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Discussione: XLIII Meeting per l'amicizia fra i popoli (Rimini, 20 - 25 agosto 2022))

  1. #31
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    Il cardinale Bagnasco sul Meeting di Rimini che aprirà domenica

    La Chiesa un popolo che fa storia

    "La Chiesa, un popolo che fa storia": il cardinale Angelo Bagnasco non ha avuto dubbi a scegliere proprio questo tema per il discorso inaugurale del Meeting di Rimini, nel pomeriggio di domenica 24 agosto.
    Il presidente della conferenza episcopale italiana vuole infatti rimarcare che "la Chiesa è un popolo, sta sempre in mezzo alla gente, e non è certo una élite che parla da un pulpito". Essere popolo fa sì che "la Chiesa conosca i problemi della gente meglio di chiunque altro": una certezza che vale indistintamente - secondo il cardinale - per i vescovi, per i sacerdoti, per le religiose e per i laici.
    In questa consapevolezza di essere "un popolo che fa storia" si riconosce anche il bilancio del lavoro svolto finora dal cardinale Bagnasco a capo dei vescovi italiani. In un anno e mezzo, precisa, non ha mai smesso di ricordare a tutti - e, anticipa, lo farà anche a Rimini - che i problemi della gente la Chiesa "non li legge sui sondaggi, ma li vive in prima persona". Così quando i vescovi intervengono non lo fanno da esperti in politica ma per dare voce alla loro gente. La tradirebbero restando in silenzio.
    Tra le priorità che il cardinale Bagnasco indicherà nel suo intervento a Rimini c'è innanzitutto l'"emergenza educativa", più volte denunciata da Benedetto XVI. Una priorità assoluta - dirà il cardinale aprendo il Meeting - che è di carattere culturale e di conseguenza pastorale perché l'obiettivo di fondo resta l'annuncio e la testimonianza di Cristo, la trasmissione della fede e la possibilità stessa di viverla nella vita di ogni giorno. Cristo, infatti, è all'origine e non arriva certo alla fine della proposta educativa il cui scopo "è aprire il giovane alla comprensione della realtà, dunque di sé". L'opera educativa - sarà l'appello del cardinale - richiede oggi "una grande alleanza" tra tutti i soggetti coinvolti: lo stato, la scuola, la famiglia e anche la Chiesa ovviamente.
    Davanti a una platea che per la stragrande maggioranza sarà formata da giovani, il cardinale affronterà di petto anche le questioni fondamentali delle nuove generazioni e soprattutto tre categorie che definisce "da ricuperare", chiamando a fare i conti con la libertà, la verità, l'amore. Il suo sarà un invito "a non emarginare Dio dalla propria vita" e a far andare di pari passo fede e ragione, costruendo così "una visione ragionevole della fede". Con una raccomandazione: è solo nella concretezza, mai nell'astrazione, che si incontra e si riconosce nella storia il volto di Gesù che è sempre un volto di amore.
    Riguardo alla politica, chiamata "a essere se stessa e a servire il bene comune", la Chiesa italiana - secondo il cardinale Bagnasco - intende continuare a promuovere "una antropologia completa, integrale", senza la quale diventa di difficile soluzione qualunque problema anche economico e sociale.
    E la Chiesa intende anche stimolare sempre più "i credenti a partecipare alla costruzione della cosa pubblica, secondo la dottrina sociale e la prassi educativa cattolica". Il tutto - terrà a ribadire il cardinale - nella concretezza, parlando di vita vissuta, di buon senso, di famiglie alle prese con le questioni di ogni giorno, in definitiva di "un popolo che fa storia".
    Dunque l'intervento del presidente dei vescovi italiani sarà "programmatico" per il Meeting, che ha in calendario centoventisei tra incontri e dibattiti (si chiuderà il 30 agosto). Il tema di questa ventinovesima edizione - "O protagonisti o nessuno" - vuole stimolare la riflessione sul concetto di persona, per vincere la tentazione all'omologazione che porta allo scetticismo e al cinismo, guardando invece alla libertà e all'unicità dell'uomo. In sostanza - spiega Emilia Guarnieri, presidente dell'associazione Meeting - verrà sviluppato, anche in contesti culturali e artistici, il punto centrale del messaggio del cardinale Bagnasco: i cristiani diventano protagonisti quando scoprono di essere un popolo, di avere un volto e un destino unico e irripetibile.



    (L'Osservatore Romano - 24 agosto 2008)
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

  2. #32
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    MESSAGGIO DEL SANTO PADRE AL 29° MEETING PER L’AMICIZIA FRA I POPOLI (RIMINI, 24-30 AGOSTO 2008)

    In occasione della 29.ma edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, che si è aperto oggi a Rimini sul tema: "Protagonisti o nessuno", il Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone ha inviato - a nome del Santo Padre Benedetto XVI - un Messaggio agli organizzatori ed ai partecipanti.

    Il Messaggio, che riportiamo di seguito, è stato letto all’inizio della Santa Messa celebrata questa mattina da S.E. Mons. Francesco Lambiasi, Vescovo di Rimini.

    MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

    A Sua Eccellenza Rev.ma

    Mons. Francesco Lambiasi

    Vescovo di Rimini



    Eccellenza Reverendissima,

    in occasione della XXIX edizione del Meeting per l’Amicizia tra i Popoli, in programma a Rimini dal 24 al 30 agosto p.v., mi è gradito far pervenire a Lei, ai promotori e a quanti prendono parte a codesta significativa manifestazione il saluto cordiale di Sua Santità Benedetto XVI.

    Il provocatorio titolo dell’incontro: "O protagonisti o nessuno" colpisce immediatamente l’attenzione. In verità, è questo il preciso intento degli organizzatori: far «riflettere sul concetto di persona». Che cosa significa infatti essere protagonisti della propria esistenza e di quella del mondo? La domanda si fa oggi urgente, perché l’alternativa al protagonismo sembra essere spesso una vita senza senso, il grigio anonimato dei tanti «nessuno» che si confondono tra le pieghe di una massa informe, incapaci purtroppo di emergere con un proprio volto degno di nota. L’ interrogativo allora va meglio focalizzato e potrebbe essere così riformulato: che cosa dà un volto all’uomo, che cosa lo rende inconfondibile, assicurando piena dignità alla sua esistenza?

    La società e la cultura, in cui siamo immersi e di cui i mezzi di comunicazione costituiscono una potente cassa di risonanza, sono largamente dominate dalla convinzione che la notorietà costituisca una componente essenziale della propria realizzazione personale. Emergere dall’anonimato, riuscire ad imporsi all’attenzione pubblica con ogni mezzo e pretesto, questo è lo scopo perseguito da molti. Il potere politico o economico, il prestigio raggiunto nella propria professione, la ricchezza messa in bella mostra, la notorietà delle proprie realizzazioni, l’ostentazione fin anche dei propri eccessi… tutto questo è considerato pacificamente come «successo», come «riuscita» della propria vita. Ecco perché sempre più spesso le nuove generazioni ambiscono a professioni e carriere idealizzate proprio perché offrono una ribalta che consente loro di «apparire», di sentirsi "qualcuno". L’ideale a cui mirano è rappresentato dagli attori del cinema, dai personaggi e miti della televisione e dello spettacolo, dagli atleti, dai giocatori di calcio, ecc..

    Ma che ne è di chi non accede a un tale livello di visibilità sociale? Che ne è di chi è dimenticato, se non addirittura schiacciato dalle dinamiche della riuscita mondana su cui è impostata la società in cui vive? Che ne è di chi è povero, inerme, malato, anziano o disabile, di chi non ha talenti per farsi strada tra gli altri o è senza mezzi per coltivarli, di chi non ha voce per far sentire le proprie idee e convinzioni? Come considerare chi conduce una vita oscura, senza apparente rilevanza per giornali e televisioni? L’uomo di oggi, come quello di tutti i tempi, tende alla propria felicità e la insegue dovunque crede di poterla trovare. Ecco quindi il vero interrogativo che si nasconde sotto la parola «protagonismo», che il Meeting propone quest’anno alla nostra riflessione: in che cosa consiste la felicità? Che cosa può veramente condurre l’uomo a conseguirla?

    Il Papa Benedetto XVI ha indetto quest’anno uno speciale anno giubilare dedicato a un «campione» della cristianità di tutti i tempi, il fariseo di Tarso di nome Saulo, che dopo aver perseguitato con furore la Chiesa delle origini, si convertì all’irrompere della chiamata del Signore. Da quel momento egli servì la causa del Vangelo con dedizione totale, percorrendo instancabilmente il mondo allora conosciuto e contribuendo a porre le basi di quella che sarebbe diventata la cultura europea, informata dal Cristianesimo.

    Rari sono gli spiriti che hanno mostrato una vastità di conoscenze e un acume pari ai suoi. Le sue Lettere manifestano la forza esplosiva della sua personalità appassionata ed hanno attratto milioni di lettori, esercitando un’influenza unica su generazioni e generazioni di uomini, su interi popoli e nazioni. Attraverso i suoi scritti, Paolo non cessa di presentare Cristo come autentica fonte di rispetto tra gli uomini, di pace tra le nazioni, di giustizia nella convivenza. Noi tutti, a duemila anni di distanza, possiamo ancora considerarci «figli» della sua predicazione e la nostra civiltà sa di essere debitrice a quest’uomo proprio per i valori che stanno alle sue fondamenta.

    Eppure l’esistenza di san Paolo è ben lontana dalle luci della ribalta e dai pubblici riconoscimenti. Quando egli morì, la Chiesa che aveva contribuito a diffondere era ancora un piccolo seme, un gruppo che le somme autorità dell’Impero Romano si potevano permettere di trascurare o di provare a schiacciare nel sangue. L’esistenza di Paolo, esaminata nella sua quotidianità, appare inoltre tribolata, afflitta da ostilità e pericoli, piena di difficoltà da affrontare più ancora che di consolazioni e gioie di cui godere. È lui stesso a darne testimonianza viva in moltissimi passi dei suoi scritti. Ecco cosa dice, per esempio, nella Seconda Lettera ai Corinti: «Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. Chi è debole, che anch'io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?» (11, 24-19). Questa corsa a ostacoli – così la potremmo definire –, compiuta con la forza e nel nome del suo Redentore, Paolo la concluse a Roma, dove condannato a morte venne decapitato. Assieme a lui, nell’infuriare della persecuzione dell’Imperatore Nerone, morirono molti altri cristiani e tra questi Pietro, il pescatore di Galilea e capo della Chiesa.

    La vita di Paolo può essere considerata veramente «riuscita»? Siamo qui dinanzi al paradosso della vita cristiana come tale. Che cosa significa infatti per il cristiano «riuscire»? Che cosa ci dicono le vite di tanti santi che hanno trascorso la loro esistenza ritirati nei conventi? Che cosa ci dicono le vite e le morti di innumerevoli martiri cristiani, i cui nomi sono sconosciuti ai più, i quali hanno concluso l’esistenza non tra le acclamazioni, ma circondati dal disprezzo, dall’odio e dall’indifferenza? Dove sta dunque la «grandezza» della loro vita, la luminosità della loro testimonianza, il loro «successo»?

    Anche di recente il Santo Padre Benedetto XVI ha ricordato che l’uomo è fatto per il compimento eterno della sua esistenza. Ciò va ben oltre la semplice riuscita mondana e non è in contraddizione con l’umiltà delle condizioni in cui si svolge il suo pellegrinaggio sulla terra. Il compimento dell’umano è la conoscenza di Dio, da cui ogni persona è stata creata e a cui tende con ogni fibra del proprio essere. Per conseguire questo, non serve né fama né successo presso le folle. Ecco dunque il protagonismo che il titolo della presente edizione del Meeting di Rimini punta a riproporre. Protagonista della sua esistenza è chi dona la sua vita a Dio, che lo chiama a cooperare all’universale progetto della salvezza.

    Il Meeting vuole ribadire che solo Cristo può svelare all’uomo la sua vera dignità e comunicargli l’autentico senso della sua esistenza. Quando il credente lo segue docilmente è in grado di lasciare una traccia duratura nella storia. È la traccia dell’Amore di cui diviene testimone proprio perché afferrato dall’Amore. Ed allora ciò che fu possibile per san Paolo lo diventa anche per ciascuno di noi. Non importa se il disegno di Dio prevede per noi un ridotto raggio d’azione; non importa se viviamo tra le pareti di un monastero di clausura o se siamo immersi in molteplici e diverse attività del mondo; non importa se siamo padri e madri di famiglia o consacrati o sacerdoti. Dio si serve di noi secondo il suo piano d’amore, secondo modalità che Lui stabilisce e ci chiede di assecondare l’azione del suo Spirito; ci vuole suoi collaboratori per la realizzazione del suo Regno. A ciascuno dice: «Vieni e seguimi» (Lc 18, 22), e soltanto seguendolo l’uomo conosce la vera esaltazione del suo io.

    Questo ci insegna l’esperienza dei santi, uomini e donne, che molto spesso hanno vissuto la loro fedeltà a Dio in maniera discreta e ordinaria. E tra di loro troviamo molti veri protagonisti della storia, persone pienamente realizzate, esempi viventi di speranza e testimoni di un amore che nulla teme, nemmeno la morte.

    Il Santo Padre auspica che queste riflessioni aiutino i partecipanti al Meeting a incontrare Cristo, per meglio comprendere il valore della vita cristiana e realizzarne il senso nell’umile protagonismo del servizio alla missione della Chiesa, in Italia e nel mondo. A tale scopo Egli assicura la sua preghiera per la buona riuscita del Meeting ed invia a Lei, agli organizzatori e a tutti i presenti una speciale Benedizione.

    Unisco ben volentieri i miei fervidi voti augurali per un proficuo successo della manifestazione, e profitto volentieri della circostanza per confermarmi con sensi di distinto ossequio



    dev.mo nel Signore

    Segretario di Stato

    Card. Tarcisio Bertone



    [01227-01.03] [Testo originale: Italiano]

    [B0528-XX.02]

    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  3. #33
    Iscritto L'avatar di quintusfabius
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    Se può interessare, si può vedere il Meeting in diretta su www.meetingrimini.tv (serve Internet Explorer però).
    Buona visione!

  4. #34
    CierRino d'oro L'avatar di ITER PARA TUTUM
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    Sicuramente nessuno potrà mai accusare Sua Eminenza il Cardinale Angelo Bagnasco di non essere chiaro nei suoi discorsi!!!

    E, come diceva Qualcuno: "chi ha orecchi per intendere, intenda!!!".

  5. #35
    Vecchia guardia di CR L'avatar di WIlPapa
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    "La Chiesa, un popolo che fa storia"

    L'intervento del Card. Angelo Bagnasco al Meeting di Rimini



    1. “Nella Chiesa mi trovo a casa”

    Così diceva Georges Bernanos! E’ difficile vivere senza una casa intesa come spazio dove le dimensioni sono a misura d’uomo, sono riconosciute perché familiari, dove si coltivano gli affetti, dove esistono luoghi per raccogliersi, per sentirsi al riparo dalla “strada” pur necessaria e desiderata. Come scriveva Josef Pieper, l’uomo non può vivere sempre “sotto le stelle” (cfr Che cosa significa filosofare): ha bisogno della casa, del finito e del piccolo per ritrovarsi, riposare, ricuperare energie e riprendere il cammino sotto il cielo. Allo stesso modo, l’uomo ha bisogno della volta stellata, degli orizzonti sconfinati, della strada dove tutto si può incontrare e può accadere. Possiamo dire che l’uomo, come ha bisogno del suo “ambiente”, così ha bisogno del “mondo”: il primo per superare la dispersione e fare sintesi, il secondo per superare il ripiegamento e pensare in grande. In entrambi i casi l’uomo costruisce se stesso: egli infatti è un paradosso, creato finito ma programmato per l’infinito. E’ una linea di confine tra il tempo e l’eternità, è un desiderio incompiuto, un intrigo di ombre dove la luce è la stoffa di fondo.

    La Chiesa è la nostra “casa”, l’ ambiente familiare dove rigeneriamo le forze e la speranza si alimenta. Ma – possiamo dire – che è anche il nostro “mondo” dove il cuore impara a pulsare oltre se stesso, e l’intelligenza è chiamata ad aprire gli orizzonti superando meandri e ottusità, particolarismi e divisioni. Nella Chiesa, infatti, incontriamo Cristo, il Verbo Eterno fatto carne, l’unico Salvatore. Egli ci dona la paternità di Dio, svela il segreto della gioia, il senso del vivere e del morire. Nella Chiesa incontriamo un popolo, corpo di Gesù: facciamo l’esperienza della universalità che ci porta fino ai confini della terra: “Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo” (Atti 2,5). La duplice dimensione – piccolo e grande, finito e sconfinato, terra e cielo, tempo ed eternità – fa parte dell’essere della Chiesa che, come ricorda il Concilio Vaticano II, è “mistero”: mistero non perché realtà oscura e incomprensibile, ma perché è “sacramento”, realtà umana e divina insieme, lo spazio nel quale ogni uomo incontra veramente l’amore di Dio che si è offerto in Cristo: “La Chiesa è in Cristo come un sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano” (Lumen Gentium, 1).

    La Chiesa, dunque, offre ad ogni credente l’esperienza della casa – la parrocchia, il gruppo, la comunità…- dove, a partire da Gesù, i volti noti, la conoscenza personale, l’amicizia concreta, l’ appartenenza cordiale, il confronto, la bellezza e la fatica delle relazioni umane, l’esercizio della pazienza e del perdono, la virtù della fiducia…sono pane quotidiano. Ma offre anche – dicevamo – il respiro dell’universalità perché diffusa sino ai confini della terra secondo il mandato del Signore.

    Il respiro dell’umanità palpita con un duplice movimento, di ampiezza e di profondità. Il mondo intero – nei diversi popoli, nazioni, culture – approda nel sentire della Chiesa e diventa eco e ricchezza della sua voce. Di questa voce ricca e sinfonica - che il Vangelo illumina, purifica e valorizza attraverso il Magistero autentico - i credenti beneficiano, ne sono protagonisti e portatori.

    Ma il mondo è presente nel cuore della Chiesa anche oltre la sua dilatazione geografica e temporale: se – per ipotesi – la presenza della Chiesa dovesse contrarsi e ridursi ad un punto ristretto della terra, ugualmente il suo respiro porterebbe l’eco dell’umanità intera, l’universalità del mondo. Infatti, il mandato di Gesù – “andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni
    creatura”- non tocca solamente la geografia della terra, ma tocca innanzitutto la geografia dell’anima: i problemi spirituali e materiali, le questioni dell’agire morale, le idee, i grandi interrogativi, le incertezze, i mutamenti culturali, le svolte epocali…non sono solamente fuori dell’uomo, nell’ambiente della cultura e della società; ma sono dentro l’uomo, nel suo mondo interiore. Gli estremi confini della terra sono innanzitutto qui, negli orizzonti sconfinati dello spirito umano. Per questo il Concilio Vaticano II afferma con passione che “la gioia e la speranza, la tristezza e l’angoscia degli uomini d’oggi, soprattutto dei poveri e dei sofferenti, sono anche la gioia e la speranza, la tristezza e l’angoscia dei discepoli di Cristo, e non c’è nulla di veramente umano che non trovi eco nel loro cuore” (Gaudium et spes, 2). Questo orizzonte, che si dilata fino ai confini dell’uomo e dell’umanità, trova la sua radice nel mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, che con l’incarnazione ha assunto l’umanità dell’uomo: “Si tratta dell’uomo in tutta la sua verità, nella sua piena dimensione – scrive Giovanni Paolo II -. Non si tratta dell’uomo , ma reale, dell’uomo e (…) Tale sollecitudine riguarda l’uomo intero (…), l’uomo nella sua unica e irripetibile realtà umana” (Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 13). Nulla dunque è estraneo a Dio, al suo interesse d’amore per ciò che è umano, sia nella sua dimensione individuale che pubblica. La Chiesa, che è il prolungamento di Cristo nel tempo, continua l’amore di Dio per il mondo sapendo che “l’uomo è la via della Chiesa” (ib.14); consapevole che “ in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico, (ma) è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana” (Gaudium et spes, 76).

    2. Fare storia

    Cos’è la storia? Certamente non è la semplice cronaca quotidiana; questo è un aspetto soltanto, di superficie. Neppure , mi sembra, si può ridurre ai grandi eventi del mondo della politica, degli Stati: i trattati, gli incontri ad alto livello, le alleanze di tipo politico o economico, le solenni dichiarazioni, i conflitti e le guerre, gli accordi di pace. La storia è questo certamente, ma non “solo” questo, e neppure “soprattutto” questo. Mi sembra che gli accadimenti fanno storia in quanto sono espressione di ciò che potremmo chiamare un’altra storia, invisibile come sono le idee, ma concreta come i fatti che la cultura ispira. Possiamo dire che la storia è traduzione nei fatti di una visione spirituale e morale della realtà.

    La storia è compito di ogni uomo. Tenendo conto di una dimensione che mi sembra costitutiva della storia, quella ideale e quella comunitaria, potremmo parlare di differenti livelli: delle singole persone, dei popoli, degli Stati.

    - Innanzitutto delle persone; è questo il primo affluente della storia universale. La loro vita quotidiana fatta di gioie, speranze e dolori; di lavoro e famiglia; di affetti e rapporti.…non è mai storia solamente individuale. E’ sempre anche storia di tutti perché nessuno vive solo. Anche il più desolante isolamento esiste comunque dentro ad un contesto di relazioni dalle quali uno si esclude o è escluso, ma dove resta. La vita quotidiana fa storia proprio perché la persona in sé è “relazione”: negare questo è chiudere gli occhi all’evidenza in nome di una esasperazione tale dell’individuo e della sua autodeterminazione, da portare all’individualismo che azzera la persona stessa. Tornando al punto, l’esistenza di ciascuno tocca gli altri in qualche misura, crea legami e situazioni che coinvolgono poco o tanto; alimenta o contrasta la mentalità dominante, il sentire comune; interroga chi ne è testimone diretto o indiretto; testimonia valori, ispira comportamenti generali, crea istituzioni e opere, genera uno stile di vita frutto di un ethos di fondo. In sintesi, rende trasparente una certa visione dell’uomo e del mondo, della vita, della sofferenza e della morte: una visione universale, una weltanshaung. Senza sintesi non c’è storia, ma solo episodi. Nessuno dunque è invisibile: ciascuno partecipa al fluire del grande fiume umano, è protagonista: ed essere protagonista non è voglia di protagonismo, ma amore di identità..

    - I popoli. I popoli, nella loro unità profonda, fanno storia avendo un raggio di azione e di efficacia più evidente dei singoli. Ma ci chiediamo, che tipo di efficacia ha un popolo nel contesto del mondo? Che cosa porta alla costruzione della storia umana? Aiuta a rispondere a queste domande l’esempio di grandi popolazioni come i Greci e i Romani. Guardando a questi popoli, ai quali siamo profondamente legati, viene da pensare alla loro cultura prima che alle loro imprese politiche, economiche e militari. E’ su questo piano, fatto di valori e di idee, che queste “genti” hanno inciso sulla storia. Basta pensare ai rapporti tra Roma, la Grecia e i popoli nordici e slavi. Prima che al genio dei capi, la storia è determinata dalle idee e dai valori, come accade per le singole persone. I valori sono l’anima della cultura, la carta d’identità di un popolo, Non sono una sua componente, ma il suo fattore principale. Il senso di appartenenza ad un popolo, ad una Nazione, dipende dal riconoscersi in un quadro di valori che riguardano la vita e la morte, il loro significato, non tanto i fini ma il fine. Se questo non esiste o è giudicato inconoscibile, quindi consegnato all’individualismo di ciascuno, che cosa potrà attrarre gli uomini perché si sentano appartenenti ad una realtà di popolo? Che cosa li potrà sollecitare a sacrificarsi fino al dono della vita per la comunità?

    - Gli Stati. L’apparato politico e legislativo, le diverse espressioni dell’autorità statale, fanno storia e – a prima vista – appaiono come i primi e più importanti protagonisti della storia umana. Se questo è vero per un certo aspetto, non dobbiamo dimenticare quanto abbiamo ricordato sopra, gli altri livelli o protagonisti. I livelli sono differenti, ma reale è la loro incisività nel corso delle cose. Tra l’altro, non sempre nella storia i popoli hanno mostrato accondiscendenza verso le decisioni degli Stati, indirizzando gli eventi in modo diverso. Ciò sta a testimoniare quanto ogni Stato debba sapersi e volersi come espressione del popolo, sapendo che questo è specificato da un insieme di idee e valori di tipo spirituale ed etico che costituiscono “l’anima della Nazione”, la sua identità profonda. Qualora uno Stato dovesse tradire quest’anima, tradirebbe la gente in ciò che ha di più intimo e più suo. Colpirebbe ciò che consente ad una moltitudine di sentirsi “popolo” e ad un territorio di essere sentito come “casa”, “patria”. Tradire l’anima di un popolo – magari con processi corrosivi e subdoli – vuol dire sgretolare, in nome di qualche ideologia o disegno politico- economico, ciò che consente ad ognuno di sentirsi parte di un tutto; significa derubarlo di ciò in cui crede, che gli appartiene, che gli è stato tramandato come patrimonio, che è la sua forza unificante. Un patrimonio ideale che, nella pluralità delle forme ma nell’unità fondamentale del pensare e del sentire, permette di percepirsi “famiglia”. Per questo motivo, intaccare direttamente i valori spirituali e morali di una comunità e di un Paese, è attaccare la sua integrità e fare cattiva storia. Ma anche la diffusione di falsi miti, l’esaltazione dell’avere, la propaganda dell’ apparenza e del facile successo – in una parola, della menzogna – aggredisce la base valoriale di un popolo, lo svilisce nel suo sentire, e lo indebolisce nella sua capacità di futuro. Tutto viene confinato nell’angusto perimetro del presente: l’antico motto –“panem et circenses” – è noto come strategia per svuotare la mente e l’anima. Oggi, nello scenario occidentale, al posto di questo criterio – che ha un evidente costo economico - si potrebbe sostituire un altro motto, “fa tutto quello che vuoi”. Inteso in senso assoluto e individualistico, esso disgrega l’anima popolare e il senso di appartenenza ad una identità che crea comunione tra gli uomini e permette la comunità di vita. La storia che manifesta l’eclisse dello spirito va contro l’uomo, diventa “anti-storia”. Le luci e le ombre sono sempre intrecciate nel fluire del tempo, ma è necessario giudicare la storia. E’ necessario un criterio di giudizio per poter discernere i filoni luminosi da quelli oscuri, le linee evolutive e quelle che, invece, segnano retrocessioni anche gravi in ambiti vitali.
    La convinzione che la direttrice di fondo della storia sia il progresso, e che perciò il bene venga sempre e solo dal futuro, è un pregiudizio diffuso e coltivato. Ma per smascherare il pregiudizio è necessario il giudizio con la sua libertà e il suo coraggio; soprattutto con la sua verità. Il criterio di giudizio non può essere che la verità dell’uomo, il bene autentico suo e della società: questo – il bene - è alla sua radice di natura spirituale ed etica, cioè “culturale”.

    3. Una Chiesa di popolo

    Il Signore Gesù ha istituito la Chiesa sui Dodici: la nostra fede si fonda, in ultimo, sulla loro esperienza di Cristo. Con Lui hanno condiviso fatica e riposo, fame e sete, successi e rifiuti; hanno ascoltato la sua parola all’aperto delle strade e dei monti, come nell’intimità del cenacolo; sul suo volto hanno fissato gli sguardi a volte fieri e a volte spauriti, alla ricerca dei suoi sentimenti, nel desiderio di scoprire il suo mistero interiore. A loro Egli ha lasciato il suo testamento, e dall’alto della croce ha svelato il vero volto di Dio – amore misericordioso – e il vero volto dell’uomo creato per amore e per amare. Al Padre ha elevato la sua accorata preghiera nella sera infinita e dolente del Cenacolo: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21). E’ questa la natura della Chiesa e la prima, necessaria strada dell’evangelizzazione: l’unità dei fratelli che nasce dalla comunione con Cristo. Con il mistero dell’Incarnazione, il Figlio di Dio compie la redenzione e immette nella vita umana la vita divina, svelando che Dio – l’unico che veramente rispetta la libertà dell’uomo – copre l’intero orizzonte dell’esistenza con la verità esigente dell’ amore, e con l’amore caldo della verità. Ricorda che tutta la creazione porta l’impronta del Logos: “E Dio vide che era cosa buona” (Gen 1,10). La realtà lascia trasparire la luce del bene come il suo ordito più vero, il suo destino, e - quando la realtà è tenebrosa - come nostalgia o angosciata invocazione. Il Signore Gesù è la pienezza di questa luce divina che illumina il mondo, lo riscatta dalle ombre, lo apre alla speranza: grazie a Cristo crocifisso, anche il dolore innocente trova un senso.

    Alla Chiesa – Corpo mistico – Gesù affida il suo Vangelo, parola di vita eterna, e le vie della grazia, i sacramenti. Al Magistero dei Successori dei Dodici, stretti attorno al Successore di Pietro, affida l’autenticità della fede che sale dalle origini, gli Apostoli. Chi incontra Cristo, il Crocifisso glorioso, scopre il cuore di Dio: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). In questa sovrabbondanza d’amore, si racchiude il senso della redenzione e il significato della storia umana. E’ una “aletheia”, una verità che si disvela nel Vangelo, ma non è una sorta di gnosi, di conoscenza misterica per pochi iniziati. E’ bensì la conseguenza di un incontro decisivo che cambia la vita del credente. E’ il frutto di un’amicizia personale con Cristo, un’amicizia che si rinnova ogni giorno; credere non significa aderire ad una dottrina, ma vivere riferiti a Lui che ci dona il suo amore e il suo pensiero: “Ora noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1 Cor 2,16). Quando l’Apostolo Pietro – a Gesù che chiede “Volete andarvene anche voi?” – risponde a nome di tutti – “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,67-68) – non indica solo una nuova dottrina insegnata con autorità (cfr Mc 1,27), ma dice che quella verità che illumina e salva è Lui stesso, il Signore, è la sua persona concreta. Con Lui essi vivono, di Lui sperimentano la compagnia, per Lui lasciano padre, madre, figli e campi (cfr Mt 19,29). Dentro a questa esperienza essi trovano se stessi, il loro presente e il futuro, il tempo e l’eternità. Con Lui, nella luce della sua parola e della sua presenza, scoprono il senso vero dello stare insieme come Chiesa e come società. Scoprono un modo nuovo di vedere le cose, la vita, gli altri, il mondo, i valori. Per questo fanno storia sia come singoli che come gruppo, come popolo di credenti.

    Gli Atti degli Apostoli testimoniano questo modo diverso di essere nel mondo, di fare storia, una storia più umana perché fatta con Cristo. Un modo che, ad esempio, è rispettoso dell’autorità dell’Imperatore, ma nella verità: solo a Dio va il culto e l’adorazione. Un modo che ha al centro la persona nella sua corporeità e nella sua trascendenza spirituale, che mai può essere ridotta a strumento poiché immagine e somiglianza di Dio, redenta dal sangue di Cristo. Il Vangelo non è per pochi iniziati, ma per tutti; così la Chiesa non è per delle elites ma Chiesa di popolo: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15). La sua cattolicità è la sua universalità.

    4. Sale e luce della storia

    “Voi siete il sale della terra (…) voi siete la luce della mondo” (Mt 5, 13-14). Le parole di Gesù sono chiare e non ammettono sofismi: per annunciare il Vangelo, è necessario che i cristiani siano dentro al mondo pur senza assimilarsi al mondo (cfr Gv 17-14).

    Il vero, unico sale della storia è Cristo: egli solo preserva dalla corruzione della morte e restituisce all’universo il sapore delle origini, il gusto del pane appena uscito dalle mani del Creatore. Gesù non esorta i discepoli perché “siano” sale e luce, ma dichiara che essi “sono” sale e luce. E’ dunque un dato di fatto che egli indica: dice non ciò che ha fatto per loro, ma ciò che ha fatto di loro.

    4.1. L’immagine del sale indica la via della “discesa”, del nascondimento, della condivisone quotidiana, paziente e fiduciosa, della vita della gente. In una parola suggerisce l’incarnazione nel mondo. Le innumerevoli Parrocchie in Italia, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i diaconi permanenti, i gruppi, le associazioni e i movimenti, i moltissimi laici che – singolarmente o organizzati – sono presenti con la testimonianza e la fantasia della carità, dell’evangelizzazione e della catechesi, le scuole cattoliche, gli ospedali, le molteplici iniziative di incontro, di annuncio, di preghiera, di educazione e di assistenza ai bisognosi…non esprimono forse la realtà del sale di cui parla Gesù? Non sono forse segni permanenti di una prossimità capillare e quotidiana al popolo, che quindi si sente un popolo che è Chiesa? Non sono forse espressione di una storia che nasce e si alimenta del pensiero di Cristo?

    Non è la voglia di mondano protagonismo che muove la Chiesa fin dalle sue origini, ma il bisogno del cuore: l’amore a Cristo, all’uomo, al mondo nel quale la Chiesa è fatta carne. Cercare di vivere secondo il Vangelo, secondo la visione della vita e del mondo che ha ricevuto, crea una storia che – come il sale – vive nella storia umana, s’ intreccia con essa e la contagia elevandola ad una pienezza altrimenti irraggiungibile: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”, scrive F. Dostoevskij nei “Fratelli Karamazov”.

    4.2. Ma l’immagine del sale deve essere completata da quella della luce: la luce dona alle cose il loro volto. Nel buio tutto è indistinto, regna la confusione, si perde la strada. La luce suggerisce dunque la visibilità della presenza cristiana: se non c’è visibilità senza conoscere e condividere la vita concreta degli uomini, non c’è neppure condivisione senza una qualche visibilità personale e comunitaria che sia risposta e profezia. Le opere della Chiesa, che ho sopra ricordato, sono il segno dell’essere sale per un verso e luce per un altro.

    Oggi, come in altri periodi della storia, si vuole che la Chiesa rimanga in chiesa. Il culto e la carità sono apprezzati anche dalla mentalità laicista: in fondo – si pensa - la preghiera non fa male a nessuno e la carità fa bene a tutti. In altri termini, si vorrebbe negare la dimensione pubblica della fede concedendone la possibilità nel privato. A tutti si riconosce come sacra la libertà di coscienza, ma dai cattolici a volte si pretende che essi prescindano dalla fede che forma la loro coscienza.

    I credenti sono luce tenendo alta la verità del Vangelo, l’annuncio di Gesù, la grande speranza come ricorda il Santo Padre Benedetto XVI (cfr Spe salvi, n. 27). Se i mali di oggi derivano dal rifiuto di Cristo, la missione della Chiesa è quella di essere ancor più missionaria ricordando da un lato l’Apostolo Paolo - “Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1 Cor 9,16) – e dall’altro l’assicurazione di Gesù: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

    Il Santo Padre, in una intervista alla televisione tedesca, diceva che è necessario “rendere visibile il Dio col volto umano di Gesù Cristo – poiché quando vediamo Gesù vediamo Dio – offrendo così agli uomini l’accesso a quelle fonti senza le quali la morale si isterilisce e perde i suoi riferimenti” (Intervista 14.8.2006). E urgente che attraverso la testimonianza e l’annuncio emerga “quel grande che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla
    nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia al mondo. Il cristianesimo è infatti aperto a tutto ciò che di giusto, vero e puro vi è nelle culture e nelle civiltà, a ciò che allieta, consola e fortifica la nostra esistenza” (Benedetto XVI, Discorso al Convegno Ecclesiale di Verona, 19.10.2006).

    4.3. Oggi, però, il popolo di Dio è chiamato a partecipare alla storia umana anche con la difesa della ragione. Può sembrare singolare che la fede difenda la ragione, ma – come già ho detto – Cristo salva l’uomo nella sua interezza. Il relativismo, che il Papa richiama come un tarlo della società e della storia occidentale, richiede la luce della ragione intesa come la facoltà del vero. Affermare l’efficacia della ragione non è “totalmente altro” dall’annuncio evangelico; non significa diminuire il Vangelo per impicciarsi di argomenti di competenza altrui. E’ intrinsecamente connesso: fede e ragione si richiamano a vicenda, sono implicati reciprocamente nell’unità della persona, “ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione” (Benedetto XVI, Spe salvi, 23).

    Si potrebbe pensare che nell’epoca del pluralismo culturale sia arrogante giudicare gli eventi della storia con la verità del Vangelo, che sia un atteggiamento di intellettuale fondamentalismo. Ci si chiede se la verità morale, legata ad una scelta religiosa, possa ispirare l’ordinamento civile
    valido per tutti. E’ una questione giusta e delicata. Se è gravemente ingiusto tradurre in termini di ordinamento pubblico certe scelte etico-religiose, è scorretto ridurre ogni posizione assunta dai credenti a scelta “confessionale”, e quindi totalmente individuale e privata. Certi valori - come nel campo della vita umana e della famiglia, della concezione della persona, della libertà e dello Stato - anche se sono illuminati dalla fede, sono anzitutto bagaglio della buona ragione. Cicerone scrive: “Certamente esiste una vera legge: è la retta ragione. Essa è conforme alla natura, la si trova in tutti gli uomini; è immutabile ed eterna; i suoi precetti chiamano ai doveri; i suoi divieti trattengono dall’errore” (La Repubblica, 2, 22, 33).

    Nel Messaggio per la 40° Giornata Mondiale della Pace (1 gennaio 2008), il Santo Padre ha ricordato anche i sessant’anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’ONU, e ha scritto: “I diritti enunciati nella Carta sono espressione ed esplicitazione della legge naturale, iscritta nel cuore dell’essere umano e a lui manifestata dalla ragione (…) La norma giuridica (…) ha come criterio la norma morale basata sulla natura delle cose. La ragione umana, peraltro, è capace di discernerla, almeno nelle sue esigenze fondamentali, risalendo così alla Ragione creatrice di Dio (…) Pur con perplessità e incertezze, (l’uomo) può giungere a scoprire, almeno nelle sue linee essenziali, questa legge morale comune che, al di là delle differenze culturali, permette agli essere umani di capirsi tra loro circa gli aspetti più importanti del bene e del male, del giusto e dell’ ingiusto” (1.1.2008). Anche l’enciclica Veritatis Splendor afferma che “l’uomo può riconoscere il bene e il male grazie a quel discernimento del bene e del male che egli stesso opera mediante la sua ragione” (n. 44).

    5. Custodia e memoria

    La Chiesa fa storia e, come sale e lievito, partecipa alla costruzione della storia universale. La Chiesa custodisce, infatti, la memoria della storia dell’uomo fin dalle origini: la memoria della sua creazione, della sua dignità e della sua caduta. La memoria della sua redenzione in Cristo. E’ da questa memoria che essa guarda la storia vedendola sempre come storia di salvezza. Per questo la visione che ne ha il cristianesimo non è solo “orizzontale”, ma anche “verticale”: a scrivere la storia non sono solo gli uomini. Con loro scrive anche Dio: con l’incarnazione, Dio è entrato nel tempo e da nessun luogo è ormai “assente”. Anche là dove vince il male, Cristo è presente e porta la croce con gli uomini; la porta e le dona un senso di eternità e di vita. La storia da allora è attraversata da una promessa che è anche una presenza: Dio salva gli uomini rispettandone la libertà ma non cessando di amarli. Il tempo non è un eterno ritorno del medesimo, ma una linea aperta che, pur tra errori e incertezze, cammina verso il suo compimento di felicità e di vita. Questa visione di speranza e di fiducia è propria della Chiesa, ma è a disposizione non solo dei credenti, lo è anche del mondo.

    Sull’esempio di Maria, la Chiesa come madre custodisce nel cuore la storia dei suoi figli e dell’umanità. E’ una memoria viva che cresce con la testimonianza degli apostoli consacrata dai martiri: la Tradizione non è altro, infatti, che l’impegno della Chiesa di tramandare intatto il mistero di Cristo e del suo pensiero: “E lui (lo Spirito Santo) vi insegnerà ogni cosa, e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26).

    Nella luce di questa memoria - dove fede e ragione si incontrano in modo virtuoso - il popolo di Dio affronta la vita e il mondo; crea opere, pone giudizi, plasma rapporti e gruppi; ispira mentalità e motiva valori, guarda al futuro con fiducia, convinto che tutto si compirà nell’evidenza della luce. Appunto, crea storia. Nessuno è escluso, né persone, né cose, né culture: lo dice il cammino dell’Europa se guardato con occhi sereni. A partire da questa memoria custodita e amata, lo storia ruota attorno alla concezione dell’uomo, che nel Cristianesimo giunge alla sua pienezza e che sta alla base dell’umanesimo europeo. Si può giustamente rilevare che ciò non ha impedito errori e orrori in Europa; ma, a ben pensare, se ciò è accaduto non è stato perché sia stata troppo cristiana, ma perché lo è stata troppo poco.

    La Chiesa dice al mondo – in particolare oggi all’Europa – che il passato non può essere impunemente negato in nome dell’economia, della tecnologia o dello scientismo. Ricorda che il ruolo del passato ha rilievo ed ha un valore imprescindibile per l’oggi, pena lo sfaldamento dell’identità di una Nazione o di un Continente. Pena lo smarrimento personale e collettivo di un popolo che non sa più chi sia e dove vada. Invita tutti a riprendere il bandolo del proprio passato con i suoi grandi tratti distintivi per potersi pensare di nuovo come un intero, e così progettare il futuro affrontando senza paure o complessi, a viso alto, le sfide della modernità; senza rincorrere i “vicini di casa” considerati sempre e comunque migliori, più avanzati, più moderni di noi. La Chiesa ricorda al secolarismo e al laicismo che pretendere di costruire la storia senza Dio è costruirla contro l’uomo. Ricorda al nostro vecchio e amato continente che il resto del mondo guarda con sospetto questa pretesa, la sente come una presunzione innaturale e pericolosa, intuisce che racchiude in sé il germe del disfacimento spirituale e morale, dell’oscuramento dell’anima, che non riguarda solo gli individui, ma i popoli, la loro stessa possibilità di esistere.

    Porto, a conclusione di queste considerazioni, due testimonianze: di un convertito al cattolicesimo ( Tomas Eliot), e di un ebreo neo hegeliano, Karl Lovith.

    “La forza dominante nella creazione di una cultura comune tra i popoli, ciascuno dei quali abbia una cultura distinta, è la religione. Vi prego, a questo punto, di non compiere un errore anticipando quel che intendo dire. Questa non è una conversazione religiosa, né mi dispongo a convertire alcuno. Mi limito a constatare un fatto. Non mi interesso molto della comunione dei cristiani credenti ai giorni nostri; parlo della comune tradizione cristiana che ha fatto l’Europa quella che è, e dei comuni elementi culturali che questa cristianità ha portato con sé (…) Un singolo europeo può non credere che la fede cristiana sia vera, e tuttavia tutto ciò che egli dice e fa, scaturirà dalla parte della cultura cristiana di cui è erede, e da quella trarrà significato. Solamente una cultura cristiana avrebbe potuto produrre un Voltaire e un Nietzsche. Non credo che la cultura dell’Europa potrebbe sopravvivere alla sparizione completa della fede cristiana (…) Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura” (T.Eliot, Appunti per una definizione della cultura in Opere, Classici Bompiani 2003, pagg. 638-639).

    “Il mondo storico – scrive Karl Lovith - in cui si è potuto formare il pregiudizio che chiunque abbia un volto umano possieda come tale la dignità e il destino di essere uomo, non è originariamente il mondo (…) del Rinascimento, ma il mondo del Cristianesimo, in cui l’uomo ha ritrovato attraverso l’Uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo. L’immagine che sola fa dell’homo del mondo europeo un uomo, è sostanzialmente determinata dall’idea che il cristiano ha di sé, quale immagine di Dio (…) Questo riferimento storico (…) risulta indirettamente chiaro, per il fatto che soltanto con l’affievolirsi del cristianesimo è divenuta problematica anche l’umanità” (Karl Lovith, Da Hegel a Nietzsche, Biblioteca Einaudi 1994, pag. 482).

    Tornando all’Europa, sta qui la radice dell’ umanesimo del quale è in debito con tutti. Un umanesimo non nominalistico ma integrale, concreto e fondato in modo trascendente. “Non tutti gli
    umanesimi, infatti, sono equivalenti sotto il profilo morale – diceva Benedetto XVI ai Vescovi sloveni in visita ad limina – Non mi riferisco qui agli aspetti religiosi, mi limito a quelli etico-sociali. A seconda della visione di uomo che si adotta, infatti, si hanno conseguenze diverse per la convivenza civile. Se, per esempio, si concepisce l’uomo, secondo una tendenza oggi diffusa, in modo individualistico, come giustificare lo sforzo per la costruzione di una comunità giusta e solidale?” (24.1.2008).

    Concludiamo con le parole di Gesù; non “si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa, e gli otri van perduti. Ma si mette vino nuovo in otri nuovi, e così l’uno e gli altri si conservano” (Mt 9,17). Il Vangelo è entrato nella storia come carne e sangue, come vita; e la carica rivoluzionaria del Vangelo non è un messianismo ideologico e utopico, né una riforma stanca e impossibile, potremmo dire un semplice e tiepido aggiustamento. La vera rivoluzione del Vangelo è Cristo in noi: da qui nasce e continuamente si purifica e si alimenta l’autentica riforma. Qui sta la “riforma” prima ed essenziale, il “rinnovamento” dell’uomo, cioè la conversione del cuore. La fede immette nel credente l’amore di Cristo e questo amore ne fa una creatura nuova, capace di pensiero e di vita nuova. Capace di partecipare alla storia umana con qualcosa di proprio e di importante da dire per il bene di tutti nel segno della gratuità, e quindi dell’amore. Capace di partecipare alla vita politica nel segno della democrazia e della verità.



    Angelo Card. Bagnasco
    Arcivescovo di Genova
    Presidente della Conferenza Episcopale Italiana
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

  6. #36
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    Grazie di cuore per tutte queste informazioni, veramente il PC ed internet sono cosa buona se saputi usare e sono contenta di queste informazioni e che cercherò piano piano di leggere.
    Pace e bene.

  7. #37
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    Secondo giorno di lavori al Meeting di Rimini. Intervista al cardinale Bagnasco sul ruolo sociale e politico dei cattolici : "Accettabile un federalismo che aiuti lo Stato e non divida il Paese"



    Secondo giorno al Meeting di Rimini, promosso da Comunione e liberazione, dove aumenta di ora in ora il numero dei visitatori. Ieri, l’inaugurazione che ha visto l’applaudito intervento del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana (CEI), ma anche presentazione di mostre e testimonianze, come quella dei fondatori del Movimento dei lavoratori senza terra del Brasile. I particolari della nostra inviata a Rimini, Debora Donnini:

    “'Intaccare direttamente i valori spirituali e morali di una comunità e di un Paese è attaccare la sua integrità”. Un monito rivolto soprattutto all’Europa quello del cardinale Bagnasco. Oggi, ha detto, si vorrebbe negare la dimensione pubblica della fede, ma è scorretto ridurre ogni posizione assunta dai credenti a una scelta confessionale: certi valori, come la famiglia e la vita, anche se sono illuminati dalla fede, sono bagaglio della ragione. Ma come ogni anno, il Meeting è anche presentazione di libri e mostre. Come quella sulla primavera di Praga che con una serie di foto racconta il tentativo fallito di un socialismo dal volto umano, nato all’interno della società cecoslovacca. Siamo nel 1968 e a sedare la domanda di libertà a Praga arrivano i carri armati russi. Un avvenimento condensato in una delle foto: la gente chiede "perché" ai soldati russi e loro non sanno rispondere di fronte alla menzogna che li ha portati lì.

    Il vero senso del protagonismo, cuore di questo Meeting, non può non ritrovarsi nell’esperienza dei fondatori del Movimento dei lavoratori senza terra del Brasile, Marcos e Cleuza Zerbini, raccontata ieri davanti ad una folla commossa. Il loro impegno comincia nel 1986. Marcos e Cleuza aiutano migliaia di persone ad uscire dalla miseria. Grazie al loro movimento, oggi 17 mila famiglie povere hanno un lotto, 10 mila di loro vivono in case già costruite, mentre 47 mila studenti frequentano l’università. Arriva poi la frattura con il partito di sinistra e con la teologia della liberazione. Ma il loro impegno continua. Negli anni, però, Cleuza e Marcos perdono l’entusiasmo, sopraggiunge la stanchezza. E’ allora che l’incontro con Comunione e Liberazione, in cui poi confluirà l’associazione, è determinante. “Abbiamo capito - ha detto Marcos - che da noi dipendeva il Sì, mentre l’esito dipendeva da Cristo. E allora è come se ci avessero tolto 200 chili dalle spalle”. Perché essere protagonisti è dire Sì a Dio.

    Come detto, l'intervento del cardinale Angelo Bagnasco ha catalizzato molta dell'attenzione al primo giorno del Meeting di Rimini. Il nostro inviato, Luca Collodi, lo ha intervistato, chiedendogli anzitutto se si possa parlare oggi di un fondamentalismo ideologico laico, che stia minacciando in questo momento il cristianesimo in Italia e in Europa:

    R. - La tentazione dei fondamentalismi è una tentazione che attraversa la storia di ieri e di oggi e, purtroppo, forse anche di domani. Perché fa parte dell’animo umano il dovere di ritrovare continuamente delle punte di equilibrio, anche da un punto di vista culturale.

    Non so in questo momento, con precisione, se si possa parlare di fondamentalismo anticlericale o anticattolico in Europa, in termini di assolutezza e di certezza. Certamente mi sembra siano innegabili dei fenomeni che qua e là si sono verificati in termini non positivi, non benevoli, verso la presenza della comunità cristiana.

    La risposta della comunità cristiana, della Chiesa messa insieme, è una risposta di fedeltà al Vangelo e di amore all’uomo, a partire proprio dall’annuncio del Vangelo di Cristo, dalla promozione della difesa della ragione, della buona ragione, che oggi è messa sotto accusa, messa in crisi, come se non riuscisse ad arrivare a cogliere la verità, e anche dal punto di vista della concezione antropologica.

    D. – Qui, cardinale Bagnasco, nasce la riflessione che fa la Chiesa sull’impegno in politica dei laici cristiani. Quando la Chiesa tocca questo punto vi sono molte interpretazioni: ci sono distinguo, ci sono polemiche, anche qualche strumentalizzazione. Ma come possiamo invece parlare con serenità di questo, chiarire una volta per tutte cosa significa impegno politico per un cristiano?

    R. – Intanto, è opportuno ricordare quanto il Santo Padre ha detto al Convegno ecclesiale di Verona, quando con molta chiarezza e puntualità ha affermato che la Chiesa non è, in quanto tale, un soggetto politico. Ha aggiunto immediatamente che ciò non significa neutralità di fronte a qualunque posizione - sociale, culturale e via discorrendo - proprio perché la Chiesa ha come missione l’annuncio del Vangelo, l’annuncio di Cristo, e Cristo salva completamente, radicalmente, la persona umana in tutte le sue dimensioni, sia personali che sociali, comunitarie e relazionali. Quindi, la Chiesa non è, e non può essere, neutra o indifferente rispetto a qualunque posizione, anche se come soggetto in quanto tale non entra nell’agone politico. I credenti, come tutti i cittadini, entrano nella politica, nel gioco della democrazia, con la propria coscienza, come tutti, e all’interno del dinamismo democratico portano avanti una visione delle cose che, in parte, nasce chiaramente dalla propria fede e, in altra parte, anche dalla luce della ragione. Quindi, non necessariamente tutte le posizioni dei politici cattolici o, comunque, della comunità cristiana quando si esprime - o degli stessi vescovi a volte, quando si esprimono sui principi generali - sono di tipo confessionale. Bisogna distinguere: alcuni sì, ma altri, per quanto riguarda il valore della persona umana, della vita umana, della società, della famiglia e così via, sono valori che sono di ordine innanzitutto naturale, razionale.

    D. - Protagonista del dibattito parlamentare del prossimo periodo, in Italia, sarà il federalismo. Può, secondo lei, il federalismo rappresentare una nuova esperienza di solidarietà per il popolo italiano?

    R. - Perché un popolo sia tale e quindi ogni persona si possa sentire parte di un popolo, con il desiderio anche di sacrificarsi per questo popolo, per questa comunità - perché la sente come la sua casa, la sua famiglia - è necessario avere un senso di appartenenza, di unità, senza il quale non vi è possibilità di creare storia. Se ognuno va per se stesso, per la propria strada, evidentemente non trova la ragione per spendersi per la cosa comune, per la cosa pubblica. Quindi, se il federalismo viene ad essere un modo per servire meglio dentro a questa unità di popolo che è il nostro Paese, ma come per qualunque altro Paese, certamente è una cosa buona. E’ a completamento e a traduzione di quello che è il compito dello Stato, che è la giustizia. Se il federalismo aiuta la giustizia dello Stato è un bene.

    D. - In conclusione, che cosa può dare la Chiesa all’Italia di oggi?

    R. - La Chiesa desidera continuare ad essere con umiltà un punto di riferimento per le molte comunità parrocchiali, sparse per tutto il territorio nazionale: un grande servizio a tutta la nazione, a tutto il Paese, in forza del proprio messaggio religioso, in forza di quel senso di carità cristiana o di solidarietà evangelica che è tradizione, è patrimonio essenziale della Chiesa e che è a disposizione non di alcuni - i cosiddetti credenti - ma di tutti, come già avviene.

    fonte:Radio Vaticana
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  8. #38
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    Il cardinale Tauran tra gli ospiti principali ieri al Meeting di Rimini, che ha affrontato i temi della pace nel mondo.

    Intervista con Giorgio Vittadini: La Chiesa più protagonista rispetto a 100 anni fa



    Si stima saranno 800 mila le presenze quest’anno al Meeting di Rimini, organizzato da Comunione e Liberazione, giunto oggi al suo terzo giorno. Grande protagonista di ieri la pace in relazione a quelle zone che meno ne godono: dal Caucaso al Medio Oriente. Ne hanno parlato, ieri pomeriggio, il presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, il cardinale Jean-Louis Tauran, il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, e il segretario generale della Lega degli Stati Arabi, Amre Moussa. Rispondendo ad una domanda sulle violenze contro i cristiani in India, il porporato ha detto: il Pontificio Consiglio che presiedo dovrà intensificare i contatti con il mondo indù. Sottolineata anche l’importanza della reciprocità sui luoghi di culto in relazione al mondo musulmano. Il servizio della nostra inviata a Rimini, Debora Donnini:

    La pace, come la guerra, parte dal cuore dell’uomo. Per questo è necessaria una pedagogia. E’ stato questo il richiamo centrale del cardinale Jean-Louis Tauran al Meeting di Rimini:


    “E’ molto importante che i capi religiosi abbiano la preoccupazione di diffondere una pedagogia della pace, perché la guerra nasce nel cuore di ognuno di noi: ogni volta che abbiamo paura dell’altro perché è diverso, ogni volta che consideriamo l’altro come un concorrente, ogni volta che manifestiamo la sete di possesso, di avere sempre più denaro, ebbene lì ci sono germi di guerra!”.

    La pace, ha aggiunto, parte dai credenti. Un richiamo che traspare anche dalle parole del ministro degli Esteri italiano, Franco rattini, che parla del ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale. Un ruolo di riconciliazione in Caucaso: Frattini rilancia l’idea di una Conferenza internazionale da tenersi a novembre a Roma. E, a proposito dell’Afghanistan, spiega: la richiesta di rinegoziare la presenza delle Forze internazionali avanzata dal governo di Kabul, non penso voglia dire ritirare le truppe. Kabul ha ancora bisogno di sostegno nella lotta al terrorismo.


    E il richiamo alla riconciliazione si ritrova anche nelle parole del segretario della Lega Araba, Amre Moussa, che in particolare sottolinea la necessità che si parta dal Medio Oriente. La pace in Medio Oriente, per Moussa, farà la differenza fra la pace e la guerra nel mondo. “Gerusalemme - afferma - deve essere la città della pace per tutti”.


    Anche la politica italiana è, come ogni anno, presente al Meeting. Stamani il ministro della Giustizia, Alfano, conferma: la riforma sì farà. C’è apertura al dialogo, ma ad un certo punto decideremo. Essere protagonisti in relazione a Dio è il filo conduttore di questo Meeting 2008. Un filo conduttore che si declina anche nelle mostre, come quella sulla Torre di Babele, simbolo del desiderio dell’uomo di ‘essere’ autonomamente da Dio. L’ipotesi archeologica ripresa e riproposta con foto e ricostruzioni è che la torre di Babele sia Etemenanki, la costruzione a gradoni edificata da Nabucodonosor a Babilonia. Babilonia, Babele, una radice etimologica comune. Tanti, comunque, gli indizi archeologici.


    E come in tutte le mostre del Meeting sono i volontari ad illustrarle mettendone in luce, al di là di ciò che si vede, anche il messaggio più profondo. La torre di Babele, così come Babilonia nella Bibbia, è simbolo dell’uomo che vuole essere protagonista, staccato da Dio: un Dio che in realtà fa il dono delle lingue ma, appunto, come dono, come nella Pentecoste, compiendo Lui quell’unità tanto ricercata dall’uomo.


    A guidare, com’è noto, gli incontri e le manifestazioni della 29.ma edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli è una frase del fondatore di Comunione e Liberazione (CL), mons. Luigi Giussani, che afferma: "O protagonisti o nessuno". Ma cosa significa essere protagonisti oggi, al di là degli stereotipi per i quali è protagonista solo chi ha successo? Luca Collodi lo ha chiesto a uno dei principali responsabilidi CL, Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà:

    R. - E' qualcosa di positivo, se non si intende solo protagonista alla Phelps. La gente comune è protagonista se è fedele, sincera al desiderio del cuore e se scopre la fede come un’esperienza che la rende capace di rispondere a questo desiderio. Allora, ecco il test del protagonismo del non essere nessuno, con la positività, la letizia, la bellezza che l’esperienza cristiana porta, come dice anche il Papa.


    D. - Qual è il confine concreto oltre il quale si è protagonisti in negativo?


    R. - Quando il protagonismo è ottenere qualcosa al di fuori da sé, che dipende dalle circostanze esterne: protagonista inteso come essere il primo, il dominatore, mentre uno può non esserselo e può vivere benissimo la sua vita, accettando quel che è. L’esperienza cristiana in tutto il mondo vuol dire decine di milioni di persone che nei tempi scorsi e tuttora sono state protagoniste della loro vita, senza avere dominio, potere, soldi o altro.


    D. - Vittadini, l’uomo oggi, l’uomo comune è ancora protagonista?


    R. - L’uomo comune è protagonista se non accetta quel paradigma della filosofia moderna, secondo cui il suo desiderio è ingannevole, secondo cui le risposte al desiderio sono false, secondo cui quindi l’unico uomo che si afferma è il divo. E’ il divo che comanda e gli altri sono tutti schiavi. L’uomo è protagonista se riprende la tradizione umana e cristiana e la vive fino in fondo oggi. Allora, si può vivere da protagonisti. Da questo punto di vista, è una bella battaglia, perché non si vince quantitativamente, si vince qualitativamente. Penso alle minoranze "creative" di Benedetto XVI.


    D. - La Chiesa resta protagonista del terzo millennio o no?


    R. - Direi che è tornata protagonista. Forse era meno protagonista apparentemente nel 1800, o all’inizio del ‘900. Mentre adesso stanno tornando tutti. E si comincia a capire che se non si riparte dalla verità come forza della pace, quello che i Pontefici hanno ripetuto, non si va da nessuna parte. Quindi, direi che il ruolo della Chiesa è protagonista.

    fonte:Radio Vaticana
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    L'intervento al Meeting di Rimini del cardinale Tauran,
    presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso



    Una comune pedagogia della pace
    contro ogni violenza


    Pubblichiamo i punti salienti dell'intervento tenuto ieri, lunedì, a Rimini, in occasione del Meeting per l'amicizia tra i popoli, dal cardinale Jean-Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Un discorso, quello del cardinale Tauran, dedicato alla pace e pronunciato proprio mentre arrivavano dall'India le notizie delle violenze anticristiane a seguito delle quali si sono contati fino a questo momento cinque morti:

    Le religioni e la pace: sarebbe più esatto dire "i credenti e la pace" perché le religioni non fanno la guerra; la fanno i loro seguaci! Anzi c'è chi fa la guerra a nome della religione. Ebbene, i credenti - tutti i credenti - riconoscono che le loro religioni sono orientate verso la pace. La pace considerata come un riflesso dell'armonia divina. Perché tutti i credenti guardano verso Colui in cui "viviamo, ci muoviamo ed esistiamo" (Atti degli apostoli, 17, 28).
    Ogni religione, secondo la propria specificità, racchiude nei suoi testi fondatori o nella sua spiritualità pensieri di pace e indicazioni per edificarla. Ognuna declina a suo modo un'unica parola: Shalom, Salama, Pax!
    Cosa possiamo dire assieme, noi credenti, al mondo precario e violento in cui viviamo?
    Prima di tutto che le ingiustizie, le malattie, le guerre di ogni tipo non sono una fatalità. In realtà sono la conseguenza di tutti i nostri egoismi (personali e collettivi), della nostra ignoranza, dei nostri errori non riconosciuti, della nostra incapacità a trarre insegnamento dalle esperienze - positive e negative - del passato. Ma, noi, credenti, diciamo una seconda cosa a tutti i nostri contemporanei: non crediamo a una fatalità della storia (fatum), non pensiamo che l'uomo sia fondamentalmente cattivo. Confidiamo nell'uomo perché sappiamo che Dio gli ha dato un'intelligenza e un cuore e che, col Suo aiuto, può - anzi deve - essere protagonista di un mondo migliore. Quindi uniamoci per ricordare a tutti che l'umanità è una famiglia dove tutti sono ugualmente amati da Dio; abbiamo una comune origine (siamo "creature") e abbiamo una comune finalità (incontro con Dio).
    Mettiamo a disposizione di tutti una nostra esperienza: siamo abituati, nelle nostre assemblee religiose, a vivere la diversità nell'unità. Questo savoir faire può essere di aiuto per superare pregiudizi e rancori e scoprire la parte migliore dell'altro.
    La solidarietà è una priorità! Nessuna pace senza giustizia! Tutte le religioni invitano i loro seguaci alla compassione: un credente non può essere indifferente di fronte all'uomo che soffre o che è vittima di chi è più forte di lui. L'educazione alla pace, che comincia nella famiglia e nella scuola, è la migliore delle strategie per assicurare la tranquillità e l'armonia di domani.
    Cosa possiamo offrire a questo mondo di oggi? Una pedagogia della pace!
    Quali credenti, sappiamo che è nel cuore della persona umana che nascono la pace e la guerra. Ognuno di noi deve scegliere tra il bene e il male. Quindi i responsabili religiosi hanno il dovere di indicare la via da intraprendere per dare a ognuno la possibilità di scegliere, nella libertà e con responsabilità, la via giusta. Ecco perché sono del parere che i credenti abbiano la missione di essere protagonisti di una vera e concreta "pedagogia della pace", ovvero: primato della persona umana sullo Stato e sull'organizzazione economica della società (qui troviamo tutta la problematica legata ai diritti dell'uomo, con peculiare interesse per la libertà di religione); speciale attenzione alla giustizia (senza cibo, cultura e solidarietà le società possono generare ogni tipo di estremismo); rifiuto della guerra quale mezzo per risolvere le controversie tra Stati; primato del diritto sulla violenza (il ricco patrimonio giuridico a disposizione dei responsabili politici permette di evitare ai più deboli di essere vittime della cattiva volontà, della forza o della manipolazione dei più forti).
    Quali credenti, abbiamo quindi un vasto campo dove collaborare perché la pace tra persone e popoli diversi diventa sempre di più una realtà per oggi e domani. Insieme possiamo mobilitare le coscienze perché finalmente gli uomini capiscano che non possiamo essere felici gli uni senza gli altri e certamente mai gli uni contro gli altri!
    Per arrivare a tale risultato c'è bisogno di imparare l'arte del dialogo che permette di conoscere l'altro e i suoi valori, senza rinunciare alla propria identità. Onde l'attualità e l'importanza del dialogo interreligioso. Benedetto XVI lo sottolineava di recente: "Il senso religioso radicato nel cuore dell'uomo apre uomini e donne verso Dio e li guida a scoprire che la realizzazione personale non consiste nella gratificazione egoistica di desideri effimeri. Esso, piuttosto, ci guida a venire incontro alle necessità degli altri e a cercare vie concrete per contribuire al bene comune. Le religioni svolgono un particolare ruolo a questo proposito in quanto insegnano alla gente che l'autentico servizio richiede sacrificio e autodisciplina che a loro volta si devono coltivare attraverso l'abnegazione, la temperanza e l'uso moderato dei beni naturali" (Incontro interreligioso, cattedrale di Sydney, 18 luglio 2008).
    Alla fine, basta ricordare che Dio continua a dire ai figli d'Abramo: "non uccidere", "ama il prossimo come te stesso", "la tua religione non è autentica se tu non auguri all'altro ciò che tu auguri per te stesso".
    La Chiesa cattolica è concretamente impegnata nella promozione e nella difesa della pace attraverso la dottrina sociale, la giornata annuale di preghiera per la pace e la diplomazia. Essa ha avuto cura di agire sempre in armonia con i seguaci delle altre religioni: due incontri di preghiera "ecumenica" ad Assisi, che significa non una preghiera comune - che si configurerebbe come sincretismo - ma una presenza comune per pregare.
    Il messaggio per la pace del 1° gennaio 1992 aveva come tema: "Credenti: tutti uniti nella costruzione della pace". Dio è paziente: affida alla libertà e alla creatività dell'uomo il suo progetto. Comunque sia, come ha scritto magnificamente Giovanni Paolo II nel Primo messaggio per la giornata mondiale della pace del suo Pontificato, "la pace sarà l'ultima parola della Storia" (1 gennaio 1979)!
    Ecco alcuni elementi del contributo che i credenti, nel rispetto della specificità della religione di ognuno, possono offrire. È un messaggio di cui l'umanità ha bisogno, specialmente i giovani, qui così numerosi. A questi giovani, troppo spesso eredi senza eredità e costruttori senza modelli, dobbiamo dare o ridare il gusto di vivere e di vivere assieme.



    (©L'Osservatore Romano - 27 agosto 2008)
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  10. #40
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    I cristiani nel mondo arabo

    “Proprio perché non siamo nessuno, noi siamo protagonisti”. Ribaltando così il titolo del Meeting Paul Hinder, vicario apostolico per l’Arabia, descrive la situazione dei cristiani negli Emirati Arabi dove vive e svolge la sua missione apostolica di Vescovo. Forse ci si aspettava una personalità pronta ad infiammarsi nel raccontare tutte le difficoltà e le conquiste che in questi anni hanno caratterizzato la vita delle comunità cristiane nel complesso mondo arabo. E invece Mons. Hinder sorprende per la pacatezza con la quale spiega come sia vero che lì manca il concetto stesso di libertà individuale, ma ciò che è fondamentale è accostarsi a questa realtà avendo innanzitutto chiaro che “è un mondo di fede; per i musulmani la fede è parte integrante della vita”.
    La sua diocesi è la più grande del mondo, nella grande Dubai c’è solo una chiesa, e si dice preoccupato per i limiti entro cui possono svolgere le attività di culto. Nonostante questo, ciò che il vicario è venuto a testimoniare al Meeting, è la gioia di essere protagonisti proprio perché così piccoli all’interno del grande mondo arabo. Ha voluto iniziare l’incontro mostrando le foto delle celebrazioni all’ inaugurazione di una chiesa con migliaia di persone in festa.
    E migliaia sono anche le persone che affollano tutte le messe della Settimana Santa e seguono la croce durante la via crucis. Gli preme sottolineare che fuori dalla chiesa ci sono i fogli con l’elenco delle messe perchè celebrate in più di dieci lingue e che ad ogni ora i fedeli affollano la cattedrale. Non gli interessa soffermarsi sul fatto che la nuova chiesa non è riconoscibile dall’esterno e non pone l’accento sul fatto che devono far tutto a bassa voce o non parcheggiare davanti al cancello di un musulmano per non arrecare disturbo. Anche quando Roberto Fontolan, direttore del centro internazionale di Comunione e Liberazione che modera l’incontro, gli chiede cosa ne pensa della reciprocità di cui si è tanto parlato riguardo alla costruzione di chiese e moschee, lui risponde così: “è un errore insistere sulla reciprocità in senso matematico. Non si possono imporre democrazia e diritti come li conosciamo noi, perché sono frutto di un percorso che non è detto sia quello che devono fare gli Emirati Arabi”.
    “Non possiamo prescindere dal dialogo interreligioso - continua - e in questo dialogo dobbiamo rifarci alla nostra tradizione in cui l’uomo, per la sua dignità, è uguale davanti a Dio. Su questa base si può chiedere che sia permesso, alle migliaia di stranieri che lavorando hanno prodotto il miracolo economico di questi paesi, di esercitare liberamente e pubblicamente il proprio credo”.
    Con l’umiltà che caratterizza i Cappuccini, ordine cui monsignor Hinder appartiene, riprende una regola cara a san Francesco, per cui solo “quando vedessimo che piace al Signore, annunciamo la parola di Dio”. Il religioso ritiene sia necessario risolvere il conflitto israelo - palestinese che condiziona tutti i rapporti con il mondo musulmano che anche lui intrattiene; sostiene che purtroppo è possibile che venga a mancare la presenza dei cristiani in luoghi come l’Iraq dal quale le comunità stanno fuggendo. “Aspiro ad avere la possibilità di costruire chiese nella mia diocesi ed a maggiore libertà, ma tutto ciò deve essere risolto e perseguito nella comprensione reciproca e nella convinzione che Dio stende sempre la sua mano e ci protegge, ed è dunque necessario guardare a Lui”, che non mancherà di far arrivare anche per i cristiani del mondo arabo il momento di annunciare con maggiore libertà la parola di Dio.
    Rimini, 26 agosto 2008
    (A.P.)

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    Partire per rimanere: comunione e missione in Russia
    Incontro con l’arcivescovo di Mosca monsignor Paolo Pezzi

    Un auditorium stracolmo di persone ha accolto con un grande applauso l’ingresso in sala di monsignor Paolo Pezzi. L’occasione è stata l’incontro svoltosi alle 17 in sala D7 dal titolo “Partire per rimanere: comunione e missione in Russia” che ha visto come protagonista il sacerdote di origini romagnole nominato da poco meno di un anno arcivescovo di Mosca.
    “Sono quasi imbarazzato nel darle del ‘lei’ – ha detto nell’introduzione Alberto Savorana, portavoce di Comunione e Liberazione – per quell’amicizia che con don Paolo ho condiviso fino adesso. Ci tengo a chiedergli che cosa ha generato il ‘sì’ di un giovane in servizio di leva all’invito di un commilitone. Chi avrebbe mai immaginato questo filo della storia?”. Ricordando l’esperienza da seminarista di don Luigi Giussani, Savorana ha poi aggiunto che “oggi don Gius si compiace perché un suo figlio è stato chiamato a collaborare affinché quel suo sogno giovanile di unità della Chiesa di Dio diventi realtà”.
    “Quando mi hanno chiesto di parlare a questo Meeting – ha esordito monsignor Pezzi – ho subito pensato a quando venticinque anni fa io montavo questo palco come volontario. C’era il mio amico Aldo che teneva la supervisione, sapeva tutto di come si doveva lavorare. E io seguivo lui. Oggi sono a parlare da questo palco, ma nella sostanza è lo stesso”. Gli applausi dei presenti quasi coprono le parole dell’arcivescovo. “Nella mia vita ho sempre cercato la risposta al mistero di Dio – ha continuato -, magari anche ingenuamente e incoscientemente, ma ho scoperto con stupore un disegno buono sulla mia vita”. E così, continuando il paragone con la sua esperienza di volontario al Meeting, monsignor Pezzi ha tenuto a precisare che oggi per lui “dire sì a Cristo nell’accettare la nomina del Papa è come quando venticinque anni fa dicevo di sì ad Aldo che mi chiedeva di portargli una chiave numero cinque per montare il palco”.
    “Come posso allora servire questo mistero?” si è chiesto. “Per rispondere devo rimanere in rapporto con Dio, perché il sì a Cristo è sempre un sì a persone e circostanze concrete. Per questo mi interessava di più il sì che continuare a sognare circostanze favorevoli al mio temperamento. Ciò che fa fiorire il deserto è l’offerta quotidiana. Perché anche la vita di tutti i giorni di un vescovo è piena di cose aride, ma questa è un’occasione di protagonismo solo se si offre ogni cosa a Cristo”.
    Passando a spiegare il titolo scelto per l’incontro, il presule ha raccontato di un aneddoto avvenuto quindici anni fa, quando prima di ripartire per la Russia era stato a trovare un amico monaco della Cascinazza, nell’hinterland milanese. “Gli dissi che lui rimaneva in monastero perché io potessi partire. Non si rimane infatti se non per partire. E non si parte se non per rimanere. Solo rimanendo nello stupore ritrovo il gusto dell’avventura della mia vita e della missione che ho imparato a gustare all’interno della Fraternità San Carlo Borromeo e nel rapporto con don Massimo Camisasca”.
    Il sì pronunciato da monsignor Pezzi è sempre stato un gesto concreto, di cui fare memoria e poter rendere testimonianza. “Nel 1984, in occasione del trentennale del movimento – ha raccontato – scrissi a don Giussani che ero così grato dell’esperienza vissuta da essere disposto ad andare ovunque nel mondo. Non avevo mai pensato alla Russia, se non per le affascinanti letture del Samizdat. Partire per rimanere per me è stata una condivisione di vita, che oggi si riflette nell’attirare uomini in un miracolo di comunione. La vita si trasforma solo nell’obbedienza – ha aggiunto – che è la condizione secondo la quale tutto quello che fai esprime la comunione che affermi, piegarsi alle circostanze invece che perseguire un proprio progetto”.
    Nell’ultima parte del suo intervento monsignor Pezzi si è soffermato a parlare della situazione della Russia, sottolineando un problema fondamentale di metodo: “Oggi ci si arresta a livello di analisi della situazione, dimenticando qual è la priorità e il punto di partenza. Per chi vive in Cristo l’ecumenismo è infatti l’andare verso l’altro col desiderio di conoscere la verità in lui presente. Attraverso di me la presenza di Cristo tende a diventare trasparente e questo lo posso vedere nella mia amicizia con alcuni preti ortodossi con i quali ci troviamo in incontri informali che hanno a tema l’educazione di noi stessi e di chi incontriamo”.
    “Tutta questa mia esperienza – ha concluso il vescovo – mi fa guardare con pietà alle persone che incontro senza voler ingrossare le fila. Per me significa guardare con attenzione alla realtà della Russia e della sua Chiesa ortodossa, ricordandomi che tutti gli uomini, compresi i russi, sono bisognosi di Cristo”.
    “Carròn tempo fa ci diceva che c’è un inconveniente in tutto questo: – ha affermato Savorana nel chiudere l’incontro - noi non possiamo pretendere di partire da Dio. Si parte dalla realtà. Per dare ragione di questa realtà io devo iniziare un percorso, come don Paolo ci ha testimoniato, per poter poi arrivare a dare un nome a questa realtà. Il suo motto episcopale è ‘Gloriae Christi passio’, desiderio e passione per la gloria di Cristo. Noi facciamo il Meeting – ha aggiunto il portavoce di Cl – animati dentro la nostra incoerenza dallo struggimento che quel nome sia conosciuto, incontrando tutto e tutti”.

    (G.B.)
    Rimini, 26 agosto 2008
    martedì 26 agosto 2008

    fonte:http://www.meetingrimini.org/
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

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