati. Rimasto lucidissimo fino all’ultimo, padre Blet, che aveva 91 anni, nei giorni scorsi aveva concesso un’intervista al quotidiano Avvenire - la sua ultima intervista - parlando della cosiddetta “enciclica nascosta”, il testo antirazzista che Papa Pio XI aveva commissionato al gesuita americano John La Farge. Padre Blet ha pubblicato vari libri. Ricordo il fondamentale volume Pio XII e la seconda guerra mondiale negli archivi vaticani (Edizioni San Paolo, 1999), così come vale la pena ricordare che Giovanni Paolo II, rispondendo alle domande dei giornalisti su Pio XII e sull’atteggiamento da lui tenuto durante la Shoah, tagliò corto rispondendo “Leggete padre Blet”. Ho avuto modo di conoscere personalmente questo grande studioso, simpatico e umile, e ho avuto l’onore di averlo come relatore alla presentazione di uno dei miei libri su Papa Pacelli. Sono certo che oggi, ad accoglierlo nella comunione dei santi, abbia trovato in prima fila quel “Pastor angelicus” sulla cui opera aveva così tanto scritto. fonte: http://blog.ilgiornale.it/tornielli/...e-pierre-blet/
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È morto lo storico gesuita Pierre Blet per sessant'anni al servizio della Santa Sede Intellettualmente nel cuore del cattolicesimo di Andrea Riccardi ![]() "Leggete padre Blet" - rispose Giovanni Paolo II ai giornalisti che lo interrogavano su Pio XII e la sua politica durante la seconda guerra mondiale. Papa Wojtyla veniva dalla Chiesa polacca, che non solo aveva sofferto durante l'occupazione tedesca, ma aveva vissuto problemi di comunicazione con Roma, anzi era stata investita dalla propaganda nazista che ritraeva Papa Pacelli lontano dai polacchi. Giovanni Paolo II conosceva la drammaticità e la complessità dei problemi della Chiesa durante l'ultima guerra mondiale e per questo aveva detto: "Leggete padre Blet". Infatti Pierre Blet era tutt'altro che uno scrittore di corte, qualcuno per cui la storia coincideva con l'interesse della sua istituzione, come è stato troppo a lungo pensato. È stato uno storico attento alla complessità, un ricercatore che non prescindeva mai da una scrupolosa inchiesta negli archivi. Si è spento a più di novant'anni, ma non ha perso mai la passione per il dibattito storico. Recentemente, in un'ultima intervista sui "silenzi" di Pio XII, rispondeva a chi gli chiedeva che cosa si troverà negli archivi vaticani al momento della loro apertura: "Troveranno che non abbiamo nascosto niente". Pierre Blet era stato uno dei quattro storici gesuiti, chiamati da Paolo VI, a pubblicare i documenti vaticani sulla seconda guerra mondiale, a seguito delle polemiche sui "silenzi" di Pio XII all'inizio degli anni Sessanta. Papa Montini aveva preso una decisione coraggiosa, che avrebbe portato alla stampa di dodici ponderosi volumi contenenti i documenti della Santa Sede tra il 1939 e il 1945. Sono una fonte essenziale per chi vuole ricostruire non solo la storia della Chiesa in quel periodo, ma anche per chi vuol fare la storia della guerra in tutti i suoi risvolti diplomatici, sociali, religiosi. L'obiezione fatta all'opera dei quattro gesuiti (conclusa con la stampa dell'ultimo volume nel 1981) è che non può sostituire il contatto diretto con la documentazione. È vero che la ricerca in archivio è altra cosa rispetto all'utilizzo delle fonti a stampa; ma si può star certi che i gesuiti hanno fatto un lavoro scrupoloso e onesto, anche quando qualche documento da pubblicare non era del tutto favorevole all'esaltazione del lavoro della Santa Sede. La scelta di far conoscere la documentazione della Santa Sede fu un atto di coraggio e di fiducia nella storia da parte di Papa Montini, se si pensa che i primi volumi videro la luce a meno di dieci anni dalla morte di Pio XII. Paolo VI, stretto collaboratore di papa Pacelli durante la guerra, era convinto, anche per esperienza diretta, che la Santa Sede avesse fatto la scelta più giusta in quei frangenti. Qualche volta l'utilizzazione dei documenti pubblicati dai gesuiti avrebbe giovato alla ricerca storica, spesso diffidente verso questa fonte. Del resto basta scorrere i dodici volumi sulla Santa Sede e la guerra mondiale, per accorgersi - anche solo per il ponderoso apparato critico - della serietà e del rigore del lavoro fatto dai quattro storici gesuiti. Padre Blet è stato uno storico della Santa Sede, nel senso che si è collocato intellettualmente nel cuore della Chiesa cattolica. Ha prestato tanti servizi alla Chiesa: è stato consultato su numerosi problemi, ha insegnato non solo nella Pontificia Università Gregoriana, ma ha anche formato i giovani ecclesiastici che si preparavano al servizio internazionale della Santa Sede. Era un uomo che conosceva bene la storia e il presente del governo centrale della Chiesa, erudito e saggio. Aveva il senso alto del servizio alla Chiesa, maturato in tanti anni di impegno umile e fattivo. La sua convinta appartenenza alla Santa Sede non significa che fosse uno storico di parte o un apologeta incapace di vedere la realtà. Rifiutava però un approccio sensazionalistico e scandalistico alla storia di un'istituzione di cui conosceva la complessità, le fragilità e le grandezze. La sua vita era estremamente ritirata, a differenza del suo confratello Robert Graham, amante più di lui di dibattiti e incontri. Una volta incontrai Blet in una commissione di tesi all'università di Nanterre in Francia, dove entrambi eravamo invitati dall'amico, lo storico Philippe Levillain. Il gesuita mi disse: "Sono un uomo discreto". Lo era. Aveva cominciato a parlare, rilasciando interviste, soltanto quando si era sentito la responsabilità di essere l'ultimo testimone di quella grande ricerca sugli archivi di Pio XII. Era così uscito dal suo abituale riserbo. Lo ha fatto sino alla fine con un'ultima intervista, perché convinto che il dibattito pubblico non rendesse giustizia alla verità della storia di Papa Pacelli e della Chiesa durante la seconda guerra mondiale. Su questa vicenda aveva pubblicato un volume in cui richiamava all'esigenza di stare ai fatti e ai documenti, ma anche di considerare il contesto internazionale in cui la Santa Sede venne a operare dal 1939. Uomo con un alto senso della Chiesa, padre Blet non era uno storico di parte, proprio perché veniva da una scuola che l'aveva educato a stare ai documenti e ai fatti. Non era nato come storico dell'età contemporanea, ma veniva da una tradizione di ricerca sul lungo periodo, specie sull'età moderna. Aveva pubblicato vari studi sulla vicenda del clero francese tra Seicento e Settecento, durante il regno di Luigi XIV, servendosi della documentazione delle assemblee del clero e di altro prezioso materiale. Da questa esperienza traeva un rigore nella ricerca e nell'uso degli archivi. Era anche un esperto della diplomazia pontificia, di cui aveva tracciato un ampio panorama dalle origini sino all'inizio dell'Ottocento. Studioso dell'età moderna e delle relazioni internazionali, aduso a complesse ricerche archivistiche, padre Blet affrontò gli anni di Pio XII con la convinzione, maturata nelle lunghe frequentazioni delle carte della Santa Sede, che la Chiesa non avesse nulla da temere dalla storia. È la convinzione di una scuola di storici ecclesiastici che, dall'apertura degli archivi vaticani con Leone XIII, unisce rigore scientifico alla passione per la Chiesa. Questa tradizione perde, con la morte di padre Blet, un insigne esponente. (©L'Osservatore Romano - 30 novembre 1 dicembre 2009)
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Non c'è Chiesa senza Roma di Philippe Levillain Padre Blet aveva un nome: Pierre. Veniva utilizzato raramente. Si diceva semplicemente padre Blet. Eppure era tutto lì, nella tessitura onomastica del membro della Compagnia di Gesù, nella quale era entrato nel 1937, dedicandosi al servizio di Pietro. È questa obbedienza ai voti dell'ordine da lui scelto che lo avrebbe portato ad accettare di partecipare in modo rilevante all'edizione degli Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale, voluta da Paolo VI dopo le insinuazioni spettacolari del Vicario di Rolf Hochhut nel 1964, che stigmatizzavano Pio XII per la sua complicità nello sterminio del popolo ebreaico, la Shoah. Nato il 18 novembre 1918, padre Blet nel 1950 venne chiamato come professore di storia moderna presso la Facoltà di storia ecclesiastica della Pontificia Università Gregoriana. Visse intensamente gli anni di Pio XII. Insegnò storia diplomatica presso la Pontificia Accademia Ecclesiastica dal 1965 al 1995 e formò molti grandi diplomatici della Santa Sede in seno a una istituzione un tempo detta l'Accademia dei nobili ecclesiastici. La matrice del suo pensiero in termini di Chiesa si colloca nella tesi sostenuta nel 1959: Le Clergé de France et la monarchie. Étude sur les assemblées Générales du clergé de 1615 à 1666. Padre Blet aveva visto giusto: non c'è Chiesa senza Roma. La monarchia aveva bisogno di consulenze. In modo spontaneo padre Blet formava un collegamento tra la diplomazia, la Santa Sede e il temperamento francese. La sua grande opera, pubblicata nel 1962, su Girolamo Ragazzoni, vescovo di Bergamo, testimoniava questa straordinaria capacità dello sguardo di Roma su un mondo lacerato. La visione di Giovanni XXIII vi aveva contribuito. Come Papa, nonostante la brevità del pontificato. La ricca opera di Padre Blet, il cui ultimo libro Richelieu et l'Église Bruxelles, André Versaille éditeur, 2007) ha riscosso un grande successo in Francia, non basta a dare conto della sua sorprendente personalità. Uomo pio, modesto, sempre accogliente, sempre sorpreso dall'interesse che gli veniva mostrato, padre Blet viveva alla Gregoriana la pienezza della vita al quarto piano dal lungo corridoio dove accompagnava gli ospiti con la massima cortesia. Parlava di cose importanti e, soprattutto, verso la fine della sua vita si preoccupava che venisse compresa quale fosse la forma di santità di Pio XII, Papa disperato, Papa sacrificato alla ragione di Stato: quella dello stato del cristianesimo, che forse sarebbe morto. Affrontava gli eventi con serenità, era fiducioso. È così che ha accettato con calma l'ordine storico delle sue convinzioni. Esperto non solo di Pio XII Noto universalmente per i suoi studi su Pio XII e la seconda guerra mondiale padre Pierre Blet oltre all'opera monumentale in dodici volumi Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale redatta in collaborazione con Robert Graham, Angelo Martini, Burkhart Schneider (Città del Vaticano, Libreria editrice Vaticana, 1965-1982) è autore del volume Pie XII et la Seconde guerre mondiale d'après les archives du Vatican (Paris, Perrin, 1997). Ma il gesuita Blet era anzitutto un modernista. Ecco alcuni titoli della sua bibliografia: Le Clergé de France et la monarchie. Étude sur les assemblées Générales du clergé de 1615 à 1666, (Roma, Pontificia Università Gregoriana, 1959); Girolamo Ragazzoni évêque de Bergame nonce en France. Correspondance de sa nonciature 1583-1586, (Paris-Rome, De Boccard - Université Grégorienne, 1962); Correspondace du nonce en France Ranuccio Scotti 1639-1641, (Paris-Rome, De Boccard - Université Grégorienne, 1965); Les Assemblées du clergé et Louis XIV de 1670 à 1693 (Roma, Pontificia Università Gregoriana, 1972); Histoire de la représentation diplomatique du Saint-Siège des origines à l'aube du XIX siècle (Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 1982 e 1990); Le Clergé de France, Louis XIV et le Saint-Siège de 1695 à 1715, (Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 1989); Le Clergé du Grand Siècle en ses assemblées, (Paris, Cerf, 1995). (©L'Osservatore Romano - 30 novembre 1 dicembre 2009)
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E il Re Sole tramontò davanti a Papa Pacelli di Raffaele Alessandrini "Padre Blet in ospedale? L'ho trovato lucidissimo, pieno di vita nonostante le sue serie condizioni di salute. Era davvero molto divertito dal cancan mediatico suscitato dalle sue dichiarazioni su Pio XII e sulla Humani generis unitas, di cui, giorno dopo giorno, era aggiornato dal confratello Peter Gumpel, il postulatore della causa di canonizzazione di Pio XII". Così Filippo Rizzi, il collega di "Avvenire" al quale lo storico gesuita aveva rilasciato pochi giorni fa la sua ultima intervista, racconta al nostro giornale le sue impressioni e i suoi ricordi a caldo sulla notizia, appena giunta, della morte dell'ultimo dei quattro studiosi della Compagnia di Gesù che per incarico di Paolo VI curarono la pubblicazione dei dodici volumi degli Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1965-1982). Dopo la morte dei padri Burkhart Schneider (1976) e Angelo Martini (1981) i superstiti dell'impresa erano stati Robert Graham - che, sul finire del 1981, aveva con fierezza potuto scrivere a un vecchio amico giornalista: "Missione compiuta. Due morti" - e proprio lui, Pierre Blet. Padre Graham sarebbe morto nel 1997, dopo quindici intensi anni di studi e approfondimenti. Sulla breccia sarebbe rimasto solo padre Blet. Proprio lui che era il meno contemporaneista dei quattro storici. Agli inizi, come raccontava, aveva accettato l'incarico per obbedienza. I suoi interessi specifici riguardavano soprattutto la Francia del Seicento, del Re Sole e di Richelieu, come dimostra ampiamente la sua bibliografia. Eppure il gesuita francese si sarebbe grandemente appassionato della figura di Pio XII. Un Papa il cui atteggiamento accorto, di riservato e operoso "silenzio" - ricordava Blet in questi ultimi giorni - avrebbe avuto un significativo riconoscimento anche da Martin Gilbert, il biografo di Winston Churchill. Per Gilbert infatti proprio l'atteggiamento di Pio XII fu decisivo per la salvezza di un grande numero di ebrei dallo sterminio. Padre Blet, come ricorda ancora Rizzi, dopo essersi tanto dedicato agli anni della guerra, sperava di poter scrivere una sintesi del pontificato di Papa Pacelli. Studiando le sue encicliche era certo di vedere in lui l'autentico precursore del concilio Vaticano II. (©L'Osservatore Romano - 30 novembre 1 dicembre 2009)
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Onde evitare fraintendimenti, preciso che il termine "modernista" va inteso nel senso di studioso di storia moderna (come del resto si evince dal proseguio dell'articolo), così come, ad esempio, uno studioso di storia medievale viene definito "medievista", non certo di seguace dell'eresia che va sotto il nome di "modernismo"
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Garbo e rigore scientifico di un grande storico Pierre Blet e l'Archivio Vaticano ![]() Mercoledì 5 maggio si è svolto a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana, il convegno "Tra Parigi e Roma. L'opera storiografica di padre Pierre Blet (1918-2009)". Pubblichiamo ampi stralci della relazione del vescovo prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano. di Sergio Pagano La prima visita di studio del padre Pierre Blet all'Archivio Segreto Vaticano risale al 19 ottobre 1956, quando mancava un mese al suo trentottesimo compleanno. Sul registro della segreteria dichiarò la materia di studio: "Storia ecclesiastica XVII secolo". Quel giorno non saliva nelle sale di studio, ma vi tornava il giorno dopo. Vi avrebbe trovato allora, intenti nelle loro ricerche, studiosi di chiara fama e anche alcuni confratelli. Alcuni di questi ricercatori si occupavano di edizioni di fonti di nunziature o di documenti diplomatici della Santa Sede; non è pertanto fuor di luogo pensare che dai soliti scambi di idee che avvengono per consuetudine fra i ricercatori che frequentano l'Archivio Vaticano nascesse fin da allora in Padre Blet l'idea di un saggio sulla diplomazia vaticana, che apparirà di lì a 24 anni, nel 1982, con il titolo Histoire de la représentation diplomatique du Saint Siège des origines à l'aube du XIX siècle. Padre Blet si recò per l'ultima volta in Archivio Vaticano, come studioso, il 19 ottobre 2006. Nel mezzo di questi nudi estremi cronologici stanno cinquant'anni di intensa attività romana del dotto quanto discreto e appartato gesuita, autore di numerosi saggi ed edizioni di fonti. Se le amate ricerche di Blet presso l'Archivio Segreto Vaticano si sono svolte per tanti anni sulla Francia religiosa del XVIi secolo o sulla diplomazia pontificia, altri anni egli spese (dal 1965 al 1981), con i confratelli Angelo Martini, Burkhart Schneider e Robert A. Graham, fra le carte dei due archivi della Segreteria di Stato (Prima e Seconda Sezione) per preparare la monumentale edizione degli Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la seconde guerre mondiale (1965-1981). È ancora naturalmente da stabilire con fondamento il ruolo che padre Blet ebbe fra questo piccolo gruppo di studiosi gesuiti, perché la documentazione di Pio XII è ancora chiusa. Tuttavia da alcuni appunti sparsi lasciati in Archivio appare chiara la coscienza ch'egli aveva di dover lavorare a una raccolta documentaria di assoluto interesse per la Santa Sede e per la figura di Pio XII. Penso che spendesse tempo e intelligenza per scrutare ogni problema che affiorasse dalle carte degli anni dell'ultima guerra mondiale, con obiettività e con scrupolo. Dal 1956 al 2006 Padre Blet rinnovò puntualmente ogni anno la sua tessera di ingresso in Archivio Vaticano, nel quale usava recarsi subito dopo l'apertura autunnale, alla metà di settembre, e per prima cosa - con la sua solita cortesia - non sedeva nei banchi della sala di studio prima di aver portato il suo saluto al prefetto in carica - Blet fu in relazione con i prefetti monsignor Martino Giusti, padre Josef Metzler e il sottoscritto. E questo faceva a ogni riapertura annuale dell'Archivio. Il mio ricordo dello studioso Pierre Blet in Archivio Vaticano risale ai primi anni del mio servizio, fra il 1978 e il 1979. Rammento bene come egli fosse solito sistemarsi verso i posti prossimi ai grandi finestroni della vecchia sala studio, non lontano dalla cattedra dell'allora vice prefetto monsignor Hermann Hoberg, con cui scambiava sempre almeno un saluto, ma diverse volte anche brevi e discreti colloqui di studio. Non era raro osservare qualche studioso (soprattutto tra i francesi) che si recava al posto di studio di padre Blet per sottoporgli qualche questione, o di lettura, o di ricerca o d'altro genere; il gesuita ascoltava tutti con cortesia, non oltre però un tempo limitato, essendo egli intento alle sue lunghe ricerche. Mi colpiva sempre l'occhio vivissimo, acuto e vigile di Blet, cui non sfuggiva nulla o ben poco. Mentre era intento a un colloquio, o seduto al suo posto di studio, a ogni minimo movimento intorno a lui, alzava per poco lo sguardo e subito lo abbassava, sicché ogni persona che transitava dalla sala di studio era da lui inquadrata. Questa abitudine, che ho visto protrarsi negli anni, era per me segno di vivezza intellettuale, di capacità di controllo mnemonico su diversi piani. Tale vivezza si manifestava poi in molti modi, uno dei quali era costituito dallo scrupolo, quasi filologico, con cui mi risulta che il padre Blet volesse rendersi conto e ragione di ogni minimo problema legato alle carte d'archivio e a qualche loro apparente o reale "anomalia". Se risultava una lacuna nella documentazione seriale di scritture che stava consultando, padre Blet la faceva presente ai superiori dell'Archivio con scrupolo; altrettanto se avesse notato illogiche disposizioni dei documenti all'interno dei faldoni o dei fascicoli. Blet manteneva sempre viva una sana curiositas verso le nuove fonti dell'Archivio Vaticano, i nuovi inventari che di tanto in tanto apparivano nella Sala Indici, le nuove prospettive di aperture. E in questo pareggiava la curiosità e la sete di documenti di un altro suo confratello e frequentatore dell'Archivio Vaticano, il padre Giacomo Martina. Ricordo bene l'ultima visita che mi fece il padre Blet, ormai già gravemente impedito nel camminare, appoggiato al suo bastone, nel settembre del 2006. Non mi aveva annunciato l'argomento del colloquio che aveva richiesto, né io potevo immaginarlo. Appena sedutosi nel mio ufficio, dopo i convenevoli, entrò in argomento, mostrando come un senso di apprensione. Non ricordo le sue parole precise, ma in sintesi padre Blet mi pose questa domanda: Lei pensa che la recente apertura del pontificato di Pio XI possa in qualche misura contrastare o forse contraddire qualcosa di quanto abbiamo pubblicato negli Actes et documents? La nostra ricerca di allora regge ancora al confronto con le nuove fonti? Notavo nel volto del mio interlocutore una certa ansia. Papa Benedetto XVI aveva aperto da soli tre mesi gli archivi di Papa Ratti e questi, per sé, almeno cronologicamente, non potevano riguardare la nota opera dei gesuiti che inizia con documenti successivi all'elezione di Pio XII. Blet, tuttavia, avendo conosciuto la promiscuità cronologica che si può incontrare nelle buste e nei fascicoli dei fondi della Segreteria di Stato, i quali possono racchiudere in una stessa pratica, ad esempio, documenti del 1938 e del 1943, mostrava di voler essere rassicurato da me - che non ero in grado di farlo - circa la buona tenuta degli Actes, la quale - sia detto qui tra parentesi - non ha bisogno di essere dimostrata o difesa, poiché l'opera dei quattro gesuiti, almeno generalmente parlando, tiene e terrà ancora alla critica degli storici. Rassicurai come mi riuscì il buon padre, che anche in questa occasione aveva mostrato lo scrupolo dello storico serio. Egli non temeva alcuna clamorosa smentita degli Actes et documents dai fondi da poco aperti, perché di certo era cosciente del buon lavoro svolto. Soltanto traspariva dalle sue parole il timore - del resto ineliminabile in una ricerca documentaria così ampia - che qualcosa, anche di secondario, o di accidentale, potesse essere loro sfuggito, che qualche tema o problema storico potesse soffrire rettifiche in base ai nuovi documenti, che qualche nuova carta potesse forse innestare ancora polemiche, oltre quelle sempre serpeggianti, sulla figura di Pio XII, che padre Pierre Blet difese sempre onestamente e con convinzione, com'è ben noto. Mentre lo accompagnavo alla porta ebbi come l'impressione che da quel colloquio uscisse un poco sollevato. Mi fece poi un'ultima domanda: "Vengono tanti studiosi a vedere i documenti aperti di recente?". Senza attendere la mia risposta, agitando un poco il suo bastone, come a dover soffocare per forza una ancor intatta volontà e propensione per la ricerca, mi disse: "Io purtroppo, vede, non potrò più venire in Archivio". E accennava un sorriso garbato, alla sua maniera, velato di nostalgia. Lo rividi infine nell'aula magna di questa Università, in occasione del congresso internazionale sullo studio e l'insegnamento della storia della Chiesa, il 17 aprile 2008. Sempre intellettualmente vivace, notai che camminava con molta difficoltà e appariva molto stanco. Si stava preparando per l'ultimo viaggio, il più arduo di tutti e pure il più pieno di speranza. (©L'Osservatore Romano - 6 maggio 2010)
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