Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: XLIII Meeting per l'amicizia fra i popoli (Rimini, 20 - 25 agosto 2022))

  1. #1
    Gilbert
    visitatore

    Post XLIII Meeting per l'amicizia fra i popoli (Rimini, 20 - 25 agosto 2022))

    Tutte le informazioni sul Meeting 2007
    http://www.meetingrimini.org/default...73&edizione=-1
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    Sport - Villaggio ragazzi
    Sala stampa

    Aprirà il Meeting la Santa Messa (Ore: 10.30 Auditorium D5)
    Celebra S. Em. Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato di
    Sua Santità. Ripresa in diretta RAI 1.

  2. #2
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    è molto bello il meeting...come al solito ci sono dei personaggi famosi e molto bravi...sarà sicuramente un momento di riflessione...comune sulle problematiche odierne...

  3. #3
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    OMELIA DEL CARDINALE SEGRETARIO DI STATO TARCISIO BERTONE , 19.08.2007

    Eminenza Reverendissima,

    Eccellenza Reverendissima,

    cari sacerdoti,

    cari fratelli e sorelle,

    grazie di cuore per avermi invitato a presiedere questa Eucaristia con cui si inaugura l’edizione 2007 del Meeting per l’Amicizia tra i Popoli. Saluto cordialmente i promotori e gli organizzatori del Meeting, i responsabili e i membri di Comunione e Liberazione, le Autorità, gli invitati e tutti i presenti. Con gioia adempio al gradito compito di recarvi il saluto benedicente e l’augurio del Santo Padre Benedetto XVI, il Quale mi ha pregato di assicurarvi la Sua spirituale vicinanza con l’auspicio di pieno successo per questa benemerita iniziativa, che Egli ben conosce e apprezza da molto tempo.

    Soprattutto nelle ultime edizioni, il Meeting si è posto l’interrogativo, calibrato secondo diverse angolature e punti di vista, circa la realtà dell’uomo e le dimensioni costitutive della sua personalità, della sua sete di conoscere e di conseguire la felicità. Ciò vi ha condotti a più riprese ad una approfondita riflessione intorno a tutto ciò che collega l’uomo al suo destino e alla sua insopprimibile brama di infinito. Nell’edizione di quest’anno, la domanda di fondo che intendete porvi concerne la verità, come appunto recita il titolo particolarmente evocativo che è stato scelto: La verità è il destino per il quale siamo stati fatti.

    La sete di verità costituisce, da sempre, un anelito profondo e una sfida impegnativa per ogni essere umano. L’uomo, infatti, è per sua natura "curioso", portato cioè a dare risposte ai tanti "perché" della vita, a cercare la verità. Il compianto Papa Giovanni Paolo II, nella magistrale Lettera enciclica Fides et ratio, così si esprime a questo riguardo: «L’uomo, per natura, ricerca la verità. Questa ricerca non è destinata solo alla conquista di verità parziali, fattuali o scientifiche … La sua ricerca tende verso una verità ulteriore che sia in grado di spiegare il senso della vita; è perciò una ricerca che non può trovare esito se non nell’assoluto» (n. 33). E poco prima definisce in maniera semplice ma estremamente efficace l’uomo come colui che cerca la verità (n. 28).

    Nell’attuale contesto socioculturale, non di rado purtroppo la verità viene a perdere il suo valore universale per diventare un riferimento "relativo". Di fatto il termine verità viene spesso equiparato a quello di opinione, e viene allora necessariamente declinato al plurale: esistono allora tante verità, cioè tante opinioni tra loro spesso ben divergenti. Talora si ha come l’impressione che, nel clima di relativismo e di scetticismo che pervade la nostra civiltà, si giunga sino a proclamare una radicale sfiducia nella possibilità di conoscere la verità. Non è forse vero che in questo atteggiamento moderno nei confronti della verità percepiamo, nel modo più stringente, tutto lo scetticismo di fondo contenuto nell’inquietante domanda di Pilato di fronte a Cristo: "Che cos’è la verità?" (Gv 18,38).

    In un bel saggio scritto alcuni anni fa, l’allora Cardinale Joseph Ratzinger, rifacendosi ad un libro di successo dello scrittore e filosofo C. S. Lewis, Le Lettere di Berlicche, nel quale un diavolo di grado più elevato – di nome Berlicche appunto - indirizza al nipote Malacoda trent’uno lettere contenenti istruzioni su come comportarsi nell’opera di seduzione dell’uomo - libro che per altro so essere molto popolare anche tra di voi! -, il Cardinale Ratzinger, dicevo, nota «come non sia moderno oggi interrogarsi sulla verità. Il piccolo diavolo aveva espresso preoccupazioni al suo superiore per il fatto che persone particolarmente intelligenti leggessero i libri della sapienza degli antichi ed in tal modo si potessero così mettere sulle tracce della verità; Berlicche lo tranquillizza, ricordandogli che "l’unico problema che con sicurezza non si porrà mai è quello della verità di quanto si è letto; ci si interrogherà invece su influssi e dipendenze, sullo sviluppo dello scrittore interessato, sulla storia degli effetti della sua opera e così via". Il risultato di una simile operazione è chiaramente l’immunizzazione nei confronti della verità (Fede, Verità, Tolleranza, Siena 2002, p. 195).

    Riprendendo questo stesso tema, qualche anno dopo, durante un incontro con gli studenti dell’Università Lateranense, Joseph Ratzinger divenuto Benedetto XVI ha affermato: «Se si lascia cadere la domanda sulla verità e la concreta possibilità per ogni persona di poterla raggiungere, la vita finisce per essere ridotta ad un ventaglio di ipotesi, prive di riferimenti certi» (L’Osservatore Romano 22 ottobre 2006, pp. 6-7). Ma non solo: in una simile prospettiva la vita, privata di certezze, diviene opaca, priva di senso e ultimamente esposta ad ogni possibile forma di violenza e di sopraffazione, come purtroppo la cronaca di ogni giorno ci obbliga a constatare.

    La Parola di Dio di questa XX Domenica del tempo ordinario ci aiuta a compiere un’utile riflessione proprio su queste tematiche. Il brano della prima lettura, tratto dal libro del profeta Geremia (38,4-6.8-10), narra l’esperienza di questo profeta presente a Gerusalemme durante l’assedio ad opera dei babilonesi. Egli afferma che non c’è possibilità di resistenza, perché questa porterebbe soltanto a conseguenze peggiori, e quindi consiglia di trattare con Nabucodonosor. Ma la gente, e specialmente i capi, non sono d’accordo; vogliono una resistenza ad oltranza, pronti a sostenere l’assedio fino all’ultimo. Anzi, considerando Geremia un disfattista, diventano furiosi contro di lui. Il re Sedecia non osa opporsi ai capi, decisi ad infliggere al profeta un castigo molto duro, e li lascia fare. Geremia viene allora preso e gettato in una cisterna. In quale situazione tremenda e persino paradossale viene a trovarsi il profeta! Parla a nome di Dio, ma subisce l’ostilità da parte dei suoi; addirittura sembra che il Signore stesso non lo protegga e lo abbandoni nelle mani dei nemici.

    Il profeta annuncia non una verità di compromesso o di comodo, una verità opportunistica, ma la verità nella sua interezza, una verità corrispondente alla precisa volontà divina, anche se scomoda. Chi lo ascolta ascolta Dio, chi lo contrasta si pone contro Dio. Geremia rinchiuso nella cisterna fa pensare a Gesù che, per aver reso testimonianza alla verità, verrà messo a morte e conoscerà il buio della tomba, ma, come il profeta sarà estratto dalla cisterna, così il Cristo risorgendo da morte lascerà vittorioso il sepolcro.

    Chi è deciso a servire la verità, chi vuole mantenersi fedele a Dio, si deve preparare a sperimentare su di sé la stessa condizione di Geremia, la stessa sorte di Cristo. Scrive Raimondo di Penafort che quanti vogliono vivere pienamente in Cristo soffrono persecuzione. Ma il cristiano, commenta san Gregorio Magno, quando è illuminato dalla vera sapienza, non si spaventa per le derisioni e il biasimo ingiusto a cui è sottoposto, e Teodoreto di Ciro aggiunge che la fortezza con cui Cristo affrontò la morte deve essere stimolo per noi ad affrontare coraggiosamente le prove della vita. Quando sembra che Iddio stesso ci abbia abbandonato, è in quel momento che è necessario perseverare nella preghiera; è allora che, facendo nostra l’invocazione del Salmo responsoriale, ripetiamo pieni di fiducia: "Vieni presto, Signore, a liberarmi", certi di essere esauditi. Come infatti Dio venne in soccorso di Geremia provocando l’intervento di Ebel-Melech per salvarlo, così si fa presente con il suo aiuto provvidenziale accanto a coloro che soffrono e sono rigettati a causa della verità e della giustizia.

    Anche il brano evangelico, che abbiamo poco fa ascoltato, ci consegna un messaggio importante: ci invita a non cedere a compromessi quando è in gioco la verità del nostro rapporto con Dio. Dice Gesù: «Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione» (Lc 12,51). Gesù dunque è venuto ad accendere il fuoco della discordia tra gli uomini e persino nelle famiglie? Ma come è possibile se Dio è il Dio della pace e dell’amore, e Cristo è la nostra pace (cfr Ef 2,14)? Gesù non è morto in croce per distruggere nel suo corpo tutte le inimicizie (cfr Ef 2,14-18)? E non è Lui ad averci ordinato di amare perfino i nemici (cfr Mt 5,44; Lc 6,27-35)? Il suo Regno non si realizzerà appieno con l’instaurazione appunto dell’unità e della pace (cfr 1 Cor 15,28)? In realtà, proprio la difesa della pace, dell’amore, della verità e del bene sono all’origine di una lotta senza quartiere tra l’Onnipotente e Satana, il suo vero avversario, il cui obbiettivo è distruggere l’opera di Dio e distogliere l’uomo dalla sua amicizia. Sin dall’origine dell’umanità, sin dal tragico evento del peccato originale, Satana è contro di Lui e vorrebbe, se gli fosse possibile, persino annientarlo per instaurare il suo regno di caos, di odio e di infelicità. Suo scopo è attrarre a sé l’uomo e soggiogarlo. Per fare questo deve in ogni modo separarlo da Dio.

    La storia dimostra che da sempre, purtroppo, tanti uomini cadono nella rete satanica; si illudono di costruire il progresso e di raggiungere la felicità seguendo i fallaci suggerimenti del Maligno che spinge l’uomo a realizzare se stesso da se stesso, a prescindere da Dio o addirittura contro Dio. Il risultato però è l’insuccesso e la rovina, l’infelicità e la morte. Gesù è venuto a smascherare la subdola ed abile strategia diabolica. Ha indicato a tutti Satana come l’unico vero nemico di Dio e dell’uomo ed ha ingaggiato contro di lui la grande lotta della salvezza. Il fuoco che Egli è venuto a portare sulla terra è pertanto quello della divisione dal demonio; il fuoco della verità che illumina il vero volto di Satana come padre della menzogna; il fuoco che fa distinguere con chiarezza il bene dal male, la verità dall’errore. Un fuoco, quindi, di "santa" discordia e che obbliga ciascuno di noi a prendere posizione, a decidere chiaramente se stare con Dio, o contro di Lui.

    Conoscere e scegliere la verità è stare con Cristo. La verità – come sottolinea il tema del Meeting – è il destino per il quale siamo fatti. Quanto attuale è oggi la parola di Cristo, che sentiamo sempre risuonare in noi come una costante provocazione: «Io sono la verità» (Gv 14,6)! Cristo è l’unico che può identificare la verità con una persona; Egli è la verità resa persona, resa umanità, e chi lo cerca e lo segue realizza pienamente se stesso. "Se rimanete fedeli alla mia parola – Egli dice – sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" (Gv 8,32).

    Nella citata Enciclica Fides et ratio il Papa Giovanni Paolo II scriveva: «Chi vive per la verità è proteso verso una forma di conoscenza che si infiamma sempre più di amore per ciò che conosce» (n. 42). Ed allora ci chiediamo con sant’Agostino: «Quid fortius desiderat homo quam veritatem? - Che altro più ardentemente desidera l’uomo se non la verità?». Tutta l’esistenza dell’uomo è percorsa da questo interrogativo che trova risposta piena nell’incontro con Cristo.

    Possa il Meeting aiutare la nostra società a comprendere che "la verità è il destino per il quale siamo fatti". Ci ottenga Maria, Mater Veritatis, di essere ricercatori infaticabili della verità che è Cristo.

    [01149-XX.01] [Testo originale: Plurilingue]

    [B0431-01.01]

    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  4. #4
    Gilbert
    visitatore
    Il quotidiano Meeting di oggi lunedì 20 agosto riporta le notizie e gli
    incontri che ci sono stati ieri e anticipa quelli di oggi.

    http://www.meetingrimini.org/default...lue=1187568000

  5. #5
    Iscritto
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    paxus oinos
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    destino

    ho una perplessità che mi tormenta da quando ho letto il titolo del meeting 2007:la parola destino...
    ho forti dubbi, anche se non conosco l'autore di questa frase, semmai dovesse esistere.
    aiutatemi. la dottrina della chiesa non parla quasi mai, o meglio ha un'altra visione sul destino così propriamente detto.
    mah?
    che CL si affacci anch'essa alla new age o altro?

  6. #6
    Gilbert
    visitatore
    "Destino" in questa frase significa né più né meno "fine ultimo".
    Ciao

    P.S.
    Si possono vedere alcuni dei tanti incontri che ci sono al Meeting a questo indirizzo www.meetingrimini.tv
    Ultima modifica di Gilbert; 21-08-2007 alle 15:16

  7. #7
    Gilbert
    visitatore
    LA VERITA' E' IL DESTINO PER IL QUALE SIAMO STATI FATTI

    Di seguito riportiamo il discorso di Don Francesco Ventorino durante l'incontro al Meeting di Rimini
    "La verità è il destino per il quale siamo stati fatti"

    Ho un ricordo ancora vivo – sono passati quarant’anni – dell’urlo di mia madre di fronte al cadavere di mia sorella, morta improvvisamente perché aveva voluto portare avanti una gravidanza a rischio: «Dottore, perché è morta mia figlia?». Il medico non ha capito il significato della domanda e le ha spiegato come era morta: per un embolo. Ma mia madre, una donna del popolo e quasi analfabeta, poneva un’altra domanda: «Perché una donna muore a trenta anni, per dare la vita ad un figlio che vive sette giorni e poi muore a sua volta». Era la domanda sul destino della vita, della vita di sua figlia, di quella del figlio di sua figlia e di ogni uomo. Era una domanda che nasceva da quell’esigenza di cui è costituito il cuore di ogni uomo, «esigenza clamorosa, indistruttibile e sostanziale – l’avrei sentita definire poi da don Giussani – ad affermare il significato di tutto» .

    1. Ma la vita ha un destino?
    Negli ultimi anni alcuni intellettuali in Italia si sono affaticati nel dimostrare che questa, la domanda di mia madre, è una domanda senza senso.
    L’uomo non sarebbe altro che un animale prodottosi nel corso di un’evoluzione che non risponde ad alcun disegno divino, né ad alcuna finalità prestabilita. Il ruolo della specie cui apparteniamo non sarebbe superiore a quello delle api o delle formiche o dei passeri, cioè produrre e riprodursi.
    A questa domanda, dunque, non ci sarebbe risposta e quindi non avrebbe senso neanche porsela. E così sono stati liquidati in maniera semplicistica i più grandi pensatori e poeti di tutta l’umanità considerati come degli imbecilli che per tutta la vita si sono cimentati con una domanda che sarebbe addirittura contro la ragione.
    Dietro questa ostinata negazione di un senso, di una verità e di un destino della vita c’è una paura – l’ha rivelata da tempo Gianni Vattimo –, è la paura che «se c’è una natura vera delle cose, c’è anche sempre un’autorità – il papa, il comitato centrale, lo scienziato oggettivo, ecc. – che la conosce meglio di me e che può impormela anche contro la mia volontà». Perché «a che altro serve insistere sulla oggettività e la “datità” del vero, se non a garantire qualche autorità a qualcuno?» .
    Non ci sarebbe, dunque, altro fondamento delle leggi etiche e giuridiche se non il consenso sociale.
    Oggi dietro la pretesa di equiparare le coppie di fatto, etero ed omo- sessuali, alla famiglia fondata sul matrimonio si nasconde la stessa paura: quella che si possa affermare la natura vera delle cose e la stessa diffidenza nei confronti di chiunque e di qualunque istituzione voglia difendere «l’oggettività e la “datità” del vero».
    Don Carrón agli Esercizi della Fraternità di Comunione e Liberazione di quest’anno, come esempio di questa mentalità, citava Rorty, il quale afferma:
    «Non vi è niente di profondo in noi se non quello che noi stessi vi abbiamo messo, nessun criterio che non sia stato creato da noi nel corso di una pratica, nessun canone di razionalità che non si richiami a un tale criterio, nessuna argomentazione rigorosa che non sia l’osservanza delle nostre stesse convenzioni» .
    Niente “dato”, dunque, – concludeva don Carrón – tutto “convenzione”.
    Il nichilismo, cioè la negazione che ci sia una verità e un destino della realtà, è l’orizzonte teorico in cui si colloca e si giustifica la nostra “civiltà dei consumi”, perché se la realtà non ha una sua verità e neanche l’uomo possiede un suo destino, il consumare, assecondando l’istinto del benessere, è l’unico rapporto che l’uomo può stabilire con il reale.
    Da quest’atteggiamento, che vale per ogni rapporto, nasce quella concezione per la quale le cose, il denaro, il sesso, l’amore e perfino la vita propria e altrui diventano una proprietà gestita secondo il modello dell’“usa e getta”.
    «Proporvi, o imporvi, delle verità – scrivevano quest’anno degli insegnanti di un liceo della mia città, Catania, a degli alunni che avevano chiesto delle certezze per vivere per morire – è integralismo, cioè barbarie, e pertanto questo atteggiamento non può avere luogo nella scuola pubblica, cioè democratica e laica» .
    Questa rinuncia della scuola pubblica, laica e democratica, a proporre delle verità non è recente. Ricordo che quand’ero giovane insegnante di Religione nello stesso Liceo mi sono dovuto opporre, provocando uno scandalo generale, ad un Consiglio di classe, che si era trovato unanime nella decisione di punire in modo esemplare un ragazzo e una ragazza che erano stati sorpresi a baciarsi sullo scalone della scuola, adducendo questa motivazione che chiedevo fosse messa a verbale: «La scuola prima insegna che la morale non è altro che una convenzione sociale e poi vuole punire dei ragazzi che muoiono dalla voglia di baciarsi e che non avrebbero dovuto farlo solo per rispettare una convenzione che domani potrebbe cambiare [come di fatto è accaduto], magari quando loro non ne avranno più né la voglia, né la capacità».
    Il Preside, intelligente, avendo intuito che io volevo rovesciare le parti e accusare loro di corruzione di minorenni, ha subito sospeso la seduta, comminando ai quei ragazzi solo la minima sanzione disciplinare.
    Non ci si strappi le vesti poi, quando ci si trova – come accade spesso ai nostri giorni – di fronte alla violenza dei giovani contro se stessi e contro gli altri, né ci si affanni ipocritamente a cercare spiegazioni altrove e a trovare affannosamente dei rimedi efficaci.
    L’unico rimedio serio sarebbe quello di impedire la corruzione morale derivante da un simile argomentare, che si ammanta arbitrariamente della dignità del pensiero “laico”. Ma il pensiero veramente laico ha tutt’altra profondità e grandezza, come vedremo.
    Ci troviamo di fronte ad una dissoluzione dell’uomo caparbiamente perpetrata – come diceva don Giussani – pur di non riconoscere che la sua ragione è strutturalmente apertura al Mistero, grido e domanda di significato e di verità, pur essendo questo «un cammino di ricerca, umanamente interminabile»

    2. La domanda sul destino della vita costituisce il cuore di ogni uomo
    «Ma non ha ragione, non ha ragione il nichilista!», ha gridato una volta don Giussani qui a Rimini agli universitari di Comunione e Liberazione, perché è grande – Dio come è grande! – l’uomo, il giovane, il ragazzo quando guarda la sua ragazza, mentre lei non lo vede, perché sta andando via, la guarda e sente il meglio di sé venire a galla: gli viene [...] un’adorazione. Giusto! Perché quel volto è il simbolo di Colui che ci ha fatti per Sé, cioè per la felicità, che è la bellezza come ha capito Leopardi nell’inno Alla sua donna, che è la verità» .
    Perché non ha ragione, dunque, il nichilista? Perché egli andrebbe contro quel meglio di sé che gli viene su dal suo cuore, cioè da quel complesso di evidenze e di esigenze, che lo costituiscono strutturalmente e che gli impediscono di dire che la sua ragazza è un niente; anzi lo spingono ad una adorazione di quella misteriosa promessa che nella bellezza di lei si rende presente.
    Il cuore è ciò che Pirandello, un vero laico e mio conterraneo, in Uno, nessuno e centomila, chiama quel “punto vivo” che è dentro di noi e che scatta quando qualcuno o qualcosa lo provoca. Vitangelo Moscarda, che è un banchiere, provocato dal suo amico, che proditoriamente lo accusa di essere un usuraio, e dalla risata cinica con cui sua moglie commenta questa accusa, reagisce così:

    «Ebbene, da quella risata mi sentii ferire all’improvviso come non mi sarei mai aspettato che potesse accadermi in quel momento…: ferire addentro in un punto vivo di me che non avrei saputo dire né che né dove fosse; […] un “punto vivo” in me s’era sentito ferire così addentro, che perdetti il lume degli occhi» .
    E più avanti dice:
    «Quel punto vivo che s’era sentito ferire in me… era Dio senza alcun dubbio: Dio che s’era sentito ferire in me, Dio che in me non poteva più tollerare che gli altri a Richieri mi tenessero in conto d’usurajo». .
    Don Giussani ha insistito per tutta la vita sull’importanza del cuore, di questo criterio oggettivo che abbiamo in noi:
    «la natura lancia l’uomo nell’universale paragone, dotandolo di quel nucleo di esigenze originali, di quella esperienza elementare di cui tutte le madri allo stesso modo dotano i loro figli» .
    Questo è il criterio della verità ed il fondamento della nostra libertà:
    «Se non si afferma la verità del nostro cuore, siamo preda degli avvoltoi che dominano il mondo. Ogni uomo è avvoltoio verso l’altro, rapinatore dell’altro; non solo i potenti, ma anche il compagno può essere il rapinatore della tua anima, sfruttatore di te, può tentare di strumentalizzarti. Non possiamo impedire questo, possiamo fare una sola cosa: essere noi stessi, essere il nostro cuore» .
    Benedetto XVI, quando era il professore Joseph Ratzinger, in una conferenza pubblicata nel 1972, citava una dichiarazione di Hitler che proclamava il suo proposito di distruggere il cuore di ogni uomo:
    «Io libero l’uomo dalla costrizione di uno spirito diventato scopo a se stesso; dalle sporche ed umilianti autoafflizioni di una chimera chiamata coscienza morale, e dalle pretese di una libertà a autodeterminazione personale, di cui ben pochi sono all’altezza» .
    Così Ratzinger la commentava:
    «La coscienza era per quest’uomo una chimera dalla quale l’uomo doveva essere liberato; la libertà che egli prometteva doveva essere una libertà dalla coscienza. […] La distruzione della coscienza è il vero presupposto di una soggezione e di una signoria totalitaria. Dove vige una coscienza, esiste anche una barriera al dominio dell’uomo sull’uomo e all’arbitrio umano, qualcosa di sacro che rimane inattaccabile e che è sempre sottratto all’arbitrio, sottraendosi ad ogni dispotismo proprio o estraneo. Solo l’assolutezza della coscienza è l’opposto assoluto nei riguardi della tirannide; solo il riconoscimento della sua inviolabilità protegge l’uomo nei confronti dell’uomo e nei confronti di se stesso; solo la sua signoria garantisce la libertà»
    Il nichilismo dunque, come negazione di questo criterio del vero e del bene, di cui siamo dotati, sarebbe il principio di una vita disumana e della legittimazione di ogni violenza dell’uomo sull’uomo.
    Don Giussani, leggendo Nietzsche, ne ha mostrato tutta la contraddizione:
    «“Un giorno un viandante chiuse la porta dietro di sé e pianse. Poi disse: questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del certo, come lo odio...”. Questa è la scelta che ha fatto l’uomo contemporaneo: chiudere la porta alla speranza, all’impeto ideale che gli alita alle spalle, acquattato in fondo al suo cuore, trasmessogli da sua madre e da tutto ciò che lo anticipa nella storia: questo evidente desiderio del vero, del reale, del certo.
    L’uomo moderno se ne sente perseguitato come da un aguzzino “tetro e appassionato”, e ad un tempo ammette di essere costituito dal desiderio della verità, mentre si ribella alla natura del proprio cuore che è profezia di Dio» .
    Dante ha stupendamente cantato nel Paradiso:
    «Io veggio ben che già mai non si sazia
    nostro intelletto, se ‘l ver non lo illustra,
    di fuor dal qual nessun vero si spazia.
    Posasi in esso come fera in lustra,
    tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
    se non, ciascun disio sarebbe frustra.
    Nasce per quello, a guisa di rampollo,
    a piè del vero il dubbio; ed è natura
    ch’ al sommo pinge noi di collo in collo» .
    Descrive così stupendamente l’esperienza umanissima (“io veggio ben”) dell’esigenza costitutiva del nostro cuore della verità, cui tende in tutto ciò che conosce, con la speranza fondata che essa ci sia e che sia possibile trovarla (“e giugner puollo”), perché altrimenti il nostro desiderio sarebbe un desiderio vano (“se non, ciascun disio sarebbe frustra”). E l’uomo sarebbe – come è stato detto da Sartre – «una passione inutile» .

    3. L’avvenimento della verità
    L’uomo è dunque domanda di verità. A questa domanda la realtà stessa si incarica di rispondere: la verità si lascia incontrare, accade: essa è l’imporsi della realtà nella sua evidente presenza!
    «La verità – diceva don Giussani – è come la faccia di una bella donna, non puoi non dire che è bella, non riesci! […] La verità è una cosa che si impone inevitabilmente. Uno ha una frazione di istante per cui il cuore si commuove»
    Essa spalanca la coscienza e il cuore dell’uomo e gli fa ritrovare se stesso e la sua libertà. Essa semplicemente è.
    Ancora Luigi Pirandello, questo autore che non finisce mai di sorprendermi per la sua apertura ad ogni aspetto dell’umano e per la sua capacità di raccontare l’umana esperienza, nella novella Ciaula scopre la luna narra di un garzone mezzo *****, costretto a lavorare in una miniera di zolfo, che una notte, portando il suo carico sulle spalle all’esterno di essa, giunto allo stremo delle sue forze, perché «non aveva mai pensato Ciàula che si potesse aver pietà del suo corpo, e non ci pensava neppur ora», fece la “scoperta” della luna, della sua «chiaria», della sua bellezza e in quell’avvenimento ritrovò se stesso, la sua umanità.
    «La scala era così erta, che Ciàula, con la testa protesa e schiacciata sotto il carico, pervenuto all’ultima svoltata, per quanto spingesse gli occhi a guardare in su, non poteva veder la buca che vaneggiava in alto. […]
    Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima, quantunque gli paresse strano, pensò che fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la chiaria cresceva, cresceva sempre più, come se il sole, che egli aveva pur visto tramontare, fosse rispuntato.
    Possibile?
    Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d’argento.
    Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.
    Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?
    Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.
    Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna... C’era la Luna! la Luna!
    E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore» .
    È una documentazione suggestiva di quanto scrive don Giussani ne Il senso religioso:
    «Lo stupore, la meraviglia di questa realtà che mi si impone, di questa presenza che mi investe, è all’origine dell’umana coscienza» .

    4. L’avvenimento cristiano.
    Ma la persona umana, diceva ancora don Giussani, ha il potere di «fare i capricci di fronte all’essere».
    «Il capriccio […] dell’uomo di fronte all’essere è un odio a se stesso e al proprio destino. […] Solo qui si rivela la cattiveria dell’uomo» .
    La bellezza del mondo e la grandezza del nostro desiderio non vengono sempre accolti come una testimonianza convincente di Dio.
    «È questa carenza atroce – diceva don Giussani – che si nota in voi, come giovani di oggi, questa carenza tremenda di stupore di fronte alla bellezza, di capacità recettiva della bellezza. L’esito che invece vi colpisce è quello che provoca una pura reattività. L’esito con cui le cose vi raggiungono è quello di una reattività: vi provocano una reattività e vi bloccano in voi stessi, così che ogni cosa che vi viene davanti è da usare per voi stessi, strumentalizzare» .
    Incapaci, dunque di stupore, resistiamo all’estasi, cui tende a portarci la realtà.
    Solo nell’esperienza di un grande amore diviene possibile superare questo capriccio di fronte all’essere, questo blocco nella reattività, che alla fine diviene odio a se stessi perché è odio al proprio destino. È in un rapporto, nel quale ci sentiamo affermati più di quanto non riusciamo a fare da noi stessi che rinasce l’amore e la stima per la realtà, a partire da quella per la nostra persona, e la certezza di un destino buono per la nostra vita e per il tutto.
    L’uomo ha bisogno di rapporti nei quali il male proprio e quello del mondo non riesce ad insinuare il sospetto di poter essere fregato, perchè in essi si rende manifesta tutta la bontà della realtà e la sua convenienza. È un’esperienza che noi abbiamo fatto e che tutti desidereremmo fare, anche se pensiamo che sia impossibile e perciò vi abbiamo rinunciato.
    Tommaso d’Aquino ha scritto pagine mirabili su questo argomento, quando ha affermato che all’uomo, che tende a Dio come al proprio destino, fu necessario che Dio stesso si facesse uomo per indurlo ad amarlo. Infatti
    «nulla ci conduce talmente ad amare qualcuno quanto l’esperienza del suo amore per noi. Così l’amore di Dio verso l’uomo non si sarebbe potuto dimostrare in modo più efficace che con il fatto che Egli abbia voluto unirsi all’uomo in persona: è, infatti, proprio dell’amore unire l’amante con l’amato fino a quanto è possibile» .
    Quasi riprendendo queste parole, Benedetto XVI, rivolgendosi l’anno scorso a Verona a tutta la Chiesa italiana, ricordava come oggi è più che mai necessario che attraverso la testimonianza dei cristiani emerga «soprattutto quel grande “sì” che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo».
    Questa è la risposta della Chiesa allo scetticismo del mondo.
    Cristo è vivo e presente nella sua Chiesa. In forza di questa sua contemporaneità egli si accompagna a noi ed è possibile incontrarlo anche oggi.

    L’incontro con Lui dà alla vita l’orizzonte e la direzione decisiva perché Egli è la verità che l’uomo cerca: la verità è un uomo! E l’uomo, quando l’incontra, può riconoscerla – come diceva don Giussani – per l’esperienza di corrispondenza con il proprio cuore, cioè di «soddisfazione all’esigenza di totale comprensione della realtà per cui tutta l’umana coscienza vibra» .
    Per descrivere efficacemente questa esperienza di corrispondenza e di soddisfazione don Giussani in Perché la Chiesa si è servito della finale della grande opera di René Grousset, Bilancio della storia, la cui lettura consigliava già ai primi giessini.
    Questo autore, concludendo il suo bilancio sintetico della storia dell’umanità afferma: «Quanto alla storia umana, quale storico, giudicando dall’alto, oserà guardarla senza spavento?» E ci trasmette il suo inquietante interrogativo: «Ma se, al termine di tanta angoscia, non vi è effettivamente che la tomba?».
    «È allora che l’ultimo uomo, nell’ultima sera dell’umanità, senza speranza – lui – di resurrezione, potrà emettere a sua volta il grido più tragico che abbia mai attraversato i secoli: “Elì, Elì, lemà sabactàni”? A questo grido noi cristiani sappiamo la risposta che, da tutta l’eternità, aveva dato l’Eterno. Sappiamo che il martirio dell’Uomo-Dio era solo per ricondurlo alla destra del Padre e, con lui, tutta l’umanità riscattata da lui. Sappiamo e abbiamo appena constato che al di fuori della soluzione cristiana […] ormai non ve n’è più altra, intendo soluzione accettabile per la ragione e per il cuore».
    «Accettabile [commenta don Giussani] perché l’umanità intera è ricapitolata in Cristo, senza tagli arbitrari, senza censure e dimenticanze» .
    Parlando nel 1983 ad una televisione svizzera, don Giussani era tornato su questo tema:
    «Quello che persuade me come credente è soprattutto una sfida che il punto di vista della fede lancia a tutti gli uomini. Quale punto di vista, ma diciamo il termine scientifico, quale ipotesi di lavoro colloca in una posizione tale da abbracciare, senza dimenticare e rinnegare nulla, tutti i fattori che compongono, che tramano l’esperienza? Vale a dire, è un realismo ultimo quello che giustifica l’ipotesi della fede».
    Dobbiamo riconoscere, infatti, che solo in Cristo si manifesta pienamente il destino dell’uomo e della storia in modo totalmente corrispondente, e quindi accettabile, alla ragione e al cuore. Egli solo è la parola definitiva sulla vita e sulla morte, sul significato del mondo e della storia, la risposta a quella esigenza profonda di verità e di giustizia che costituisce il cuore dell’uomo.
    Solo nell’avvenimento dell’incontro con Lui – diceva ancora il Papa a Verona – può rinascere la «grande domanda» sull’origine e il destino dell’universo, sul Logos creatore e diventa «di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene». Infatti, è solo di fronte alla risposta che si riapre e si chiarifica la domanda.

    5. La bellezza cristiana è lo splendore della verità
    «L’uomo riconosce la verità di sé attraverso l’esperienza della bellezza, attraverso l’esperienza di gusto, attraverso l’esperienza di corrispondenza, attraverso l’esperienza di attrattiva che essa suscita, una attrattiva e una corrispondenza totale» .
    È della bellezza cristiana, dunque, dell’attrattiva e dello splendore che la verità assume nell’incontro cristiano, che l’uomo di oggi ha più che mai bisogno perché, come affermava il Papa stesso, quand’era ancora il cardinale Ratzinger, nel suo messaggio per la XXIII edizione di questo Meeting,
    «la bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo Destino ultimo».
    Ma riconosceva:
    «La paura che […] la menzogna, ciò che è brutto e volgare costituiscano la vera “realtà”, ha angosciato gli uomini del nostro tempo. Nel presente ha trovato espressione nell’affermazione secondo cui dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto parlare di un Dio buono. Ci si domanda: dov’era finito Dio quando funzionavano i forni crematori?» .
    È necessaria, dunque, una bellezza che regga di fronte all’urlo di mia madre che chiede perché possa accadere che sua figlia muoia a trent’anni per dare la vita ad un figlio che a sua volta muore dopo pochi giorni. È necessaria una bellezza che renda accettabile la vita e la morte, la gioia e il dolore, la realtà insomma, così come l’uomo ne fa esperienza.
    Solo nel Volto del Crocifisso appare l’autentica e credibile bellezza, solo nel Crocifisso c’è, infatti, un destino o un Dio credibile anche da mia madre. A questa bellezza, infatti, dopo aver lottato una vita intera con il Mistero come Giacobbe con l’Angelo, essa, sorridente, si è affidata nell’atto della sua morte. A tutti quelli che venivano a visitarla, quando era già alla fine, chiedeva: «Tu verrai alla mia festa?». Alludeva al suo funerale.

    Per questo nel suo messaggio Ratzinger poteva dire:
    «Nella passione di Cristo […] l’esperienza del bello ha ricevuto una nuova profondità, un nuovo realismo [è la stessa parola che aveva usato don Giussani nell’83]. Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di spine – la Sacra Sindone di Torino può farci immaginare tutto questo in maniera toccante. Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l’autentica, estrema bellezza: la bellezza dell’amore che arriva “sino alla fine” e che, appunto in questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza. Chi ha percepito questa bellezza sa che proprio la verità, e non la menzogna, è l’ultima istanza del mondo. Non la menzogna è “vera”, bensì proprio la verità. […] Tuttavia essa pone come condizione che noi ci lasciamo ferire insieme a lui e crediamo nell’Amore, che può rischiare di deporre la bellezza esteriore per annunciare, proprio in questo modo, la verità della bellezza» .
    E ancora:
    «Nulla ci può portare di più a contatto con la bellezza di Cristo stesso che il mondo bello creato dalla fede e la luce che risplende sul volto dei Santi, attraverso la quale diventa visibile la Sua propria luce» .
    Della bellezza di Cristo si fa esperienza nella Chiesa, cioè nel mondo bello creato dalla fede e dalla luce che risplende sul volto dei Santi.
    Noi ne sappiamo qualcosa: l’abbiamo vista nel volto di don Giussani.

  8. #8
    Gilbert
    visitatore

    Fallaci, Fisichella, Benedetto XVI

    AL MEETING Monsignor Fisichella rivela il contenuto dei messaggi che gli inviò la scrittrice

    L'altra Oriana, tentata dalla fede
    «Zitta zitta, lontana da occhi indiscreti, desidero incontrare Sua Santità»


    GIAN GUIDO VECCHI

    RIMINI — «Monsignore, lei mi ha commosso. Naturalmente sapevo bene chi fosse il rettore della Lateranense, il vescovo che ragiona al di là degli schemi e senza curarsi del politically correct. Ma leggere la sua intervista al Corriere ho rischiato davvero la lacrimina. Io che non piango mai. E mi sono sentita meno sola come quando leggo uno scrittore che si chiama Joseph Ratzinger». La sala della Fiera è colma di persone, fuori c'è ancora gente in coda e all'interno un silenzio perfetto, mentre il vescovo Rino Fisichella, per la prima volta, legge brani delle lettere che gli spedì Oriana Fallaci negli ultimi quindici mesi di vita; «spero un giorno di pubblicare anche questo epistolario fra noi due, e mostrare la sua assoluta lucidità di analisi, fino alla fine: non voglio arrivare al momento della morte, diceva, senza sapere chi sto incontrando».
    Subito dopo l'intervista a Luigi Accattoli*, il 25 giugno 2005 («Ratzinger e Oriana: l'incontro tra due pensieri liberi»), il vescovo teologo si era visto arrivare la lettera della scrittrice che si definiva atea e fra lo sconcerto di molti, ma non il suo, aveva elogiato il pensiero del Papa. E ora la Fallaci, una che scriveva «a me i preti mi stanno antipatici, come erano antipatici agli anarchici di Lugano», spiegava al sacerdote che sarebbe diventato il suo amico più grande: «Vorrei parlarle anche dell'importantissima cosa di cui suppongo sia al corrente. Vale a dire il mio desiderio di incontrare, zitta zitta e lontano da occhi indiscreti, Sua Santità. Sa, è un desiderio che mi accompagna da quando incominciai a leggere i suoi libri (...). Quando venne eletto Papa feci sì capriole di gioia ma nel medesimo tempo pensai: "Oddio. Ora non potrò più vederlo". E con un sospiro avvilito mi rassegnai». La rassegnazione, va da sé, durò poco, non era compatibile con l'indole di Oriana.
    «Era cattivissima, era terribile!» commenta tra le risate generali Vittorio Feltri, direttore di Libero, altro amico arrivato ieri a Rimini a raccontare, nell'incontro moderato da Renato Farina, «la ricerca di Oriana». Una donna «molto sola» che «viaggiava sotto falso nome perché temeva la uccidessero» e si diceva atea «ma aveva, ne sono certo, una profonda nostalgia di Dio», ha spiegato Fisichella. Lei che in quella prima lettera al vescovo si diceva «terrorizzata dai Frankenstein che vogliono sostituirsi alla natura e dall'Occidente che crolla». E voleva parlarne a Benedetto XVI, salvo scrivere angosciata al monsignore, quando nell'estate ottenne un'udienza privata a Castel Gandolfo: «Ho una preoccupazione che non mi aveva mai sfiorato il cervello! Oddio, non ci vorranno mica gli abiti da cerimonia? Non ne ho più (...), ho solo spartane giacche da uomo, è lecito imporle a un sovrano?
    Lo stesso dicasi per la testa coperta, io i veli in testa non li porto neanche morta... », e intanto chiede le procuri «un ferro da stiro e due o tre candele mangiafumo». È in queste righe che si rivela l'altra Oriana, che tiene sul comodino la copia del libro sull'Europa che Ratzinger le ha donato con dedic
    a. Quando scompare la madre di Fisichella, lei gli scrive della notte in cui moriva la sua: «Ero corsa subito fuori, senza neanche infilare il cappotto, era inverno e nevicava, nel buio avevo raggiunto la chiesa del villaggio e chiamato il prete che non voleva venire. "Domani, domani, ora è troppo tardi e fa freddo". A spintoni, parolacce, minacce,"se non mi segue seduta stante io la ammazzo!", lo avevo costretto a venire con la stola viola e tutto il resto».
    Quando legge del «sorriso felice» della madre, Fisichella alza lo sguardo dalla lettera: «Se non sei alla ricerca di un senso, non chiedi a un sacerdote: quando sto per morire, tienimi la mano. È come nella Severina di Silone: non credo, io spero. Era battezzata, era cristiana. Ha desiderato morire in una stanza che guardasse la cupola del Brunelleschi. E io le ho dato una benedizione, da vescovo ho tenuto la mano di Oriana, chiedendo al Signore che potesse guardarla con grande misericordia perché aveva sofferto tanto, per la sua solitudine, e perché negli ultimi anni aveva difeso come pochi altri l'appartenenza di questo Paese, dell'Occidente, a quelle radici che sono profondamente cristiane».

    © Copyright Corriere della sera, 22 agosto 2007


    *L’INTERVISTA / Il rettore dell'Università Lateranense: l’applauso della giornalista al Pontefice scontenterà chi vuol far passare i credenti per fideisti irrecuperabili

    «Ratzinger e Oriana: l’incontro tra due pensieri liberi»

    Il vescovo Fisichella: è la ragione a unirli. Come dimostra il referendum, sulla difesa dei valori laici e cattolici possono convergere

    di Luigi Accattoli

    ROMA - «Non posso non provare un sentimento di contentezza intellettuale nel vedere una concordanza, espressa così vivamente, tra la libera intelligenza della Fallaci e la libertà di pensiero di un grande teologo qual è Joseph Ratzinger, che ora è anche Papa»: è la prima reazione del vescovo Rino Fisichella, rettore dell’Università Lateranense, alle dichiarazioni di Oriana Fallaci su Benedetto XVI.

    Non la stupisce questa concordanza con il Papa da parte di una donna che si definisce «atea»?

    «Non mi stupisce, anzi mi conferma sulla possibilità che è sempre offerta, a tutti, di un vero incontro sulla base della ragione. "La forza della ragione" è il titolo famoso della Fallaci, ma è anche un’espressione che ricorre negli scritti del teologo Ratzinger, come del resto ricorreva nell’enciclica "Fides et ratio" di Giovanni Paolo II».

    Qual è il segreto dell’incontro sulla base della ragione?

    «Nel caso della Fallaci e del Papa, che si incontrano nel giudizio sulla crisi dell’Europa e dell’Occidente, il segreto è nella libertà. Sappiamo quanto la Fallaci tenga alla sua autonomia di giudizio, che è forse la qualità che più le ha permesso di fare storia, sia dal punto di vista del giornalismo che della narrativa. Così come sappiamo quanto il teologo Ratzinger sia stato sempre libero dalle idee ricevute e incurante del politically correct. Se c’è stato un incontro, esso è avvenuto sulla base della profonda libertà che queste due persone esprimono».

    Che dice della battuta della Fallaci riguardo al «qualcosa di vero» che ci dev’essere in un’affermazione se la condividono «un’atea e un Papa»?

    «Dico che se si pensa davvero, ci si incontra. Se si va oltre le diverse forme di relativismo cui siamo abituati, se si superano gli schematismi e i pensieri deboli, si arriva a un’unità profonda, anche se partiamo da luoghi diversi. Abbiamo visto qualcosa di simile in occasione del referendum, come cioè laici e cattolici abbiano potuto convergere, in forza della ragione, sui valori da difendere».

    L’applauso della Fallaci al Papa potrebbe non piacere a qualcuno...

    «Dal momento che è fatto in nome della ragione, di certo scontenterà chi vorrebbe far passare i credenti per fideisti irrecuperabili. Dovranno ammettere che anche i credenti, a volte, pensano, ragionano...».

    Lei non teme la cattura della figura del Papa da parte dei neoconservatori?

    «Credo non possa avvenire, sia per il messaggio di cui il Papa è portatore e che non è asservibile a nessuna ideologia, sia per le risorse intellettuali di questo Papa, che saprà mantenersi libero da ogni strumentalizzazione. Usarlo per obiettivi di parte sarebbe, del resto, il peggior servizio che gli si possa fare: egli pensa al mondo e pensa all’uomo, non si farà prendere a nessun’altra rete».

    La Fallaci loda Benedetto XVI ma critica Giovanni Paolo II per essere stato «debole» con l’Islam. Che ne dice?

    «Non è stata debolezza, la sua. Ha avuto il grande merito di entrare in dialogo con l’Islam mantenendo la propria identità e questa è forza, non debolezza. A chi pensava di usare la violenza della spada Giovanni Paolo II ha mostrato un’altra via, che è quella - mi permetto di dire alla Fallaci - della forza della ragione. E’ da deboli opporre violenza alla violenza, è da forti riportare tutti alla ragione».

    Il nuovo Papa continuerà il dialogo con l’Islam?

    «Lo continuerà senza tacere l’identità cristiana e tendendo la mano a quanti sono interessati a fare della ragione, della libertà, dei diritti umani un terreno di incontro per il bene di tutti, oltre il proprio interesse».

    © Copyright Corriere della sera 25 giugno 2005

  9. #9
    Gilbert
    visitatore

    Alcuni resoconti dal Meeting

    Padre Scalfi (Russia Cristiana), L'uomo che scoprì il dissenso
    http://www.meetingrimini.org/detail....&id=4734&key=0

    Un mistico molto concreto: una mostra su Don Divo Barsotti
    http://www.meetingrimini.org/detail.asp?c=1&p=1&id=4804

    Quando l'america devota di scopre atea: due grandi teologi a confronto http://www.meetingrimini.org/detail.asp?c=1&p=1&id=4802

    Come ti cambio l'America: incontro con il giudice della Corte Suprema Samuel Alìto, cattolico e conservatore
    http://www.meetingrimini.org/detail.asp?c=1&p=1&id=4911

    Geremia più di tutti profeta di Cristo
    http://www.meetingrimini.org/detail.asp?c=1&p=1&id=4919

    Bellezza, l'ospite scomoda. Incontro con il filosofo coservatore Roger Scruton
    http://www.meetingrimini.org/detail.asp?c=1&p=1&id=4914

  10. #10
    Gilbert
    visitatore

    Spaemann al Meeting

    CASTRATORI DI SIGNIFICATO
    In un mondo in cui è vietato dire “verità”, la realtà diventa superflua, la libertà è indifferenza, il senso del tempo è perduto, l’altro è “tollerato” e l’uomo è soddisfatto. Un maestro del pensiero forte al Meeting

    L'intervento del Prof. Robert Spaemann http://www.ilfoglio.it/pdfdwl/11780000_8.pdf

    P.S.
    Io ieri c'ero. E' stato un incontro davvero eccezionale quello con il filosofo
    vivente più citato da J. Ratzinger.

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