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Discussione: Il Card. Ruini saluta la Diocesi di Roma prima di lasciare l'incarico di Vicario

  1. #1
    Vecchia guardia di CR L'avatar di Miletto
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    Smile Il Card. Ruini saluta la Diocesi di Roma prima di lasciare l'incarico di Vicario

    Ciao a tutti,

    Sono felice di poter aprire io questo thread in onore di S.E. Card. Camillo Ruini, che lascia il suo ruolo da Vicario di Sua Santità per la Diocesi Romana. Personalmente è un Cardinale che stimo ed ammiro molto per il suo coraggio, la sua schiettezza nel dire le cose e la sua grande umiltà accompagnata da una grande bravura a seguire la vicenda Italiana e Romana.

    Miletto.

    ----------

    Il papa lo ringrazia per il suo impegno al servizio della chiesa

    Il testamento di Ruini: «Vescovi con il Papa anche quando dice parole scomode»

    Il Cardinale: «Terminato il mio servizio di Vicario. Roma per me è stato un grande dono»




    Ruini in una foto d'archivio (Agf)


    ROMA
    - È «terminato il mio servizio di Cardinal Vicario»: nella messa solenne a San Giovanni, in occasione dei 25 anni della sua nomina a vescovo, il cardinale Camillo Ruini ha ringraziato e si è accomiatato dalla città che ha guidato per 17 anni e mezzo. La nomina a vicario di Roma, il 17 gennaio 1991, è stato, ha detto, «un dono grandissimo» fattogli da Giovanni Paolo II e confermatogli poi da Benedetto XVI. «Ma in tutti questi anni - ha aggiunto il cardinale - un dono in qualche modo altrettanto grande l'ho ricevuto da Roma stessa, Roma diocesi e Roma città: questo dono l'ho compreso un poco alla volta e sempre di più». «Terminato il mio servizio di cardinale vicario confido di gustarlo e di assaporarlo ancora meglio, ritornandovi negli anni che mi rimangono con la memoria e con la preghiera», ha aggiunto.

    I VESCOVI - Ruini ha poi dichiarato che «se i vescovi fossero stati più compatti e vicini al pontefice anche quando questi ha dovuto pronunciare parole scomode annunciando il Vangelo, tanti problemi della Chiesa non si sarebbero manifestati e anzi questa è la strada del futuro per superare le difficoltà della Chiesa». Il Cardinale ha infine affermato la necessità di combattere la grande sfida del «regno del peccato» «che minaccia la fede cristiana nel comportamento e nel pensiero».

    IL PAPA - Ruini è stato ringraziato anche dal Benedetto XVI «per il suo impegno al servizio della Chiesa di Roma». Nel messaggio di Ratzinger, letto durante la solenne messa: «Il motivo per il quale ora mi preme soprattutto ringraziarLa, Signor Cardinale, è - scrive il Papa - il Suo impegno al servizio della Chiesa di Roma. Era il 17 gennaio 1991 quando il Servo di Dio Giovanni Paolo II la chiamò a succedere al compianto Cardinale Ugo Poletti affidandoLe - così scriveva l'amato Pontefice - 'ciò che ho di più mio e di più caro: Roma apostolica». Egli sapeva - ha proseguito Benedetto XVI - di trovare in Lei un collaboratore esperto, fidato, generoso, che ha saputo posporre ogni altro interesse alla cura assidua e affettuosa della Diocesi. E la medesima collaborazione ella ha poi offerto a me in questi anni». «Nella Chiesa di Roma - continua il messaggio del Papa - tutti hanno potuto constatare la Sua grande capacità di lavoro, la sua fede semplice e schietta, la sua intelligente creatività pastorale, la sua fedeltà all'identità viva dell'Istituzione attraverso l'unione con il Papa anche in mezzo alle difficoltà, il suo fiducioso e sorridente ottimismo».



    21 giugno 2008
    Corriere della Sera



  2. #2
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    Il Card. Ruini ha salutato Roma

    Dalla Radio Vaticana

    “Un collaboratore esperto, fidato generoso” Così il Papa in un messaggio indirizzato al Cardinale Vicario Camillo Ruini, che oggi ha presieduto la Santa Messa, nella Basilica Lateranense nella ricorrenza del suo 25.mo di ordinazione episcopale. Grande la commozione e la gioia per questo importante traguardo, il Cardinale Ruini nell’Omelia ha espresso la sua personale e totale gratitudine nei confronti del Successore di Pietro esortando i Vescovi alla testimonianza viva della fede in Cristo. “Terminato il mio servizio – ha detto il Cardinale Vicario - confido di gustarlo e assaporarlo ancora meglio, ritornandovi negli anni che mi rimangono con la memoria e con la preghiera”.

    Nell’Omelia il Cardinale Ruini ha subito evidenziato:

    “Terminato il mio servizio di Cardinale Vicario confido di gustarlo e assaporarlo ancora meglio, ritornandovi negli anni che mi rimangono con la memoria e con la preghiera”.

    Il Cardinale Ruini ha ringraziato per quanto ricevuto in questi anni da Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, da tutti i suoi collaboratori, dalle tante persone che in tante forme, in diversa maniera e da più parti lo hanno sostenuto. E parlando della fortezza ha precisato:

    “Ogni Vescovo tuttavia, nel suo tempo e nelle sue situazioni di vita e di ministero, ha bisogno di almeno un poco di fortezza e anch’io ne ho avuto bisogno, a Reggio Emilia e poi qui a Roma. Mi permetto di soffermarmi su questo aspetto, del quale di solito si parla poco. Quando poi se ne parla si pensa subito alla fortezza o al coraggio rivolto per così dire “verso l’esterno”, soprattutto verso la pressione esercitata dalla “opinione pubblica”, così come questa è interpretata, e non di rado “costruita”, dai mezzi di comunicazione. E’ indispensabile, per un Vescovo, sottrarsi alla sudditanza nei confronti di questo genere di pressione e a tal fine è importante ricordare che la verità che ci è stata donata e affidata, quella verità che in ultima analisi è Cristo stesso, conta e “pesa” molto di più di qualsiasi opinione”.

    Quindi in quello che ha definito il “piccolo testamento alla Diocesi di Roma” ha esortato a camminare in Cristo vincendo nella speranza salvifica di Cristo le sfide del tempo presente, dunque ha concluso:

    Nel mio piccolo, se il Signore lo permetterà, vorrei continuare a lavorare, in una forma diversa, perché i romani e gli italiani di oggi sappiano guardare al mondo e alla vita con l’occhio della fede.

    Grazie per tutto Eminenza!

  3. #3
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    Thumbs up Lettera

    Testo integrale della lettera inviata
    da Benedetto XVI al Card. Camillo Ruini
    per il XXV del suo episcopato
    (Basilica di San Giovanni in Laterano, 21 giugno 2008).


    Venerato Fratello
    Cardinale CAMILLO RUINI
    Vicario Generale per la Diocesi di Roma


    Sono trascorsi venticinque anni da quel 29 giugno 1983, solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, in cui Ella, nella Cattedrale di Reggio Emilia, per l’imposizione delle mani del compianto Vescovo Mons. Gilberto Baroni, ricevette l’Ordinazione episcopale. Lei ha lodevolmente scelto di celebrare questo giubileo insieme con i presbiteri della Diocesi di Roma che pure festeggiano quest’anno significativi anniversari. Pertanto, in questa felice circostanza, desidero unirmi spiritualmente a Lei, caro e venerato Fratello, nel rendimento di grazie a Dio ricordando le tappe del Suo fruttuoso ministero episcopale.

    Innanzitutto i primi tre anni nella Sua Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, quale Vescovo Ausiliare, con il titolo dell’antica Chiesa di Nepte. Essendo Ella un sacerdote già ben noto e stimato, i fedeli reggiani e guastallesi furono lieti di vederLa quale primo collaboratore di Mons. Baroni nella guida pastorale di quella Chiesa, con il particolare compito di seguire la formazione e la promozione del laicato e la celebrazione del Sinodo diocesano, il cui tema era “L’annuncio del Vangelo oggi in terra reggiana e guastallese”.
    In quegli anni fu intenso anche il Suo impegno come Vice Presidente del Comitato promotore del Convegno nazionale della Chiesa italiana a Loreto. Vedendo in Lei un Vescovo fedele e saggio, intelligente e lungimirante, il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II, nel giugno 1986, La nominò Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana. Da allora e fino al 7 marzo dello scorso anno Ella ha servito ininterrottamente l’Episcopato italiano, in modo particolare a partire dal 1991, quando divenne Presidente della CEI. Come ho avuto modo di osservare nella mia Lettera indirizzataLe il 23 marzo 2007, Ella ha trasmesso con coraggio e tenacia le indicazioni magisteriali e pastorali del Successore di Pietro, mostrando grande sollecitudine nell’aiutare i Confratelli a recepirle e a renderle operative.
    Il motivo per il quale ora mi preme soprattutto ringraziarLa, Signor Cardinale, è però il Suo impegno al servizio della Chiesa di Roma. Era il 17 gennaio 1991 quando il Servo di Dio Giovanni Paolo II La chiamò a succedere al compianto Cardinale Ugo Poletti affidandoLe – così scriveva l’amato Pontefice – “ciò che ho di più mio e di più caro: Roma apostolica, coi suoi incomparabili tesori di spiritualità cristiana e di tradizione cattolica; con le sue forze vive di sacerdoti, di comunità religiose, di laici impegnati; ma anche con le sue innumerevoli esperienze umane, con i suoi mille fermenti e con i suoi problemi, con le sue certezze e le sue inquietudini, con le sue realizzazioni e le sue attese”. Egli sapeva di trovare in Lei “un collaboratore esperto, fidato, generoso” (ibid.), che ha saputo posporre ogni altro interesse alla cura assidua e affettuosa della Diocesi. E la medesima collaborazione Ella ha poi offerto a me in questi anni.
    Nella Chiesa di Roma tutti hanno potuto constatare la Sua grande capacità di lavoro, la Sua fede semplice e schietta, la Sua intelligente creatività pastorale, la Sua fedeltà all’identità viva dell’Istituzione attraverso l’unione con il Papa anche in mezzo alle difficoltà, il Suo fiducioso e sorridente ottimismo. Un fervido ringraziamento giunga dunque a Lei, venerato Fratello, per quanto ha operato fino ad oggi in questa amata Diocesi. Innanzitutto per aver portato a termine, nel 1993, il Sinodo diocesano. Dopo la prima fase guidata dal Suo predecessore, Ella condusse la seconda promuovendo il più ampio coinvolgimento delle parrocchie e di tutte le altre realtà ecclesiali presenti nell’Urbe, particolarmente attraverso le Assemblee presinodali di prefettura, ed intessendo, attraverso l’iniziativa denominata “Confronto con la Città”, un dialogo aperto all’intera cittadinanza sui problemi più importanti e complessi della Roma di oggi. Guidò, infine, la celebrazione della medesima assise fino alla redazione del Libro del Sinodo. Quel Libro, che tanto deve a Lei, anche oggi rimane attuale per individuare le vie atte a favorire un incontro reale con Cristo negli ambiti di azione pastorale privilegiati già allora dalla Chiesa di Roma: la famiglia, i giovani, la responsabilità sociale, economica e politica, la cultura. Per attuare quelle indicazioni, molti momenti di riflessione e dialogo sui principali temi di fede e di programmazione pastorale si svolgono tuttora nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Penso ai “Dialoghi in Cattedrale” e agli annuali Convegni ecclesiali, ai quali ho voluto personalmente intervenire da quando sono stato chiamato alla Cattedra di Pietro.
    Tra gli impegni di questi anni di episcopato a diretto servizio del Vescovo di Roma, come non menzionare la preparazione e la celebrazione della Missione cittadina in preparazione al Grande Giubileo del 2000? Missione che ha visto il popolo di Dio non solo destinatario ma attivo protagonista. Poi lo stesso Giubileo, che ha avuto il suo momento di maggiore evidenza nella XX Giornata Mondiale della Gioventù: indimenticabile esperienza di Chiesa per la quale molto si deve alla Diocesi di Roma. Ma una speciale parola di apprezzamento si deve al Suo ordinario ministero episcopale. Nel corso degli anni, Ella ha accompagnato all’Ordinazione 484 presbiteri diocesani e ha favorito con varie iniziative la realizzazione di ben 57 nuove chiese parrocchiali, di due luoghi sussidiari di culto e della chiesa del Collegio dei Santi Martiri Coreani. A Lei, Signor Cardinale, è dovuta pure la possibilità che numerose comunità cattoliche provenienti da altre nazioni del mondo hanno avuto di poter disporre in Roma di una chiesa per le loro celebrazioni e per mantenere vivi i rapporti con i connazionali e le terre di origine. Desidero ancora ringraziarLa per quanto ha fatto per i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose, i seminaristi, le aggregazioni laicali e tutto il popolo di Dio della Diocesi di Roma: in questi anni essa è cresciuta nella comunione e nella consapevolezza dell’urgenza della missione. Al riguardo, debbo esprimerLe personale riconoscenza per la dedizione con cui, in questi anni, mi ha introdotto nella complessa realtà di questa amata Chiesa, accompagnandomi nelle visite alle parrocchie, negli incontri col clero, con i poveri, con gli ammalati, con i giovani. Grazie per aver sostenuto il mio invito ad un serio impegno per l’educazione e per aver convocato più volte in Piazza San Pietro tanti fedeli per ascoltare, sostenere e incoraggiare il ministero del Romano Pontefice.
    In tutte queste circostanze, Ella è stata esemplarmente fedele al Suo motto episcopale: “Veritas liberabit nos”. In nome di questa Verità, che è Cristo stesso, Lei si è continuamente speso per il popolo di Dio che è in Roma. Anche per molti altri servizi resi alla Chiesa e alla società in questi venticinque anni di episcopato occorrerebbe ringraziarLa, venerato Fratello. Il Signore, che conosce i cuori degli uomini, in particolare le gioie e le sofferenze dei Pastori, La ricompensi come solo Lui sa fare e continui a colmarLa dei suoi doni.

    Affido la Sua cara persona alla Vergine Maria, Salus Populi Romani, a san Giuseppe, ai santi Apostoli Pietro e Paolo, e alla vergine e martire Agnese, che ha vegliato sugli anni della Sua formazione nell’Almo Collegio Capranica e della cui Basilica sulla via Nomentana Ella è titolare, mentre con grande affetto, invocando una rinnovata effusione dello Spirito Santo, Le imparto una speciale Benedizione Apostolica, che volentieri estendo ai familiari, ai collaboratori e a tutte le persone care.

    Dal Vaticano, 19 giugno 2008

  4. #4
    Iscritto L'avatar di Etneo
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    Grazie, Eminentissimo Signor Cardinale.
    Continui a servire ancora la Santa Chiesa con quell'ardore pastorale di cui Ella si è sempre distinto!

  5. #5
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    Omelia del cardinale vicario

    Pubblichiamo il testo integrale dell’omelia del card. Camillo Ruini alla messa per il XXV del suo episcopato (Basilica di San Giovanni in Laterano, 21 giugno 2008).

    Signori Cardinali, cari Fratelli nell’episcopato, Onorevoli Autorità, carissimi sacerdoti, diaconi, seminaristi, carissime religiose, e voi tutti fratelli e sorelle amati nel Signore,

    questa S. Messa di ringraziamento per i 25 anni del mio episcopato, nella quale celebrano il loro Giubileo anche molti cari fratelli nel sacerdozio, giunge non molto tempo dopo quella celebrata in questa Basilica il 7 dicembre 2004, per il mio 50° di sacerdozio. Cercherò dunque di non ripetere ciò che ho detto in quella occasione e mi soffermerò piuttosto sui 17 anni e mezzo del mio ministero di Vicario del Santo Padre per la Diocesi di Roma.
    Ho ricevuto un dono grandissimo da Giovanni Paolo II quando, il 17 gennaio 1991, egli mi ha nominato suo Vicario. Per esprimere questo dono non c’è di meglio che rileggere un brano della Lettera che egli mi scrisse in quella circostanza: “ho deciso di affidarLe… ciò che ho di più mio e di più caro: Roma apostolica, coi suoi incomparabili tesori di spiritualità cristiana e di tradizione cattolica; con le sue forze vive di sacerdoti, di comunità religiose, di laici impegnati; ma anche con le sue innumerevoli esperienze umane, con le sue certezze e le sue inquietudini, con le sue realizzazioni e le sue attese”. Questo dono grandissimo mi è stato confermato e rinnovato da Benedetto XVI, che oggi con straordinaria bontà ha voluto aggiungervi l’ulteriore dono della Lettera di cui è stata data lettura. All’uno e all’altro Successore di Pietro va dunque la mia personale totale gratitudine.
    Ma in tutti questi anni un dono in qualche modo altrettanto grande l’ho ricevuto da Roma stessa, Roma Diocesi e Roma Città: questo dono l’ho compreso un poco per volta e sempre di più. Terminato il mio servizio di Cardinale Vicario confido di gustarlo e assaporarlo ancora meglio, ritornandovi negli anni che mi rimangono con la memoria e con la preghiera.
    Come letture di questa S. Messa ho preferito non scegliere da me ma rimanere fedele al corso dell’anno liturgico. Mi trovo così a commentare un testo del Vangelo al quale non avrei pensato, ma che darà l’impronta a questa omelia. Dice Gesù ai suoi discepoli: “Non temete gli uomini,… non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto Colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna”. Pertanto, “Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti”. Un commento esistenziale a questo testo, da parte di un Vescovo, lo ha offerto Giovanni Paolo II nel suo libro Alzatevi, Andiamo!, nel capitolo intitolato “Dio e il coraggio”. Egli cita le parole pronunciate in tempi difficili dal Cardinale Primate di Polonia Stefan Wyszy?ski: “Per un Vescovo la mancanza di fortezza è l’inizio della sconfitta. Può continuare a essere apostolo? Per un apostolo, infatti, è essenziale la testimonianza resa alla Verità! E questo esige sempre la fortezza”, e ancora “La più grande mancanza dell’apostolo è la paura. A destare la paura è la mancanza di fiducia nella potenza del Maestro; è questa che opprime il cuore e stringe la gola”.
    Personalmente non ho certo vissuto esperienze drammatiche come quelle dei Cardinali Stefan Wyszy?ski e Karol Wojty?a; tanto meno come quella del Profeta Geremia che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Sentivo le insinuazioni di molti: «Terrore all’intorno! Denunciatelo e lo denunceremo»”. Ogni Vescovo tuttavia, nel suo tempo e nelle sue situazioni di vita e di ministero, ha bisogno di almeno un poco di fortezza e anch’io ne ho avuto bisogno, a Reggio Emilia e poi qui a Roma.

    Mi permetto di soffermarmi su questo aspetto, del quale di solito si parla poco. Quando poi se ne parla si pensa subito alla fortezza o al coraggio rivolto per così dire “verso l’esterno”, soprattutto verso la pressione esercitata dalla “opinione pubblica”, così come questa è interpretata, e non di rado “costruita”, dai mezzi di comunicazione. E’ indispensabile, per un Vescovo, sottrarsi alla sudditanza nei confronti di questo genere di pressione e a tal fine è importante ricordare che la verità che ci è stata donata e affidata, quella verità che in ultima analisi è Cristo stesso, conta e “pesa” molto di più di qualsiasi opinione.

    In realtà, per me questo è stato, tutto sommato, un problema abbastanza lieve: come ho detto scherzosamente parlando ad alcuni Confratelli Vescovi quando pensavo che non ci fossero altri ascoltatori, “le pallottole di carta non fanno molta paura”. Difficile mi è stato, piuttosto, riuscire a congiungere, anche nel modo di esprimermi e di comunicare, la fermezza con l’amore.
    L’esercizio della fortezza, da parte di un Vescovo, è comunque più spesso necessario, e anche più impegnativo, nel “governo” quotidiano della Diocesi, dove non si ha a che fare solo con le opinioni, ma con le persone. Qui le certezze sono più difficili, mentre più forte è il bisogno di rendere tangibile che quello che facciamo e decidiamo lo facciamo e decidiamo per amore, ricercando cioè il bene sia della comunità sia delle persone interessate. E’ questo, forse, il maggior peso quotidiano di un Vescovo, non dico la sua croce più grande – questa infatti sono i suoi personali peccati – ma la più “immediata”.

    Un ultimo pensiero riguardo al coraggio del Vescovo ritorna alla fortezza nell’annuncio e nella testimonianza pubblica della fede. Sono stato assai aiutato e stimolato sotto questo profilo dal mio compito di Vicario del Santo Padre, in concreto dall’esempio che ho ricevuto da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI: in molte occasioni ho percepito quasi fisicamente che sarebbe stato ingiusto lasciarli soli. Già prima, quando non ero ancora Vescovo, ho avuto la stessa sensazione nei confronti di Paolo VI.

    Essere a fianco del Papa nell’annuncio e testimonianza della fede, specialmente quando questi sono scomodi e richiedono coraggio, è in realtà il compito di ogni Vescovo, un aspetto essenziale della collegialità episcopale. Mi permetto di dire che se tutto il Corpo episcopale fosse stato forte ed esplicito sotto questo profilo, varie difficoltà, nella Chiesa, sarebbero state meno gravi e che anche per il futuro questa può essere una via efficace per ridimensionarle e superarle.

    Il ministero del Vescovo chiaramente non è fatto solo di coraggio: in concreto è molte cose, ma anzitutto è “amoris officium” (S. Agostino, In Evangelium Iohannis tractatus, 123,5), compito e dovere di amore. Questa sera, piuttosto che del poco amore che ho dato, vorrei parlare del grande amore che ho ricevuto dalla Chiesa e dalla Città di Roma, in concreto da tante persone da me conosciute o anche che direttamente non conoscevo. E’ questo un aiuto immenso, un immenso sostegno, che dobbiamo saper vedere. E’ più facile, infatti, fermarsi alle ostilità, o semplicemente alle tensioni, che non possono mancare, e non vedere abbastanza tutto il bene di cui un Vescovo è fatto oggetto, molto al di là delle proprie doti e dei meriti personali, semplicemente per l’ufficio che ricopre: un ufficio che, direi, “attira l’amore”. Questo amore si esprime anzitutto nella preghiera: voglio dire un grandissimo grazie per tutta la preghiera che mi ha accompagnato e sostenuto in questi anni! Ma si esprime anche nella solidarietà e nella collaborazione: ne ho avuta tanta, da molte parti.
    Prima che per la collaborazione, devo però ringraziare di tutto cuore per il dono della grande fiducia che mi è stata accordata da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: senza una tale fiducia il compito del Cardinale Vicario sarebbe davvero arduo e ben poco fruttuoso. Non mi è possibile nominare personalmente tutti coloro con i quali ho collaborato e ai quali sono grato. Mi limito, nella Diocesi di Roma, ai Vicegerenti Mons. Remigio Ragonesi, che ora è nella Casa del Padre, Mons. Cesare Nosiglia e Mons. Luigi Moretti, che porta adesso il peso di questo ufficio. Con i Vicegerenti ringrazio tutti i Vescovi Ausiliari, i miei due Segretari, Don Mauro e ora Don Nicola, e tutto lo staff della mia segreteria personale. Ringrazio Pierina, che rimarrà con me, e tutte le persone che in questi anni, insieme a lei, hanno reso confortevole la mia vita. Ringrazio di tutto cuore i sacerdoti, le religiose, i laici del Vicariato, i parroci, i vicari parrocchiali e tutti i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i laici impegnati nella pastorale e le loro molteplici aggregazioni. Un grazie speciale ai rettori dei seminari, ai loro collaboratori e ai seminaristi, che ho sempre considerato dei giovani amici.
    Questa solidarietà e collaborazione è la comunione attuata in concreto nella Chiesa diocesana ed è una risorsa fondamentale della missione: alla base di essa c’è lo Spirito Santo, che vivifica e guida la Chiesa. Per parte mia ho fatto poco, certamente non abbastanza, per meritare la solidarietà che ho ricevuto, e ne chiedo scusa. Il contributo che ho cercato di dare è consistito soprattutto nel senso del dovere e quindi nell’assiduità al lavoro e nell’assumermi le mie responsabilità, sforzandomi di essere sincero e leale.
    Devo però allargare il discorso, per dire un grazie grande e cordiale alle tante persone, cattolici e “laici”, nelle quali ho trovato amicizia, vicinanza e collaborazione anche al di fuori delle strutture ecclesiali. Per un Vescovo, come per ogni sacerdote, questi rapporti sono preziosi e doverosi, fanno parte a pieno titolo della nostra missione. Mi rammarico di aver avuto poco tempo per coltivarli e, se il Signore vorrà, vi dedicherò più tempo nel futuro.
    Il rammarico più grande riguarda però la mia debolezza e mediocrità in quello che è il primo compito di ogni Vescovo: la preghiera. Quante volte ho ricevuto dalla gente richieste di preghiera, nella giusta convinzione e certezza che il Vescovo è anzitutto uomo di Dio e quindi uomo di preghiera. Specialmente di questa debolezza chiedo perdono e il mio primo proposito per il futuro è quello di porvi, con la grazia di Dio, in qualche modo rimedio.
    La seconda lettura di questa S. Messa, dalla Lettera dell’Apostolo Paolo ai cristiani di Roma, è il testo “classico” riguardo al peccato originale presente in ciascuno di noi. Questo brano ci porta al cuore della storia della salvezza, ricordandoci che “come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato”, ma aggiungendo subito che “se… per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini”. Vorrei insistere su questo “molto di più” e su questo “in abbondanza”: essi, nel mistero dell’economia di salvezza, valgono sempre e valgono anche oggi. Il sacerdote, il Vescovo, il cristiano avverte giustamente il “regno del peccato” (Rom 6), avverte oggi la radicalità della sfida che è posta alla fede cristiana nei comportamenti e nel pensiero. Ne scaturisce facilmente la tentazione della sfiducia: questo nel nostro tempo è forse il pericolo più grande per la missione del Vescovo e della Chiesa. La Diocesi di Roma, e in essa il clero romano, per grazia di Dio mediamente giovane e ben preparato, le tante presenze vive religiose e laicali, devono sconfiggere questa tentazione, che è contraria alla speranza teologale, alla speranza cioè fondata sulla forza dell’amore che Dio ha per la famiglia umana.
    La continuità più profonda tra i due Pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sta forse proprio nella fiducia che questa tentazione e questa sfida radicale possono, anche storicamente, essere superate, anzitutto per la potenza salvifica di Dio, che è reale e storicamente incarnata: è questo il senso del messaggio dell’Enciclica Spe salvi. Quando sono ritornato a Roma dopo i lunghi anni del mio ministero a Reggio Emilia, portavo già dentro di me una simile convinzione, ma certamente il contatto con i due Papi mi ha molto fortificato e aiutato a capirla di più e a vederla come “storia in atto”, storia che si realizza nelle vicende quotidiane.
    Il piccolo testamento che vorrei lasciare alla Diocesi di Roma è dunque questo: guardiamo alla grande sfida che oggi dobbiamo affrontare, rendiamocene conto, non nascondiamoci davanti a lei, cerchiamo di coglierla nella sua forza, spessore, pervasività, capacità di penetrazione, quella capacità e quell’attrattiva che essa esercita specialmente verso le nuove generazioni. Ma guardiamola con occhio disincantato e a sua volta penetrante, con l’occhio della fede, che è necessariamente diverso e anche più penetrante rispetto a uno sguardo soltanto umano.

    Con la luce della fede possiamo intuire infatti la realtà profonda dell’uomo, in cui Dio è presente per attirare a sé ed orientare a Cristo le persone e la storia. Oso dire che Dio continua ad attirare a sé in modo speciale questa nostra Chiesa e Città di Roma, come tante volte in questi anni ho potuto toccare con mano. Nel mio piccolo, se il Signore lo permetterà, vorrei continuare a lavorare, in una forma diversa, perché i romani e gli italiani di oggi sappiano guardare al mondo e alla vita con l’occhio della fede, e così non si affliggano “come gli altri che non hanno speranza” (1 Tess 4,13). Ma, molto al di là di quello che ciascuno di noi può fare, è questa la preghiera che ora insieme rivolgiamo al Dio amico dell’uomo.

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  6. #6
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    Una vera luce che ha guidato Roma per tanti anni, un grande pastore, un trascinatore di folle, una grande mediatore: grazie Eminenza, che Iddio la rimeriti.

  7. #7
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    I migliori auguri al cardinal Ruini per il suo 25°anniversario di episcopato grazie per questi 25 anni in cui tanto si è adoperato per la chiesa Italiana e grazie per essere stato un fulgido esempio di fedeltà alla Chiesa e al Pontefice

  8. #8
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    Un pastore unico che ha saputo tenere a bada anche la politica italiana. Sicuramente continuerà a far sentire ancora la propria voce. Grazie Eminenz...

  9. #9
    raffobaffo
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    Grazie Cardinale per il suo operato nella mia città.
    La mia stima per lei è grandissima

  10. #10
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