Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Cronache dall'Arcidiocesi di Firenze (2010-2011)

  1. #101
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    Tesori della letteratura cristiana
    Secondo appuntamento su Romano Guardini


    Il secondo incontro del ciclo dei “Tesori della Letteratura Cristiana” avrà luogo martedì 14 Dicembre 2010 presso il Convento di San Marco, Sala Chiostrini, Via della Dogana 3r a Firenze, alle ore 17.30.
    Si leggeranno e commenteranno testi dalle opere di Romano Guardini e la presentazione “Formazione di sè e etica della rivelazione” sarà curata dal prof. Pietro De Marco (docente presso l'Università di Firenze).
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  2. #102
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    Incontro e messe con gli insegnanti della diocesi
    Una messa per tutti gli insegnati e un incontro del vescovo con gli insegnanti di religione


    Martedì 14 dicembre alle 17.30 in Curia si terrà una Messa per gli insegnanti di ogni ordine e grado, celebrata dal Vescovo Ausiliare, in preparazione al Natale.

    Domenica 19 dicembre alle 16.00 alla Parrocchia del Sacro Cuore di Gesù a Campi (Via A. De Gasperi, 9, Campi Bisenzio) ci sarà un incontro - seguito dalla Messa - dell’Arcivescovo con gli insegnanti di Religione Cattolica dell’Arcidiocesi.
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  3. #103
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    Alcune foto della S. Messa Celebrata dal Cardinale Domenico Bartolucci nella Chiesa della Santissima Trinità de' Pellegrini a Roma













    Ultima modifica di Zenobius; 17-12-2010 alle 23:00
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  4. #104
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    Ancora alcune immagini della Messa del Card. Bartolucci











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  5. #105
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    Natale 2010 nella Cattedrale di Firenze

    Alcune foto della Santa Messa della Notte, celebrata dall'Arcivescovo Giuseppe Betori in Cattedrale. L'Arcivescovo, come tradizione, indossa in questa celebrazione i paramenti usati da Papa Paolo VI (casula,mitria, camice) nella Messa celebrata a Firenze la notte di Natale del 1966, in occasione della sua visita alla città provata dalla tragedia dell'alluvione. I parati sono stati poi donati dal Papa alla Cattedrale (ci sarebbe anche la croce pastorale, ma l'Arcivescovo ha preferito usare il pastorale classico)







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  6. #106
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    Pranzo natale comunità di S. Egidio

    Alcune immagini del pranzo di Natale offerto ai poveri dalla Comunità di S. Egidio di Firenze








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  7. #107
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    Incontro dell'Arcivescovo con la stampa

    Firenze, 23 dicembre 2010 - Numerosi i temi toccati oggi dall'arcivescovo di Firenze, Monsignor Giuseppe Betori, durante l'incontro di fine anno con la stampa.

    DIALOGO INTERRELIGIOSO. Rispondendo a chi gli chiede se la città sia cristiana o anticristiana, Monsignor Betori ha affermato che "non si può pensare a Firenze fuori dalle sue radici cristiane. Per fare il loro Duomo a Firenze i cattolici hanno atteso mille anni", una moschea "mi piacerebbe che fosse l'esito di un cammino, e non il suo presupposto. La libertà dell'esercizio pubblico del culto - ha poi aggiunto - deve essere riconosciuta a tutti in tutte le parti del mondo". Un'occasione, insomma, per sottolineare anche il buon livello del dialogo interreligioso.

    LA NEVICATA DEL 17 DICEMBRE SCORSO. Di certo, ha affermato l'arcivescovo, Firenze si è dimostrata ''impreparata'' di fronte alla nevicata di venerdì 17 che ha bloccato le strade: ma ''non si può imputare alla città quello che è successo intorno ad essa, come i problemi sulle autostrade'', ha detto Betori, che osserva come ''la mancanza di una circonvallazione si senta molto''.

    LA CITTA'. Ben più apprezzata, secondo Monsignor Betori, la pedonalizzazione di piazza Duomo, che ha permesso di conservare meglio i preziosi mosaici del Battistero, e di organizzare iniziative come quelle di Florens 2010, ''che indicano - ha osservato l'ex segretario della Cei - come si possa dire qualcosa di nuovo a Firenze, anche in proiezione economica, che sia legato alla sua natura culturale''.

    Ricordando poi uno degli eventi clou di Florens 2010, con il David di Michelangelo posizionato sullo sprone del Duomo come originariamente pensato, Betori ha affermato: ''Chi ha messo il David davanti a Palazzo Vecchio non voleva depauperarlo della sua dimensione cristica: chi lo ha desostanzializzato è chi lo ha portato nell'Accademia, con una riduzione puramente estetica del fatto artistico''. ''L'Ottocento - ha spiegato - non è stato il miglior secolo per Firenze: basta andare in piazza della Repubblica per vedere lo sradicamento della storia di Firenze, l'annullamento del mercato e del quartiere ebraico. Non è questa la storia di Firenze, è la decadenza di Firenze. La ripresa arriva dalla metà del Novecento, quando di nuovo le radici religiose sono tornate a dialogare con la città''.

    I GIOVANI. Interpellato dai cronisti in merito all'agitazione del mondo studentesco italiano di fronte alla riforma dell'universita, Monsignor Betori ha affermato che ''L'ascolto delle nuove generazioni credo che sia dovuto e doveroso. L'attesa del nuovo dobbiamo riconoscerla come un elemento dovuto alle nuove generazioni: da questo punto di vista non dobbiamo meravigliarci se le nuove generazioni ci richiamano a un'esigenza di novità, e ad una speranza per il loro futuro, in un tempo in cui una società troppo ripiegata su se stessa sembra negarlo, questo futuro, ai giovani''. D'altra parte, ha concluso Betori, ''i giovani non devono avere paura delle innovazioni, non ancorandosi allo status quo''.

    IL SACREDOZIO. Betori ha festeggiato le nuove ordinazioni sacerdotali del 2010, cinque, e ha sottolineato come oggi il percorso sia più controllato, per evitare che ''chi porta dentro di sè ferite psicologiche profonde'' arrivi al sacerdozio: un impegno necessario, dopo un trauma profondo come il caso di don Cantini. ''E' maturato il tempo - ha spiegato Betori- per un dialogo diretto anche con le vittime della vicenda, che ho potuto incontrare. Un incontro positivo, perché ci ha aiutato a fare chiarezza, e a individuare una consapevolezza sempre maggiore delle problematiche''.

    L'OMELIA DI NATALE. Betori, ha annunciato, dedicherà l'omelia della notte di Natale ai poveri: coloro che oggi patiscono ''la stretta economica, la solitudine, l'emarginazione''. Come i tanti immigrati per i quali all'intervento assistenziale deve essere affiancato ''un intervento di integrazione sociale'', come ha auspicato l'arcivescovo.

    IL TESCHIO DI HIRST. Betori ha poi commentato l'esposizione del teschio tempestato di diamanti, opera di David Hirst, a Palazzo Vecchio: ''A Firenze non può entrare chiunque, deve entrare chi è capace di dialogare con la sua storia'', ha detto, sottolineando che lo scopo dell'arte non deve essere ''quello di stupire ad ogni costo''. In questo caso ''non so se si è voluto farlo - ha aggiunto - anche a costo della dignità dell'uomo. Perché quello era un uomo, se è veramente un teschio: se non è un teschio è un falso, e noi di cose false non ne vogliamo''.

    fonte: www.lanazione.it
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  8. #108
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    Betori: messa in Cattedrale
    e pranzo con i poveri


    Dopo la funzione monsignor Betori ha pranzato con i poveri nell'ex chiesa di Santo Stefano al Ponte


    Firenze, 25 dicembre 2010 - Tanta gente in Cattedrale ha partecipato alla Sant Messa celebrata da monsignor Betori questa mattina, dedicata alla ''proclamazione della gioia''. Mentre durante l' omelia della messa della notte di Natale l'arcivescovo ha detto che la Chiesa deve fare ''un profondo esame di coscienza su come viene tenuta viva tra noi l'attenzione ai poveri''. Durante l' omelia della messa della notte di Natale, parlando ai fedeli raccolti in Cattedrale, Betori ha detto: ''C'è da chiedere perdono a Dio e a questi nostri fratelli per tanta disattenzione che li circonda, proprio in un tempo in cui molteplici indicatori ci dicono che la poverta' sta assumendo nuove forme. Occore uscire dall' indifferenza colletiva, che unisce superficialita' ed egoismo, per farci attenti ai bisogni degli altri''.


    Monsignor Betori ha contrapposto il ''fulgore della luce'' che emette la nascita di Gesù squarciando ''la notte dell'umanita''' alla povertà del luogo dove Gesu' nasce: una capanna. Per l' arcivescovo di Firenze ''la collocazione del Natale indica emarginazione, degradazione, condizione di privazione e di poverta' e il Figlio di Dio si pone in uno stato di povertà che lo rende vicino a tutti i poveri del mondo''. La povertà per Betori ha tante forme: ''quella economica in cui si cade per mancanza lavoro'', o quella dovuta alle malattie che ''escludono e rendono soli i malati e le loro famiglie'', quella ''dell'emarginazione per motivi etnici, sanitari, culturali, anche religiosi'', quella ''della precarietà legata alla mancanza della casa, ma anche quella legata ''alla perdita di significato dell'esistenza'' che può sfociare in ''devianza, eccessi, violenza''.

    Per tutti questi motivi, Betori ha detto: ''La societa' ha bisogno di pace, ma anche di anima, se vuole risorgere dalle sue povertà dai molti volti''. Durante l' omelia, l'arcivescovo ha poi ricordato tutti gli interventi della Chiesa fiorentina per combattere le poverta', anche quelli del Centro missionario per combattere per aiutare i poveri di Paesi lontani. L'arcivescovo ha poi pranzato con i poveri nell'ex chiesa di Santo Stefano al Ponte.

    L'OMELIA DEL GIORNO DI NATALE

    «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia […]: oggi […] è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,11), ha annunciato nella notte l’angelo ai pastori. Ed «esultano» le sentinelle di Sion, come ha svelato il profeta, per «il ritorno del Signore» nella sua città (Is 52,8). A tutti noi si rivolge il pressante invito dello stesso profeta: «Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo» (Is 52,9).
    La proclamazione della gioia, di un evento di gioia connota l’annuncio del Natale cristiano, come evento che introduce nella storia degli uomini una rottura rispetto alla confusa coscienza di un presente senza sbocchi e di un domani a rischio di speranza. Ma forse mai come nel nostro tempo l’uomo ha vissuto come lacerante l’attesa di un gioia che riempia la sua vita, al punto di andarla a cercare presso ingannevoli sorgenti, ovvero lasciandosi attrarre da surrogati che alla fine non lo appagano.



    Il più delle volte, però, la fatica dell’attesa ha prodotto lo spegnersi della fiducia, l’estinguersi dell’inquietudine, la sostituzione dell’aspettativa della gioia con l’inaridimento delle coscienze, fino alla negazione del futuro e della speranza. Così vivono in molti, in questi difficili giorni, ripiegati su se stessi e sul momento fuggente, alla ricerca di piccole soddisfazioni, di godimenti effimeri, di piaceri banali. La chiusura del cuore e della mente conducono alla negazione della storia, a quelle «tenebre» (Gv 1,5) di cui ha parlato la pagina iniziale del vangelo di Giovanni, proponendola come cifra interpretativa di una umanità che, chiusa in se stessa, incapace di accogliere il nuovo che viene, si impedisce di incontrare il Verbo che si fa carne, la Parola in cui risiede la luce, cioè la verità e la vita degli uomini, perché in quella Parola eterna risiede il fondamento e quindi la ragione e la compiuta intelligenza dell’intero creato (cfr Gv 1,1-4).
    Per uscire da questa stretta, occorre che anzitutto si coltivi l’attesa come il riconoscimento della centralità del desiderio nell’esperienza umana: umano è sperimentare il nostro radicale limite, in quanto creature e creature nel peccato, e aprirci a un oltre desiderato come ciò che solo può saziare la nostra sete di vita. Occorre però anche riconoscere che il desiderio non può essere colmato dalle nostre risorse, da percorsi affidati alla nostre limitate capacità, da disegni frutto della nostra progettualità: il desiderio non può avere in sé la sua risposta, altrimenti non sarebbe tale. Al desiderio può rispondere solo un dono, che dal di fuori di noi ci raggiunge e colma le nostre attese. E sta qui uno dei drammi dell’umanità contemporanea: la fatica di far incontrare desiderio e dono, che così spesso percorrono sentieri paralleli, per la resistenza della mente e del cuore ad aprirsi al dono, stregati dalla illusione di un’autonomia che ci fa credere che possiamo bastare a noi stessi, ma anche per la fatica dei testimoni del dono – di noi credenti in Gesù unico salvatore – a farne risplendere la dolce verità agli occhi di quanti giacciono nelle tenebre.



    Rompere questa barriera di incomunicabilità significa abbattere i muri dell’autosufficienza, ma anche l’inganno di chi pensa che tutto possa essere frutto di un progetto, senza spazio per l’irruzione di una inaspettata gratuità, a cominciare dal farsi carne di Dio stesso, per venire ad abitare in mezzo a noi e far risplendere su di noi la sua stessa gloria (cfr Gv 1,14). C’è qualcosa nella nostra vita che non è dominabile dalle nostre forze e capacità, ma non è per questo meno estraneo a noi, proprio perché è il compimento atteso del nostro desiderio: il suo nome è Dio, la strada con cui si comunica è pura grazia, il volto che assume è quello storico di Gesù, il figlio di Maria nato a Betlemme di Giudea, il suo esito è la nostra salvezza, in quanto salvezza da noi stessi, dal nostro limite. Non possiamo non pensare alle parole del Dies Irae, se possibile nella potente e struggente forma musicale che ne offre Mozart: «Rex tremendae maiestatis, – qui salvandos salvas gratis, – salva me, fons pietatis (Re di tremenda maestà, – tu che salvi per tua grazia, – salva me, o fonte di pietà.)». Inizio e fine della redenzione si congiungono. Il re di grave maestà è il piccolo Bambino del presepe, lui che viene a salvarci per pura grazia. Come dice la pagina evangelica, «dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia» (Gv 1,16).



    Ma proprio l’incontro con la gratuità del dono ci costringe a misurarci con un’altra delle contraddizioni del pensiero odierno: quella che congiunge l’esaltazione incondizionata della libertà con la sua rovina e corruzione in una vita senza riferimenti. Confrontarsi con il dono impone una scelta e la scelta, a sua volta, chiede un giudizio di valore intorno al vero e al falso, al bene e al male. La falsa tolleranza delle mille opinioni che hanno rinunciato alla verità è il vischioso contenitore di tutto e il contrario di tutto, dove l’assenza di una reale condivisione esclude la possibilità stessa della convivenza. Solo la comune ricerca della verità e la partecipazione, anche solo frammentaria, ad essa può costituire un orizzonte capace di contenere le spinte di ogni individualità e unirci nel compito di farci uomini mediante l’accesso al nostro stesso fondamento, quello che il poeta Dante, nel descrivere la natura divina del cielo, così definisce, unendo insieme proprio i temi che stiamo qui intrecciando, cioè verità, bene e gioia:
    «luce intellettual, piena d’amore;
    amor di vero ben, pien di letizia;
    letizia che trascende ogne dolzore» (Divina Commedia, Paradiso, XXX, 40-42).



    A questo vertice di incontro con il volto di Dio ci conduce il mistero del Natale, nel momento in cui ci svela la pienezza dell’umanità nel farsi uomo del Figlio stesso di Dio. Solo una umanità deificata è una umanità piena: e quel che per Gesù è per natura e insieme per dono dell’umile donna di Nazareth, per noi diventa il traguardo di una trasformazione ottenuta per grazia, per un dono che risponde al nostro desiderio. Questo giorno di salvezza ci dice che non possiamo contentarci delle nostre piccole misure, che abbiamo diritto, per grazia, a una pienezza senza limiti e su questo traguardo di assoluto dobbiamo misurarci. Non perché noi siamo capaci di grandi cose, ma perché, come confessa Maria, «grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,49).
    La grandezza di cui stiamo parlando non è ovviamente una grandezza qualsiasi, ma quella che si lascia illuminare della verità e dell’amore stesso di Dio, per utilizzare i due termini prima evocati dal nostro poeta: «amor di vero ben». Non ogni gioia è possibile, ma solo quella che scaturisce dalla nostra adesione alla verità e si traduce nella nostra vita come veracità. Non a caso il prologo del vangelo di Giovanni unisce strettamente la grazia, cioè il dono, e la verità, quando definisce il “Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità (Gv 1,14), e poi ci svela che «la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo » (Gv 1,17). In tal senso l’autentica gioia non è mai esperienza individualistica, ma comune godimento della verità e condivisione dell’amore nella comunione. Questa gioia auguro a tutti voi e a tutta la nostra città nel Natale del Signore Gesù.

    Monsignor Giuseppe Betori
    Arcivescovo di Firenze


    fonte: www.lanazione.it
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  9. #109
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    22 Dicembre - XLIX anniversario della morte del Servo di Dio Card. Elia Dalla Costa

    Il 22 Dicembre 1961 terminava la sua avvincente esperienza terrena l'indimenticabile Arcivescovo di Firenze, Servo di Dio Cardinale Elia Dalla Costa (Villaverla, 14 maggio 1872Firenze, 22 dicembre 1961)



    Dopo gli studi teologici e filosofici compiuti presso i seminari diocesani di Vicenza e Padova, venne ordinato sacerdote il 25 luglio 1895: divenne collaboratore del vescovo di Vicenza e poi docente presso il locale seminario.
    Il 25 maggio 1923 papa Pio XI lo elesse vescovo di Padova e fu consacrato il 12 agosto successivo: fu promosso alla sede metropolitana di Firenze il 19 dicembre 1931 e creato cardinale prete del titolo di San Marco nel concistoro del 13 marzo 1933. Anche a Firenze si occupò dei seminari, unificandoli e creando il Seminario Minore. Compì ben quattro visite pastorali e celebrò due sinodi (1935 e 1946), che danno la testimonianza della sua infaticabile opera. Improntato a una certa austerità assieme a una calda paternalità fu molto amato dai fedeli.
    Non si compromise con il fascismo, anzi durante la storica visita di Hitler a Firenze del 1938 fece lasciare le finestre del palazzo Arcivescovile chiuse e non partecipò alle celebrazioni ufficiali, spiegando a chi gli era vicino che non poteva accettare che si venerassero "altre croci che non quella di Cristo"[1]
    Durante la Seconda guerra mondiale si adoperò attivamente per salvare la sua diocesi dalle devastazioni belliche e per allievare le sofferenze della popolazione. Senza aver timore di andare anche contro alla dittatura in onore alla difesa dei diritti sacri dell'uomo, protesse fuggiaschi e i deboli in generale. Di particolare rilevanza fu la sua azione a favore degli ebrei fiorentini o profughi a Firenze attraverso la creazione di un comitato clandestino la cui responsabilità egli affidò al sacerdote don Leto Casini. Inoltre collaborava con i monasteri di Assisi favorendo la produzione di passaporti falsi per gli ebrei che si trovavano in quel periodo nascosti nei conventi della città di San Francesco. Tra coloro che collaboravano a queste pericolose operazioni clandestine vi era anche il ciclista Gino Bartali, suo amico personale. Per il suo impegno nel periodo bellico Firenze proclamò Dalla Costa cittadino onorario.
    Nel 1947 però, vietava ai parroci di sposare i comunisti. Nonostante qualche iniziativa fuori tempo, viene soprattutto ricordato per l'amicizia con Giorgio la Pira, per la posizione favorevole verso il voto alle donne (omelia del 1945), mentre nel 1959 aprì le porte dell'Arcivescovado agli operai della Galileo caricati dalla polizia.
    Partecipò come elettore al conclave del 1958 (quello da cui uscì eletto papa Giovanni XXIII) e il suo nome venne indicato tra quelli dei "papabili", malgrado avesse già 86 anni.
    Tra i suoi discepoli meritano una speciale menzione i sacerdoti fiorentini Silvano Piovanelli, Lorenzo Milani, Danilo Cubattoli, Ernesto Balducci, Bruno Borghi e Renzo Rossi che hanno avuto un ruolo importante nella storia della Chiesa fiorentina del XX secolo attraverso la loro missione di frontiera rivolta verso le classi più povere e disagiate delle periferie e verso i detenuti.
    Elia Dalla Costa morì nel 1961 e fu sepolto nella cattedrale di Santa Maria del Fiore.


    fonte: wikipedia
    stemma: araldicavaticana
    Ultima modifica di Zenobius; 28-12-2010 alle 11:53
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  10. #110
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    Cattedrale di S. Maria del Fiore
    Solennità del Natale del Signore – Messa della notte



    Un’esplosione di luce squarcia la notte dell’umanità e da Betlemme si irradia su tutta la storia e su tutto il mondo. Nel segno della luce il profeta Isaia trova il linguaggio con cui dire, nella sua radicale novità, la venuta del Messia: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9,1). Ed è ancora la luce a dominare la scena evangelica della rivelazione ai pastori della nascita del Salvatore: nella veglia della notte, «un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce» (Lc 2,9). Il contrasto è tra la notte tenebrosa in cui giace l’umanità e la potenza luminosa che si sprigiona dalla nascita di un bambino a Betlemme, sperduta cittadina, poco più di un villaggio.

    La solenne introduzione del brano evangelico, che chiama tutti i potenti del tempo a fare da cornice a questo evento apparentemente irrilevante, ci dice che non si sta parlando di un mito o di un’idea, ma di un fatto che si inserisce nella storia degli uomini, quella che i grandi presumono di costruire, ma in cui Dio stesso sta tessendo un suo disegno di fedeltà e di misericordia per le sue creature. Come nel quadro dell’Adorazione dei pastori di Gherardo delle Notti, che la follia dinamitarda ha orribilmente sfigurato nell’attentato di via dei Georgofili in questa nostra città, la luce sul mondo non trae origine dall’esterno dell’evento, bensì dal suo punto focale, il piccolo corpo di un bambino appena nato, colui che più tardi si presenterà agli uomini come «la luce del mondo» (Gv 8,12). Ma già l’evangelista Luca lo aveva presentato così, per bocca di Zaccaria: «Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte» (Lc 1,78-79a). Le esitazioni e le oscurità che accompagnano questi nostri giorni e appesantiscono il nostro cammino ricevono da tale annuncio di luce una speranza di cui sentiamo il bisogno, e che dovrebbe indurci ad aprire il cuore alla presenza di questo Bambino che viene.

    Ma non meno importante per noi è quale scenario la luce qui celebrata viene a svelare e a illuminare. La luce che risplende si concentra attorno a una mangiatoia, fuori dal luogo normale dell’accoglienza, dove non aveva trovato posto la donna per la quale si compivano i giorni del parto. Al fulgore della luce fa da contrasto la povertà del luogo – una capanna esterna alla casa o una grotta ad essa connessa, come lo raffigureranno lungo i secoli la devozione e l’arte – che il neonato va a condividere con gli animali, non essendoci posto per lui nell’alloggio, cioè nella casa privata o nell’area di sosta delle carovane, a cui Maria e Giuseppe si erano diretti. La collocazione del Natale indica emarginazione rispetto alla convivenza umana, degradazione fino all’ambito del mondo animale, condizione di privazione e di povertà. Il Figlio di Dio, il Salvatore degli uomini che viene nel mondo, si pone in uno stato di povertà che lo rende vicino a tutti i poveri del mondo.

    E che questa condizione non costituisca un elemento accessorio del Natale del Signore, lo indica il fatto che il segno offerto dagli angeli ai pastori, quel segno che identifica il «Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,11), è, insieme alla natura umana di questa presenza divina, proprio la condizione di povertà in cui viene tra noi e per noi: «troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,12). Il volto del povero è l’immagine che Gesù ha voluto assumere per stare tra noi e quindi il volto in cui poterlo riconoscere sempre. Su questo riconoscimento si deciderà il nostro destino eterno: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli – affamati, assetati, stranieri, nudi, malati, in carcere –, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Non si può pensare il Natale al di fuori di questo riferimento alla povertà.

    Ne consegue l’esigenza di un profondo esame di coscienza per la nostra società, e prima di tutto per la Chiesa, su come viene tenuta viva tra noi l’attenzione ai poveri. C’è da chiedere perdono a Dio e a questi nostri fratelli per tanta disattenzione che li circonda, proprio in questo tempo in cui molteplici indicatori ci dicono che la povertà sta aumentando e aggredisce nuove fasce di popolazione, che la povertà sta assumendo nuove forme, inaridendo la speranza all’orizzonte di molti cuori. Occorre uscire dall’indifferenza collettiva, che unisce insieme superficialità ed egoismo, per farci più attenti ai bisogni degli altri, per riconoscere in loro, alla luce del Bambino, il volto stesso di Gesù.

    E per uscire dall’indifferenza abbiamo anzitutto bisogno di conoscenza, di prendere atto di quanto diversificate siano oggi le forme della povertà: quella economica anzitutto, in cui si cade in genere per mancanza di lavoro; ma anche quella legata a gravi malattie che escludono e rendono soli i malati – piccoli e anziani soprattutto – e le loro famiglie; quella dell’emarginazione per motivi etnici, sanitari, culturali, anche religiosi; quella della precarietà legata alla mancanza di abitazione. Non vorrei però che dimenticassimo anche le povertà più nuove, legate alla perdita di significato dell’esistenza, che possono sfociare in fenomeni vari di devianza, di eccessi, di violenza, che feriscono non solo chi vi precipita ma anche familiari e contesti sociali più ampi. La nostra società ha bisogno di pane, ma anche di anima, se vuole risorgere dalle sue povertà dai molti volti.

    La consapevolezza delle povertà attorno a noi deve poi suscitare una spinta morale a non chiamarci fuori da questi problemi, a non fuggire da questi incontri. Dalla mangiatoia di Betlemme nasce per noi un appello alla condivisione e al servizio, che esige però lo sguardo puro dei pastori, la libertà dalle incrostazioni ideologiche, per accogliere il povero, e in lui Gesù, come una persona che ci aiuta a scoprire la grandezza dell’amore con cui Dio ci ama e la rivelazione di lui in un mondo pacificato e fraterno: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Lc 2,14).

    Non mancano spazi e proposte per realizzare questo incontro. Per quanto riguarda la realtà ecclesiale, ricordo a tutti le innumerevoli esperienze di accoglienza e di sostegno dei poveri animate da tanti istituti di vita consacrata, dalle antiche Confraternite della Misericordia, dalle nuove forme aggregative di laici, dalle iniziative promosse o coordinate dalla Caritas diocesana: centri di ascolto per italiani e stranieri, gestione di fondi economici di solidarietà per famiglie in difficoltà a causa della perdita del lavoro, cura dei disabili e degli anziani, mense per poveri, ostelli per senza dimora soprattutto nell’emergenza freddo, case per malati di AIDS, centri diurni per ex-carcerati e per detenuti in misura alternativa alla pena, accoglienza di persone in forte disagio economico, sostegno a donne sole o con bambini, accoglienza di richiedenti asilo e profughi, accoglienza di persone con problemi psichiatrici, ospitalità a famiglie di malati, centri diurni per anziani e per minori. Senza dimenticare i bisognosi lontani, quelli che nei paesi poveri del mondo attendono il nostro aiuto, cui si rivolgono le iniziative del nostro Centro missionario. E tante altre sono le iniziative che fanno capo ad altre realtà della Chiesa fiorentina, nella cui storia brilla la prima delle Confraternite della Misericordia, come pure l’apostolato di don Giulio Facibeni con l’Opera Madonnina del Grappa, o le più recenti case dell’ODA per i ragazzi con disabilità intellettive. Ma il mondo della solidarietà tra noi è ricco di tante presenze, che sarebbe impossibile qui ricordare; le ringrazio tutte. A rappresentarle, basterà fare il nome di Progetto Villa Lorenzi. È un mondo di servizio alle persone in difficoltà, in cui va sottolineata l’azione di non pochi giovani impegnati nel servizio civile e nell’anno di volontariato sociale.

    Quanto spazio si apre di fronte a noi, per una presenza di volontariato, segno dell’impegno di tutti, nessuno escluso, fatto di gratuità e di azioni disinteressate per il vero bene comune; un sostegno concreto a partire da rinnovati stili di vita, in cui sobrietà ed essenzialità siano norme quotidiane del nostro essere dono, a imitazione di Colui che si è fatto dono umile e povero per ciascuno di noi! Non per nulla la liturgia inserisce tra le letture di questa notte il testo della lettera di san Paolo a Tito, in cui l’apostolo ricorda che «è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà» (Tt 2,11-12), invitandoci a rispondere all’iniziativa del salvatore Gesù Cristo, che «ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone» (Tt 2,14).



    X Giuseppe Betori

    Arcivescovo di Firenze
    In Nomine Domini

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