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Discussione: Monache e Suore di clausura

  1. #21
    ORAPRONOBIS
    visitatore
    è come il famoso proverbio indiano:
    fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce



    bellissima notizia

  2. #22
    Iscritto L'avatar di donline
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    Volevo condividere con voi questa video-guida ai 7 Monasteri di Clausura presenti a Bologna, realizzata per il settimanale televisivo diocesano: Agostiniane, Ancelle Adoratrici, Cappuccine, Carmelitane Scalze, Clarisse, Domenicane, Visitazione. Per ogni monastero, un cenno sulla regola, la spiritualità e la storia della comunità.

    [YOUTUBE]qtkvIWra2Bs[/YOUTUBE]

  3. #23
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    Sul Tracce (mensile di CL) di settembre c'è un bel servizio su un monastero di benedettine sul lago d'Orta

  4. #24
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    Suor Teresita batte il record: 84 anni di clausura
    E' entrata in convento il giorno della nascita di Benedetto XVI

    BUENAFUENTE DE SISTAL, venerdì, 1° luglio 2011 (ZENIT.org).- Suor Teresita è la monaca di clausura che vive da più tempo in un monastero: 84 anni, un vero record. Ha 103 anni e continua a vivere nel convento in cui ha trascorso tutta la vita, a Buenafuente del Sistal (Guadalajara, Spagna).
    Appartiene all'Ordine cistercense ed è stata per più di 20 anni superiora della sua comunità religiosa. Spagnola nata a Foronda (Álava), ha collaborato con altre nove monache di clausura a un libro intitolato “¿Qué hace una chica como tú en un sitio como éste?” (“Che cosa ci fa una ragazza come te in un posto come questo?”) per spiegare la ricchezza interiore e la felicità che comporta vita contemplativa.
    Il giorno in cui è nato Benedetto XVI suor Teresita entrò nel Convento Cistercense di Buenafuente. “Avevo paura di entrare, ma il Signore mi ha aiutato. Non sapevo niente di monache, ma Lui e Santa Teresina mi hanno aiutato”.
    La suora ha dedicato la vita alla preghiera per gli altri e al lavoro nel convento. “Anche se prego molto ho i miei svaghi... Ho un'immaginazione molto fervida”.
    Suor Teresita è l'immagine della felicità: “Non si può vivere annoiati in convento. Si finisce male. O si è felici o niente”.
    Il suo segreto per la felicità? “Ciascuno è felice nella propria professione. La felicità si prova seguendo ciascuno la sua vocazione. Questo lo sa solo chi lo vive”.
    Suor Teresita (il cui nome di Battesimo è Valeria) ha avuto una vocazione tardiva: “Non mi piacevano le monache, stavo così bene a casa! Eravamo contadini. Stavamo nei campi dalla mattina alla sera, lavorando, ma stavamo bene. Io ero la maggiore di sette fratelli”.
    “Mio padre, però, vedendo la vita che facevamo e pensando che le monache non lavorassero, diceva a me e a mia sorella: 'Non vorreste essere monache?' E io, per accontentarlo, pregai la patrona di Vitoria e le chiesi di darmi quella vocazione... Me l'ha data eccome!”.
    “Una volta ho avuto la tentazione di immaginare come sarebbe stata la mia vita fuori, perché mi sembrava che qui non facessi nulla”, ha confessato la religiosa. “Era una crisi che attraversano molte, pensare che qui non facciamo niente, ma ne parlai con un sacerdote e mi dise che avevo una vocazione molto bella”.
    “Sono molto felice e non invidio niente di ciò che è fuori. E' una grazia di Dio. La vocazione e la perseveranza. Sono due grazie che il Signore mi ha donato”.
    “Il dono più grande che ho ricevuto in questi oltre 100 anni è stato la preghiera – ha aggiunto –. Senza di questa non ci si può sostenere. Ogni giorno è una scelta di preghiera”.
    “Se Dio continua a tenermi qui sarà per qualche ragione”, ha concluso suor Teresita. “So che molti non comprendono il mio modo di vivere, ma io non riesco a concepirne un altro”.



    http://www.zenit.org/article-27272?l=italian

  5. #25
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    Ho sempre ammirato molto la vocazione claustrale:
    Spero pure io di ricevere dal signore questo dono.
    Ho 42 anni: Non desidero perdere tempo prezioso, da dedicare tutto a colui, che ha dato la propria vita anche per me.

    Apamea

  6. #26
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    Preghiamo sempre affinchè Nostro Signore susciti sante vocazioni al sacerdozio ed alla vita consacrata cosi che nessun ordine e nessun carisma vada perduto.

  7. #27
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    Ottime notizie, la preghiera incessante di queste sorelle mitiga i mali del mondo. Deo gratias

  8. #28
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    Citazione Originariamente Scritto da donline Visualizza Messaggio
    Volevo condividere con voi questa video-guida ai 7 Monasteri di Clausura presenti a Bologna, realizzata per il settimanale televisivo diocesano: Agostiniane, Ancelle Adoratrici, Cappuccine, Carmelitane Scalze, Clarisse, Domenicane, Visitazione. Per ogni monastero, un cenno sulla regola, la spiritualità e la storia della comunità.

    [YOUTUBE]qtkvIWra2Bs[/YOUTUBE]
    Riaggiorno il link:

    http://www.youtube.com/watch?v=qtkvIWra2Bs

    e aggiungo questo altro articolo:

    INCHIESTA SULLE MONACHE DI CLAUSURA

    Chi sono queste donne che popolano i monasteri di clausura del duemila. Come vivono e come mantengono i loro monasteri nell’era di internet, che conoscono alla perfezione e che usano con parsimonia. Come riescono a comunicare con il mondo globalizzato
    inserito da Maria Fabbricatore

    Scende la sera dietro la cupola di San Pietro. E’ stato il mio un lungo viaggio all’interno del ventre della Chiesa, quello meno esplorato, meno visibile, quello nascosto dietro le grate. Un ventre caldo di spiritualità e povertà, ma anche di una ricchezza immensa, inimmaginabile per me, laica e credente all’acqua di rose. Scende la sera dietro la sua corazza impenetrabile, ma forte e consapevole dei tesori che custodisce al suo interno. Mi appare all’improvviso enorme, grigia e ferrea, torno da uno dei suoi gioielli più preziosi nel primo giorno di primavera. Ne raccolgo la sua impenetrabilità dentro le ombre delle sera, dentro la sua corazza. E’ stato un viaggio tortuoso con mille strade da percorrere e di pregiudizi da abbattere. E nella ricorrenza del millenario di San Benedetto, il giorno di primavera, ho cantato in gregoriano insieme a loro, alle monache di clausura, unica laica ammessa nel loro tempio, nella messa solenne del primo che intonò alle pendici dell’Europa ancora inesistente il suo Ora et Labora. Ho incontrato donne coraggiose, orgogliose con un senso del rispetto che rare volte ho conosciuto. E che dire di Santa Caterina da Siena fondatrice dell’ordine delle clarisse, come negare la grandezza di questa donna che già nel del Medioevo riuscì ad imporsi sia al Papato, che alla nostra storia come una figura d’importanza gigantesca. Riuscì a fondare un ordine che ancora oggi può vantare monasteri sparsi in tutta Italia (114) superiori sia ai benedettini (78) e ai carmelitani (71).
    E chi sono queste donne che popolano i monasteri di clausura del duemila. Come vivono e come mantengono i loro monasteri nell’era di internet, che conoscono alla perfezione e che usano con parsimonia. Come riescono a comunicare con il mondo globalizzato le monache claustrali, che hanno nel loro dna la contemplazione e la preghiera. Stanno dietro le grate, asserragliate in attesa della provvidenza o lavorano, studiano, viaggiano, si informano e gestiscono i loro monasteri come delle piccole o grandi aziende con un livello manageriale più o meno evoluto che viene dal passato. La loro massima fioritura ci fu nel cinquecento e mantengono ancora oggi, dopo lo spartiacque del Concilio Vaticano II, un'autonomia quando molte di loro decisero di passare da papali a monastico, gestiti dalla badessa o dalla priora.

    VOCI DI MONACHE
    L’unica monaca che incontro dietro una grata appartiene ad un'altra generazione, è entrata nel monastero negli anni cinquanta. Suor Sofia, agostiniana, è la vicaria del monastero di santa Lucia a Roma. La grata mi mette in soggezione, ma il viso e l’energia di questa monaca di un altro secolo mi travolgono. La loro vita dall’alba fino alla sera è scandita dalle preghiere, eppure è la seconda volta che torno, per trovare la vicaria. E non è la prima volta che mi capita. Con tutte è così: devo ritornare, almeno due volte, dopo aver preso appuntamento. “Abbiamo il permesso dalla badessa, in casi particolari possiamo uscire. Per il medico, per il lavoro, per le faccende”. E sì perché il monastero ha una vita propria, si autogestisce sia economicamente che in tutte le sue manifestazioni. “Noi assembliamo le sacre reliquie per le funzioni solenni, per le beatificazioni e le santificazioni, le facciamo per il Vicariato di Roma - mi dice Suor Sofia - il Vicariato le manda nelle chiese di tutto il mondo”. Suor Schepa benedettina di un monastero berlinese “nel cuore della Germania dell’Est” in Italia perché insegna all’Università: “C’è molta differenza tra comunità e comunità, seguiamo le stesse regole, ma ognuno è indipendente, c’è una grande diversità. Pensi al nostro monastero nato in un ambiente come quello del’ex Germania comunista, noi sperimentiamo che non c’è uno scopo nella funzione di un monastero di clausura, ma ha un fine”. Suor Shepa continua a parlarmi delle attività del loro monastero, oltre ad occuparsi dell’insegnamento e della foresteria, producono le ostie e confezionano gli abiti per i preti, c’è una monaca artista che dipinge le icone. Insomma “tutti vanno sempre molto di corsa, fanno tantissime cose, anche nei monasteri, tentano di giustificare la propria esistenza”.
    Ma la Chiesa aiuta economicamente i monasteri? “No assolutamente, non è previsto - mi dice Suor Marta Tedeschin camaldolese professoressa all’Ateneo di Sant’Anselmo -. Tutti sono convinti che noi prendiamo l’8 per mille, ma non è vero! Noi non abbiamo diritto sia come regola, l’idea di san Benedetto già dall’epoca era che il monastero dovesse essere autosufficiente al proprio interno”. E continua “Oggi si fa fatica, il problema del lavoro è il problema di tutte, in Francia hanno trovato una qualche soluzione e dovremo capirlo anche noi qui in Italia”. Me lo ripetono tutte: il monastero vive da sé. “Tutti ci fanno questa domanda, ma lei pensi... come potrebbe il Vaticano aiutare tutti…, è così da sempre da quando i monasteri sono nati, sono autosufficienti”. E' la Badessa del monastero di San Giovanni Battista di Montemario, Donna Ildefonsa. E’ un organizzazione di tipo manageriale. “Decido io ma le scelte importanti, come dare in affitto i locali per laboratori, si devono prendere insieme con il voto della comunità”. Succede così da secoli, si discute per le cose che competono alla comunità, si mette ai voti e decide l’assemblea. “Ad esempio per chiudere la scuola - continua Donna Ildefonsa - e dare in affitto abbiamo votato, adesso sono in affitto con contratto con le tasse, l’ici tutto regolare. C’è un avvocato che se ne occupa…”, e continua “Per le spese giornaliere gestiamo una foresteria di sei stanze, poi ci stiamo organizzando per una piccola casa di ritiro per giovani. Prima avevamo la scuole fino al 2003, e una fattoria, ma eravamo tante circa ottanta e avevamo tanta terra. Oggi abbiamo internet, adesso ho chiesto di riguardarmelo lo facciamo più dinamico, con tante foto per attirare la gioventù. Nel 2003 mi è stato chiesto di aprire un laboratorio per ciliaci, poi abbiamo abbandonato. Facciamo parte di una società srl in cui ci sono laici, musulmani, l’amministratrice è un'architetta, una di noi lavora solo per tre ore al giorno”. Mi chiarisce meglio Mons. Natalino Zagotto, assistente diocesiano dell’Usmi, Rettore della Chiesa di Santo Spirito dei napoletani. “Ogni monastero è sui iuris ha un proprio statuto. Dipendono dalla Badessa e non dal Papa e ognuno è organizzato secondo la propria regola che gestisce la vita comunitaria, fedele al carisma”.
    Molte sono le comunità fuori dall’Italia e per alcune, forse, l’attività principale è gestire queste comunità: “No no, per noi la cosa principale è fare le monache! - ribadisce suor Marta - semplicemente è accaduto, poichè da questa comunità ne sono nate in Tanzania, in India e in Brasile, adesso c’è l’impegno di seguirle anche se qualcuna è diventata autonoma".

    LA CRISI DELLA VOCAZIONI
    La crisi delle vocazioni c’è per tutte negli ultimi trent’anni, ma sempre meno dei monasteri maschili, dove la mancanza di entrate in molti casi ha come conseguenza la chiusura del monastero, anche in quelli femminili, ma di meno, una vera e propria casistica non si può fare, dipende come sempre da caso a caso. “Non c’è un calo nelle vocazioni le entrate sono alte, ma sono alte anche le uscite, quelle non le dicono…I grandi monasteri, quello di Isola san Giulio o quello di Firenze, hanno grossi numeri, come quello di Assisi, ma sono i proto-monasteri, dove arrivano da tutto il mondo” mi dice suor Benedetta del Monastero di San Luca a Fabriano, anche lei Prof.ssa al Laterano di Teologia Spirituale. E anche per l’età non c’è una soglia definita per entrare “neanche in società si fanno delle scelte prima dei trent’anni, è come in società: si sposano più tardi quindi entrano più tardi in monastero va insieme alla cultura del tempo”. Leggo su internet che qualche tempo fa la Badessa delle Clarisse di Napoli del monastero di santa Chiara a piazza del Gesù fece un appello per incrementare le vocazione, per uscire all’esterno, per farsi conoscere. Chiedo alla monaca se dopo l’appello era successo qualcosa. Una voce dolce come il miele mi sorride al telefono: “ci deve richiamare, prendere appuntamento, io non posso risponderle". Ma rimaniamo a parlare del più e del meno. “Adesso siamo in 14, non è successo granchè dopo l’appello, nessuna altra novizia, ma riceviamo molte richieste di preghiere e delle mamme di famiglia con mariti e figli che ci chiedono di entrare nel nostro monastero, ma quello lo fanno le suore di vita attiva, il nostro primo lavoro è la preghiera”. Quanta profondità e dolcezza in quelle frasi. Mi invita alla processione e alla messa con il vescovo, per il centenario di Santa Chiara. Faccio fatica a dirle che sono a Roma e che in questo viaggio le loro voci mi accarezzano l’anima ... “se posso …” la lascio con un sussurro. Alla sua diffidenza iniziale è corrisposta una totale condivisione.

    I MONASTERI LABORATORI MANAGERIALI DAL PASSATO AL PRESENTE
    Ma com’erano i monasteri di clausura nel passato. La clausura aveva una funzione di controllo sociale, di prestigio, di potere politico. Le famiglie nobili del ‘500 e del ‘600 i Barberini, i Colonna o gli Aldobrandini ritenevano prestigioso avere oltre ai grandi palazzi anche i monasteri e le loro figlie all’interno ne determinava la gestione del potere economico e politico. Tutto cambia dopo il Concilio di Trento. Per entrare in convento bisognava come obbligo saper leggere e scrivere, questo per rispondere alla riforma che aveva attaccato i monasteri femminili affermando l’inutilità delle donne rinchiuse in clausura. Per dimostrare invece la loro importanza e per sopravvivere ne innalzarono il livello di istruzione scrivendo tutto ciò che succedeva. Come delle moderne amministratrici fanno i conti, quello che spendono, come gestiscono, come amministrano, ma anche quante monacazioni vengono fatte, quanto si spende per la monacazione, descrivono le cerimonie delle monacazione e tutta la vita del monastero. Tutto questo è gestito da una sola donna, da una Badessa. Oggi abbiamo quindi l'evoluzione della gestione di questo piccolo grande laboratorio nato e sviluppatosi all’interno e nell’incredulità stessa della Chiesa. Le donne hanno sempre reagito all’imposizione che veniva dalle Chiesa ufficiale. Hanno saputo rispondere, ad esempio, all’invasione dei piemontesi nel Risorgimento e alla loro arroganza di voler chiudere, come successe per molti monasteri e appropriarsi delle proprietà della Chiesa, le claustrali risposero con l’invenzione delle scuole laiche all’interno dei monasteri per sopravvivere e per dimostrare che inutili non erano.
    Marina Caffiero, Prof.ssa di storia moderna alla Sapienza di Roma, nella collana di storia delle donne che cura da vari anni: “Abbiamo trovato del materiale inedito relativo ai racconti di sè in cui queste donne si raccontano della propria vita attraverso diari epistolari, autobiografie e dimostrando che la diffusione della scrittura era molto più diffusa di quello che si pensa”, normalmente relegata ai monasteri maschili. Ma nel mondo dell’antico regime quelle che sapevano leggere e scrivere erano le religiose. La Prof.ssa Emanuela Prinzivalli, Storia del Cristianesimo alla Sapienza di Roma, ha tenuto svariate lezioni all’interno dei monasteri benedettini e agostiniani. Queste monache “rappresentano un'eccellenza nell’ambito dell’attuale Chiesa, sono donne di estrema raffinatezza intellettuale e di una sincera e forte spiritualità. E’ una scelta estrema ed estremamente coraggiosa perché controcorrente e considerando l’attuale situazione per la Chiesa sono una risorsa”. La scelta di queste monache è, sia per un ateo che un credente, una scelta esistenziale forte, meditata, rischiosa in cui ci si mette in gioco totalment, una scelta che sollecita una meditazione interiore che fa sempre bene. “Siamo di fronte spesso a giovani donne che hanno lauree, sono intellettuali, assolutamente consapevoli di tutte le problematiche riguardanti la corporeità, che non è negata, ma affermata, è chiaro, in una visione di donazione a Dio. La Chiesa è ossequiosa verso queste donne così indipendenti e rispettosa della loro storia e della loro lunghissima tradizione. Preferirei che la Chiesa ne traesse esempio per una loro purificazione all’interno”.
    E Giovanni Paolo II per la prima volta nella storia della Chiesa le ha volute in Vaticano, si alternano ogni tre anni, come a dire nessun potere dell’una rispetto all’altra, cosa difficile all’interno della politica ecclesiastica, forse per dare esempio ad altre lobby politiche troppo spesso ingombranti.

    Maria Fabbricatore
    (27 Marzo 2012)

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  9. #29
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    8/01/2013

    «La clausura? È la vera libertà»

    parla la badessa del Monastero delle monache benedettine di Fermo, nelle Marche

    domenico agasso jr
    torino
    Prega e offre la propria agonia al Signore per salvare una persona posseduta da una «malattia spirituale». E ci riesce. La protagonista di questa storia è suor M. Raffaella Strovegli del Monastero di clausura delle Monache benedettine di Fermo (Marche). L’episodio è avvenuto nella primavera del 2009, ma è stato reso noto solo in queste settimane.
    Lo racconta a Vatican Insider la badessa del Monastero madre Maria Cecilia Borrelli, in un’intervista nella quale si affronta anche il tema della clausura e della vita contemplativa.


    Suor Raffaella Strovegli, San Pio da Pietrelcina e un uomo sconosciuto…

    «Alla porta del Monastero arriva una coppia affranta che bussa al nostro cuore per una preghiera forte a favore di un parente affetto da una malattia spirituale. Detto, fatto: un biglietto col nome del “paziente” è affisso alla bacheca “orante”, strapiena di mille intenzioni. La comunità si attiva da subito, sollecitata dall’sos “accorato” dei due “barellieri”. Il gruppo delle anziane - esperto in materia - si dà da fare in modo particolare; suor Raffaella, che ne fa parte, mi chiede sempre come sta quella persona, nell’attesa trepidante di una lieta notizia che arriva domenica 19 aprile 2009, giorno antecedente la sua morte avvenuta - dopo oltre un mese di ricovero ospedaliero - la sera del 20 aprile, appena terminato il primo versetto del salmo 32 pregato insieme “Esultate, giusti nel Signore, ai retti si addice la lode”. La notte stessa, quella persona liberata e toccata dalla grazia, sogna padre Pio che gli dice di recarsi presso il nostro Monastero per ringraziarci delle preghiere che gli hanno ottenuto la guarigione, ma in modo particolare suor Raffaella che il Signore aveva appena chiamato a Sé. Di buon mattino, vediamo entrare nella nostra cappella un giovane dal viso sconvolto che si guarda attorno come in cerca di qualcosa, di qualcuno. “Chi è?”: ognuna di noi si chiede. Non lo conosciamo, ma l’osserviamo. Questi si accorge all’improvviso che nel mezzo del coro monastico c’è una bara, si avvicina, s’inginocchia, chiede il nome della defunta, piange, resta a lungo in preghiera. Avvicinatolo, mi racconta tutta la storia che ho appena trasmesso: un nome prende un volto!».


    Quali sono le riflessioni, i ragionamenti e i pensieri che Le ha suscitato questo avvenimento?

    «Tutto quanto detto sopra conferma che la vita nascosta in Dio nelle mura di un Monastero è davvero donata “per gli altri”; anche quando l’età avanza, le forze vengono meno, si è costretti su una sedia a rotelle - come nel caso della nostra cara suor Raffaella - si è in servizio “a tempo pieno” in un altro modo, non meno fecondo!».


    «Rinchiudersi» in un monastero di clausura: è deprimente e noioso come molti pensano?

    «Nel Monastero c’è quanto è necessario, non di più! “Il di più” ci distrae da Dio. Il godimento e l’apprezzamento delle cose che ci vengono date aumentano nella misura in cui abbiamo consapevolezza che ogni cosa ci viene affidata da Dio e non ne siamo padroni. Che libertà! Ecco perché la dimensione della gioia è una nostra caratteristica: quando non si è schiavi delle cose, si ha la gioia della libertà».


    Qual è il senso della vita contemplativa?

    «La nostra vita è un tuffo continuo nei salmi nei quali troviamo noi stesse il positivo e il negativo. Ogni volta che si prega col cuore, la giornata acquista una qualità e un gusto diversi. La “regola” benedettina dice che pregare è lavorare, è vivere, è amare. Il Monastero, allora, diventa come un faro nella “notte” del cuore umano, proiettando la luce di Cristo che indica la rotta».


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  10. #30
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    Preghiere no-stop su richiesta
    suore in ginocchio 24 ore su 24



    San Giuseppe dei Rufi, la madre badessa detta gli orari
    quaranta monache di clausura impegnate nei turni
    di Maria Chiara Aulisio


    Pregano senza sosta ventiquattro ore su ventiquattro. Tutto l’anno, ininterottamente. Inginocchiate davanti al Santissimo Sacramento esposto sull’altare, nel monastero di San Giuseppe dei Ruffi, nel cuore della città antica, chiedono grazie, favori, guarigioni e indulgenze.

    Non si stancano mai e soprattutto non dicono mai di no. Nemmeno quando devono alzarsi alle tre del mattino, alle quattro oppure alle cinque per rispettare turni e orari stabiliti come ogni lunedì dalla madre badessa. Una tabella affissa in bacheca, regole precise e assoluta puntualità. Eccole qui, le api operaie della preghiera, le Perpetue adoratrici del Santissimo Sacramento, quaranta monache di stretta clausura che all’adorazione perenne hanno dedicato tutta la vita. Sono vestite di bianco, indossano una lunga tunica e il cappuccio, talvolta uno scapolare color rosso, difficilissimo anche solo intravedere il loro volto. Rigore e severità, dunque, così come impongono i voti solenni e la vita contemplativa.

    Vengono da diverse città d’Italia, nemmeno una è di Napoli, venti di loro poi sono ancora in formazione per cercare di capire se quella vita fa davvero per loro oppure no. Sono sempre lì, una accanto all’altra, puoi vederle solo di spalle, immobili, in ginocchio, in quella splendida chiesa a due passi dalla piazzetta di San Giuseppe dei Ruffi, protette da una grata di ferro che le rende assolutamente inaccessibili.

    E pregano, pregano, pregano. «D’altronde il Signore ci ha scelto per questo: ventiquattro ore su ventiquattro dobbiamo offrire lodi e adorazioni per riparare le ingratitudini dell’umanità e chiedere grazie e aiuti alla divina provvidenza». Ogni giorno arrivano decine di richieste. Ogni giorno, e ogni notte, c’è da «raccomandare» al Signore una infinità di persone in cerca di aiuto. La conversazione con la giovanissima suor Chiara, calabrese, 22 anni appena compiuti, già da tre nel monastero napoletano - che parla nascosta dietro una parete di legno - si interrompe continuamente: colpa del telefono che non smette mai di bussare: «La mattina è sempre così - spiega la suora - chi non prega fa la centralinista, e oggi tocca a me. D’altronde è l’unico modo per comunicare con noi, anche se a dire la verità abbiamo pure un computer attraverso il quale pure riceviamo parecchie domande di preghiera».

    Perché si rivolgono a loro? Che cosa chiede la gente alle Adoratrici? Un po’ di tutto. «Dalle guarigioni al lavoro che manca - prosegue suor Chiara - dai figli che non arrivano al problema della casa. In questo periodo di crisi poi le richieste sono notevolmente aumentate, la gente ha bisogno di aiuto, ma noi più che preghiere non possiamo offrire. Spesso ci mandano anche le fotografie degli amici o dei parenti per cui chiedono l’intervento di nostro Signore. E noi ascoltiamo tutti e, con ordine, preghiamo per tutti».

    Un’adorazione perpetua, infinita, e non solo perché condotta con turni ininterrotti, di giorno e di notte, «ma soprattutto perché - prosegue suor Chiara - l’Adoratrice adora in ogni momento della giornata. Siamo sempre tutte unite nello spirito e nelle intenzioni alla consorella che in quel momento, nel suo turno, davanti a Gesù, adora a nome di ciascuna, della comunità, della Chiesa: in uno stesso spirito di carità formiamo come un corpo solo e una sola persona ai piedi dell’altare». Ogni turno di preghiera dura sessanta minuti, fino alle 18.15 la chiesa resta aperta, poi si chiude al pubblico e si riapre la mattina successiva. «Un duplice apostolato, il nostro - spiega la suora - quello che nell’intimità della clausura esercitiamo con la preghiera e quello costituito dalla nostra presenza adorante ai piedi dell’altare, una presenza che offre anche ai fedeli laici la possibilità di sostare in adorazione».

    E i fedeli non si fanno attendere. Alle spalle delle suore sempre più spesso c’è gente che prega, ma talvolta c’è anche chi disturba: «Succede - conclude suor Chiara - raramente ma succede. Anche se c’è da dire che quando siamo in adorazione non ci accorgiamo praticamente di nulla. Siamo talmente concentrate che è difficile riuscire a distrarci»

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