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Discussione: XLIII Meeting per l'amicizia fra i popoli (Rimini, 20 - 25 agosto 2022))

  1. #161
    CierRino L'avatar di Verbum Domini
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    Messaggio del Santo Padre Francesco a firma del Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin in occasione del XLII Meeting per l’amicizia tra i popoli (Rimini, 20 – 25 agosto 2021), 19.08.2021





    In occasione della 42.ma edizione del Meeting per l’amicizia tra i popoli, che si apre domani a Rimini sul tema “Il coraggio di dire io”, il Santo Padre Francesco ha inviato al Vescovo di Rimini, S.E. Mons. Francesco Lambiasi, tramite il Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, il Messaggio che riportiamo di seguito:

    Dal Vaticano, 29 luglio 2021
    A Sua Eccellenza Reverendissima
    Mons. FRANCESCO LAMBIASI
    Vescovo di Rimini

    Eccellenza Reverendissima,
    il Santo Padre si rallegra che il Meeting per l’amicizia tra i popoli torni a svolgersi “in presenza” e rivolge a Lei, agli organizzatori e a tutti i partecipanti il Suo saluto con l’augurio di un proficuo svolgimento.
    Il titolo scelto – «Il coraggio di dire io» –, tratto dal Diario del filosofo danese Søren Kierkegaard, è quanto mai significativo nel momento in cui si tratta di ripartire con il piede giusto, per non sprecare l’occasione data dalla crisi della pandemia. “Ripartenza” è la parola d’ordine. Ma essa non si realizza automaticamente, perché in ogni iniziativa umana è implicata la libertà. Lo ricordava Benedetto XVI: «La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo […] sia un nuovo inizio. […] La libertà deve sempre di nuovo essere conquistata per il bene» (Enc. Spe salvi, 24). In questo senso, il coraggio di rischiare è innanzitutto un atto della libertà.
    Durante il primo lockdown, Papa Francesco ha richiamato tutti all’esercizio di questa libertà: «Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla» (Omelia di Pentecoste, 31 maggio 2020).
    Mentre ha imposto il distanziamento fisico, la pandemia ha rimesso al centro la persona, l’io di ciascuno, provocando in molti casi un risveglio delle domande fondamentali sul significato dell’esistenza e sull’utilità del vivere che da troppo tempo erano sopite o peggio censurate. E ha suscitato anche il senso di una responsabilità personale. Tanti lo hanno testimoniato in diverse situazioni. Davanti alla malattia e al dolore, di fronte all’emergere di un bisogno, molte persone non si sono tirate indietro e hanno detto: «Eccomi».
    La società ha necessità vitale di persone che siano presenze responsabili. Senza persona non c’è società, ma aggregazione casuale di esseri che non sanno perché sono insieme. Come unico collante rimarrebbe solo l’egoismo del calcolo e dell’interesse particolare che rende indifferenti a tutto e a tutti. Del resto, le idolatrie del potere e del denaro preferiscono avere a che fare con individui piuttosto che con persone, cioè con un “io” concentrato sui propri bisogni e i propri diritti soggettivi piuttosto che un “io” aperto agli altri, proteso a formare il “noi” della fraternità e dell’amicizia sociale.
    Il Santo Padre non si stanca di mettere in guardia coloro che hanno responsabilità pubbliche dalla tentazione di usare la persona e di scartarla quando non serve più, invece di servirla. Dopo quello che abbiamo vissuto in questo tempo, forse è più evidente a tutti che proprio la persona è il punto da cui tutto può ripartire. Certamente c’è la necessità di reperire risorse e mezzi per rimettere in moto la società, ma c’è bisogno innanzitutto di qualcuno che abbia il coraggio di dire “io” con responsabilità e non con egoismo, comunicando con la sua stessa vita che si può cominciare la giornata con una speranza affidabile.
    Ma il coraggio non è sempre una dote spontanea e nessuno può darselo da sé (come diceva il don Abbondio manzoniano), soprattutto in un’epoca come la nostra, nella quale la paura – rivelatrice di una profonda insicurezza esistenziale – gioca un ruolo così determinante da bloccare tante energie e slanci verso il futuro, percepito sempre più come incerto soprattutto dai giovani.
    In questo senso, il Servo di Dio Luigi Giussani avvertiva di un duplice pericolo: «Il primo pericolo […] è la dubbiezza. Annota Kierkegaard: “Aristotele dice che la filosofia comincia con la meraviglia, e non come ai nostri tempi con il dubbio”. Il dubbio sistematico è, come dire, il simbolo del nostro tempo. […] La seconda obiezione alla decisione dell’io è la meschinità. […] Dubbiezza e comodismo, questi sono i nostri due nemici, i nemici dell’io» (In cammino 1992˗1998, Milano 2014, 48˗49).
    Da dove può venire, allora, il coraggio di dire io? Avviene grazie a quel fenomeno che si chiama incontro: «Solo nel fenomeno dell’incontro si dà la possibilità all’io di decidere, di rendersi capace di accogliere, di riconoscere e di accogliere. Il coraggio di dire “io” nasce di fronte alla verità, e la verità è una presenza» (ibid., 49). Dal giorno in cui si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi, Dio ha dato all’uomo la possibilità di uscire dalla paura e di trovare l’energia del bene seguendo il suo Figlio, morto e risorto. Sono illuminanti le parole di San Tommaso d’Aquino quando afferma che «la vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la più grande soddisfazione» (Summa Theologiae, II-II, q. 179, a. 1 co.).
    Il rapporto filiale con il Padre eterno, che si rende presente in persone raggiunte e cambiate da Cristo, dà consistenza all’io, liberandolo dalla paura e aprendolo al mondo con atteggiamento positivo. Genera una volontà di bene: «Ogni esperienza autentica di verità e di bellezza cerca per se stessa la sua espansione, e ogni persona che viva una profonda liberazione acquisisce maggiore sensibilità davanti alle necessità degli altri. Comunicandolo, il bene attecchisce e si sviluppa» (Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, 9).
    È questa esperienza che infonde il coraggio della speranza: «L’incontro con Cristo, il lasciarsi afferrare e guidare dal suo amore allarga l’orizzonte dell’esi*stenza, le dona una speranza solida che non delude. La fede non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita. Essa fa scoprire una grande chiamata, la vocazione all’amore, e assicu*ra che quest’amore è affidabile, che vale la pena di consegnarsi ad esso, perché il suo fondamento si trova nella fedeltà di Dio, più forte di ogni nostra fragilità» (Id., Enc. Lumen fidei, 53).
    Pensiamo alla figura di San Pietro: gli Atti degli Apostoli riferiscono queste sue parole, dopo che gli era stato severamente proibito di continuare a parlare nel nome di Gesù: «Se sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi; noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (4,19-20). Da dove trae il coraggio «questo codardo che ha rinnegato il Signore? Cosa è successo nel cuore di quest’uomo? Il dono dello Spirito Santo» (Francesco, Omelia nella Messa a Casa S. Marta, 18 aprile 2020).
    La ragione profonda del coraggio del cristiano è Cristo. È il Signore risorto la nostra sicurezza, che ci fa sperimentare una pace profonda anche in mezzo alle tempeste della vita. Il Santo Padre auspica che nella settimana del Meeting organizzatori e ospiti ne diano testimonianza viva, facendo proprio il compito indicato nel documento programmatico del suo pontificato: «Molti […] cercano Dio segretamente, mossi dalla nostalgia del suo volto, anche in paesi di antica tradizione cristiana. […] I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 14).
    La gioia del Vangelo infonde l’audacia di percorrere nuove strade: «Bisogna avere il coraggio di trovare i nuovi segni, i nuovi simboli, una nuova carne, […] particolarmente attraenti per gli altri» (ibid., 167). È il contributo che il Santo Padre si aspetta che il Meeting dia alla ripartenza, nella consapevolezza che «la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti» (Enc. Lumen fidei, 34), nessuno escluso, perché l’orizzonte della fede in Cristo è il mondo intero.
    Nell’affidare a Lei, cara Eccellenza, questo messaggio, Papa Francesco chiede il ricordo nella preghiera e di cuore La benedice e benedice i responsabili, i volontari e i partecipanti al Meeting 2021.

    Formulo anch’io i migliori auguri per la buona riuscita dell’evento e profitto della circostanza per confermarmi con sensi di distinto ossequio

    di Vostra Eccellenza Reverendissima
    dev.mo
    Pietro Card. Parolin
    Segretario di Stato
    [01098-IT.01] [Testo originale: Italiano]
    [B0507-XX.02]





    Amare Dio è, dunque, un viaggiare col cuore verso Dio! (Beato Giovanni Paolo I)

  2. #162
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    Un messaggio stupendo quello del Papa. Si sottolineano in modo meraviglioso i veri valori dell’amicizia.
    «Facciamo che la nostra vita sia una luce di Cristo;
    insieme porteremo la luce del Vangelo all’intera realtà» (Papa Francesco).



  3. #163
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    MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO,
    A FIRMA DEL CARDINALE SEGRETARIO DI STATO PIETRO PAROLIN,
    IN OCCASIONE DEL XLIII MEETING PER L'AMICIZIA FRA I POPOLI


    [RIMINI, 20-25 AGOSTO 2022]


    Dal Vaticano, 21 luglio 2022
    ________________________________________

    A Sua Eccellenza Reverendissima
    Mons. FRANCESCO LAMBIASI
    Vescovo di Rimini



    Eccellenza Reverendissima,

    il Santo Padre La saluta di cuore e Le affida, per mio tramite, questo messaggio per il prossimo Meeting per l’amicizia fra i popoli, intitolato «Una passione per l’uomo». Nel centenario della nascita del Servo di Dio Mons. Luigi Giussani, gli organizzatori intendono fare memoria grata del suo zelo apostolico, che lo ha spinto a incontrare tante persone e a portare a ciascuno la Buona Notizia di Gesù Cristo. Disse infatti nel suo discorso al Meeting del 1985: «Il cristianesimo non è nato per fondare una religione, è nato come passione per l’uomo. […] L’amore all’uomo, la venerazione per l’uomo, la tenerezza per l’uomo, la passione per l’uomo, la stima assoluta per l’uomo».

    A volte sembra che la storia abbia voltato le spalle a questo sguardo di Cristo sull’uomo. Papa Francesco lo ha sottolineato in tante occasioni: «La fragilità dei tempi in cui viviamo è anche questa: credere che non esista possibilità di riscatto, una mano che ti rialza, un abbraccio che ti salva, ti perdona, ti risolleva, ti inonda di un amore infinito, paziente, indulgente; ti rimette in carreggiata» (Il nome di Dio è Misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, Città del Vaticano-Milano 2016, 31). È questo l’aspetto più penoso dell’esperienza di tanti che hanno vissuto la solitudine durante la pandemia o che hanno dovuto abbandonare tutto per sfuggire alla violenza della guerra. Ecco allora che la parabola del buon samaritano è oggi più che mai una parola-chiave, perché è evidente come «gli uomini nel loro intimo aspettino che il samaritano venga in loro aiuto, che egli si curvi su di essi, versi olio sulle loro ferite, si prenda cura di loro e li porti al riparo. In ultima analisi essi sanno di aver bisogno della misericordia di Dio e della sua delicatezza […], di un amore salvifico che venga donato gratuitamente» (Intervista a S.S. il Papa emerito Benedetto XVI, in Per mezzo della fede, a cura di Daniele Libanori, Cinisello Balsamo 2016, 129).

    Il Vangelo addita il buon samaritano come modello di una passione incondizionata per ogni fratello e sorella che si incontra lungo il cammino; e per questo ha un’assonanza profonda con il tema del Meeting: «Prendiamoci cura della fragilità di ogni uomo, di ogni donna, di ogni bambino e di ogni anziano, con quell’atteggiamento solidale e attento, l’atteggiamento di prossimità del buon samaritano» (Enc. Fratelli tutti, 79).

    Non si tratta solo di generosità, che alcuni hanno di più e altri meno. Qui Gesù ci vuole mettere davanti alla radice profonda del gesto del buon samaritano. Papa Francesco la descrive così: «Riconoscere Cristo stesso in ogni fratello abbandonato o escluso (cfr Mt 25,40.45). In realtà, la fede colma di motivazioni inaudite il riconoscimento dell’altro, perché chi crede può arrivare a riconoscere che Dio ama ogni essere umano con un amore infinito e che gli conferisce con ciò una dignità infinita. A ciò si aggiunge che crediamo che Cristo ha versato il suo sangue per tutti e per ciascuno, e quindi nessuno resta fuori dal suo amore universale» (ibid., 85).

    Questo mistero non finisce mai di stupirci, come proprio Don Giussani testimoniò alla presenza di San Giovanni Paolo II il 30 maggio 1998: «“Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi?”. Nessuna domanda mi ha mai colpito, nella vita, così come questa. C’è stato solo un Uomo al mondo che mi poteva rispondere, ponendo una nuova domanda: “Qual vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero e poi perderà se stesso? O che cosa l’uomo potrà dare in cambio di sé?”. […] Solo Cristo si prende tutto a cuore della mia umanità» (Generare tracce nella storia del mondo, Milano 2019, 7?8).

    È questa passione di Cristo per il destino di ciascuna creatura che deve animare lo sguardo del credente verso chiunque: un amore gratuito, senza misura e senza calcoli. Ma – ci chiediamo – tutto ciò non potrebbe apparire una pia intenzione, rispetto a quanto vediamo accadere nel mondo di oggi? Nello scontro di tutti contro tutti, dove gli egoismi e gli interessi di parte sembrano dettare l’agenda nella vita dei singoli e delle nazioni, come è possibile guardare chi ci sta accanto come un bene da rispettare, custodire e curare? Come è possibile colmare la distanza che separa gli uni dagli altri? La pandemia e la guerra sembrano avere allargato il fossato, facendo arretrare il cammino verso un’umanità più unita e solidale.

    Ma sappiamo che la strada della fraternità non è disegnata sulle nuvole: essa attraversa i tanti deserti spirituali presenti nelle nostre società. «Nel deserto – diceva Papa Benedetto XVI – si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza» (Omelia nella S. Messa di apertura dell’Anno della fede, 11 ottobre 2012). Papa Francesco non si stanca di indicare la strada che attraversa il deserto portando vita: «Il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro considerandolo come un’unica cosa con sé stessi. Questa attenzione d’amore è l’inizio di una vera preoccupazione per la sua persona e a partire da essa desidero cercare effettivamente il suo bene» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 199).

    Recuperare questa consapevolezza è decisivo. Una persona non può fare da sola il cammino della scoperta di sé, l’incontro con l’altro è essenziale. In questo senso, il buon samaritano ci indica che la nostra esistenza è intimamente connessa a quella degli altri e che il rapporto con l’altro è condizione per diventare pienamente noi stessi e portare frutto. Donandoci la vita, Dio ci ha dato in qualche modo sé stesso perché noi, a nostra volta, ci diamo agli altri: «Un essere umano è fatto in modo tale che non si realizza, non si sviluppa e non può trovare la propria pienezza se non attraverso un dono sincero di sé» (Enc. Fratelli tutti, 87). Don Giussani aggiungeva che la carità è dono di sé “commosso”. In effetti, è commovente pensare che Dio, l’Onnipotente, si sia curvato sul nostro niente, abbia avuto pietà di noi e ci abbia amato ad uno ad uno di un amore eterno.

    Qual è il frutto di chi, imitando Gesù, fa dono di sé? «L’amicizia sociale che non esclude nessuno e la fraternità aperta a tutti» (ibid., 94). Un abbraccio che abbatte i muri e va incontro all’altro nella consapevolezza di quanto vale ogni singola concreta persona, in qualunque situazione si trovi. Un amore all’altro per quello che è: creatura di Dio, fatta a sua immagine e somiglianza, dunque dotata di una dignità intangibile, di cui nessuno può disporre o, peggio, abusare.

    È questa amicizia sociale che, come credenti, siamo invitati ad alimentare con la nostra testimonianza: «La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo» (Evangelii gaudium, 24). Quanto bisogno hanno gli uomini e le donne del nostro tempo di incontrare persone che non impartiscano lezioni dal balcone, ma scendano in strada per condividere la fatica quotidiana del vivere, sostenute da una speranza affidabile!

    Papa Francesco insiste nel chiamare i cristiani a questo compito storico, per il bene di tutti, nella certezza che la fonte della dignità di ogni essere umano e la possibilità di una fraternità universale è il Vangelo di Gesù incarnato nella vita della comunità cristiana: «Se la musica del Vangelo smette di vibrare nelle nostre viscere, avremo perso la gioia che scaturisce dalla compassione, la tenerezza che nasce dalla fiducia, la capacità della riconciliazione che trova la sua fonte nel saperci sempre perdonati-inviati. Se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna» (Discorso nell’Incontro ecumenico, Riga – Lettonia, 24 settembre 2018).

    Il Santo Padre auspica che gli organizzatori e i partecipanti al Meeting 2022 accolgano con cuore lieto e disponibile questo appello, continuando a collaborare con la Chiesa universale sulla strada dell’amicizia fra i popoli, dilatando nel mondo la passione per l’uomo. E mentre affida tale intenzione all’intercessione di Maria Santissima, invia di cuore la Benedizione Apostolica.

    Formulando il mio personale augurio di un Meeting che risponda pienamente alle attese, mi confermo con sensi di distinto ossequio

    dell’Eccellenza Vostra Reverendissima
    dev.mo
    Pietro Card. Parolin
    Segretario di Stato


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008.
    Altre citazioni: Papa Francesco, © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana).
    Ultima modifica di Laudato Si’; 19-08-2022 alle 11:33
    «Facciamo che la nostra vita sia una luce di Cristo;
    insieme porteremo la luce del Vangelo all’intera realtà» (Papa Francesco).



  4. #164
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