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In memoria di Pio XI Un Papa forte e grande All'alba del 10 febbraio 1939, settanta anni fa, moriva Pio XI. La fibra di questo Papa forte e grande cedette infine a una malattia che il Pontefice combatté sino all'ultimo, anche perché dal giorno seguente avrebbe voluto celebrare con solennità, davanti a tutto l'episcopato italiano convocato in Vaticano, il decennale dei Patti del Laterano tra Italia e Santa Sede, firmati appunto l'11 febbraio 1929. A causa delle leggi razziali volute da Mussolini, la tensione con il regime fascista si era acuita al punto che si diffuse il timore che Pio XI avrebbe approfittato del solenne anniversario per criticare il Duce. Si spiega in questo contesto la diceria che il capo del fascismo sarebbe riuscito a fare assassinare il Papa, malato ormai da molti mesi. Vent'anni dopo, nel 1959, facendo pubblicare uno dei discorsi incompiuti scritti per l'occasione dal morente Pontefice, fu Giovanni XXIII a togliere la base a queste rappresentazioni romanzesche (ma a volte travasate nella storiografia); ricorrenti e infondate come la supposta volontà papale di denunciare il Concordato con l'Italia o come la contrapposizione tra Pio XI e il suo segretario di Stato Eugenio Pacelli, che gli sarebbe succeduto con il nome di Pio XII. Nato nel cuore della Brianza, a Desio, il 31 maggio 1857, Achille Ratti fu ordinato prete nel 1879 a Roma e - grazie a una solida formazione intellettuale e all'energico senso pratico - resse in successione e con prestigio crescente due tra le maggiori istituzioni culturali del mondo, le biblioteche Ambrosiana e Vaticana. Da qui, a sorpresa, nel 1918 fu inviato come rappresentante pontificio a Varsavia, dove l'anno dopo fu nominato nunzio e consacrato arcivescovo. La missione diplomatica e pastorale si rivelò difficile, tra guerra e nazionalismi, ai confini dello sconvolgimento bolscevico. Rivestito della porpora romana nel 1921, fu arcivescovo di Milano solo per pochi mesi, quasi predestinato dal suo motto, biblico, raptim transit: nel conclave del 1922, il 6 febbraio venne infatti eletto successore di Benedetto XV. Iniziava così uno dei pontificati più difficili del Novecento, che con un coraggioso, sofferto e necessario realismo - grazie anche a un'estesa politica concordataria, sostenuta da due grandi segretari di Stato come Pietro Gasparri e, dal 1930, Pacelli - fece fronte ai montanti totalitarismi europei (comunismo, fascismo, nazismo). Affrontando anche il nuovo antisemitismo, la grande crisi economica, la tragedia della guerra di Spagna e le altre persecuzioni contro i cristiani, dalla Russia sovietica al Messico. E davanti alla propaganda dei regimi totalitari e del paganesimo moderno Pio XI reagì: governando con vigore la Chiesa, guardando con occhi nuovi alle missioni e al radicamento cattolico al di fuori dell'Europa, affrontando per primo la questione della sessualità umana, rafforzando l'impegno e la cultura dei cattolici. Ma anche moltiplicando beatificazioni, canonizzazioni (tra gli altri, di Teresa di Lisieux, don Bosco e Tommaso Moro), devozioni, giubilei, celebrazioni. E introducendo l'uso del mezzo radiofonico, che per la prima volta permise al Romano Pontefice di fare udire la sua voce in tutto il mondo. Sin dall'esordio del pontificato, affacciandosi per la benedizione alla città e al mondo dalla loggia di San Pietro per la prima volta dopo molti decenni, Pio XI fece capire che sarebbe stato il Pontefice della Conciliazione. Questa arrivò con i Patti lateranensi, subito salutati con accenti di esultanza da Angelo Giuseppe Roncalli (il futuro Giovanni XXIII), con lungimirante realismo da Alcide De Gasperi, pur reduce da molti mesi di carcere per l'opposizione politica al fascismo, e con qualche amarezza da Giovanni Battista Montini, che avrebbe modificato in senso positivo il suo giudizio già da cardinale e poi come Paolo VI. Con il Trattato, il Concordato e la Convenzione finanziaria tra Italia e Santa Sede venne così chiusa la questione romana e nasceva lo Stato vaticano, base territoriale quasi simbolica eppure reale dell'indipendenza della Santa Sede. Tutto questo non impedì crisi e tensioni, già nel 1931 per l'offensiva fascista contro le organizzazioni cattoliche e nel 1938 a causa delle leggi razziali. Il bene complessivo della pace religiosa fu però riconosciuto nel 1947 dalla stessa assemblea costituente che introdusse, con una maggioranza molto più larga di quella necessaria, i Patti lateranensi nella Costituzione della Repubblica italiana. La stessa intesa positiva tra Stato e Chiesa, nonostante le naturali diversità e alcuni punti di divergenza, resta solida proprio perché è radicata nella storia italiana, finalizzata al bene di tutti e rivolta alla dignità di ogni persona umana. Così questa volontà comune di amicizia ha ispirato l'accordo di revisione del 1984 e, più in generale, ha caratterizzato negli anni e caratterizza oggi i rapporti tra Italia e Santa Sede, così buoni da poter essere considerati esemplari. Grazie allo sforzo comune e alla collaborazione di tanti, credenti e non credenti. E senza dubbio, all'origine, per merito del coraggio lungimirante di Pio XI. g. m. v. (©L'Osservatore Romano - 9-10 febbraio 2009)
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A settant'anni dalla morte di Pio XI le difficoltà e le scelte del suo pontificato Avanti con lucidità fra i drammi del secolo breve di Gianpaolo Romanato ![]() ![]() I pontificati di Pio XI e Pio XII - due lunghi pontificati, che si protrassero complessivamente per trentasei anni - sono proprio al centro del dramma del Novecento. Achille Ratti fu eletto nel febbraio del 1922, quando la crisi postbellica stava per trovare la propria conclusione con il consolidamento della rivoluzione comunista in Russia e l'avvio in Italia del regime fascista, presto seguito da regimi analoghi in quasi tutti i maggiori Paesi europei; il suo successore, Pio XII, morì verso la fine del 1958, nel momento in cui cominciava il disgelo fra Usa e Urss e l'Europa, uscita dal dramma della seconda guerra mondiale, si avviava verso quella stagione di prosperità e benessere che sarà poi definita "l'età dell'oro". Non deve stupire, allora, l'attenzione tutta particolare con cui la storiografia guarda a questi due Papi, né devono meravigliare certi aspri giudizi su Eugenio Pacelli, che non ha ancora finito di scontare la coincidenza del suo regno con il periodo delle passioni ideologiche più infuocate. Fra i due Pontefici c'è una continuità che va ben al di là della ripetizione del nome e del fatto che Pio XII, al momento dell'elezione, fosse il segretario di Stato di Ratti, ciò che pure costituisce un'anomalia nella prassi delle elezioni papali. La continuità è imposta dal cumulo di tragici eventi che essi dovettero affrontare, inventando di giorno in giorno la strada da seguire, scegliendo tra alternative angosciose, dovendo contemperare realismo e moralità, politica e profezia, essendo a capo di un'istituzione che mai come in quegli anni scontò la drammatica sproporzione tra prestigio e potere reale, tra aspettative e possibilità concrete, tra mezzi e fini. Gli storici, cioè i depositari della scienza del poi, non dovrebbero mai dimenticare che gli attori della storia agiscono prima e non poi, ignorando ciò che avverrà e dove andranno a parare gli eventi. La comodità del giudizio che è consentita a posteriori, a chi studia i fatti del passato, non è permessa a chi invece vive quei fatti e contribuisce a crearli, a orientarli con le proprie scelte e con le proprie azioni. Usare la storia come un tribunale non è mai stato un buon criterio, né sul piano metodologico né su quello interpretativo. Achille Ratti, eletto il 6 febbraio del 1922, al quattordicesimo scrutinio, dopo quattro giorni di conclave e con una maggioranza, sembra, di poco superiore al quorum richiesto, non era una sorpresa ma era certamente un personaggio nuovo e imprevedibile, come erano stati prima di lui, e sarebbero stati dopo, altri grandi pontefici del Novecento. Basti pensare a Pio X, che nessuno aveva pronosticato Papa, o a Karol Wojtyla, la cui elezione colse tutti di sorpresa. Ratti era un grande erudito, uno sperimentato, infaticabile studioso che aveva trascorso gran parte dei suoi sessantacinque anni (nacque a Desio, in Brianza, nel 1857) prima alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, della quale divenne responsabile nel 1907, e poi alla Biblioteca Apostolica Vaticana, della quale fu nominato prefetto nel 1914. Da questa operosa ma defilata carriera scientifica fu tratto improvvisamente da Benedetto XV, che nel 1918 lo mandò a fare il diplomatico in una delle zone più calde e infuocate della terra: la Polonia. Qui fu prima visitatore apostolico e poi, dal mese di giugno del 1919, nunzio apostolico. Dovette destreggiarsi fra i mille problemi di conflitti nazionali e confessionali che travagliarono la rinascita dello stato polacco, fino all'invasione bolscevica dell'estate del 1920. Una strettoia, fra opposti nazionalismi e vescovi tutt'altro che disarmati, che lasciava pochi spazi di manovra, soprattutto quando si presentò la questione del plebiscito per l'Alta Slesia e il nunzio, costretto a spostarsi freneticamente fra Varsavia e Opole, dovette arginare da un lato l'intransigenza del cardinale Bertram e dall'altro le rivendicazioni polacche. Giudicato filotedesco dai polacchi e filopolacco dai tedeschi, rischiò addirittura di essere espulso dal Paese. Questa sua prima esperienza politica era stata tutt'altro che un successo, ma la Santa Sede, che sapeva bene in quale polveriera avesse dovuto operare, giudicò molto più positivamente il suo lavoro e lo promosse arcivescovo di Milano, in sostituzione del cardinale Ferrari. Prese possesso della sede ambrosiana l'8 settembre del 1921. Nella città dove si era formato e dove aveva svolto gran parte del suo ministero rimase poco, giusto il tempo per inaugurare l'Università Cattolica, fondata da Agostino Gemelli, amico di vecchia data del neoarcivescovo. Un evento fausto per tutta la cattolicità italiana, che egli, uomo di sterminata cultura, salutò con gioia e trepidazione. Due mesi dopo venne eletto al papato, in seguito alla prematura scomparsa di Benedetto XV. Nel corso dei quattordici scrutini del conclave caddero via via le candidature di Merry del Val, l'antico segretario di Stato di Pio X, di Pietro La Fontane, patriarca di Venezia e di Pietro Gasparri, segretario di Stato del Papa defunto. Probabilmente troppo intransigenti i primi due e troppo "liberale" il terzo. Ratti, uomo di studio, con un profilo smarcato rispetto alle contese di inizio secolo, accontentò invece gli uni e gli altri, anche se la scelta del nome, Pio, significò probabilmente l'intenzione di porsi in continuità con Pio X, il Papa che l'aveva chiamato a Roma. Lo scenario del suo pontificato non poteva essere più fosco. Cinque dittatori (Mussolini, che salì al potere otto mesi dopo la sua elezione, Salazar in Portogallo, Hitler in Germania, Franco in Spagna, Stalin in Urss), il crollo progressivo della democrazia in Europa, la crisi finanziaria del 1929 (con pesanti ripercussioni sulle riserve vaticane) e il collasso della Germania, la persecuzione in Messico e la guerra di Spagna, le leggi razziali, la conquista italiana dell'Etiopia, la crisi del mondo coloniale e l'avanzata dei popoli nuovi, in quello che poi sarà il Terzo Mondo. Di fronte a tutto ciò Pio XI adottò una linea che la storiografia continua a discutere, valutandola alternativa alla modernità e "omologa con l'ondata conservatrice". Dietro la sua strenua politica concordataria c'era in effetti l'intenzione di ristabilire per via legale la regalità sociale di Cristo, ripristinando dove possibile il valore civile del diritto canonico, ma c'era anche lo sforzo disperato di salvare il salvabile, di ancorare le derive totalitarie della modernità, il potere senza più limiti dei Governi e dei dittatori, a strumenti giuridici vincolanti anche la sovranità statuale, ormai debordante e incontenibile. Il modello di tale politica, come è noto, fu il concordato con l'Italia del 1929. Un suo indiscutibile successo, ammesso anche da coloro i quali, come De Gasperi e Sturzo, lo vissero, soggettivamente, come uno "schizzo di fango" che sporcava proprio il miglior cattolicesimo antifascista. E con il concordato c'era il Trattato del Laterano, che portava a conclusione la politica codicistica avviata da Pio X, restituendo alla Santa Sede non tanto la sovranità temporale quanto piuttosto la piena dignità di soggetto di diritto internazionale. L'ottantesimo anniversario dei Patti lateranensi, che cade proprio in questi giorni, ci ricorda non soltanto la fine della "Questione romana" ma anche la rinascita definitiva e con pienezza di diritto della Sede apostolica nell'arengo politico e diplomatico mondiale. Un merito che gli va riconosciuto, benché sia stato reso possibile dall'instaurazione in Italia di un regime - come disse il Papa nel discorso ai docenti e studenti dell'Università Cattolica di Milano, tenuto solo due giorni dopo la stipula dei Patti - che non aveva più "le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti (...) erano altrettanti feticci tanto più intangibili e deformi". Prima e dopo quello con l'Italia, Pio XI concluse una decina di altri concordati (con Lettonia, Baviera, Polonia, Romania, Lituania, Baden, Austria, Germania, Iugoslavia) e altrettanti accordi di analogo valore. Il più controverso è quello con il Reich hitleriano, portato a termine il 20 luglio 1933. Chi lo giudica un cedimento dimentica che esso fornì alla Santa Sede la giustificazione giuridica e morale che rese possibile nel 1937 l'enciclica Mit Brennender Sorge, la requisitoria più spietata mai scritta contro il nazismo, accusato quasi di essere l'anticristo e di "pervertire" e "falsificare" l'ordine "creato e voluto da Dio". Ma di quel documento merita di essere ricordata soprattutto la conclusione, stranamente trascurata nei frequenti addebiti rivolti contro il papato di quegli anni. Scrive Pio XI: "Abbiamo pesato ogni parola di questa enciclica sulla bilancia della verità e insieme dell'amore. Non volevamo con silenzio inopportuno essere colpevoli di non aver chiarita la situazione, né con rigore eccessivo di avere indurito il cuore di coloro che, essendo sottoposti alla Nostra responsabilità pastorale, non sono meno oggetto del Nostro amore, perché ora camminano sulle vie dell'errore e si sono allontanati dalla Chiesa". La questione dei "silenzi" è già tutta compresa in queste trepidanti parole del vecchio Pontefice - sarebbe morto meno di due anni dopo - pienamente consapevole della sua responsabilità al cospetto della storia, ma anche di fronte ai tanti inermi che avrebbero potuto subire rappresaglie e violenze proprio a causa del suo intervento. Il dilemma che si pose a Pio XI e al suo successore - salvare la propria coscienza o salvare delle vite umane - non sottrae i due Pontefici al giudizio della storia, ma merita loro il rispetto e la considerazione di tutte le persone pensose, di quanti guardano agli eventi del passato sine ira et sine studio. L'anno seguente sarebbe cominciata la tragedia dell'ebraismo e sarebbero state varate le leggi razziali in Italia. L'esemplare condotta della Santa Sede in quel frangente è stata ampiamente illustrata da questo giornale nelle scorse settimane, soprattutto con i lunghi interventi di Sergio Pagano (20 dicembre 2008) e di Paolo Vian (24 dicembre). Non è dunque necessario tornarvi sopra. Tra nazifascismo e comunismo non c'è alcun dubbio che tanto Pio XI quanto il suo successore valutarono più pericoloso il secondo. Non a caso, infatti, solo cinque giorni dopo il documento contro il nazismo Pio XI - che del bolscevismo conservava un amaro ricordo per averlo visto all'opera nel 1920 contro i polacchi - promulgò l'enciclica Divini Redemptoris, dedicata al "comunismo ateo". "Per la prima volta nella storia - leggiamo in uno dei passaggi più forti di questo testo - stiamo assistendo a una lotta, freddamente voluta e accuratamente preparata, dell'uomo contro tutto ciò che è divino". L'ostpolitik vaticana inizierà una trentina d'anni più tardi, dopo la lunga e dolorosa esperienza di quella che nel linguaggio della guerra fredda si chiamerà la "Chiesa del silenzio". Se la situazione religiosa era drammatica in Europa non era più rosea nelle Americhe, dove la guerra civile e la lotta al cattolicesimo nel Messico provocarono decine di migliaia di morti e ferite probabilmente non ancora sanate, di cui si fece interprete Graham Greene in un celebre romanzo apparso nel 1940, Il potere e la gloria. Le quattro encicliche che Pio XI dedicò alle vicende messicane testimoniano l'angoscia e le difficoltà con cui da Roma si cercava di interpretare e orientare i tragici eventi che insanguinavano quel Paese. Per comprendere il pontificato di Pio XI, i suoi irrigidimenti e le sue scelte di serrare le fila, bisogna tener presente questo fosco orizzonte, che volgeva tragicamente verso la guerra e che era stato preannunciato al Pontefice fin dal 1922 in una lucida Relazione su vari Stati predisposta dalla Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari. Né va dimenticato che a consigliarne scelte e decisioni furono due segretari di Stato dalla fortissima e sperimentata personalità: Pietro Gasparri fino al 1930 e Eugenio Pacelli nei nove anni seguenti. Va infine tenuto presente che l'internazionalizzazione della Chiesa di Roma fece proprio negli anni fra le due guerre passi avanti fondamentali, segnati da scelte che si riveleranno decisive: il trasferimento a Roma dell'Opera per la Propagazione della Fede; l'invio in Cina di Celso Costantini come delegato apostolico, con l'incarico di far nascere la Chiesa cinese sulle macerie del colonialismo europeo, che tanto aveva condizionato i vecchi metodi missionari, fermamente archiviati da Benedetto XV con l'enciclica Maximum Illud del 1919; la promulgazione dell'enciclica Rerum Ecclesiae, nel 1926, volta a promuovere clero ed episcopato indigeni, i cui frutti saranno la creazione dei primi sei vescovi cinesi; l'attenzione alla Russia e all'oriente cristiano, sia pure in un un'ottica "unionista", di cui sarà prova la creazione a Roma di un collegio russo, il "Russicum", affidato ai gesuiti. Pio XI morì nel febbraio del 1939, senza poter pronunciare il forte discorso che aveva già preparato per il decennale dei Patti lateranensi, né promulgare l'enciclica che aveva commissionato al gesuita americano John LaFarge. Grazie all'apertura degli archivi vaticani, il suo lungo pontificato comincia solo ora a entrare nell'ottica della storiografia. Il convegno internazionale programmato a Roma dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche per il 26, 27 e 28 febbraio sarà solo il primo appuntamento in questa direzione. (©L'Osservatore Romano - 9-10 febbraio 2009) Fu Giovanni XXIII a pubblicare il discorso che il suo predecessore non riuscì a pronunciare «Attenti a chi fraintenderà volutamente le vostre parole» "L'Osservatore Romano" del 9-10 febbraio 1959 pubblicò in prima pagina la lettera indirizzata da Giovanni XXIII agli arcivescovi, ai vescovi e agli ordinari locali d'Italia nel ventesimo anniversario della morte di Pio XI e nel trentesimo anniversario della firma dei Patti Lateranensi. Ne riproponiamo integralmente il testo. La familiarità di pensiero e di parola con i ricordi del Nostro veneratissimo predecessore Pio XII Ci è motivo di continua soavità e di grazia nella successione delle settimane e dei mesi, da quando assumemmo la eredità del suo cómpito pontificale. Sono richiami, sono risonanze, sono inviti di una esperienza di universale paternità, che Ci tornano a quotidiano incoraggiamento e conforto. Ma al di là della figura tanto cara e benedetta di Pio XII, Ci è spontaneo risalire agli altri Pii, che della paterna maestà del loro ministero hanno raddolcito le asprezze della vita umana, fortificando l'affermazione dei princìpi che più interessano lo spirito e li riassumono nella riconosciuta preminenza dei beni soprannaturali e della santificazione delle anime su tutte le ricerche e le conquiste di ordine materiale e temporale. Oh! che felice ascendere a ritroso degli anni da Pio XII a Pio XI, a San Pio X, a Pio IX, come per la scala luminosa di Giacobbe così ricca di meraviglie e di sorprese! Di questi giorni torna più vivo il richiamo al Pontefice Pio XI, compiendosi il ventesimo anniversario della sua morte e il trentesimo di uno dei più notevoli avvenimenti della storia contemporanea della Chiesa - cioè dei Trattati Lateranensi - merito preclaro di quel grande spirito di uomo, di Pontefice, non immemore della cara terra che gli diede i natali. Nella imminenza presentita della sua fine, quella sua sempre robustissima volontà aveva convocato intorno a sé tutti i Vescovi d'Italia, come figli intorno al vecchio padre per un colloquio estremo. Dalla sala del Concistoro in Vaticano quel colloquio nella sua intenzione avrebbe dovuto prolungarsi l'indomani sotto le volte della grande Basilica di San Pietro, che - diceva lui - "ci arride così vicina". Naturalmente, oltre a parecchi richiami sobriamente accennati circa punti interessanti di sollecitudine pastorale, egli si proponeva di aggiungere - e lo voleva fare "con la maggior ponderazione" - qualcosa di più notevole sul tema di importanza collettiva e universale e - son sempre parole sue - "di importanza grande non soltanto per l'Italia". Purtroppo al volere mancò la possa. Si potrebbe dire che quel prevalente desiderio di lui di morire sul campo in atto di lavoro e senza malattia, per cui aveva fatta devozione a Sant'Andrea Avellino, il Santo di cui teneva l'immagine in faccia al suo letto, fu soddisfatto al di là della sua attesa. Quando sorella morte se gli accostò, egli stava ancora scrivendo il discorso, in espressioni di commiato ai suoi Vescovi d'Italia, che lo avrebbero potuto ridire poi alle diocesi. Purtroppo la stanca mano si arrestò inerte senza che lo potesse finire. Quanto rimane di quel manoscritto meritava bene di essere tenuto in riserbo da ogni sguardo di profana indiscrezione. Molte fantasie si sono sbizzarrite a suo tempo sopra gli ultimi segni di un pensiero e di un sentimento che non potevano essere se non alti e nobilissimi, per chi conosce la superiorità spirituale di Pio XI. Ma le circostanze di quelle settimane, non scevre di amarezze per il vecchio Pontefice, avrebbero reso ben spiegabile il suo esprimersi con frasi e toni di troppo giusto risentimento. Per un Papa successore non ci sono riserve circa il mistero dello spirito di chi lo precedette nelle responsabilità più gravi e più sacre. A vent'anni di distanza dalla morte di quel grande, Noi possiamo assicurarvi che quelle sue "novissima verba" contenevano quanto di più semplice, e insieme di più edificante e di più commovente potevasi attendere da lui, nel senso di una paternità piena di rispetto e di affezione che varranno bene la benedizione al suo nome nei secoli. Per rivelarvi qualcosa di quel manoscritto Ci basta il duplice rilievo, che egli vi fece sulle più alte responsabilità della coscienza dei Vescovi in ordine ai Seminari ed alla parola episcopale. Accennando ai Seminari, e toccando degli innumeri particolari che si presentano allo spirito - specialmente a spiriti vigilanti e sperimentati come sono i vostri, - egli scriveva: "Pietà, studi, direzione spirituale e governo esteriore, disciplina e igiene, economia e amministrazione, biblioteca e cucina: corpo dirigente ed insegnante, personale di servizio, ed ogni più grande e piccola cosa: sì, ogni più grande ed anche ogni più piccola cosa, perché di piccole cose si intesse la vita quotidiana e rare sono le cose grandi. Così del resto è l'insegnamento - vedasi qui finezza di richiamo - l'insegnamento e l'esempio del gran Padre che è nei Cieli, che governa i mondi e sa l'uccellino che muore nel bosco e il capello che cade dal nostro capo". "L'intento nostro - prosegue il manoscritto - è stato unicamente, nostri Venerabili Fratelli nell'Episcopato, per pregarvi, come facciamo di tutto cuore, di venirCi sempre in aiuto per il maggior bene di questi Seminari diocesani ed interdiocesani, secondando le direttive e le cure della Nostra, anzi vostra Congregazione, tutta dedicata a queste istituzioni che vi appartengono: siano esse diocesane o interdiocesane, a queste particolarmente a cui le altre fanno capo: venire in aiuto, dunque, facendo anche talvolta corde magno et animo volenti, il sacrificio di qualche soggetto alla diocesi particolarmente utile, pensando che è per una utilità più alta e più vasta, oltre che una vera carità al Papa: in aiuto, ripetiamo, secondando il rigore dei rettori, nella ammissione e nelle promozioni, pensando che su di essi grava una speciale, formidabile responsabilità, assistita da particolari grazie ed aiuti celesti". E conchiudeva questo tocco sui Seminari con familiare richiamo a due suoi ricordi di giovinezza: di un rettore di Seminario, rimarchevole ed esemplare, ma di carattere parecchio angoloso ed autoritario, di cui peraltro il Vescovo diceva: "Io finisco sempre per approvare i suoi giudizi per ammissioni e promozioni: una volta sola ho creduto di aver ragione io: e dovetti poco appresso convenire che anche quella volta aveva ragione lui". E l'altro ricordo richiamava una risposta di Monsignor Agostino Riboldi, suo professore di scienze fisiche, poi Vescovo di Pavia e Cardinale Arcivescovo di Ravenna, alla obiezione che questo rigore di reclutamento avrebbe presto lasciato le parrocchie senza parroci: "Se non vi sarà la Santa Messa, i fedeli saranno dispensati dall'ascoltarla". Il manoscritto passa poi dai Seminari ad un altro motivo di pastorale sollecitudine, cioè alla parola episcopale. Val bene il merito di riferire qualche tratto che contiene insegnamenti utili per ogni tempo: "Quello che stiamo per dire a voi e di voi, dobbiamo anzitutto dire a Noi e di Noi". "Voi sapete, carissimi e venerabili Fratelli, come spesso è trattata la parola del Papa. Ci si occupa, e non soltanto in Italia, delle Nostre Allocuzioni, delle Nostre udienze, il più spesso per alterarle in falso senso ed anche inventando di sana pianta; farCi dire delle vere ed incredibili sciocchezze ed assurdità. C'è una stampa che può tutto dire contro di Noi e contro le cose Nostre, anche ricordando ed interpretando in falso e perverso senso la storia vicina e lontana della Chiesa, fino alla negazione di ogni persecuzione in Germania, negazione accompagnata alla falsa e calunniosa accusa di politica, come la persecuzione di Nerone s'accompagnava all'accusa dell'incendio di Roma: fino a vere e proprie irriverenze: e si lascia dire, mentre la nostra stampa non può neanche contraddire e correggere. "Voi non potete aspettarvi che la vostra parola sia trattata meglio, anche quando è parola dei Sacri Pastori divinamente costituiti, parola predicata o scritta o stampata per illuminare, premunire, salvare le anime. "Badate, carissimi Fratelli in Cristo, e non dimenticate che bene spesso vi sono osservatori o delatori (dite spie e direte il vero), che, per zelo proprio o per incarico avuto, vi ascoltano per denunciarvi, dopo, s'intende, aver capito nulla di nulla, e, se occorre, il contrario: avendo in loro favore (bisogna ricordarcene come Nostro Signore per i Suoi crocifissori) la grande, sovrana scusante dell'ignoranza. "Peggio assai quando questa scusante deve cedere il posto alla aggravante di una stolta presunzione di chi crede e dice di saper tutto, mentre evidentemente non sa neppure che cosa sia la Chiesa, che cosa il Papa, che cosa un Vescovo, che cosa quel vincolo di fede e di carità che tutti ci lega nell'amore e nel servizio di Gesù, Re e Signore Nostro. Ci sono, purtroppo, pseudo-cattolici che sembrano felici quando credono di scorgere una differenza, una discrepanza, a modo loro (s'intende), fra un Vescovo e l'altro, più ancora fra un Vescovo e il Papa. "Sappiamo che vi sono parecchie ed anche molte, buone, consolanti eccezioni: persone egregie, che sanno virilmente, nobilmente armonizzare i loro uffici alla loro fede e professione cattolica, con incalcolabile vantaggio della religione, delle anime, delle coscienze, specialmente le giovanili, con ciò stesso del Paese. Vorremmo conoscerli tutti personalmente, come parecchi di voi Ce ne avete segnalati, per ringraziarli e benedirli tutti, ad uno ad uno". È su queste parole soffuse di soave paternità che il manoscritto del morente Pontefice si attenua in linee confuse e tremanti. Torna a questo punto il motivo della attualità per cui lo scrisse, cioè il decennale della Conciliazione fissata dal Trattato Lateranense: le avrebbe certo prolungate ancora, in preparazione della cerimonia del domani in San Pietro: ma l'indomani il suo corpo giaceva esanime nella Cappella Sistina, in alto, eretta la fronte verso la volta che l'arte di Michelangelo, si direbbe, aveva dipinta per lui, ad immagine dell'accoglimento trionfale che l'attendeva, ben meritato, nelle regioni celesti dopo un Pontificato così glorioso. Sull'affaticato manoscritto restano ancora alcune parole, quasi in espressione dell'ultimo anelito di quello spirito magnanimo e che riassumono non tutto ciò che avrebbe voluto dire più ampiamente, ma che appena gli riuscì di formulare e che rimane come prima nota di un canto immortale. Egli aveva iniziata la stesura del suo documento con le parole dell'Apostolo: "Grati estote". Siate riconoscenti. E la riconoscenza voleva rivolta al Signore, che aveva dato all'Italia questo grande beneficio della riconciliazione della Chiesa con lo Stato. La sua mano si arrestava sulle stesse parole, "novissima verba", le quali, così come si possono leggere sul manoscritto, segnavano le note finali di una invocazione, che al risentirla ora farà battere di commozione e di tenerezza ogni cuore di buon cattolico e di ogni buon Italiano. Essa non poteva essere offerta sopra un altare più solenne che quello di San Pietro: come rinnovazione e riconsacrazione di un fatto, che affermò per l'Italia l'alleanza felice della Chiesa e dello Stato. Oh! che parole, che parole son queste di esultanza e di pace: "Sull'avello secolare e glorioso e sulle sacre memorie degli Apostoli del Signore, che primi portarono il Vangelo in Roma, ed ivi fondarono la Chiesa universale, Noi possiamo dire non già esultanza di ossa umiliate, ma di ossa glorificate. "E Noi lo ripetiamo di tutto cuore: con l'accento della preghiera. Sì: esultate, ossa gloriose dei Prìncipi degli Apostoli, discepoli e amici di Cristo, che onoraste e santificaste questa Italia benedetta con la vostra presenza, con la vostra opera, con la porpora del vostro nobilissimo sangue. Esultate in questo memorabile giorno, che ricorda Dio ridato all'Italia e l'Italia a Dio, ottimo auspicio di più luminoso avvenire. Nel sorriso di tale auspicio, anche voi profetate, ossa sacre e gloriose, come quelle dell'antico Giuseppe. Profetate la perseveranza di questa Italia nella Fede da voi predicata e suggellata col vostro sangue. Ossa sante, profetate una perseveranza intera e ferma contro tutte le scosse e tutte le insidie che da lontano e da vicino la minacciano e la combattono. Profetate la prosperità, l'onore, soprattutto l'onore di un popolo cosciente della sua dignità e responsabilità umana e cristiana. Profetate, ossa venerate e care, l'avvento od il ritorno alla religione di Cristo a tutti i popoli, a tutte le nazioni, a tutte le stirpi, congiunte tutte e divenute consanguinee nel comune vincolo della grande famiglia umana. Profetate infine, ossa apostoliche, l'ordine, la tranquillità, la pace, la pace, la pace a tutto questo mondo, che, pur sembrando preso da una follia omicida e suicida di armamenti, vuole la pace ad ogni costo, e con Noi dal Dio della pace la implora e confida di averla". Con questa citazione finale, venerabili e carissimi Confratelli nell'Episcopato, il misterioso segreto del discorso di Pio XI nel decennale dei Trattati Lateranensi è svelato. E voi potete ben constatare se vi è in esso qualcosa di meno appropriato per qualcuno, o meno corrispondente alla dignità pontificale, o alle nobili e serene aspirazioni di un gran cuore di pastore e di padre. Una delle soddisfazioni più care della vita, in ogni tempo e circostanze, è il "gaudium de veritate": e Sant'Agostino ci avverte che la verità è il "cibus animae". Questo omaggio reso alla verità su un episodio così interessante per la storia religiosa e per la vita civile dell'Italia cattolica vuol essere per tutti, clero e fedeli, un incoraggiamento a proseguire il buon cammino, affinché "sic transeamus per bona temporalia ut non amittamus aeterna". Così la protezione dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, così i fatti e gli esempi preclari dei Pontefici che Ci precedettero, restino indirizzo e guida al buon pensare ed al bene operare. "Nella luce dei candidi taumaturghi splendori di Lourdes", il Santo Padre Pio XI iniziava il suo estremo documento: in questa stessa luce auguriamo che il grande avvenimento di trent'anni or sono continui ad essere auspicio di prosperità e di pace; mentre in segno di particolare predilezione impartiamo a tutti voi, venerabili Fratelli, ai fedeli affidati alle vostre cure e alla diletta Italia l'Apostolica Benedizione. Dal Vaticano, il 6 febbraio 1959, anno primo del Nostro Pontificato. IOANNES PP. XXIII Dagli appunti inediti del cardinale Eugenio Pacelli e di monsignor Domenico Tardini Gli ultimi giorni di Papa Ratti È da tempo in preparazione l'edizione completa e criticamente annotata dei cosiddetti "Appunti di udienza" autografi del cardinale Eugenio Pacelli, segretario di Stato di Pio XI, dal 1930 al febbraio del 1939, quindi alla morte di Papa Ratti e alla vigilia della sua elezione a Pontefice il 2 marzo 1939. Tale edizione - di cui si prevede la pubblicazione del volume relativo al 1930 nel corso di quest'anno - è curata dal vescovo barnabita Sergio Pagano, prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano, dal viceprefetto, il gesuita Marcel Chappin, responsabile dell'Archivio della Seconda Sezione della Segreteria di Stato (al quale appartengono i preziosi "Appunti") e da Giovanni Coco, dell'Archivio Segreto Vaticano. Dall'Archivio della Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari (Stati Ecclesiastici, Pos. 576 P. O., fasc. 607) anticipiamo i testi - curati dal prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano - relativi alle ultime udienze concesse da Papa Ratti al cardinale Pacelli e a monsignor Domenico Tardini in relazione al famoso discorso che Pio XI era fermissimamente intenzionato a pronunciare l'11 febbraio 1939. [Udienza del cardinale segretario di Stato Pacelli con Pio XI del 10 gennaio 1939. È un appunto autografo come i seguenti] "Adunata dei Vescovi: metterla in cammino. Mandare una lettera ai Vescovi e dire che il S. Padre è venuto nel pensiero di non lasciar passare l'occasione. L'11 Febbraio è la data della Conciliazione, l'Apparizione della Beata Vergine di Lourdes, vigilia della Coronazione. Inoltre 60 Sacerdozio, 20 Episcopato. Vuol celebrare nella grande famiglia dei Fratelli dell'Episcopato questo complesso di feste. Ce ne è abbastanza per giustificare tale adunanza. L'adunata si potrebbe fare il Sabato, la vigilia dell'Incoronazione. Forse è il caso di sentire Mgr. Respighi [Carlo Respighi, prefetto delle cerimonie pontificie]. Avvisare Mgr. Tardini [Domenico Tardini, Segretario della Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari]. Mandare alcuni in giro nei centri principali, affinché poi di là si avvisino gli altri". [Udienza pontificia al cardinale Pacelli del 17 gennaio 1939] "Quanto alla riunione dei Vescovi rimane fissata per il giorno 11 Febbraio. All'Ambasciatore [conte Bonifacio Pignatti Morano di Custoza, ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede] si può aggiungere che si sarebbe fissato per questa celebrazione il giorno 11. Se desiderano di sapere in che cosa consisterà questa celebrazione, si può dire che alcuni Vescovi, avendo dimostrato il loro desiderio di ripetere quello che avevano già fatto per l'Esposizione della stampa cattolica, il Santo Padre ben volentieri ha accolto questo desiderio e ha invitato i Vescovi che vogliono essere presenti a venire". [Sempre di mano del segretario di Stato] "Questa risposta è stata comunicata all'Ambasciatore d'Italia nello stesso giorno Martedì 17 Gennaio, alle ore 12". [Comunicazione dell'Ambasciatore d'Italia al cardinale Pacelli, 19 gennaio 1939] "Il Capo del Governo è rimasto soddisfatto della risposta del S. Padre relativamente alla celebrazione del Decennale della Conciliazione e in linea di massima è disposto a fare qualche cosa insieme o d'accordo e ha dato l'incarico al Sottosegretario Bastianini, in assenza del Ministro Ciano, di preparare qualche cosa. Come sua idea, il Capo del Governo ha detto che si potrebbero fare discorsi concordati e scambiare messaggi. Una Messa al Campo? Mussolini era ora in ottime disposizioni. Se i Vescovi vengono a Roma dal S. Padre, sarebbe forse bene che fossero ricevuti dal Capo del Governo. Risposta del S. Padre (20 Gennaio 1939): Scambio di Messaggi, sì. Se Mussolini manda un Messaggio, il S. Padre risponderà. Parlerà come Papa ai Vescovi. Dire a Mussolini che il S. Padre pure è rimasto soddisfatto della sua risposta di fare d'accordo; però che non lasci venire la data del decennale senza avere risposto alla lettera del S. Padre. Il S. Padre aspetta ancora, e crede di essere in diritto di aspettare quale effetto abbia avuto la parola del Re, che sperava di mettere le cose sulla via conciliativa. Il S. Padre stesso esprimeva nel discorso di Natale che il Signore desse ai governanti lo spirito di verità e di giustizia: ed ha visto che questa stessa speranza è anche in altri. Tra gli altri il Patriarca di Venezia [Card. Adeodato Giovanni Piazza] nel suo noto discorso diceva che si aspettava che venga una buona risoluzione, una parola definitiva, che non è ancora venuta. Quindi non lasci venire quel giorno senza che il Papa possa dire qualche cosa. Non vuol trovarsi nella necessità di dire che Mussolini è stato scortese e fedifrago. Se egli sa il suo dovere, richiamandogli quelle parole del Re; s'intenda lui col suo Sovrano. Far capire che metterebbe il S. Padre in un penoso imbarazzo: di dover dire ai Vescovi: il mio dovere l'ho fatto, ma non sono stato seguito, perché, mentre il Re è stato cortese ed ha accennato ad una possibilità di intesa, Mussolini ha voluto essere scortese e fedifrago. Quanto ai Vescovi il S. Padre non crede che sia il caso che vadano da Mussolini, specialmente perché i Vescovi sono stati invitati dal S. Padre dopo aver saputo che la cosa era gradita e desiderata; invitati a venire dal Papa, non da Mussolini". [Udienza pontificia del 21 gennaio 1939] "Sulla questione del decennale. Il S. Padre è disposto a fare qualche cosa d'accordo, ma il nostro accordo sarà fatto col Re. Il Concordato è stato firmato da Sua Santità e da Sua Maestà. Quindi, se vi devono essere Messaggi, il nostro primo Messaggio sarà al Re. Occorre togliere qualunque speranza che si possa prendere altra via". [Udienza del cardinale Pacelli all'Ambasciatore d'Italia, 3 febbraio 1939] "L'Ambasciatore d'Italia si è detto dolente di non poter portare alcuna buona risposta. 1) Quanto alla risposta di Mussolini alla lettera del S. Padre non se ne fa niente. Non vuole andare a Canossa (l'Ambasciatore ha espresso, ma in modo puramente personale, la speranza che, passata la data fissa, si possa ottenere). 2) Quanto alle richieste modificazioni circa la legge in difesa della razza, Mussolini ha pure detto che non si sente di sabotarla. 3) Circa l'intervento alla cerimonia in S. Pietro mi è parso dal modo di parlare dell'Ambasciatore che la preoccupazione nasca dal timore che il S. Padre faccia un discorso con allusioni sfavorevoli e che questo discorso sia poi pubblicato. 4) Se il S. Padre lo chiama, l'Ambasciatore è naturalmente sempre disposto a recarsi in Udienza". [Udienza pontificia del 4 febbraio 1939, dalle ore 11, 30 alle ore 11,45] "Rispondere all'Ambasciatore d'Italia nei seguenti termini: Il S. Padre si ricorda di quello che ha fatto Pio iv, milanese anch'esso, che all'Imperatore [Carlo v], il quale nicchiava per cooperare al Concilio di Trento, fece dire: Dite all'Imperatore che se il Concilio non lo vuol fare lui, lo facciamo Noi, perché vogliamo essere cavalieri et buoni cristiani. Al S. Padre rincresce piuttosto per lui (Capo del Governo) e per l'impressione che ne avrà il popolo. Parlando (ai Vescovi) il S. Padre non potrà dire di essere contento di questa assenza (del Governo dalla funzione in S. Pietro)". [Udienza del cardinale Pacelli all'Ambasciatore d'Italia, 4 febbraio 1939, ore 11,15] "Comunicato questa mattina al Sig. Ambasciatore di Italia [il testo della udienza precedente]. Durante la conversazione l'Ambasciatore mi confermò risultare dagli Atti che la risposta del Re al S. Padre fu suggerita testualmente dal Capo del Governo. L'Ambasciatore è preoccupato per le conseguenze che il prossimo discorso del S. Padre, se ci fossero rimproveri al Governo e fosse poi in qualche modo divulgato, potrebbe arrecare. Si potrebbero avere in Italia condizioni simili a quelle della Chiesa in Germania". [Appunto autografo del cardinale Eugenio Pacelli] "Lunedì 6 febbraio 1939, ore 10 antimeridiane. L'Ambasciatore d'Italia è venuto a comunicarmi che per la funzione in S. Pietro Sua Maestà il Re si farà rappresentare dal Principe di Piemonte [Umberto di Savoia] e il Governo col suo Capo si farà rappresentare dal Ministro Ciano". [Dai ricordi di monsignor Domenico Tardini] 25 gennaio 1939: "Il S. Padre è molto calmo. Mi parla del discorso, anzi dei discorsi che terrà ai Vescovi d'Italia l'11 e il 12 febbraio. Tratterà vari punti: i Vescovi e i Seminari, i Vescovi e l'Azione Cattolica, i Vescovi e il Concordato, i Vescovi e le parole, parole pubbliche e private, parola scritta, parlata e ...telefonata. Il S. Padre intende esortare i Vescovi alla massima prudenza. E aggiunge il S. Padre: dovrò anche parlare del vulnus al Concordato". 1 febbraio 1939: "Il S. Padre è abbastanza calmo. Mi ripete lo schema del discorso (o meglio dei discorsi) che farà ai Vescovi d'Italia. Parole...telefonata [...]. Dico al S. Padre che Hitler, nel discorso del 30 gennaio, ha parlato della Chiesa con tono molto aspro e con voce eccitata; ha parlato, cioè, con rabbia. Il S. Padre mi interrompe: E io parlerò con rabbia anche maggiore". 8 febbraio 1939: "Il Papa sta male. Il prof. Buonanome ha riscontrato disturbi alla prostata [...], ha notato debolezza cardiaca (40-44 pulsazioni), conseguenza dei disturbi di circolazione. Eppure il S. Padre ha dettato lui stesso un comunicato che comincia così: Il Papa sta bene; ma per precauzione si astiene dal dare udienze per poter esser pronto alle cerimonie di sabato e domenica. Abbiamo un po' modificato questo sbalorditivo..annunzio per non dir bugie, pur non dicendo tutta la verità!". (©L'Osservatore Romano - 9-10 febbraio 2009)
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#23 |
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Cronista di CR
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Rito: Romano
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Perchè i registi non pensano di realizzare una fiction su questo grande Papa?
D'altronde il materiale non manca. |
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#24 |
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Collaboratore del forum "Preghiera"
Data registrazione: Dec 2006
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Rito: Romano
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#25 |
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Utente Senior
Data registrazione: Jan 2009
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Pio XI è uno dei Papi più calunniati dopo Pio XII, e un Papa altrettanto grande e santo...ma tanto alla fine la verità trionferà anche per lui....tra l'altro, vorrei proprio sapere dagli anticlericalucoli da strapazzo, perchè la Chiesa oggi non deve intervenire, ma allora contro il fascismo avrebbe dovuto farlo (cosa che peraltro fece)? la protesta contro le leggi razziali di italia e germania (e ci fu, e mussolini e hitler non ne furono affatto felici), non è anche questa un'ingerenza nei confronti dello Stato indipendente? nessuno in classe mia ha saputo rispondere su questo, e anzi il professore di filosofia ha riconosciuto la giustezza di questa mia obiezione....finalmente ecco un argomento inattaccabile contro anticlericali e accoliti ****
![]() ps: qualcuno poi ha provato a farfugliare che allora la Chiesa doveva intervenire perchè c'era la dittatura....ma io gli ho obiettato che nella civilissima svizzera le donne hanno potuto votare solo nel 1973, che erano state le avanzatissimesocialdemocrazie scandinave a iniziare le pratiche eugenetiche, abortiste e castratorie delle minoranze e dei malati, e che erano le civlilissimi USA, Inghilterra e Francia a mantenere imperi coloniali e segregazioni razziali.... |
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#26 |
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Cronista di CR
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Benedetto XVI sottolinea l'opposizione al nazismo di Pio XI
Ritiene decisiva la sovranità che gli garantì lo Stato della Città del Vaticano Benedetto XVI ha reso omaggio all'opera di opposizione al nazismo e ai totalitarismi svolta da Papa Pio XI negli anni Trenta del secolo scorso. Il Santo Padre ha ricordato il pontificato di Achille Ratti (1922-1939) questo sabato, sottolineando che Pio XI è stato “il primo e principale artefice e protagonista” dei Patti Lateranensi, che ottant'anni fa diedero vita allo Stato della Città del Vaticano. Ricevendo in udienza i partecipanti a un congresso che celebrava questo anniversario con il titolo “Un piccolo territorio per una grande missione”, Benedetto XVI ha riconosciuto implicitamente che, grazie all'indipendenza che la Santa Sede ha ottenuto godendo della sovranità su un piccolo spazio, Papa Ratti poté governare in seguito la Chiesa senza dipendere dalle imposizioni politiche dell'Italia, il cui Primo Ministro era allora Benito Mussolini. “Gli studi storici tuttora in corso sul suo pontificato ci fanno sempre più percepire la grandezza di Papa Ratti, il quale guidò la Chiesa nei difficili anni fra le due guerre mondiali”, ha ricordato. Durante il suo pontificato, il Papa “dovette misurarsi con le difficoltà e le persecuzioni che la Chiesa subiva in Paesi quali il Messico e la Spagna e con la lotta che ad essa portarono i totalitarismi – nazionalsocialismo e fascismo – sorti e consolidatisi in quegli anni”. “In Germania è indimenticata la sua grande Enciclica Mit brennender Sorge, come forte segnale contro il nazismo”, ha sottolineato Benedetto XVI, che ricorda Pio XI come “il Papa della mia infanzia”. L'impatto dell'Enciclica in Germania fu così evidente che Adolf Hitler ordinò a Reinhard Heydrich, capo della Gestapo, di raccogliere e distruggere tutte le copie. Gli storici hanno constatato di recente, grazie all'apertura dell'Archivio Segreto Vaticano, che prima di morire voleva anche redigere un documento per denunciare l'antisemitismo del regime nazista. “Si rimane davvero ammirati di fronte all'opera saggia e forte di questo Pontefice, che per la Chiesa volle solo quella libertà che le permettesse di svolgere integralmente la sua missione”, ha aggiunto Benedetto XVI rendendo omaggio al suo predecessore. fonte: zenit.org |
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#27 |
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Pio XI nelle nuove fonti vaticane Un Papa e cinque dittatori Giovedì 26 febbraio si è aperto in Vaticano, presso il Collegio Teutonico di Santa Maria in Camposanto, il convegno internazionale "La sollecitudine ecclesiale di Pio XI alla luce delle nuovi fonti archivistiche" promosso dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche. I lavori sono stati aperti dalle relazioni - delle quali pubblichiamo alcuni stralci - del cardinale segretario di Stato e del vescovo prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano. Il convegno si articolerà in tre giornate durante le quali i partecipanti presenteranno i vari aspetti del magistero di Papa Ratti attraverso l'analisi dei documenti del suo Pontificato. Le conclusioni saranno affidate a una tavola rotonda che si svolgerà sabato mattina. di Tarcisio Bertone ![]() Mi è capitato tra le mani in questi giorni il libro del cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bologna, pubblicato nel gennaio dello scorso anno e intitolato: Memorie e digressioni di un italiano cardinale. In esso egli dedica alcune pagine a Pio XI. "In questi ultimi anni - scrive - mi è avvenuto non di rado di verificare i miei pensieri con quelli di un uomo ricco di fede, cristianamente sapiente e libero come don Divo Barsotti (che mi era divenuto amico); e una volta gli ho detto che mi pareva di poter ritenere Pio XI il Papa più grande del secolo ventesimo. Non solo del secolo ventesimo, - mi ha risposto - di tutti gli ultimi secoli". È difficile e forse nemmeno sensato - egli nota - stabilire una graduatoria di merito tra i diversi Successori di Pietro, ma il suo giudizio, che a prima vista sembrerebbe censurabile come eccessivo e assoluto, "vuol solo riscattare energicamente questo Papa da una trascuratezza e da un oblio che non gli rendono giustizia". Con quale criterio il cardinale Biffi valuta questa sua grandezza? Non si tratta certo - egli osserva - di un discorso circa la sua santità, tanto meno la grandezza di un Papa si può misurare dall'ampiezza del favore ottenuto o dal "consenso" mondano. I suoi criteri di giudizio sono gli stessi che motivavano la risposta di don Divo Barsotti, e vanno ricercati non solo nella salvaguardia del deposito di verità rivelata (che sta ovviamente al primo posto), ma anche nella difesa del popolo di Dio dagli errori più nefasti: errori circa il giusto comportamento secondo i dettami del Vangelo, sia dei singoli sia della comunità cristiana. A ciò va sommata la preveggenza, concretata nella messa in atto delle migliori condizioni, perché in un prossimo avvenire la Chiesa possa svolgere la sua missione di salvezza entro una storia che, essendo "mondana", le è di solito largamente ostile. C'è poi la capacità di dare un impulso decisivo all'evangelizzazione, alla vita di carità operosa, alla miglior promozione possibile della giustizia (senza arrogarsi funzioni che sono proprie della società civile), e di preparare praticamente le nuove generazioni dei credenti alle difficoltà di un prevedibile futuro. Lasciamo da parte la discussione se sia o no il Pontefice più grande del secolo, valutazione sempre complessa e difficile, resta però il fatto che la vicenda umana ed ecclesiale di Pio XI è realmente stupefacente: la si potrebbe persino definire inverosimile, e invece, annota sempre il cardinale Biffi, è soltanto provvidenziale. Ha più di sessant'anni Achille Ratti - l'età in cui comunemente, soprattutto allora, si riteneva conclusa col pensionamento ogni attività organica e permanente - ed era ancora tra i libri: dal 1888 al 1912 alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, e quindi sino al 1918 alla Biblioteca vaticana. Poi ecco che tutto cambia. Viene nominato visitatore apostolico in Polonia e Lituania nel 1918, Nunzio e dunque arcivescovo l'anno seguente, arcivescovo di Milano nel 1921, dove fece il suo ingresso l'8 settembre, e Papa il 6 febbraio 1922. Davvero raptim transit ("passa rapidamente"), come ebbe a scrivere nel suo stemma episcopale. Chi avrebbe potuto accreditare doti di governo a uno che era vissuto praticamente tutta la vita tra volumi e manoscritti? Eppure, una volta divenuto Pontefice, rivelò subito una straordinaria attitudine a reggere e a guidare con mano ferma e preveggente attenzione le sorti della Chiesa. Nei suoi interventi di varia natura, ce ne sono alcuni che sembrano rivelare una visione "strategica", colgono cioè i problemi non soltanto del momento, ma per così dire "nodali" e quindi di un'attualità molto estesa nel tempo. Quando divenne Papa scelse come motto: Pax Christi in regno Christi e si mantenne fedele a esso lungo i 17 anni del suo pontificato, incoraggiando ogni sforzo compiuto dai popoli per guarire le ferite della prima guerra mondiale, e per impedire che si tornasse alle lotte fratricide. Eppure terminava il suo pellegrinaggio terreno proprio mentre andava acuendosi la tensione con il regime fascista a causa delle leggi razziali volute da Mussolini, e l'Europa si avviava drammaticamente verso un nuovo sanguinoso conflitto mondiale. Sono trascorsi settant'anni da allora, e questo significativo anniversario costituisce un'occasione propizia per andare a rileggere pagine di storia ecclesiastica e civile del secolo xx ancora non sufficientemente esplorate, per meglio capire quel che avvenne, e familiarizzare con la figura di questo grande Pastore definito "il Papa della dignità ecclesiale", per il coraggio e la fermezza con cui seppe guidare la Chiesa in un mondo agitato da numerosi e gravi problemi. Ben volentieri pertanto ho accolto l'invito che mi è stato rivolto di aprire questo Convegno internazionale promosso dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche. Pio XI, "Pontefice di statura imperiale" come ebbe a dire di lui il giovane Oscar Romero, futuro arcivescovo di San Salvador caduto sulla breccia nel 1980, non è in effetti conosciuto quanto meriterebbe; non è stata ancora sufficientemente approfondita la sua poliedrica personalità, che ancor più risalta in quel complesso e travagliato contesto storico. In questi giorni avrete modo di approfondire la figura di Papa Achille Ratti. Questa mattina, però, introducendo i lavori, permettete che accenni ad alcuni dati biografici caratteristici di questo personaggio di primo piano nella Chiesa di fine Ottocento e prima metà del Novecento. Nell'arco della sua vita, come già sopra accennavo, dopo incarichi di carattere culturale e scientifico, improvvisamente il Papa Benedetto XV lo inviò nel 1918 come diplomatico in una delle zone più calde dell'Europa: la Polonia e la Lituania. La sua missione si rivelò in verità non facile: dovette destreggiarsi fra i mille problemi di conflitti nazionali e confessionali che travagliarono la rinascita dello stato polacco, fino all'invasione bolscevica dell'estate del 1920. Questa sua esperienza diplomatica non fu un tranquillo successo, ma la Santa Sede, che sapeva bene in quale polveriera egli aveva dovuto operare, giudicò molto positivamente la sua azione, e Benedetto xv lo creò cardinale inviandolo arcivescovo a Milano per succedere al futuro beato, il cardinale Ferrari. Ma dopo pochi mesi venne eletto Papa, il 6 febbraio 1922, succedendo a Benedetto xv repentinamente scomparso. La sua elezione, dopo quattro giorni di conclave, avvenne in un contesto politico in evoluzione, quando la crisi postbellica stava per trovare la propria conclusione con il consolidamento della rivoluzione comunista in Russia e l'avvio in Italia del regime fascista, presto seguito da regimi analoghi in altri Paesi d'Europa. Effettivamente la missione ecclesiale di questo Papa si è svolta in uno scenario che in verità non poteva essere più fosco. Si trovò a dover affrontare ben cinque dittatori: Mussolini, che ascese al potere otto mesi dopo la sua elezione, Salazar in Portogallo, Hitler in Germania, Franco in Spagna, Stalin in Urss; la crisi finanziaria del 1929; la persecuzione dei cattolici in Messico e la guerra civile in Spagna; la conquista italiana dell'Etiopia; le leggi razziali. In questo difficile contesto il Papa agì con determinazione e coraggio coadiuvato validamente in primo luogo dai suoi segretari di Stato: il cardinale Pietro Gasparri dapprima e, dal 1930, il cardinale Eugenio Pacelli. Lo muoveva in ogni sua decisione e iniziativa il motto stesso del suo pontificato: Pax Christi in Regno Christi - la pace di Cristo, pace fra gli uomini, pace fra tutte le realtà con l'intenzione di salvare il salvabile, di ancorare le derive totalitarie della modernità, il potere senza più limiti dei governi e dei dittatori, a strumenti giuridici vincolanti anche la sovranità statuale, ormai debordante e incontenibile. Una caratteristica del pontificato di questo grande Papa fu senz'altro - potremmo chiamarla così - la politica dei concordati fra i quali emergono i Patti Lateranensi sottoscritti con l'Italia nel 1929, che costituirono un suo indiscutibile successo, come riconobbero pure quanti - si pensi a De Gasperi e don Sturzo - lo vissero dal loro punto di vista come uno "schizzo di fango", che andava a imbrattare il miglior cattolicesimo antifascista. Quando, appena eletto, Pio XI per la prima volta dopo il 1870 si affacciò dalla loggia centrale della basilica di San Pietro per la benedizione Urbi et orbi, lasciò chiaramente intendere che sarebbe stato il Papa della Conciliazione, e ciò venne ulteriormente chiarito nella sua prima enciclica, la Ubi arcano del 23 dicembre del 1922. Proprio nei giorni scorsi è stato solennemente commemorato l'ottantesimo anniversario dei Patti Lateranensi tra la Santa Sede e l'Italia, ed è stato a più riprese sottolineato come con il Trattato, il Concordato e la Convenzione finanziaria si sia rimarginata una ferita aperta dalla Questione romana realizzando la nascita dello Stato vaticano, base territoriale quasi simbolica eppure reale della sovranità e dell'indipendenza della Santa Sede. Di tutto ciò il merito primo e principale va indubbiamente a Pio XI, considerato pertanto a giusto titolo il vero ideatore e fondatore dello Stato della Città del Vaticano, frutto della sua tenacia, realismo, cultura e lungimiranza, dimostrate del resto anche in tanti altri momenti, e di fronte a molti gravi problemi che, come ho già detto, segnarono la Chiesa e la società durante quei decenni. La creazione dello Stato della Città del Vaticano si può dire che andava ad "aggiungere" alla sovranità della Sede Apostolica quella di carattere territoriale: il Pontefice diventava sovrano di un piccolo stato territoriale perché "una qualche sovranità territoriale è condizione universalmente riconosciuta indispensabile a ogni vera sovranità giurisdizionale ". Il Concordato invece non impedì purtroppo crisi e tensioni, già nel 1931 per l'offensiva fascista contro le organizzazioni cattoliche e nel 1938 a causa delle leggi razziali. Per non dilungarmi oltre, vorrei semplicemente aggiungere che, oltre a quello con l'Italia, Pio XI ebbe a concludere una decina di altri concordati: con la Lettonia, la Baviera, la Polonia, la Romania, la Lituania, il Baden, l'Austria e la Germania. Il più contestato è sicuramente l'accordo con il Reich hitleriano, portato a termine il 20 luglio 1933. Chi lo giudica un cedimento dimentica che esso fornì alla Santa Sede la giustificazione giuridica e morale che rese possibile nel 1937 l'enciclica Mit brennender sorge, la requisitoria più ferma e precisa mai scritta contro il nazismo, accusato quasi di essere l'anticristo e di "pervertire" e "falsificare" l'ordine "creato e voluto da Dio". Ma di quel documento merita di essere ricordata soprattutto la conclusione, stranamente trascurata nei frequenti addebiti rivolti contro il papato di quegli anni. Scrive Pio XI: "Abbiamo pesato ogni parola di questa enciclica sulla bilancia della verità e insieme dell'amore. Non volevamo con silenzio inopportuno essere colpevoli di non aver chiarita la situazione, né con rigore eccessivo di avere indurito il cuore di coloro che, essendo sottoposti alla Nostra responsabilità pastorale, non sono meno oggetto del Nostro amore, perché ora camminano sulle vie dell'errore e si sono allontanati dalla Chiesa". Solo cinque giorni dopo il documento contro il nazismo, Pio XI - che del bolscevismo conservava un amaro ricordo per averlo visto all'opera nel 1920 contro i polacchi - promulgò l'Enciclica Divini Redemptoris, sul "comunismo ateo". "Per la prima volta nella storia - leggiamo in uno dei passaggi più forti di questo testo - stiamo assistendo a una lotta, freddamente voluta e accuratamente preparata, dell'uomo contro tutto ciò che è divino". Se la situazione religiosa era drammatica in Europa, non era più rosea nelle Americhe, soprattutto in Messico, dove la Chiesa cattolica subì una feroce persecuzione. Papa Pio XI dedicò diverse encicliche alle vicende messicane: la Iniquis afflictisque del 18 novembre 1926 che condannava i sopraffattori, la Acerba animi del 29 settembre 1932, la Dilectissima nobis del 3 giugno 1933 in cui protestava per quanto avveniva in Spagna e accennava alla situazione in Messico e in Russia, la Firmissimam constantiam del 28 marzo 1937. Tutte testimoniano l'angoscia e le difficoltà con cui da Roma si cercava di interpretare e orientare i tragici eventi che insanguinavano quei Paesi. Mi sono soffermato fin qui a porre in rilievo l'azione politica di questo Pontefice. Ma non va dimenticato che la sua azione pastorale fu veramente sorprendente, perché riuscì ad abbracciare vari fronti. L'internazionalizzazione della Chiesa di Roma fece in quegli anni passi avanti fondamentali, segnati da scelte che si rivelarono poi decisive: come, ad esempio, il trasferimento a Roma dell'Opera per la Propagazione della Fede; la promulgazione dell'enciclica Rerum Ecclesiae, nel 1926, volta a promuovere clero ed episcopato indigeni, i cui frutti saranno la creazione dei primi sei vescovi cinesi; l'attenzione alla Russia e all'oriente cristiano, di cui sarà prova la creazione a Roma di un Collegio russo, il Russicum, affidato ai Gesuiti, come pure la grande opera caritativa svolta dalla "Pro Russia", la cui documentazione è abbondante e in parte ancora inesplorata. Sul piano strettamente religioso e dottrinale vanno ricordate, oltre la celebrazione di grandi santi come san Francesco di Sales, san Tommaso d'Aquino, san Francesco d'Assisi e sant'Agostino, le quattro encicliche definite dal futuro beato Giovanni XXIII "magnifiche colonne": la Divini illius Magistri del 31 dicembre 1929 sull'educazione della gioventù, la Casti connubii del 31 dicembre dell'anno seguente 1930 sulla famiglia saldata da Dio nell'unità matrimoniale, la Quadragesimo anno del 15 maggio 1931 che celebra, spiega e integra la Rerum novarum di Leone XIII e la Ad catholici sacerdotii del 20 dicembre 1935 che esalta la sublimità del sacerdozio cattolico e la sua missione nel mondo. Questo Pontefice - lo riconoscono concordi gli storici - seppe governare la Chiesa con vigore, guardando con occhi nuovi alle missioni e al radicamento cattolico al di fuori dell'Europa; fu sensibile alle questioni emergenti nella cultura e spinse i cattolici a un impegno nel sociale. La cronaca dei 17 anni del suo pontificato è ricca di celebrazioni memorabili in occasione dei giubilei e di altre significative circostanze. Fu inoltre il primo Pontefice a usare il mezzo radiofonico, grazie all'invenzione di Guglielmo Marconi, facendo così udire la sua voce in tutto il mondo. (©L'Osservatore Romano - 27 febbraio 2009)
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Nell'archivio anche le poesie in milanese di Achille Ratti di Sergio Pagano Nonostante molte illogiche collocazioni o classificazioni, provocate dalla mancata professionalità degli archivisti vaticani del passato - molto scusabili, del resto, visto che, loro malgrado, per genuino spirito di servizio alla Santa Sede e al Papa accettavano di compiere un lavoro pesante, nascosto, senza averne la predisposizione o la preparazione - ma ancor più la mancanza di un quadro archivistico di riferimento nel lavoro ordinario di classificazione delle carte, occorre dire che il patrimonio documentario cui si può agevolmente attingere all'Archivio Segreto Vaticano nello specifico del pontificato di Pio XI è notevolissimo e di alta qualità. Quanto alla Segreteria di Stato del Papa abbiamo una consistenza di 5.600 fascicoli dal 1922 al 1935. Il fondo, seguendo un'invalsa tradizione, era archiviato secondo un titolario e relative rubriche - che sotto Pio XI giunsero a più di 300 - quindi la consultazione avviene comodamente mediante l'ausilio di libri di protocolli e rubriche. Con il 1936 l'archivio mutò modalità di archiviazione: le rubricelle furono sostituite da schedari e ai libri di protocollo vennero affiancati alcuni libri detti "locatari"; i fascicoli radunati dal 1936 al 1938 sono 15.600. Le ricerche in questo fondo si compiono oggi mediante tutti questi strumenti. Anche il vasto archivio della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari - che si presenta ordinato secondo i vari Stati con cui la Santa Sede intrattiene rapporti diplomatici - consta di alcune migliaia di fascicoli, le cui carte sono note per la loro precipua preziosità storiografica, tant'è vero che la consultazione, come dicevamo, è aumentata numericamente negli ultimi anni. Dal 1922 vengono create nuove serie di scritture, corrispondenti ai nuovi rapporti con entità statuali o nazionali intessuti dalla Santa Sede: Albania, Cina-Giappone, Grecia, Paesi Baltici, Panama, Svezia-Norvegia-Danimarca-Finlandia (queste ultime dipendevano prima da Propaganda Fide). Degna di molta considerazione la serie Pontificia Commissione Pro Russia. Neppure questo archivio è passato immune dagli illogici ordinamenti del passato e facilmente lo studioso si accorgerà che alcuni soggetti politici o religiosi relativi a certi Paesi si trovano oggi sistemati sotto la voce, per se stessa già fuorviante, di Stati Ecclesiastici. È questo, ciò nonostante, un insieme documentario di tutto rispetto, specie nell'ottica della valutazione delle relazioni diplomatiche intessute dalla Santa Sede sotto Pio XI. Un discorso a parte meritano gli archivi delle rappresentanze pontificie per gli anni 1922-1939 già versati e pertanto consultabili presso l'Archivio Segreto Vaticano. È noto che con la disgregazione dei tre grandi imperi russo, austro-ungarico e ottomano e la nascita di nuove nazionalità, la politica di Pio XI - già del resto intrapresa dalla Santa Sede sotto Benedetto xv - fu protesa al conseguimento di relazioni bilaterali con i nuovi Stati e a realizzare con i medesimi concordati o modus vivendi; bisognerà ricordare, del resto, che dopo il 1870 la Santa Sede veniva misconosciuta come entità autonoma internazionale da alcuni Stati, ed è quindi ovvio pensare che la politica di legazione attiva e passiva della Santa Sede tendesse all'autonomia di azione internazionale soggettiva della Santa Sede, soprattutto dopo la mancata partecipazione - o ammissione - alla Conferenza di Pace di Parigi del 1919. Dai primi anni Venti del Novecento nacquero pertanto nuove rappresentanze pontificie (nunziature o delegazioni apostoliche) i cui archivi possono oggi essere consultati presso l'Archivio Segreto Vaticano, dall'Africa per le Missioni al Vietnam-Indocina (la delegazione nasce nel 1925). Vi sarebbe materia per parlare a lungo sugli archivi di queste e di altre rappresentanze pontificie, la cui peculiare e insostituibile documentazione non è ancora stata compresa appieno dai ricercatori e dagli storici. Della Congregazione Concistoriale - oggi Congregazione per i Vescovi - sono state versate in Archivio Vaticano soltanto le relationes dioecesum fino al 1939; ognuno sa quanto sia importante questo genere di fonte per la storia delle diocesi cattoliche e dei loro presuli. Quanto alla Congregazione dei Riti (oggi per le Cause dei Santi) in Archivio Vaticano abbiamo soltanto la corposa serie dei Processus, non l'archivio storico del dicastero, che si conserva in sede, appunto alla Congregazione per le Cause dei Santi. I processi di beatificazione o canonizzazione giunti in porto sotto Pio XI non arrivano al numero di cento. L'interesse verso queste particolarissime fonti cresce o diminuisce nel tempo, a seconda che queste carte, tanto faticosamente riunite e poste in essere, siano apprezzate o deprezzate come fonte storica affidabile. Il vasto e assai interessante fondo dell'Archivio della Segreteria di Stato che ha assunto il titolo Spogli di Cardinali e Officiali di Curia, ordinato - almeno come serie - di recente, conserva documentazione occasionale o personale lasciata da vari porporati o prelati dopo la loro morte in Roma, raccolta e suddivisa in buste - ma in modo molto confuso - dagli archivisti della medesima Segreteria di Stato. Il fondo è consultabile per i cardinali o i prelati che sono morti prima del 1939; dopo tale data esso resta riservato in virtù della legge archivistica vaticana. Deroghe sono concesse soltanto dalla Segreteria di Stato. I cardinali di cui si abbia documentazione in questa serie archivistica e che siano morti durante il pontificato di Pio XI sono pochissimi e tuttavia alcuni di rilievo: Bonaventura Cerretti, Andrea Frühwirth, Achille Locatelli, Rafael Merry Del Val, Luigi Sincero. Un discorso a parte meritano le otto buste dello spoglio di Pio XI conservate in Archivio Segreto Vaticano - una però si trova alla Congregazione per le Chiese Orientali -; esse pervennero in diversi momenti e conservano carte di natura assai dissimile, provenienti dal "sacro tavolo" di Papa Ratti. Fra i documenti più interessanti si possono segnalare minute di allocuzioni pontificie con correzioni autografe - fra cui il celebre discorso alla Radio Vaticana del 1938 per scongiurare la guerra -, corrispondenza giunta direttamente nelle mani del Pontefice (Ildefonso Schuster, Benedetto Galbiati e altri) e appunti autografi su varie questioni. Piace segnalare in questo Anno dell'Astronomia, fra questi scritti, il discorso con correzioni autografe di Pio XI per l'inaugurazione della nuova Specola a Castel Gandolfo. Il Ratti "intimo" appare invece, fra queste carte, da un poemetto di quarantacinque strofe in dialetto milanese redatto per la mamma in occasione del suo onomastico il 15 ottobre 1882. (©L'Osservatore Romano - 27 febbraio 2009)
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Pio XI secondo le nuove fonti archivistiche Fermezza e duttilità di un pontificato profetico di Raffaele Alessandrini ![]() "Conservatore" o "progressista"? L'improprietà e l'ambiguità di certe categorie di natura politica, alle quali la storiografia spesso fa ricorso con eccessiva disinvoltura, risalta in termini evidenti allorché l'indagine consideri un settore particolare come la storia della Chiesa. A maggior ragione se la materia di studio è il pontificato di un Papa come Pio XI. Il contemporaneista e storico delle missioni Gianpaolo Romanato dell'Università di Padova, ha provveduto a ricordarlo sabato 28 febbraio, al termine della tavola rotonda conclusiva del Convegno internazionale "La sollecitudine ecclesiale di Pio XI alla luce delle nuove fonti archivistiche". Papa Ratti oggi si conferma una figura poliedrica e un personaggio chiave per comprendere le dinamiche e gli sviluppi della Chiesa del Novecento. La personalità e l'opera del pontefice sono state esaminate a trecentosessanta gradi in questa due giorni vaticana di studi, promossa dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche. Un convegno che ha visto succedersi al microfono alcuni dei maggiori storici europei. Il taglio della tavola rotonda finale del resto si è caratterizzato per i suoi singolari termini prospettici: più che su Pio XI si è fermata l'attenzione sull'ambiente e sul contesto storico in cui il pontefice si trovò a operare. Sono intervenuti nell'ordine la storica ed esperta di bioetica Lucetta Scaraffia, Roberto de Mattei dell'università di Cassino, Eutimio Sastre Santos del Claretianum e lo stesso Romanato. In Papa Ratti lo spirito religioso ed evangelico, e quindi l'attenzione pastorale, si fondono con una congenita propensione culturale e con un'indiscussa attenzione alla modernità. Un'attenzione che, come dimostrano i documenti, non trascura le dinamiche, e le derive, della morale e dell'etica, soprattutto alla luce delle mutate condizioni storico-geografiche all'indomani del primo conflitto mondiale e del quadro europeo frutto di Versailles. Prima preoccupazione di un Papa è anzitutto l'evangelizzazione e dunque la missione della Chiesa. In quest'ottica si comprende - come sottolinea Scaraffia - l'Esposizione etnologica missionaria del 1925. Qui risulta chiara una doppia finalità religiosa e culturale. La presenza dei missionari in terra di missione è stata determinante per gli studi etnologici: le prime osservazioni, le relazioni, gli studi e la raccolta di reperti etnografici, e soprattutto gli studi linguistici ove spiccano i dizionari dei vari popoli illetterati di cui si avvarranno molti studiosi, anche laici - ma l'unico ad ammetterlo in Tristi tropici è stato Claude Lévi-Strauss - si devono all'opera dei missionari. L'attenzione di Papa Ratti alla duplice prospettiva religiosa e culturale è evidente. Di grande significato la linea etnologica e storico-religiosa che vede i padri verbiti in prima linea e in particolare Wilhelm Schmidt (1868-1954) primo direttore del Museo Missionario Etnologico vaticano (1927), il celebre teorico del "monoteismo originario". Su un altro versante spicca la nuova attenzione della Chiesa per i problemi connessi alla morale sessuale inaugurata con l'enciclica Casti connubii (31 dicembre 1930) sul matrimonio cristiano. Accanto a una presa di posizione etica esplicita e chiara e non lasciata solo ai confessionali - osserva Scaraffia - la Chiesa di Pio XI si schiera profeticamente in difesa della legge naturale e si oppone all'eugenetica e alle diverse visioni neomalthusiane vigenti in diverse parti del mondo in anni appena precedenti all'avvento del nazionalsocialismo in Germania. Tutta la dottrina sociale della Chiesa del ventesimo secolo peraltro non potrà prescindere - ricorda Scaraffia - dalla Casti connubii di Papa Ratti. Enciclica tra l'altro che riflette il coraggio e la fermezza del Pontefice che non ignora di aver affrontato una strada impopolare soprattutto in Francia. Egli però non teme l'allontanamento di qualche fedele se sono in gioco i valori della verità e della carità. In Pio XI bisogna sempre distinguere il carattere personale - emotivo, imperioso, non alieno da bruschi scatti passionali - dallo stile di governo: questo a volte strategicamente, più flessibile, savio e accomodante (de Mattei). La fermezza e la duttilità dell'azione del Papa - ricorda Romanato - si coglie di fronte alle nuove problematiche politiche e religiose delle fragili democrazie sorte dopo Versailles e del consolidarsi dei totalitarismi. Di fronte ai tentativi neogiurisdizionalisti serpeggianti nell'Europa orientale egli reagisce con un forte rafforzamento dell'autorità romana. D'altra parte la politica concordataria, come dimostra lo sviluppo degli eventi, rappresenta un grande argine a ogni deriva dittatoriale e totalitaria. Di non minore equilibrio è l'atteggiamento di Pio XI di fronte all'oppressione e all'ingiustizia. Accanto alle encicliche del 1937 contro il comunismo ateo e contro il Terzo Reich, Romanato tiene a ricordare anche i documenti sulla situazione della Chiesa perseguitata in Messico. Non si può quindi accusarlo di non aver parlato. Anzi indicativa - per Romanato - è la conclusione della Mit brennender Sorge ove il Papa sottolinea di aver "pesato ogni parola sulla bilancia della verità e insieme dell'amore". Dice tutto senza dire troppo. E il suo Successore, Eugenio Pacelli, agirà in perfetta continuità e sintonia con lo stile inaugurato da Pio XI. Ben altri e più gravi - ricorda Romanato, alludendo ad esempio alle fosse di Katyn - sono stati i silenzi nella storia nel Novecento. (©L'Osservatore Romano - 1 marzo 2009)
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Intervista allo storico Vicente Cárcel Ortí a settant'anni dalla fine della guerra civile La Chiesa tra le due Spagne Dalla seconda Repubblica alla dittatura di Franco attraverso le atrocità della persecuzione religiosa di Maurizio Fontana ![]() Settant'anni. La memoria di un pontificato - quello di Pio XI - si lega anche al ricordo di uno dei passaggi più dolorosi della storia recente: la persecuzione religiosa della seconda Repubblica spagnola, la guerra civile e, meno di due mesi dopo la morte di Achille Ratti, l'inizio della dittatura di Francisco Franco il 1° aprile 1939. Anni dei quali molte persone in Spagna portano ferite non rimarginate e che ancora alimentano interpretazioni poco serene. "Questo anche perché gli storici troppo spesso non sanno fare il loro mestiere e offrono invece il loro contributo a discutibili operazioni ideologiche. Invece di analizzare fatti e documenti si manipolano i fatti a causa dei quarant'anni di regime politico vissuto dalla Spagna fino al 1975". A parlare è Vicente Cárcel Ortí, che da decenni studia sulle fonti d'archivio la storia della Chiesa contemporanea, soprattutto in Spagna. È un discorso che coinvolge e appassiona il sacerdote spagnolo: "Bisogna avere innanzitutto chiaro che il compito dello storico non è giudicare, bensì studiare per comprendere e per aiutare gli altri a capire. Pur cosciente del fatto che l'imparzialità totale non esiste, lo storico deve fare lo sforzo di cercare il massimo dell'obbiettività di fronte a una materia come questa che, dopo settant'anni, suscita ancora tanta polemica". Cosa si deve fare per comprendere meglio ciò che è accaduto? La storiografia tradizionale non serve più. I libri di storia sono praticamente tutti scritti da autori di parte: destra o sinistra che sia. Ma così si fa solo ideologia. Io credo, invece, che si debba partire dalle fonti. Oggi questo è possibile. Da poco più di due anni l'apertura dei documenti dell'Archivio Segreto Vaticano relativi al pontificato di Pio XI (8 febbraio 1922 - 10 febbraio 1939) permette di analizzare con il massimo rigore i fatti accaduti in Spagna dal 1931 fino al 1939. E i documenti vanno letti senza preconcetti e senza manipolazioni. Chiarisco subito: oggi conosciamo come si è evoluta la storia della Spagna durante il regime militare di Francisco Franco e in seguito, con l'avvento della democrazia. Non possiamo però commettere l'errore di giudicare le scelte fatte prima di questi eventi alla luce di ciò che è accaduto dopo. Voglio essere ancora più chiaro: nel preciso momento storico in cui la Santa Sede nel 1938 riconosceva il Governo nazionale di Franco, questi rappresentava l'unica scelta in quanto stava salvando la Chiesa spagnola dalla persecuzione religiosa. Per giudicare meglio quegli eventi, quali novità apportano i documenti dell'Archivio Segreto Vaticano? In questa documentazione vengono confermate notizie che già conoscevamo, arricchite però con numerosi dettagli sul carattere energico di Pio XI e sulla sua progressiva ritrosia per la negoziazione diplomatica con i repubblicani spagnoli. I documenti testimoniano inoltre la fedeltà del segretario di Stato Eugenio Pacelli, la sua aperta opposizione alla rottura con la Repubblica e, insime, le sue numerose riserve sul riconoscimento ufficiale del regime di Franco. Gli atti delle diverse riunioni plenarie della Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari ci mostrano infatti la chiara ostilità di Pacelli verso tutto ciò che si richiamava all'ideologia nazista. Questo tema, sebbene appaia secondario - per molti anni in parte taciuto o chiaramente eluso - rappresenta invece un elemento determinante per spiegare la diffidenza di Pio XI e del futuro Pio XII verso la Spagna di Franco. Può indicarci altri elementi innovativi di questi documenti? Per la loro ricchezza e abbondanza essi ci consentono finalmente di uscire dalla discussione estenuante e sterile sulle "colpe" e i "silenzi" del Papa e della Chiesa spagnola. Ci consentono di seguire il processo di maturazione del Pontefice e di evitare in tal modo alcune contrapposizioni ingenue, come quella di opporre la linea diplomatica della Chiesa a una malintesa posizione profetica secondo la quale la coerenza cristiana si manterrebbe pura soltanto sottraendola al confronto con le scelte del mondo. Quali sono le fonti di maggiore interesse? Certamente gli appunti che il cardinale Eugenio Pacelli scriveva quotidianamente dopo i suoi incontri con il Papa. Sono foglietti - i cosiddetti taccuini di Pacelli, trascritti dal 10 agosto 1930 al 3 dicembre 1938 - che ci rivelano molto su due personalità tanto distinte quanto reciprocamente attratte. Lo stesso si potrebbe dire di altre figure della Segreteria di Stato, per esempio Giuseppe Pizzardo o anche Domenico Tardini. Vi sono poi i dispacci inviati dalla nunziatura di Madrid da Federico Tedeschini, Silvio Sericano, Ildebrando Antoniutti e Gaetano Cicognani: un osservatorio privilegiato per comprendere non soltanto la situazione della Spagna e le difficoltà dei vescovi che vissero la tragedia della Chiesa prima, durante e dopo la guerra, ma anche il loro conflitto interiore tra la fedeltà alla patria e alla fede. Proviamo allora, sulla base dei documenti, a ricostruire quegli eventi Innanzitutto va ricordato che la seconda Repubblica spagnola venne proclamata il 14 aprile 1931 senza alcuna legittimità politica. Le elezioni del 12 aprile furono infatti delle semplici consultazioni amministrative peraltro vinte dai candidati monarchici. Però a Madrid e in alcune grandi città prevalsero i repubblicani. Re Alfonso xiii allora - per evitare scontri e spargimenti di sangue - decise di abbandonare immediatamente la Spagna lasciando campo libero ai repubblicani. Quale atteggiamento tiene Pio XI a riguardo? L'autoproclamazione della Repubblica, in realtà fu una sorta di colpo di Stato. Ciò nonostante Papa Pio XI afferma immediatamente che la Repubblica va riconosciuta e dà istruzioni precise ai vescovi di collaborare con i repubblicani per il bene comune e della nazione. Tre giorni dopo l'autoproclamazione repubblicana, il Papa decide di riunire i cardinali membri della Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari affinché, alla luce dei fatti recenti, esprimano il loro parere sull'opportunità di riconoscere la Repubblica e sulle istruzioni che si devono dare al nunzio. Dagli atti della riunione plenaria del 23 aprile emerge che alcuni cardinali pongono la questione della legittimità della Repubblica e manifestano dubbi su di essa dal punto di vista strettamente giuridico; preferiscono però concentrarsi sulla questione del riconoscimento diplomatico della Repubblica. Per il cardinale Pacelli "la Santa Sede è disposta ad assecondare il Governo provvisorio nell'opera del mantenimento dell'ordine, nella fiducia che anche il Governo vorrà da sua parte rispettare i diritti della Chiesa e dei cattolici (...). Simile istruzione converrebbe dare al nunzio e per di lui mezzo ai vescovi. Non eventuali eccessivi entusiasmi né passi comuni; ma rispetto dell'autorità costituita e richiamo al dovere di assecondarla per il mantenimento dell'ordine". Il nunzio a Madrid da quel momento cerca di evitare conflitti e d'instaurare un rapporto di amicizia personale con i dirigenti del nuovo sistema. In quei giorni sul diffusissimo e autorevole giornale d'ispirazione cattolica "El Debate" si legge: "Questo è il regime politico che noi dobbiamo accettare lealmente e col quale collaborare". Eppure già nel primo anno della Repubblica cominciano gravi espressioni di anticlericalismo. Infatti, nonostante l'atteggiamento della Chiesa, i repubblicani - prima ancora di avere la piena legittimità politica - cominciano a legiferare in modo anticlericale e antireligioso. Lo scontro è quindi immediato. E contro tutte queste leggi, il Papa ordina al nunzio di protestare. Tra i documenti della nunziatura si rintracciano quasi cento note diplomatiche di protesta. Il 25 agosto Pacelli scrive: "Tutti questi signori hanno agito e fatto e legiferato e si propongono di legiferare, senza sentire la Santa Sede; e si dicono cattolici!". Di pari passo con certe chiusure della legislazione comincia anche tra la gente un clima di aperta ostilità alla Chiesa. Il 10 maggio del 1931 in diverse città spagnole, a partire da Madrid, Valencia e Málaga, scoppiano incendi, con saccheggi e distruzioni di chiese e di conventi. La gravità - a parte il fatto in sé, che porta a una prima distruzione del patrimonio artistico storico e culturale della Chiesa spagnola - risiede proprio nella passività del Governo repubblicano che non vuole intervenire e non cerca neanche i responsabili. Quando parliamo di repubblicani a chi facciamo riferimento specifico? Con le elezioni politiche del 1931 il Governo repubblicano è completamente contrassegnato dalla sinistra, anzi, dall'estrema sinistra: soltanto il presidente Alcalá Zamora e il ministro dell'interno sono cattolici. Ci sono i comunisti, i socialisti più radicali, i marxisti, e poi vari gruppi estremisti come gli anarchici. Nell'ombra poi agisce la massoneria che non si sporca le mani nelle operazioni di devastazione, ma si adopera per indirizzare le idee e affermare la necessità di eliminare la Chiesa dalla Spagna. Alla fine del 1931 viene approvata la Costituzione e l'anno successivo è contrassegnato da un altro significativo atto contro la Chiesa cattolica. La Costituzione - di stampo marcatamente anticlericale - viene approvata nel dicembre del 1931. Il primo obiettivo viene raggiunto nel 1932 con la soppressione della Compagnia di Gesù. Di fronte a certi eventi come emerge la personalità di Pio XI? Pio XI ha una personalità forte, molto chiara e molto diretta. È un decisionista. Non vuole perdere altro tempo. Negli appunti di Pacelli si trovano registrati diversi momenti di forte tensione del Papa il quale sembra anche disposto a rompere completamente i rapporti con la Repubblica. Scrive Pacelli il 6 maggio 1932: "Il Santo Padre ha difficoltà per la permanenza del nunzio in Spagna. Si ha l'aria di avere relazioni diplomatiche normali con uno Stato che ci ha calpestato brutalmente. È pensiero tormentoso. Ma forse col richiamo del nunzio potrebbe venire peggio". Nel 1933 la dialettica fra la Santa Sede e la Repubblica comincia a farsi serrata... Sì, perché nel 1933 viene promulgata la Legge sulle confessioni e le congregazioni religiose, ed è chiaramente un modo per colpire direttamente la Chiesa cattolica dato che in Spagna - dove non c'è ufficialmente libertà di culto - di fatto non esiste confessione diversa dalla cattolica (a parte i pochissimi protestanti, tollerati). Insomma la legge, di fatto, è una finzione giuridica. Una legge gravissima che infligge un colpo mortale alla Chiesa. È a questo punto che giunge da parte di Pio XI il primo pronunciamento ufficiale sulla situazione politica spagnola: la lettera enciclica Dilectissima nobis. È il 3 giugno 1933. Qui egli afferma: "La Chiesa sta subendo in Spagna una persecuzione". È la prima volta che si usa questa parola in un documento così importante del magistero pontificio. In questo stesso anno sembra però arrivare una svolta positiva. Accade che le elezioni politiche portano a un ribaltamento degli equilibri: vince il centrodestra, ma con una maggioranza non autosufficiente: per formare un governo deve allearsi con elementi repubblicani moderati. Cosicché per la Chiesa la situazione di tensione sembra allentarsi anche se non si risolvono i problemi di fondo. E nel 1934 i repubblicani cercano di impostare nuovi rapporti con la Santa Sede. Il nuovo ministro degli Esteri Leandro Pita Romero manifesta volontà di collaborazione. Sembra davvero una finestra aperta verso un futuro più sereno. Lo stesso ministro si autonomina ambasciatore plenipotenziario al fine di condurre personalmente i negoziati. Pita viene ricevuto con tutti gli onori in Vaticano il 10 giugno 1934. Anche se Pacelli e Pio XI non si fidano dell'ambasciatore. Su un appunto del 17 luglio 1934 troviamo scritto: "Le trattative sembrano al Santo Padre un perditempo e un creare un equivoco". Ciò nonostante il Papa e il segretario di Stato vogliono ascoltare proposte e richieste. E il ministro presenta progetti ritenuti inaccettabili. Mesi di negoziazioni con Pacelli, con Tardini, con Pizzardo non portano a nulla. Alla fine, il 28 agosto 1934, il Papa rompe gli indugi e mette un punto. Scrive Pacelli: "Il Santo Padre, il quale ha voluto occuparsene personalmente, non vuol negare che l'Ambasciatore mostra qualche buona volontà, ma il suo progetto uti iacet non è accettabile. Aspettiamo che venga un momento in cui si possa contare sulle loro possibilità. Non vogliamo domandare loro l'impossibile. Ma è più impossibile per noi andare contro la legge di Dio. Egli manda una benedizione, se la desidera. Questo non significa che da parte nostra si rompano le trattative. Siamo pronti a continuare e discutere. Vi sono ostacoli insormontabili, ma questa condizione di cose non è stata creata dalla Santa Sede. Loro continuano a parlare e a dire inesattezze. Noi dovremo difenderci. Mai eccederemo nella difesa". Nel frattempo il Governo moderato di centrodestra promette una revisione della Costituzione... Che però non si farà mai. Quindi non si arriva a un accordo? No, perché il Papa continua a non fidarsi dell'ambasciatore e del Governo repubblicano. Il 29 gennaio 1935 Pacelli scrive: "Non possiamo proporre noi il modus vivendi; saremmo in contraddizione con quanto abbiamo fatto finora. Piuttosto i cardinali spagnoli suggeriscano al Governo di proporre qualche progetto, eventualmente corretto". L'8 marzo 1935, commentando il rapporto del nunzio di Madrid sulla riforma della Costituzione, il Papa ordina a Pacelli: "Telegrafare al nunzio per spiegazioni. All'ultima ora viene una riforma della Costituzione su tali basi. Noi siamo turlupinati". E dieci giorni dopo Pacelli scrive: "Il Santo Padre è deciso di non farne nulla; non vuole sporcarsi le mani". Tuttavia, in seguito a un nuovo intervento del cardinale Francisco Vidal y Barraquer, Pio XI decide il 22 marzo: "Rispondere che, tutto ben considerato, trattandosi da una parte di una Costituzione che essi dicono di non poter cambiare, mentre è una Costituzione in linea religiosa vessatoria e persecutrice, teme il Santo Padre che questo modus vivendi non sia che una preparazione; quanto più avremo ora concesso, tanto meno avremo in mano per un futuro concordato. I vescovi, il clero, i cattolici facciano quello che possono per la difesa della Chiesa e fidiamoci un po' della misericordia di Dio. Finché le cose stanno così, non si vede come si possa fare un modus vivendi". Ancora il 16 luglio il Papa autorizza Pacelli a comunicare all'ambasciatore Pita che "le trattative sono non rotte, ma soltanto sospese, finché la Costituzione potrà essere riformata. Questa è stata sempre la mente della Santa Sede". Infine il 26 novembre 1935 il Papa commenta con Pacelli: "Vedere se si possa entrare in prodromi di trattative per un modus vivendi, ma colla promessa che non si domandi più di quello che non vogliamo dare, e noi non vogliamo dare più di quello che possiamo per non rimanere poi a mani vuote. Essi hanno difficoltà, ma le abbiamo anche noi. Debbono aver meno di quello che hanno coloro che fanno un concordato in regola". Facciamo un piccolo passo indietro e torniamo al 1934 che, purtroppo, porta con sé i primi morti della persecuzione. È vero. I risultati delle elezioni del 1933 non vengono accettati dalle sinistre che provocano la prima rivoluzione di stampo stalinista nella regione più conflittuale della Spagna, le Asturie, regione di miniere di carbone. È l'ottobre 1934 e in una settimana vengono trucidati una quarantina di ecclesiastici, tra i quali nove fratelli delle scuole cristiane (canonizzati nel 1999) impegnati come maestri dei bambini dei minatori locali. La Rivoluzione delle Asturie è uno snodo importante: secondo l'intellettuale Gregorio Marañón, è il primo tentativo di instaurare un sistema sovietico nella Spagna repubblicana. È opinione di intellettuali spagnoli di quel tempo, come Salvador de Madariaga, che dopo i fatti delle Asturie la sinistra spagnola abbia perso qualsiasi autorità morale per condannare la ribellione del 1936. Ormai la rivoluzione è nell'aria... È vero. E il Governo non ha la forza per fronteggiarla adeguatamente. Anche perché le forze rivoluzionarie crescono sempre più, tanto che riescono a bloccare l'attività del Governo, a farlo cadere e a obbligare il presidente della Repubblica a indire nuove elezioni per il 16 febbraio 1936. È una data fatidica. Ancora una volta le elezioni segnano per i cattolici l'inizio di un periodo più buio. Di nuovo la sinistra sconfitta reagisce portando per le strade violenza e distruzione. Tutte le sinistre hanno capito che la loro divisione favorisce le destre. Si compatta perciò il Fronte popolare, ovvero l'unione di tutti i partiti di sinistra e di estrema sinistra più gli anarchici e gli extraparlamentari. Ricordiamo che ancora oggi non si conoscono i risultati di quelle elezioni. Sembra ci sia stata una vittoria delle destre, peraltro mai documentata. Fatto sta che gli esponenti del Fronte popolare, così come era successo per la proclamazione della Repubblica nel 1931, cantano comunque vittoria senza trovare opposizione nella destra e nei moderati. Il Governo del Fronte popolare comincia il 18 febbraio. Da quel giorno s'inaugura una spirale di violenza sempre più intensa contro tutto ciò che ha un legame con la Chiesa. Una testimonianza impressionante di questi fatti si ritrova in una relazione del nunzio Federico Tedeschini, di cui ho curato l'edizione critica che è in corso di pubblicazione. In più di trecento pagine egli descrive, giorno per giorno, tutti i fatti accaduti in Spagna: atrocità, violenze, profanazioni e distruzioni. In questo crescendo di disumanità il Papa - sperando forse di ottenere un po' più di rispetto per la Chiesa - decide di far rimanere a Madrid il nunzio Tedeschini appena creato cardinale. Tutto inutile. Il Papa è costretto a chiedere al nunzio di scrivere continue note diplomatiche e lettere di protesta. Come si arriva all'apice dello scontro, alla divisione della Spagna in due parti contrapposte? Nel luglio del 1936 il capo dell'opposizione al parlamento, José Calvo Sotelo, viene ucciso da corpi armati dello Stato. L'esasperazione giunge al massimo livello e si scatena quello che viene chiamato l'alzamiento nacional, ovvero la ribellione militare contro la Repubblica. Dopo quel gesto estremo molti mettono in dubbio la legittimità stessa di un Governo che ha ordinato la soppressione del capo dell'opposizione, ha aperto le carceri e liberato delinquenti comuni che impugneranno le armi insieme ai miliziani "rossi". Interessante notare come si tratti di un movimento civile e militare insieme. Una parte del popolo, infatti, si unisce alla ribellione e si nutre di sussulti e di tentazioni molto comuni nell'Europa di quegli anni: è il momento dell'ascesa dei totalitarismi, con le democrazie che manifestano debolezza e con i cosiddetti uomini forti che suscitano fascino e alimentano entusiasmi nelle masse: Hitler in Germania, Mussolini in Italia e Stalin nell'Unione Sovietica. La dittatura appare quindi come una soluzione? Diciamo che in quel momento di totale caos politico la scelta autoritaria appare ancora come una soluzione rassicurante. Ma attenzione: al momento dall'alzamiento Francisco Franco ancora non c'è. Non figura neanche tra i firmatari del primo documento del Comitato di Difesa Nazionale che il 30 luglio 1936 chiede - vanamente - un riconoscimento alla Santa Sede. È allora che inizia la vera persecuzione religiosa? Nonostante certe cautele della Chiesa, subito dopo il sollevamento militare, inizia la caccia al religioso da parte dei repubblicani: è la vera e propria persecuzione religiosa che avrà termine solo alla fine della guerra. Mentre la Spagna si divide in due la persecuzione imperversa nella parte repubblicana sulle persone e sulle cose: chiese, conventi e anche cimiteri, dove vengono riesumati i cadaveri di religiosi e di religiose per poterli profanare e per poter infierire su di essi. È un massacro: si tratta infatti del tentativo di eliminazione totale di una parte intera della popolazione spagnola, quella costituita dagli ecclesiastici e dai religiosi, uomini e donne. Ecco perché i repubblicani non si accontentano di preti, frati e suore, ma vanno a colpire anche i monumenti, i luoghi simbolici e gli edifici sacri. Una barbarie unica. E il Governo non riesce a controllare certi accanimenti? Non solo non riesce, ma quasi li incentiva, li promuove. In un rapporto del ministro repubblicano della Giustizia Manuel de Irujo, resoconto di sei mesi di rivoluzione, si legge: "Abbiamo distrutto tutto, non rimane più nulla". In molti libri di storia si è detto che le violenze occorse nella zona repubblicana furono in gran parte frutto di iniziative popolari incontrollate e seguirono di molto i massacri perpetrati fin dai primi giorni dell'alzamiento dei militari. Ma il rapporto del ministro Irujo smentisce categoricamente queste affermazioni, dichiarando apertamente che "la sistematica distruzione di chiese, altari e oggetti di culto non è certo un'opera incontrollata. La fucilazione di sacerdoti non può avere alcuna spiegazione possibile e pone il Governo della Repubblica davanti al dilemma della sua complicità o della sua impotenza, con la conseguenza che né l'una né l'altra delle conclusioni possibili possono giovare alla politica esterna della Repubblica e all'apprezzamento della sua causa davanti al mondo civile". Quali sono le decisioni e i gesti di Pio XI dopo lo scoppio della guerra? Nei suoi appunti Pacelli l'11 agosto commenta: "Ho per la terza volta sottoposto al Santo Padre l'idea, proposta da molti, di una funzione espiatoria o riparatrice per i dolorosi fatti di Spagna. Ha approvato l'articolo ufficiale apparso ieri sera sull'Osservatore Romano e preparato dalla Segreteria di Stato: "La Santa Sede e la situazione religiosa di Spagna"". Questo articolo riporta la celebre nota ufficiale della Santa Sede sulla situazione della persecuzione religiosa in Spagna. La nota viene ritenuta durissima dall'ambasciatore della Repubblica. È una denuncia pubblica al mondo a soli venti giorni dall'inizio della guerra, è redatta da Pacelli - se ne può vedere la minuta - ed è approvata espressamente dal Papa. Il 15 agosto per la prima volta tra il Papa e il Segretario di Stato si parla dell'opportunità di una lettera pontificia per la Spagna. Scrive Pacelli: "Visto che anche questa metà di mese è passata senza risultato, che gli aiuti negati formalmente, ma in realtà inviati minacciano di prolungare la lotta, ricordandoci che siamo il Padre non solo di tutti i credenti, ma anche di tutti i redenti, diciamo a tutti i nostri figli di Spagna: cessate dal sangue, dall'uccidervi tra voi, perché per il Padre è troppo straziante il vederlo. E invitare tutto il mondo a pregare per la cessazione della strage fraterna. Telegrafare a Mons. Sericano quali sono le previsioni o a Mons. Hurley". Dieci giorni dopo, Pacelli scrive il commento più lungo sulle cose della Spagna: "Domandare a don Carmelo - Carmelo Blay era l'agente dei Vescovi presso il Collegio Spagnolo a Roma - se vi sono altri vescovi a Roma, oltre quello di Vich. (...) E domandare loro: il Santo Padre sentirebbe volentieri da lui, come dai suoi confratelli, che cosa pensano che si possa utilmente fare dal Santo Padre di fronte al mondo cattolico. Indire in tutto il mondo quelle preghiere che già si fanno in molti luoghi? E confortarlo e dargli una benedizione speciale. Indire preghiere: ma come? in qual senso? La prima cosa da fissare: a chi ci rivolgiamo?". Nello stesso documento Pacelli annota un progetto di lettera del Santo Padre per dare una notizia al mondo intero: "Cominciare col dire avremmo creduto di poter risparmiare di scrivere per quello che sarà l'oggetto della presente. Avevamo sperato perché avevamo creduto che una guerra civile, come quella che vediamo nella Spagna, non fosse possibile. Ma quello che credevamo impossibile, è divenuto il fatto lagrimevole. Abbiamo allora creduto che fosse un fatto tanto breve di durata quanto era stato violento a scatenarsi, ma anche questo non si è mostrato rispondente alla realtà". Il 14 settembre 1936 Pio XI riceve a Castel Gandolfo un gruppo di esuli spagnoli. Sì, e pronuncia un discorso molto lungo nel quale parla della persecuzione. Dato interessante è che, nonostante si registrino già circa 3.500 ecclesiastici trucidati, il Papa nel discorso fa riferimento anche agli uccisori, ai repubblicani, un riferimento che inizia con queste parole: "E gli altri dove sono? Gli altri sono figli nostri anche se loro non ci riconoscono come padre, noi li amiamo con amore di padre perché sono figli nostri". È un discorso bellissimo che ha una vastissima diffusione e ripercussione nella stampa mondiale: si tratta del primo pronunciamento della Santa Sede sulla situazione spagnola. In Spagna però Franco cancella questo discorso con la censura governativa. Nessuno viene a sapere che il Papa ha pronunciato queste parole. Questa ampia allocuzione pontificia è un testo fondamentale per la storia della persecuzione religiosa spagnola perché in essa, per la prima volta, si parla di martirio in riferimento alle vittime della medesima. Perché i vescovi spagnoli aspettano un anno prima di pronunciarsi? Perché non vedono chiara la situazione nei primi mesi e perché il Vaticano aspetta ancora. Ma il 1° luglio 1937 i vescovi pubblicano una lettera collettiva di informazione al mondo per smentire la propaganda della Repubblica. Si badi bene: sono già stati massacrati oltre 6.500 ecclesiastici e praticamente distrutte tutte le chiese che si potevano distruggere e si assiste a un pericolo reale di annientamento totale della Chiesa e di tutto ciò che ha riferimento con la Chiesa (opere d'arte, libri, documenti, e così via). La lettera dei vescovi viene interpretata come un appoggio morale alla causa nazionale contro quella repubblicana. Del resto i vescovi in quel momento di persecuzione totale vedono nei nazionali l'unica possibilità di salvezza per la Spagna che rischia di finire nelle mani del comunismo stalinista. A questo proposito il cardinale Vicente Enrique y Tarancón, che poi sarà arcivescovo di Madrid fino al 1983, nelle sue memorie scrive: "In quei momenti la Chiesa aveva il dovere di essere belligerante, cioè di schierarsi perché c'erano due Spagne: la rossa che ti ammazza e l'altra che ti salva". Storicamente è importante ricordarlo e soprattutto sottolineare che in quel preciso momento non si poteva conoscere l'evoluzione politica successiva. Se in quel momento i militari ribelli alla Repubblica offrivano una possibilità di salvezza, cosa doveva fare la Chiesa, allearsi col persecutore? Con chi la stava annientando? In definitiva, a partire dal 1° luglio 1937 la Chiesa si lega moralmente ai nazionali. Ma bisogna dire che lo fa come gesto disperato, come unica opzione possibile per la sopravvivenza e, lo ripetiamo, senza poter sapere quale sarebbe stata l'evoluzione politica successiva. Il tono della lettera è abbastanza moderato in considerazione delle tragiche circostanze in cui fu scritta. Giudicata alla luce e con la mentalità di un tempo di duro confronto e di lotta, si tratta di un documento spiegabile e comprensibile. In esso la guerra non viene mai chiamata "crociata" e l'unica volta che compare questa parola è per negare tale carattere alla contesa. Una Spagna divisa in due, violenze e atrocità. Quali sono in questi anni i rapporti della Santa Sede con i due Governi durante la persecuzione? La Santa Sede nonostante lo scoppio della guerra mantiene i rapporti diplomatici con la Repubblica e non riconosce ancora il Governo nazionale. Il movimento militare sceglierà come capo il 1° ottobre 1936 il generale Franco, ma nei mesi più duri della persecuzione (dal 18 luglio alla fine di settembre) egli non è capo del Governo, non ha neanche una struttura statale alle spalle: è solo un militare dalle mire ancora non chiare. Infatti il problema del Papa è proprio capire chi è Franco. Non lo sa ancora nessuno. Anche quando i vescovi in qualche modo riconoscono il regime - un anno dopo l'inizio della guerra - egli ancora mantiene un atteggiamento prudente. In sintesi: il Papa da subito protesta aspramente contro le persecuzioni ma per prudenza aspetta a compiere passi ufficiali di schieramento. Sì, ed è una situazione che durerà fino al maggio 1938, cioè fino all'arrivo a Madrid del nunzio Gaetano Cicognani. Nel dicembre del 1936 - mentre la guerra è in pieno svolgimento e ci sono in corso proposte di non intervento e di mediazione - Pio XI dice a Pacelli: "L'autorizzo a trattare. Dire all'Ambasciatore di Francia che la Santa Sede è desiderosa di contribuire ad una cosa che tenda a far cessare tale guerra, ma intende di avere anche le garanzie le più sincere che questo non intervento da parte di tutte le Potenze è inteso nel senso vero di non intervento né ufficiale né privato, né diretto né indiretto, né attivo né permissivo. Se noi abbiamo queste garanzie, perché dobbiamo negare il nostro concorso a questa azione pacificatrice? Ma neanche Noi possiamo esporre la Santa Sede alla triste figura fatta finora: hanno creduto una cosa e ne hanno fatto un'altra. E quali garanzie vi sono per la religione nelle parti soggette ai rossi? Tutto è ivi distrutto! Chi ci assicura contro le falsità e lo spirito diabolicamente mendace di questi rossi? Domani ci possiamo trovare di fronte ad aver cooperato al trionfo dei rossi. Il Santo Padre offre volentieri quanto precede. L'armistizio non servirebbe che ai rossi. Il Generale Franco non lo accetterebbe, essendo pienamente sicuro del suo trionfo" (udienza dell'11 dicembre 1936). Pio XI non vuole allearsi con nessuno, vuole mantenersi indipendente: quando gli ambasciatori di Francia e Gran Bretagna giungono in Vaticano per chiedere un intervento del Papa, lui mostra, sì, di voler cercare una mediazione, ma non vuole collegarla né con le forze dell'Asse Roma-Berlino né con Londra o Parigi. "Il Papa - dirà Pacelli agli ambasciatori - non ha interessi politici da difendere ma pensa soltanto alla salvezza delle anime, alla salvezza della Chiesa". Questo è il periodo in cui da parte della Chiesa maturano le scelte che maggiormente sono al centro dei dibattiti e delle polemiche. Gli archivi recentemente aperti hanno fatto conoscere notizie nuove in merito? Oltre le cose già dette, una scoperta importante che emerge dagli archivi è certamente quella relativa a due vescovi: il cardinale di Tarragona Francisco Vidal y Barraquer e il vescovo di Vitoria Mateo Múgica, che non firmano la lettera collettiva dell'episcopato e che fino a ora erano considerati gli emblemi dell'antifranchismo. I due vescovi, ambedue in esilio - il primo scappato dalla persecuzione, il secondo espulso - non firmano, è vero, ma i documenti dimostrano che essi sono d'accordo pienamente col contenuto della lettera, anche se non la ritengono opportuna in quanto credono che provocherà una persecuzione ancora più intensa. Nelle loro missive personali a Pacelli si legge che i due vescovi desiderano la vittoria di Franco, che addirittura pregano perché egli vinca e, anzi, chiedono a Pacelli se é opportuno fare manifestazioni pubbliche di simpatia verso Franco. Pacelli consiglia invece prudenza. Per anni è stato strumentalizzato il fatto che il cardinale Vidal e il vescovo Múgica non firmarono la lettera collettiva dei loro confratelli e ciò è servito a qualcuno per sconfessare il carattere "collettivo" di quel documento. Nessuno, però, ricorda che altri dodici vescovi non lo poterono firmare perché erano stati uccisi dai repubblicani, alcuni in modo atroce e dopo aver subito supplizi inenarrabili e amputazioni di parti del corpo. Ci furono tentativi del Papa per mitigare gli orrori della guerra? Alla fine di luglio del 1937 - mentre mantiene i rapporti diplomatici con la Repubblica - il Papa invia in Spagna monsignor Ildebrando Antoniutti per verificare la possibilità di avviare relazioni ufficiose col Governo nazionale. Pio XI per due anni cerca diverse mediazioni, compie molti interventi per far sì che la guerra finisca quanto prima, per attutire gli orrori, per salvare le città; interviene anche personalmente presso Franco per chiedere grazie per condannati a morte o riduzioni di pene o indulti. Questa situazione perdura fino al maggio del 1938, ovvero quasi alla fine della guerra, e quando la Repubblica ha già perso credito a livello internazionale, quando c'è l'invio del nunzio Cicognani. Per il Natale del 1938, Pio XI tramite il nunzio chiede a Franco una tregua di almeno 48 ore. Ma la tregua non arriva e la guerra si chiude con la vittoria di Franco il 1° aprile 1939. Alla fine della guerra Pio XII pronuncia un discorso dove dice: "Finalmente è tornata la pace". In realtà noi sappiamo che non sarebbe stato così, ma lo sappiamo oggi. Inizia infatti l'instaurazione di un regime militare, pienamente riconosciuto pochi anni dopo da moltissimi Governi nonché dalle Nazioni Unite e dall'Unione Sovietica, e con il quale la Santa Sede, gli Stati Uniti e altre nazioni concluderanno accordi e firmeranno trattati. Ma questa è un'altra storia che potremmo conoscere e spiegare meglio quando avremo a disposizione i documenti del pontificato di Pio XII (1939-1958). È nel contesto della guerra civile che dobbiamo parlare della persecuzione religiosa e dei martiri beatificati? Certamente, ma dobbiamo dire che la persecuzione iniziò praticamente nel maggio del 1931, poi ci furono anche i martiri della rivoluzione delle Asturie nel 1934. Dobbiamo distinguere i morti se non vogliano fare confusione. Tutte le persone morte meritano il massimo rispetto, ma non tutti i morti sono uguali. Chi muore in un incidente stradale non può essere equiparato a chi è vittima, per esempio, di un attentato terroristico. Purtroppo nelle guerre ci sono i caduti che muoiono sui campi di battaglia. Ci sono poi le vittime della repressione politica, cioè persone che vengono uccise per motivi ideologici: nella guerra di Spagna la repressione fu durissima da parte di tutti e due gli schieramenti. Ci sono infine coloro che vengono uccisi per motivi religiosi, per motivi di fede: questi sono i martiri, da non confondere né con i caduti né con la vittime della repressione politica, perché i martiri non impugnarono mai le armi, non fecero la guerra contro alcuno, non manifestarono mai le loro idee politiche né fecero parte di gruppi o movimenti politici; morirono perdonando e perdonarono amando a imitazione di Cristo in croce. Non furono uccisi per le loro idee politiche ma per la loro fede cristiana, altrimenti non si spiega perché furono invitati, prima di morire e come condizione per salvare la propria vita, a rinunciare alla loro fede, a bestemmiare, a sputare sul Crocifisso o sulle effigi mariane. Altrimenti non si spiega perché tanto accanimento anche contro i simboli della religione: chiese, conventi, immagini e oggetti sacri. Lo Stato democratico ha il diritto di ricordare e onorare i caduti in guerra e le vittime della repressione politica sia dalla parte nazionale che dalla parte repubblicana. Ma la Chiesa ha il diritto e il dovere di mantenere viva la memoria di coloro che diedero la loro vita con il martirio per difendere la propria fede e, quindi, non beatifica i martiri dell'una o dell'altra parte, ma semplicemente coloro che furono trucidati in odium fidei, in odium Ecclesiae, senza alcun rancore verso i persecutori e senza alcuna intenzione politica perché i martiri non hanno colore politico. Infine, come storico, cosa ci può dire del pregiudizio che ha fin qui impedito di far luce su alcune pagine della storia recente europea e che ha cercato di occultare la persecuzione religiosa in Spagna? La persecuzione religiosa nella Spagna degli anni Trenta è stata la pagina più vergognosa della seconda Repubblica spagnola e ha lasciato nella memoria una traccia difficile da cancellare. Questa Repubblica è diventata un mito per una certa sinistra che vive ancorata in un passato ormai tramontato e non riesce a fare i conti con la propria storia. Essa invece ha accusato di oscurantismo e di revisionismo il Vaticano quando ci fu la beatificazione dei 498 martiri spagnoli. Qualcosa di simile accadde l'11 marzo 2001 in occasione della beatificazione di 233 martiri di Valencia, trucidati in odio alla fede dai socialcomunisti e dagli anarchici durante la guerra civile. In quell'occasione alcuni giornali parlarono addirittura di "implicita legittimazione del franchismo e dell'orrore fascista". Ma un editoriale del "Wall Street Journal" parlò di "un colpo da maestro", che da una prospettiva storica segnava forse "l'inizio della verità dei fatti". Quali? Quelli che abbiamo descritto, cioè circa settemila ecclesiastici e parecchie migliaia di cattolici trucidati durante la guerra spagnola, senza contare il sinistro anticipo nelle Asturie. La cosa strana invece è che, a decenni di distanza, il ricordare queste vicende abbia provocato scandalo. (©L'Osservatore Romano - 1 aprile 2009)
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