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Discussione: Beato Giuseppe (Pino) Puglisi, Sacerdote e Martire

  1. #61
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    Don Puglisi e le rivelazioni del pentito
    Quel prete che rubava i figli ai mafiosi


    L’omicidio di don Puglisi è diverso da altri. È impostato come un attacco mirato a un educatore dei nostri figli. Non lo vedevamo come un nemico, come il dottor Falcone o come altri (...) ma era un uomo che poteva minare i fondamenti del controllo e del comando totale sul quartiere di Brancaccio. Andava per conto suo a risvegliare le coscienze e ad aiutare le famiglie povere, cosa che facevamo in parte anche noi verso i bisognosi». Eccoli, uno accanto all’altro, il veleno della mafia e il suo antidoto, nelle poche, asciutte parole di Gaspare Spatuzza, il pentito che con le sue verità sta riscrivendo la storia delle stragi e degli attentati compiuti dalla criminalità organizzata in Italia negli anni Novanta. E che sta mettendo in discussione di conseguenza anche l’impianto accusatorio di diversi processi di mafia.

    È, la sua, “una” verità, è La verità del pentito (Milano, Sperling & Kupfer, 2013, pagine 275, euro 17), titolo del libro-intervista realizzato da Giovanna Montanari, sociologa, già consulente della commissione parlamentare antimafia, dalle cui pagine provengono appunto le parole sopracitate. Ma è una verità pesante, che non può non essere presa in considerazione, come del resto sta facendo la magistratura italiana, raccogliendo verbali subito secretati.

    Grazie allo stile diretto e informale dell’intervista, quello di Montanari è un libro che proietta subito il lettore in un mondo che può apparire a tratti grottesco, animato da personaggi dei quali si avrebbe a volte la tentazione di sorridere, con la loro colorita scenografia di fuoco, sangue e «santine», «fratuzzi» e «cose nostre». Se non fosse che si parla delle stesse persone capaci di rapire un bambino di dodici anni in lacrime, di tenerlo legato come un animale, prima di strangolarlo e di scioglierne il corpo nell’acido, come il piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino. O di sparare in testa a un prete perché «aiutava i bisognosi». Come Pino Puglisi.

    L’omicidio del parroco di San Gaetano, a Brancaccio, quartiere di Palermo, come racconta appunto il pentito, non è come gli altri. In primo luogo per lo stesso Spatuzza, che attribuisce la sua conversione religiosa proprio al ricordo del sacerdote ucciso il 15 settembre del 1993. Poi perché rivela il vero punto sensibile dell’impianto in apparenza granitico del fenomeno mafioso. «Un educatore dei nostri figli»: ecco cos’era, per i mafiosi, don Puglisi. Un «parrino», un parroco qualunque, che si permetteva di “rubare” i figli alla mafia, laddove i figli non sono solo del padre e della madre, ma sono anche carne da manovalanza, giovani da allevare secondo un sistema di valori rovesciato, per il quale il capo della famiglia è quello «che ti dà la morte o te la può togliere».

    MARCO BELLIZI


    fonte: L’Osservatore Romano
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  2. #62
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    21 anni fa l'assassinio di don Puglisi. Artale: un seme che ha prodotto frutti

    Ventuno anni fa veniva assassinato dalla mafia a Palermo don Pino Puglisi. Beatificato il 25 maggio 2013, oggi viene ricordato nel capoluogo siciliano con diverse iniziative, tra cui l’apertura del nuovo anno scolastico nell’Istituto Comprensivo Statale che porta il suo nome alla presenza del premier Matteo Renzi e nel pomeriggio una Messa nella Cattedrale presieduta dal cardinale Paolo Romeo. Tiziana Campisi ha chiesto a Maurizio Artale, presidente del Centro Padre Nostro, fondato dal Beato Puglisi, quali frutti continuano a maturare dopo la sua morte:

    R. – Continua a lasciare frutti e noi ne raccogliamo tantissimi. La sua beatificazione lo ha universalmente riconosciuto come colui che ha saputo seguire le orme del suo Cristo. Padre Puglisi ha fatto tante cose, ha piantato tanti semi; purtroppo lui non li ha visti crescere, però, da lassù, li ha visti sicuramente sbocciare e fiorire, e vede che questi frutti li stiamo condividendo con la gente che lui amava tanto.

    D. – Il segno più visibile è il Centro Padre Nostro, che continua a promuovere attività, manifestazioni, iniziative... Oggi cos’è questo Centro?

    R. – Il Centro era il suo sogno, era lo strumento che lui aveva pensato, ideato per stare vicino alla gente povera, alla gente che aveva bisogno. In 21 anni il Centro è riuscito a realizzare il sogno di padre Puglisi: la vicinanza agli anziani, la vicinanza ai bambini, alle mamme vittime di abusi e maltrattamenti, ai detenuti, a tutte le fasce sociali deboli. Il Centro, oggi, offre tanti servizi - non soltanto a Palermo - abbiamo realizzato attività ad Agrigento, a Trapani, a Marsala, con mense dedicate agli immigrati, agli ex detenuti, a detenuti in esecuzione penale esterna. Quel seme che lui ha piantato, quell’idea del Centro di accoglienza Padre Nostro, è esploso nella sua totalità. Certo, ci sarebbe bisogno di tante persone di buona volontà che continuino l’opera, perché ormai ci sono i servizi avviati, ci sono le strutture, però, abbiamo sempre l’esigenza di avere tanti volontari che continuino la sua opera.

    D. – Diverse le iniziative, in questi giorni, per ricordare l’anniversario della morte di padre Pino Puglisi; fra le tante, questa mattina, la piantumazione di un albero...

    R. - La piantumazione di un albero nel Giardino della Memoria, dove ci sono gli alberi di Falcone, di Borsellino e di tante vittime della mafia. Padre Puglisi è un segno, sicuramente per tutta la Chiesa universale, ma è anche un segno per chi continua a lottare contro la mafia.

    D. – E la casa di padre Puglisi, oggi, è una casa museo...

    R. – Arrivando a piazzale Anita Garibaldi, si vede una statua che lo raffigura, si vede il medaglione che indica il luogo preciso dove è caduto padre Puglisi e poi casa sua. Non abbiamo voluto fare un museo tradizionale. E’ una casa con tutti i suoi affetti, con le sue cose, i libri, i suoi vestiti e paramenti; dove la gente si raccoglie in preghiera. La nostra più grande emozione, oltre a quella della famiglia che ci ha dato la possibilità di rimettere in quella casa le cose che gli erano rimaste – i mobili e gli affetti personali di padre Puglisi – sono i tanti amici di Puglisi che si rivedono su quel divano amaranto, su quella poltroncina un po’ sgangherata, dove hanno trascorso ore e ore con il beato Puglisi, a parlare. E lui che li ascoltava. Oggi, abbiamo voluto dedicare questo luogo a tutti.

    D. – Ad un anno dalla beatificazione di padre Puglisi, il 21.mo anniversario della sua morte come viene vissuto?

    R. - Viene vissuto come sempre: con grande gioia, perché raccontiamo i frutti che ha dato padre Puglisi, ma anche con grande dolore, perché chi l’ha conosciuto sente un vuoto. Chi non l’ha conosciuto però può continuare a parlare con lui. Noi lo facciamo conoscere attraverso la sua opera. Abbiamo realizzato alcune attività all’interno delle carceri, regalando momenti di serenità; abbiamo voluto fare queste cose proprio dove c’è sofferenza, dove c’è la reclusione di chi deve stare lontano dalla società civile. Padre Puglisi voleva stare vicino a queste persone ed è quello che noi continueremo a fare.

    D. – Ci può ricordare una delle frasi che padre Puglisi soleva ripetere?

    R. – Se ognuno fa qualcosa, se facciamo comunità, se facciamo comunione, le cose le possiamo realizzare. Il centro ha dimostrato, in questi 21 anni, che mettendo insieme persone di buona volontà, istituzioni, autorità politiche e terzo settore si realizzano tantissime cose. Molte volte, però, questa frase viene citata ma non viene poi messa in pratica. Se le istituzioni e la politica cominciassero veramente a fare ognuno la loro parte – per quelle che sono le rispettive competenze – allora, penso che noi potremmo veramente cambiare non soltanto Brancaccio.


    fonte: Radio Vaticana
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  3. #63
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    Decisione del presidente Mattarella
    Medaglia d'oro al valor civile per don Puglisi
    10 settembre 2015


    È stata inaugurata questa mattina, nel quartiere Brancaccio, a Palermo, la "Casa Santa Rosa Venerini" in un immobile confiscato alla mafia. Nel 22esimo anniversario dell'uccisione di padre Pino Puglisi, avvenuta il 15 settembre 1993, il centro Padre nostro, in collaborazione con il Comune di Palermo, ha deciso di fare dell'immobile in via Andrea Biondo un centro per adolescenti e anziani che da gennaio ospiterà anche un gruppo di suore "maestre pie Venerini di Santa Rosa" per avviare delle iniziative solidali con la parrocchia di San Gaetano a Brancaccio.

    Tra le attività previste in ricordo di padre Puglisi c'è anche un'opera di riqualificazione nel quartiere di San Pietro realizzata da Unicredit con un contributo di circa 15mila euro. In quella che prima era una discarica abusiva nascerà ora un teatro all'aperto per giovani talenti a cui hanno lavorato alcuni detenuti di Palermo, coniugando il reinserimento lavorativo con la riqualificazione urbana.

    La donazione è stato resa possibile da una carta etica di Unicredit che prevede che il 2x1000 delle spese del cliente finanzi un fondo di solidarietà da destinare a iniziative a beneficio del territorio.

    "Nel 22esimo anniversario dell'uccisione di padre Puglisi vorremmo lanciare un appello al presidente Renzi per accelerare il recupero dei beni confiscati - ha detto il sindaco Leoluca Orlando intervenuto all'inaugurazione - e siamo qui ad aprire uno spazio a servizio del quartiere e della parrocchia affiancati dalla presenza continua dei familiari di don Pino Puglisi che ha segnato questo quartiere, rendendo possibile un cambiamento per tutta la città di Palermo".

    All'iniziativa sono intervenuti anche don Maurizio Francoforte, della chiesa del Divino amore, e Maurizio Artale, presidente del centro Padre nostro. Fitto il programma delle iniziative che a partire da domani ricorderà con mostre e incontri il parroco antimafia.

    Il culmine sarà il conferimento, da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, della medaglia d'oro al valore civile al beato Puglisi che sarà ritirata dai fratelli Francesco e Gaetano Puglisi, accompagnati da Maurizio Artale. La cerimonia di consegna al Quirinale avverrà il 24 settembre, alle 12.


    fonte: Avvenire
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  4. #64
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    Doverosa! Don Pino Puglisi incarna perfettamente queste Parole di Gesù:

    "Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
    E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo". MATTEO 10

  5. #65
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    Aperta a Palermo una casa museo in memoria di don Puglisi

    Un luogo per riflettere sul coraggio di donare la propria vita per gli altri, senza avere paura, fino al sacrificio estremo, ma anche per capire chi era don Pino Puglisi. Vuole essere questo la casa museo, aperta a Palermo nel quartiere Brancaccio, dedicata al sacerdote ucciso dalla mafia il 15 settembre del 1993, e proclamato beato nel 2013. La casa è gestita dai volontari del centro di Accoglienza Padre Nostro, fondato dallo stesso don Puglisi, nel 1991. Marina Tomarro ha intervistato il responsabile Maurizio Artale:

    R. – L’idea nasce proprio dal fatto che questa casa era stata abbandonata, e dove era stato ucciso padre Puglisi non c’era niente che lo ricordasse. E allora, questa era sempre stata una nostra idea di creare un luogo dove la gente potesse ricordarlo. E’ stato un lavoro lungo, durato 20 anni, ma finalmente ci siamo riusciti. Abbiamo messo una teca con la statua di padre Puglisi, abbiamo messo un medaglione di bronzo che ricordasse proprio il luogo fisico dove era stato ucciso e abbiamo riacquistato la casa. Ci siamo messi in contatto con i fratelli che nel frattempo sono diventati soci e amministratori del Centro, e ci hanno donato tutte le cose di padre Puglisi. Diciamo che finalmente c’è un luogo anche fisico che riesce ad accogliere quei pellegrini che vogliono riflettere e pregare un poco sulla vita di Puglisi.

    D. – Chi viene a visitare questa casa-museo?

    R. – Vengono le scolaresche, vengono i seminaristi, vengono i preti, vengono i vescovi con i sacerdoti delle diocesi, viene la gente comune, vengono i singoli turisti che si trovano a Palermo e vogliono venire a visitare la casa. Per tantissimo tempo, la figura di Puglisi è stata legata al “pet” antimafia; e invece, Puglisi è uno che sta in mezzo alla gente. Padre Puglisi è quello che ha chiesto ai mafiosi di dialogare con loro! Il giorno prima che lo ammazzassero, lui durante un’omelia disse: “Io non capisco perché voi l’avete con noi, che vogliamo fare di Brancaccio un luogo abitabile per i vostri figli. Quindi, venite: parliamone, confrontiamoci”. Questo era Puglisi. Allora, il territorio incomincia a poco a poco a prendere coscienza veramente di chi fosse padre Puglisi …

    D. – La casa-museo è collegata al Centro di accoglienza “Padre Nostro”, voluto proprio da padre Puglisi. Quali sono le iniziative del Centro?

    R. – Il Centro da 22 anni continua ad operare a Brancaccio. La prima attenzione che abbiamo avuto è stata rivolta proprio ai bambini, poi agli adolescenti e poi facciamo il doposcuola, facciamo i campi scuola, li inseriamo in progetti anche con la Comunità europea, quindi organizziamo scambi, gemellaggi … E ancora, il Centro ha tantissime altre attività … Si occupa degli anziani, degli ammalati, dei detenuti in esecuzione penale esterna … Sono tante le attività che svolge il Centro! Quindi, in qualche modo ci ritroviamo nello stesso territorio a cercare di riqualificare – sempre attraverso la figura di padre Puglisi – un quartiere: dare fiducia ai giovani, creare posti di lavoro. Questo è il nostro obiettivo.

    D. – Cosa è rimasto oggi degli insegnamenti di don Pino?

    R. – Quello che è rimasto nei giovani, nei volontari, nei soci del nostro Centro è la sua caparbietà e il credere che le cose si realizzano. Lui diceva sempre: “Se Dio è con me, chi può essere contro di me?”. Abbiamo saputo rilevare da padre Puglisi la sua caparbietà e la sua fede e fiducia nella Provvidenza: ecco, questo è il messaggio che lui ci ha lasciato.


    fonte: Radio Vaticana
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  6. #66
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    Martire della mafia

    · ​Negli anniversari di don Puglisi ·


    14 settembre 2017


    Ottant’anni fa, il 15 settembre 1937, nel quartiere Brancaccio di Palermo, nasceva Giuseppe Puglisi. Cinquantasei anni più tardi, nel 1993, proprio nel giorno del suo compleanno, padre Puglisi — sacerdote nello stesso rione che lo avevo visto nascere — veniva ucciso dalla mafia con un colpo alla nuca. Un esecuzione fredda compiuta in odio alla fede. Don Pino, infatti, come ammise uno dei suoi killer, era diventato una «spina nel fianco» del sistema malavitoso perché «predicava, predicava, prendeva i ragazzini e li toglieva dalla strada». Una «felice colpa» che nel 2013 lo ha fatto diventare beato e primo martire della Chiesa ucciso dalla mafia.

    Bisogna essere chiari su un punto. La mafia non è una criminalità comune, ma un’organizzazione feroce e, al tempo stesso, una forma di ateismo che si colora di tinte neopagane e di blasfeme citazioni cristiane. La mafia è inequivocabilmente fonte di morte. Morte della società, morte del territorio, morte dell’anima delle persone.

    Le parole che sono state pronunciate dai Pontefici sulla mafia sono chiarissime e non hanno bisogno di dotte interpretazioni teologiche. Vanno semmai imparate a memoria. Dal grido imperioso e solenne di Giovanni Paolo II il 9 maggio 1993 ad Agrigento — quando, a braccio, intimò ai mafiosi «Convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!» — alle parole nettissime di Francesco che a Sibari, il 21 giugno 2014, disse non solo che la malavita «è adorazione del male e disprezzo del bene comune» ma che, soprattutto, quegli uomini che «vivono di malaffare e di violenza» non sono in comunione con Dio e quindi «sono scomunicati».

    Sarebbe riduttivo, però, come ha scritto padre Bartolomeo Sorge, definire don Puglisi solo come un «prete antimafia», perché egli è stato molto di più. Innanzi tutto, un sacerdote. Un prete palermitano che si è fatto annunciatore del Vangelo con semplicità e purezza di cuore. Benché non fosse un religioso, tutti lo chiamavano “padre”. E padre è veramente stato per moltissime persone: per i seminaristi, per i parrocchiani, per i poveri, per i suoi giovani. I giovani erano il suo tesoro. Un tesoro da custodire e soprattutto da preservare dagli inganni suadenti e dalle scorciatoie promesse dai malavitosi. In una terra di miseria e disoccupazione, Puglisi intuì che era fondamentale fornire dignità ai poveri partendo dall’educazione.

    Il motto di don Pino era «Sì, ma verso dove?». Con quella domanda padre Puglisi indicava una direzione certa: verso Dio e verso i poveri. Ai suoi giovani chiedeva: «Venti, sessanta, cento anni, la vita; a che serve se sbagliamo direzione?». E concludeva: «Ciò che importa è incontrare Cristo, vivere come lui, annunciare il suo amore che salva».

    Puglisi è stato un prete che «abitava il territorio». Abitava le periferie, viveva le frontiere. In quelle frontiere don Pino viveva quotidianamente. Abitava la frontiera senza paura. Perché la paura porta alla morte, il coraggio porta alla vita. Padre Puglisi è stato un prete che faceva paura alla mafia perché predicava l’amore nei territori dominati dalla malavita e smascherava l’orrore, la menzogna e la blasfemia che si celava dietro al codice d’onore mafioso.

    Don Pino è stato, inoltre, un martire. In un intervento a Trento nel 1991 ebbe a dire: «Se vogliamo essere discepoli di Gesù, dobbiamo diventare testimoni della risurrezione». E aggiunse: «Dalla testimonianza al martirio il passo è breve, anzi è proprio questo che dà valore alla testimonianza». Parole profetiche che sintetizzano alla perfezione la sua vita.

    Padre Puglisi è stato infine un figlio della Chiesa che parla e che non sta in silenzio, che non si inchina davanti alle case dei mafiosi, ma che si inginocchia davanti a Gesù Cristo crocifisso, di una Chiesa che dichiara pubblicamente: con la mafia non si convive. Sì, la mafia lo ha ucciso, ma ha perso. Don Pino invece ha vinto e la sua vita è per tutti un esempio.

    di Gualtiero Bassetti


    fonte: L’Osservatore Romano
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  7. #67
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