Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Maria Valtorta: vita, profezie, scritti, quaderni.

  1. #2731
    Cronista di CR L'avatar di sobiesky
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    Sulla Maddalena: nel palazzo di Lazzaro, Gesù in un altro Suo grandioso discorso..

    Giuda, frequentatore del Sinedrio di Gerusalemme, viene a sapere che i nemici di Gesù lo stanno cercando al Getsemani. Appresa l’amarissima notizia, le due sorelle Marta e Maria Maddalena, offrono a Gesù, come alloggio più sicuro, il palazzo che il fratello Lazzaro, possiede in città; così con gli Apostoli vi si trasferiscono.
    Ma è tutto un susseguirsi di incalzanti, intense emozioni! Una pagina veramente avvincente, con Gesù che sfodera una sua ennesima toccante, travolgente dissertazione e poi con Giuda che, in tale contesto, sorprende e stupisce tutti con un energico discorso a …. difesa del Divin Maestro!


    **********

    VOLUME VI - CAPITOLO 371

    “L’EVANGELO COME MI E’ STATO RIVELATO” – (ed. CEV)

    di Maria Valtorta (M.V.)

    Giovedì avanti Pasqua.
    Protezione di Claudia e ricovero nel palazzo di Lazzaro.
    Lo statuto del Regno.



    “Visione” del 27 Gennaio 1946


    1 Non brillano certo per il loro eroismo i seguaci di Gesù!
    La notizia portata da Giuda è simile all'apparizione di uno sparviero su un'aia piena di pulcini, o di un lupo sul ciglio prossimo ad un gregge! Spavento, o per lo meno orgasmo, sono su almeno nove decimi dei volti presenti, e specie dei volti maschili. Io credo che molti hanno già l'impressione del filo della spada o del flagello contro l'epidermide, e il meno che pensano è di avere a provare le segrete delle carceri in attesa di processo.
    Le donne sono meno agitate. Più che agitate, sono impensierite per i figli o i mariti e consigliano questi e quelli di squagliarsi a piccoli gruppi spargendosi nelle campagne.

    Maria di Magdala insorge contro quest'onda di timore esagerato: «Oh! quante gazzelle sono in Israele! Non vi fa vergogna tremare così? Vi ho detto che nel mio palazzo sarete più sicuri che in una fortezza. Venite dunque! E sulla mia parola vi assicuro che non vi accadrà nulla di nulla. Se oltre ai designati da Gesù ve ne sono altri che pensano essere sicuri nella mia casa, vengano. Ci sono letti e lettucci per una centuria. Andiamo, decidete, in luogo di basire di paura! Soltanto prego Giovanna di farci seguire dai servi con delle cibarie. Perché in palazzo non ce n'è per tanti, ed è sera ormai. Un buon pasto è la miglior medicina per rinfrancare i pusilli». E non solo è imponente nella sua veste bianca, ma è abbastanza ironica negli occhi splendidi mentre, dall'alto della sua statura, guarda il gregge spaurito che si pigia nel vestibolo di Giovanna.
    «Provvederò subito. Andate pure, che Gionata vi seguirà coi servi ed io con lui, perché mi concedo la gioia di seguire il Maestro e senza paura, ve lo assicuro, tanto senza paura che porto con me i bambini», dice Giovanna. Si ritira a dare ordini, mentre le prime avanguardie dello spaurito esercito mettono caute la testa fuori dal portone e, vedendo che non c'è nulla di pauroso, osano uscire nella via e avviarsi seguiti dagli altri.
    Il gruppo verginale è al centro, immediatamente dopo Gesù che è nelle prime file. Dietro, oh! dietro alle vergini le donne; e poi i più... vacillanti nel coraggio, che hanno le spalle protette da Maria di Lazzaro che si è unita alle romane, decise a non staccarsi da Gesù tanto presto. Ma poi Maria di Lazzaro corre avanti a dire qualcosa alla sorella, e le sette romane restano con Sara e Marcella, rimaste esse pure alla retroguardia per ordine di Maria e nell'intento di far passare ancor più inosservate le sette romane.

    Sopraggiunge a passo svelto Giovanna coi bambini per mano, e dietro a lei è Gionata coi servi carichi di borse e ceste, che si mettono in coda alla piccola turba che, in verità, nessuno nota, perché le vie formicolano di gruppi che vanno alle case o agli accampamenti, e la penombra rende meno riconoscibili i volti. Adesso Maria di Magdala insieme a Giovanna, Anastasica e Elisa, è proprio in prima fila e guida, per viette secondarie, i suoi ospiti al palazzo.
    2 Gionata cammina quasi a pari delle romane, alle quali rivolge la parola come a serve delle discepole più ricche. Ne approfitta Claudia (la moglie di Ponzio Pilato - nota soby) per dirgli: «Uomo, ti prego di andare a chiamare il discepolo che ha portato la notizia. Digli che venga qui. E dillo in maniera da non attirare l'attenzione. Và!»
    La veste è dimessa, ma il modo è involontariamente potente, di chi è uso al comando. Gionata sbarra gli occhi cercando vedere, attraverso il velo calato, chi è che gli parla così. Ma non riesce che a vedere il balenio di due occhi imperiosi. Però deve intuire che non è una serva la donna che gli parla, e prima di ubbidire si inchina.

    Raggiunge Giuda di Keriot, che parla animatamente con Stefano e con Timoneo, e lo tira per la veste.
    «Che vuoi?».
    «Ti devo dire una cosa».
    «Dilla».
    «No. Vieni indietro con me. Ti vogliono, per una elemosina, credo...».

    La scusa è buona ed è accettata con pace dai compagni di Giuda e con entusiasmo da Giuda, che torna indietro svelto insieme a Gionata.
    Eccolo alla fila ultima. «Donna, ecco l'uomo che volevi», dice Gionata a Claudia.
    «Grata ti sono per avermi servito», risponde questa stando sempre velata. E poi, volgendosi a Giuda: «Ti piaccia sostare un momento per ascoltarmi».
    Giuda, che sente un modo di parlare molto raffinato e vede due occhi splendidi attraverso il velo sottile, e che forse si sente prossimo ad una grande avventura, acconsente senza ostacolo.
    3 Il gruppo delle romane si separa. Restano, con Claudia, Plautinia e Valeria; le altre proseguono.
    Claudia si guarda intorno. Vede solitaria la vietta in cui sono rimasti fermi e con la mano bellissima getta da parte il velo, scoprendo il viso.
    Giuda la riconosce e, dopo un attimo di sbalordimento, si curva salutando con un misto di atti giudei e di parola romana: «Domina!».

    «Si. Io. Alzati e ascolta. Tu ami il nazareno. Del suo bene ti preoccupi. Bene fai. E' un virtuoso e va difeso. Noi lo veneriamo come grande e giusto. I giudei non lo venerano. Lo odiano. So. Ascolta. E intendi bene, e bene ricorda e applica. Io lo voglio proteggere. Non come la lussuriosa di poc'anzi. Con onestà e virtù. Quando il tuo amore e la tua sagacia ti lasceranno capire che vi è insidia per Lui, vieni o manda. Claudia tutto può su Ponzio. Claudia otterrà protezione per il Giusto. Intendi?».

    «Perfettamente, Domina. Il nostro Dio ti protegga. Verrò, solo che possa, verrò io, personalmente. Ma come passare da te?».
    «Chiedi sempre di Albula Domitilla. E' una seconda me stessa, ma nessuno si stupisce se parla con giudei, essendo quella che si occupa delle mie liberalità. Ti crederanno un cliente. Forse ti umilia?».
    «No, domina. Servire il Maestro e ottenere la tua protezione è onore».
    «Si. Vi proteggerò. Una donna sono. Ma sono dei Claudi. Posso più di tutti i grandi in Israele perché dietro di me è Roma. Tieni, intanto. Per i poveri del Cristo. Il nostro obolo. Però... vorrei essere lasciata fra i discepoli questa sera. Procurami questo onore e tu sarai protetto da Claudia».
    Su un tipo come l'Iscariota le parole della patrizia operano prodigiosamente. Egli va al settimo cielo!... Osa chiedere: «Ma tu veramente lo aiuterai?».
    «Sì. Il suo Regno merita di essere fondato, perché è regno di virtù. Ben venga, in opposizione alle laide onde che coprono i regni attuali e che schifo mi fanno. Roma è grande, ma il Rabbi è ben più grande di Roma. Noi abbiamo le aquile sulle nostre insegne e la superba sigla. Ma sulle sue saranno i Geni e il santo suo Nome. Grande sarà, veramente grande Roma, e la Terra, quando metteranno quel Nome sulle loro insegne e il suo segno sarà sui labari e sui templi, sugli archi e le colonne».

    Giuda è trasecolato, sognante, estatico. Palleggia la pesante borsa che gli è stata data, e lo fa macchinalmente, e dice col capo di sì, di sì, di sì, a tutto...
    «Or dunque andiamo a raggiungerli. Alleati siamo, non è vero? Alleati per proteggere il tuo Maestro e il Re degli animi onesti».

    Cala il velo e rapida, snella, va quasi di corsa a raggiungere il gruppo che l'ha preceduta, seguita dalle altre e da Giuda, che ha il fiato grosso non tanto per la corsa quanto per ciò che ha sentito. Il palazzo di Lazzaro sta inghiottendo le ultime coppie dei discepoli quando lo raggiungono. Entrano svelti, e il portone ferrato si chiude con grande sferragliare di chiavistelli messi dal custode.

    4 Una solitaria lampada, sorretta dalla moglie del custode, a mala pena rischiara il quadrato vestibolo tutto bianco del palazzo di Lazzaro. Si capisce che la casa non è abitata, per quanto sia ben custodita e tenuta in ordine.

    Maria e Marta guidano gli ospiti in un vasto salone, certo adibito ai conviti, dalle fastose pareti coperte di stoffe preziose, che disvelano i loro rabeschi man mano che vengono accesi i lampadari e posati i lumi sulle credenze, sui cofani preziosi, messi intorno alle pareti, o sulle tavole addossate ad un lato, pronte ad essere usate, ma certo da tempo inservibili. Ma Maria ordina siano portate al centro della sala e preparate per la cena coi viveri che i servi di Giovanna estraggono da borse e ceste e mettono sulle credenze. Giuda prende da parte Pietro e gli dice qualcosa all'orecchio.
    Vedo Pietro che sgrana gli occhi e scuote una mano come si fosse scottato le dita, mentre esclama: «Fulmini e cicloni! Ma che dici?».
    «Sì. Guarda. E pensa! Non aver più paura! Non più così angustiati!».
    «Ma è troppo bello! Troppo! Ma come ha detto? Proprio che ci protegge? Che Dio la benedica! Ma quale è».
    «Quella vestita di color tortora selvatica, alta, snella. Ecco ci guarda...».
    Pietro guarda l'alta donna dal volto regolare e serio, dagli occhi dolci eppure imperiosi. «E... come hai fatto a parlarle? Non hai avuto...».
    «No, affatto».
    «Eppure tu odiavi i contatti con loro! Come me, come tutti...».
    «Sì. Ma li ho superati per amor del Maestro. Come ho superato il desiderio di troncarla con antichi compagni del Tempio... Oh! tutto per il Maestro! Voi tutti, e mia madre con voi, credete che io sia ambiguo. Tu, di recente, mi hai rimproverato le amicizie che ho. Ma se non le mantenessi, e con forte pena, non saprei tante cose. Non è bene mettersi bende agli occhi e cera nelle orecchie per paura che il mondo entri in noi per occhi e orecchi. Quando si è in una impresa pari alla nostra, occorre vegliare a occhi e orecchi più che liberi. Vegliare per Lui, per il suo bene, per la sua missione, per la fondazione di questo benedetto regno...».

    Molti degli apostoli e qualche discepolo si sono avvicinati e ascoltano, approvando col capo. Perché, infatti, non si può dire che Giuda parli male!
    Pietro, onesto e umile, lo riconosce e dice: «Hai proprio ragione! Perdona i miei rimproveri. Tu vali più di me, sai fare: Oh! andiamolo a dire al Maestro, a sua Madre, alla tua! Era tanto angustiata!».
    «Perché male lingue hanno insinuato... Ma per ora taci. Dopo, più tardi. Vedi? Si siedono a mensa e il Maestro ci fa cenno di andare...».

    5 ... La cena è rapida. Anche le romane, sedute al tavolo delle donne, mescolate ad esse di modo che proprio Claudia è seduta tra Porfirea e Dorca, mangiando in silenzio ciò che viene loro messo davanti, e fra loro e Giovanna e Maria di Magdala corrono misteriose parole fatte di sorrisi e ammicchi. Sembrano scolarette in vacanza.

    Gesù, dopo cena, ordina di formare un quadrato di sedili e di prendervi posto per ascoltarlo. Egli si mette al centro e inizia a parlare in mezzo ad un quadrato attento di volti, nei quali sono chiusi solo occhietti innocenti del figliolino di Dorca, dormente in seno alla madre, stanno velandosi di sonno quelli di Maria, seduta sulle ginocchia di Giovanna, e di Mattia, che si è accoccolato sui ginocchi di Gionata.

    «Discepoli e discepole qui radunati in nome del Signore, o qui attratti per desiderio di Verità, desiderio che viene ancora da Dio che vuole luce e verità in tutti i cuori, udite. Questa sera ci è concesso, e proprio la nequizia che ci vuole dispersi lo procura, di essere tutti uniti. Nè, voi di sensi limitati, sapete quanto è profonda e vasta questa unione, vera aurora delle future che saranno quando il Maestro non sarà più fra voi, carnalmente, ma sarà in voi col suo spirito. Allora saprete amare. Allora saprete praticare. Per ora siete come bambini ancora in seno. Allora sarete come adulti che potrete gustare ogni cibo senza che vi nuoccia. Allora saprete, come Io dico, dire: "Venite a me voi tutti, perché tutti fratelli siamo, e per tutti Egli si è immolato".
    6 Troppe prevenzioni in Israele! Quante sono tante frecce lesive alla carità. Parlo a voi, fedeli, apertamente, perché fra voi non sono i traditori, nè i saturi di preconcetti che separano, che si mutano in incomprensione, in caparbietà, in odio per Me che vi indico le vie del futuro. Io non posso parlare diversamente. E d'ora in poi parlerò più poco, perché vedo che inutili o quasi sono le parole. Ne avete avute da santificarvi e ammaestrarvi in maniera perfetta. Ma poco avete proceduto, specie voi, uomini fratelli, perché vi piace la parola ma non la mettete in atto.

    D'ora in poi, e con misura sempre più stringente, vi farò fare ciò che dovrete fare quando il Maestro sarà tornato al Cielo dal quale è venuto. Vi farò assistere a ciò che è il Sacerdote futuro. Più che le parole, osservate i miei atti, ripeteteli, imparateli, uniteli all'insegnamento. Allora diverrete discepoli perfetti.

    Che ha fatto e che vi ha fatto fare e praticare oggi il Maestro? La carità nelle sue multiformi forme. La carità verso Dio. Non la carità di preghiera, vocale, di rito soltanto. Ma la carità attiva, che rinnovella nel Signore, che spoglia dallo spirito del mondo, dalle eresie del paganesimo, il quale non è solo nei pagani, ma che è anche in Israele con mille consuetudini che si sono sostituite alla vera Religione, santa, aperta, semplice come tutto ciò che da Dio viene. non atti buoni, o apparentemente tali, per essere lodati dagli uomini, ma azioni sante per meritare la lode di Dio.

    Chi è nato muore. Lo sapete. Ma non finisce la vita con la morte. Essa prosegue in altra forma e per l'eternità con un premio a chi fu giusto, con un castigo a chi fu malvagio. Questo pensiero di certo giudizio non sia paralisi durante il vivere e nell'ora del morire. Ma sia pungolo e freno, pungolo che sprona al bene, freno che trattiene da male passioni.

    Siate perciò veramente amanti del Dio vero, agendo nella vita sempre col fine di meritarlo nella vita futura. O voi che amate le grandezze, quale grandezza più grande di divenire figli di Dio, dèi perciò? O voi che temete il dolore, quale sicurezza di non più soffrire, quale quella che vi attende nel Cielo? Siate santi. Volete fondare un regno anche sulla Terra? Vi sentite insidiati e temete non riuscirvi? Se agirete da santi riuscirete. Perché la stessa autorità che ci domina non potrà impedirlo, nonostante le sue coorti, perché voi persuaderete le coorti a seguire la dottrina santa così come Io, senza violenza, ho persuaso le donne di Roma che qui è Verità...».

    «Signore!...», esclamano le romane vedendosi scoperte.
    «Sì, donne.
    7 Ascoltate e ricordate. Io dico ai miei seguaci d'Israele, Io dico a voi, non d'Israele ma di animo giusto, lo statuto del Regno mio.
    Non rivolte. Non servono. Santificare l'autorità impregnandola della nostra santità. Sarà un lungo lavoro, ma sarà vittorioso. Con mitezza e pazienza, senza frette stolte, senza deviazioni umane, senza rivolte inutili, ubbidendo là dove l'ubbidire non nuoce alla propria anima, voi perverrete a fare dell'autorità, che ora ci domina paganamente, una autorità protettrice e cristiana. Fate il vostro dovere di sudditi verso l'autorità, come fate quello di fedeli verso Dio. Vogliate vedere in ogni autorità non un oppressore ma un elevatore, perché vi dà modo di santificarlo e di santificarvi con esempio e l'eroismo.
    Vogliate essere, come siete buoni fedeli e buoni cittadini, dei buoni mariti, delle buone mogli, santi, casti, ubbidienti, amorosi l'un dell'altro, uniti per allevare i figli del Signore, per essere paterni e materni anche coi servi e con gli schiavi, che essi pure hanno anima e carne, sentimenti e affetti come voi li avete. Se la morte vi leva il compagno o la compagna, non siate, potendolo, vogliosi di nuove nozze. Amate gli orfani anche per il compagno scomparso. E voi, servi, siate sommessi ai padroni, e se sono imperfetti santificateli col vostro esempio. Grande merito ne avrete agli occhi del Signore. In futuro nel mio Nome non saranno più padroni e servi, ma fratelli. Non saranno più razze, ma fratelli. Non saranno più oppressi e oppressori che si odiano, perché gli oppressi chiameranno fratelli i loro oppressori.
    Amatevi voi di una fede, dando l'un l'altro aiuto così come oggi vi ho fatto fare. Ma non limitate l'aiuto ai poveri, ai pellegrini, ai malati della vostra razza. Aprite le braccia a tutti, così come la Misericordia le apre a voi.
    Chi più ha, dia a chi non ha o ha poco. Chi più sa, insegni a chi non sa o sa poco, e insegni con pazienza e umiltà, ricordando che, in verità, prima della mia istruzione nulla sapevate. Ricercate la Sapienza non per lustro, ma per aiuto nel procedere nelle vie del Signore.
    Le donne maritate amino le vergini, e queste le coniugate, e ambe diano affetto alle vedove. Tutte siete utili nel Regno del Signore.
    I poveri non invidino, i ricchi non creino odi con la mostra di ricchezze e la durezza di cuore.
    Abbiate cura degli orfani, dei malati, dei senza dimora. Aprite il cuore prima ancora della borsa e della casa, perché se anche date, ma con mal garbo, non fate onore ma offesa a Dio che è presente in ogni infelice.
    In verità, in verità vi dico che non è difficile servire il Signore. Basta amare il Dio vero, amare il prossimo quale che sia. In ogni ferita o febbre che curerete Io sarò. In ogni sventura che soccorrerete Io sarò. E tutto quello che farete a Me nel prossimo, se è bene, sarà a Me fatto; se male, anche a Me fatto. Volete farmi soffrire? Volete perdere il Regno di pace, il divenire dèi, soltanto per non esser buoni col prossimo vostro?
    8 Mai più saremo tutti così uniti. Verranno altre Pasque... e non potremo essere insieme per molte cause; le prime: quelle di una prudenza santa in parte e in parte eccessiva, ed ogni eccesso è colpa, per cui dovremo stare divisi; le altre Pasque ancora perché Io non sarò più fra voi... Ma ricordate questa giornata. Fate in futuro, e non per la sola Pasqua ma per sempre, ciò che vi ho fatto fare.
    Non vi ho mai lusingato sulla facilità di appartenermi. Appartenermi vuol dire vivere nella Luce e Verità, ma mangiare anche il pane della lotta e delle persecuzioni. Ora, però, più voi sarete forti nell'amore e più sarete forti nella lotta e nella persecuzione.
    Credete in Me. Per quello che sono realmente: Gesù Cristo, il Salvatore, il cui Regno non è di questo mondo, la cui venuta indica pace ai buoni, il cui possesso vuol dire conoscere e possedere Dio, e possiede Dio nel suo spirito per averlo poi nel Regno celeste in eterno.
    La notte è discesa. Domani è Parasceve. Andate. Purificatevi, meditate, compite una Pasqua santa.
    Donne di altra razza, ma di retto spirito, andate. La buona volontà che vi anima vi sia via per venire alla Luce. In nome dei poveri che sono Me stesso, Io vi benedico per l'obolo generoso e vi benedico per le vostre buone intenzioni verso l'Uomo che è venuto a portare amore e pace sulla Terra. Andate! E tu, Giovanna, e quanti altri non temono più insidie, andate pure».

    9 Un brusio di stupore scorre l'assemblea mentre le romane - riposte le tavole cerate, che Flavia ha scritto mentre Gesù parlava, in una borsa - ridotte a sei, perché Egla resta presso Maria di Magdala, escono dopo un saluto collettivo. Tanto è lo stupore che nessuno dei presenti, meno Giovanna, Gionata e i servi di Giovanna che portano in braccio i piccoli dormenti, si muove.
    Ma quando il rumore cupo del portone che si chiude dice che le romane sono partite, un clamore succede al brusio.
    «Ma chi sono?».
    «Come fra noi?».
    «Che hanno fatto?».
    E su tutti grida Giuda: «Come sai, Signore, dell'obolo opimo che mi hanno dato?».
    Gesù seda il tumulto col gesto e dice: «Claudia e le sue dame sono. E mentre le alte dame di Israele, tementi l'ira dei consorti, o con lo stesso pensiero e cuore dei consorti, non osano divenire le mie seguaci, le sprezzate pagane, con astuzie sante, sanno venire ad apprendere la Dottrina che, anche se accettata per ora umanamente, è sempre elevatrice... E questa fanciulla, già schiava, ma di razza giudea, è il fiore che Claudia offre alle schiere di Cristo, rendendola alla libertà e dandola alla fede di Cristo. Riguardo a sapere l'obolo... oh! Giuda! Tutti meno te potrebbero farmi questa domanda! Tu sai che Io vedo nei cuori».

    «Allora vedrai che ho detto il vero dicendo che c'era insidia e che io l'ho sventata andando a far parlare... esseri colpevoli?».
    «E' vero».
    «Dillo allora ben forte, che mia madre lo senta... Madre, un ragazzo sono, ma non un ribaldo... Madre, facciamo la pace. Comprendiamoci, amiamoci, uniti nel servizio a Gesù nostro».
    E Giuda va umile e amoroso ad abbracciare la madre che dice: «Si, figliuolo! Sì, Giuda mio! Buono! Buono! Sempre buono sii, o mia creatura! Per te, per il Signore! Per la tua povera mamma!».

    10 Intanto la sala è piana di agitazioni e commenti, e molti definiscono imprudente l'avere accolto le romane e rimproverano Gesù.

    Giuda sente. Lascia la madre e accorre in difesa del Maestro. Racconta il suo colloquio con Claudia e termina: «Non è spregevole aiuto. Anche senza averla ricevuta avanti fra noi, non abbiamo evitato persecuzione. Lasciamola fare. E, ricordatevelo bene, è meglio tacere con chicchessia. Pensate che, se è pericoloso per il Maestro, non lo è di meno per noi essere amici dei pagani. Il Sinedrio che, in fondo, è trattenuto da paura verso Gesù per un superstite timore di alzare la mano sull'Unto di Dio, non avrebbe tanti scrupoli ad ammazzarci come cani, noi che siamo poveri uomini qualunque. In luogo di fare quelle facce scandalizzate, ricordate che poco fa eravate come tante passere spaurite, e benedite il Signore di aiutarci, con mezzi impensati, illegali se volete, ma tanto forti, a fondare il Regno del Messia. Tutto potremo se Roma ci difende! Oh! io non temo più! Grande giorno è oggi! Più che per tutte le altre cose, per questa... Ah! quando Tu sarai il Capo! Che potere dolce, forte, benedetto! Che pace! Che giustizia! Il Regno forte e benevolo del Giusto! E il mondo che viene lentamente ad esso!... Le profezie che si avverano! Turbe, nazioni... il mondo ai tuoi piedi! Oh! Maestro! Maestro mio. Tu Re, noi tuoi ministri... In Terra pace, in Cielo gloria... Gesù Cristo di Nazaret, Re della stirpe di Davide, Messia Salvatore, io ti saluto e ti adoro!»;

    e Giuda, che pare rapito in un'estasi, termina prostrandosi: «In Terra, in Cielo e fino negli Inferni è noto il tuo Nome, è infinito il tuo potere. Quale forza può resisterti, o Agnello e Leone, Sacerdote e Re, Santo, Santo, Santo?»; e resta curvo fino a terra nella sala che è muta di stupore.
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)


  2. #2732
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    Ricordi di Maria Valtorta: In collegio

    [Foto colorizzata di Maria Valtorta a 15 anni]

    [Scrive Maria Valtorta:]

    « [...] Il mio tema fu giudicato un capolavoro. Sapevo di esser forte in italiano ma il voto massimo avuto, un 10, mi stupì molto. E più ancora mi stupì l’esser pubblicamente lodata. Non ero usa agli elogi. Vedevo per la prima volta che non è vero che "a chi fa il suo dovere non va fatto elogio", secondo il detto di mia madre. Qui avevo fatto il mio dovere e venivo premiata. Questo mi scaldava il cuore e mi dava di nuovo fiducia in me stessa.

    Descrivere era il mio forte; descrivere perciò la nevicata mi era stato facilissimo. Non ho mai amato la neve. È bianca ma è così gelida! Preferisco il sole. Bisogna ricordarsi che sono nata nei paesi del sole e dal sole ho tratto vita quando ero un povero cucciolo abbandonato nei solchi…

    [...]

    Fui così senza fatica e con poco merito, perché il lavoro m’era sembrato facilissimo, proclamata la prima della classe nelle lingue italiana e francese e nelle materie orali.

    Nella matematica… fui fedele alla mia asineria.
    Nel fabbricarmi si devono essere dimenticati fuori dalla testa la cellula delle matematiche. È un vuoto assoluto che né per sforzi miei, né per sforzi altrui si è mai colmato.
    Sono completamente deficiente in fatto di calcolo.

    Ma non me ne dolgo molto.
    Penso che anche Gesù è come me.
    Lui pure non è un calcolatore.
    Se lo fosse stato e se lo fosse non sarebbe quello che è.
    Ma Egli è poeta: il suo Vangelo lo mostra; Egli è abile diplomatico, anche questo lo svela il Vangelo; Egli è Medico, è Maestro, è Amico, è Salvatore, è tutto ma non è un calcolatore. E come tutti i non calcolatori è generoso oltre misura, misericordioso oltre misura, paziente oltre misura, buono oltre misura. E questo mi dà tanta speranza… Con un idealista c’è sempre bene a sperare. Con un matematico mai. E se Dio fosse un matematico sempre intento ai calcoli esatti, chi potrebbe sperare di salvarsi? Ma Gesù non è matematico. Non fa parlare la scienza ma il cuore, non ragiona con la scienza ma col cuore, anzi ragiona unicamente con la scienza del cuore e chi sa prenderlo da quel lato tutto ottiene da Lui.

    Io pure ragiono con la scienza del cuore, io pure, nella vita pratica e in quella dello spirito, sono un’idealista, una generosa, una prodiga che non tira mai le somme del dare e dell’avere. Do, do, do e non mi curo d’altro. Mi fido del Salvatore, del Fratello, dell’Amico, del Maestro, del mio Re e vado avanti, così, guardando Lui solo…».

    [...]


    (Maria Valtorta, Autobiografia, parte due: il collegio)

    – – – – – – – – – – – – – – –

    Condividi il post e aiutaci a far conoscere l'Opera di Maria Valtorta:
    www.mariavaltorta.com
    «Non approfittartene della vittoria e non dare il segreto agli altri, furbissimo uomo che vinci il Maestro con l'arma della parola materna». L'Evangelo come mi è stato rivelato

  3. Il seguente utente ringrazia terranovas per questo messaggio:

    sobiesky (24-01-2021)

  4. #2733
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    Convertitevi e credete al Vangelo.

    VANGELO DI OGGI DOMENICA 24 GENNAIO 2021
    Convertitevi e credete al Vangelo.

    Dal Vangelo secondo Marco - Mc 1,14-20


    Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori.

    Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò.

    Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

    Parola del Signore
    * * * * * * * * * *
    (fare c l i c dentro l'immagine di sopra per leggere col Vangelo anche il corrispondente capitolo dell'Opera valtortiana)

    * * * * * * * * * * * *

    VOLUME I - CAPITOLO 48

    “L’EVANGELO COME MI E’ STATO RIVELATO” – (ed. CEV)
    di Maria Valtorta (M.V.)

    Giovanni e Giacomo riferiscono a Pietro il loro incontro con il Messia.


    “Visione” del 12 ottobre 1944

    [……….]
    Pietro, - sulla riva appena sceso dalla barca, risponde a Giovanni ed a Giacomo di ritorno da un incontro col Signore, - ammettendo di riconoscere che Gesù è il Messia tanto atteso dalle genti..


    «È proprio Lui? Ne sei certo? Lo abbiamo appena visto allora, quando ce lo indicò il Battista».
    «È Lui. Non lo ha negato».
    «Chiunque può dire ciò che gli fa comodo per imporsi ai creduloni. Non è la prima volta...», borbotta Pietro malcontento.

    <<Oh! Simone! Non dire così! E’ il Messia! Sa tutto! Ti sente!». Giovanni è addolorato e costernato dalle parole di Simon Pietro.

    «Già! Il Messia! E si mostra proprio a te, a Giacomo e ad Andrea! Tre poveri ignoranti! Vorrà ben altro il Messia! E mi sente! Ma, povero ragazzo! I primi soli di primavera ti hanno fatto male. Via, vieni a lavorare. Sarà meglio. E lascia le favole».

    «È il Messia, ti dico. Giovanni diceva cose sante, ma questo parla da Dio. Non può, chi non è il Cristo, dire simili parole».

    4 «Simone, io non sono un ragazzo. Ho i miei anni e sono calmo e riflessivo. Lo sai. Poco ho parlato, ma ho molto ascoltato in queste ore che siamo stati con l'Agnello di Dio, e ti dico che veramente non può essere che il Messia. Perché non credere? Perché non volerlo credere? Tu lo puoi fare, perché non lo hai ascoltato. Ma io credo. Siamo poveri e ignoranti? Egli ben dice che è venuto per annunciare la Buona Novella del Regno di Dio, del Regno di Pace ai poveri, agli umili, ai piccoli prima che ai grandi.

    Ha detto: "I grandi hanno già le loro delizie. Non invidiabili delizie rispetto a quelle che Io vengo a portare. I grandi hanno già modo di giungere a comprendere per sola forza di coltura. Ma Io vengo ai 'piccoli' di Israele e del mondo, a coloro che piangono e sperano, a coloro che cercano la Luce ed hanno fame della vera Manna, né vien dai dotti data a loro luce e cibo, ma solo pesi, oscurità, catene e sprezzo. E chiamo i 'piccoli '. Io sono venuto a capovolgere il mondo. Perché abbasserò ciò che ora è in alto tenuto ed alzerò ciò che ora è sprezzato. Chi vuole verità e pace, chi vuole vita eterna venga a Me. Chi ama la Luce venga. Io sono la Luce del mondo ". Non ha detto così, Giovanni?». Giacomo ha parlato con pacata ma commossa maniera.

    «Sì. E ha detto: "Il mondo non mi amerà. Il gran mondo, perché si è corrotto con vizi e idolatrici commerci. Il mondo anzi non mi vorrà. Perché, figlio della Tenebra, non ama la Luce. Ma la terra non è fatta solo del gran mondo. Vi sono in essa coloro che, pur essendo mischiati nel mondo, del mondo non sono. Vi sono alcuni che sono del mondo perché vi sono stati imprigionati come pesci nella rete ", ha detto proprio così, perché parlavamo sulla riva del lago ed Egli accennava a delle reti che venivano trascinate a riva coi loro pesci.

    Ha detto, anzi: «Vedete. Nessuno di quei pesci voleva cadere nella rete. Anche gli uomini, intenzionalmente, non vorrebbero cadere preda di Mammona. Neppure i più malvagi, perché questi, per la superbia che li acceca, non credono di non avere diritto di fare ciò che fanno. Il loro vero peccato è la superbia. Su esso nascono tutti gli altri. Ma coloro, poi, che non sono completamente malvagi, ancor più non vorrebbero essere di Mammona. Ma vi cascano per leggerezza e per un peso che li trascina in fondo, e che è la colpa d'Adamo. Io sono venuto a levare quella colpa e a dare, in attesa dell'ora della Redenzione, una tale forza a chi crederà in Me, capace di liberarli dal laccio che li tiene e renderli liberi di seguire Me, Luce del mondo».
    5 «Ma allora, se ha proprio detto così, bisogna andare da Lui, subito».

    Pietro, coi suoi impulsi così schietti e che mi piacciono tanto, ha subito deciso e già eseguisce….

    …omissis…..

    *§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§

    Come sempre, i dettagli della grandiosa scena evangelica, in tutti i suoi minuti particolari, come descritti dalla mistica Maria Valtorta, su https://app.mariavaltorta.com/sgit21

    Scaricate gratuitamente Valtorta App su computer e smartphone (Android e iOS / web):
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    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)


  5. Il seguente utente ringrazia sobiesky per questo messaggio:

    terranovas (25-01-2021)

  6. #2734
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    [immagine di Lorenzo Ferri, dal volume Valtorta and Ferri]

    Dice Gesù:

    « [...]

    È l'amore che Io voglio in te per tutti coloro che ti odiano…
    Se sapessi come questo amore che diamo a quelli che sono gli irriducibili nemici nostri, gli “inconvertibili”, opera miracoli! Diretti, a loro stessi, come lo fu l'amore di Stefano per Saulo, amore che gli ottenne l'incontro con Me sulla via di Damasco. O indirettamente.

    L'amore non si perde.
    Non una parte infinitesimale d'amore, di questa moneta, di questo lievito, di questo balsamo che è l'amore, resta senza fruttificare. Raccolta dagli angeli, notata da Dio, sale nel tesoro dei Cieli e là serve – oh! misteriose operazioni di Dio – ad acquistare, a far crescere, a medicare anime, schiave di Satana, anime statiche nella loro appena abbozzata giustizia, anime ferite e malate. L'amore dato per la conversione dei nostri crocifissori, e rimasto senza frutto per essi per la loro perversa volontà, va a fecondare alla grazia altre anime, sconosciute in Terra ma che saranno note in Cielo.»

    [...]


    (Maria Valtorta, I Quaderni del 1945-1950, 16 maggio 1947)

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    Gesù scampa un pericolo e conforta la Maddalena: "Non è ancora la mia ora.."

    La Maddalena e la sorella Marta, convincono i discepoli a celebrare la Pasqua, nel grande palazzo del loro fratello Lazzaro. Fra i presenti vi è molta inquietudine per le voci che farisei, sinedristi, soldati di Erode cercano Gesù.
    Ma il Signore tranquillizza la Maddalena e gli apostoli, dicendo che non è ancora arrivata la Sua “ora”!..


    * * * * * * * * * * * * *
    VOLUME VI - CAPITOLO 372

    “L’EVANGELO COME MI E’ STATO RIVELATO” – (ed. CEV)
    di Maria Valtorta (M.V.)

    Giorno di Parasceve.
    Uno scampato pericolo e il coraggio di Maria di Magdala.


    “Visione” del 30 Gennaio 1946


    1 Il palazzo di Lazzaro, tramutato in dormitorio per quella notte, mostra corpi d’uomini dormienti sparsi per ogni dove. Le donne non si vedono. Forse sono state condotte nelle stanze superiori. L’alba chiara inalba lentamente la città, penetra nei cortili del palazzo, desta i primi cinguettii timidi fra il fogliame degli alberi, messi a fare ombria in essi, e i primi turbamenti dei colombi che dormono nell’incassatura del cornicione. Ma gli uomini non si destano. Stanchi e sazi di cibo e di emozioni, dormono e sognano…

    Gesù esce senza rumore nel vestibolo e da esso passa nel cortile d’onore. Si lava ad una fonte chiara che canta al centro di esso, fra un quadrato di mortella al cui piede sono dei piccoli gigli molto simili ai cosiddetti mughetti francesi. Si ravvia e, sempre senza fare rumore, torna là dove è la scala che porta ai piani superiori e alla terrazza sulla casa. Sale sino lassù, a pregare, meditare…
    Passeggia lentamente avanti e indietro, e gli unici che lo vedono sono i colombi che, allungando il collo e sgugolando, sembra si chiedano l’un l’altro: «Chi è costui?». Poi si appoggia al muretto e sta raccolto in Se stesso, immobile. Infine alza il capo, forse richiamato dal primo apparire del sole che si alza da dietro i colli che celano Betania e la valle del Giordano, e guarda il panorama che è ai suoi piedi.

    2 Il palazzo di Lazzaro è certo su una delle tante elevazioni del suolo che fanno delle vie di Gerusalemme un sali e scendi continuo, specie nelle meno belle. Quasi al centro della città, ma lievemente spinto verso sud ovest.
    Collocato su una bella strada che sfocia sul Sisto, formando con essa un T, domina la città bassa, avendo di fronte Bezeta, Moria e Ofel, e dietro ad essi la catena dell’Uliveto; sul dietro, e già appartenente al posto dove sorge il palazzo di Lazzaro, il monte Sion, mentre ai due fianchi l’occhio spazia a sud verso i colli meridionali, mentre al nord Bezeta nasconde molta parte di panorama. Ma, oltre la valle di Gihon, la testa calva del Golgota emerge giallastra nella luce rosea dell’aurora, lugubre sempre anche in questa luce lieta.

    Gesù la guarda… il suo sguardo, benché più virile e più penoso, mi ricorda quello della lontana visione di Gesù dodicenne nella visione della disputa coi dottori. Ma ora, come allora, non è uno sguardo di terrore. No. È un dignitoso sguardo di eroe che guarda il suo campo di estrema battaglia.
    Poi si volta a guardare i colli a meridione della città e dice: «La casa di Caifa!», e con lo sguardo segna come tutto un itinerario da quel punto al Getsemani, e poi al Tempio, e poi ancora guarda oltre la cinta della città, verso il Calvario…
    Il sole intanto è sorto del tutto e la città si accende di luce…

    3 Al portone del palazzo, dei colpi vigorosi vengono dati senza mettere sosta fra l’uno e l’altro. Gesù si sporge per vedere, ma il cornicione molto sporgente, mentre il portone è molto rientrante nelle pareti massicce, gli impediscono di vedere chi bussa. In compenso sente subito il vocìo dei dormenti che si destano, mentre il portone, aperto da Levi, viene rinchiuso con fragore. E poi sente il suo Nome gridato da tante voci di uomo e di donna… Si affretta a scendere dicendo: «Eccomi. Che volete?».

    Coloro che lo chiamavano, non appena lo sentono, prendono d’assalto la scala salendo di corsa e vociando. Sono gli apostoli e i discepoli più antichi, e fra mezzo a loro è Giona, il conduttore del Getsemani. Parlano tutt’insieme e non si capisce nulla.
    Gesù deve imporre con violenza che si fermino dove sono e facciano silenzio, per poterli calmare. Li raggiunge dicendo subito: «Che avviene?».
    Altro subbuglio fragoroso, inutile perché incomprensibile. Dietro agli urlanti si affacciano volti mesti o stupefatti di donne e di discepoli…
    «Parli uno per volta. Tu, Pietro, per primo».
    «È venuto Giona… Ha detto che erano in tanti e che ti hanno cercato da per tutto. Lui è stato male tutta la notte, e poi all’apertura delle porte è andato da Giovanna e ha saputo che eri qui. Ma come facciamo? La Pasqua la dobbiamo pur fare!».
    Giona del Getsemani rinforza la notizia dicendo: «Si, mi hanno anche maltrattato. Io ho detto che non sapevo dove eri, che forse non tornavi. Ma hanno visto le vostre vesti e hanno capito che tornate al Getsemani. Non mi fare del male, Maestro! Io ti ho sempre ospitato con amore e questa notte ho patito per Te. Ma… ma…».

    «Non avere paura! Non ti metterò più in pericolo d’ora in poi. Non sosterò più in casa tua. Mi limiterò a venire di passaggio, nella notte, a pregare… Non me lo puoi vietare…». Gesù è dolcissimo verso lo spaurito Giona del Getsemani.

    4 Ma la voce d’oro di Maria di Magdala prorompe veemente: «Da quando, o uomo, ti dimentichi che sei servo e che la condiscendenza nostra ti fa usare modi da padrone? Di chi la casa e l’uliveto? Solo noi possiamo dire al Rabbi: “Non andare a fare danno ai nostri beni”. Ma non lo diciamo. Perché sommo bene sempre sarebbe se anche per cercare Lui i nemici del Cristo distruggessero piante, mura, e persino facessero franare le balze. Perché tutto sarebbe distrutto per avere ospitato l’Amore, e l’Amore darebbe amore a noi suoi fedeli amici. Ma vengano! Distruggano! Calpestino! E che fa? Basta che Egli ci ami e sia illeso!».

    Giona è preso fra la paura dei nemici e quella dell’ardente padrona, e mormora: «E se mi fanno del male al figlio?…».
    Gesù lo conforta: «Non temere, ti dico. Non sosterò più. Puoi dire a chi te lo chiede che il Maestro non abita più al Getsemani… No, Maria! Così è bene fare. E lasciami fare! Io ti sono grato della tua generosità… Ma non è la mia ora, non è ancora la mia ora! Suppongo fossero farisei…».
    «E sinedristi, e erodiani, e sadducei… e soldati di Erode… e… tutti… tutti… Non mi levo il tremito della paura… Però lo vedi, Signore? Sono corso ad avvisarti… da Giovanna… poi qui…». L’uomo ci tiene a far notare che a rischio della sua pace ha fatto il suo dovere verso il Maestro.
    Gesù sorride con compatimento e bontà e dice: «Lo vedo! Lo vedo! Dio te ne compensi. Ora và in pace a casa tua. Ti manderò a dire dove mandare le borse, o manderò a ritirarle Io stesso».

    L’uomo se ne va, e nessuno, meno Gesù e Maria Ss., lo risparmia di rimproveri o scherni. Salato è quello di Pietro, salatissimo quello dell’Iscariota, ironico quello di Bartolomeo, Giuda Taddeo non parla ma lo guarda in un tal modo! E il mormorio e gli sguardi di rimprovero lo accompagnano anche fra le file delle donne, terminando nel razzo finale di Maria di Magdala la quale all’inchino del servo-contadino risponde: «Riferirò a Lazzaro che per il convito di festa venga a procurarsi polli ben ingrassati nelle terre del Getsemani».
    «Non ho pollaio, padrona».
    «Tu, Marco e Maria: tre magnifici capponi!».
    Ridono tutti per l’uscita inquieta e… significativa di Maria di Lazzaro, che è furente di vedere la paura nei suoi dipendenti e per il disagio del Maestro, privato del quieto nido del Getsemani.
    «Non ti inquietare, Maria! Pace! Pace! Non tutti hanno il tuo cuore!».
    «Oh! no, purtroppo! Avessero tutti il mio cuore, Rabboni! Neppure le lance e le frecce a me dirette mi farebbero separare da Te!».
    Un mormorio fra gli uomini… Maria lo raccoglie e risponde pronta: «Sì. Lo vedremo! E speriamo presto, se questo può servire a insegnarvi il coraggio. Niente mi farà paura se io posso servire il mio Rabbi! Servire! Si! Servire! E si serve nelle ore pericolose, fratelli! Nelle altre… Oh! nelle altre non è servire! È godere!… E il Messia non va seguito per godere!».

    Gli uomini chinano il capo, punti da queste verità.

    5 Maria fende le file e viene di fronte a Gesù. «Che decidi, Maestro? È Parasceve. Dove la tua Pasqua? Ordina… e, se tanto ho trovato grazia presso di Te, concedimi di offrirti un mio cenacolo, di pensare a tutto…».

    «Grazia hai trovato presso il Padre dei Cieli, grazia perciò presso il Figlio del Padre al quale è sacro ogni movimento del Padre. Ma se accetterò il cenacolo, lascia che al Tempio, a sacrificare l’agnello, vada Io, da buon israelita…».

    «E se ti prendono?», dicono in molti.
    «Non mi prenderanno. Nella notte, nell’oscurità, come usano i ribaldi, possono osarlo. Ma in mezzo alle turbe che mi venerano, no. Non diventatemi vili!…».
    «Oh! poi ora c’è Claudia!», grida Giuda.
    «Il Re e il Regno non sono più in pericolo!…».
    «Giuda, te ne prego! Non farli crollare in te! in te non insidiarli. Il mio Regno non è di questo mondo. Io non sono un re come quelli che sono sui troni. Il mio Regno è dello spirito. Se tu lo avvilisci alla meschinità di un regno umano, tu in te lo insidi e lo fai crollare».
    «Ma Claudia!…».
    «Ma Claudia è una pagana. Non può perciò sapere il valore dello spirito. Molto è se intuisce e appoggia Colui che per lei è un Saggio… Molti in Israele neppure come saggio mi giudicano!… Ma tu non sei pagano, amico mio! Il provvidenziale tuo incontro con Claudia non fare che ti si volga in danno, così come non fare che ogni dono di Dio per raffermare la tua fede e la tua volontà di servire il Signore ti divenga sciagura spirituale».
    «E come lo potrebbe, mio Signore?».
    «Facilmente. Non in te soltanto. Se un dono dato per soccorrere la debolezza dell’uomo, in luogo di fortificarlo e sempre più farlo voglioso di bene soprannaturale, o anche semplicemente morale, servisse ad appesantirlo di appetiti umani e a trarlo lontano dalla via retta, su vie in discesa, allora il dono diverrebbe danno. Basta la superbia a fare di un dono un danno. Basta il disorientamento provocato da una cosa che esalta, per cui si perde di mira il Fine supremo e buono, per fare di un dono un danno. Ne sei persuaso?
    La venuta di Claudia deve darti solo la forza di una considerazione.
    Questa: che se una pagana ha sentito la grandezza della mia dottrina e le necessità che essa trionfi, tu, e con te tutti i discepoli, con ancora più grande potenza dovete sentire tutto ciò e, di conseguenza, darvi tutti a ciò. Ma sempre spiritualmente. Sempre…

    Ed ora decidiamo. Dove dite essere bene consumare la Pasqua? Voglio che siate in pace di spirito per questa Cena di rito, per sentire Dio che non si sente nel turbamento. Siamo molti. Ma mi sarebbe dolce stare tutti insieme per potervi far dire: “Consumammo una Pasqua con Lui”. Scegliete dunque un luogo dove, suddividendoci secondo il rituale, di modo da formare gruppi sufficienti a consumare ognuno il proprio agnello, si possa però dire: “Eravamo uniti, e l’uno sentiva la voce dell’altro fratello”».
    Chi nomina questo e chi quel luogo. Ma le sorelle di Lazzaro la vincono. «Oh! Signore! Qui! Manderemo a prendere il fratello nostro. Qui! Molte sono le sale e le stanze. Saremo insieme, e secondo il rito. Accetta, Signore! Il palazzo ha stanze atte per almeno duecento persone divise per gruppi di venti. E tanti non siamo. Fàcci liete, Signore! Per Lazzaro nostro così triste… così malato…». Le due sorelle piangono, finendo: «… che non si può pensare che mangi un’altra Pasqua…».

    «Che dite? Che pensate concedere alle sorelle buone?», dice Gesù interpellando tutti.
    «Io direi che sì», dice Pietro.
    «Io pure», dice l’Iscariota e molti altri.
    Chi non parla, assente.
    «Provvedete, allora. E noi andiamo al Tempio, a mostrare chi è sicuro di ubbidire all’Altissimo non ha paura e non è vile. Andiamo. A chi resta, la mia pace».

    E Gesù scende il resto di scala, traversa il vestibolo ed esce coi discepoli nella via piena di folla.
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)


  8. #2736
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    L'Evangelo come mi è stato rivelato - 001


    Pensiero d’introduzione. Dio volle un seno senza macchia

    Dice Gesù:

    «Oggi scrivi questo solo.

    La purezza ha un valore tale che un seno di creatura poté contenere l’Incontenibile, perché possedeva la massima purezza che potesse avere una creatura di Dio.

    [...]

    Dio, per manifestarsi agli uomini nella forma nuova e completa che inizia l’èra della Redenzione, non scelse a suo trono un astro del cielo, non la reggia di un potente.

    Non volle neppure le ali degli angeli per base al suo piede.
    Volle un seno senza macchia.»

    (Maria Valtorta, L'Evangelo come mi è stato rivelato, EMV 1)


    L'Evangelo come mi è stato rivelato - 002



    Gioacchino e Anna fanno voto al Signore


    [...] Entra dall’orto un uomo anziano, un poco più basso di Anna, con una testa di folti capelli tutti bianchi. Un viso chiaro, dalla barba tagliata in quadrato, con due occhi azzurri come turchesi fra ciglia di un castano chiaro quasi biondo. È vestito di un marrone scuro. [...]

    «Ah! se avessimo avuto un bambino lo avrei voluto così, con questi occhi e questi capelli…».
    Anna si è chinata, inginocchiata anzi, e bacia con un sospirone i due occhioni azzurro-grigi.

    Gioacchino sospira anche lui. Ma la vuol consolare.
    Le pone la mano sui capelli cresputi e canuti e le dice:
    «Ancora occorre sperare. Tutto può Dio. Finché si è vivi, il miracolo può avvenire, specie quando lo si ama e “ci si ama”».
    Gioacchino calca molto sulle ultime parole. [...]

    «Non piangere, Anna! Siamo felici lo stesso. Io, almeno, lo sono perché ho te».

    «Anche io per te. Ma non ti ho dato un figlio… Penso aver spiaciuto al Signore, poiché mi ha inaridito le viscere…».

    «O moglie mia! In che vuoi avergli spiaciuto tu, santa?
    Senti. Andiamo ancora una volta al Tempio. Per questo.
    Non solo per i Tabernacoli. Facciamo lunga preghiera…
    Forse ti avverrà come a Sara… come ad Anna di Elcana.
    Molto attesero e si credevano riprovate perché sterili.
    Invece per loro, nei cieli di Dio, si maturava un figlio santo.
    Sorridi, mia sposa.
    Il tuo pianto mi è più dolore che l’esser senza prole…
    Porteremo Alfeo con noi. Lo faremo pregare, lui che è innocente… e Dio prenderà la sua e nostra preghiera insieme e ci esaudirà».

    «Sì. Facciamo voto al Signore. Suo sarà il nato. Purché ce lo conceda… Oh! sentirmi chiamare “mamma”!». [...]

    La visione cessa qui.
    Comprendo che si è iniziato il ciclo della nascita di Maria.
    E ne sono molto contenta, perché lo desideravo tanto.


    (Maria Valtorta, L'Evangelo come mi è stato rivelato, EMV 2)

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  9. Il seguente utente ringrazia terranovas per questo messaggio:

    sobiesky (31-01-2021)

  10. #2737
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    Insegnava loro come uno che ha autorità.




    VANGELO DI OGGI DOMENICA 31 GENNAIO 2021

    Insegnava loro come uno che ha autorità.

    Dal Vangelo secondo Marco - Mc 1,21-28

    In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.

    Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!».

    E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
    Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».

    La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

    Parola del Signore

    * * * * * * * * * *

    VOLUME I - CAPITOLO 59

    “L’EVANGELO COME MI E’ STATO RIVELATO” – (ed. CEV)
    di Maria Valtorta (M.V.)

    Un indemoniato guarito nella sinagoga di Cafarnao a conclusione di una disputa.


    “Visione” del 2 novembre 1944


    1 Vedo la sinagoga di Cafarnao. È già piena di folla in attesa. Gente sulla porta occhieggia sulla piazza ancora assolata, benché sia verso sera.
    Finalmente un grido: «Ecco il Rabbi che viene». La gente si volta tutta verso l'uscio, i più bassi si alzano sulle punte dei piedi o cercano di spingersi avanti. Qualche disputa, qualche spintone, nonostante i rimproveri degli addetti alla sinagoga e dei maggiorenti della città.

    «La pace sia su tutti coloro che cercano la Verità».

    Vi chiamo, o voi di Israele, prima d'ogni altro popolo, perché voi siete quelli che nei padri dei padri ebbero promessa di quest'ora e alleanza col Signore altissimo. Ma non con turbe di armati, non con ferocie di sangue sarà formato questo Regno, e ad esso non i violenti, non i prepotenti, non i superbi, gli iracondi, gli invidiosi, i lussuriosi, gli avari, ma i buoni, i miti, i continenti, i misericordiosi, gli umili, gli amorosi del prossimo e di Dio, i pazienti, avranno entrata.

    Israele! Non contro i nemici di fuori sei chiamato a combattere. Ma contro i nemici di dentro. Contro quelli che sono in ogni tuo cuore. Nel cuore dei dieci e dieci e diecimila tuoi figli. Levate l'anatema del peccato da tutti i vostri singoli cuori, se volete che domani Dio vi raduni e vi dica: "Mio popolo, a te il Regno che non sarà più sconfitto, né invaso, né insidiato da nemici".

    …….[….]……

    Pentitevi dei vostri peccati per esser perdonati e pronti al Regno. Levate da voi l'anatema del peccato. Ognuno ha il suo. Ognuno ha quello che è contrario ai dieci comandi di salute eterna. Esaminatevi ognuno con sincerità, e troverete il punto in cui avete sbagliato. Umilmente abbiatene pentimento sincero. Vogliate pentirvi. Non a parole. Dio non si irride e non si inganna. Ma pentitevi colla volontà ferma, che vi porti a mutare vita, a rientrare nella Legge del Signore. Il Regno dei Cieli vi aspetta. Domani.

    Domani? vi chiedete. Oh! è sempre un domani sollecito l'ora di Dio, anche se viene al termine di una vita longeva come quella dei Patriarchi. L'eternità non ha per misura di tempo lo scorrere lento della clessidra. E quelle misure di tempo che voi chiamate giorni, mesi, anni, secoli, sono palpiti dello Spirito eterno che vi mantiene in vita. Ma voi eterni siete nello spirito vostro, e dovete, per lo spirito, tenere lo stesso metodo di misurazione del tempo che ha il Creatore vostro. Dire, dunque: "Domani sarà il giorno della mia morte". Anzi, non morte per il fedele. Ma riposo di attesa, in attesa del Messia che apra le porte dei Cieli.

    …….[…..]…….

    Quindi Gesù guarda la folla che è stupita dalla disputa, urtata e divisa fra opposte correnti. La guarda, cercando qualcuno coi suoi occhi di zaffiro, poi chiama forte: «Aggeo! Vieni avanti. Te lo comando». Grande brusio fra la folla, che si apre per lasciar passare un uomo, tutto scosso da un tremito e sorretto da una donna.
    I due sono ormai di fronte. Un attimo di lotta. Pare che l'uomo, uso al mutismo, stenti a parlare e mugola, poi la voce si forma in parola: «Che c'è fra noi e Te, Gesù di Nazaret? Perché sei venuto a tormentarci? Perché a sterminarci, Tu, Padrone del Cielo e della terra? So chi sei: il Santo di Dio. Nessuno, nella carne, fu più grande di Te, perché nella tua carne d'uomo è chiuso lo Spirito del Vincitore eterno. Già mi hai vinto in...».
    «Taci! Esci da costui. Lo comando».
    L'uomo è preso come da un parossismo strano. Si dimena a strattoni, come se ci fosse chi lo maltratta con urti e strapponate, urla con voce disumana, spuma e poi viene gettato al suolo da cui poi si rialza stupito e guarito.

    8 «Hai udito? Che rispondi ora?» chiede Gesù al suo oppositore.

    L'uomo barbuto e impaludato fa una alzata di spalle e, vinto, se ne va senza rispondere. La folla lo sbeffeggia e applaude Gesù.
    «Silenzio. Il luogo è sacro!» dice Gesù, e poi ordina: «A Me il giovane al quale ho promesso aiuto da Dio».
    Viene il malato. Gesù lo carezza: «Hai avuto fede! Sii sanato. Va' in pace e sii giusto».

    …omissis…..

    *§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§*§

    Come sempre, i dettagli della grandiosa scena evangelica, in tutti i suoi minuti particolari, come descritti dalla mistica Maria Valtorta, su https://app.mariavaltorta.com/sgit20
    Scaricate gratuitamente Valtorta App su computer e smartphone (Android e iOS / web):
    http://app.fondazionemariavaltortacev.org/



    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)


  11. Il seguente utente ringrazia sobiesky per questo messaggio:

    terranovas (01-02-2021)

  12. #2738
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    Pensiero della Settimana, in preparazione alla Festa Mondiale della Vita Consacrata


    [Foto di form PxHere]

    Dice Gesù:

    «Ogni epoca ha avuto le sue forme di pietà.

    La Chiesa è nata tra le onde agitate del mondo. Vergini e consacrati vivevano mescolati tra la folla pagana, portando in essa il profumo di Cristo che li saturava, ed hanno conquistato il mondo al Cristo.

    Poi venne l’epoca delle austere segregazioni. Seppellirsi al mondo era, secondo le vedute del tempo, necessario alla perfezione e alla continua redenzione delle anime. Dai monasteri, dagli eremi, dalle celle murate, fiumi di sacrifici e di preghiere si sparsero sulla Terra, scesero sul Purgatorio, salirono al Cielo.

    Più tardi vennero i conventi di vita attiva. Ospedali, asili, scuole beneficiarono di questa nuova manifestazione della religione cristiana.

    Ma ora, nel mondo pagano di un nuovo paganesimo ancora più atroce perché più demoniacamente sottile, occorrono di nuovo anime consacrate che vivano nel mondo come ai primi tempi della mia Chiesa, per profumare il mondo di Me. Esse compendiano in sé la vita attiva e la contemplativa in una parola sola: “Vittime”.

    Di quante vittime ha bisogno questo povero mondo per ottenere pietà! Se gli uomini mi ascoltassero, direi ad ogni singolo il mio amoroso comando: “Sacrificio, penitenza, per essere salvati”. Ma non ho che le Vittime che sappiano imitare Me nel sacrificio, che è la forma più alta dell’amore.

    Che ho detto Io?
    “Da questo si capirà se siete miei discepoli: se vi amerete scambievolmente... Non c’è amore maggiore di chi dà la vita per i suoi amici”.

    Le vittime hanno portato l’amore così in alto da avere una forma simile al mio. Le vittime dànno se stesse per Me perché Io sono nelle anime, e chi salva un’anima salva Me in quell’anima. Dunque non vi è più grande amore per Me di quello di immolarsi per Me, vostro Amico, e per le povere anime peccatrici che sono amici nostri decaduti. Dico: nostri, perché dove è un’anima innamorata è anche Dio con lei, e perciò siamo due.

    Molte volte tu pensi con rimpianto alla vita claustrale. Ma pensa, anima mia, che l’essere vittima ti rende simile alle claustrali più austere. La vittima adora, la vittima espia, la vittima prega. La preghiera di una vittima è uguale a quella della claustrata con in più la difficoltà di dovere vivere di orazione tra le dissipazioni del mondo.»

    [...]


    (Maria Valtorta, I Quaderni del 1943, 16 giugno)

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    «Non approfittartene della vittoria e non dare il segreto agli altri, furbissimo uomo che vinci il Maestro con l'arma della parola materna». L'Evangelo come mi è stato rivelato

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    sobiesky (04-02-2021)

  14. #2739
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    Ricordi di Maria Valtorta: l'Autobiografia


    [Foto colorizzata di padre Romualdo M. Migliorini]

    [Nei primi mesi dell'anno 1943, prima dell'inizio della sua esperienza mistica, Maria Valtorta aveva scritto l’Autobiografia, che le era stata chiesta da padre Romualdo M. Migliorini (1884-1953) dell'Ordine dei Servi di Ma*ria, Priore del Convento servita di Viareggio e suo direttore spirituale dal 1942 al 1946]

    Scrive Maria Valtorta:

    « [...] Non con la mia parola ma con quella di Gesù inizio la narrazione della mia vita. Questo per obbedire ad un desiderio espressomi da Lei [padre Migliorini], desiderio che non discuto anche se, a mio modo di vedere, non trovo molto utile e soprattutto molto piacevole, né per me né per Lei, questa narrazione. Lei è un maestro di spirito, dunque se trova giusto che io le faccia conoscere la mia vita è segno che è giusto. Avanti dunque con sincerità, con umiltà e con pazienza…

    Dipanando il filo della mia vita, e dipanandolo a ritroso, mi sarà un conforto e un dolore perché lungo il filo, come perle su un rosario, troverò gioie, dolori, colpe, perdoni, speranze, e le pietre nere del dolore saranno molto numerose rispetto a quelle d’oro della gioia, così come le pietre grigie delle mancanze saranno molto più numerose di quelle candide del bene. Pazienza, ripeto. Così, facendo l’inventario della mia esistenza, distruggerò completamente quel resto di orgoglio umano che è così duro a morire nei cuori — peggio di una gramigna è — e sempre tenta rimettere radici e steli.

    Creda però che l’inventario sarà sincero, spietato verso me stessa come lo è il coltello di un chirurgo sulle carni malate e… mi fido della sua bontà che non mi caccerà dal suo cospetto ma mi ripeterà le parole del Perdonatore divino notando che io pure “ho molto amato”, senza mai misurare quanto di sacrificio poteva impormi il mio amare e perciò, per la mia generosità che tutto calpestava per amore, anche sé stessa e il suo umano bene, Dio “molto” mi perdonerà.»

    [...]

    (Maria Valtorta, Autobiografia, parte prima)

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    sobiesky (04-02-2021)

  16. #2740
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    La Maddalena: Beneamata perché sa amare totalmente.

    Gesù, con gli apostoli, arriva nella città di Betania per far visita al suo carissimo amico Lazzaro, ora infermo e sofferente; Poi mentre sono a cena, sentono bussare forte alla porta.
    Un uomo implora la presenza del Messia presso una casa oggetto di un grave fatto di sangue.. Gesù acconsente e parte subito, ma, clamorosamente (ed emblematicamente!), chiede solo a Giuda Iscariota, di accompagnarlo in questa triste evenienza…….

    * * * * * * *

    VOLUME VI - CAPITOLO 375

    “L’EVANGELO COME MI E’ STATO RIVELATO” – (ed. CEV)

    di Maria Valtorta (M.V.)

    La cena rituale in casa di Lazzaro e il banchetto sacrilego in casa di Samuele.


    “Visione” del 3 Febbraio 1946


    1 Quando Gesù entra nel palazzo, lo vede invaso da una tuba di servi venuti da Betania, i quali si affrettano nei preparativi. Lazzaro, sdraiato su un lettuccio e molto sofferente, saluta con un pallido sorriso il suo Maestro, che si affretta verso di lui e che si china tutto amore sul lettuccio chiedendo: «Hai molto sofferto, non è vero, amico mio?, con le scosse del carro».
    «Molto, Maestro», risponde Lazzaro, sfinito tanto che solo a rievocare ciò che ha provato ha da capo negli occhi le lacrime.
    «Per colpa mia! Perdonami!».

    Lazzaro prende una delle mani di Gesù e se la porta al viso, ci strofina contro la guancia scarnita e mormora: «Oh! non per colpa tua, Signore! E sono tanto contento che Tu faccia con me la Pasqua… la mia ultima Pasqua!…».
    «Se Dio vorrà, nonostante ogni cosa, tu ne farai molte ancora, Lazzaro. E sempre il tuo cuore sarà con Me».

    «Oh! io sono finito! Tu mi conforti… ma è finita. E mi spiace…». Piange.
    «Lo vedi, Signore? Lazzaro non fa che piangere», dice pietosa Marta. «Digli che non lo faccia. Si sfinisce!».
    «La carne ha anche i suoi diritti. La sofferenza è penosa, Marta, e la carne piange. Ha bisogno di questo sfogo. Ma l’anima è rassegnata, non è vero, amico mio? La tua anima di giusto fa volentieri la volontà del Signore…».
    «Si… Ma io piango perché Tu, essendo così perseguitato, non potrai assistermi nella morte… Ho ribrezzo, ho paura di morire… Se ci fossi Tu, non l’avrei tutto ciò. Mi rifugerei nelle tue braccia… e mi addormenterei così… Come farò? Come farò a morire senza avere moti contro l’ubbidienza a questa tremenda volontà?».

    «Suvvia! Non pensare a queste cose! Vedi? Fai piangere le sorelle… Il Signore ti aiuterà così paternamente che tu non avrai paura. Paura devono averla i peccatori…».
    «Ma Tu, se puoi venire, ci vieni alla mia agonia? Promettimelo!».
    «Te lo prometto. Questo e più ancora».
    «Mentre preparano, raccontami ciò che hai fatto questa mattina…».

    E Gesù, seduto sull’orlo del lettuccio, una delle scarne mani di Lazzaro nelle sue, racconta per filo e per segno tutto quanto è accaduto, finché Lazzaro, sfinito, si assopisce, e Gesù non lo lascia neppure allora. Sta immobile per non turbare quel sonno riparatore, facendo segno che si faccia il meno rumore possibile, tanto che Marta, dopo avere portato un ristoro a Gesù, si ritira in punta di piedi calando la tenda pesante e chiudendo la porta massiccia. Il rumore della casa, tutta in moto, si attutisce così in un brusio appena sensibile. Lazzaro dorme. Gesù prega e medita.

    2 Passano le ore così, finché Maria di Magdala viene a portare una lampadetta, perché la sera scende e vengono chiuse le finestre.
    «Dorme ancora?», sussurra.
    «Sì. È molto quieto. Gli farà bene».
    «Da mesi non dormiva tanto… Credo che molto lo tenesse agitato il timore della morte. Con Te vicino non c’è paura… di nulla… Lui fortunato!».
    «Perché, Maria?».
    «Perché lui potrà averti vicino nel morire. Ma io…».
    «Perché tu no?».
    «Perché Tu vuoi morire… e presto. E io chissà quando morirò. Fammi morire prima di Te, Maestro!».
    «No, tu mi devi servire per tanto ancora».
    «E allora ho ragione di dire che Lazzaro è fortunato!».
    «I beneamati saranno tutti fortunati come lui, più di lui».
    «Chi sono? I puri, vero?».
    «Coloro che sanno totalmente amare. Tu, per esempio, Maria».
    «Oh! mio Maestro!». Maria scivola a terra, sulla stuoia multicolore che copre il pavimento di questa stanza, e sta lì, in adorazione del suo Gesù.

    Marta, cercandola, mette dentro il capo, «Vieni dunque! Dobbiamo parare la sala rossa per la cena del Signore».
    «No, Marta. Quella la darete ai più umili, ai contadini di Giocana, ad esempio».
    «Ma perché, Maestro?».
    «Perché i poveri sono tanti Gesù ed Io sono in essi. Onorate sempre il povero che nessuno ama, se volete essere perfette. Per Me preparerete nell’atrio. Tenendo aperte le porte delle molte stanze che danno in esso, tutti mi vedranno ugualmente ed Io tutti vedrò».
    Marta, non troppo soddisfatta, obbietta: «Ma Tu in un vestibolo!… Non è degno di Te!…».
    «Và, và. Fa ciò che ti dico. È degnissimo fare ciò che il Maestro consiglia».

    Marta e Maria escono senza fare rumore e Gesù resta paziente a vegliare l’amico che riposa.
    3 Le cene sono in pieno svolgimento. Con poco giusta distribuzione degli ospiti, secondo il punto di vista umano, ma con una superiore vista tesa a dare onore e amore a quelli che il mondo solitamente trascura.

    Così nella splendida, regale sala rossa, la cui volta è sorretta da due colonne di porfido rosso, fra le quali è stata messa la lunga tavola, sono seduti i contadini di Giocana insieme a Marziam e a Isacco più altri discepoli, fino a compiere il numero adatto. Nella sala dove ebbe luogo la cena della sera avanti sono gli altri discepoli fra i più umili. Nella sala bianca – un sogno di candore – sono le discepole vergini e con esse, che sono solo quattro, sono le sorelle di Lazzaro e Anastatica e altre giovani, ma la regina della festa è Maria, la vergine per eccellenza. Nella stanza vicina, che forse è una biblioteca perché è tappezzata di alti scrigni oscuri che forse contengono dei rotoli, o ne contenevano, sono le vedove e le mogli, e ne sono direttrici Elisa di Betsur e Maria d’Alfeo. E così via.

    Ma ciò che colpisce è vedere Gesù nell’atrio marmoreo. Vero è che il gusto signorile delle due sorelle di Lazzaro ha fatto del quadrato vestibolo un vero salone luminoso, fiorito, splendido più di una sala. Ma è sempre il vestibolo! Gesù è coi dodici, ma al suo fianco è Lazzaro. E con Lazzaro è anche Massimino.(Un intendente amico di Lazzaro- nota soby)

    Le cene proseguono secondo il rito… e Gesù sfavilla nella letizia di essere al centro di tutti i suoi discepoli fedeli.
    4 Terminate le cene, consumato l’ultimo calice, cantato l’ultimo salmo, tutti quelli che erano nelle diverse sale affluiscono nell’atrio. Ma non vi stanno, data la presenza della tavola che ingombra un poco.
    «Andiamo nella sala rossa, Maestro. Spingeremo la tavola contro la parete e staremo tutti intorno a Te», suggerisce Lazzaro facendo cenno ai servi di eseguire.
    Ora Gesù, seduto al centro, fra le due preziose colonne, sotto il rutilante lampadario, alto su un piedistallo fatto di due sedili-lettucci usati per la cena, pare proprio un re seduto sul trono in mezzo ai suoi cortigiani. La sua veste di lino, messa avanti la cena, splende come fosse di fili preziosi, e sembra ancor più bianca, messa a confronto con il rosso opaco delle pareti e con quello lucido delle colonne. E il suo viso è veramente divino e regale mentre parla o ascolta chi gli è intorno. Anche i più umili, che Egli ha voluto molto vicino, sentendosi amati fraternamente dagli altri, parlano con sicurezza, dicendo speranze e affanni con semplicità e fede.
    5 Ma il più beato fra tanti beati è il nonno di Marziam! Non si separa dal nipote neppure per un momento e si bea di guardarlo, di ascoltarlo… Ogni tanto, stando seduto presso Marziam che è in piedi, curva il capo canuto sul petto del nipote che lo carezza.
    Gesù vede quest’atto più volte e interpella il vecchio: «Padre, il tuo cuore è felice?».
    «Oh! ben felice, mio Signore! Non mi sembra neppure vero. Non ho più che un desiderio…».
    «Quale?».
    «Quello che ho detto al figlio mio. Ma egli non lo approva».
    «Che desiderio è?».
    «È che vorrei morire, possibilmente in questa pace. Presto almeno. Perché ormai il massimo bene l’ho avuto. Non di più può averne creatura sulla Terra. Andarmene… non penare più… Andare… Come hai detto bene nel Tempio, o Signore! “Chi offre sacrifici con la roba dei poveri è come chi sgozza un figlio sotto gli occhi del padre”. Solo il timore di Te trattiene Giocana da emulare Doras. (Un spietato, avido e crudele fariseo, padrone di una ricca proprietà terriera, molto astioso con Gesù- nota soby). Gli sta passando il ricordo di ciò che avvenne all’altro, i campi suoi prosperano ed egli li feconda col nostro sudore. Il sudore non è forse la roba del povero, il suo se stesso che si spreme in fatiche superiori alle sue forze? Non ci picchia, ci dà tanto da tenerci forti al lavoro. Ma non ci sfrutta più del bue? Ditelo voi, compagni miei…».
    I contadini vecchi e nuovi di Giocana annuiscono.
    «Uhm! Credo che… Sì, che le tue parole lo facciano più vampiro che mai; e su questi… Perché le hai dette, Maestro?», chiede Pietro.
    «Perché egli le meritava già. Non è vero, voi dei campi?».
    «Oh, si! I primi mesi… andò bene. Ma ora… peggio di prima», asserisce Michea.
    «La secchia del pozzo per il suo stesso peso discende», sentenzia il sacerdote Giovanni.
    «Si, e il lupo presto si stanca di apparire agnello», rincara Erma.
    Le donne sussurrano fra loro, impietosite.
    Gesù, con gli occhi fatti dilatati dalla pietà, guarda i poveri contadini, afflitto di essere impotente a sollevarli.
    Lazzaro dice: «Avevo offerto somme pazze per avere quei campi e dare loro pace. Ma non sono riuscito ad averli. Doras mi odia, simile in tutto a suo padre ».
    «Ebbene… morremmo così. È la nostra sorte. Ma verrà bene il riposo in seno ad Abramo!», esclama Saulo, altro contadino di Giocana.

    «In seno a Dio, figlio. In seno a Dio. La redenzione sarà compiuta, i Cieli aperti, e voi al Cielo andrete e…».

    6 Al portone vengono dati colpi vigorosi che rimbombano forte. Vi è allarme fra i convenuti.

    «Chi è?».
    «Chi gira in sera di Pasqua?».
    «Milizie?».
    «Farisei?».
    «Soldati di Erode?».
    Ma mentre l’orgasmo si estende appare Levi, il custode del palazzo: «Perdona, o Rabbi », dice, «vi è un uomo che ti vuole. È nell’ingresso. Pare molto afflitto. È vecchio, e mi sembra popolano. Vuole Te. E presto».

    «Oh! là là! Non è sera di miracoli questa! Torni domani…», dice Pietro.

    «No. Ogni sera è ora di miracoli e di misericordia», dice Gesù alzandosi e scendendo dal suo seggio per andare verso l’atrio.
    «Vai solo? Vengo anch’io», dice Pietro.
    «No. Tu stai dove ti trovi». Esce al fianco di Levi. (Custode del palazzo di Lazzaro- nota soby)

    In fondo, presso il pesante portone, nell’atrio semioscuro perché sono state spente le lampade che lo illuminavano prima, è un vecchio molto agitato. Gesù gli si accosta.
    «Fermati, Maestro. Forse io ho toccato un morto e non voglio contaminarti. Sono il parente di Samuele lo sposo di Annalia. Consumavamo la cena e Samuele beveva, beveva… come non è lecito fare. Ma il giovane mi sembra folle da qualche tempo. È il rimorso, Signore! Mezzo ebbro, diceva nel bere di nuovo: “Così non mi ricordo più di avergli detto che lo odio. Perché io, sappiatelo, ho maledetto il Rabbi”. E mi pareva Caino, perché ripeteva: “La mia iniquità è troppo grande. Non merito perdono! Bere devo! Bere per non ricordare. Perché è detto che chi maledice il suo Dio porterà il suo peccato ed è reo di morte”. (Levitico 24, 15-16) Delirava già così quando entrò nella casa un parente della madre di Annalia per chiedere ragione del ripudio. Samuele, semi ebbro, reagì con male parole e l’uomo lo minacciò di portarlo dal magistrato per il danno che fa all’onore della famiglia. Samuele lo schiaffeggiò per il primo. Si presero…

    Io vecchio sono, e vecchia è mia sorella, vecchio il servo e la servente. Che potevamo fare noi quattro e chè le due fanciulle, sorelle di Samuele? Gridare potevamo! Cercare di dividerli potevamo! Nulla più… E Samuele, presa la scure con cui avevamo preparato la legna per l’agnello, la dette nel capo dell’altro… Non gli aperse la testa perché colpì col ceppo, non colla lama. Ma l’altro barcollò gorgogliando e cadde… Non abbiamo gridato più… per… per non attirare gente… Ci siamo barricati in casa… Atterriti… Speravamo che l’uomo rinvenisse gettandogli acqua sul capo. Ma gorgoglia, gorgoglia. Certo muore. A momenti pare già morto. Io sono fuggito a chiamarti in un momento di questi. Domani… forse prima, i parenti cercheranno l’uomo. E da noi, perché certo sanno che è venuto. E lo troveranno morto… E Samuele, secondo la Legge, sarà ucciso… Signore! Signore! Il disonore è già su di noi… Ma questo no! Per mia sorella pietà, Signore! Egli ti ha maledetto… Ma la madre ti ama… Che dobbiamo fare?».

    «Attendimi qui. Vengo Io», e Gesù torna nella sala chiamando dalla porta: «Giuda di Keriot, vieni con Me».

    «Dove, Signore?», dice Giuda ubbidendo subito.
    «Lo saprai. Voi tutti state con pace e amore. Saremo presto di ritorno».

    7 Escono dalla sala, dal vestibolo, dalla casa. Le vie, deserte e oscure, sono presto percorse. Giungono alla casa fatale.
    «La casa di Samuele? Perché…».
    «Silenzio, Giuda. Ti ho preso perché ho fiducia nel tuo buon senso».

    Il vecchio si è fatto riconoscere. Entrano. Salgono alla stanza del cenacolo, dove hanno trascinato il colpito.
    «Un morto?! Ma Maestro! Ci contaminiamo!».
    «Non è morto. Lo vedi che respira e lo senti che rantola. Ora Io lo sanerò…».
    «Ma è colpito al capo! Qui c’è stato un delitto! Chi è stato?… E nel giorno dell’agnello!». Giuda è esterrefatto.

    «Lui è stato», dice Gesù indicando Samuele che è gettato in un angolo, in un gomitolo, più morente dello stesso morente, rantolante di terrore come l’altro d’agonia, col lembo del mantello sul capo per non vedere e non essere visto, guardato con orrore da tutti fuorché dalla madre, che all’orrore per l’omicida unisce lo strazio per il figlio colpevole e condannato in anticipo dalla ferrea legge d’Israele.

    «Lo vedi a che porta un primo peccato? A questo, o Giuda! Ha cominciato ad essere spergiuro alla donna, poi a Dio; indi si è fatto calunniatore, mentitore, bestemmiatore, poi si è dato al vino, ed ora è omicida. Così si diviene di satana, o Giuda. Abbilo sempre presente…».

    Gesù è terribile mentre col braccio teso indica Samuele. Ma poi guarda la madre che, aggrappata ad una imposta, si regge a stento, scossa da un tremito, e pare prossima a morte, e con mestizia dice: «E così, o Giuda, vengono uccise, senz’altra arma che quella del delitto del figlio, le povere madri!… Per essa ho pietà. Ho pietà delle madri, Io! Io, il Figlio che non vedrà pietà per la Madre sua… ».

    Gesù piange… Giuda lo guarda sbalordito…

    8 Gesù si china sul morente e gli posa la mano sul capo. Prega. L’uomo apre gli occhi. Pare un poco ebbro. Stupito… ma presto torna in sé. Si siede puntando i pugni al suolo. Guarda Gesù. Chiede: «Chi sei?».
    «Gesù di Nazaret».
    «Il santo! Perché presso a me? Dove sono? Dove è mia sorella e sua figlia? Che è accaduto?». Cerca di ricordare.
    «Uomo, tu mi chiami santo. Mi credi dunque tale?».
    «Sì, Signore. Tu sei il Messia del Signore».
    «La mia parola ti è dunque sacra?».
    «Sì, o Signore».
    «Allora…». Gesù si alza in piedi. È imponente: «Allora Io, come Maestro e Messia, ti ordino di perdonare. Qui venisti e fosti insultato…».
    «Ah! Samuele! Sì… La scure! Lo denun…», dice alzandosi.

    «No. Perdona in nome di Dio. Ti ho sanato per questo. Tu hai a cuore la madre di Annalia perché ha sofferto. Questa di Samuele soffrirebbe più ancora. perdona».

    L’uomo tergiversa alquanto. Guarda il feritore con chiaro rancore. Guarda la madre angosciata. Guarda Gesù che lo domina… Non sa decidere.
    Gesù gli apre le braccia e lo attira al suo petto dicendo: «Per amor mio!».

    L’uomo si dà a piangere… Essere così fra le braccia del Messia, sentire il suo alito fra i capelli e un bacio che scende dove era la percossa!… Piange, piange…
    Gesù dice: «Sì, non è vero? Tu perdoni per mio amore? Oh beati i misericordiosi! Piangi, piangi sul mio cuore. Esca col pianto ogni rancore! Tutto nuovo! Tutto puro! Ecco, così! Mite, oh! mite come deve esserlo un figlio di Dio…».

    E l’uomo alza il viso e fra le lacrime dice: «Sì, sì. Il tuo amore è tanto dolce! Ha ragione Annalia! Ora la comprendo… Donna! Non piangere più! Il passato è passato. Nessuno saprà nulla dalla mia bocca. Godi del figlio tuo, ammesso che egli ti possa dare gioia. Addio, donna. Torno alla mia casa», e fa per uscire.
    Gesù gli dice: «Vengo con te, uomo. Addio, madre. Addio, Abramo. Addio, fanciulle». Non una parola a Samuele, che non trova una parola a sua volta.

    La madre gli strappa il mantello dal capo e, nella reazione di ciò che ha passato, si avventa sul figlio: «Ringrazia il tuo Salvatore, anima dura! Ringrazialo, uomo indegno che sei!…».

    «Lascialo, lascialo, donna. Non avrebbe valore la sua parola. Il vino lo fa stolto e la sua anima è chiusa. Prega per lui… Addio».
    9 Scende le scale, raggiunge sulla via Giuda e l’altro, si libera del vecchio Abramo che gli vuole baciare le mani e si dà a camminare rapido nel primo raggiare di luna.
    «Stai lontano?», chiede all’uomo.
    «Ai piedi del Moria».(Ovvero: ai piedi del colle sulla cui cima si trova il Tempio di Gerusalemme- nota soby).
    «Allora dobbiamo separarci».
    «Signore, tu mi hai serbato ai figli, alla sposa, alla vita. Che devo fare per Te?».
    «Essere buono, perdonare e tacere. Mai, per nessuna ragione, devi dire una parola su quanto è avvenuto. Lo prometti?».
    «Lo giuro sul sacro Tempio! Per quanto mi dolga non potere dire che Tu mi hai salvato…».
    «Sii un giusto ed Io ti salverò l’anima. E questo lo potrai dire. Addio, uomo. La pace sia con te».
    L’uomo si inginocchia, saluta. Si separano.

    «Che cose! Che cose!», dice Giuda, ora che sono soli.

    «Sì. Orrende. Giuda, tu pure non parlerai».
    «No, Signore. Ma perché hai voluto me con Te».

    «Non sei contento della mia fiducia?».
    «Oh! tanto! Ma…».

    «Ma perché volevo che tu meditassi a che può condurre la menzogna, l’avidità di denaro, la crapula e le pratiche inerti di una religione non più sentita e praticata spiritualmente. E che era il banchetto simbolico per Samuele? Nulla! Una crapula. Un sacrilegio. E in esso divenne omicida. Molti in futuro saranno come esso, e col sapore dell’Agnello sulla lingua, e non dell’agnello nato da pecora, ma dell’Agnello divino, andranno al delitto. Perché ciò? Come ciò? Non te lo chiedi? Ma Io te lo dico lo stesso: perché avranno preparato quell’ora con molti antefatti, commessi per sbadataggine all’inizio, per cocciutaggine poi.
    Ricordalo, Giuda».

    «Sì, Maestro. E che diremo agli altri?».
    «Che c’era uno molto grave. È verità».
    Scantonano svelti per una strada e li perdo di vista.
    <Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno>. (Matteo 24,32-35)


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