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Discussione: La Segreteria di Stato: informazioni, notizie e documenti

  1. #51
    Vecchia guardia di CR L'avatar di WIlPapa
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    Il cardinale Bertone in Ucraina per la beatificazione di suor Marta Maria Wiecka
    La missione dei cristiani:
    testimoniare la vittoria dell'Amore

    Con il suo atto eroico "che non è mai stato dimenticato", la suora cattolica Marta Maria Wiecka ha dimostrato che l'amore vince sempre e che la missione dei cristiani è testimoniare la vittoria dell'Amore in ogni occasione della vita": è questa secondo il cardinale Tarcisio Bertone l'attualità del messaggio della consacrata vincenziana beatificata in Ucraina sabato mattina, 24 maggio. Il segretario di Stato, che si trova nel Paese dal pomeriggio precedente, ha presieduto nel parco della cultura di Leopoli la celebrazione della messa e il rito di beatificazione della religiosa professa delle Figlie della carità di San Vincenzo de' Paoli (1874-1904) morta a soli trent'anni a causa del tifo contratto per aver scelto di sostituire un assistente medico che doveva disinfestare la cella d'isolamento di una malata nell'ospedale di Sniatyn. Un gesto eroico - ha spiegato il porporato - che ha rivelato al mondo come il segreto di tutto sia proprio l'amore del Signore "che vince la debolezza umana e converte il cuore dell'uomo all'amore della vita, del prossimo, persino dei nemici". Per questo la Chiesa ha voluto iscriverla nell'albo dei beati offrendo un modello esemplare di quanto sia importante rendersi gli uni responsabili degli altri, "di vivere l'uno al servizio dell'altro", chiedendo anche oggi a ciascun fedele di percorrere quello stesso itinerario, testimoniando al mondo la forza dell'amore che tutto vince: anche la morte.
    Alla presenza dei cardinali Lubomyr Husar, arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc, e Marian Jaworski, arcivescovo di Lviv dei Latini, dell'arcivescovo Ihor Voznyak, pastore dell'eparchia di Lviv degli Ucraini, di rappresentanti delle Chiese sorelle cristiane, del clero locale, delle religiose vincenziane, delle autorità locali, di familiari della nuova beata, di pellegrini giunti da ogni parte del Paese, il cardinale Bertone ha ricordato come suor Marta Wiecka abbia sacrificato la sua giovane vita per gli altri, senza far differenza di nazionalità o di religione. "Si attua oggi - ha detto - il desiderio del popolo ucraino di elevare alla gloria degli altari una sua figlia, il cui sepolcro durante il periodo sovietico è stato simbolo dell'unità popolare e esempio di autentico dialogo ecumenico".
    Una terra, quella ucraina, rimasta fedele a Cristo e alla Sede Apostolica anche durante il lungo periodo della persecuzione atea comunista; un popolo, quello che la abita, che il servo di Dio Giovanni Paolo ii, nella sua visita del 2001, definì "amico". Una nazione alla quale il segretario di Stato di Benedetto xvi è venuto a recare il saluto e la benedizione del Pontefice, in un gesto che attraverso la televisione e la radio è giunto anche ad anziani, sofferenti e detenuti che hanno seguito in diretta la celebrazione.
    Dopo aver riconosciuto, il 6 luglio 2007, attraverso la Congregazione delle Cause dei Santi, un miracolo attribuito alla sua intercessione, la Chiesa offre oggi un modello di santità che si innesta su un terreno fecondo, come testimoniato da san Massimiliano Maria Kolbe, dal beato Omelian Kovch, sacerdote della Chiesa greco-cattolica ucraina, e dai martiri per la fede uccisi durante la seconda guerra mondiale. Come confermato dalle beatificazioni effettuate da Papa Wojtyla nel giugno 2001 e dalla successiva canonizzazione da parte di Benedetto xvi che il 23 ottobre 2005 in piazza San Pietro ha proclamato santi l'arcivescovo Ioseph Bilczewski e il sacerdote Sigismund Gorazdowski. Su questa scia di santità si pone anche suor Marta Maria, che ha saputo porre Dio al primo posto, grazie a quell'amore che rende capaci di amare i fratelli senza distinzione di razza e di cultura, e che rispetta ogni persona perché creata a immagine e somiglianza divina. È proprio questo amore che risplende nella vita della nuova beata, che ha sacrificato la propria esistenza divenendo per quanti ebbe modo di incontrare segno concreto dell'amore misericordioso del Signore. "Dio - ha spiegato il cardinale celebrante - è Amore, e noi amiamo Lui, invisibile ai nostri occhi, se amiamo il prossimo che vediamo. Sino all'eroismo del sangue, se necessario".
    Dopo aver ripercorso le tappe principali della breve vicenda terrena della beata, il segretario di Stato si è rivolto alle sue consorelle, le Figlie della carità convenute con la madre generale, e agli operatori sanitari ucraini, chiedendo sollecitudine, attenzione e dedizione verso quanti soffrono nella malattia. "L'uomo - ha spiegato - è corpo e spirito: curando il fisico dolorante non dimenticate che per una guarigione vera e profonda di tutto l'uomo, è indispensabile tener conto anche delle esigenze spirituali dell'umana creatura. Quanto è importante allora - ha proseguito - l'incontro con Dio per chi è degente e sofferente! Quanto è importante che si difenda e si promuova sempre la cultura della vita e dell'amore, che contrasti efficacemente la cultura della morte con le sue tristi e preoccupanti manifestazioni". Suor Wiecka infatti - ha concluso il cardinale Bertone - lascia in eredità un "inno alla Vita" esortando "ad amare la vita umana e a difenderla in tutte le sue fasi dal concepimento al suo tramonto naturale".
    Quella di sabato 24 è stata la seconda giornata del segretario di Stato in Ucraina. Culminata con la messa di beatificazione, si era aperta con una breve preghiera nella cattedrale di Leopoli, seguita dagli incontri con il presidente della regione e con il sindaco della città. Nel pomeriggio in aereo il trasferimento da Lviv alla capitale Kyiv.
    Il cardinale Bertone era giunto nel Paese nel primo pomeriggio di venerdì 23 maggio. All'aeroporto di Lviv Snilow si era svolta la cerimonia di benvenuto, con la presenza di autorità ecclesiastiche, politiche e civili. Successivamente il porporato si era recato nella residenza del cardinale Marian Jaworski e, dopo aver visitato la cattedrale di Lviv dei Latini, aveva avuto un incontro con l'arcivescovo greco-cattolico di Lviv, monsignor Ihor Vozniak, e con una rappresentanza del clero locale. Infine il segretario di Stato aveva visitato la storica residenza degli arcivescovi latini e il seminario maggiore dell'arcidiocesi di Leopoli a Briuhovychi.



    (©L'Osservatore Romano - 25 maggio 2008)



    Espresso dal cardinale Tarcisio Bertone
    Apprezzamento per la crescita democratica dell'Ucraina

    Lviv, 24 - L'apprezzamento della Sede Apostolica per i risultati ottenuti dall'Ucraina nella sua crescita democratica, in materia di diritti e libertà dei cittadini, e per gli sforzi compiuti dal governo verso "un'armonica integrazione internazionale nella sua specificità europea", è stato espresso dal cardinale Tarcisio Bertone, in visita nel Paese per la beatificazione della suora vincenziana Marta Wiecka.
    Giunto a Lviv nel pomeriggio di venerdì 23, la mattina di sabato 24 il segretario di Stato ha incontrato il presidente della Regione Mikola Kmit, e il presidente del consiglio regionale Myroslav Senyk, ai quali ha garantito che la Santa Sede continuerà a operare con cordiale solidarietà per il bene dell'intera popolazione ucraina. "Benedetto xvi - ha spiegato - mi ha chiesto di assicurare i responsabili e il popolo dell'Ucraina che egli segue con costante attenzione la vostra vita e con la preghiera chiede a Dio di portare a compimento le attese e le speranza che sono nel vostro cuore".
    Il cardinale Bertone dopo aver ricordato le iniziative di grande rilievo promosse dall'autorità regionale nel territorio in cui si trova Lviv, ha aggiunto che nella vita della nuova beata è possibile vedere un richiamo per tutti gli ucraini a lavorare uniti, tendendo verso gli stessi obiettivi e camminando nella stessa direzione.
    Successivamente il cardinale Bertone si è recato al Municipio di Lviv per incontrare il sindaco Andrij Sadovyj. Evidenziando lo spirito di collaborazione che caratterizza i rapporti fra i rappresentanti di diverse nazionalità e comunità religiose, da secoli coabitanti insieme nella concordia e nella pace in quest'area, il porporato ha detto al sindaco che "il Papa ama la città di Lviv" e "ama l'Ucraina", Paese cattolico fedele a Cristo e al Pontefice e al tempo stesso "fedele ai valori che formano il patrimonio più vivo della Patria". Per questo la Santa Sede sostiene gli sforzi compiuti dagli ucraini per lo sviluppo della democrazia in ogni ambito e ne incoraggia la volontà di riconoscere e difendere i diritti umani e di promuovere quella libertà indispensabile per costruire un Paese moderno. Una modernità che però deve rimanere saldamente ancorata a principi di rispetto dell'uomo e del bene comune. L'Ucraina è infatti incamminata verso un'armonica integrazione nella comunità internazionale, senza mai dimenticare le proprie radici europee. "In Europa - ha detto Bertone - l'Ucraina può svolgere un ruolo importante, essendo un punto d'incontro e un crocevia tra le culture dell'oriente e dell'occidente cristiano". E ha auspicato la realizzazione di questo progetto che è al contempo politico, culturale e spirituale.
    Riproponendo infine anche in questa circostanza l'esempio della beata Wiecka, il segretario di Stato ha evidenziato che chi segue il Signore e a Lui si consacra non toglie nulla alla professionalità umana, ma al contrario rende ancor più carico di umanità il lavoro che è chiamato a svolgere nei diversi ambiti della società. Quindi ha invocato l'intercessione di suor Wiecka su quanti lavorano per un'intesa sempre più salda tra i fedeli della Chiesa latina, bizantina e ortodossa.



    (©L'Osservatore Romano - 25 maggio 2008)
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

  2. #52
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    La visita di quattro giorni del cardinale segretario di Stato

    L'Ucraina
    laboratorio ecumenico



    Pubblichiamo l'intervista rilasciata dal cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone a "L'Osservatore Romano", alla Radio Vaticana e al Centro Televisivo Vaticano dopo la sua visita in Ucraina dal 23 al 26 maggio in occasione della beatificazione della serva di Dio suor Marta Maria Wiecka.

    Perché ha definito l'Ucraina "Terra di mezzo" tra l'Europa occidentale e l'Europa orientale?


    Perché, in realtà, l'Ucraina può svolgere un ruolo importante essendo un punto d'incontro, un crocevia tra le culture dell'Oriente e dell'Occidente. La Chiesa, per riprendere le famose parole di Giovanni Paolo ii - ma non solo la Chiesa, anche l'Europa - deve respirare a due polmoni: Oriente e Occidente. Proprio quest'anno ricorre il 1020° anniversario della prima evangelizzazione della Rus' di Kiev che, partita dall'Ucraina, è andata verso l'Oriente e ha messo le basi di quelle radici cristiane che sono l'humus che fa unità tra i popoli dell'Oriente e dell'Occidente. Radici cristiane che sono state riprese, ribadite non solo a livello di gerarchia delle varie Chiese, ma anche a livello e nella coscienza di identità propria delle autorità dell'Ucraina.

    Esiste una sufficiente conoscenza reciproca tra i cattolici dell'Ucraina e i cattolici dell'Europa occidentale?

    Questo è un problema reale. Le persone di una certa età ricordano bene l'epopea del famoso cardinale Slipyj, che fu un grande testimone della fede dell'Ucraina. Almeno certi episodi della storia religiosa, della inconcussa fedeltà del popolo ucraino alla fede cristiana, e in particolare alla Chiesa cattolica, sono presenti nella memoria di tante persone. Adesso, non so se c'è una vera conoscenza. Forse, c'è anche memoria della famosa carestia degli anni 1932 e 1933 che storicamente qualcuno spiega come un atto di punizione per la popolazione ucraina e per altre popolazioni. Anche questa memoria è entrata nei libri di storia. Auspico che le Chiese e le società occidentali conoscano meglio questa storia. Si diceva una volta che l'Ucraina fosse il granaio dell'Europa; si parlava delle immensità delle sue pianure e delle sue colture. Poi, c'è stato il fatto di Chernobyl. Non bisogna, tuttavia, conoscere l'Ucraina solo per questo singolo episodio, ma proprio per la sua dignità: il profilo di popolo che ha una grande cultura, rimasto fedele ai valori cristiani forse più di altri popoli e che adesso si affaccia alle porte dell'Europa con una sua dignità e con delle risorse che tutti dobbiamo valorizzare.

    Nei suoi discorsi ha richiamato sovente la testimonianza dei martiri additandola ai cristiani di oggi. Ci sono motivi di preoccupazione pastorale per questo richiamo insistente?

    Anzitutto c'è un motivo storico. Anche in Ucraina, come in molti altri Paesi dell'Unione Sovietica, ci sono stati martiri della fede, i famosi martiri del xx secolo, cattolici e ortodossi. In Ucraina c'è stato un tentativo di annientamento delle Chiese, soprattutto della Chiesa greco-cattolica, mentre la Chiesa latina, pur nelle immani sofferenze che hanno segnato quegli anni sotto la dittatura comunista, ha avuto dei barlumi di libertà e quindi di esercizio del ministero e di espressione della fede cristiana. E poi, in modo particolare bisogna ravvivare la memoria per l'oggi, perché allora c'era una persecuzione aperta, adesso c'è un attacco sottile, un attacco dell'indifferentismo e del consumismo. È caduto il Muro di Berlino, è caduto l'impero comunista però ci sono altri problemi che sfidano la fede, che esigono un coraggio, un impegno ancora maggiore - forse - nella testimonianza della fede cristiana, e nel fare esperienza vera di vita cristiana.

    Nel corso del suo viaggio lei ha insistito molto anche sull'impegno ecumenico. Parlava ai cattolici o agli ortodossi?

    Anzitutto ai cattolici, perché naturalmente mi sono rivolto ai cattolici, sebbene abbia incontrato autorità e rappresentanti ortodossi anche alle manifestazioni della Chiesa cattolica. È un discorso che vale per tutti, perché lo sforzo di creare unità, di fare piattaforma di unità, di convergere su obiettivi comuni proprio in base alla fede comune, è un presupposto indispensabile per la nuova evangelizzazione e per l'efficacia della testimonianza di tutte le Chiese, di tutte le confessioni cristiane. Nelle loro diversità, ma nell'unità della medesima fede in Cristo.

    Ha riscontrato motivi di fiducia e segnali per una presenza più unitaria e meno conflittuale sul piano religioso e civile, tra cattolici e ortodossi?

    Devo dire che ho incontrato una Chiesa viva - parlo in modo speciale della Chiesa cattolica nelle sue varie componenti - una Chiesa perfino entusiasta e partecipe. Mi hanno detto anche le autorità che lì, in Ucraina, le Chiese sono piene. Penso sia vero, avendolo sperimentato negli incontri che ho avuto, sia in occasione della festa del Corpo e Sangue di Cristo, con la processione lungo le vie di Kiev, sia nella grande beatificazione di suor Marta Maria Wiecka, a cui guardano non solo i cattolici. Quella testimone della carità sociale eroica è un punto d'incontro di cattolici e ortodossi e anche di non credenti. Già questo segno è un segno di unità, un segno di identità comune. Ho trovato, quindi, dei segni positivi; ho trovato segni anche di dialogo, segni di adesione al cuore della Chiesa cattolica, cioè al Papa, in particolare a Papa Benedetto xvi, e negli incontri con gli esponenti soprattutto della Chiesa ortodossa russa - perché ho incontrato il metropolita Volodimir - ho sentito questo anelito all'unità. Tutti hanno parlato della necessità di fare dei passi concreti comuni. Nonostante le difficoltà che persistono ancora, ci sono passi positivi di dialogo interconfessionale per convergere su alcuni temi. Pensiamo, ad esempio, al tema dell'educazione, della formazione. Abbiamo parlato persino del tema della santità, con il metropolita ortodosso, e mi hanno interrogato sui percorsi che la Chiesa cattolica fissa per proclamare un beato o un santo, confrontandoli con i percorsi della Chiesa ortodossa. Ecco: sono temi che indicano una sorta di convergenza, di desiderio di condividere certe metodologie e poi anche le mete finali.

    Una buona armonia tra i cristiani in Ucraina, superando il contenzioso storico, può facilitare il dialogo in corso tra Roma e Mosca?

    Con la Chiesa ortodossa russa, con il Patriarcato di Mosca, noi siamo certamente in fase di dialogo. Avevo avuto incontri con la Chiesa ortodossa russa già in Azerbaigian e così adesso li ho avuti a Kiev. Questi sono segni positivi. Mi sembra che siamo in una fase di dialogo aperto, di incontri che si rinnovano: proprio nei giorni scorsi il cardinale Kasper è stato a Mosca nella sua qualità di Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani. È chiaro che tutti aspettano il famoso incontro tra il Papa e il Patriarca di Mosca che avverrà quando Dio vorrà e quando ci saranno tutte le condizioni. Alcuni esponenti ortodossi di varie parti dell'Europa spingono per questo incontro, esplicitamente. Ci sono stati dei fatti positivi - a parte la traduzione organica dei documenti del Concilio Vaticano ii in russo e la distribuzione di questi documenti, che permettono di conoscere il pensiero della Chiesa cattolica, sia in campo dogmatico sia in campo morale: non solo in campo di morale personale, ma di morale sociale, di morale internazionale. Pure la traduzione del Catechismo della Chiesa cattolica in russo, con una specie di accordo con la Chiesa ortodossa, e poi, ultimamente, proprio, la traduzione del Compendio della dottrina sociale cristiana in ucraino e in russo. Questo è un fatto positivo che permette di avvicinare le due Chiese in maniera culturale pacificamente, in modo cristallino, cioè direttamente; e quindi, di conoscersi e di condividere. Sappiamo anche che la Chiesa ortodossa russa sta elaborando una sua dottrina sociale.

    Ci sono risultati concreti dal suo incontro con il presidente Viktor Yushenko e con il vice primo ministro Gregory Nemyria?

    Il viaggio in Ucraina è stato organizzato in modo speciale per la beatificazione di suor Marta Maria Wiecka, che è amata e venerata da tutti, ricordata anche dalle autorità. Tanto è vero che alla beatificazione c'erano le autorità di Leopoli e i delegati delle varie istanze pubbliche. Come ho già detto, la figura di suor Marta è una figura che attrae e che unifica. Ho avuto degli incontri - lunghi incontri - sia con il presidente della Repubblica e sia con il vice primo ministro. Ho sottolineato, anche nei discorsi pubblici e a nome della Santa Sede, la positività degli sforzi compiuti dal Governo, dalle autorità ucraine, per la crescita della democrazia nei vari ambiti e per la volontà di riconoscere i diritti umani, riconoscere la libertà religiosa, l'uguaglianza delle confessioni cristiane; per la promozione di una politica a favore della famiglia. Naturalmente, ho ripetuto che la Santa Sede non è una potenza politica, non agisce come una potenza politica: agisce con la sua missione spirituale, con la sua autorità morale. Quindi anche nello specifico problema di essere eventualmente integrata nell'Unione europea si tratterà di verificare gli adempimenti delle condizioni poste dall'Europa. Però, mi sembra che nella comunità internazionale l'Ucraina occupi un buon posto e prova ne sia, ultimamente, che è stata eletta nel Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. E questo, naturalmente, non è solo un riconoscimento all'Ucraina, ma la investe pure di una responsabilità, perché la prima verifica sulla promozione e sull'osservanza dei diritti umani, la prima carta di credito deve venire proprio dal comportamento del Governo dell'Ucraina stessa, di fronte alla comunità internazionale.

    Proprio in questo contesto, dall'osservatorio Ucraina, quale sensazione le ha fatto il considerare le misure che i vari Paesi dell'Unione europea stanno prendendo nei confronti degli immigrati, anche dell'Europa Orientale?

    Ho accennato nei miei incontri al problema dell'immigrazione. Mi è stata posta anche qualche domanda, perché in Europa, compresa l'Italia, ci sono molti immigrati ucraini e molte aziende estere, in particolare italiane, operano in Ucraina. Proprio la sera prima della partenza ho avuto una cena con molti ambasciatori e con una parte del corpo diplomatico. L'ambasciatore italiano a Kiev ha parlato molto positivamente dei lavoratori ucraini e dell'esperienza delle aziende e delle ditte italiane che operano in Ucraina. Io stesso ho avuto una buona esperienza a Genova dove risiede una forte comunità ucraina e noi abbiamo dato una parrocchia alla loro comunità e al loro parroco. La comunità ucraina si è inserita abbastanza positivamente nel tessuto sociale, senza porre i problemi che altri gruppi, che altre comunità di altra provenienza, hanno posto. Bisogna valutare bene gruppo per gruppo, vedere chi viene per lavoro, chi viene con volontà di lavoro, chi viene con un senso di identità culturale e religiosa, che sostiene questi immigrati, queste comunità anche nell'espatrio, nel trapianto in un'altra cultura, in un'altra nazione. Direi che gli ucraini si sono inseriti abbastanza positivamente. Il giudizio sull'immigrazione ucraina è abbastanza positivo, almeno a quanto ho sentito io stesso. Naturalmente abbiamo parlato anche del problema di sostenere culturalmente, nella formazione, nell'educazione, le comunità, i figli e le nuove generazioni. Abbiamo parlato dell'Università cattolica di Leopoli in Ucraina con le autorità governative, che riconoscono il ruolo formativo della Chiesa cattolica e delle istituzioni ecclesiastiche e lo apprezzano molto. A Kiev c'è un Istituto superiore di studi religiosi, il San Tommaso, che è frequentato da molti giovani cattolici, ortodossi e anche non credenti, che però sono in ricerca. E questo è un fatto positivo: che le autorità riconoscano la funzione di questi istituti superiori di formazione, di cultura, e vogliano anche sostenerli.

    Lei ha trovato tracce nei colloqui avuti, del ricordo della tragedia della carestia e della fame che nel 1932 e nel 1933 decimò la popolazione ucraina?

    La tragedia dell'Holodomor come viene chiamata la terribile carestia, è un problema molto sentito dal popolo ucraino e dalle autorità, in modo particolare, perché come sappiamo in quegli anni ci fu la terribile carestia che colpì l'Ucraina sovietica e causò la morte di milioni e milioni di persone. Secondo diversi storici e nella convinzione del Governo ucraino, la carestia è stata causata intenzionalmente proprio per decimare la popolazione ucraina. Adesso, le istanze culturali, il Governo ucraino, lo stesso presidente, chiedono di poter investigare, magari organizzando delle commissioni di ricercatori per analizzare la documentazione esistente su questo fatto e anche sull'aiuto che ha tentato di dare la Chiesa cattolica, la Santa Sede, in questa occasione. Naturalmente non si tratta solo di questo problema. Gli studi e la condivisione di ricerche storiche toccherebbe anche tutta la storia dell'Ucraina, come si è soliti fare nella ricostruzione della memoria di tutti gli Stati che in qualche modo hanno avuto un rapporto con la Santa Sede e, in modo particolare, con i Papi.



    (©L'Osservatore Romano - 30 maggio 2008)
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  3. #53
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    Al Divino Amore
    Il cardinale Bertone richiama alla coerenza
    nel testimoniare la fede

    "Oggi ci è chiesta una fede che non si nutra di sole parole. Fatti e non parole. Quante volte anche oggi si esige coerenza da parte dei credenti tra quel che predicano e quel che praticano!". Dal santuario romano del Divino Amore il cardinale Tarcisio Bertone ha voluto così richiamare i fedeli cristiani alla coerenza nel testimoniare la propria fede. Il segretario di Stato ha colto l'occasione della celebrazione della messa che solitamente raccoglie i fedeli romani nel loro santuario, il 4 giugno di ogni anno, per rinnovare il loro grazie alla Vergine per aver salvato, nel 1944, la città dalla distruzione della guerra.
    Durante l'omelia della messa celebrata domenica mattina 1 giugno, dinanzi a centinaia di persone che gremivano il tempio, il cardinale, nel rinnovare il suo invito alla coerenza della testimonianza, ha voluto fare esplicito riferimento al magistero di Paolo vi laddove sosteneva che "gli uomini del nostro tempo ascoltano più volentieri i testimoni che i maestri, e se prestano attenzione ai maestri lo fanno perché essi sono al tempo stesso testimoni". Il cardinale citando "questo grande Pontefice" ha anche ricordato che quest'anno ricorre il trentesimo della sua morte. Né sono mancati, nell'omelia del cardinale, i riferimenti alla devozione mariana di Pio xii, primo interprete del ringraziamento dei romani alla Vergine del Divino Amore; alla solidità del legame spirituale di Benedetto xvi con la comunità del santuario - un legame rinnovato personalmente dal Papa con la preghiera ai piedi della venerata Madonna -; allo zelante impegno del rettore monsignor Silla, degli Oblati e delle Figlie della Madonna del Divino Amore.



    (©L'Osservatore Romano - 2-3 giugno 2008)
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

  4. #54
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    CELEBRAZIONE DELLA SANTA MESSA NEL SANTUARIO ROMANO
    DEL DIVINO AMORE

    OMELIA DEL CARDINALE TARCISIO BERTONE,
    SEGRETARIO DI STATO

    Santuario del Divino Amore,
    Domenica, 1 giugno 2008

    Cari fratelli e sorelle,
    “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. Molto chiara è la parola di Gesù: per essere veri suoi discepoli, per entrare nel Regno dei cieli, non basta moltiplicare le pratiche devozionali, non basta ripetere meccanicamente formule di preghiere tradizionali o liturgiche, non basta nemmeno l’osservanza meramente esteriore dei suoi comandamenti e precetti. Occorre ben altro: occorre fare la sua volontà.

    Abbiamo ascoltato poco fa quest’affermazione del Signore nel brano evangelico che san Matteo pone al termine del primo dei cinque discorsi di Gesù, il cosiddetto Discorso della Montagna. E’ una lunga serie di insegnamenti che occupano ben 3 capitoli del Vangelo di Matteo.

    Alla fine del Sermone della Montagna, Gesù afferma: “Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia”. La pioggia, il vento impetuoso, persino il terremoto non la smuovono perché appunto è fondata sulla roccia. Diversa invece è la situazione di chi la costruisce sulla sabbia, dove basta un leggero straripamento delle acque per minarne la consistenza e la casa crolla. Dobbiamo dunque costruire l’edificio spirituale della nostra vita su Cristo, roccia della nostra salvezza: questo è il messaggio che il Vangelo ci rinnova quest’oggi. Non esiste d’altronde altra strada per chi intende essere autentico seguace di Gesù che questa: abbandonare tutto, abbracciare ogni giorno la propria croce e camminare decisamente sulle orme del divino Maestro. Ci è chiesta una fede che non si nutra di sole parole.

    Fatti e non parole. Quante volte anche oggi si esige la coerenza da parte dei credenti tra quel che predicano e quel che praticano! Lo ricordava già il Papa Paolo VI: affermava questo grande Pontefice, del quale ricorre quest’anno il 30° della morte, che gli uomini del nostro tempo ascoltano più volentieri i testimoni che i maestri, e se prestano attenzione ai maestri lo fanno perché essi sono al tempo stesso testimoni.

    Beato è chi ascolta la Parola di Dio e la mette in pratica. Come non pensare subito alla Vergine Maria, serva docile del Signore, sempre pronta all’ascolto della Parola del Signore? La contempliamo così nell’umile dimora di Nazaret, nella disadorna grotta di Betlemme e sul Calvario nell’ora della più grande sofferenza e del più grande abbandono; La contempliamo così ancora all’alba del giorno della Risurrezione e nel Cenacolo attorniata dagli Apostoli in preghiera. Maria continua ad essere fulgido esempio di fede per la Chiesa pellegrina nel tempo. Sulla sua scia si snoda una innumerevole schiera di santi, autentici fari di luce e di speranza che illuminano il cammino dell’umanità. La santità è fede che si esprime nell’amore, è questione di amore. Lo abbiamo ascoltato nel canto al Vangelo: “ Se uno mi ama, osserverà la mia parola, dice il Signore, e il Padre mio l’amerà e noi verremo a lui”.

    Madonna del Divino Amore: così si venera Maria in questo Santuario, meta di tanti pellegrinaggi e tempio mariano singolarmente caro alla pietà dei Romani, come tra poco avrò modo di sottolineare. Come tutti i santuari è per eccellenza casa di preghiera, una “clinica” dello spirito per pellegrini e fedeli desiderosi di depositare ai piedi del Signore le loro sofferenze e angustie e di chiedere grazie per se stessi e per i propri cari; è pure una privilegiata oasi di devozione mariana dove si viene a incontrare Maria, la Madre che dal Cielo veglia su tutti i suoi figli, per ottenere da Lei conforto e sostegno in questa “valle di lacrime” che è spesso il mondo. Qui, come canta un vostro inno tradizionale, “la Madonna fa le grazie a tutte le ore”.

    E che la fede dei devoti venga ampiamente esaudita dalla Vergine Santa lo testimonia la mole di ex voto custoditi accanto al santuario antico e nella sala degli ex voto, letteralmente tappezzata di cuori d’argento e di altri oggetti lasciati a prova di grazie ricevute.

    Anche l’odierna celebrazione costituisce un corale gesto di gratitudine a Maria, nel ricordo di un memorabile prodigio da Lei compiuto: ricorre infatti l’anniversario del voto che i Romani fecero il 4 giugno 1944 dinanzi all’immagine della Madonna del Divino Amore, esposta nella chiesa di sant’Ignazio, nel cuore della Città. Su suggerimento del Servo di Dio, il Papa Pio XII, i romani promisero solennemente che se alla loro Città fossero stati risparmiati gli orrori distruttivi della guerra, essi si sarebbero impegnati a correggere la propria condotta morale, a rinnovare il santuario del Divino Amore e a realizzare un’opera di carità a Castel di Leva. Come la storia ha registrato, la preghiera dei romani venne accolta dalla Madonna e si compì il prodigio, tanto implorato, della salvezza di Roma. Vale la pena riascoltare le parole di gratitudine alla Madonna del Divino Amore che pronunciò Pio XII l’11 giugno nella chiesa di sant’Ignazio: “Noi oggi siamo qui – egli disse - non solo per chiedere i suoi celesti favori, ma innanzitutto per ringraziarla di ciò che é accaduto, contro le umane previsioni nel supremo interesse della Città eterna e dei suoi abitanti.. La nostra Madre Immacolata ancora una volta ha salvato Roma da gravissimi imminenti pericoli...ha ispirato, a chi ne aveva in mano la sorte, particolari sensi di riverenza e di moderazione”.

    Sono passati più di 60 anni da quel giorno, ma immutata resta la gratitudine dei romani, che ogni anno, in questa particolare circostanza, si danno qui ideale appuntamento per rinnovare il loro grazie a Maria. Ho accettato molto volentieri di unirmi quest’oggi a tale atto di omaggio mariano e con affetto vi saluto tutti. Vorrei assicurarvi, in primo luogo, la spirituale vicinanza e la benedizione di Sua Santità, Benedetto XVI, il quale è già venuto di persona a pregare ai piedi della Madonna del Divino Amore. Un ringraziamento speciale lo debbo al Rettore, Mons. Pasquale Silla, e agli Oblati Figli della Madonna del Divino Amore che, insieme alle suore Figlie della Madonna del Divino Amore, si occupano con grande zelo del Santuario e delle opere annesse. Un saluto cordiale rivolgo alle autorità e alle personalità presenti, soprattutto al neo eletto Sindaco di Roma,Gianni Alemanno, venuto ad offrire il tradizionale calice votivo, accompagnato dall’omaggio floreale dei Vigili Urbani, quale dono della Città a Maria.

    Il pensiero va poi naturalmente a don Umberto Terenzi, primo rettore- parroco che ha speso la sua vita per il Santuario ed ora qui riposa sotto lo sguardo benedicente della “sua” cara Madonna. Al termine della Santa Messa, presso il monumento che ne commemora l’ingente lavoro compiuto, sosteremo per recitare la preghiera alla Madonna del Divino Amore composta nel 1949 da Pio XII. Con le stesse parole del Pontefice domanderemo a Lei di dissipare gli errori del cuore e della mente, di correggere i costumi e suscitare l’amore della virtù e la passione del bene. E “perché la comunità sia felice, di ottenere ad ognuno il santo timor di Dio, la fede viva nelle opere, la speranza dei beni che non passano, la carità che si eterna con Dio”.

    “La fede viva nelle opere e la carità che si eterna con Dio”. Cari fratelli e sorelle, torniamo così alla pagina evangelica, che ci esorta a coltivare una fede carica di opere e non di sola appartenenza formalistica; una fede che si esprima nell’amore. Chiediamo a Maria, Vergine fedele, che ci ottenga la grazia di rimanere sempre nella comunione con Dio, pronti a respingere ogni possibile tentazione di costruire un’esistenza indipendentemente da Lui o peggio, contro di Lui. Ci ottenga una salda fedeltà a Cristo e al suo Vangelo che si traduca in un’esistenza ricca di opere di bene al servizio dei fratelli.

    Vivere in maniera cristiana vuol dire collaborare con le nostre opere umane alla indispensabile azione divina; significa cooperare a rendere sempre più “umano” il mondo nel quale viviamo perché si costruisca una convivenza sociale ispirata ai principi della giustizia, della solidarietà e della pace.

    Santa Madre di Dio, Madonna del Divino Amore, custodisci in noi il gran dono della fede e dell’amore divino; fa’ che possiamo produrre frutti di bontà, di carità, di umiltà, di fedeltà e di operosità efficace e silenziosa animati sempre dallo Spirito di Cristo. Aiutaci, sostienici e proteggici! Veglia con materna sollecitudine specialmente sulle nostre famiglie, sulle nostre parrocchie e comunità, sulla nostra Città. Possano i romani, memori del voto che oggi commemoriamo, ispirarsi costantemente a sani principi di condotta morale. Continui la luce del Vangelo a brillare su Roma! Per questo ti preghiamo, come Pio XII, “Madre degli esuli erranti quaggiù: loro vita, loro dolcezza, loro speranza”. Amen!
    ____________________

    Fonte Santa Sede

  5. #55
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    Grazie episcopio per aver messo l'omelia del Card.Bertone...

    una bellissima omelia....
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

  6. #56
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    Il cardinale Tarcisio Bertone alla manifestazione commemorativa

    I cento anni della Società Editrice Internazionale



    Di fronte a quella che il Papa ha definito "emergenza educativa" è necessario "potenziare l'intuizione pedagogica di don Bosco di educare la gioventù alla capacità critica e alla comunicazione". Il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, intervenuto questa mattina, sabato 7 giugno, alla manifestazione commemorativa dei cento anni di attività della Società Editrice Internazionale (Sei), ha voluto così riproporre la ricchezza della "tradizione educativa e pedagogica salesiana" per rilanciare l'idea di una "nuova educazione", che sia a un tempo "creativa e fedele".

    L'educazione - ha detto il cardinale riferendosi a un passaggio del discorso pronunciato da Benedetto XVI durante l'incontro con i partecipanti al xXVI capitolo generale dei salesiani - costituisce uno dei punti nodali della questione antropologica odierna, e, come ha detto il Papa, "senza educazione non c'è evangelizzazione duratura e profonda, non c'è crescita e maturazione, non si dà cambio di mentalità e di cultura". Citando ancora il Papa ha aggiunto che "è indispensabile aiutare i giovani a valorizzare le risorse che portano dentro come dinamismo e desiderio positivo; metterli a contatto con proposte ricche di umanità e di valori evangelici; spingerli ad inserirsi nella società come parte attiva attraverso il lavoro, la partecipazione e l'impegno per il bene comune".

    In questo senso va il riconoscimento alla Sei per la scelta fatta nel raccogliere e affrontare "le sfide costantemente emergenti nel campo della formazione cristiana e dell'educazione scolastica dei ragazzi".
    Il cardinale, all'inizio del suo intervento, ha ripercorso il cammino ultracentenario della editrice, nata a casa Ballerini il 31 luglio del 1908, con il nome di Società Anonima Internazionale per la Diffusione della Buona Stampa (Said Buona Stampa).
    Fin dall'origine, fedele agli orientamenti di don Bosco, essa ha rivestito, e continua tuttora a rivestire un ruolo importante nella diffusione del modello pedagogico salesiano, come pure costituisce un apprezzato punto di riferimento nella produzione culturale e nell'innovazione didattica in Italia, e all'estero.

    La celebrazione dei cento anni di storia dell'editrice, ha detto il cardinale, offre l'occasione di ripercorrere il cammino attraverso il quale dall'originaria Società Internazionale per la diffusione della Buona Stampa, "per decisione degli azionisti il 19 agosto del 1920, si è passati alla Società Editrice Internazionale modificandone anche l'oggetto sociale". Se prima infatti aveva per oggetto "la pubblicazione di periodici, dei Bollettini Salesiani, letture, opuscoli foglietti e libri morali e religiosi", ponendo particolarmente l'accento su "Bollettini Salesiani" e "Letture Cattoliche" - una pubblicazione mensile fondata dallo stesso don Bosco nel 1853 - e le "letture amene", l'azienda poi, diventata Sei, ha accresciuto il suo impegno nel campo librario, soprattutto scolastico, così che il suo oggetto sociale è diventato la "pubblicazione e vendita di libri, periodici e fogli istruttivi ed educativi". La Sei negli anni ha cercato di mantenersi fedele agli orientamenti dati dallo stesso santo fondatore, il quale volle coinvolgere nel prezioso apostolato della buona stampa la famiglia dei Cooperatori Salesiani, da lui iniziata nel 1876.

    "Alla nascita e allo sviluppo di questa azienda - ha ricordato ancora il cardinale Bertone - è stato determinante anche il contributo del primo successore di don Bosco, il beato don Michele Rua, che a essa affidò il compito di facilitare e assicurare una costante regolarità nella redazione e spedizione del Bollettino Salesiano". Il ricordo dell'oratore è andato poi a quanti, nel tempo, hanno dedicato i loro talenti allo sviluppo dell'editrice: "Mi limito a menzionarne alcuni - ha detto - dal beato don Rua a don Luigi Bistolfi e al coadiutore salesiano Giuseppe Caccia, amministratore delegato e direttore generale per un quarantennio sino al 1959 quando, per motivi di salute, dovette lasciare l'incarico e fu sostituito dal confratello Giacomo Pagliassotti, nominato consigliere delegato, all'ingegnere Aristide Micco, direttore generale dal 1966, che avviò la riorganizzazione dell'azienda adeguandola alle esigenze dei tempi mutati, a don Francesco Meotto, nominato l'anno dopo direttore editoriale".

    Bertone è poi passato ai suoi ricordi personali: " Ricordo bene la collana dei classici antichi, sui quali ho compiuto gli studi umanistici, la "Corona Patrum Salesiana", e le fortunate "firme" scoperte da don Meotto, come Sergio Zavoli o Vittorio Messori". Un "grazie cordiale" ha poi voluto esprimerlo agli attuali vertici e a quanti lavorano oggi nella Sei "e, in modo speciale, a Ulisse Jacomuzzi, amministratore delegato, che mi ha cortesemente invitato alla presente manifestazione celebrativa".

    A tutti ha rappresentato il compiacimento di Benedetto XVI e il suo auspicio affinché la Sei continui a camminare verso nuovi traguardi e soprattutto continui a essere "nel vasto campo della produzione mass-mediale, una presenza educativa e creatrice di cultura".

    Una missione che la Sei è chiamata a interpretare soprattutto oggi, in un'epoca in cui, come ha ricordato il cardinale, in Italia - e il Papa più volte lo ha ripetuto, anche di recente - ci si deve confrontare con una vera e preoccupante "emergenza educativa" che investe "le nuove generazioni e il futuro stesso della società".

    Questa tensione evangelizzatrice, rivolta specialmente ai giovani, rappresenta - ha ricordato ancora il segretario di Stato - "il carisma dei salesiani e di ogni opera e attività della congregazione. Anche la Sei è pertanto orientata a quel "salvare le anime"" divenuto il motto che, alla scuola del Cafasso, don Bosco imparò e fece suo: Da mihi animas, caetera tolle.

    Per raggiungere il suo obiettivo l'editrice si è dotata di tutti i mezzi a disposizione per sviluppare il senso critico, estetico e morale nei ragazzi e nei giovani e aiutarli ad accostarsi alla sfera del religioso con consapevolezza e partecipazione. "Si tratta di un processo educativo che abbraccia l'intera personalità; metodo quanto mai valido pure oggi, dove sempre nuove sfide culturali sollecitano gli educatori a una formazione delle nuove generazioni, che valorizzi i vari complessi aspetti della persona umana. Formare i giovani - ha detto avviandosi a conclusione Bertone - è oggi compito fondamentale nella Chiesa e nella società". Così facendo "vi preparate nel modo migliore alle celebrazioni del bicentenario della nascita del Fondatore, che commemoreremo nel 2015, animati dal desiderio di "rendere presente don Bosco tra i giovani del nostro tempo"".

    "Cari amici - ha concluso - don Bosco ci ha insegnato a finalizzare ogni sforzo, ogni attività all'unica causa che tutti ci riunisce: salvare le anime, specialmente le anime dei giovani! Ci conceda Iddio di poter realizzare questo programma spirituale e apostolico nei differenti campi nei quali la Provvidenza ci chiama a operare. Che di ogni figlio e di ogni figlia spirituale di don Bosco si possa dire quanto il beato don Rua affermava di lui, sintetizzandone l'intera esistenza con le seguenti parole: "Non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa che non avesse di mira la salvezza della gioventù (...). Realmente egli non ebbe a cuore altro che le anime". Grazie al Signore che ha donato san Giovanni Bosco alla Chiesa e all'umanità! Grazie a tutti voi che, seguendo le sue orme, ne attuate gli insegnamenti".
    (©L'Osservatore Romano - 8 giugno 2008)

  7. #57
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    Il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato,
    conferisce l'ordinazione episcopale ai monsignori Miguel Maury Buendía e Paolo De Nicolò
    Il vescovo è chiamato
    a farsi «servo dei servi»

    Fedele alla missione affidatagli, saldo nella fedeltà, testimone di amore gratuito e disinteressato: è il ritratto del vescovo delineato dal cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano, che giovedì sera 12 giugno, nella basilica papale di Santa Maria Maggiore, ha conferito l'ordinazione episcopale ai monsignori Miguel Maury Buendía e Paolo De Nicolò.
    Si tratta del nuovo nunzio apostolico in Kazakhstan, al quale Benedetto XVI ha assegnato la sede titolare arcivescovile di Italica, e del reggente della Prefettura della Casa Pontificia, nominato vescovo titolare di Mariana di Corsica. Conconsacranti sono stati il cardinale Antonio María Rouco Varela, arcivescovo di Madrid, e l'arcivescovo Pier Giacomo De Nicolò, nunzio apostolico, fratello del nuovo vescovo Paolo.
    Ai due presuli, uno spagnolo e uno italiano, il cardinale Bertone ha riproposto l'identikit tratteggiato da san Gregorio Magno nella sua Regola pastorale, di cui aveva parlato il Papa nella catechesi dell'udienza generale del mercoledì. Apostoli di speranza, messaggeri dell'amore misericordioso di Dio, in particolare verso i poveri e gli afflitti, i vescovi devono essere soprattutto modelli di umiltà. "Farsi "servo dei servi" - ha affermato il cardinale celebrante - è la misura della vera grandezza del Vescovo".
    Rivolgendosi poi individualmente a ciascuno dei due presuli, il segretario di Stato ha evidenziato la missione di rappresentante pontificio affidata a monsignor Maury Buendía in territorio di confine tra l'Europa e l'Asia. "Mi sembra una coincidenza provvidenziale - ha commentato - il fatto che la tua ordinazione episcopale abbia luogo in questa Basilica Papale, proprio per il suo carattere mariano e missionario con un'attenzione speciale verso le Chiese dell'Oriente". Santa Maria Maggiore, del resto, è il primo tempio dell'Occidente dedicato alla Madre di Dio. "Fin da quando fu costruita - ha spiegato - i Pontefici hanno impresso a questa Basilica un carattere evangelizzatore, essendo all'epoca questo quartiere, l'Esquilino, la parte più pagana di Roma, mentre oggi resta ancora una delle zone più abitate e frequentate da immigrati e dai cosiddetti extracomunitari".
    Il nunzio apostolico ha scelto come motto Quis ut Deus, in riferimento all'arcangelo Michele suo santo protettore. È stato ordinato sacerdote il 26 giugno 1980 a Madrid, sua città d'origine. Entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede, ha lavorato nelle nunziature in Ruanda, Uganda, Marocco, Nicaragua, Egitto, Slovenia e Macedonia e Irlanda, infine nella sezione per i Rapporti con gli Stati della segreteria di Stato. Oltre ad alcuni familiari, era presente una delegazione del Governo spagnolo. Hanno partecipato al rito anche rappresentanti della Chiesa ortodossa russa.
    Rivolgendosi poi a monsignor De Nicolò, Bertone ne ha ricordato il lungo servizio alla Santa Sede, reso per ben quarantatré anni: sedici presso la Congregazione per l'Educazione Cattolica, dodici come segretario della Biblioteca Vaticana, quindici come reggente della Casa Pontificia. Erano presenti i fratelli, tra i quali gli arcivescovi Pier Giacomo e Mariano, e tante persone incontrate lungo il ministero sacerdotale in alcune parrocchie di Roma.
    Victoria fides è il motto dello stemma di monsignor De Nicolò, condiviso con i suoi due fratelli vescovi: "Una singolare trina fraternitas in dignitate episcopali constituta" ha commentato il segretario di Stato.




    L'Osservatore Romano - 14 giugno 2008
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

  8. #58
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    La visita del cardinale Tarcisio Bertone in Bielorussia


    È stato reso noto il programma della visita che il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, compirà in Bielorussia dal 18 al 22 giugno: incontrerà la comunità cattolica, i rappresentanti ortodossi e i più alti esponenti politici a cominciare dal presidente della Repubblica. A Minsk il cardinale sarà accolto dalle autorità ecclesiastiche e civili. Subito visiterà la Caritas. Giovedì 19 è previsto il colloquio con Filaret, metropolita di Minsk e Sluck, esarca patriarcale di tutta la Bielorussia. Poi gli incontri con il presidente del comitato del consiglio dei ministri per gli affari religiosi e le minoranze etniche, Guljako, e con il ministro degli esteri, Martynov. Nel pomeriggio, nell'università statale, il cardinale terrà una lectio magistralis sul tema "Fede e ragione: parlare di Dio agli uomini di oggi". Quindi la visita alla comunità greco-cattolica e l'appuntamento al Teatro nazionale per il balletto "La creazione del mondo". Venerdì 20 il cardinale, dopo aver salutato la conferenza episcopale, incontrerà il presidente della Repubblica, Lukashenko. Parteciperà quindi al pranzo offerto dal ministro degli Esteri e si recherà a Pinsk: nella cattedrale, accolto dal cardinale Swiatek, reciterà i vespri. Sabato 21 sarà a Grodno per la messa in cattedrale e l'incontro con sacerdoti e religiosi; a Minsk benedirà la prima pietra della chiesa di san Giovanni Battista e dialogherà con i giovani. Domenica 22 incontrerà la comunità parrocchiale dei santi Simone ed Elena. Poi deporrà una corona di fiori in piazza della Vittoria. Alle ore 11 la messa nella cattedrale di Minsk. Al termine la conferenza stampa. Dopo il pranzo con i vescovi e il visitatore apostolico per i greco-cattolici, il rientro a Roma.
    (©L'Osservatore Romano - 18 giugno 2008)

  9. #59
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    CONVEGNO SULLA FIGURA E L'OPERA DEL CARDINALE AGOSTINO CASAROLI
    NEL DECIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE

    DISCORSO DEL CARDINALE TARCISIO BERTONE,
    SEGRETARIO DI STATO

    Aula del Sinodo
    Martedì, 10 giugno 2008

    Signori Cardinali,
    Eccellenze Reverendissime,
    Illustri Autorità,
    Signori e Signore!

    1. Anzitutto, un grazie
    Ringrazio vivamente gli organizzatori per l’invito rivoltomi a prendere parte a quest’incontro, in occasione del 10° anniversario della morte del Cardinale Agostino Casaroli, sapiente servitore della Chiesa. Saluto con deferenza le Autorità, i relatori e quanti intervengono a questo solenne atto commemorativo. Sono venuto volentieri a rendere omaggio a questo mio illustre predecessore nell’ufficio di Segretario di Stato, che ha rivestito un ruolo di primissimo piano nella Chiesa accanto ai Pontefici succedutisi nella seconda parte del secolo XX.
    Il tema che mi è stato affidato: “L’ostpolitik di Agostino Casaroli. 1963-1989” abbraccia un arco di tempo durante il quale, per così dire, è cambiato il volto dell’Europa e del mondo. L’azione diplomatica del Cardinale Casaroli ha accompagnato il ministero di ben 5 Pontefici: il Servo di Dio Pio XII, con cui iniziò a collaborare sin dal 1940; il Beato Giovanni XXIII, che indisse il Concilio Ecumenico Vaticano II e avviò una stagione nuova della vita della Chiesa; il Servo di Dio Paolo VI, che raccolse l’eredità di Papa Roncalli e, pur tra tante difficoltà, ne proseguì lo sforzo di apertura e di dialogo con la modernità, cercando il confronto, talora veramente problematico e complesso, anche con i sistemi politici fondati sul marxismo-leninismo; i Servi di Dio Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. Del Papa slavo, “venuto da lontano”, Casaroli è stato Segretario di Stato, logico e giusto coronamento di tutta una vita spesa a servizio della Santa Sede.

    2. Alcune pubblicazioni recenti
    Del Cardinale Casaroli e sul Cardinale Casaroli sono a disposizione pubblicazioni che permettono di ricostruire momenti interessanti di una delicata e per taluni versi sofferta stagione della vita della Santa Sede, che ha visto in lui uno dei più attivi protagonisti. Altri aspetti saranno certamente approfonditi ulteriormente. Del resto sono ancora molte le sfaccettature di questa poliedrica personalità, che attendono di essere meglio lumeggiate. Ce ne offre un tratto quanto mai significativo la nota pubblicazione: “Il martirio della pazienza. La Santa Sede e i Paesi comunisti (1963-1989) presentata alla stampa il 27 giugno dell’anno 2000. A questa si aggiunge il recentissimo volume di Giovanni Barberini: “L’ostpolitik della Santa Sede. Un dialogo lungo e faticoso” (2007), che analizza, anzi tenta una ricostruzione sistematica della cosiddetta ostpolitik vaticana, attingendo a fonti sinora inesplorate: ne presenta l’origine e gli obiettivi, all’inizio essenzialmente pastorali, e in seguito ampliatisi ponendo la Santa Sede nelle relazioni politiche internazionali segnate dalla détente e definite nell’Atto finale di Helsinki, a cui più avanti accennerò.

    3. Agostino Casaroli, costruttore di pace
    Agostino Casaroli fu negoziatore vaticano dotato di indubbie capacità di mediazione; uomo di dialogo, abile tessitore di contatti, paziente ascoltatore e infaticabile ricercatore di accordi possibili. Durante l’omelia per le sue esequie, Giovanni Paolo II volle ricordarlo “come sapiente servitore di quella pace che è espressione storica del dono escatologico lasciato da Cristo alla sua Chiesa (…) autentico ‘operatore di pace’, esempio luminoso di quegli artigiani dell’opus iustitiae che Gesù chiama beati perchè saranno chiamati figli di Dio” (L’Osservatore Romano, 12-13 giugno 1998, pag. 4). Costruttore di pace: ecco un aspetto essenziale che mi piace evidenziare di lui. Basta ripercorrere i suoi molteplici interventi negli incontri con Rappresentanti delle Nazioni, per afferrare subito che il Cardinale Casaroli ebbe come bussola del suo agire un “profondo amore alla causa della pace”. Per questo ricercò – è lui stesso ad affermarlo - “una costante cooperazione tra le Nazioni e all’interno di esse, sostenuto dalla convinzione che si tratta di imperativi morali e di una necessità, oggi soprattutto, per la stessa sopravvivenza dell’umanità: amore e convinzione costantemente istillati dalla parola e dall’azione dei Sommi Pontefici che ho servito e servo” (Nella Chiesa per il mondo, p. 494). Ricercare, costruire la pace e assicurare alla Chiesa le condizioni per svolgere la propria azione nella libertà e nella pace: fu questa la sua azione paziente e faticosa; per questo si spese con piena fiducia, sapendo che la pace anzitutto e soprattutto è dono di Dio, da implorare con fede ed orante perseveranza.

    4. Ambasciatore di Cristo per tutto riconciliare
    Nell’introduzione al volume edito nel maggio del 1987, che raccoglie molte sue omelie e discorsi, dal titolo “Nella Chiesa per il mondo”, e a lui offerto da un gruppo di amici nel 50° anniversario dell’ordinazione sacerdotale, l’accademico francese Jean Guitton scrive: “Questo libro è uno specchio in cui si riflette un’esistenza privilegiata; e insieme con essa (come su un diamante dalle molteplici sfaccettature) le esistenze di più mondi. Giacché Casaroli ha passato la sua vita nel cuore della Chiesa romana al servizio dei Papi”. E Guitton aggiunge che se occorresse trovare una parola della Scrittura per definirne l’esistenza, egli la troverebbe nella “seconda Lettera ai Corinzi che Fenelon si faceva leggere durante l’ultima sua settimana: Pro Cristo legatione fungimur: Sono l’ambasciatore di Cristo, per tutto riconciliare” (Prefazione, p. 1). L’azione pastorale e diplomatica del Card. Casaroli, che coincide in gran parte con la cosiddetta ostpolitik della Chiesa, si muove in effetti fra questi due poli: il bene della Chiesa, “essere ambasciatore di Cristo”, e la ricerca del dialogo possibile, “per tutto riconciliare”.

    5. L’ostpolitik vaticana
    Vengo ora al tema che mi è stato affidato: l’ostpolitik della Santa Sede. Altri, meglio di me, possono approfondire i vari aspetti di questo periodo storico; io mi limiterò ad esporre qualche considerazione, ripercorrendo rapidamente la cronistoria dei fatti. Cercherò di far emergere il contributo dato dal Cardinale Casaroli, attingendo a documenti, talora inediti, che raccontano alcuni retroscena sconosciuti.

    5.1 Abominatio desolationis
    La prima fase dell’ostpolitik vaticana, che lo stesso Casaroli considera come l’antefatto della narrazione, abbraccia il pontificato di Pio XII, di Giovanni XXIII e l’inizio di quello di Paolo VI. Questa fase, che va dalla fine della seconda guerra mondiale al 1963, il Cardinale Casaroli la chiamava “abominatio desolationis” a causa degli arresti, delle condanne e reclusioni di vescovi, sacerdoti e religiosi nei Paesi europei con regimi comunisti. La drastica rottura delle relazioni fra quei governi e la Santa Sede rese difficile le relazioni ecclesiali fra il Papa e i vescovi e le comunità locali. E’ cronaca degli anni 60 l’arresto di presuli incarcerati o comunque fortemente vessati: si pensi, tra gli altri, a Mons. Stepinac, al Card. Mindszenty, a Mons. Beran, a Mons. Wyszynski; la confisca di beni e case dei religiosi; la chiusura totale o parziale dei seminari; la soppressione delle scuole e delle organizzazioni cattoliche; severi controlli governativi sulle curie vescovili; una capillare propaganda ateistica e anticattolica nei mass-media e nelle scuole statali ed infine la discriminazione dei credenti nelle pubbliche amministrazioni, nelle aziende e di fatto in ogni ambito della società.

    5.2 Primi tentativi di dialogo
    Giovanni XXIII avvertì l’urgenza di aprire qualche varco al dialogo per far uscire la Chiesa dall’isolamento in cui era venuta a trovarsi. Incoraggiò così i primi contatti con alcuni Paesi comunisti da parte del Cardinale Franz König, il quale recò aiuti concreti ai vescovi delle nazioni limitrofe legate da una storia comune. All’allora Mons. Casaroli fu invece affidato il delicato negoziato concernente i casi del Card. Mindszenty, che impersonava la tragedia della Chiesa e del popolo ungherese, e di Mons. Beran, Arcivescovo di Praga, protagonista di una duplice resistenza al nazismo prima e al comunismo dopo.

    5.3 La fase più faticosa
    La fase dell’ostpolitik certamente più difficile e faticosa si è svolta sotto il pontificato di Paolo VI, eletto Papa nel giugno del 1963. Basta pensare alle traversie che hanno segnato l’intricato negoziato, al quale ho già fatto riferimento, per risolvere il doloroso caso del Card. Mindszenty e per la nomina dei vescovi in Ungheria. A questo proposito, vale la pena citare un inedito che il Cardinale racconta in un’intervista RAI. Papa Montini, mostrandogli la lettera con cui si apprestava a chiedere le dimissioni dell’eroico Card. Mindszenty da Primate d’Ungheria per il bene della Chiesa (una lettera commovente, ma certamente difficile da accettare per l’interessato), commentò che tale dura decisione rientrava in quella che si sarebbe potuta definire “ars non moriendi”. Si trattava del chirografo in italiano del 1° novembre del 1973, in cui il Papa così iniziava: “Noi Le scriviamo davanti a Cristo Crocifisso ed avendo presente al nostro spirito la figura sacra, nobile e dolorante di Lei, caro e venerato Signor Cardinale, al quale noi devotamente e fraternamente ci inchiniamo, memori sempre della testimonianza di fedeltà, di fortezza e di sofferenza da Lei data alla Chiesa d’Ungheria e alla Chiesa Cattolica intera”. “E noi trepidiamo – continuava Paolo VI – sentendoci obbligati, in virtù del nostro apostolico ufficio, a chiedere a Lei, Signor Cardinale, e venerato Fratello nostro, un nuovo sacrificio, che, ben sappiamo, aggiungerà altra pena a quelle che già affliggono la sua paziente persona. Noi dobbiamo infatti pregarLa di rimettere nelle nostre mani la rinuncia all’ufficio di Arcivescovo della Chiesa metropolitana di Esztergom”. “Noi siamo convinti – proseguiva Papa Montini – essere questo per noi un atto doveroso del nostro ministeropontificio, che compiamo con acerba riluttanza, ma con umile e fidente carità”. Casaroli racconta nell’intervista che il Cardinale Mindszenty rispose: “Io non mi sento in coscienza di fare questa rinuncia che Lei mi chiede”. E il Papa, nella lettera autografa in latino “Perlegimus et coram Deo reputavimus” del 18 dicembre del 1973, scrisse: “Noi prendiamo su di noi la responsabilità e dichiariamo vacante la Diocesi di Esztergom” ritenendo necessario sostituire il Pastore certamente pieno di meriti e degnissimo, per gravissime ragioni pastorali.
    Estenuanti furono pure le trattative con il governo cecoslovacco, durate sino alla caduta del muro di Berlino, per l’accordo di Belgrado con Tito e per quello con il governo polacco. Al Papa venne impedito un pellegrinaggio, sia pur breve, a Częstochowa in occasione del millennio del battesimo della Polonia nel 1966, fu però possibile la visita di Mons. Casaroli alle diocesi polacche nel 1967. In quegli stessi anni faceva i primi passi l’esperienza multilaterale della Santa Sede nella conferenza di Helsinki (1973–75), dove ottenne l’esplicito riconoscimento della libertà religiosa (7° principio dell’Atto finale), che formalmente legittimò la Chiesa a condurre negoziati bilaterali con i governi. Nel gennaio del 1978, quasi al termine del suo pontificato, Paolo VI incontrando il Corpo diplomatico invocò la libertà di espressione per i credenti di ogni confessione religiosa.

    5.4 La caduta dei regimi comunisti
    L’elezione di Giovanni Paolo II fece subito intendere che ci sarebbero state delle novità nei rapporti con l’Est europeo. Quel che è avvenuto ci è ben noto, anche se la ricostruzione degli eventi in tutti i loro dettagli resta da completare. Nel frattempo il Cardinale Casaroli, divenuto Segretario di Stato, proseguì e portò a termine con successo i negoziati avviati in precedenza. Con la caduta del muro di Berlino, termina indicativamente un’altra fase della cosiddetta ostpolitik, ma prosegue l’azione della Santa Sede nella ricerca delle intese possibili con i regimi non favorevoli alla Chiesa

    6. Un rapporto ininterrotto con i Pontefici
    Mi pare bene soffermarmi ora ad esaminare, con rapidi cenni, il rapporto di fiducia che ha legato Agostino Casaroli ai 5 Pontefici con i quali si è trovato a collaborare sin da quando, nel 1940, intraprese il suo servizio in Segreteria di Stato - Sezione Affari ecclesiastici straordinari, in qualità di archivista, per poi svolgere gli anni 50-61 la funzione di minutante.

    6.1 Con Pio XII
    Nel citato libro “Il martirio della pazienza”, di Pio XII egli pone in evidenza “l’intelligenza superiore; la ricchezza e acutezza di idee; la precisione nella loro espressione – che egli curava nei minimi particolari, anche in molte lingue straniere principalmente in quella tedesca nella quale era maestro -; la santità di vita; la preoccupazione profonda e quasi dolorosa per le sorti della Chiesa e della comunità mondiale; l’infaticabile capacità di lavoro” (p. 12).

    6.2 Con Giovanni XXIII
    Come già detto, fu il beato Giovanni XXIII, dopo che nel marzo 1961 lo ebbe nominato Sottosegretario della Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari della Chiesa, a cominciare ad inviarlo “ambasciatore itinerante” presso i Paesi comunisti dell’Est. Agostino Casaroli comprese che stava soffiando un vento nuovo, come scriverà nelle sue memorie, e che “la novità non riguardava la dottrina, ma piuttosto il modo di esporla e forse, talvolta, d’interpretarla, senza tradirla o modificarla mai. E di applicarla alle situazioni concrete. Riguardava poi, per così dire, lo stile, nel parlare e nell’agire, sia all’interno sia all’esterno della Chiesa: una maggiore prontezza alla comprensione dell’«altro»; una carica di «simpatia» nello sforzarsi di valutare la mentalità o gli atteggiamenti anche dei più lontani; una capacità di rendersi conto delle loro difficoltà obiettive e l’arte di saper creare un clima di fiducia, nonostante la distanza, o addirittura l’opposizione frontale delle posizioni reciproche; la cura di non offendere le persone pur dicendo la verità” (A. Casaroli, Il martirio della pazienza, p. 11).

    6.3 Con Paolo VI
    Paolo VI, che il 16 luglio del 1967 lo consacrò vescovo insieme a Mons. Loris Capovilla, Mons. Ernesto Civardi, Mons. Antonio Mauro e Mons. Amelio Poggi, è il Papa con cui egli ha lavorato più intensamente per l’ostpolitik. Fu un’intesa costante tesa a favorire, con ogni mezzo possibile, il dialogo della Chiesa con le nazioni, anche con quelle ad essa ostili. Nell’omelia dell’ordinazione episcopale, Papa Montini aveva rivolto a Casaroli e agli altri Ordinandi l’invito a far sì – disse – che “nelle vostre persone, nella vostra opera, col fulgore della dignità episcopale, risplendano sempre, doverosa ed a voi cara e consueta apologia di questa Chiesa romana, le virtù proprie del Sacerdozio cattolico”. Invito che egli raccolse ed effettivamente si adoperò ad osservare, così che, nello svolgimento delle sue gravose e molteplici responsabilità, quelle virtù sacerdotali non hanno mai mancato di brillare.

    6.4 Con Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II
    Breve fu senz’altro il servizio che poté rendere a Papa Luciani, succeduto nell’agosto del 1978 a Paolo VI. “Brevissima pausa luminosa”, la definisce Casaroli, e aggiunge: “Dopo questa, un nuovo pontificato si apriva, segnato da preoccupazioni, da speranze ma anche da certezze che l’azione della Provvidenza avrebbe reso mano a mano sempre più chiare e vicine, sino a sfociare negli eventi del 1989” (Il martirio della pazienza, p. 173).
    Giovanni Paolo II, nell’aprile 1979, lo nominò dapprima pro-Segretario di Stato e pro-Prefetto del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa. Creato Cardinale nel giugno del medesimo anno divenne suo Segretario di Stato. Papa Wojtyła aveva avuto modo di conoscerlo nelle sue molteplici missioni in Polonia. Volle così servirsi, come i suoi predecessori, della sua valida ed esperta collaborazione, manifestandogli, con il grande affetto, riconoscenza e stima. In occasione della nomina a Segretario di Stato, ebbe a scrivergli: “La stima che nutriamo per la tua persona, che da molti anni conosciamo dai tuoi meriti sacerdotali e dallo zelo apostolico, dalla tua vita e dalle prove di maturo equilibrio, e insieme il ricordo del riconoscimento che ti sei acquistato in quasi quarant’anni di diligente e sapiente attività negli affari pubblici della Chiesa nei ministeri della Sede Apostolica, e presso i capi di Stato e i governi dei singoli Paesi, ci suggeriscono non solo di chiederti una collaborazione per il futuro ma di usufruirne già da ora”. La stretta collaborazione con il Servo di Dio Giovanni Paolo II durò dal luglio del 1979 fino al 1° dicembre 1990, quando lasciò l’incarico per raggiunti limiti di età. Il moltiplicarsi dei viaggi apostolici del Papa, l’allargarsi dei suoi contatti diretti e personali con i vescovi, con i rappresentanti delle nazioni e con tanta gente, la personalità vigorosa di Karol Wojtyla, capace di impattare con il mondo mass-mediatico, portarono ad alcuni aggiustamenti del ruolo che fino ad allora aveva ricoperto il Segretario di Stato. Il Card. Casaroli, forte della sua precedente esperienza, seppe adattarsi alle nuove esigenze e servire con intelligenza il Papa, scrivendo insieme a lui una nuova pagina di storia ecclesiastica. Con Giovanni Paolo II ha condiviso numerosi viaggi apostolici; gli è stato al fianco in storici incontri come quello con Michail Gorbaciov; ha assistito alla caduta del muro che per ben 28 anni aveva diviso in due la città di Berlino, evento che segnò la fine della guerra fredda tra le due superpotenze del mondo.Poco prima della caduta del muro di Berlino il Segretario di Stato si recò a Mosca nel 1988, per celebrare, a nome del Papa, i mille anni di cristianesimo in Russia.
    Un capitolo a parte rappresenta poi l’opera di Casaroli nei confronti della Cina continentale, che varrebbe la pena di considerare a partire anzitutto dalla preparazione del viaggio papale a Manila del 1981 e dal sostegno dato ai tentativi, voluti fortemente da Giovanni Paolo II, di avviare contatti tra la Santa Sede e le Autorità della Repubblica Popolare Cinese.
    Rientra fra i risultati conseguiti grazie all’azione di Casaroli la firma dell’accordo di revisione del Concordato con l’Italia nel febbraio del 1984, da lui definito “strumento di concordia, non di privilegio” (Nella Chiesa per il mondo, p. 466). Giovanni Paolo II, nel 50° di ordinazione sacerdotale, gli riconobbe i meriti acquisiti lodando “la ricchezza del suo ingegno, la sua diligenza, la sua abilità in questioni che richiedono singolare prudenza, specie nel campo dei rapporti internazionali”.

    7. Non solo diplomatico
    Accolte da Giovanni Paolo II le sue dimissioni da Segretario di Stato, Agostino Casaroli intensificò soprattutto quel contatto con i giovani detenuti del carcere minorile romano, che in passato aveva dovuto suo malgrado sacrificare. Diversi anni dopo, egli riferì di un colloquio avuto con Papa Giovanni dopo uno dei viaggi effettuati a Budapest e Praga: “Mi chiese con grande bontà: Va sempre da quei ragazzi? Erano i giovani del carcere minorile di Roma. Essi erano diventati per me «i miei ragazzi», benché non avessi alcun incarico ufficiale. Risposi semplicemente: «Sì, Santo Padre». Ed egli: «Non li abbandoni mai!». Ho conservato e conservo nel cuore quelle parole come un testamento”. I ragazzi lo chiamavano familiarmente “Padre Agostino” e solo tardi compresero chi era e quale alta fosse la sua responsabilità nella Chiesa. Aveva stretto con loro un legame di reciproca fiducia - li incontrò per l’ultima volta dieci giorni prima della morte. Merita di essere sottolineato questo lato umano della sua personalità: egli non fu solo un eccellente diplomatico, un ecclesiastico giunto al vertice della Chiesa, uno ottimo tessitore di dialogo e di relazioni, bensì pure un amico dei poveri e di giovani in difficoltà, capace di unire all’attenzione per le grandi questioni ecclesiastiche e politiche l’ascolto e l’aiuto per chi soffre ed è emarginato. Benedetto XVI, recandosi in visita presso l’Istituto di pena di Casal del Marmo il 18 marzo dello scorso anno, ricordò proprio questo aspetto importante della sua personalità. “Ho sentito - egli disse ai ragazzi - che è ancora vivo tra voi il ricordo del Cardinale Casaroli, chiamato familiarmente Padre Agostino. Lui mi ha diverse volte parlato di queste sue esperienze. Si sentiva sempre amico, molto vicino a tutti i ragazzi e ragazze presenti in questo carcere” (Insegnamenti di Benedetto XVI, III, 1, 2007, p. 525).

    8. Gli orientamenti di fondo della sua vita
    Vorrei lasciare la conclusione di queste mie considerazioni allo stesso Cardinale Casaroli perché tratteggi gli orientamenti di fondo che hanno guidato la sua vita e la sua azione. Egli li riassume così: “L’attività diplomatica concepita come servizio sacerdotale alla Chiesa, specialmente là dove essa ha maggiori problemi ed esperimenta più gravi difficoltà, e all’umanità; un’assoluta fedeltà ai Sommi Pontefici che mi hanno fatto l’onore di chiamarmi a loro collaboratore, esprimendo loro, con libera lealtà, il mio modesto pensiero ed eseguendo poi coscienziosamente le loro istruzioni; un profondo amore alla causa della pace e della cooperazione fra le Nazioni e all’interno di esse; amore e convinzione costantemente istillate dalla parola e dall’azione dei Sommi Pontefici che ho servito e servo; fiducia nel dialogo, infine, quale via maestra e metodo sovrano, non solo per servire la pace, ma anche per favorire l’efficacia e i risultati dell’azione diplomatica: un vero dialogo fermo nella affermazione della verità, e nella difesa del diritto, rispettoso delle persone (Nella Chiesa per il mondo, p. 494). Grazie per il vostro ascolto e per la vostra attenzione!
    ___________________
    Fonte Santa Sede

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    ORDINAZIONE EPISCOPALE DI MONS. MIGUEL MAURY BUENDÍA
    E DI MONS. PAOLO DE NICOLÒ

    OMELIA DEL CARDINALE TARCISIO BERTONE,

    SEGRETARIO DI STATO

    Basilica di Santa Maria Maggiore


    Giovedì, 12 giugno 2008

    Signori Cardinali,
    cari Confratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
    carissimi Mons. Miguel e Mons. Paolo,
    cari fratelli e sorelle!

    Quest’antica Basilica mariana, primo tempio dedicato alla Theotokos dopo il Concilio di Efeso, ci accoglie questa sera per un importante e suggestivo evento ecclesiale. Il Santo Padre, Benedetto XVI, al quale va il nostro devoto pensiero, ha voluto elevare alla dignità episcopale due nostri fratelli nel sacerdozio: Mons. Miguel Maury Buendía, nominato Arcivescovo titolare di Italica e Nunzio Apostolico in Kazakhstan, e Mons. Paolo De Nicolò, eletto Vescovo titolare di Mariana, Protonotario Apostolico “de numero partecipantium”, Reggente della Prefettura della Casa Pontificia. Innanzitutto a voi, cari Ordinandi, va il saluto e la benedizione di Sua Santità, saluto e benedizione che egli estende a tutti i presenti. Ai cordiali sentimenti del Sommo Pontefice unisco i miei più fervidi voti augurali per i neo-Vescovi e un saluto fraterno per i Signori Cardinali, gli Arcivescovi, i Vescovi e i sacerdoti, per le Personalità e le Autorità civili e militari d’Italia e di Spagna, per i Rappresentanti della Chiesa ortodossa russa, per i parenti, gli amici degli Ordinandi e per tutti coloro che hanno voluto prendere parte a questo solenne rito di ordinazione episcopale.
    La Parola di Dio che è stata proclamata pone in luce le doti che un Vescovo deve coltivare per essere autentico Pastore ad immagine di Cristo. La prima Lettura, tratta dal libro di Isaia, delinea con linguaggio profetico la peculiare missione dei ministri del Signore. Chi è “consacrato con l’unzione” da Dio – proclama il Profeta - è mandato “a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà agli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri… per consolare tutti gli afflitti”. Deve essere messaggero di consolazione e di speranza, operatore di giustizia e di pace, testimone della bontà di Dio e del suo amore misericordioso. Per portare a compimento tale vocazione, i consacrati del Signore – continua il testo di Isaia - devono essere “querce di giustizia, piantagione del Signore per manifestare la sua gloria”.

    Cari Ordinandi, rimanete sempre in ascolto dello Spirito che opera in voi, siate fedeli alla missione che oggi vi viene affidata! Siate querce di giustizia: saldi cioè nella fedeltà e costantemente protesi alla meta della santità! Siate “piantagione del Signore”, che porta frutti di bontà e di virtù a beneficio della Chiesa e del mondo. La fedeltà di Dio, che voi sperimentate in modo speciale questa sera, rendetela manifesta con una vita santa e contrassegnata da un amore gratuito e disinteressato nei confronti di quanti il Signore vi farà incontrare nel vostro quotidiano ministero.

    Quali debbano essere le note distintive che Iddio attende da voi nel compimento della vostra missione, lo comprendiamo ancor più meditando la pagina evangelica proclamata poco fa. E’ un noto testo biblico, che fa parte del primo dei cinque discorsi di Gesù riportati nel Vangelo di Matteo, il Discorso della Montagna. Dice Gesù ai suoi discepoli: “voi siete il sale della terra... voi siete la luce del mondo”. Il sale innanzitutto: il sale ha la qualità di condire e conservare i cibi. L’immagine indica un ingrediente della vita quotidiana che dà sapore a ciò che mangiamo, ma se il sale non compie più la sua funzione – afferma il Signore - serve solo ad essere gettato via e calpestato. Avviene così anche per noi: un cristiano, e molto di più un Pastore, è chiamato a spendere la sua vita, a consumarsi per il Vangelo, se però viene meno a questa sua vocazione, se non segue fedelmente le orme del divino Maestro è simile al sale diventato insipido. Alla metafora del sale Gesù unisce quella della luce: “Voi siete la luce del mondo”, e poi ancora: “Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro padre che è nei cieli”. La luce del ministro di Cristo, chiamato ad essere ad un titolo speciale suo discepolo, risplende quando riflette quella stessa di Cristo, che ha detto di sé: “Io sono la luce del mondo”. Solo pertanto la comunione intima e costante con il Signore permette al suo ministro di rifletterne la luce radiosa di verità e di amore, la luce del bene che si manifesta nelle opere che egli compie a gloria di Dio e non secondo il proprio interesse. Ad maiorem Dei gloriam!

    La scorsa settimana, nella consueta catechesi del mercoledì, Sua Santità parlando di san Gregorio Magno si è soffermato brevemente a riflettere sulla sua Regola pastorale, che tratteggia l’identikit del Vescovo ideale, maestro e guida del suo gregge. “Il Vescovo, secondo san Gregorio Magno – ha detto il Papa – è innanzitutto il ‘predicatore’ per eccellenza; come tale egli deve essere innanzitutto di esempio agli altri, così che il suo comportamento possa costituire un punto di riferimento per tutti”. Per questo il Pastore ha il dovere “di riconoscere ogni giorno la propria miseria, in modo che l’orgoglio non renda vano, dinanzi agli occhi del Giudice supremo, il bene compiuto”. Ci vuole umiltà. Scrive san Gregorio Magno nell’ultimo capitolo della Regola: “quando ci si compiace di aver raggiunto molte virtù è bene riflettere sulle proprie insufficienze ed umiliarsi; invece di considerare il bene compiuto, bisogna considerare quello che si è trascurato di compiere”. Infine, l’espressione da lui coniata servus servorum Dei manifesta l’intima convinzione di questo grande Pontefice: soprattutto un Vescovo – egli nota - dovrebbe imitare l’umiltà di Dio che in Gesù Cristo si è fatto nostro servo. Farsi “servo dei servi” è la misura della vera grandezza del Vescovo.

    Caro Mons. Miguel, il Signore, che ha riposto in te la sua fiducia, ti chiama a seguirlo con rinnovato spirito missionario tra quanti incontrerai in Kazakhstan, territorio di confine tra l’Europa e l’Asia, dove il Papa ti invia come suo Rappresentante. Mi sembra una coincidenza provvidenziale il fatto che la tua ordinazione episcopale abbia luogo in questa Basilica Papale, proprio per il suo carattere mariano e missionario con un’attenzione speciale verso le Chiese dell’Oriente. In questo primo tempio dell’Occidente dedicato alla Madre di Dio, furono infatti approvati i libri del rito slavo dei santi Cirillo e Metodio; fin da quando fu costruita, i Pontefici hanno impresso a questa Basilica un carattere evangelizzatore, essendo all’epoca questo quartiere, l’Esquilino, la parte più pagana di Roma, mentre oggi resta ancora una delle zone più abitate e frequentate da immigrati e dai cosiddetti extracomunitari. “Quis ut Deus”, il motto che hai scelto, in riferimento all’Arcangelo Michele tuo santo Protettore, esprime bene la fedeltà e il coraggio con cui vuoi continuare il tuo servizio alla Chiesa che iniziasti da quanto, il 26 giugno del 1980, fosti ordinato sacerdote nella parrocchia di san Francesco Borgia, a Madrid, tua città d’origine. Dalla Spagna, da secoli legata alla Basilica di Santa Maria Maggiore, la Provvidenza ti ha condotto a Roma per completare la tua formazione giuridica, teologica e diplomatica; e poi, entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede, hai servito la Chiesa lavorando nelle Nunziature in Ruanda, Uganda, Marocco, Nicaragua, Egitto, Slovenia e Macedonia e Irlanda, per poi prestare il tuo contributo nella Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato.
    A tu lado están presentes hoy, rodeándote con su afecto, tu hermano Eduardo y tu hermana María del Rosario, con sus respectivas familias. Te acompañan también tu tío jesuita, Padre Ignacio, y tu otro tío, Don Rogelio. Desde el cielo te miran con amor y rezan por ti tus padres. Deseo también dirigir un cordial saludo a la Delegación del Gobierno Español, compuesta por el Subsecretario del Ministerio de Asuntos Exteriores, y por el Alcalde de Collado Villalba, en donde ejerciste tus primeros años de ministerio sacerdotal. Saludo igualmente, y con afecto, a los Representantes de la Iglesia ortodoxa rusa, a quienes nos unen lazos de caridad.

    Mi rivolgo ora a te, caro Mons. Paolo, che giungi a questo giorno di grande esultanza, dopo aver svolto un lungo servizio alla Santa Sede di ben 43 anni: 16 presso la Congregazione per l’Educazione Cattolica, 12 come Segretario della Biblioteca Vaticana, 15 come Reggente della Casa Pontificia. In questo momento si stringono attorno a te i tuoi fratelli, specialmente quelli con i quali condividi da oggi la pienezza del sacerdozio ministeriale. Prendono parte a questa gioia i tuoi parenti ed amici, le tante persone che hai incontrato lungo il ministero sacerdotale in alcune parrocchie di Roma dove hai collaborato per circa 25 anni, portando anche, attraverso una intelligente direzione spirituale, 35 seminaristi alla mèta del sacerdozio. Pregano per te le claustrali di diversi monasteri, soprattutto le Benedettine di Arpino, che hai sostenuto materialmente e spiritualmente e con le quali hai potuto contribuire alla realizzazione di un monastero in Romania, inaugurato nell’ottobre dello scorso anno, monastero che ha ricevuto il sostegno e la benedizione del Servo di Dio Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Al fianco di questi due Pontefici hai svolto e continui a svolgere il tuo servizio di Reggente della Casa Pontificia. “Victoria Fides” è il motto dello stemma che condividi con i tuoi due fratelli Vescovi: una singolare “trina fraternitas in dignitate episcopali constituta”. Nel tuo ministero episcopale sia sempre la Fede, che è totale fedeltà a Cristo, a guidarti, perché nella tua vita trionfi la vittoria di Cristo, che sulla Croce ha manifestato all’umanità la pienezza del suo amore e della sua misericordia.

    Cari Ordinandi, come concludere se non richiamando le esortazioni di san Paolo a Timoteo, che abbiamo ascoltato nella seconda lettura? Esse ben si adattano anche a voi: non trascurate pertanto il dono spirituale che oggi è in voi e che vi è stato conferito con l’imposizione delle mani, fatene anzi riconoscente e gioiosa memoria sapendo da Chi proviene. Abbiate premura di “queste cose” e dedicatevi ad esse – sottolinea l’Apostolo - interamente, perché tutti vedano il vostro progresso. Vigilate su voi stessi e siate perseveranti e così facendo – conclude san Paolo – salverete voi stessi e quanti incontrerete. Vi accompagni e protegga sempre Maria, che in questa Basilica Papale veneriamo quale Salus Populi Romani. E’ a Lei, Madre di Cristo e della Chiesa, che affidiamo voi e il vostro ministero episcopale. Amen!

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