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Discussione: La situazione dei Cristiani in Iraq perseguitati per la propria fede

  1. #1
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    La situazione dei Cristiani in Iraq perseguitati per la propria fede

    Propongo la lettura di un bell'articolo di Massimo Introvigne sulla tragica situazione dei cristiani in Iraq:

    http://www.cesnur.org/2008/mi_03_23.htm



    L’assassinio dell’arcivescovo caldeo di Mossul, monsignor Paulos Faraj Rahho, induce a porre – senza più attendere – la domanda se sia in atto un disegno per cancellare dall’Iraq la presenza di una componente cristiana. Al riguardo, occorre anzitutto sfatare alcuni miti.
    I cristiani in Iraq non sono “stranieri” né – come in altri Paesi dell’Asia – sono il risultato di uno sforzo missionario più o meno recente. Ci sono sempre stati. Erano nell’antica Assiria e Mesopotamia prima degli arabi musulmani. Fino all’invasione araba del settimo secolo l’attuale Iraq era una terra cristiana. Anche dopo l’invasione, per quasi cinque secoli – fino alla fine del secolo undicesimo – i cristiani sono rimasti in maggioranza. Solo dal dodicesimo secolo i rapporti si sono rovesciati, a causa della progressiva conversione all’islam di cristiani che, finché restavano tali, mantenevano lo stato di dhimmi, cittadini di serie B che tra l’altro dovevano pagare tasse più alte. Ma questo non impediva loro di dare un rilevante contributo alla cultura araba nella regione. Durante il califfato abbaside molti testi della cultura filosofica, scientifica e medica greca furono tradotti in arabo e messi a disposizione del mondo islamico non dal greco, ma dal siriaco, da traduttori cristiani. I primi direttori della famosa “Casa della saggezza” voluta a Baghdad dagli abbasidi erano cristiani. I grandi traduttori arabi musulmani di Baghdad erano a loro volta discepoli di questi cristiani, in particolare del primo responsabile della “Casa della saggezza”, Yuhanna ibn Massway, e del suo successore Hunayn ibn-Isahq. Così fu tradotta in arabo la geometria di Euclide. Su cento opere di Galeno tradotte in arabo nel Medioevo, novantasei lo furono a opera di cristiani dell’attuale Iraq. Lo Jundi Shapour Bimarestan, un’istituzione cristiana, divenne il modello per la costruzione a Baghdad e altrove di ospedali, una realtà inizialmente ignota all’islam. I califfi continuarono per secoli ad affidarsi a medici di corte cristiani.
    L’invasione mongola del XIII secolo – in cui, naturalmente, furono uccisi anche molti musulmani – portò un grave colpo alle comunità cristiane. Ma esse rimasero una componente importante di quelli che sarebbero diventati le tre vilayet, cioè province, ottomane di Mossul, Baghdad e Bassora. Oltre alla presenza delle Chiese siriache – cattolica e ortodossa – e a minoranze più piccole di rito latino e armeno, rimaneva rilevante la Chiesa Assira, separata dalla Chiesa cattolica fin dal V-VI secolo e spesso chiamata “nestoriana” anche se rifiuta questa etichetta. Una sua branca, la Chiesa caldea cui apparteneva il vescovo ucciso, nel 1553 si riconciliò con Roma. Si parla molto, e giustamente, dei massacri degli armeni prima della Grande Guerra del 1914-1918 e nel corso di essa. Ma anche i cristiani dell’Iraq furono considerati quinte colonne delle potenze occidentali e sistematicamente massacrati. Sulle cifre esiste un ampio dibattito, ma non è irragionevole stimare che siano stati uccisi diverse centinaia di migliaia di cristiani ortodossi e assiri, e 75.000 cattolici. Come risultato, dopo la Prima guerra mondiale i cristiani dell’Iraq – anche a causa dell’emigrazione causata da un sentimento di profonda insicurezza – si sono ridotti sotto il 10% della popolazione. Oggi sono il 3-4%, circa ottocentomila persone.
    Il secondo mito da sfatare è che tutto andasse per il meglio per i cristiani sotto Saddam Hussein. Non è così. La presenza di un caldeo, Tariq Aziz, come vice-primo ministro e ministro degli Esteri era la classica foglia di fico del regime, un’operazione cosmetica per nascondere perduranti discriminazioni. Lo stesso Tariq Aziz aveva dovuto adottare questo nome arabo, mentre si chiamava Mikhail Yuhanna, per potere partecipare alla vita politica. In ogni caso, il fatto che molti cristiani assiri e caldei sostenessero le rivendicazioni di autonomia dei curdi ne fece delle vittime del regime di Saddam Hussein fin dai suoi primi anni di governo, in cui il dittatore si proclamava laico ma nello stesso tempo stroncava nel sangue le proteste curde. Migliaia di cristiani hanno dato il loro tragico contributo alle fosse comuni che continuano a essere scoperte e dove si ritrovano centinaia di cadaveri di curdi spesso uccisi con gas asfissianti (un’“arma di distruzione di massa” certamente in possesso di Saddam). Dopo la guerra del Golfo dl 1991, poi, Saddam – ci credesse o meno – giocò la carta religiosa, imponendo elementi della legge islamica in tutto l’Iraq e discriminando le minoranze. Mentre Tariq Aziz intratteneva uomini politici, dirigenti di associazioni cattoliche e sacerdoti europei – e si assicurava la collaborazione anche di qualche vescovo – la leggenda del regime “più tollerante del Medio Oriente nei confronti dei cristiani” si scontrava con la realtà dei fatti, che continuava a parlare di chiese distrutte e sacerdoti uccisi. Monsignor Jean Sleiman, arcivescovo dei latini di Baghdad, ha recentemente ricordato la gravità della persecuzione dopo il 1991, che ha tra l’altro convinto un sesto dei cristiani iracheni – 150.000 persone – ad abbandonare i loro beni per fuggire dal Paese ed emigrare.
    E tuttavia nonostante tutto questo l’invasione americana è stata accolta dai cristiani iracheni con sentimenti piuttosto ambivalenti. Da una parte, nessuno – tranne alcuni che ne avevano avuto benefici piuttosto concreti – rimpiange il regime di Saddam Hussein. Dall’altra, vi era la consapevolezza che la persecuzione non era soltanto “dall’alto”, una manovra politica del regime, ma era applaudita e condivisa da molti musulmani che pure odiavano Saddam Hussein. Ancora, soprattutto dopo il 1991 Saddam – che aveva bisogno, dopo l’invasione del Kuwait, di ricostruirsi nel mondo arabo l’immagine di un paladino dell’islam aggredito dal’Occidente – aveva lasciato penetrare in Iraq elementi ideologici ultra-fondamentalisti e militanti radicali utilizzati per il “lavoro sporco” contro i curdi nel Nord del Paese. Le idee di costoro avevano fatto presa su una parte dei sunniti, con soddisfazione del regime che preferiva certamente che i guai dell’Iraq fossero imputati dalla popolazione a un complotto dell’Occidente presentato come “crociato” e anti-islamico e non alla pessima amministrazione di Saddam. Quanto agli sciiti, che erano certamente ostili al sunnita Saddam, idee radicali penetravano in Iraq dall’Iran. I cristiani si chiedevano con ansia se, caduto Saddam, i loro guai sarebbero finiti o se invece – neppure più controllati da una polizia di regime che era sì brutale ma almeno funzionava – gruppi di musulmani eccitati da una predicazione ultra-fondamentalista e semplici teppisti si sarebbero ancora accaniti sulle loro comunità.
    Purtroppo si è verificata la seconda ipotesi. I vari governi iracheni che si sono succeduti dopo il 2003 non sono stati in grado di garantire l’ordine pubblico e di proteggere le minoranze. Alcuni vescovi iracheni che hanno analizzato la situazione con particolare lucidità hanno sì denunciato un disegno per cancellare la presenza cristiana dall’Iraq, ma ne hanno distinto vari protagonisti le cui posizioni non sono uguali. Oggi la minaccia principale viene da terroristi stranieri, che cercano di esacerbare le tensioni fra le diverse comunità irachene pescando nel torbido per i loro fini. Nel mondo sunnita esistono gruppi ultra-fondamentalisti che sono però minoritari. La maggioranza degli sciiti – e certamente le loro gerarchie, a partire dal grande ayatollah Sistani – non vuole lo scontro con i cristiani e denuncia puntualmente gli attentati e i rapimenti. Nel buio di una situazione che resta drammatica s’intravede una luce. La maggioranza dell’islam iracheno ha capito che lo scontro fra cristiani e musulmani è solo lo strumento di cui si servono terroristi, in maggioranza stranieri, che non vogliono né il bene dell’Iraq né la pace. Una collaborazione fra cristiani e musulmani per isolare questi terroristi è possibile.
    "...per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità..."

  2. #2
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    Intervista al sostituto della Segreteria di Stato
    Iracheno con gli iracheni


    Tradotto in francese il libro dell'arcivescovo Filoni sulla Chiesa in Iraq

    di Jean-Michel Coulet
    Anni così intensi e un legame divenuto profondo al punto che l'allora nunzio a Baghdad ha finito per sentirsi un po' iracheno con gli iracheni. A sottolinearlo è il sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, arcivescovo Fernando Filoni, in un'intervista con l'incaricato dell'edizione in lingua francese e con il direttore del nostro giornale in occasione della traduzione francese del libro - pubblicato in italiano nel 2006 e poi riedito (La Chiesa nella terra di Abramo, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 2008, pagine 234, euro 9,50) - che monsignor Filoni ha dedicato alle vicende della Chiesa in Iraq (L'Eglise dans la terre d'Abraham. Du diocèse de Babylone des Latins à la nonciature apostolique en Iraq, Paris, Les Éditions du Cerf, 2009, pagine 240, euro 22). Il volume, documentato e nello stesso tempo di facile lettura, è fondato sui documenti dell'archivio della nunziatura di Baghdad, dove l'attuale sostituto è stato nunzio dal 2001 al 2006. Previsto per il quarantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra Iraq e Santa Sede (1966-2006), il libro ricostruisce una storia plurisecolare di rapporti, che risalgono alla prima metà del Seicento, sullo sfondo di vicende storiche e religiose millenarie, e aiuta a capire la realtà contemporanea, tragica e difficile, di una minoranza cristiana piccola ma di tradizioni antichissime.

    Non è frequente che un nunzio scriva sulla storia della rappresentanza pontificia che ha guidato, ma anche sulla sua missione e sul Paese dove ha vissuto. Come è nato questo libro?

    Sì, è raro che un nunzio scriva sul Paese dove ha svolto il suo servizio, ma credo che in qualche occasione scrivere possa testimoniare come si è condivisa la storia di quel Paese, almeno per un certo periodo. Per me è stato così in Iraq. Il nunzio non è uno spettatore, ma uno che si coinvolge ed è coinvolto dalla realtà, cosicché quel Paese gli entra dentro e un po' gli appartiene. In quella realtà egli vive, con essa gioisce e soffre. E questo lo porta a entrare nella vita, oltre che del Paese, soprattutto della Chiesa. E, se non si scrive pubblicamente, lo si fa per ragioni di comprensibile riservatezza. I rappresentanti pontifici, infatti, scrivono, per riferire a Roma e per manifestare la sollecitudine del Papa. Tutto è naturalmente raccolto e con il passare degli anni quei documenti diventano fonti storiche. Come in questo caso: il lettore viene portato, quasi per mano, a conoscere la Chiesa in Mesopotamia e le vicende del tempo attraverso i documenti del passato. E le carte d'archivio diventano una straordinaria sorgente di informazioni preziose.

    Cosa l'ha spinta a pubblicare questo libro?

    Si avvicinava il quarantesimo della creazione della nunziatura in Iraq e cominciai a leggere i documenti in quest'ottica. Accostandomi alle fonti a disposizione negli archivi della nunziatura di Baghdad mi appassionai, perché vidi subito che si conosceva ben poco di quella storia. Tra l'altro, avevo trovato succinte note di due delegati apostolici che però, a un certo punto, s'interrompevano; così mi dissi che bisognava approfondirle e continuare. Mi sono coinvolto anche affettivamente, a motivo dell'interesse che mi suscitavano. Poi, durante la guerra, nei momenti in cui il lavoro era alquanto rallentato e non si poteva uscire molto, ho iniziato a prendere appunti. Dunque, una serie di coincidenze mi portò a scoprire una storia da raccontare. Non farlo sarebbe stato un peccato.

    Lei fu l'unico capo di una missione diplomatica rimasto a Baghdad durante tutta la guerra e nei tre anni successivi: è stata una decisione difficile?

    È stata una scelta sacerdotale, perché se il pastore fugge nei momenti di difficoltà, si disperde anche il gregge. Credo che questo sia stato anche un modo per incoraggiare la Chiesa irachena; infatti, tutti i vescovi durante la guerra rimasero al loro posto; nessun sacerdote andò via, nessuno abbandonò la propria parrocchia o il proprio convento. Abbiamo condiviso tutto ciò che avevamo. Per esempio il seminario, rimasto aperto, era diventato un luogo dove la notte tanti andavano a dormire, cristiani e musulmani; lo stesso fu per tante chiese, le cui sale erano diventate dormitori. La gente aveva paura di stare nelle proprie case, particolarmente se collocate in prossimità di probabili obiettivi militari. Al mattino lasciava coperte e materassi e tornava a casa. Non di rado, famigliole musulmane chiedevano ai cristiani di cantare i propri canti religiosi, che trovavano belli. Al di là della guerra, si vivevano momenti di incontro, di solidarietà e di stima. Una condivisione che avrebbe avuto un seguito, perché chi vive insieme momenti difficili, mantiene relazioni e amicizie. Certo, la guerra aveva sconvolto la vita di tutti i quartieri di Baghdad e dell'intero Iraq, e avrebbe gettato fino a ora il Paese nel caos e nella violenza.

    Come si spiega il flusso migratorio dei cristiani? C'è una volontà di sradicamento del cristianesimo dall'Iraq?

    Il flusso migratorio non è solo di oggi. Nel mio libro accenno a tre grandi crisi attraversate dai cristiani. La prima ebbe luogo con il crollo dell'impero ottomano, dopo la prima guerra mondiale, con le persecuzioni e l'uccisione di migliaia e migliaia di cristiani armeni, caldei, siro-cattolici, ortodossi e assiri. La seconda fu generata dalla crisi politica tra il Governo centrale e la rivolta dei curdi degli anni Sessanta, quando i cristiani del nord dell'Iraq emigrarono nella capitale il cui sviluppo economico offriva lavoro e prosperità. Ciò portò la comunità cristiana di Baghdad a divenire la più grande del Paese. La terza migrazione ha avuto due fasi: la prima si è sviluppata con le tendenze belliciste del regime ba'atista (guerre con l'Iran e il Kuwait) e per le sanzioni economiche imposte all'Iraq; la seconda è stata generata dalle conseguenze della guerra anglo-americana, allorché molti cristiani, attratti dal desiderio di pace, dal benessere dell'occidente e spinti dal clima di insicurezza, hanno deciso di cambiare vita una volta per tutte.

    Com'è la situazione oggi?

    Continua a essere assai difficile e dura; ai ripetuti attentati si aggiunge spesso la penuria d'acqua o della corrente elettrica, mentre le temperature d'estate arrivano anche a cinquanta gradi. Non tutti hanno il generatore e la possibilità di comprare il gasolio, il cui prezzo è cresciuto enormemente. Poi c'è la difficoltà di trovare lavoro, l'inadeguatezza della scuola, la difficile convivenza tra etnie, gruppi politici e religiosi e soprattutto manca la sicurezza. Si esce di casa e non si sa se si ritorna. C'è sempre il rischio di esplosioni. Chi ha figli si domanda: quale prospettiva posso dare ai miei figli? L'interrogativo è comprensibile. Ma è giusto pensare solo in questi termini? Un cristiano non deve anche interrogarsi sul valore della propria origine e se veramente desideri che scompaia la presenza cristiana in Iraq? I cristiani hanno dato in passato un preziosissimo contributo allo sviluppo del Paese. Non è ora il caso di cominciare ad avere un po' più di fiducia e di ottimismo, non lasciando che prevalga soltanto la paura? Penso che sia il momento di dare più spazio alla speranza. Se fosse persa, non c'è dubbio che la presenza cristiana in breve si estinguerebbe. E questo non giova a nessuno. Noi abbiamo il dovere di aiutare i cristiani iracheni a ritrovare ottimismo e offrire loro una speranza. Se si perdesse il senso della propria origine sfumerebbe anche un sano e coraggioso ottimismo; vincerebbero timore e paura. Se la comunità cristiana irachena migrasse, nel giro di poco tempo essa perderebbe lingua, cultura e identità, e sarebbero perse per sempre. Un danno culturale e religioso incalcolabile. Il mio libro sottolinea il coraggio che tante generazioni hanno avuto nel vivere in Mesopotamia pur tra persecuzioni e difficoltà. Questo non va né dimenticato, né minimizzato. I cristiani, comunità originaria di quella terra, hanno il diritto a vivere e di vivere rispettati nella loro dignità. Bisogna che le autorità facciano di tutto, affinché essi siano parte integrante rispettata e coinvolta nella vita del Paese, anche se minoranza.

    Che cosa sta facendo la Santa Sede perché ciò avvenga? Ci sono segnali di disponibilità da parte delle autorità pubbliche?

    La Santa Sede, ovviamente, dà il proprio contributo, che è rivolto soprattutto alla prospettiva nella quale i cristiani sono chiamati a vivere. E i vescovi operano bene in questo stesso senso. So che il Patriarca caldeo, il cardinale Emmanuel Delly, e i vescovi hanno incontri e stimolano le autorità governative e religiose affinché la presenza cristiana continui a essere uno degli aspetti fondamentali della politica del Paese. Non dubito che, in linea di principio, le autorità manifestino buona volontà e abbiano l'intenzione di rispettare i cristiani, ma questo si deve tradurre anche in fatti concreti. È proprio di questi giorni una notizia positiva: la restituzione di alcune scuole, già appartenenti e gestite da istituzioni cristiane prima della nazionalizzazione (fine degli anni Sessanta). Ancora oggi non pochi musulmani conservano gratitudine per l'educazione che ricevettero nelle scuole cristiane. Mi pare un bel segnale che fa sperare e che parla di un apprezzamento verso il contributo che i cristiani possono dare al futuro della nazione irachena.

    Lei scrive spesso nel libro che il passato serve a comprendere il presente e colpisce la menzione di tanti uomini di Chiesa che, in maggioranza francesi, hanno aiutato l'evangelizzazione.

    La diocesi di Babilonia dei Latini nasce nel 1632 nel contesto delle relazioni tra scià Abbas i e Papa Clemente viii; trattandosi di una sede nuova da dotare anche economicamente, il Pontefice accettò l'offerta di una ricca signora della Francia di Richelieu. Così con la bolla Super universas (1638), Urbano viii legava la sede di Baghdad alla Francia, lasciando che in futuro tutti i suoi vescovi fossero di nazionalità francese. Nelle intenzioni del Pontefice era preminente il desiderio di sostenere quella Chiesa creata da poco, anche se il Richelieu valutava la questione in termini di influenza politica. Con la presenza inoltre di missionari e vescovi, la Francia estendeva anche il proprio protettorato sui cristiani della regione spesso alla mercè di autorità senza scrupoli. Ma essi ricevevano anche aiuti economici, soprattutto nell'Ottocento, allorché la Francia sostenne la scolarizzazione nei villaggi cristiani. Una presenza dunque che aiuta a capire i contrasti con la Gran Bretagna, allorché nel 1920 l'Iraq divenne un protettorato britannico, nonché l'atteggiamento francese anche durante l'ultima guerra.

    Cosa ricorda maggiormente della sua permanenza a Baghdad?

    Come ho già detto, quando si vive in un Paese dove si sono condivise esperienze e situazioni drammatiche, di esso se ne diventa parte. Al punto che ho finito per sentirmi quasi iracheno con gli iracheni, membro di quelle comunità, dove ho anche conosciuto affetto e stima. Ricordo ad esempio il pomeriggio di domenica 29 gennaio 2006, allorché un'autobomba fu fatta esplodere accanto alla nunziatura. Fu proprio un musulmano il primo a venire e ad assicurarmi che l'indomani avrebbe riparato tutti i danni: "Lo faccio - mi disse - perché lei ha condiviso e condivide con noi tutte queste sofferenze e dunque voglio mostrarle un segno di stima per la sua presenza in mezzo a noi". Il giorno dopo arrivò con trenta operai e riparò i numerosi danni. così che uno sente di essere diventato parte di quella comunità e ne condivide le preoccupazioni e le speranze. Ogni giorno prego per il popolo iracheno e per la sua Chiesa.

    Lei, dunque, si sente un po' iracheno...

    Senz'altro, e anche per altri motivi. Quando si conoscono un po' le culture mesopotamiche, babilonese, assira, akkadica, per citarne qualcuna ben nota, si scoprono che sono di una bellezza incomparabile. Noi non avremmo avuto il diritto se non ci fosse stato Hammurabi.

    Qual è l'atteggiamento verso queste antichissime culture nell'Iraq musulmano?

    La cultura islamica è predominante. Ma non manca il desiderio di valorizzare le culture preesistenti e oggi di tutelarle, anche se molto resta da fare, particolarmente per quel che riguarda i tanti siti archeologici. Già i nuovi Governi iracheni hanno cominciato a rendersene conto e ottengono il sostegno di grandi organizzazioni internazionali e di numerosi Paesi. Penso che quando il sistema educativo iracheno potrà funzionare a pieno ritmo, l'Iraq potrà fare molto anche con le proprie forze. Il futuro è nelle mani degli iracheni.

    A Baghdad ci sono una quindicina di Chiese cristiane. Come sono i loro rapporti?

    I cristiani iracheni fondamentalmente sono cattolici e ortodossi. I loro rapporti sono buoni. La famiglia cattolica è composta di caldei, siri, armeni, latini e melkiti; quella ortodossa da siri, greci e armeni. Quanto agli assiri, sono divisi in due comunità, che fanno capo rispettivamente al patriarca Mar Addai, che vive a Baghdad, e a Mar Dinkha iv, che vive negli Stati Uniti. Ma ci sono anche piccole comunità di protestanti e alcune sette.

    E le altre religioni?

    Ci sono comunità di mandei, che si richiamano a Giovanni Battista e di yazidi, che professano un sincretismo religioso. Una realtà estinta dagli anni Sessanta, è quella degli ebrei, espulsi al tempo delle guerre arabo-israeliane. Vivevano per lo più nella Mesopotamia settentrionale e hanno lasciato luoghi di grande venerazione anche per cristiani e musulmani: la tomba del profeta Ezechiele, nella regione di Babilonia, del profeta Nahum, ad Alqosh, e del profeta Giona a Ninive. Infine penso a Ur, patria di Abramo, luogo dove la rivelazione del Dio unico e la chiamata a seguirlo ebbero inizio; un luogo caro a tutti: musulmani, ebrei e cristiani.
    (©L'Osservatore Romano - 12 agosto)

  3. #3
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    Il cardinale Delly ritiene l'iniziativa del Governo iracheno un importante segnale
    Restituite tre scuole cattoliche alla Chiesa caldea dopo la lunga confisca


    di Nicola Gori




    La restituzione da parte del governo iracheno di tre scuole cattoliche alla Chiesa caldea è un episodio che segna un passo importante nelle relazioni tra Chiesa e istituzioni statali. Era, infatti, dagli anni Settanta, dopo la confisca operata dal regime di Saddam Hussein, che questi edifici erano stati sottratti ai legittimi proprietari. Solo adesso, a distanza di quasi quarant'anni, grazie all'intervento del cardinale Emmanuel iii Delly, Patriarca di Babilonia dei Caldei, e della buona volontà del primo ministro Nouri Al Maliki, si è giunti a una soluzione della vicenda.
    "Sono tre scuole nazionalizzate negli anni Settanta dal regime di Saddam Hussein - ricorda il cardinale Delly spiegando a "L'Osservatore Romano" com'è andata -. Due si trovano a Baghdad e una a Kerkûk. Sono state restituite alle suore caldee che le gestivano antecedentemente. La restituzione è avvenuta con il vincolo che questi edifici vengano usati per lo stesso scopo che avevano in precedenza e che siano diretti dalle suore o dal patriarcato. Abbiamo già la disponibilità di queste tre scuole, ma rimane ancora da perfezionare la registrazione a nome delle legittime proprietarie, le suore caldee. Attendiamo questo passaggio burocratico che sancirà la definitiva restituzione. Molti altri edifici di proprietà della Chiesa caldea sono stati requisiti negli anni di Saddam, ma a tutt'oggi devono esserci resi. Per questo stiamo facendo il possibile, affinché ciò avvenga quanto prima".

    Come si è giunti a questo importante gesto?

    Il risultato è stato ottenuto tramite una rete di amicizie e dopo aver parlato con il presidente, che ha dimostrato di aver capito il problema. Io ho presentato la domanda di restituzione delle scuole al primo ministro Al Maliki e lui ha deciso che questi immobili devono essere restituiti ai proprietari precedenti la confisca. Stiamo facendo il possibile anche perché si arrivi a registrare le tre scuole a nostro nome come era prima.

    Come viene vissuto dalla Chiesa caldea questo evento?

    La riconsegna degli immobili al loro legittimo proprietario dopo che erano stati presi con la forza è una cosa giusta nei confronti nostri e di tutti. Ringraziamo la buona volontà del primo ministro e del Governo nel restituire gli immobili ai proprietari. È un passo veramente importante, di cui siamo contenti, così come lo siamo per la maniera in cui il primo ministro ha detto che questi beni dovevano essere resi.

    Chi frequentava queste strutture didattiche?

    Erano scuole private al servizio di tutti: musulmani e cristiani. Erano scuole cattoliche per tutto il popolo, ma la maggioranza degli alunni era composta da musulmani. Venivano gestite dalle suore caldee dipendenti dal patriarcato.
    (©L'Osservatore Romano - 12 agosto)

  4. #4
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    La mancanza di sicurezza minaccia i cristiani dell'Iraq
    Denuncia dell'Arcivescovo di Kirkuk, monsignor Sako

    KÖNIGSTEIN, giovedì, 27 agosto 2009.- Secondo l'Arcivescovo di Kirkuk (Iraq), monsignor Louis Sako, il futuro del cristianesimo iracheno è a rischio e le speranze di un nuovo inizio dopo la caduta di Saddam Hussein sono svanite. In un'intervista rilasciata all'associazione caritativa internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), il presule ha affermato che la fiducia dei fedeli nel futuro è compromessa da quello che ha descritto come un peggioramento della situazione relativa alla sicurezza.
    Spiegando che i cristiani sono "bersagli facili per i criminali" vista la mancanza di protezione da parte delle forze di sicurezza, l'Arcivescovo ha sottolineato che sempre più fedeli lasciano il Paese.
    Attualmente, ha ricordato, nel sud dell'Iraq ci sono solo 300 famiglie cristiane e meno di 400.000 fedeli in tutto il Paese, contro i 750.000 del decennio scorso.
    Monsignor Sako ha criticato aspramente il sistema di sicurezza del Paese, definendolo "inefficace" e "non professionale".
    "Sono più che mai pessimista", ha ammesso. "Non vedo segni di speranza per il futuro".
    "Stiamo sperimentando giorni molto duri - ha aggiunto -. Ogni gruppo coinvolto in attività criminale sembra attivo". "Il Governo e la polizia stanno facendo del proprio meglio, ma non sono capaci di controllare la situazione".
    La situazione di insicurezza riguarda tutto l'Iraq, ha dichiarato. "Ogni giorno ci sono esplosioni - a Baghdad, a Mosul, in molti posti diversi".
    Negli ultimi giorni un padre di famiglia cristiano è stato ucciso e un medico è stato rapito mentre tornava a casa. Il mese scorso i militanti hanno condotto attacchi contro sette chiese di Baghdad, uccidendo e ferendo dozzine di persone, mentre la settimana scorsa negli attacchi sferrati in più luoghi della capitale irachena sono state uccise in un solo giorno quasi 100 persone e ne sono state ferite più di 500.
    "L'Iraq sta andando verso l'islam radicale", ha avvertito l'Arcivescovo Sako.
    I cristiani, ha aggiunto, sono un bersaglio per gli estremisti non tanto per la loro religione, ma perché sono ritenuti incapaci di difendersi.
    "In questo clima, la popolazione cristiana ha paura. E' davvero preoccupata. Nonostante ciò che diciamo, incoraggiandole a restare, le persone vogliono andarsene".
    La gente, sostiene monsignor Sako, è molto delusa anche dai politici. A suo avviso, i Paesi occidentali dovrebbero esercitare pressioni sui gruppi politici iracheni perché si riconcilino per cercare di ridurre il conflitto e ripristinare l'ordine e la legge.
    "Non ci può essere sicurezza senza un'autentica riconciliazione - ha dichiarato -. Gli unici che sembrano beneficiare dalla situazione al momento sono i criminali, e questo deve cambiare".
    L'Arcivescovo ha anche sottolineato l'importanza dell'operato interreligioso, definendolo fondamentale per la coesistenza tra cristiani e musulmani.
    Le iniziative interreligiose in cui è stato coinvolto a Kirkuk - ad esempio una cena che ospita per il Ramadan questa settimana - non vengono replicate in altre zone del Paese, e queste esperienze coinvolgono "individui" anziché "grandi gruppi".
    Allo stesso modo, ha concluso monsignor Sako, i leader della Chiesa e i politici cristiani non stanno facendo abbastanza per collaborare per far fronte ai problemi comuni.

    http://www.zenit.org/article-19272?l=italian

  5. #5
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    Iraq: per i cristiani non c'è alcun posto sicuro

    La violenza ha invaso anche la regione di Ninive

    KÖNIGSTEIN, mercoledì, 30 settembre 2009.- I cristiani iracheni stanno iniziando ad abbandonare l'unica zona in cui pensavano di essere al sicuro – la loro antica patria nelle pianure di Ninive.
    Secondo i rapporti del clero del nord del Paese, negli ultimi mesi si è verificata un'emigrazione lenta ma costante dai villaggi e dalle città nei pressi di Mosul, dove i fedeli sono presenti fin dai primi secoli del cristianesimo.
    Tutto, riferisce l'associazione caritativa internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), avviene dopo gli avvertimenti di un altro attacco alla Chiesa atteso subito dopo le elezioni del gennaio prossimo.
    Padre Bashar Warda ha affermato che i cristiani nella regione di Ninive stanno iniziando a sentirsi minacciati dalla mancanza di sicurezza che ha colpito tanti fedeli in molte altre parti dell'Iraq.
    Secondo il sacerdote, anche se è difficile presentare stime precise, i villaggi totalmente cristiani della regione di Ninive perdono 30 o 40 fedeli al mese, a volte anche di più.
    Questi numeri sono ancora più preoccupanti se si considera che i villaggi quasi totalmente cristiani sono il luogo in cui si sono rifugiati i fedeli che si sentivano minacciati in altre zone del Paese. Dopo l'ondata di propaganda e attacchi anticristiani a Mosul dell'anno scorso, infatti, molti si sono trasferiti nella regione di Ninive.
    Padre Warda, rettore del Sdeminario maggiore di St Peter ad Ankawa, fuori Erbil, la capitale provinciale del nord curdo dell'Iraq, ha osservato che ci si attende un aumento dell'emigrazione da Ninive dopo che una famosa dottoressa è stata rapita in casa propria a Bartala, una delle più importanti città della zona.
    Mahasin Bashir, ginecologa, è stata liberata questa domenica a Baashiqa, a circa 10 chilometri da Bartala. Il rapimento, secondo padre Warda, “ha avuto forti ripercussioni” nella zona, che di recente non aveva subito sequestri, esplosioni e altri incidenti.
    Un'escalation della violenza in seguito alle elezioni del 2010 potrebbe avere conseguenze catastrofiche per la sopravvivenza della Chiesa e porterebbe ancor più fedeli ad abbandonare il Paese, ha avvertito il presbitero.
    Secondo le ultime stime, i cristiani iracheni, che nel 1987 erano 1,4 milioni, sarebbero ormai meno di 400.000.

    http://www.zenit.org/article-19681?l=italian

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    Colloquio con l'arcivescovo Sako in vista delle elezioni politiche di gennaio
    Per un Iraq sereno e pacifico

    di Francesco Ricupero
    A poco più di due mesi dalle elezioni politiche in Iraq, il Paese sembra essere scosso nuovamente da una spirale di violenza che rischia di compromettere il processo di pace.
    Per sapere come gli iracheni, e soprattutto i cristiani, si stanno preparando a questa nuova tornata elettorale, lo abbiamo chiesto all'arcivescovo di Kerkûk dei Caldei, monsignor Louis Sako, impegnato in questi giorni a una serie di convegni in Germania sull'importanza del patrimonio e della presenza cristiana in Medio oriente.
    "Il violento attentato dei giorni scorsi a Baghdad ci ha fatto nuovamente sprofondare in un clima di incertezza e anche di paura - spiega a "L'Osservatore Romano" l'arcivescovo - le elezioni ormai prossime creano tensione tra i partiti, 0gnuno sgomita e si fa largo per dimostrare il proprio potere. Noi cristiani, in quanto minoranza, cerchiamo di stare uniti e di non schierarci con coalizioni violente, ma essendo in pochi siamo comunque costretti ad aderire a un partito più grande che ha una sua identità politica e un proprio programma. Speriamo che si possa assistere a una campagna elettorale serena, senza spargimento di sangue. Questo è nell'interesse del Paese e di tutta la comunità".
    Monsignor Sako sottolinea come sia necessario e indispensabile avere una stabilità politica non solo in Iraq, ma in tutto il Medio oriente. "La nostra speranza è di vedere l'Iraq unito e in pace. Non mi stancherò mai di ripeterlo. Solo il dialogo porta alla pace, con l'uso delle armi non si andrà da nessuna parte. Musulmani e cristiani - prosegue - dovranno continuare a dialogare e a rispettarsi con un unico obiettivo: la ricostruzione di un Paese che negli ultimi anni e anche nelle ultime settimane è stato costretto ad assistere a ogni forma di violenza. L'unica cosa che ci preoccupa in questo momento è sapere che non si ha la certezza di un futuro senza tensioni e scontri tribali".
    L'arcivescovo oltre a ribadire al nostro giornale che la popolazione irachena è impegnata a costruire un futuro all'insegna del rispetto reciproco e della riconciliazione nazionale, ha ricordato l'incontro conviviale del 29 agosto scorso in arcivescovado con i responsabili religiosi musulmani. "Si deve partire da quell'incontro, dal dialogo, dalla condivisione e dalla riconciliazione. È stato un incontro dagli effetti positivi e che ci incoraggia. Quando ci si incontra e si ha la buona volontà di discutere, i problemi e i contrasti si risolvono gradualmente e pacificamente. Questo - ha aggiunto monsignor Sako - è quello che dovrebbero fare i partiti in vista delle elezioni per la ricostruzione di un Iraq unito. Purtroppo, sono molti quelli che cercano di ostacolare il processo di pace nel nostro Paese. Le frammentazioni etniche e religiose non devono prevalere sul dialogo e sul processo di pace. Noi alla nostra comunità raccomandiamo sempre di evitare i contrasti e le diatribe con gli altri. I partiti cristiani sono divisi e non hanno una propria autonomia, dipendono dalle altre coalizioni più grandi e questo non permette di esprimere la propria opinione in maniera decisa ed efficace".
    L'arcivescovo di Kerkûk, inoltre, si sofferma sulla situazione dei cristiani in Iraq. "Non siamo ancora riusciti a far ritornare i cristiani nelle loro case e nei loro paesi di origine perché non siamo in grado di assicurare loro un futuro migliore. Dobbiamo lavorare e impegnarci per garantire un lavoro, una casa, delle infrastrutture, una rete di servizi, solo così potremo convincere i cristiani a ritornare e solo così potremo evitare di disperdere il nostro patrimonio di duemila anni".
    Il presule spiega che negli ultimi mesi molti Paesi come Siria, Giordania e Turchia stanno offrendo la possibilità ai profughi iracheni di ottenere una sorta di permesso di soggiorno. "Questa situazione sta provocando una specie di fuga dall'Iraq perché molti utilizzano la Siria, la Turchia e la Giordania come trampolino per poi raggiungere le famiglie in Canada, in Australia o negli Stati Uniti".
    Infine, l'arcivescovo auspica che il Patriarca di Babilonia dei Caldei, il cardinale Emmanuel III Delly, "lanci al più presto un appello per la riconciliazione di tutti i cristiani iracheni al fine di salvare il Paese. Dobbiamo cambiare la nostra posizione e far capire che abbiamo una missione da compiere, ma le parole non bastano servono fatti concreti. Occorre intervenire in maniera efficace ed urgente per evitare che si inneschi un'altra spirale di violenza. La Chiesa in Iraq e tutta la comunità cristiana - conclude l'arcivescovo di Kerkûk dei Caldei - deve essere un esempio per gli altri e collaborare alla ricostruzione del Paese all'insegna dell'unità e del rispetto reciproco".
    (©L'Osservatore Romano - 6 novembre 2009)

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    In Iraq c'è una persecuzione religiosa di sistema, non di Stato
    Dichiara l'Arcivescovo Jules Mikahel Al-Jamil

    di Jesús Colina

    ROMA, martedì, 17 novembre 2009.- In Iraq la persecuzione religiosa non è "di Stato" ma "di sistema", spiega un rappresentante delle comunità cattoliche del Paese a Roma.
    L'Arcivescovo Jules Mikhael Al-Jamil, procuratore del Patriarcato Cattolico Siriaco a Roma, ha presentato la sua analisi questo martedì intervenendo a un incontro con la stampa organizzato nella sala più solenne della Camera dei Deputati.
    Il presule, 71 anni, ha denunciato che nel sistema sociale del Paese i cristiani, essendo una piccola minoranza, non hanno sostegni per difendersi, diventando facili prede di criminali comuni o di gruppi come Al Quaeda, la rete terroristica di Osama bin Laden.
    Per questo motivo, spiega, si può dire che si tratta di una "persecuzione religiosa" provocata da un sistema sociale che si ispira a una visione del Corano secondo la quale l'islam e i suoi seguaci devono dominare e non essere dominati, concependo i credenti di altre religioni come cittadini con meno diritti.
    L'Arcivescovo, esperto di cultura e letteratura araba, ricorda che secondo il libro riconosciuto come sacro dai fedeli musulmani l'islam è una religione al di sopra delle altre.
    Nel passato dell'Iraq (e alcuni applicano ancora questa visione), spiega, "i cristiani che si trovavano sotto un regime o una dottrina islamici erano liberi di credere nell'islam, o di abbandonare la loro terra, o di offrire un'imposta per vivere in pace".
    In passato, riconosce, in Iraq i cristiani erano una minoranza piuttosto influente, che offrì un contributo decisivo alla cultura del Paese, come ad esempio nella creazione e nello sviluppo della prima Università di Baghdad, il che ha permesso loro di "godere di rispetto".
    "Ciò non significa tuttavia che godano degli stessi diritti", secondo certe interpretazioni del Corano. In un regime islamico, "un cristiano non può dominare su un musulmano"; "un generale dell'Esercito non può essere cristiano".
    Ora che dopo la guerra i cristiani hanno perso peso politico e influenza sociale e molti hanno abbandonato la propria terra, subiscono la "persecuzione di un sistema" sociale dominante, perché sono indifesi.
    In una conversazione con ZENIT, l'Arcivescovo non si è detto favorevole alla proposta di rafforzare i diritti dei cristiani creano un enclave cristiano a Ninive (dove c'è una maggioranza cristiana), perché i cristiani fanno parte del tessuto sociale di tutto il Paese.
    Non sostiene neanche l'emigrazione all'estero, perché come afferma "la Chiesa deve essere presenza di Cristo nel Paese. Se quando la situazione è difficile noi cristiani fuggiamo, allora non diamo quella testimonianza che è invece necessaria. E se le generazioni si sradicano, non torneranno mai".
    Secondo il presule, in un Paese democratico come dice e vuole essere l'Iraq i cristiani devono godere degli stessi diritti degli altri cittadini.
    L'incontro nella Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati è stato organizzato su proposta dell'associazione "Salva i monasteri" (www.salvaimonasteri.org) per sensibilizzare sulla situazione delle chiese e dei monasteri che vengono distrutti in Iraq, Pakistan e Kosovo.

    http://www.zenit.org/article-20376?l=italian

  8. #8
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    Mons. Sako: a Mosul è in atto una “pulizia etnica” contro i cristiani
    L’arcivescovo di Kirkuk conferma il rafforzamento delle misure di sicurezza per Natale, nel timore di nuovi attacchi. Ieri doppio attentato a Mosul, colpite due chiese della città. Il bilancio è di una neonata morta e 40 feriti. Fonte di AsiaNews in città: la comunità cristiana è “destinata a morire”.


    Kirkuk – A Mosul è in atto una “pulizia etnica e religiosa” che si è acuita “nell’imminenza del Natale”. È quanto afferma ad AsiaNews mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, che anticipa il “rafforzamento delle misure di sicurezza per le feste”. In città si respira un clima di tensione e paura, accresciuto dal nuovo attacco avvenuto ieri a due luoghi di culto, che ha causato una vittima e 40 feriti. Una fonte cristiana della città, anonima per motivi di sicurezza, lancia l’allarme: “la comunità è destinata a morire”.
    Nella tarda mattinata di ieri un’autobomba è esplosa nei pressi della chiesa dell’Annunciazione, nel quartiere al-Mohandiseen, danneggiando muri e vetrate. Gli attentatori hanno lanciato anche una serie di granate contro l’adiacente scuola cristiana, uccidendo una neonata e ferendo altre 40 persone, fra cui cinque liceali. Saad Younes, padre della bambina di otto giorni, conferma che l’esplosione è avvenuta mentre la cognata e la piccola uscivano dall’ospedale.
    Un secondo attentato ha preso di mira la chiesa siro-cattolica dell’Immacolata, nel quartiere di al-Shifaa, a nord di Mosul. Un ordigno è esploso davanti alla cancellata che si affaccia sulla strada, senza causare vittime né feriti. Gli attacchi di ieri sono solo l’ultimo episodio di una serie di violenze contro i luoghi di culto cristiani della città: il 26 novembre scorso i terroristi hanno raso al suolo la chiesa di Sant’Efrem e colpito la Casa Madre delle suore domenicane di Santa Caterina.
    Fonti di AsiaNews in città confermano la “fuga delle suore” e le poche rimaste “hanno paura ad uscire”. Gli attacchi sono “un messaggio di avvertimento” per costringere i cristiani all’esodo di massa. “Le famiglie che sono fuggite al nord, nel Kurdistan – conferma la fonte – non hanno lavoro, né una prospettiva di vita. La comunità cristiana è destinata a morire”.
    Una preoccupazione condivisa da mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, che parla di “pulizia etnica e religiosa” in atto a Mosul. Il governo centrale e i partiti, aggiunge il prelato, si preoccupano solo delle elezioni, in programma il 7 marzo 2010, e soprattutto della “spartizione del petrolio”. Il quadro politico della città è complesso: gli arabi controllano il potere locale, i curdi non partecipano al consiglio municipale; nella zona vi è inoltre una forte presenza di gruppi fondamentalisti e membri del vecchio regime di Saddam Hussein.
    “La situazione è molto tesa – sottolinea mons. Sako – la settimana scorsa sono stati uccisi due fratelli cristiani, altri due sono stati rapiti. Dov’è il governo locale? Dov’è il governo centrale? Dove sono le rappresentanze dei partiti al potere?” domanda il prelato.
    Egli auspica una maggiore coesione all’interno della comunità cristiana, perché riesca a creare un “potere forte” in grado di respingere le violenze. Fra le possibili risposte, il prelato chiede “una dichiarazione forte a nome delle chiese e dei partiti cristiani, per dire che siamo saldi, che siamo per l’Iraq, per la pace e la convivenza fra le etnie e le religioni”. “Distruggere questo mosaico – aggiunge – è come distruggere tutto l’Iraq”.

    http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=17136&size=A

  9. #9
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    IRAQ - Verso il Natale fra diritti negati, violenza, dolore, paura: intervista dell’Agenzia Fides a Sua Ecc. Mons. Shlemon Warduni, Vescovo Ausiliare Caldeo di Baghdad

    Città del Vaticano (Agenzia Fides) – “In un clima di insicurezza e illegalità in Iraq, si vuole colpire la comunità cristiana. A tutti i cristiani del mondo diciamo. Non abbandonateci”: è l’appello accorato affidato all’Agenzia Fides da S. Ecc. Mons. Shlemon Warduni, Vescovo Ausiliare Caldeo di Baghdad, giunto in Vaticano per l’incontro con Benedetto XVI. Nel suo viaggio in Europa, Mons. Warduni chiede solidarietà e aiuti concreti da istituzioni cristiane per la ricostruzione e il restauro di chiese e edifici pastorali di Baghdad, danneggiati dagli attentati dei mesi scorsi. Fides gli ha rivolto alcune domande.

    Com’è la situazione attuale della comunità cristiana in Iraq?
    La nostra situazione desta preoccupazione e dolore. Il contesto è noto: da anni l’Iraq è sconvolto da guerre interne ed esterne, che hanno privato la popolazione della pace e dei servizi sociali di base come la sanità e l’istruzione. Le conseguenze dell’ultima guerra e dell’occupazione militare sono tragiche: l’instabilità politica e l’ ingovernabilità hanno generato miseria e distruzione. Per questo molti cristiani – insieme con migliaia di altri cittadini – hanno dovuto lasciare il paese. Abbiamo perso circa un terzo della nostra comunità. E’ una tragedia di vaste dimensioni, che va sottoposta agli occhi del mondo.

    Avete notato nell’ultimo anno dei miglioramenti? Cosa sperate dalle nuove elezioni?
    Il punto è che la mancanza di pianificazione politica ha generato il proliferare del terrorismo, che oggi ha la sua agenda e destabilizza il paese. Mancano legalità e sicurezza, il governo è debole e le elezioni (non ancora fissate con certezza) dovranno dare un svolta a partire da queste urgenze, altrimenti non serviranno a nulla. Intanto gli attentati contro le chiese e gli attacchi contro i cristiani proseguono: nelle ultime due settimane si sono verificate esplosioni in tre chiese a Mosul, per non parlare di Baghdad, dove tre mesi fa un’autobomba davanti a una chiesa ha ucciso due giovani, ne ha feriti 30, causando tanta distruzione materiale. La tranquillità è un piccola pausa fra due attentati.

    Cosa provano e cosa pensano i cristiani iracheni?
    Questi episodi incidono molto negativamente sui cristiani. Seminano paura e ci privano della speranza. Non è questione di “pulizia etnica” ma, guardando la situazione nel complesso, c’è un disegno che vuole colpirci. Collocare dieci ordigni contro le chiese nello stesso giorno ha un preciso significato di intimidazione. La paura e lo scoraggiamento, circolanti nella comunità, provocano l’emorragia dei fedeli che, a aragione, temono per la loro vita e per le loro famiglie.

    Come giudica la proposta di riunire tutti i cristiani iracheni nel territorio della Piana di Ninive?
    E’ un progetto assurdo e insensato. Significherebbe ridurre i cristiani in un ghetto, metterli in gabbia, schiacciarli nel conflitto fra arabi e curdi. Cristo ci ha detto di annunziare la Buona Novella a tutto il mondo: noi siamo chiamati a essere sale, luce e lievito per la nazione. Non possono confinarci in un unico territorio sulla base dell’appartenenza religiosa.

    Cosa chiedete al governo?
    Chiediamo al governo di individuare, perseguire e prevenire gli attentatori. Chiediamo protezione. Vogliamo solo i nostri diritti: l’Iraq è la nostra nazione, siamo cittadini iracheni come gli altri. Siamo in Iraq dal I secolo dopo Cristo, quando è passato San Tommaso a predicare nella nostra terra. Siamo in Iraq da 600 anni prima dei musulmani. Non chiediamo alcun trattamento di favore, ma solo il rispetto della dignità, delle nostre libertà e dei diritti fondamentali: vivere in pace, annunziare il Vangelo e contribuire a costruire la nostra nazione.

    Quale appello rivolge alla comunità internazionale?
    Alla comunità internazionale chiediamo un appoggio più forte e deciso. Urge una pressione forte dei governi occidentali per stabilizzare il quadro iracheno e ripristinare legalità e sicurezza. I governi che promuovono la democrazia e i diritti umani, pronti a tutelare i loro interessi economici in Iraq, dovrebbero impegnarsi per sradicare il terrorismo e promuovere pace e legalità in Iraq.

    Come vi apprestate a vivere il Natale?
    Natale sarà un momento critico: durante tutte le maggiori festività cristiane si verificano attentati e cresce il clima di intimidazione. La nostra comunità cattolica è fervente, ma la gente ha paura di venire in Chiesa. Speriamo che Dio ci doni la pace e ci aiuti a celebrare con coraggio la festa del Santo Natale.

    Cosa chiedete al Papa e a tutti i cristiani nel mondo?
    Di sostenerci, di non abbandonarci a noi stessi, di alzare la voce per difenderci nella comunità internazionale. A tutti i credenti in Cristo nel mondo, diciamo: pregate e aiutate le vittime della violenza, della guerra e del terrorismo. Ricordate la popolazione martoriata dell’Iraq che soffre da molti anni. Il Santo Padre, che ho incontrato ieri, mi ha assicurato la sua preghiera e il sostegno per l’Iraq e tutti gli iracheni.

    http://www.fides.org/aree/news/newsdet.php?idnews=32665&lan=ita

  10. #10
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    Mosul: attentati a due chiese cristiane, tre morti e diversi feriti
    Colpite la chiesa di San Giorgio dei caldei e la chiesa siriaco-ortodossa di san Tommaso. Un ordigno era nascosto in un carretto che trasportava legumi. Nell’esplosione sono morti un cristiano caldeo e due musulmani. Arcivescovo di Kirkuk: “messaggio inquietante” a due giorni da Natale.

    Mosul (AsiaNews) – Due diversi attentati hanno colpito stamane a Mosul la chiesa di San Giorgio dei caldei e la chiesa siro-ortodossa di san Tommaso. Il bilancio provvisorio è di tre morti – un cristiano caldeo e due musulmani – e diversi feriti. Mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, ad AsiaNews parla di “messaggio inquietante” in vista del Natale, dove resta alto il timore di ulteriori violenze. , nel nord dell’Iraq.
    Fonti di AsiaNews a Mosul confermano che “la situazione dei cristiani continua a peggiorare, dato che gli edifici cristiani sono di nuovo nel mirino dei terroristi Le due chiese colpite sono due edifici antichi, dal grande valore storico e culturale.
    Nell’attentato alla chiesa di San Giorgio sono morte tre persone: si tratta di un cristiano caldeo e due musulmani, altri sono rimasti feriti. Testimoni locali riferiscono che a causare l’esplosione è stato “un carretto di legumi, riempito di bombe”. Dalle prime ricostruzioni, pare che l’obiettivo dell’attacco fosse una caserma della polizia nel quartiere di Khazraj.
    Nelle ultime sei settimane a Mosul sono state attaccate quattro chiese e un monastero di suore domenicane. Le esplosioni causate dalle autobomba e dagli ordigni hanno prodotto gravi danni agli edifici e alle case adiacenti. Distrutte numerose abitazioni di cristiani e musulmani. Cinque i cristiani assassinati e altri vittime di sequestri a scopo di estorsione. Attacchi mirati, che testimoniano il progetto di “pulizia etnica” contro la comunità cristiana in tutto l’Iraq.
    Mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, giudica gli attentati di oggi l’ennesimo “messaggio inquietante” a due giorni dal Natale. Le minacce, sottolinea il prelato, “continuano a influenzare la comunità cristiana” che spera “nella pace” ma resta vittima di violenze.
    “Il messaggio di pace e di speranza – ribadisce l’arcivescovo di Kirkuk – annunciato dagli angeli, resta il nostro augurio di Natale per tutto il Paese: vogliamo lavorare insieme per costruire la pace e la speranza nel cuore di tutti gli uomini e le donne dell’Iraq”.

    http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=17204&size=A

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