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Discussione: XLIII Meeting per l'amicizia fra i popoli (Rimini, 20 - 25 agosto 2022))

  1. #61
    Iscritto L'avatar di Flo
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    grazie!
    Quid est veritas? Vir qui adest

  2. #62
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    Io lascio nelle mani di Dio la mia presenza al meeting...
    Ho visto lo speciale su RAI1...Fa uno strano effetto sentir parlare
    di CL (il movimento che Dio mi ha fatto incontrare) in TV, Vittadini (memores Domini)
    era anche agli esercizi spirituali del lavoratori, lo scorso marzo..

  3. #63
    Moderatore Globale L'avatar di Vox Populi
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    25/08/2009 14.33.10
    La Chiesa e la società dell'America Latina protagoniste della terza mattina di incontri al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione



    Le tematiche a sfondo sociale, considerate su scala mondiale, sono state tra le protagoniste dei dibattiti e delle tavole rotonde finora in programma al 30.mo Meeting di Rimini, promosso e organizzato dal Movimento di Comunione e Liberazione. La terza mattina di incontri ha posto oggi in risalto la situazione della Chiesa e della società latinoamericana, con l’intervento - fra gli altri - di mons. Filippo Santoro, vescovo della diocesi brasiliana di Petrópolis. Il nostro inviato a Rimini, Luca Collodi, lo ha intervistato:

    R. - La situazione della Chiesa brasiliana è abbastanza complessa e diversificata. Il punto che determina tutta la azione pastorale e anche la riflessione teologica è la Conferenza di Aparecida, quindi la V Conferenza dell’episcopato latinoamericano è un punto di riferimento chiarissimo in Brasile come in tutta l’America Latina, un punto di riferimento profondo, intenso. Perciò, tutta la Chiesa brasiliana è mobilitata su questo aspetto: ripartire da Cristo per formare discepoli e missionari. Quindi, un’attenzione rinnovata sull’esperienza della fede, senza trascurare l’impegno sociale, che è il marchio registrato dell’azione pastorale dei vescovi brasiliani, ma con una centratura più evidente sull’aspetto della fede, dell’esperienza cristiana, della liturgia e quindi dell’annuncio; una centratura maggiore sulla fede, un’insistenza rinnovata sull’azione sociale, un’insistenza intensissima sulla missione. Siamo tutti impegnati nella missione continentale, lanciata dalla Conferenza di Aparecida: la missione e la presenza nella società. L’azione della Chiesa si è sempre più caratterizzata in termini espliciti di annuncio di missione e allo stesso tempo di solidarietà.

    D. - La Caritas in veritate di Benedetto XVI che aiuto vi offre?

    R. - La Caritas in veritate è stata ricevuta con una gioia immensa. Perché? Perché unisce i due termini, unisce il termine della carità con il termine della verità. Non una sociologia della carità, e nemmeno un’ideologia della verità, ma l’abbraccio dei due elementi. Quindi, un soggetto di fede trasformato dall’incontro con Cristo che vive nel mondo la bellezza, la misericordia del Signore nell’abbraccio a tutti, in particolare ai più poveri.

    D. - Eccellenza, qual è la speranza della Chiesa brasiliana?

    R. - La speranza della Chiesa brasiliana è molto grande, perché il primo aspetto è il risvegliarsi dell’esperienza della fede, l’intensificarsi della dinamica missionaria. La speranza si chiama missione, in questo tempo, missione che esige un soggetto vivo come i primi, come gli Apostoli. Questo vale soprattutto per noi vescovi nella formazione dei sacerdoti: il sacerdote non più formato solo per il culto, non per l’organizzazione delle pastorali né per la pura azione politica, ma il sacerdote formato per la missione.

    D. - Il fenomeno delle sette in Brasile vi preoccupa?

    R. - Preoccupa sempre, però già nel fenomeno delle sette si vede un ridimensionamento nel senso che c’è una circolarità in terra, e c’è un risveglio dell’annuncio cristiano cattolico nella sua forma più intensa. E questa ricchezza ci fa ben sperare. (Montaggio a cura di Maria Brigini)

    fonte: Radio Vaticana
    Oboedientia et Pax

  4. #64
    Vecchia guardia di CR L'avatar di WIlPapa
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    AVVENIMENTO E CONOSCENZA IN SAN PAOLO
    Il 28 giugno scorso in occasione della chiusura dell’Anno Paolino, Benedetto XVI ha affermato. “L’Anno Paolino si conclude, ma essere in cammino insieme con Paolo, con lui e grazie a lui venir a conoscenza di Gesù e, come lui, essere illuminati e trasformati dal Vangelo – questo farà sempre parte dell’esistenza cristiana”. In un Meeting per l’Amicizia fra i Popoli che mette a tema la conoscenza difficilmente avremmo potuto trovare un testimone migliore di Paolo per documentare la verità del titolo scelto: La conoscenza è sempre un avvenimento. In cammino con l’Apostolo, come ci suggerisce il Papa, è possibile capire che cosa sia per lui la conoscenza come avvenimento: nel modo con cui egli ce l’ha testimoniata nella conoscenza di Gesù.
    Dal punto di vista strettamente storico, nell’esistenza di san Paolo non vi è un fatto più indiscutibilmente certo della svolta che conobbe la sua vita in un momento determinato, ossia quando si trovava in cammino verso Damasco. All’inizio della lettera ai Gàlati Paolo narra il cambiamento con queste parole: “Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani”… Il ribaltamento è consistito, secondo la testimonianza dello stesso Paolo, nel passaggio da persecutore ad apostolo di Colui che in precedenza aveva accanitamente perseguitato. Per capire la portata d’una tale svolta occorre soffermarsi un attimo per guardare, anche se sommariamente, la vita precedente dell’apostolo.


    1. “La mia condotta di un tempo nel giudaismo”

    Fortunatamente, Paolo ci offre sufficiente informazione per farci un’idea abbastanza chiara su questa tappa della sua vita. Nel testo citato della Lettera ai Gàlati egli ci parla della sua vita di un tempo nel giudaismo, collegando la sua persecuzione della Chiesa e il suo accanimento nel sostenere le tradizioni dei padri. Quest’ultima caratteristica ci informa dell’origine della sua passione per le tradizioni dei padri: la sua educazione farisea. Infatti, come sappiamo attraverso, tra gli altri, lo storico ebreo contemporaneo Flavio Giuseppe, i farisei avevano imposto al popolo molte leggi dalla tradizione dei padri non scritte nella legge di Mosè. Conferma di questo la troviamo anche nel Vangelo: “I farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi”. Ma la cosa più significativa è il suo essere, nella difesa delle tradizioni, “molto zelante” (perissotérôs zêlôtês) fino al punto di sorpassare in questo zelo “la maggior parte dei miei coetanei e connazionali”.
    Nella Lettera a Filippesi Paolo ci offre una breve autobiografia prima della svolta, dove esibisce le credenziali che contraddistinguevano la sua vita nel giudaismo: “circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall'osservanza della legge”. Ai primi posti di questo elenco Paolo enumera i privilegi ereditati dalla sua appartenenza al popolo d’Israele (circonciso, israelita, della tribù di Beniamino, ebreo); i tre ultimi tratti sono scelte fatte da lui: fariseo, persecutore e irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge.
    Il motivo, però, di questo elenco non è meramente biografico, bensì apologetico. Infatti, l’apostolo sta difendendo i suoi fratelli della comunità di Filippo dai cattivi operai che mettono a rischio la loro fede cristiana, cercando di rispostare la loro fiducia lì dove la ponevano come ebrei, appunto nella carne. In questo contesto, Paolo insiste che se qualcuno ha dei titoli per vantarsi nella carne è proprio lui: circonciso, ebreo, fariseo, persecutore, irreprensibile nell’osservanza della legge.
    Con ciò Paolo ci informa, tra l’altro, che lui era fariseo quanto alla legge, mettendo insieme, così, il suo fariseismo e la passione per legge. Lo scopo fondamentale del fariseismo era l’educazione alla legge. Non stupisce, quindi, che l’educazione farisea ravvivasse in Paolo la passione per la legge.
    Il preciso significato che aveva per lui questa passione è quello che abbiamo scoperto: “accanito [estremamente zelante] com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri”. Luca ci offre una autodichiarazione paolina riassuntiva di cosa significasse per un ebreo formarsi alla scuola farisea. “Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città, formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi”.
    Questo zelo per Dio e per la sua legge è ciò che ha portato Paolo a essere persecutore: “fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge”; “come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, … accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri”.
    Per capire il significato che aveva per il fariseo Saulo questo zelo per Dio che lo spingeva a perseguitare i seguaci di un condannato per blasfemia dal sinedrio (il tribunale ebraico) basta leggere questo brano di un suo contemporaneo, Filone di Alessandria, in cui si parla dell’apostasia, il reato che Saulo attribuiva ai cristiani di origine ebraica: “È un bene che tutti quelli che sono animati dallo zelo per la virtù possano infliggere le pene immediatamente e con le proprie mani, senza dover condurre il colpevole dinanzi a nessun tribunale, consiglio o magistrato, e possano dar libero sfogo ai sentimenti che li animano: l’odio verso il male e l’amore per Dio, che li spingono a infliggere la pena all’empio, senza compassiona alcuna. Devono ben sapere che l’occasione li ha convertiti in consiglieri, giurati, alti magistrati, membri dell’assemblea, accusatori, testimoni, leggi, popolo; per dirlo con una sola parola: in tutto. Di modo che senza paura né impedimenti possano difendere la santità in tutta sicurezza”.
    Questo zelo aveva i suoi modelli in personaggi veterotestamentari come Pincas, che trafigge con la sua lancia un israelita che si è unito a una donna madianita; o Elia e Ieu, che uccidono quanti hanno piegato le ginocchia a Baal. A partire dalla rivolta dei Maccabei questo zelo faceva parte dei gruppi radicali, che erano sempre pronti a usare la forza per difendere la legge. Anche se questo zelo non è esclusivo dei farisei (lo troviamo anche negli altri gruppi religiosi del tempo: sadducei, esseni, zeloti), non c`è dubbio che è questo un tratto d’identità dei farisei.
    Che lo stesso Paolo non si astenne dall’uso della violenza, si evince dal verbo che usa per descrivere la sua azione contro la Chiesa. Per due volte Paolo usa il verbo porthein, “distruggere”. Fin dove può arrivare la violenza si può vedere dall’uso che di questo verbo fa lo storico ebreo Flavio Giuseppe per descrivere l’incendio di villaggi e città di Idumea da parte di Simone bar Giora. C’è chi vuole ridurre l’azione di Paolo a una forte polemica. Ma i dati offerti dallo stesso Paolo, senza nemmeno doversi appellare agli Atti degli Apostoli, parlano da sé.
    Più tardi Paolo stesso dirà, in allusione agli ebrei che non hanno riconosciuto Cristo a causa del suo zelo per Dio, che questo zelo è stolto, senza vera conoscenza (ou kat’ epignôsin).
    Alla fine di questa breve descrizione della prima tappa della vita di Paolo possiamo dire che essa è totalmente determinata dalla legge. La sua formazione farisea, il suo zelo per la tradizione degli antichi, la sua attività di persecutore parlano di questa sua passione per la legge data da Dio al popolo sul Sinai e che costituiva per lui il bene più prezioso. Tutto ruota intorno alla legge.
    In una situazione come quella sin qui descritta, con una convinzione così radicata, nulla poteva far sperare in un cambiamento significativo nell’esistenza di Paolo. Ma l’imprevisto accade.

    2. L’avvenimento di Damasco

    Infatti, nel corso di una delle sue azioni contro i cristiani di Damasco Paolo si è visto sorpreso da un avvenimento che gli ha cambiato la vita (Att 9,1-5). Anche quelli che non erano stati testimoni dell’evento non potevano evitare di trovarsi davanti al fatto di questo cambiamento che si rendeva evidente a loro nel modo con cui Paolo si muoveva e nei nuovi compagni da cui si trovava circondato. Il libro degli Atti narra in modo espressivo questo cambiamento descrivendo i nuovi rapporti di Paolo a Gerusalemme: “Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo”. Dopo che Barnaba narra come Paolo si è comportato a Damasco, il timore viene fugato e l’Apostolo può andare e venire “a Gerusalemme, parlando apertamente nel nome del Signore”.
    Rivolgendosi ai Gàlati, Paolo non testimonia soltanto il cambiamento che ha avuto luogo nella sua vita, ma anche il fatto che lo ha causato: la rivelazione del Figlio che gli è stata concessa da Dio. Come afferma categoricamente Charles Kingsley Barrett: “L’essenza della conversione di Paolo fu la rivelazione di Gesù Cristo”. Tuttavia in questo testo Paolo non ci spiega esplicitamente in che cosa sia consistita questa rivelazione. Da altri passi della Lettera sappiamo che essa si basa sull’apparizione di Cristo risorto. Nelle due occasioni in cui Paolo allude a questo fatto nella Prima Lettera ai Corinzi l’esperienza avuta sulla via di Damasco viene collocata nel contesto delle apparizioni pasquali. In 1Cor 9,1 (“Non ho veduto Gesù, Signore nostro?”), utilizza lo stesso verbo, horein, “vedere”, che ritroviamo in contesti legati alla Pasqua. E in 1Cor 15,8, Paolo cita l’apparizione di Gesù risorto di cui fu personalmente oggetto, alla fine di un elenco di apparizioni: di conseguenza la cataloga come tale. Da questi testi si può dunque arguire che “Paolo ha visto Gesù” e che “considera questa visione identica e di pari valore rispetto a quelle che hanno ricevuto come grazia Pietro, Giacomo e gli altri testimoni delle apparizioni del Risorto”.
    Se “l’esperienza è l’emergere della realtà alla coscienza dell’uomo, è il divenire trasparente della realtà allo sguardo umano”, per Paolo in questa esperienza dell’incontro con il Risorto diventa trasparente la realtà di Cristo. In nessun altro momento della sua vita la ragione e la libertà di Paolo furono sfidate, messe in gioco, come di fronte a questo avvenimento. In modo assolutamente imprevisto, sulla strada verso Damasco, Cristo risorto incontra Paolo, la cui ragione viene dilatata dalla grazia della fede perché sia adeguata alla realtà eccezionale che ha davanti a sé. È questa presenza di Cristo risorto – che lo precede e lo provoca, cioè lo precede chiamandolo – a sostenere l’apertura della ragione affinché Paolo possa percepire adeguatamente il significato di quell’incontro, provocando in lui l’attrazione che permette alla libertà l’adesione amorosa a quella presenza. Per questo l’Apostolo può appropriatamente definire l’avvenimento una rivelazione: in esso si rivela a Paolo la piena realtà di Cristo. Come tanti ebrei, Paolo aveva accettato il giudizio su Gesù contenuto nella sentenza del sinedrio: un bestemmiatore, contrario alle più preziose tradizioni di Israele (il Tempio e la Legge). Credeva di sapere già chi fosse Gesù Cristo. Ora invece l’inaspettata irruzione nella sua vita di Cristo risorto gli fornisce una conoscenza su cui non poteva contare.
    Se, come recita l’assioma di Jean Guitton, “‘ragionevole’ significa sottomettere la ragione all’esperienza”, Paolo si è dimostrato un uomo ragionevole, accettando di sottomettere la sua ragione, ossia ciò che pensava di Gesù, alla conoscenza della realtà di Cristo così come si era resa trasparente in quell’esperienza. J. Murphy-O’Connor ha descritto magistralmente questo processo: “Ora Paolo conosceva con la convinzione ineludibile dell’esperienza diretta che il Gesù che era stato crocifisso sotto Ponzio Pilato era vivo. La resurrezione che aveva ostinatamente rifiutato era un fatto, innegabile quanto la sua stessa realtà. Sapeva che Gesù ora esisteva su un altro piano. Questo riconoscimento era tutto quello di cui aveva bisogno per la sua conversione. [...] Gesù quindi deve essere precisamente ciò che Egli in modo implicito, e i suoi discepoli in modo esplicito, pretendevano che fosse: il Messia”. Fu la conoscenza della vera natura di Gesù Cristo, ottenuta attraverso la grazia di una rivelazione, a motivare la sua conversione. L’avvenimento di questa rivelazione trasformò il persecutore fariseo in un apostolo. Essere così semplici da riconoscere il contenuto di quella rivelazione implicava il riconoscimento di Gesù Cristo e l’immediata cessazione della sua attività persecutoria. Le persone che egli aveva perseguitato avevano ragione, egli stesso aveva torto.
    Questo aiuta a capire la natura della cosiddetta ‘conversione’ di Paolo. È indubbio che a Paolo si debba applicare il concetto di conversione con molta cautela. “Siamo lontanissimi dal cliché della conversione intesa in senso moralistico. Paolo non era un peccatore penitente che ha ritrovato il cammino del bene, dopo aver percorso quello del male. Tantomeno era un agnostico che ha finito per accettare Dio e una visione religiosa della realtà”. Come ha scritto lo studioso di San Paolo, C.K. Barrett: “La conversione di Paolo non ha trasformato un uomo moralmente empio in un uomo moralmente buono; non era mai stato un uomo moralmente empio”. Egli stesso confessa che era “irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge” (Fil 3,6); che superava “nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali” (Gal 1,14). Si deve a questo zelo anche l’accanita persecuzione della Chiesa di Dio: lo considerava un dovere strettamente religioso, come dimostra il fatto che, dopo la rivelazione della vera natura di Cristo, abbandona la sua attività di persecutore per aderire a Lui”. Per questo, insiste G. Barbaglio, “la sua, se si può parlare di conversione, è stata una conversione a Cristo, scoperto con gli occhi della fede come chiave di volta del destino umano”.

    3. Nuova conoscenza

    Da quanto detto si evince che la novità dell’evento accaduto sulla via di Damasco non si limita al cambiamento di vita, da persecutore a credente in Gesù Cristo. Per Paolo questo avvenimento è stato una vera conoscenza, di cui il cambiamento di vita non è altro che una conseguenza. “Il suo incontro con Cristo gli ha rivelato la verità di tutto quello che aveva ritenuto falso, costringendolo a una nuova valutazione, che si trasformò nel nucleo cristologico e soteriologico del suo vangelo”.
    Nella Seconda Lettera ai Corinzi 5,16 San Paolo ci dice esplicitamente la novità di questa conoscenza: ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne (kata sarka); e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne (kata sarka), ora non lo conosciamo più così.
    Che cosa significa per Paolo questa conoscenza di Cristo “secondo la carne”? Si è discusso molto a che elemento della frase occorreva unire l’espressione “secondo la carne”: a Cristo o al verbo “conoscere”. È chiaro che qui Paolo sta mettendo a contrasto due modi di conoscere: quello del passato (“abbiamo conosciuto”), che era una conoscenza di Cristo “secondo la carne” e quello del presente (“ora però non lo conosciamo più così”). “Quando lui [Paolo] dice ‘Noi abbiamo conosciuto in altro tempo Cristo secondo la carne’ (5,16) si riferisce ovviamente alla conoscenza che aveva di Cristo quando come fariseo perseguitò i cristiani (Gal 1,13; Fil 3,6). Egli condivideva l’opinione comune tra i suoi coetanei che Gesù fosse un maestro eretico e un agitatore turbolento le cui attività l’avevano portato giustamente al patibolo. Questa – egli lo sa – è una valutazione falsa, e l’abbandona. Adesso riconosce Gesù come Salvatore”. Questo ci consente di capire il senso della conoscenza “secondo la carne”. La conoscenza di Cristo “secondo la carne” è una conoscenza di Cristo secondo la sua misura, la sua capacità umana di conoscenza, che l’aveva portato a una valutazione di Cristo che l’avvenimento di Damasco aveva mostrato falso. Leggiamo infine il testo nella nuova versione italiana: “Quindi, da ora in poi, noi non conosciamo più nessuno da un punto di vista umano; e se anche abbiamo conosciuto Cristo da un punto di vista umano, ora però non lo conosciamo più così”.
    Che Paolo dia alla rivelazione accaduta sulla via di Damasco il valore di conoscenza si vede nel fatto che il contenuto di questa rivelazione diventa il metro di giudizio fondamentale per valutare ogni cosa. “Cristo gli aprì gli occhi e, una volta che lo ebbe conosciuto, i suoi criteri di giudizio furono semplicemente rovesciati”. Nulla lo rende più evidente che il testo in cui egli ci fa vedere che novità si è introdotta nel giudicare questo evento: “circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge. Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo”.
    Paolo è poi obbligato a rivedere tutte le categorie fondamentali del suo pensiero, le sue vecchie convinzioni, alla luce della nuova conoscenza di Cristo. Il risultato di questa revisione e la nuova mentalità derivatane costituiscono ciò che chiamiamo teologia paolina.
    “Quella rivelazione del ‘Signore della gloria’ crocifisso (1Cor 2,8) fu un avvenimento che rese Paolo, il fariseo, non soltanto un apostolo, ma anche il primo teologo cristiano”. Per questo i tentativi di spiegare la teologia paolina a partire da altri punti sorgivi diversi da quell’evento sono falliti. Secondo J. Jeremias, né l’ambiente ellenistico né l’educazione giudaica costituiscono la chiave per comprendere il pensiero e la vita di Paolo: “né la religione misterica, né il culto dell’imperatore, né la filosofia stoica né il presunto gnosticismo precristiano costituiscono l’humus originario dell’apostolo. [...] Paolo è uno di quegli uomini che hanno sperimentato una violenta rottura con il passato. La sua è una teologia radicata in una conversione repentina”.
    Per questo “la finalità dell’intera teologia dell’apostolo è in ultima istanza la spiegazione della rivelazione del Figlio di Dio, che ebbe luogo sulla via di Damasco. Questa è l’origine da cui nasce il suo pensiero e da cui egli parte per elaborare la sua teologia. È chiaro che al momento della sua vocazione non era ancora cosciente della portata della rivelazione, che doveva essere il suo vangelo. Ma in nuce tutto il resto era già presente. Concretamente, la rivelazione è proprio il fatto che Gesù è il Figlio di Dio”.
    Questo non vuol dire che Paolo capisse tutto fin dall’inizio. Osserva J. Fitzmyer: “Affermare il carattere decisivo di questa visione per la penetrazione del mistero di Cristo non significa che Paolo abbia compreso immediatamente tutte le implicazioni della visione che gli fu concessa. Ma gli fornì il criterio valutativo di base, che avrebbe illuminato tutto quello che doveva imparare su Gesù e la sua missione tra gli uomini, non solo nella tradizione della Chiesa primitiva, ma anche nella sua esperienza apostolica personale di predicatore del ‘Cristo crocifisso’ (Gal 3,1)”.
    Con questo nuovo criterio valutativo Paolo fu costretto a rivedere tutte le sue convinzioni fondamentali: dalla legge alla storia della salvezza, dal culto alla lettura della Scrittura. Tutto è visto alla nuova luce di quest’evento. È ovvio che non possiamo rivedere ciascuno di esse. Ci soffermeremo su due esempi, ognuno portatore di una indicazione decisiva.

    a. Il velo di Mosè

    A nessuno risulterà a questo punto strano che il cambiamento operato in Paolo come conseguenza dell’avvenimento sulla via di Damasco abbia influenzato il suo modo di leggere la Scrittura, strumento decisivo per formulare la nuova mentalità e per spiegare il mistero di Cristo; infatti, Paolo si servì come mezzo per esprimere la novità cristiana, di cui ora partecipava, proprio le Sacre Scritture di Israele, l’Antico Testamento. Ma in che cosa consisteva la novità del suo avvicinamento alla Scrittura?
    Nel corso della storia, il terzo capitolo della Seconda Lettera ai Corinzi è stato il punto di riferimento fondamentale per comprendere questa novità, quella che chiameremo l’ermeneutica paolina. Questo capitolo fa parte dell’apologia che Paolo fa del suo ministero di apostolo, confrontandolo con quello di Mosè, cui fanno appello i suoi avversari. In esso Paolo contrappone l’effimero ministero della lettera, che è ministero di morte e di condanna, al perenne ministero dello Spirito che dà vita, un ministero di giustizia. Sebbene anche il primo sia un ministero glorioso, la sua gloria non è paragonabile a quella del secondo. “Se dunque ciò che era effimero fu glorioso, molto più lo sarà ciò che è duraturo”.
    Se il ministero apostolico di Paolo è così glorioso da risplendere tra tante tribolazioni per la sua capacità d’introdurre una novità nella vita, allora perché non viene accolto tra gli ebrei? Questa mancanza di una risposta, non è forse segno della sua inautenticità? Per controbattere a questa obiezione al proprio ministero formulata dai suoi avversari ebrei, Paolo ricorre al racconto del velo di Mosè contenuto nel libro dell’Esodo. E comincia dicendo: “Forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza e non facciamo come Mosè che poneva un velo sul suo volto, perché i figli di Israele non vedessero la fine di ciò che era solo effimero”. L’apostolo con il participio (katargoumenou) si riferisce al fatto che lo splendore di Mosè, che si identifica con quello dell’antica legge, sparirebbe al manifestarsi del mistero di Cristo in tutta la sua pienezza. Questa manifestazione, che ebbe luogo durante la resurrezione di Gesù, inaugura un ministero di gloria duraturo, fonte di una speranza che permette a Paolo di procedere in tutta libertà, senza la necessità di ricorrere, come Mosè, a un velo che ne occulti la scomparsa.
    Subito dopo però Paolo utilizza la parola “velo” per designare un altro fatto che avviene presso una parte del popolo ebraico, quella che continua, per zelo verso i supposti diritti del Dio di Israele, a rifiutare Gesù (e con Lui il Suo vangelo, i predicatori dello stesso e quella parte degli ebrei che lo ha accolto). “Ma le loro menti furono accecate; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, alla lettura dell’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato. Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; ma quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto”. Nelle riflessioni dell’Apostolo il velo è ciò che ricopre il cuore, ossia gli occhi dell’intelligenza di questi ebrei ostili, di modo che quando ogni sabato la legge (l’Antico Testamento) viene letta nelle loro sinagoghe, essi non vedano la realtà, ossia quello che Gesù Cristo ha rappresentato con la sua predicazione, morte e resurrezione. Finché non si toglieranno (o finché Dio non toglierà) il velo dal loro cuore, non crederanno in Gesù Cristo, e quindi non comprenderanno pienamente l’Antico Testamento. La relazione tra la fede in Cristo e la vera comprensione della Scrittura è fondata sul fatto che, come dice lo stesso Paolo all’inizio della lettera ai Romani, “il vangelo di Dio”, che è il vangelo “riguardo al Figlio suo ... Gesù Cristo” Dio lo “aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture”. Per questo possiamo dire con A. Vanhoye che “per quelli che leggono le Scritture senza riconoscere che parlano di Gesù Cristo, l’AT è un libro il cui significato rimane velato (2Cor 3,14)”.
    Qui tuttavia Paolo non ci dice soltanto che l’Antico Testamento continua a essere velato per chi non crede in Cristo, ma anche come si può rimuovere il velo che ne impedisce la comprensione. Con un tratto stilistico di grande bellezza, che impiega con una certa frequenza per dire ai destinatari delle lettere come si toglierà il velo, Paolo utilizza le parole dell’Esodo in cui l’autore sacro descrive come Mosè, rivolgendosi a Dio per parlarGli, si toglieva il velo. Allo stesso modo, questi ebrei che non vedono la verità di Gesù per il velo posato sui loro cuori possono raggiungere la ricca fonte di speranza costituita dal Vangelo attraverso un’unica via: questa via consiste nel rivolgersi a Dio, perché l’unico Dio di Israele è quello che si è manifestato nella resurrezione di Gesù.
    Anche se non è così immediato seguire quella che è stata denominata la “forma midrashica di argomentazione” di Paolo, perché è molto lontana dal nostro modo di ragionare, lo scopo dell’allusione al velo di Mosè in questo contesto è chiaro. Ricorrendo all’immagine del velo, Paolo vuol dire, secondo M. Thrall, che “nella vita della sinagoga rimane attivo ‘lo stesso velo’, la stessa barriera per la comprensione della finalità della Legge di Mosè, già presente come all’epoca di Mosè. [Questo velo] è ancora posto sull’AT, durante la lettura”. La barriera che ostacola la percezione del significato della Scrittura sparisce definitivamente solo con l’arrivo di Cristo. In tal caso, le critiche giudaiche al ministero di Paolo, o in senso più generale al cristianesimo, basate sulla comprensione ebraica dell’Antico Testamento mancano di fondamento. Ma, come abbiamo visto, ciò non è sufficiente. Perché Cristo sveli il significato dell’Antico Testamento si richiede, da parte di chi lo legge, di rivolgersi al Signore, ossia al Dio che si è manifestato in Gesù Cristo.
    L’importanza di questo testo per l’interpretazione della Scrittura è evidente. Secondo D.-A. Koch, il passo è un testo chiave, dato che è l’unico in cui Paolo affronta esplicitamente, seppure in modo indiretto, la questione dell’ermeneutica. In esso, Paolo stabilisce le condizioni per la comprensione della Scrittura. Forse non risulterà inutile ricordare in questo contesto che coloro a cui Paolo rimprovera di leggere la Scrittura coperta da un velo che impedisce loro di comprenderne il vero significato sono giudei (e non possono essere altro che giudei). È ben noto il complesso sistema di regole ermeneutiche generato dal giudaismo per la comprensione dell’Antico Testamento. Anche se ai tempi di Paolo questo sistema non era ancora arrivato alla complessità che più tardi sarà testimoniata dalla letteratura rabbinica, sappiamo che aveva già raggiunto un certo grado di sofisticazione. Nonostante questo spreco di energie e d’ingegno, Paolo sostiene che la lettura rimane velata finché non si rivolgeranno al Signore, ossia al Dio che si è manifestato durante la morte e la resurrezione di Cristo (poiché non vi altro Dio oltre quello che si è manifestato in Cristo). In questo modo Paolo stabilisce il principio fondamentale della sua ermeneutica: l’interpretazione della Scrittura non è in ultima istanza una questione tecnica, ma teologica. Tutta l’abilità e tutta la perspicacia dei rabbini non sono in grado di attraversare il sottile velo che li separa da una reale comprensione. Qualsiasi sforzo umano non basta ad attraversarlo. Paolo lo sapeva per esperienza personale. Descrivendo la fase giudaica della sua vita, non può far altro – l’abbiamo visto – che riconoscere come nel giudaismo superasse “la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri”. Questo zelo lo aveva portato a studiare presso uno dei rabbini più prestigiosi del suo tempo, Gamaliele. Munito di questo bagaglio, era convinto di comprendere le tradizioni meglio dei seguaci di Colui che a suo parere le metteva in pericolo, e così secondo lui era legittimo perseguitarLo. Soltanto la grazia della rivelazione del Figlio, concessagli da Dio, ha permesso la rimozione del velo e con questo il reale raggiungimento del vero significato delle tradizioni ricevute.
    In tal senso – per limitarci a citare un altro esempio del rinnovato interesse che negli ultimi trent’anni ha suscitato questo capitolo come testo chiave dell’ermeneutica paolina dell’Antico Testamento – P. Stuhlmacher ha richiamato l’attenzione sul vincolo tra l’esperienza di Paolo sulla via di Damasco e 2Cor 3,14, testo in cui Paolo rende esplicito il fondamento della sua ermeneutica. 2Cor 3,14 mostra – secondo il professore di Tubinga – che l’esperienza di Paolo lo ha costretto a concludere che sulla lettura e l’interpretazione della legge era posto un ‘velo’ che occultava al giudeo il suo vero significato e, di conseguenza, gli impediva di giungere a una vera comprensione di Cristo. In Cristo questo velo scompare, rendendo così possibile una vera comprensione della Legge. Secondo Stuhlmacher, l’esperienza cristologica di Paolo è il punto di appoggio sia della sua visione della Legge, sia della sua ermeneutica dell’Antico Testamento. Il principio ermeneutico cristologico tuttavia non impedisce a Paolo l’utilizzo delle tecniche esegetiche del suo tempo, come dimostra anche il testo che stiamo commentando. Lo studio dell’uso dell’Antico Testamento nelle lettere rende manifesto il fatto che Paolo abbia messo al servizio di questo principio ermeneutico, ancorato alla sua esperienza, tutte le sue conoscenze di esperto rabbino. Molte citazioni dell’Antico Testamento che troviamo nelle sue lettere sono così complesse che si possono spiegare solo col fatto che Paolo aveva acquisito una totale padronanza dei metodi esegetici del suo tempo. Principio cristologico e principio razionale, ossia l’impiego di determinate tecniche di interpretazione, non sembrano dunque assolutamente contrapposti nell’uso che ne fa Paolo. Lo dimostra il fatto che l’utilizzo dei testi dell’Antico Testamento da lui citati non è assolutamente arbitrario, ma particolarmente accurato nel rendere il loro significato originale nei rispettivi contesti. Le regole ermeneutiche tuttavia non sono usate in modo neutro, ma alla luce dell’avvenimento che ha determinato la sua vita. Sottolinea M. Hooker: “La differenza fondamentale tra Paolo e i suoi contemporanei non è, dunque, una questione di metodo, dato che egli usa tecniche che ad essi erano familiari, anche quando a noi risultano estranee. [La differenza] consiste piuttosto nell’accettazione del fatto che Cristo stesso è la chiave del significato della Scrittura”. E la ragione di questa differenza si basa, secondo la studiosa, sul fatto che, avvicinandosi alla Scrittura, “Paolo parte dall’esperienza cristiana e spiega la Scrittura alla luce di questa esperienza”. In questo modo Paolo ci insegna una volta per tutte che la contemporaneità di Cristo è l’unica in grado di svelare il senso della Scrittura. Ieri come oggi.

    b. La stoltezza dei Gàlati
    Ma come può conoscere Cristo uno che non abbia la grazia che ha avuto Paolo di una apparizione di Cristo risorto? Come può partecipare all’avvenimento che gli consenta di fare esperienza di Cristo per poter conoscerlo? Quanto accadde nelle chiese della Galazia è altamente significativo e funge da esempio spettacolare.
    I galati hanno avuto notizie di Cristo attraverso l’annuncio del vangelo grazie all’attività missionaria dell’Apostolo. L’accoglienza di questo annuncio da parte dei Galati ha consentito loro di fare l’esperienza che Paolo sintetizza meravigliosamente in queste parole: “Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù”. E continua, poco oltre: “E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!”. L’incorporazione in un gruppo ben preciso, la comunità cristiana, attraverso un gesto determinato, il battesimo, dopo aver accolto il Vangelo, il cui contenuto è condiviso da Paolo con gli altri apostoli, da allora ha permesso ai Gàlati di avere esperienza della novità che Cristo ha introdotto nella storia. Questa esperienza è talmente reale che Paolo si appellerà ad essa per aiutare i Galati ad affrontare una situazione in qui si sono venuti a trovare.
    Infatti, poco dopo essi vengono importunati da alcuni intrusi i quali annunciano “un altro vangelo”, che per la loro salvezza insieme con la fede in Cristo richiede la circoncisione e le opere della legge. I Gàlati così si trovano davanti due versioni del ‘vangelo’, e devono prendere una decisione. Sorpreso dalla rapidità con cui essi stanno passando a un ‘vangelo’ diverso da quello che ha predicato, Paolo scrive la lettera per dimostrare che “non ce n’è un altro”, ma solo quello che ha annunciato loro e ciò che li sta ammaliando non è altro che una deformazione dell’unico Vangelo di Cristo. Per questo, nella prima parte racconta la sua storia personale: come ha conosciuto il Vangelo per rivelazione e come questo Vangelo che predica è l’unico Vangelo, corrispondente a quello degli altri apostoli, come dimostra il fatto che quando lui aveva esposto il vangelo che predicava tra i gentili direttamente alle colonne della Chiesa di Gerusalemme (cioè Pietro, Giovanni e Giacomo), non solo non gli imposero né aggiunsero nulla di nuovo, ma gli tesero la mano in segno di comunione, come riconoscimento della “grazia a me conferita” sulla via di Damasco.
    Ma Paolo non si limita a questo, e nella seconda parte della lettera fornisce ai travagliati Gàlati gli argomenti con cui potersi difendere dagli attacchi che stanno ricevendo. Paolo sa per esperienza personale che fu portato a convincersi della verità di Cristo dall’esperienza del suo incontro con Lui. Tenendo conto di questo fatto, non risulta strano che l’apostolo in questa seconda parte cominci appellandosi all’esperienza dei Gàlati. Ecco il testo: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Ecco, io Paolo vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà nulla. E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato ad osservare tutta quanta la legge. Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge; siete decaduti dalla grazia. Noi infatti per virtù dello Spirito, attendiamo dalla fede la giustificazione che speriamo”.
    In questo passo Paolo mette in primo luogo davanti agli occhi dei Gàlati il fatto che abbiano ricevuto lo Spirito, e i prodigi che questo Spirito ha operato tra loro. Come osserva acutamente Vanhoye, “nel contesto si tratta necessariamente di un fatto osservabile, constatabile. Altrimenti non potrebbe servire come argomentazione”. Proprio perché è un fatto verificabile, i Gàlati hanno potuto fare l’esperienza dello Spirito, e ciò permette a Paolo di appellarsi a questa esperienza come criterio decisivo per chiarire il dilemma che ora devono affrontare. Per questo, – ha sottolineato J. Dunn – “appellarsi all’esperienza da parte di Paolo non è un fatto periferico o casuale. È al centro della sua intenzione di trattenere i Galati all’interno del suo vangelo”.
    Prima di continuare è necessario soffermarsi brevemente sul valore del verbo paschein perché sul suo significato è nata una vivace discussione. La ragione di questa discussione si basa sul fatto che il verbo è sempre usato con il significato di ‘soffrire’. Per questo motivo commentaristi antichi e moderni hanno interpretato l’epathete di 3,4 come un’allusione ai patimenti sofferti dai Gàlati in conseguenza della loro adesione alla fede. Se ora la abbandonassero, passando a un altro ‘vangelo’, tutte queste sofferenze sarebbero state vane. Tuttavia la letteratura greca documenta anche casi in cui paschein viene usato rispetto a esperienze favorevoli, positive, prive di sofferenza. Per questo recentemente alcuni studiosi hanno interpretato il verbo in questione nel nostro testo nel senso di ‘sperimentare, fare l’esperienza di qualcosa di positivo’. A loro parere, questo è l’unico significato adeguato al contesto in cui compare il verbo nel nostro testo, in cui Paolo si sta appellando all’esperienza positiva vissuta dai Gàlati quando hanno ricevuto lo Spirito e, in seguito, ai miracoli che lo Spirito ha realizzato fra di loro. Secondo F. Mussner, “tosauta può designare unicamente i doni dello Spirito e i ‘prodigi’ che discendono da lui (cfr. 5,5). Il verbo paschein ha anche un significato positivo: ‘sperimentare’ (qualcosa di buono)”. Il fatto che Paolo non alluda in nessun altro passo della lettera a sofferenze vissute dai Gàlati – diversamente da quello che dice, per esempio, dei Tessalonicesi, che ricevettero e mantennero la loro fede fra gravi tribolazioni –, è per questi studiosi una conferma dell’uso positivo del verbo in tale contesto. Dato che il verbo paschein può avere il significato più neutro di ‘sperimentare’, e che la scelta del significato è determinata dal contesto, orientato interamente verso un tenore positivo, possiamo concludere che con esso Paolo si sta riferendo alle esperienze positive vissute dai Gàlati dal momento in cui decisero di ricevere il vangelo di Paolo. Scrive R. Longenecker “Per questo tosauta epathete deve essere interpretato con ogni probabilità come riferito all’insieme di esperienze spirituali positive”.
    Ma che cosa significa ‘ricevere lo Spirito’? È ben noto che a partire da H. Gunkel le opinioni sono concordi e si possono sintetizzare con queste parole: “La teologia del grande apostolo è un’espressione della sua esperienza, non delle sue letture... Paolo crede nello Spirito divino, perché lo ha sperimentato”. Uno degli ultimi studi sulla questione non ha fatto altro che confermare questo convincimento: per Paolo lo Spirito era una realtà sperimentata. Ma Paolo, nella sua concisione, non ci ha facilitato: non ci fornisce una descrizione esplicita dei fatti cui si riferisce, che certamente erano noti ai Gàlati (ma non a noi). Possiamo però essere certi che non furono troppo diversi da quelli enumerati in Gal 5,22, quando Paolo fa un elenco dei frutti che lo Spirito produce in coloro che lo ricevono: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé”. In altre parole: il cambiamento dell’io. Inoltre, nel nostro passo troviamo l’altra espressione energôn dynameis, “colui che opera miracoli”. Si tratta di un’azione presente, lo dimostra il participio presente energôn. Come leggiamo in 1Cor, dove “il dono di far guarigioni” e “il potere dei miracoli” (energêmata dynameôn) sono attribuiti allo Spirito. Questi fatti accertabili costituiscono l’esperienza dei Gàlati. “Qui l’obiettivo è ricordare ai Gàlati un genere di esperienze sufficienti a dimostrare che essi hanno ricevuto lo Spirito escatologico”.
    Dopo aver messo loro di fronte le grandi cose (tosauta epathete) di cui hanno fatto esperienza, può porre la questione decisiva: “Colui che dunque vi concede lo Spirito e opera portenti in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge [perché siete fedeli alla legge ebraica] o perché avete creduto alla predicazione [all’annunzio cristiano]?”. Se saranno onesti e leali rispetto all’esperienza vissuta, potranno riconoscere attraverso di essa che le grandi cose successe a loro non hanno origine dall’osservanza della legge, dato che il Vangelo predicato da Paolo non la includeva come fattore determinante, ma soltanto dall’ascolto della fede. Soltanto la fede è l’origine dei frutti che vedono con i loro occhi! Questo è il motivo per cui conviene che continuino ad abbracciare il Vangelo che ha prodotto tra loro tanti frutti preziosi.
    Appellandosi dunque alla loro esperienza, Paolo offre al contempo il metodo per uscire dallo stato di perplessità in cui si trovano: tutte queste esperienze positive non significano nulla per voi, quando vi trovate di fronte al dilemma se continuare con lo Spirito o tornare alla legge giudaica?. Saranno state vane? Come l’esperienza sulla via di Damasco, cui l’Apostolo ha fatto allusione all’inizio della lettera, ha permesso a Paolo di riconoscere la verità su Cristo (e quindi di scegliere ragionevolmente tra le due interpretazioni della persona di Gesù, quella degli ebrei seguaci del sinedrio e quella cristiana), così l’esperienza dei Gàlati è ciò che permette loro di decidere in modo ragionevole tra le due interpretazioni del Vangelo. Certamente Paolo è cosciente del fatto che sono esperienze di natura molto diversa. Ma questa differenza non sminuisce la loro validità. Nel caso di Paolo l’esperienza dell’incontro con Cristo risorto gli fa conoscere in modo diretto, immediato, la vera realtà di Cristo. Nel caso dei Gàlati il modo per arrivare a conoscere la realtà profonda di Cristo ha seguito un altro corso, non per questo meno adatto a giungere a una certezza. I Gàlati hanno davanti segni palpabili della Sua presenza in mezzo a loro grazie all’azione condotta dallo Spirito attraverso la predicazione, il battesimo, eccetera. Sanno bene che questi segni sono iniziati a partire dal momento in cui hanno deciso di ricevere il Vangelo di Gesù. Sono dunque segni che non possono essere spiegati ragionevolmente se non con la presenza di Cristo risorto in mezzo a loro a opera dello Spirito. Per strade diverse, tanto Paolo quanto i Gàlati ne possono essere certi. Questo dovrebbe convincerli della verità del vangelo di Paolo. La loro esperienza permette che giudichino da soli, senza dipendere né da Paolo né dagli intrusi. Qui risiede il valore dell’appellarsi di Paolo all’esperienza: è in essa che si rende trasparente la verità del Vangelo che Paolo ha predicato loro.
    Tutto ciò permette di comprendere la reale portata dell’accusa di ‘stoltezza’ mossa da Paolo ai Gàlati. “O stolti Gàlati, chi mai vi ha ammaliati”. Con essa – commenta Vanhoye – “quello che [Paolo] cerca è di provocare la presa di coscienza da parte dei Galati della loro ‘stoltezza’”. In che cosa consiste la loro stoltezza? Nonostante quanto si è reso evidente grazie alla loro esperienza – ossia che la loro adesione al Vangelo ricevuto da Paolo ha procurato straordinari benefici, come documenta ciò che è loro successo –, i Gàlati sono sul punto di lasciare tutto per seguire un altro ‘vangelo’. La stoltezza dei Gàlati, la loro posizione irragionevole, si basa sul non voler sottomettere la ragione all’esperienza vissuta. Se non si lasciassero ammaestrare da questa esperienza, essa risulterebbe realmente vana. Come ha acutamente notato J. Bligh, “se l’esperienza non ha insegnato loro nulla, allora è stata vana”. Invece di fornire ulteriori motivi a favore della loro adesione a ciò che hanno ricevuto, tutto quello che hanno vissuto fino a ora sarebbe paradossalmente stato inutile. “L’esperienza cristiana dimostra l’efficacia salvifica della fede senza alcun riferimento alle opere della legge. Questo fatto iniziale è fondamentale. Il seguito deve corrispondere all’inizio, deve mantenersi sullo stesso piano. I Gàlati però stanno cambiando livello. Dal livello spirituale, dove li ha posti la fede, scendono al livello carnale. È assurdo. Non sono coerenti con la loro propria esperienza. Dio, invece, è coerente, non inizia in un modo per continuare in un altro. Come ha iniziato, così continua, ossia comunica lo Spirito non attraverso le opere della legge, ma attraverso l’ascoltare/ricevere la fede”.
    Ancora una volta dunque ciò che permette di discernere tra le diverse interpretazioni non è una questione tecnica, ma teologica, o meglio cristologica. È l’avvenimento di Cristo morto e risorto – che per opera dello Spirito si rende presente nella Chiesa e attraverso la Chiesa, comunicandosi alla ragione e alla libertà dell’uomo – a rendere possibile un’esperienza che permette di decidere in ogni momento rispetto alle diverse interpretazioni che possono comparire nel corso della storia umana.


    * * *


    L’esperienza di Paolo e dei Gàlati ci ha mostrato qual è la condizione per conoscere Cristo: la partecipazione all’avvenimento in cui Lui si rende presente all’esperienza umana. In questo senso possiamo dire che Paolo e i Gàlati sono una documentazione che la conoscenza è sempre un avvenimento. Nessun altro metodo può darci una vera e propria conoscenza. Perché? Vediamolo nel caso di Paolo coi Gàlati.
    Tanto l’uno quanto gli altri sono nati in un popolo che li ha introdotti alla realtà attraverso una cultura. A entrambi, così situati storicamente, quindi dotati della tipica precomprensione, va incontro Cristo (direttamente come nel caso di Paolo, oppure attraverso la Chiesa, come per i Gàlati) provocando in loro il dilatarsi della ragione, chiamata a riconoscere la novità che hanno davanti, come succedeva ai discepoli, la cui “capacità di credere”, dice H.U. v. Balthasar, era “completamente sostenuta ed operata dalla persona rivelatrice di Gesù”. Avvenimento cristiano e ragione non si contrappongono nella conoscenza. Al contrario, come si vede dalla questione del velo mosaico, l’avvenimento cristiano libera la ragione dai limiti cui normalmente si conforma seguendo le usanze della propria cultura e tradizione, la restituisce al suo dinamismo più specifico, ossia all’aprirsi liberamente alla comprensione della totalità della realtà, e nella sua novità radicale, come presenza di Dio tra gli uomini, la porta gratuitamente più in là di dove arriverebbe con le sue proprie forze.
    Quando la libertà di coloro che incontrano l’avvenimento cristiano non si sottrae all’attrazione che la Sua presenza provoca in essi, inevitabilmente si impegnerà a verificarne la corrispondenza con tutti gli aspetti della realtà, giungendo così alla certezza che permette la loro ragionevole adesione. Il caso dei Gàlati dimostra chiaramente che l’annuncio cristiano non viene accettato in modo acritico. Se Paolo si appella all’esperienza dei Gàlati, è precisamente perché non pretende una resa incondizionata al Vangelo – che sarebbe assolutamente indegna della loro natura razionale di uomini –, ma li invita semplicemente a sottomettere la loro ragione all’esperienza vissuta, di modo che quella non si erga a criterio di giudizio avulso da questa, rendendo così vana, inutile, la storia che hanno vissuto, e diventando così irrimediabilmente stolti. L’onestà e la lealtà verso l’esperienza vissuta permette invece di aderire in modo pienamente ragionevole e insieme pienamente libero.
    Il caso di Paolo e dei Gàlati è paradigmatico in ogni momento della storia poiché, come per loro, l’avvenimento di Cristo diventa contemporaneo nella vita della Chiesa per ogni uomo, nelle sue circostanze storiche e culturali, permettendogli di vivere la stessa esperienza che consente di raggiungere la certezza sulla verità di ciò che essa annuncia. Questo è così perché, come dice H. Schlier, “il significato ultimo e peculiare di un avvenimento, e pertanto dell’avvenimento stesso nella sua verità, si apre sempre solo a un’esperienza che gli si abbandoni e in questo abbandono cerchi di interpretarlo, a un’esperienza che è vera, se è adeguata all’avvenimento in questione”.
    Che questo è il metodo non soltanto dell’inizio, ma anche della continuazione della conoscenza ce lo testimonia Paolo nella Lettera ai Filippesi. Infatti l’unico modo di progredire nella conoscenza di Cristo è accettare di partecipare all’avvenimento di Cristo ora, nella potenza della sua risurrezione e la comunione delle sue sofferenze: “Ma ciò che per me era un guadagno, l’ho considerato come un danno, a causa di Cristo. Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all'eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede. Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte, per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti. Non che io abbia già ottenuto tutto questo o sia già arrivato alla perfezione; ma proseguo il cammino per cercare di afferrare ciò per cui sono anche stato afferrato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo di averlo già afferrato; ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, corro verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù”.
    Consapevole che progredire in questa conoscenza è un dono, come è stato un dono l’inizio, Paolo invita i cristiani di Efeso a implorare Dio Padre “affinché egli vi dia, secondo le ricchezze della sua gloria, di essere potentemente fortificati, mediante lo Spirito suo, nell’uomo interiore, e faccia sì che Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, perché, radicati e fondati nell’amore, siate resi capaci di abbracciare con tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’amore di Cristo e di conoscere questo amore che sorpassa ogni conoscenza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio”.

    Julián Carrón

    Fonte :www.meetingrimini.org
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  5. #65
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    MEETING/ Varela (Arcivescovo di Madrid): la Chiesa è un popolo che fa storia
    INT. Antonio Marìa Rouco Varela mercoledì 26 agosto 2009


    Chiamato a intervenire sul tema “Chiesa, Società e politica” Sua Eminenza, Monsignor Antonio Maria Rouco Varela, arcivescovo di Madrid ha raccontato a il sussidiario.net la situazione in cui versa la Chiesa nell’Europa moderna e in Spagna



    Eminenza, il tema da lei trattato in questo Meeting è “Chiesa, Società e politica”. È possibile, considerando quanto la politica oggi sia in alcuni aspetti provocatoria nei confronti della Chiesa, se non in netto contrasto, che questa non si trasformi a sua volta in un attore politico?



    In realtà la Chiesa non sarà mai un soggetto politico. Sarà però sempre interpretata come tale dal mondo esterno ad essa. E questo per ragioni di interesse politico. Credere comunque che si possa liberare dalla critica politica è impossibile, ma occorre precisare che la Chiesa in primo luogo è un popolo, un corpo che fa storia dentro la storia. Una storia di grazia e di redenzione, di confronto permanente con Cristo e con la storia del peccato e del male. Se ci fosse dunque un momento in cui il mondo e la politica non avessero alcun interesse per la Chiesa ciò vorrebbe dire che sarebbe morta.



    A questo proposito qual è la situazione del rapporto fra politica e Chiesa in Spagna oggi?



    In Spagna la Chiesa è coinvolta ancora di più. Infatti nella concezione che attualmente c’è dello Stato, così onnipresente, che assorbe tutto, tutti gli aspetti della quotidianità, il rischio è quello di perdere di vista il fattore religioso. Tutto il regime di amministrazione dello Stato non lascia aperto alcuno spiraglio di umanità davvero libera. Uno Stato che si identifichi in questo modo vuole che la società sia un “terreno” totalmente gestito da un unico padrone e quando vede attiva la vita della Chiesa, che è la vita della persona e della famiglia, il potere che c’è dietro l’organizzazione dello Stato si muove contro di essa. Ricordiamoci che la Chiesa nasce dal martirio del suo fondatore e continuerà a vivere fino al suo ritorno.



    Quali sono le indicazioni che la chiesa spagnola predilige rivolgere al proprio popolo nei confronti della società e della realtà politica?



    Le linee guida non sono altro che quelle espresse dalla dottrina sociale della Chiesa. C’è un capitolo dedicato alla formula giusta dello sviluppo e dell’organizzazione dello sviluppo dello Stato.

    Per tutta la teologia morale, quella espressa dal medioevo fino a Benedetto XVI, l’istituzione dello Stato è inevitabile. Infatti risponde alle necessità comuni. Ma deve farlo in funzione della garanzia di un bene comune: il rispetto dei diritti fondamentali della persona che non sono negoziabili.

    Lo Stato deve garantire che questi diritti vengano rispettati, ma non deve stabilire quali siano. Insomma deve offrire un bene comune in funzione dell’autonomia della società e delle sue organizzazioni, secondo il principio di sussidiarietà.



    Principio dunque fondamentale per garantire la libertà degli individui



    Certo. L’obiettivo di un bene comune che dimenticasse il principio di sussidiarietà fallirebbe subito. La partecipazione di tutti nella politica, il ruolo che i singoli individui devono avere con la Costituzione dello Stato, questo è quello che cerchiamo di insegnare in Spagna alla Chiesa viva che parte dal popolo e che arriva fino alla politica.

    C’è sempre bisogno di una costante revisione critica, morale ed etica. L’assenza di questo è il problema degli stati moderni, non solo della Spagna. Questi sono i principi ed i criteri morali che il cardinal Ratzinger e Habermas hanno evidenziato nel famoso colloquio del 2004 sui presupposti prepolitici dello Stato moderno democratico e di diritto. Lo Stato ha bisogno di questi presupposti per garantire un criterio che consenta una società civile, una legge eticamente giustificata, moralmente, e teologicamente, fondata.



    Il Cardinal Carlo Caffarra ha parlato ieri di due “malattie” che affliggono la società Europea, ossia il dogmatismo scientifico e il nichilismo. Qual è la sua opinione in proposito?



    Questa è anche la diagnosi che fa il Santo Padre. In realtà l’aveva già predicata prima di divenire Papa fra il 2004 e il 2005, lungo una serie di articoli sui presupposti pregiuridici dello Stato, sulla fede in Dio in rapporto allo Stato. Sono quelle che lui chiama le «patologie della religione e della ragione». Ratzinger pronunciò poi la famosa frase nell’omelia dopo il conclave relativa alla “dittatura del relativismo”. Io credo che relativismo morale e nichilismo esistenziale vadano insieme. Se un uomo non incontra degli ideali sui quali poggiare il suo futuro il nichilismo morale che incontra nella società si trasformerà per lui subito in nichilismo esistenziale. Questa è la situazione che stiamo vivendo nelle società europee e l’impatto sull’umanità di queste società disgraziatamente si vede.



    Nel 2011 si terrà nella città di cui lei è arcivescovo, Madrid, la Giornata Mondiale della Gioventù. Quali sono le aspettative della chiesa spagnola rispetto a questo importantissimo evento?



    Le aspettative sono grandissime. Dal punto di vista spirituale e apostolico tutta la Chiesa è già molto occupata nella preparazione della giornata mondiale. Per quanto riguarda il suo impatto sulla Chiesa noi vescovi pensiamo alla luce scaturita dal tema che il Santo Padre ha scelto per questo evento. È il tema della presenza di Cristo nella vita dell’uomo e della Chiesa come corpo di Cristo. Non esiste un distacco dall’esperienza personale dell’uomo e da quella di Cristo Resuscitato.

    Il motto della giornata è un testo della lettera di San Paolo ai Colossesi: «edificati e radicati in cristo, fermi nella fede».



    Oltre alla Chiesa quale risposta percepite dal popolo spagnolo?



    Stiamo facendo un lavoro con il consiglio pontificio per i laici. La preparazione teologica e spirituale inizierà il 14 settembre da Madrid. L’anno prossimo sarà l’Anno Santo Giacobeo, di Santiago di Compostela. La festa di San Giacomo apostolo coinciderà con una domenica. Ci sarà quindi un grande pellegrinaggio nazionale spagnolo, e questo indubbiamente sarà un momento molto importante per la preparazione alla giornata mondiale.



    A proposito di tematiche provocanti, qual è la sua opinione sul titolo del Meeting di quest’anno?



    È un titolo molto suggestivo e fa pensare al fatto che coloro che lo hanno scelto hanno a cuore la situazione della Chiesa oggi. Tutta la conoscenza è sempre un avvenimento, anche il Papa ha spiegato bene questo concetto nella sua bellissima lettera che ha dedicato al Meeting. Il verbo, nella vita dell’uomo cristiano, non è una vuota parola, ma un’esperienza e un avvenimento.


    www.ilsussidiario.net
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  6. #66
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    Blair: «Radici cristiane Dobbiamo esserne fieri»

    L’ex premier britannico: «La Chiesa metterà al nostro servizio la globalizzazione ed eviterà di renderci schiavi di essa»
    Il racconto della sua conversione. La proposta dell’esperienza religiosa come fondamento di un progetto politico. L’invito ad ascoltare la Chiesa. Così Tony affascina l’intero Meeting

    DAL NOSTRO INVIATO A RIMINI PAOLO VIANA

    L a Chiesa darà un’anima alla globalizzazione, perciò deve poter sempre parlare e i governi devono ascoltarla. Questo è il messaggio lanciato ieri da Tony Blair. Il suo intervento al Meeting, il più atteso, si è concluso con una standing ovation. In piedi in diecimila, in piedi il presidente della fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini, che moderava l’incontro, in piedi il mondo politico ciellino, da Mario Mauro a Maurizio Lupi, in piedi anche gli ospiti, come l’arcivescovo di Palermo Paolo Romeo e il vescovo ausiliare di Roma, monsi*gnor Luigi Moretti. Blair ha conquistato tutti, con mestiere e passione, regalando spez*zoni di intimità («qui ho chiesto a Cherie di sposarmi») conditi con humour britannico ( «la mia conversione? Avevamo stabilito di andare a Messa insieme, una volta in una chiesa anglicana, un’altra in una chiesa cattolica. Indovinate dove andavamo più spes*so… ») e qualche captatio benevolentiae.
    Blair non è il primo vip che si scioglie di fronte a questa platea: oltre a Jannacci, è capitato anche al governatore Mario Draghi, che ha ricordato gli insegnamenti del padre e si è commosso di fronte al bar gestito da una cooperativa di carcerati. L’uomo che ha reinventato il Labour party, però, è andato decisamente oltre, proponendo la propria esperienza religiosa come il fondamento del progetto politico che persegue attraverso la sua fondazione per il dialogo interreligioso. Con la quale, tra l’altro, tasta il polso alla Cina: «Ci stanno davvero provando a ridurre le emissioni di anidride carbonica e potrebbero sorprenderci per come stanno rivedendo le relazioni tra persona, stato e comunità. Contrariamente a quanto pensiamo, si rendono perfettamente conto dell’equilibrio che dev’esserci tra Stato e responsabilità individuale».
    Lo statista inglese è anche uno degli esponenti del Quartetto che sta lavorando per la pace in Medioriente: «È veramente dura » ma «rendere la Terrasanta il luogo della fede e della pace sarebbe il più grande simbolo di riconciliazione per il mondo». Più concreto il messaggio sul multiculturalismo: «Nei nostri Paesi abbiamo radici giudaico cristiane e dobbiamo essere fieri del nostro retaggio culturale. Ci riconosciamo in un paese in cui ci sono valori comuni. È importante che questi valori vengano osservati da tutti, sulla base di uno stato di diritto che tutti devono osservare e accettare». In questa prospettiva, ha puntualizzato, l’Europa deve affrontare la sfida dell’immigrazione: parole che saranno rilette con attenzione se Blair, come si dice negli ambienti diplomatici, diventerà il nuovo presidente della Commissione europea.
    Esponendo la propria concezione del rapporto tra Stato, comunità e persona ha sottolineato che «lo Stato è migliore quando si aggiunge agli sforzi dell’individuo anziché sostituirvisi», ricordando la sua 'terza via' e le riforme del Welfare intrise di sussidiarietà (applausi scroscianti dal pubblico ciellino) che hanno caratterizzato i dieci anni trascorsi a Downing Street. «Oggi c’è sempre più spazio per questa linea perché sono sempre di più i servizi che non possono essere lasciati né solo allo Stato né solo al mercato», ha aggiunto.
    Fin qui il Blair laburista e premier: almeno per quanto riguarda la politica sociale la scelta della confessione cattolica non rappresenta uno spartiacque tra un 'prima' e un 'dopo'. Invece, l’ospite del Meeting ha insistito parecchio sul legame tra la sua conversione, due anni fa, al cattolicesimo - «nella Chiesa mi sento a casa» - e la sua visione della globalizzazione. Commentando la Caritas in Veritate - definita «un contrattacco alla nozione stessa di relativismo, all’idea dell’esistenza come negoziato amorale e obbedienza all’opinione maggioritaria» ha spiegato che «se non si vuole che sia dominata dai più potenti o da decisioni di breve termine, una comunità globale ha bisogno di fini condivisi forti, perché la globalizzazione ci rende vicini ma non fratelli». In questo scenario, si apre per la Chiesa un notevole spazio diplomatico: «È la voce spirituale che metterà la globalizzazione al nostro servizio e non ci renderà schiavi di essa ». I Grandi, ha testimoniato, riconoscono alla Chiesa un primato morale globale e la religione non è più vista solo come un elemento di conflitto anche se «spetta anche ai cattolici dimostrare che la fede si impeGNO per la giustizia e la solidarietà tra le nazioni, solo così mostreremo il vero volto di Dio e della sua pietà». Il Blair cattolico non è dunque diverso dal leader che nel ’93 teorizzava un New Labour che coniugasse eguaglianza e responsabilità come nella tradizione cristiana, ma è più determinato nell’affermare che, per lui, «la fede è lo scopo della vita» e che «fede e ragione sono alleate, mai in opposizione, si appoggiano e si rafforzano a vicenda». E soprattutto è un testimone della fede di altissimo livello che gira il mondo sostenendo, come ha fatto ieri, che «la Chiesa va ascoltata e deve parlare con una voce chiara e aperta».


    «È la vita a soffrire se il diritto diventa opportunismo»
    Mary Ann Glendon, docente ad Harvard: negli Stati Uniti manca un reale sostegno alle donne. Meglio l’Europa

    DAL NOSTRO INVIATO A RIMINI
    NELLO SCAVO
    I l Diritto come il « carnevale » . La legge trasformata in una « miscela di opportunismo » . La vita umana ridotta a mercato del consenso. Mary Ann Glendon è diventata un’amica del Meeting di Rimini e in questa intervista denuncia il comportamento di chi « ha ridotto il Diritto a strumento di potere » . Il prezzo più alto lo paga « la vita nascente » . Non solo a causa dell’aborto.
    Glendon è stata ambasciatore americano presso la Santa Sede e docente di legge ad Harvard.
    Esperta di bioetica e diritti umani, la rivista di giusrisprudenza “ The National Law Journal”, l’ha dichiarata nel 1998 una delle cinquanta avvocatesse più influenti d’America. Tre anni prima fu la prima donna a essere nominata a capo della delegazione vaticana alla quarta Conferenza mondiale sulle donne, promossa a Pechino dall’Onu. È stata nominata presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali il 19 gennaio 1994 nel 2002 è entrata a far parte del President’s Council on Bioethics, il Consiglio Presidenziale di Bioetica dell’allora presidente americano George W.
    Bush.
    Professoressa, perché è così allarmata?
    Innanzitutto abbiamo bisogno di capire cosa c’è sotto a quello che sta accadendo. È un po’ come “La regina delle nevi” del danese Hans Cristian Andersen. Ecco, il giurista Holmes ( che negli Usa ha fatto scuola, ndr) faceva come il demone, lo spirito malvagio che nella fiaba aveva creato un specchio capace di far sparire tutto ciò che di bello si specchiava in lui, e di accentuare e deformare tutto il cattivo. In seguito, lo specchio si rompe in mille frammenti che vengono dispersi per il mondo, entrando negli occhi e nei cuori degli uomini e corrompendo le loro anime. Così Holmes diceva ai suoi studenti che il diritto non è nulla di più di un comando, di una miscela di preferenze e opportunismo.
    Quali sono le ripercussioni di quella distorsione?
    Questo approccio ha aperto la strada a quel “carnevale” che ha portato a sottomettere la Legge all’interesse del potente di turno.
    Ma questo contrasta con quella tradizione giuridica che è ben rappresentata dal “Common Law”, quale raccolta di norme nate dall’esperienza pratica e al servizio dell’interesse e del bene collettivo.
    Chi paga il prezzo più alto della strumentalizzazione del senso di Giustizia?
    La persona umana, innanzitutto. In Europa generalmente la vita nascente è molto più tutelata di quanto invece non facciamo noi negli Stati Uniti, dove per esempio manca un reale sistema di protezione della vita. Penso, ad esempio, al sostegno delle donne durante la gravidanza. Lo sforzo, la battaglia del movimento per la vita negli Stati Uniti è anche quello di promuovere nel nostro Paese quelle tutele e quegli strumenti previdenziali a sostegno della maternità, come accade fra gli altri nell’ordinamento italiano.
    Lei sostiene che si è smarrito il senso del bene comune. Come si fa a riscoprirlo?
    Innanzitutto invito a fare una riflessione. La ragione per essere liberata, deve essere purificata.
    Come insegna Benedetto XVI l’evento che purifica la dinamica della conoscenza, nel senso che libera dalle ideologie, dai pregiudizi e dalle incrostazioni, non è necessariamente qualcosa, ma qualcuno, un testimone.
    Perché ha deciso di tornare tra la gente del Meeting di Rimini?
    Questa estate ho letto alcuni testi di don Giussani e mi ha colpito molto la sua consonanza con la “Caritas in Veritate”. Perciò ho ripensato a quando sono venuta qui l’anno scorso, scoprendo nelle persone presenti una idea di “ incontro”, il desiderio di far circolare idee, la possibilità di stabilire nuove relazioni. Qui giovani, adulti, famiglie, grandi intellettuali, scienziati, vengono e spesso tornano insieme per incontrarsi e confrontarsi su temi decisivi per la nostra vita e per il futuro di tutti.
    Temi spesso trascurati dai media...
    Ma non dal nostro ' Avvenire', un giornale per cui vado matta.

    Fonte: AVVENIRE
    Ultima modifica di WIlPapa; 28-08-2009 alle 13:00
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

  7. #67
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    MEETING/ Io, fede e politica Tony Blair si racconta

    È un privilegio rivolgermi a voi, al famosissimo Meeting di Rimini, è anche un onore essere associato a Comunione e Liberazione, essere qui con voi.

    Peraltro è sempre un piacere anche solo essere in Italia, perché in questo Paese ho passato moltissimi momenti molto belli e qui, tra l'altro, quasi trent'anni fa ho chiesto a mia moglie di sposarmi. Adesso, tre decenni e quattro figli dopo, mi fa molto piacere rievocare quel momento.
    Come sapete, sono anche un nuovo membro della Chiesa Cattolica, sono neofita. E quindi sono in soggezione dovendo parlare davanti a un gruppo illustre di persone così eminenti, mi sento umile e vi ringrazio per questo benvenuto così caloroso. Da quando ho cominciato i preparativi per divenire cattolico sentivo che stavo tornando a casa e in questa casa sento che c'è il mio cuore, ed è a questo luogo che appartengo.
    Sono appena ritornato da un viaggio in Cina. Ci vado molto spesso, è un Paese che mi affascina moltissimo. Guardo come cresce, come si sviluppa non solo economicamente, ma anche a livello politico e culturale. Durante la mia visita ho discusso anche di cambiamenti climatici con i leader cinesi. Un argomento, quello del clima, per cui, a differenza di quanto si possa pensare in Occidente, la Cina sta dimostrando un impegno forte, determinato per cominciare a ridurre le emissioni di anidride carbonica.
    Ho parlato a una conferenza in una delle provincie più povere, in una città dal nome Guiyang e mi sono reso conto che ci stanno davvero provando, stanno lavorando per far superare ai cinesi la povertà, promuovendo la crescita e rendendola sostenibile, utilizzando fonti energetiche più pulite come l'energia solare. Però, come sempre in questi casi, mi sono portato via più di quanto mi sarei immaginato. Perché con i cinesi ho discusso anche di assistenza sanitaria, di riforma della sanità e di come la Cina cerca di sviluppare il suo Welfare state.
    I cinesi si stanno occupando della relazione tra persona, stato e comunità e stanno elaborando alcune soluzioni radicali che ci potrebbero sorprendere.
    Stanno studiando quello che abbiamo fatto noi in Europa, quello che abbiamo fatto bene e quello che invece abbiamo sbagliato. Si rendono conto dell'equilibrio tra lo Stato e il bisogno della responsabilità individuale, tra i servizi statali e la concorrenza.
    È chiaro che faranno le cose alla cinese, ma i dilemmi e le scelte in politica si sa che sono sempre presenti. C'è un'altra cosa che ho trovato molto interessante in Cina. So che le relazioni tra la Cina e la Chiesa Cattolica rimangono estremamente difficili per motivi conosciuti, spero però che nei tempi queste difficoltà siano superate.
    Ascoltando però i discorsi sull'ambiente, sentendo come descrivono la relazione tra l'individuo e il governo, tra la società e lo Stato, mi ha molto colpito vedere come la Cina stia sviluppando una prospettiva sul suo futuro basandosi però sulla sua cultura sulla sua civiltà millenaria, sulle sue tradizioni di fedi e della filosofia, il confucianesimo, il taoismo e il buddhismo. Parecchie persone che ho incontrato hanno parlato apertamente della loro fede, e molti di questi erano cristiani, ve lo devo dire, facenti parte di un movimento cristiano crescente che c'è in Cina.
    Quindi la Cina, un paese sia antico che nuovo, una Repubblica Popolare che celebra quest'anno il suo sessantesimo anniversario, sta esprimendo a proprio modo i limiti del vedere la società semplicemente come una questione giuridica tra l'individuo e lo Stato. Questo ci dovrebbe dare un momento per la riflessione e la speranza.
    Come Primo ministro del Regno Unito per ben 10 anni e anche come leader del partito laburista per 13, periodo durante il quale ho riformato la nostra Costituzione, proprio per quanto riguarda la relazione tra l'individuo e lo Stato, ho avuto l'occasione di imparare tante cose, ho cominciato sperando di riuscire a far felici tutti e sempre, alla fine, ho dovuto ricredermi: ho dovuto chiedermi se avessi fatto felice almeno qualcuno e ogni tanto.
    Ho imparato nel tempo che lo Stato è migliore quando riesce a dare strumenti, a emancipare, quando si aggiunge agli sforzi dell'individuo per la sua creatività anziché sostituirsi alla sua individualità, quando, anziché tentare di controllare le nostre vite, ci dà più opportunità affinché possiamo controllare le nostre vite.
    È chiaro che lo Stato deve organizzare i servizi pubblici che sono particolarmente preziosi per i più poveri, ma non è necessario che li gestisca sempre e questi servizi devono essere responsabili verso le persone e non viceversa.
    Io vedo l'andamento delle politiche e delle ideologie del ventesimo secolo in questo modo: all'inizio la rivoluzione industriale aveva profondamente cambiato il mondo del lavoro, però molte persone erano prive di protezione e i frutti del loro lavoro venivano loro tolti. Così in tutti i nostri paesi è cominciato a crearsi il welfare state, sistemi nazionali di previdenza, di istruzione pubblica e assistenza sanitaria. Però man mano che cresceva la ricchezza delle persone e le loro tasse servivano a finanziare questi servizi erogati, sempre di più si è cercata maggiore qualità, maggiore libera scelta, sistemi che venissero più incontro ai loro bisogni.
    Così, almeno nel Regno Unito, è cominciata questa spinta alla riforma per ridurre il potere dello Stato, anzi il potere di tutte le istituzioni collettive, compresi i sindacati. Oggi cerchiamo un equilibrio tra l'equità dei servizi statali forniti e la libera scelta individuale che più spesso viene collegata al settore privato.
    Io ho portato avanti quest'approccio nel Regno Unito, ho sviluppato la cosiddetta “terza via” tra uno Stato troppo potente e un mercato troppo liberalizzato e questa era la filosofia alla base delle nostre riforme, nel sistema sanitario nazionale, nell'istruzione, nelle pensioni, nel welfare. Abbiamo anche sviluppato il terzo settore, quello del volontariato.
    Come sa bene il professor Vittadini - ne approfitto per esprimere grande ringraziamento al lavoro della Fondazione per la Sussidiarietà - non c'è solo spazio, direi che c'è sempre più spazio per le organizzazioni della società civile affinché si facciano avanti per fare cose che né lo Stato né il mercato possono più fare. E molte di queste attività vengono portate avanti dalle persone di fede, molti membri della nostra Chiesa.
    Sto pensando al lavoro prezioso fatto da coloro che accudiscono gli ammalati, a coloro che vengono incontro agli afflitti, a coloro che offrono l'amicizia a chi non ce l'ha, per le strade delle nostre città ma anche in zone più lontane: nell'Africa dove senza il lavoro della nostra Chiesa e della nostra fede molti sarebbero senza speranza, senza amore, forse sarebbero anche senza vita.
    Mi piacerebbe che si parlasse di queste opere buone quanto si parla di tante cose brutte che succedono al mondo. Questo lavoro ha un significato più profondo, è una cosa che ho imparato gestendo il governo di un grande paese europeo: ho imparato che la persona e lo Stato, pur appoggiati dalla comunità, non bastano. Una società ha sempre bisogno di un posto anche per la fede.
    i limiti dell'individualismo in un certo senso sono abbastanza ovvi, basta vedere la crisi finanziaria, per comprendere che perseguire il massimo dei profitti nel breve termine senza pensare al bene comune è stato un errore e non può portare né al profitto né al bene. Comunque, a un livello più profondo, essere contro una filosofia puramente individualistica, è una cosa che va detta, bisogna rifletterci anche perché i giovani di oggi hanno accesso a molta tecnologia, a molte opportunità: esperienze, buone o cattive che siano, a un livello che la mia generazione non si sarebbe mai sognata. Forse la generazione dei miei genitori avrebbe pensato che questa era quantomeno fantastica per non dire fantascientifica. Il pericolo, però, si delinea: l'inseguire l'edonismo diventa un fine in se stesso ed è qui che può entrare in gioco la fede, tale da poterci insegnare un senso del dovere verso gli altri, la responsabilità per il mondo che ci circonda, ci può portare, come ha detto il Santo Padre, nella Caritas in veritate.
    Dopo le esperienze di fascismo, comunismo, e se vedete quello che è accaduto in Corea del Nord o la rivoluzione culturale in Cina, è più facile comprendere i pericoli di uno Stato troppo potente. Io però direi anche che lo stesso concetto di comunità ha i suoi limiti. La parola la usiamo in due sensi: da una parte per distinguerla dal governo, la cosiddetta società civile. L'altro senso è invece per descrivere la comunità generale, l'opinione pubblica. Nei regimi democratici comanda la gente; l'opinione pubblica va sempre corteggiata, bisogna avere i suoi favori, anche se non si arriva a farla arrendere, bisogna comunque gestirla ed è proprio qui che la fede amplia, arricchisce l'idea stessa di comunità.
    La recente enciclica è un documento significativo da molti punti di vista: vale la pena leggerla e rileggerla. In tutto il testo c'è un filo conduttore. L'enciclica è come un attacco alla nozione di relativismo, alla descrizione della condizione umana nella società come se fosse un negoziato amorale o una serie di compromessi a cui bisogna scendere con la modernità, o una semplice obbedienza all'opinione maggioritaria. Non che essa (l'enciclica) voglia essere antimoderna, né antidemocratica, però amplia questa relazione, la approfondisce tra i singoli e la comunità entro cui essi vivono.
    Pone la verità di Dio al centro di essa.
    In un particolare punto, l'enciclica descrive l'umanesimo privo di fede come un umanesimo disumano. Senza Dio, dice il testo, l'uomo non saprà da che parte andare, non saprà nemmeno chi è.
    Penso che questo sia ancor più importante oggi. Viviamo infatti nella globalizzazione. Le nostre comunità stanno diventando dei crogiuoli in cui si incontrano diverse razze, diversi popoli, diverse fedi tramite internet, le comunicazioni di massa, i viaggi, l'emigrazione.
    Il mondo sta diventando sempre più piccolo e il pericolo è quello di perdere la nostra identità. E c'è un altro pericolo: non riusciamo a comprendere che una comunità globale, esattamente come un paese, se non si vuole che venga dominata dai più potenti o portata avanti da interessi a breve termine, ha bisogno di fini e obiettivi condivisi, una forza che viene generata dal perseguimento del bene comune.
    Non possiamo tornare ad essere come delle isole separate: la globalizzazione c'è, siamo già interdipendenti. Guardate a qualunque problema: la crisi finanziaria, i cambiamenti climatici, il terrorismo. Nessuno di questi enormi problemi potrà esser risolto da una singola nazione, nemmeno dagli americani. Dobbiamo allearci, non abbiamo alternative. Ma a che fine? A che pro? Ma soprattutto spinti da quali valori?
    Qui voglio di nuovo citare il Pontefice: la globalizzazione ci rende tutti vicini ma non ci rende fratelli. Quindi come gestire il problema della scarsità di risorse nel mondo? Chi fa sentire la voce dei poveri? I rifugiati, i migranti? Come faremo a far prosperare l'intesa e la tolleranza anziché la paura e l'ignoranza? È in questo nuovo spazio che il mondo della fede e la Chiesa Cattolica, cioè universale, che è un modello di istituzione globale, è qui che devono entrare in gioco.
    I leader politici non ce la possono fare da soli, non perché siano cattive persone, ma perché il contesto e le limitazioni entro cui si trovano a lavorare rende le cose troppo difficili per loro. Mi ricordo quando al G8 di Gleneagles nel 2005 quando avevamo parlato di cambiamenti climatici, i politici si erano preoccupati, avevano paura delle richieste buttate loro addosso, ma questo fardello si è poi rivelato molto più leggero dal fatto che la Chiesa Cristiana aveva mostrato una grande disponibilità ad aiutare nell'amore di Dio e nella sua Grazia. La Chiesa può essere la voce spirituale, forte, insistente che renderà la globalizzazione al nostro servizio anziché renderci schiavi di essa.
    E ha anche un altro scopo. Una parte naturale di questa missione è quella di lavorare insieme a quelli di altre fedi nei nostri paesi e al di fuori. Nella mia fondazione, che ha come scopo quello di promuovere il rispetto e l'intesa tra le varie fedi religiose, io dico sempre una cosa: io sono e sarò sempre cristiano e sarò sempre fedele a nostro Signore Gesù Cristo.
    La globalizzazione potrà anche far incontrare persone di diverse fedi, ma non per questo dobbiamo diventare tutti la stessa cosa e trovare una fede che sia un comune denominatore. Siamo tutti insieme ma manteniamo le nostre caratteristiche precipue, le nostre fedi.
    Quindi ci rispettiamo, ma non siamo gli uni uguali agli altri, però lavoriamo insieme: la mia fondazione ha programmi per il settore dell'istruzione: programmi che funzionano in almeno 20 paesi di 3 continenti, c'è anche un'istruzione alla religione che si basa su internet affinché le persone possano parlare gli uni con gli altri aldilà di tutti i confini religiosi.
    Lo scorso mese ho partecipato a una sessione in internet tra una scuola a Dehli, una a Bolton in Inghilterra e una in Palestina. Abbiamo un programma per stabilire dei collegamenti tra le varie fedi nella lotta contro la malaria che uccide un milione di persone ogni anno, soprattutto bambini e in Africa, purtroppo. Molte comunità in Africa non hanno un ospedale, ma hanno sempre una chiesa o una moschea. Quindi stiamo aiutando per creare delle organizzazioni interreligiose, abbiamo cominciato il lavoro in Nigeria, che è stato portato avanti dall'arcivescovo di Abuja e dal sultano di Sokoto, leader della comunità musulmana, con la collaborazione della banca mondiale. Mobiliteranno le loro comunità, formeranno personale sanitario, farmaci e zanzariere per salvare tante vite di bambini. Altri esempi sono in Mozambico, in Ruanda, in Mali e in altri paesi.
    Molto spesso la religione viene vista come fonte di conflitto, di divisione ed è proprio questa manifestazione che consente il laicismo aggressivo in certe parti dell'occidente.
    Invece dobbiamo riuscire a mostrare che la fede si impegna per la giustizia, per la solidarietà tra popoli e nazioni e come riesce a farlo insieme ai popoli di altre religioni, proprio in questo modo riusciremo a mostrare il vero volto di Dio, dell'amore di Dio, della sua pietà e della sua compassione.
    Questo è il ruolo della fede nei tempi moderni: che faccia quello che la fede da sola riesce a fare, raggiungere quello che invece né una persona, né una comunità, né uno Stato da soli né insieme potranno mai raggiungere. Rappresentare la verità di Dio, ma non quella limitata dalla fragilità umana o dagli interessi di uno Stato o, ancora, dalle abitudini transitorie di una comunità, ma per far sì che quella verità ci infonda l'umiltà, l'amore per il prossimo e la vera conoscenza che riesce veramente ad andare aldilà di ogni comprensione.
    Questa è la Fede, non una forma di superstizione, non una sicurezza contro le difficoltà della vita, ma la Fede come salvezza per la condizione umana. Non una fede come una magia, non come una via di fuga dalle complessità della vita bensì la Fede come scopo nella vita. La fede quindi non come un mistero per cui ci disperiamo, bensì la Fede come un mistero che esprime tutte le limitazioni della mente umana.
    La Fede e la ragione, insieme, alleate, mai in opposizione. Fede e ragione si danno appoggio a vicenda, si vengono incontro, si rafforzano, mai si contendono la supremazia, mai si mettono in competizione perché sono già supreme insieme. Ecco perché la voce della Chiesa va sempre ascoltata, ecco perché dev'essere una voce che dà fiducia, una voce chiara, una voce aperta, perché aldilà di ogni nazione quella voce della Fede deve sempre essere ascoltata. Questa è la nostra missione per il ventunesimo secolo, per i tempi moderni, per il futuro. La scienza, la tecnologia, tutti i progressi dell'umanità non renderanno questa voce meno importante, anzi la renderanno sempre più importante.
    Quindi anche con l'umiltà di un neofita che è entrato nella Chiesa Cattolica da poco, vi voglio dire siate forti, siate audaci: i giorni migliori della nostra fede, con l'aiuto di Dio, sono ancora davanti a noi, hanno a venire, grazie.
    Giorgio Vittadini: Pongo alcune domande che riprendono alcuni temi trattati. La prima riprende quella parte dell’intervento che riguarda la sua eredità politica. Sappiamo, e ce lo ha raccontato ora, che lei ha determinato, non solo per la politica laburista, ma per tutta la Gran Bretagna, una trasformazione storica. Una trasformazione che è andata al di là della Gran Bretagna e ha costituito una rivoluzione delle politiche europee. Quali sono le eredità di questo suo lungo periodo di governo?

    Tony Blair: Ci sono due principi di base nelle nostre riforme: il primo principio è che le persone devono far sì che lo Stato e i suoi servizi siano responsabili, debbano rendere conto. Quindi siamo venuti alla conclusione che dovevamo riformare i nostri servizi pubblici, la nostra amministrazione, quindi li abbiamo aperti, liberalizzati, per offrire diversi servizi, diversificare, per cui se una persona non era contenta poteva rivolgersi a un altro fornitore restando nel pubblico. Penso che queste riforme debbano essere portati avanti.

    Avevamo anche visto molto chiaramente che quando si provano a gestire problemi difficili come questi, che riguardano il welfare, è molto importante far sì che le persone vedano il welfare state, come un aiuto e non come un ostacolo, che gli viene incontro e non che gli rende la vita difficile. Quindi lo Stato non deve mai sostituirsi al senso di responsabilità personale. Talvolta c’è una sorta di tradimento per cui le cose non vengano percepite in modo giusto. Ma la cosa peggiore che si può fare a qualcuno è renderli eccessivamente dipendenti dallo Stato, laddove non ce ne sia la necessità. Questo era un principio.
    L’altro era il seguente (molto simile alla vostra idea di sussidiarietà): volevamo portare il potere più a livello locale, regionale, in periferia. Per cui abbiamo fatto una devolution di poteri (non è mai facile quando c’è un forte potere centrale). Se fossi ancora a Downing Street e dicessi “voglio che accada questo e quest’altro” mi sentirei dire: “Ci scusi Primo Ministro, ma lei ormai ha dato i poteri a qualcun altro, sono loro i responsabili”.



    Io penso però che il potere esercitato dal basso verso l’alto sia il miglior tipo di potere possibile: è qui che entra in gioco la società civile.

    So che voi portate avanti un programma di aiuto ai detenuti. Quando uno sta al governo, deve fare una riflessione politica e dice “aiutiamo i detenuti”. È chiaro che uno deve pensare ai sondaggi di opinione, alla soddisfazione.
    È proprio a questo punto che la Chiesa e la società civile, che non si occupano di queste cose, non hanno la preoccupazione della soddisfazione, si devono occupare solo del bene, si possono mettere in gioco e darsi da fare, e alcune cose di quelle fatte dallo Stato secondo me verrebbero fornite a un livello più alto se lo facessero organizzazioni di volontariato e di terzo settore. E questo non scarica lo Stato dai propri obblighi, semplicemente ve lo dico per comprendere, che lo Stato talvolta può essere uno strumento non molto efficace, invece nel territorio, nella base, le persone possono essere più sensibile, più pronte, e penso che ci sia ancora molto da fare su questa strada, nell’attuare la politica di sussidiarietà.

    D.: Torniamo al tema della conversione: lei ha parlato a lungo della connessione tra la sua conversione e il suo impegno. Sarebbe interessante sapere cosa l'ha portata, nel contesto anglicano in cui viveva, a questa decisione così impegnativa per la sua vita. Cosa ha trovato di più convincente nel cattolicesimo?

    R.: Francamente è tutta colpa di mia moglie. Io ho cominciato ad andare a messa, ovviamente avevamo piacere di andare in chiesa insieme. A volte andavamo in una chiesa anglicana, a volte in una cattolica (indovinate in quale andavamo di più...). Però man mano che passava il tempo, io andavo in chiesa già da molti anni, sentivo sempre di più che la Chiesa cattolica era casa mia. Non solo per il magistero o per la dottrina della Chiesa, ma per la natura universale della Chiesa cattolica. In questi ultimi due anni sono andato a messa a Pechino, a Singapore, a Kigali, a Tokio. A Tokio sono entrato di soppiatto e mi sono seduto in ultima fila zitto-zitto.
    Alla fine della S. Messa una signora che aveva letto le scritture e aveva dato gli avvisi disse: «Abbiamo una tradizione in questa Chiesa, e cioè che tutti i visitatori stranieri si alzino, si presentino e raccontino qualcosa di sé».
    Così, per la prima volta dopo un lunghissimo periodo ho potuto alzarmi tranquillamente davanti a questo gruppo di giapponesi e dire: «Mi chiamo Tony e vengo da Londra».

    D.: Uno dei temi principali, anche in questi giorni di grande difficoltà, è quello legato alle società multiculturali, in Italia è ancora difficile vivere questa dimensione. Invece in Inghilterra questa è la quotidianità già da molti anni, e lei ha governato anche questo fenomeno. Che cosa ha imparato da questa esperienza, come si fa a costruire un società multiculturale?

    R.: Questa è una delle più grandi sfide dei nostri tempi ed è anche il motivo per cui ho creato la mia “Faith Foundation”. Due cose ci terrei a dire su come gestire questo problema in un Paese come sono i nostri. La prima è questa: anche se possiamo essere di fedi diverse, nelle nostre grandi città viviamo tutti gli uni accanto agli altri. Ad esempio nella strada dove vivo io a Londra ci saranno almeno sei religioni rappresentate. Siamo di religione diversa, è un fatto. Ma nonostante questo ci riconosciamo tutti in un Paese in cui ci sono valori comuni. Valori che sono lì da moltissimo tempo. Ed è importante che questi valori vengano osservati da tutti. Ecco perché a prescindere da qualunque differenza culturale o religiosa ci sono dei principi condivisi stabiliti sullo stato di diritto, sulla legge di un paese, sui diritti delle persone e che fanno parte del nostro retaggio collettivo. E che secondo me tutti, a prescindere dalla fede, devono accettare.
    La seconda cosa che vi volevo dire è una cosa difficile da dire, talvolta. Nei nostri Paesi, nonostante il fatto che accogliamo persone di altre religioni, abbiamo delle radici giudaico-cristiane. E dobbiamo essere fieri di questo retaggio. È la nostra eredità più importante. Quindi, questa è un po’ la prospettiva giusta per vedere questa problematica.
    Se il Professor Vittadini e io andassimo a vivere in un Paese in cui prevalesse un’altra religione lì chiederebbero, anche a noi, di conformarci ai loro usi e consumi. Penso che in questo modo possiamo dare un senso alla globalizzazione, che favorisce così tante opportunità e possiamo anche tenerci il senso della nostra storia della nostra identità che si è andata strutturando nel corso dei millenni. Se vediamo le cose così penso che possiamo solo andare avanti e progredire.

    D.: Un’ultima domanda connessa al suo ruolo attuale di rappresentante del Quartetto. Che speranze per la pace in Medio Oriente, che scenari vede possibili e positivi per la pace e la risoluzione dei problemi che sta affrontando?

    Sono stato Primo Ministro del Regno Unito per 10 anni, poi ho pensato: mi dedico a qualcosa di più facile. E quindi ho scelto il processo di pace in Medio Oriente. Una buona scelta per stare tranquilli. Invece, vi devo dire che è veramente dura.
    Però una cosa è chiara: volere è potere, secondo me. Israele deve veder garantita la propria sicurezza, la propria incolumità e i Palestinesi devono avere la dignità di uno stato indipendente arabo. E questo va costruito nelle due direzioni, dal basso verso l’alto e viceversa.
    In Irlanda del Nord non c’è mai stato un accordo sulla soluzione definitiva: Regno Unito o Irlanda unita?
    Ecco perché abbiamo dovuto portare la pace in circostanze in cui in realtà il problema non era risolto. Comunque, la cosa buona, in un certo modo, è che c’è accordo. L’accordo c’è in merito alla soluzione in Medio Oriente: due stati che vivono uno accanto all’altro. Però, il problema è questo.

    Uno dei grandi vantaggi nel fare questo tentativo è che passo un sacco di tempo in Terra Santa, ed è una cosa bellissima.
    Quando si attraversa il fiume Giordano si va in un posto stupendo e da lì si può guardare dall’alto del monte come se si guardasse la Terra Promessa, e si vede tutta la valle del Giordano e in lontananza al crepuscolo si vedono le luci di Gerusalemme. Stiamo parlando di un piccolissimo pezzetto di Terra. Ma affinché ci possano essere due stati in questo piccolissimo pezzetto di Terra ci deve essere solo fiducia reciproca.
    E questo comporta che gli israeliani hanno bisogno di sapere che lo Stato palestinese sarà gestito bene e governato bene e i Palestinesi hanno bisogno di sapere che gli israeliani finalmente se ne andranno dal loro territorio e li lasceranno gestire il loro Stato.
    È su questo che stiamo lavorando, su questa soluzione. Molti dicono che in realtà la religione non c’entra, ma quando sono a Gerusalemme e guardo fuori dalla mia finestra vedo quanto sia assurdo dire che lì la religione non c’entra niente, non è vero.

    (Trascrizione dell'incontro svoltosi il 27 agosto 2009 al Meeting di Rimini non rivista dai relatori)

    http://www.ilsussidiario.net/articol...articolo=36155
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  8. #68
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    MEETING: UN PERCORSO DELLA CONOSCENZA
    LUNGO TRENT’ANNI

    Comunicato stampa conclusivo del XXX Meeting per l’amicizia fra i popoli

    Il XXX Meeting di Rimini si è svolto nel segno della sfida contenuta nel messaggio di Benedetto XVI: «non il distacco e l’assenza di coinvolgimento sono l’ideale da rincorrere, peraltro invano, nella ricerca di una conoscenza “obiettiva”, bensì un coinvolgimento adeguato con l’oggetto».
    Tutti - relatori, ospiti e noi per primi - sono stati conquistati innanzitutto dallo spettacolo di quasi 4.000 volontari, che hanno pagato vitto e alloggio per potere lavorare al Meeting, segno di un desiderio di fare un’esperienza, cioè di vivere ciò che fa crescere, e di condividerla con chiunque. È un autentico “miracolo” che si ripete da trent’anni e che - a detta di tanti - è impossibile trovare altrove, frutto di un’educazione a vivere la gratuità come dimensione di ogni rapporto.
    Con le quasi 800.000 presenze - sempre più alto è il numero di coloro che giungono dall’estero - i padiglioni del Meeting sono stati letteralmente saturati da tanti che hanno potuto incontrare personalità internazionali e protagonisti della vita italiana, visitare le mostre e partecipare agli spettacoli in programma. Particolarmente significativi la messa in scena del Miguel Manara di Milosz, uno dei testi più cari al popolo del Meeting, e il concerto di Enzo Jannacci, genio musicale e umano.
    I quasi 300 relatori che hanno parlato durante la settimana hanno contribuito al realizzarsi di una conoscenza nuova della realtà e in alcuni momenti sono arrivati fino a comunicare il significato ultimo delle cose. A cominciare da don Julián Carrón: in un Meeting che ha messo a tema la conoscenza difficilmente avremmo potuto trovare un testimone migliore di San Paolo per documentare la verità del titolo scelto. Dall’altra parte, Carmine Di Martino ha mostrato la portata del tema dentro il percorso della modernità.
    Per sette giorni le persone hanno potuto vedere che il percorso della conoscenza non è ridestato da discorsi o spiegazioni astratte, ma dall’incontro con persone che conoscono il reale in un modo nuovo e attraente, perché carico di una promessa di verità e di bene.
    La settimana riminese è stata un susseguirsi di testimoni, nuovi o noti: Amparito dell’Ecuador, gli amici del Rione Sanità di Napoli e Josè Berdini di Corridonia, padre Aldo Trento del Paraguay, Marcos e Cleuza Zerbini di San Paolo del Brasile, Rose e Vicky di Kampala, i carcerati di Padova.
    E ancora, abbiamo ascoltato personalità del mondo culturale come Mary Ann Glendon, che ha introdotto il tema della “esperienza elementare” come radice dei diritti umani.
    Filosofi come Remi Brague e Fabrice Hadjadj, e premi Nobel e scienziati come John Mather, Charles Townes e Yves Coppens hanno mostrato che cosa significhi “allargare la ragione”.
    Il Meeting dei trent’anni si è aperto con un evento internazionale eccezionale, favorito dal ministro Frattini: l’incontro di quattro leader di altrettanti Paesi africani, che hanno dialogato di pace e sviluppo. Assolutamente imprevista è stata la testimonianza umana e politica di Tony Blair, che è arrivata fino alla confessione pubblica delle ragioni della sua conversione al cattolicesimo: la scoperta del carattere universale della Chiesa.

    Inoltre responsabili delle istituzioni, del governo italiano e dell’opposizione, hanno accettato di confrontarsi coi temi reali della vita di un popolo, dall’educazione al lavoro, dall’economia alla giustizia. È stato il caso di Renato Schifani, Mario Draghi e Giulio Tremonti, di Angelino Alfano, Maurizio Sacconi, Claudio Scajola, Mara Carfagna, Mariastella Gelmini, Roberto Calderoli e Luca Zaia, di Pierluigi Bersani ed Enrico Letta. Allo stesso modo si sono confrontati esponenti dell’economia e della finanza come Corrado Passera, James Murdoch, Fabio Conti e Raffaele Bonanni.
    Fedele alla sua tradizione, il Meeting ha proposto momenti di ecumenismo reale con esponenti delle tradizioni ebraica, ortodossa e musulmana, animati da una sincera volontà di dialogo in vista di una convivenza pacifica nella verità e nella diversità. Particolarmente apprezzato l’intervento del cardinale di Madrid sul contributo della Chiesa alla vita sociale e quello del cardinale Caffarra sulla ragionevolezza della fede.
    Nell’ultimo libro di don Giussani, Qui e ora, presentato a conclusione del Meeting, si legge che «l’uomo, che agisca con un minimo di autocoscienza, agisce avendo un motivo ultimo».

    Per questo, il titolo del Meeting 2010, che si svolgerà a Rimini dal 22 al 28 agosto, è:
    «Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore».


    Rimini, 29 agosto 2009

    http://www.meetingrimini.org/
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  9. #69
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    31/08/2009 6.39.17
    "Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore": il tema del prossimo Meeting di Rimini



    Si è concluso ieri a Rimini il Meeting per l’Amicizia fra i popoli organizzato da Comunione e Liberazione e giunto alla sua 30esima edizione. Una kermesse dedicata al tema della conoscenza come avvenimento e che ha visto quasi 800 mila presenze. Annunciato il titolo del Meeting 2010 che si terrà dal 22 al 28 agosto: "Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore”. Il servizio della nostra inviata a Rimini, Debora Donnini.

    La conoscenza è partecipazione ad un fatto, ad una presenza. E Cristo è un fatto. Cristo ha vinto la storia perchè vive ancora. Così Giancarlo Cesana - professore di Igiene all’Università di Milano Bicocca ed esponente storico di Cl - all’incontro che ha chiuso il Meeting 2009 e dove è stato presentato il libro di don Giussani dal titolo “Qui e ora”. Evidenziato come il luogo in cui la memoria di Cristo si fa viva è la comuntà cristiana fatta da uomini che sono insieme perchè c’è Cristo. Toccanti anche le parole del giornalista Oscar Giannino sul suo percorso interno che da giovane anticlericale lo ha portato ad avviciarsi sempre di più alla realtà cristiana colpito molto da don Giussani e dunque dal movimento di Comunione e Liberazione. Con quasi 800 mila presenze è stata una delle edizioni più affollate quella di quest’anno, ha affermato la presidente del Meeting, Emilia Guarnieri, alla conferenza stampa finale. Colpiscono i 400 volontari che pagandosi vitto e alloggio sono la colonna portante del Meeting. Un’edizione internazionale con 57 Paesi rappresentati in vari modi. Anche quest’anno il Meeting è stato un susseguirsi di testimonianze dal mondo della scienza con due premi Nobel per la fisica, a quello della cultura con filosofi come Remy Brague; da quello della politica a quello dell’economia. Centrali, in questo meeting dedicato alla conoscenza, le parole del messaggio del Papa: "Non il distacco e l'assenza di coinvolgimento sono l'ideale da rincorrere, peraltro invano, nella ricerca di una conoscenza 'obiettiva', bensì un coinvolgimento adeguato con l'oggetto".


    Per un bilancio del Meeting 2009 ascoltiamo il direttore del Meeting Sandro Ricci intervistato da Debora Donnini.

    R. – E’ decisamente un bilancio molto positivo dal punto di vista della partecipazione del pubblico, perché è andato veramente oltre ogni aspettativa. La partecipazione è stata veramente massiccia. Quest’anno molto probabilmente raggiungeremo le ottocentomila presenze. Quindi, un dato veramente notevole. Ma il bilancio è positivo anche rispetto al contenuto del Meeting. Il titolo era già molto accattivante, ma i personaggi che sono venuti hanno trattato il tema in maniera affascinante e interessante, quindi siamo veramente contenti del livello che si è raggiunto nei vari aspetti che sono stati toccati durante il programma.


    D. – Al Meeting ci sono quattromila volontari che vi lavorano. Questo è il segno di un desiderio di fare un’esperienza, conoscenza, di gratuità?


    R. – Assolutamente. Anche a noi stupisce questo fatto di questa enorme fedeltà che queste persone hanno avuto nel tempo, perché sono 30 anni che lavoriamo con questi volontari, anche se poi c’è un ricambio ogni anno di circa il 50 per cento. Quindi, questo dimostra che sono tantissime le persone che sono passate. Sicuramente, una cosa che continua così nel tempo ha bisogno di essere ben radicata, altrimenti non avrebbe una durata così lunga. E’ possibile che l’esperienza cristiana che si vive sia in grado di attraversare e far vivere anche questa settimana con gusto. Questa è la grande sfida che il volontario viene a vivere al Meeting.


    D. – La conoscenza è un avvenimento: è il titolo di quest’anno. Quali interventi l’hanno personalmente colpita di più o comunque hanno colpito maggiormente voi come direzione del Meeting?


    R. – Due in maniera particolare. A me personalmente sono stati a cuore sicuramente l’intervento di Carmine Di Martino, insegnante all’Università di Milano, che ha affrontato proprio dal punto di vista della modernità il tema della conoscenza come avvenimento, facendo uno spaccato di quello che è il pensiero filosofico della modernità e come questa affermazione si collocava dentro a questo pensiero. L’altro intervento interessante è stato quello di don Julián Carrón, che ha affrontato il tema della conoscenza come avvenimento in San Paolo. In San Paolo questo tema è stato affrontato sia come pensiero, ma anche come esperienza. Interessantissimo il dato di lettura della Lettera ai Galati, dove appunto San Paolo dice: “Guardate l’esperienza che avete fatto per giudicare che cosa avete conosciuto”. Non è una questione intellettuale, ma è una questione che avete vissuto. E’ quella che determina la conoscenza.


    D. – In un certo senso, allora, anche tutto il “successo” del Meeting dimostra che l’esperienza cristiana è valida oggi ed è in grado di attirare oggi le persone...


    R. – Assolutamente sì, e tra l’altro questa non è solo un’affermazione teorica, ma è documentata dall’esperienza di questi testimoni che sono venuti in questi giorni. Penso ad Amparito che dall’Ecuador è venuta a testimoniare che cosa ha voluto dire il suo incontro con la fede cristiana, in termini di capacità di affrontare una vita così contraddittoria come era la sua, piena di povertà, di difficoltà oggettive nella vita. O altrimenti i nostri amici del rione Sanità, che hanno testimoniato che pure in una situazione così contraddittoria e pesante come quella di Napoli “nessun dono vi manca”, come aveva detto Carrón due anni fa, perché anche lì è possibile attraverso l’esperienza cristiana vivere a fondo quelle circostanze.


    D. – Il Meeting quest’anno ha compiuto trenta anni. Qual è il messaggio che volete dare al termine di questi 30 anni?


    R. – Sicuramente il messaggio è che l’esperienza cristiana è l’esperienza per cui vale la pena veramente vivere. Noi siamo tutti poveri uomini, come ognuno, pieni dei nostri limiti, ma l’incontro che abbiamo fatto con Cristo come presenza viva nella storia è veramente in grado di cambiare la nostra vita e quindi attraverso di noi anche la vita della società. Quindi, in questi 30 anni di esperienza siamo contenti di aver confermato questa possibilità e dato, a chi di noi fa il Meeting da 30 anni o a chi è arrivato all’ultimo momento, la certezza di avere incontrato un’esperienza di pienezza e di completezza con la propria vita.(Montaggio a cura di Maria Brigini)

    fonte: Radio Vaticana
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  10. #70
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    Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore
    domenica 22 agosto 2010 - sabato 28 agosto 2010




    “Quella natura che ci spinge a desiderare cose grandi è il cuore” è il titolo della XXXI edizione del Meeting. Parole che riecheggiano quelle che Albert Camus fa pronunciare all’imperatore Caligola nel suo celebre dramma: “ho provato semplicemente una improvvisa sete di impossibile… ho bisogno della luna, o della felicità, o dell’immortalità”. In ogni uomo, di qualsiasi razza, cultura, religione, tradizione alberga questo desiderio di cose grandi, di qualcosa di infinito. Un’aspirazione che l’uomo in tante occasioni tende a trascurare e a dimenticare, complice innanzitutto una certa mentalità che lo considera solo come il risultato di una casualità chimico-biologica o al limite di un processo evolutivo.

    Si respira una cultura che tende a cancellare “l’umanità dell’uomo”, il “mancamento e voto” espresso da Leopardi nello Zibaldone. Il rischio è quello che si affermi una concezione puramente materialistica della vita. La provocazione contenuta nel titolo afferma invece il contrario. La natura dell’uomo è innanzitutto il suo cuore che si esprime come desiderio di cose grandi. Il motore di ogni azione umana è questa aspirazione a qualcosa di grande, l’esigenza di qualcosa di infinito. L’uomo è rapporto con l’infinito. E’ questa tensione il tratto inconfondibile dell’umano, la scintilla di ogni azione, dal lavoro alla famiglia, dalla ricerca scientifica alla politica, dall’arte all’affronto dei bisogni quotidiani.

    Il Meeting cercherà di documentare come nella realtà di oggi sia innanzitutto necessario partire dall’umanità di ogni persona, facendo dei bisogni e dei desideri degli uomini l’anima delle scelte grandi e di quelle quotidiane. Anche perché solo questo è il punto che accomuna tutti gli uomini ed è pertanto l’inizio anche di un reale dialogo tra i popoli.

    L’uomo che considera seriamente la sua umanità è colui che non è mai domo e soddisfatto e che affronta la vita con l’attesa di qualcosa di grande. Scrive Cesare Pavese: “Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?”. L’attesa è la struttura stessa della natura umana, l’essenza dell’anima. I grandi desideri e le grandi aspirazioni non sono un ostacolo o qualcosa che complica l’esistenza, ma sono ciò che rende l’uomo irriducibile proprio perché essi sono il segno del suo rapporto con l’infinito.

    fonte: http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=9
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