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Discussione: La Basilica Papale di San Pietro in Vaticano: storia ed eventi ad essa collegati

  1. #11
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    Alcune immagini della visita di Benedetto XVI alla sede della Fabbrica di San Pietro (fonte: Servizio Fotografico de L'Osservatore Romano)










  2. #12
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    Io credo non ritornerò in basilica per parecchio tempo, per non restarne troppo angosciato. L' ultima volta c' era un vociare assurdo, la pietà illuminata a giorno dai flash, telefonini, donne che si truccavano, due giapponesi a spalle vicino alla Porta Santa , ma il meglio è stato quando, assorto sulla tomba di Pietro, un americano mi ha chiesto bruscamente di levarmi dalle **** perchè doveva fotografare. Cosa viene prima: la Chiesa o il luogo di turismo? So solo che ho provato una rabbia immensa, soprattutto perchè la Sua casa è casa di preghiera.

  3. #13
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    Il 18 novembre 1626 Papa Urbano VIII consacrava la nuova basilica di San Pietro

    La memoria di Pietro
    e la tenace passione di una donna



    Cinquant'anni fa Margherita Guarducci pubblicava i risultati dei suoi primi studi sulla tomba dell'Apostolo

    di Carlo Carletti

    Il 18 novembre 1626, dopo una gestazione di 120 anni, Urbano VIII consacrava la nuova basilica di San Pietro, sovrapposta a quella originaria voluta da Costantino, a sua volta insediata al di sopra del sepolcreto che aveva accolto la memoria funeraria di Pietro. Una sequenza secolare che, senza soluzione di continuità, fissava e sigillava nel tempo e nello spazio una storia ultramillenaria, avviatasi nel corso del ii secolo - quando venne costruito il celebre trofeo di Gaio - e conclusasi materialmente e simbolicamente nel 1626 nel giorno della sua nuova consacrazione. Ma già quindici anni prima, nel 1611, Urbano VIII aveva comunque potuto impartire la prima benedizione solenne dalla loggia della nuova basilica.
    La storia della centenaria "fabbrica" è contrassegnata dal succedersi di molteplici eventi, progetti e mutamenti in corso di opera, relativi sia alla morfologia stessa dell'edificio sia alle sue dimensioni sia ancora alle scelte delle possibili soluzioni architettoniche interne ed esterne. Intervennero interruzioni anche lunghe dovute a eventi drammatici come il "sacco di Roma" da parte dei lanzichenecchi luterani di Carlo v (1527), cui si accompagnò una terribile pestilenza. Una vicenda lunga, per molti aspetti sofferta, avviata da Giulio ii nel 1506 con la posa della prima pietra e che attraversò i pontificati di ben 18 Papi, coinvolgendo nel suo lunghissimo iter i massimi esponenti dell'intellighenzia artistica del tempo: Donato Bramante, Raffaello Sanzio, Baldassarre Peruzzi, Antonio da Sangallo il Giovane, Michelangelo Buonarroti, Giacomo della Porta, Carlo Maderno, Gian Lorenzo Bernini. Mai a Roma, nella costruzione di un edificio di culto, s'era visto un insieme di personalità artistiche così prestigiose, come quelle che nel corso di oltre un secolo si susseguirono nella progettazione e nella realizzazione della nuova basilica.
    Tre principi fondamentali furono rigidamente osservati nel corso dei lavori: come già al tempo di Costantino, il luogo della tomba apostolica non fu minimamente toccato; l'altare papale - quello di Callisto ii e quello in esso inglobato di Gregorio Magno - rimase al suo posto; la nuova costruzione a pianta centrale adattò la sua ubicazione e il suo orientamento su quella di età costantiniana a pianta longitudinale, le cui strutture furono demolite pressoché totalmente fino al livello delle fondazione.
    Per ampliare la nuova basilica, anche in direzione del colle Vaticano, si impose la necessità di elevarne notevolmente il livello rispetto all'edificio costantiniano: la nuova pavimentazione si trovò pertanto rialzata di circa tre metri e il diaframma che si venne a creare fu in gran parte riempito con la maceria prodotta dalla demolizione dell'edificio precedente. Dal riempimento fu risparmiato solo il tratto più vicino all'area della memoria petrina, quello corrispondente allo spazio della Confessione e della prima parte della navata centrale, per circa due terzi della sua lunghezza. Questo ampio spazio assunse di fatto la configurazione di una sorta di basilica ipogea e, d'allora in poi, fu battezzato con la denominazione di "grotte" vaticane.
    Nella storia delle indagini al di sotto della basilica Vaticana le Grotte assunsero un ruolo nevralgico, rivelandosi come vero e proprio campo base per l'avvio delle ricerche nella sottostante necropoli Vaticana, e dunque nell'area dell'originaria memoria petrina, il piccolo rettangolo (quattro metri per otto) denominato Campo P. Nel loro insieme si presentavano come un ambiente ampio ma angusto (in media non più alto di due metri), umido, malsano: di qui evidentemente la denominazione di Grotte vaticane.
    All'indomani della morte di Pio XI (10 febbraio 1939) si decise di procedere, per iniziativa dell'allora segretario della Fabbrica di San Pietro, monsignor Ludwig Kaas, a una nuova sistemazione delle Grotte anche per dare degna sistemazione alla tomba del defunto Pontefice.
    Per ottenere una maggiore estensione dello spazio e una più agevole agibilità si decise di abbassarne il livello di circa ottanta centimetri: ai primi colpi di piccone e di "cartoccia" (uno strumento allora generalmente usato per praticare fori nel sottosuolo) vennero immediatamente alla luce le prime consistenti testimonianze archeologiche, che indussero Pio XII ha dare il nihil obstat all'avvio di una campagna archeologica, che si protrasse per circa 10 anni e si concluse con il famoso radiomessaggio pontificio del 1950 e con la pubblicazione, l'anno successivo, della relazione di scavo (B. M. Apollonj Ghetti - A. Ferrua S. I. - E. Josi - E. Kirschbaum S. I., Esplorazioni sotto la Confessione di San Pietro in Vaticano eseguite negli anni 1940-1949, con prefazione di monsignor Kaas e appendice numismatica di C. Serafini, I-ii, Città del Vaticano 1951).
    Gli interventi eseguiti tra il 1939 e il 1949 non solo riguardarono l'indagine archeologica in senso stretto ma furono altresì rivolti al consolidamento statico dell'intero edificio. I pilastri delle Grotte, costruiti nel Rinascimento per sostenere il pavimento della basilica, erano superficialmente fondati sopra il terreno di riporto costantiniano (per lo più costituito da macerie) e, pertanto, l'approfondimento imposto dalle indagini archeologiche rese necessaria la realizzazione di una sottofondazione che raggiunse le argille del colle Vaticano per una profondità di circa dieci metri. Un'opera di notevole impegno tecnico eseguita dagli architetti della Fabbrica di San Pietro.
    Ma le ricerche storico-archeologiche non si erano concluse. Si avviano nuove indagini che vedono come protagonisti nuovi studiosi, diversi da quelli che avevano condotto gli scavi.
    Da questo momento emerge, con ruolo di protagonista, la figura di Margherita Guarducci, allora docente di Epigrafia e Antichità greche presso l'università di Roma. Un primo problema - non pienamente definito - che sollecitò immediatamente l'interesse della studiosa, era quello della sorprendente assenza del nome di Pietro nei graffiti del muro G (la piccola struttura muraria perpendicolare al Muro rosso cui si addossava il trofeo di Gaio).
    Ottenuta l'autorizzazione da Pio XII, la Guarducci intraprese una lunga e faticosa ricerca che la impegnò per lunghi anni: "I primi tempi - confessava la studiosa - furono come ogni decifrazione difficile, assai duri. Chi ha fatto qualche esperienza in proposito sa bene che il documento si presenta dapprima ostile e impenetrabile, poi, a poco a poco, cede ai ripetuti sforzi del decifratore e si apre ai suoi occhi" (Pietro ritrovato. Il martirio. La tomba. Le reliquie, Milano, 1969, p. 62).
    Si trattava di decifrare un inestricabile groviglio di scritte e di segni (in parte già letti da Ferrua) che, nel corso di un cinquantennio - dalla seconda metà del iii secolo alla costruzione della basilica costantiniana - erano stati incisi a sgraffio dai primissimi visitatori che, devotionis causa, si erano recati presso l'area della memoria petrina.
    Al termine della decifrazione la Guarducci ritenne di aver riconosciuto il nome di Pietro, scritto attraverso abbreviazioni (Pet) e forme monogrammatiche (Pe), in cui poteva anche cogliersi una allusione alla chiave. In questo stesso contesto - per il tramite di un sistema interpretativo criptomistico che rivelava nell'autrice una non comune capacità introspettiva - si disvelava inoltre "una meravigliosa pagina di spiritualità cristiana" con allusioni a Cristo, a Maria, alla Trinità connesse talvolta con lo stesso nome di Pietro.
    Ma il dato incontrovertibile e storicamente rilevante fornito da queste iscrizioni - come sottolineato dalla stessa Guarducci - è la presenza precocissima, non posteriore al primo ventennio del iv secolo, del monogramma cristologico XP (quello cosiddetto costantiniano) nella funzione di compendium scripturae (abbreviazione): per esempio, vivite in Chr(isto).
    Percorso e conclusioni di questa pluriennale ricerca furono consegnate a una monumentale pubblicazione in tre grossi volumi riccamente illustrati (Margherita Guarducci, I graffiti sotto la Confessione di San Pietro in Vaticano, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1958) nei quali, al di là di posizioni probabilmente enfatizzate (talvolta più nella forma che nella sostanza) e suscettibili almeno di qualche attenuazione, emerge l'indiscutibile talento di una studiosa di alto livello, che produsse una ricerca importante, come si evince soprattutto nelle moltissime pagine dedicate alla lettura e al commento di centinaia e centinaia di iscrizioni, che la Guarducci aveva accortamente selezionato per costruire la struttura portante della sua teoria interpretativa: in questa direzione i tre volumi sui graffiti vaticani costituiscono ancora oggi un importante strumento di lavoro per molteplici aspetti della ricerca epigrafica.
    L'autrice avrebbe voluto dedicare la sua opera a Pio XII ma il suo desiderio non poté realizzarsi per la morte del Pontefice sopraggiunta a Castel Gandolfo il 9 ottobre 1958. La dedica fu dunque indirizzata al nuovo Pontefice Giovanni xxiii, con il quale peraltro la Guarducci - per sua stessa ammissione - non era riuscita a entrare nella sintonia che avrebbe desiderato: "Ebbi tre volte l'occasione di parlare con il nuovo Papa (...) e dovetti convincermi ch'egli era lontano dal sentire per gli scavi sotto la basilica il grande interesse che aveva sentito Pio XII. Non solo dimostrava di conoscerli assai poco, ma (questa, almeno, fu la mia impressione) non aveva desiderio di accrescere le sue cognizioni sull'argomento. Io gli parlavo di san Pietro ed egli mi rispondeva parlandomi invece, con entusiasmo, di san Carlo Borromeo" (Pietro ritrovato, p. 70).
    Nell'ambiente scientifico i risultati delle ricerche, anche per la novità assoluta del sistema ermeneutico sperimentato, suscitarono subito vivo interesse (anche al di là degli addetti ai lavori) e al tempo stesso un acceso dibattito che in più di un caso scivolò nell'aperta, e talvolta incontrollata, polemica.
    Il contraddittorio fu inaugurato dal gesuita Ferrua che naturalmente si sentiva chiamato in causa in quanto primo ricognitore e lettore dei graffiti vaticani: in una lunga recensione ("Rivista di archeologia cristiana", 35, 1959, pp. 231-247) esaminò nel dettaglio i risultati degli studi sui graffiti rilevandone non poche fragilità sia nel metodo sia nel merito. La risposta non si fece attendere e la Guarducci con una "controrecensione", questa volta lunghissima ("Archeologia classica", 13, 1961, pp. 183-239), difese strenuamente tutte le sue conclusioni. Era il confronto epocale - lo si può affermare senza alcun dubbio - tra due grandi studiosi: l'una estroversa, passionale, poco propensa a mettersi in discussione; l'altro sostanzialmente tendente all'introversione, essenziale nel parlare e nello scrivere, più disponibile all'autocritica ma non meno deciso, da buon piemontese della Val di Susa, a difendere a oltranza le tesi in cui credeva e, come nel caso delle questioni petrine, a ribadire che una sequenza di testimonianze di dubbia interpretazione, congiunte a valutazioni talvolta solo indiziarie, in linea di principio potevano legittimare la formulazione di ipotesi di lavoro ma non l'affermazione di certezze assolute.
    Il dibattito continuò nel tempo per almeno un altro decennio e coin volse nomi illustri della ricerca storica, archeologica, epigrafica, classica e cristiana (A. Coppo, O. Cullmann, E. Kirschbaum, Th. Klauser, H.-I. Marrou, A. de Marco, D. W. O'Connor, J. Ruysschaert, J. M. C. Toynbee, A. von Gerkan) cui si aggiunse qualche epigono non meritevole di citazione poiché veicolava tesi viziate in partenza da un pregiudiziale e radicale negazionismo ovvero da un acritico atteggiamento apologetico.
    Un'idea precisa dell'estensione e della densità della discussione nonché dei molteplici argomenti richiamati forniscono tre importanti e documentatissimi contributi di José Ruysschaert (Recherches et études autour de la Confession de la basilique Vaticane (1940 - 1958). État de la questione et bibliographie, in Triplice omaggio a Sua Santità Pio XII, ii, Città del Vaticano 1958, pp. 3-47) e di Aimé-Georges Martimort ("Bulletin de Littérature Ecclésiastique", 72, 1972, pp. 71-101; 87, 1986, pp. 93-112).
    All'indomani della pubblicazione degli studi sui graffiti era già in piena gestazione una nuova e ancor più scottante questione, quella dell'attribuzione dei resti di ossa umane ritrovati nell'area della memoria petrina. A sollevare il problema fu ancora una volta Margherita Guarducci, la quale, convinta che quanto rimaneva delle reliquie provenisse sicuramente dalla piccola cavità praticata nel muro G ( dei graffiti), dove sarebbero state temporaneamente riposte per iniziativa di Costantino, richiese e ottenne da Pio XII il consenso di un'analisi antropologica, che fu affidata a Venerando Correnti, docente dell'università di Palermo.
    Le analisi furono avviate nel 1956 e i risultati vennero dati alle stampe dalla Guarducci nove anni più tardi (Le reliquie di Pietro sotto la Confessione della basilica Vaticana, Città del Vaticano 1965): le ossa, in base a criteri antropometrici, furono giudicate come appartenenti a una persona di sesso maschile, di circa sessant'anni, di corporatura robusta. In questa circostanza il desiderio, del tutto legittimo, della Guarducci di poter disporre dell'esito delle analisi eseguite (ancora da Correnti) sul cranio attribuito a san Pietro, riposto in una teca conservata nella basilica Lateranense, rimase disatteso.
    I risultati di queste indagini antropologiche non furono mai resi pubblici: "Sarebbe stato bene - argomentava la Guarducci nel 1969 - che la relazione scientifica venisse resa subito di pubblica ragione. Ciò non fu fatto allora e non è stato fatto fino a oggi. Io però ritenni necessario, anzi doveroso, chiedere il permesso (subito ottenuto) di poter affermare apertamente che l'esame scientifico di quelle teche (del Laterano) non modifica per nulla le conclusioni raggiunte circa le ossa provenienti dal loculo marmorea del muro G" (Pietro ritrovato, p. 115).
    Il volume sulle Reliquie di Pietro, che suscitò immediatamente accese discussioni, fu presentato il 18 febbraio 1965 dalla stessa autrice a Paolo vi, il quale aveva seguito nel suo svolgersi l'intera vicenda con partecipe attenzione.
    Da più parti si attendeva che il Pontefice annunciasse il riconoscimento delle reliquie con una pubblica ostensione: insistenti voci si erano in tal senso diffuse già in occasione della chiusura del concilio nel 1965. Alla vigilia della conclusione dell'Anno della fede indetto per il diciannovesimo centenario del martirio di Pietro e Paolo, nell'udienza generale del 26 giugno 1968, Paolo vi volle comunicare personalmente gli esiti delle ricerche: "Nuove indagini pazientissime e accuratissime furono in seguito eseguite con risultato che Noi, confortati dal giudizio di valenti e prudenti persone competenti, crediamo positivo: anche le reliquie di San Pietro sono state identificate in modo che possiamo ritenere convincente, e ne diamo lode a chi vi ha impiegato attentissimo studio e lunga e grande fatica. Non saranno esaurite con ciò le ricerche, le verifiche, le discussioni e le polemiche. Ma da parte Nostra Ci sembra doveroso, allo stato presente delle conclusioni archeologiche e scientifiche, di dare a voi e alla Chiesa questo annuncio felice, obbligati come siamo ad onorare le sacre reliquie, suffragate da una seria prova della loro autenticità (...) abbiamo ragione di ritenere che sono stati rintracciati i pochi, ma sacrosanti resti mortali del Principe degli Apostoli".
    Il tono prudenziale dell'annuncio pontificio fu indotto dalle perplessità che andavano diffondendosi nell'ambiente scientifico e, soprattutto, da un lungo memoriale scritto da Ferrua su pressante richiesta dell'allora sostituto della Segreteria di Stato monsignor Giovanni Benelli (cfr. "La Civiltà Cattolica", 142, 1990, I, pp. 573-581; Margherita Guarducci, La tomba di san Pietro. Una straordinaria vicenda, Milano, 1989, p. 112).
    Non sembra così casuale la decisione di Paolo vi di consegnare anche alla sintesi del medium epigrafico parole improntate a responsabile cautela, degna di un grande Papa, ben consapevole di essere stato chiamato a dire la parola ultima su un tema di estrema delicatezza: sulla teca in cui aveva fatto deporre nove frammenti delle reliquie fece incidere B(eati) Petri ap(ostoli) esse putantur.



    (©L'Osservatore Romano - 19 novembre 2008)
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  4. #14
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    Al via il restauro del porticato di San Pietro
    Nell'abbraccio di 284 colonne il sogno di Bernini
    L'11 giugno, presso la Fiera di Milano, verrà presentato il progetto di restauro del colonnato di San Pietro. Anticipiamo il testo del direttore dei Musei Vaticani.

    di Antonio Paolucci

    "Modellare tutta la città con le sue mani come fosse una immensa scultura" (l'affermazione è di Giulio Carlo Argan) era il sogno di Gian Lorenzo Bernini. Per lui scultura e architettura, urbanistica e scenografia erano strumenti da usare contestualmente per ottenere la grande metamorfosi.
    Dovevano servire cioè a trasformare lo spazio urbano in spazio teatrale così da farlo diventare "l'altrove" dello stupore e della meraviglia.
    Una sola volta nella sua lunga carriera Gian Lorenzo Bernini ebbe l'occasione di realizzare compiutamente la sua idea di architettura totale. Fu quando - era il 17 Marzo 1657 - Alessandro vii Chigi approvò il progetto del portico di piazza San Pietro.
    Il Papa aveva le idee chiare. Voleva un percorso coperto che unisse la basilica alla città, voleva uno scenario adeguato per le grandi cerimonie pubbliche quali la benedizione Urbi et Orbi e la processione del Corpus Domini. Voleva che la piazza, fino ad allora terreno vago e indefinito, diventasse la visibile cavea della Chiesa universale dove la folla dei credenti si raccoglie e si rivela a sé stessa come vero e proprio ecumene.
    Voleva infine - la testimonianza è dell'oratoriano monsignor Virgilio Spada, colto uomo di Curia con competenze di architetto e responsabilità di Soprastante alle Fabbriche - che i bracci del porticato fossero "servi del Palazzo e della Basilica di San Pietro e non emulatori".
    Si discusse a lungo sulla forma da dare al porticato. Lo stesso Bernini valutò opzioni diverse rispetto a quella scelta. Seduceva molto l'idea della pianta rettangolare o meglio trapezoidale sul modello dell'assetto che Michelangelo, più di un secolo prima, aveva dato alla piazza del Campidoglio.
    Da ultimo, per una di quelle felici coincidenze fra la volontà del committente e il genio dell'artefice che a volte si verificano nella storia dell'architettura, scavalcando pareri di tecnici anche autorevoli e relazioni di commissioni edilizie, il Bernini e il Papa si accordarono direttamente sulla soluzione che conosciamo.
    I due emicicli colonnati avrebbero avuto un ordine di percorrenza a tre corsie di cui quella centrale voltata a botte. In pianta il porticato avrebbe assunto la forma dell'"ovato tondo". Non il cerchio perfetto che rischiava di produrre effetti di eccessiva regolarità e quindi di monotonia, ma l'impianto ovoidale elaborato in pieno Cinquecento dal Peruzzi e divulgato dal Serlio.
    Il fuoco prospettico dell'intero impianto aveva da essere il gigantesco obelisco che l'architetto Fontana, nel 1586, aveva collocato nel cuore della piazza. Una serie ininterrotta di statue a tutto tondo ad altezza maggiore del vero avrebbe coronato al vertice i due emicicli.
    Sorprende la velocità dell'esecuzione. Nonostante le endemiche difficoltà economiche, nonostante che il Bernini, all'apice della sua internazionale fortuna, fosse oberato di impegni, addirittura a Parigi al servizio di Luigi xiv, nel 1667, dieci anni dopo l'approvazione del progetto, i due emicicli colonnati e la corsia centrale voltata erano terminati.
    Nel 1673 più della metà delle sculture apicali erano state realizzate e messe in opera. Sono centoquaranta le sculture a figura intera che da più di tre secoli coronano la piazza, vigilando sull'assembramento dei fedeli, dialogando con il cielo e con le nuvole di Roma, il biondo travertino di cui sono fatte mutando colore secondo le ore e le stagioni.
    Sono immagini di santi e di sante, di vergini, di confessori, di dottori della Chiesa, di fondatori di ordini. Non le governa un ordine iconografico preciso. Sono il celeste esercito combattente della Chiesa cattolica, rappresentano il cristianesimo trionfante che partecipa della gioia e della fede del popolo quando il Papa di Roma lo convoca nella piazza dedicata al principe degli apostoli.
    A Gian Lorenzo Bernini interessava l'effetto generale. Interessava il colpo di teatro, di altissimo valore simbolico e di straordinario coinvolgimento emotivo che l'esercito dei santi dislocati contro il cielo e intorno alla piazza suscitava - e ancora suscita - sulle moltitudini di credenti.
    Per questo motivo non si occupò più che tanto dell'esecuzione materiale delle singole sculture. Fornì alcuni disegni e affidò a Lorenzo Morelli coadiuvato da numerosi scultori - Bartolomeo Cennini, Giovan Maria de' Rossi, Filippo Carcani, Michele Maglia, Giuseppe Mazzuoli e altri - la realizzazione del progetto.
    Più tardi, nel 1702, regnando Clemente xi Albani, Lorenzo Ottoni e Jean Baptiste Théodon curarono l'esecuzione delle statue dei bracci diritti, disposte in coppia in corrispondenza dei pilastri.
    I portici di San Pietro sono dunque una grandiosa opera seriale fatta di multipli - colonne, plinti, trabeazioni, stemmi, statue - prodotti in cantiere e messi in opera sotto la regia infallibile di Gian Lorenzo Bernini e dei suoi assistenti. Due erano i criteri che governavano il cantiere: la rapidità esecutiva e il massimo contenimento dei costi. Il primo obiettivo è stato - come si è visto - pienamente raggiunto. Il secondo anche, sia pure con qualche conseguenza negativa se si pensa alla qualità non sempre eccellente del travertino impiegato.
    Oggi che il porticato del Bernini è investito da un grande progetto di restauro totale - restauro affidato alla società Navarra e diretto dai funzionari dei Servizi Tecnici e dei Musei Vaticani - il concetto di "serialità" è diventato il principio ispiratore di un intervento destinato a continuare per i prossimi quattro anni.
    I problemi conservativi che riguardano i due emicicli porticati, dal suolo alle statue di coronamento, sono gli stessi per tutta l'estensione del monumento. Su ogni porzione modulare del porticato occorrerà intervenire per gli stessi obiettivi e con gli stessi criteri: revisione delle coperture, controllo dei deflusso delle acque meteoriche, rimozione di vecchi restauri impropri, eliminazione delle solfatazioni, pulitura e consolidamento delle superfici, messa in opera di protettivi efficaci e così via...
    Una volta individuato il metodo, messe a punto le procedure, testati, grazie al Gabinetto di ricerche scientifiche dei Musei, gli specifici da applicare, sarà possibile procedere con tecniche e per risultati omogenei su tutto l'intero porticato berniniano. Il cantiere pilota che abbiamo allestito in fondo all'emiciclo di sinistra, sta fornendo le linee guida che poi saranno per tutti vincolanti nel seguito della grande impresa.
    La mirabile serialità berniniana si traduce oggi nella serialità scientificamente programmata di un restauro che ha l'obbligo di risultare, agli occhi del mondo, impeccabile ed esemplare.

    (©L'Osservatore Romano - 10 giugno 2009)
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

  5. #15
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    Costantino e la fondazione della basilica Vaticana
    Quando San Pietro era ancora
    una collina da spianare

    di Timothy Verdon


    Tra i segni di potere nel mondo romano, particolare importanza avevano le maestose costruzioni che lo Stato mise a disposizione dei cittadini. Ancor oggi, tra i resti di città d'epoca imperiale dall'Africa alla Germania, i grandiosi complessi civili e religiosi in cui si svolgeva la vita pubblica dell'impero ci colpiscono; tra gli esempi della stessa urbe ricordiamo la basilica Ulpia fatta costruire da Traiano nei primi anni del II secolo, con cinque navate suddivise da colonnati. Nella sua pianta, nelle dimensioni e nella generica ricchezza degli arredi era quasi il prototipo delle colossali basiliche cristiane erette dai successori di Traiano a partire dal IV secolo.
    La più grande di queste era l'aula cimiteriale iniziata dall'imperatore Costantino tra il 319-324 sul sito della tomba di san Pietro. Un affresco cinquecentesco raffigurante l'interno della basilica sottolinea la vastità dello spazio e la nuova focalizzazione, diversa dall'impianto delle basiliche civili, sull'area absidale contenente l'altare per la celebrazione eucaristica. Ma l'originaria funzione della basilica non era in primo luogo liturgica bensì onorifica, e nell'area absidale doveva dominare il Trofeo di Gaio, rinchiuso da Costantino in uno splendido involucro marmoreo e ricoperto da un ciborio. Questa sistemazione trionfale esplicitava il senso della basilica stessa, costruita su una piattaforma sopra il cimitero e su parte del Circo di Nerone.
    La piattaforma era l'elemento più stupefacente dell'impresa e ne segnala chiaramente l'importanza. Sebbene Costantino fosse imperatore e pontefice massimo, tecnicamente al di sopra delle leggi riguardanti le aree sacre, anche per lui la manomissione e l'interramento di un'intera necropoli non potevano che essere un'operazione rischiosa sul piano politico e sociale, atta a provocare il risentimento dei ceti dirigenti ancora pagani. L'inviolabilità dei sepolcri era infatti un principio assoluto del mondo antico.
    Sul piano tecnico, poi, la cosa fu estremamente difficile. Sul terreno digradante da nord verso sud, Costantino voleva far emergere il Trofeo di Gaio al punto centrale del pavimento di una basilica larga, al transetto, 90 metri! Tale volontà imperiale, presumibilmente in costante colloquio con l'allora capo della comunità cristiana di Roma, il vescovo Silvestro (314-335), obbligava a titanici lavori di livellamento del colle con sbancamenti verso nord, dove il terreno era troppo alto, e con l'innalzamento di una piattaforma verso sud, dove il terreno scendeva.
    L'operazione ricordava le epiche imprese dei Cesari di altri tempi: di Traiano, per esempio, il quale aveva fatto rimuovere un promontorio alto 100 metri - la sella che un tempo collegava il Palatino col Quirinale - per creare l'area dove sorge la basilica Ulpia. Nel caso di San Pietro la piattaforma, destinata a ospitare altre strutture oltre alla basilica, doveva avere una superficie di 240 per più di 90 metri!
    Le campagne di scavi tra il 1949 e il 1957 hanno messo in luce l'imponenza di questa vasta piattaforma, le cui fondazioni raggiungono uno spessore di due metri e mezzo, scendendo fino a 11,50 metri di profondità sul versante meridionale prima di congiungersi col declivio del colle.
    Gli scavi hanno anche rivelato l'apparente rapidità con cui i lavori vennero eseguiti: gli strati di malta tra i mattoni, come in altre costruzioni paleocristiane, sono piuttosto alti, suggerendo una certa fretta. È infatti probabile che sia Costantino che la comunità cristiana abbiano chiesto agli architetti di portare a termine il progetto in tempi relativamente brevi, e forse l'edificio era strutturalmente ultimato intorno al 329, anche se la documentata interruzione del culto pagano al vicino tempio di Cibele dal 319 fino al 350 induce a pensare che l'intera zona sia rimasta un cantiere aperto per molti anni ancora, probabilmente al servizio dei lavori di decorazione.
    La basilica eretta dagli architetti di Costantino era una chiesa a cinque navate, di cui quella centrale molto più alta delle laterali. Era preceduta da un portico d'ingresso, a est, e completata a ovest da un'abside separata dalle navate da un transetto. Le dimensioni erano impressionanti: la facciata era larga circa 64 metri, e il portico profondo oltre 12! Le navate erano lunghe 90 metri e quella centrale larga 23,50 con un'altezza di 32,50 metri, mentre le navatelle laterali avevano altezze, rispettivamente, di 18 e 14,80 metri.
    Il transetto, più basso della navata centrale, era separato da essa da un arco trionfale sorretto da colonne colossali, e terminava a nord e a sud con esedre similmente introdotte da grandi colonne; su capitelli corinzi, le due teorie di colonne della navata centrale sorreggevano una trabeazione orizzontale, mentre le altre due, tra le navatelle laterali, sostenevano arcate; molti dei fusti di marmo pario, mischio e granito - e forse anche i capitelli - erano di riutilizzo.
    Undici finestre per lato al livello inferiore, fino a otto per lato nella parte alta della navata maggiore, altre finestre ancora nel transetto e cinque nell'abside riempivano di luce questo spazio immenso e solenne; la pavimentazione in grandi lastre di marmo bianco simili a quelle del portico e del sagrato estendeva all'interno la luminosità dell'esterno; e il soffitto a lacunari dorati raccoglieva la luce riflessa dal pavimento.
    Al punto culminante, poi - all'imbocco dell'abside e al centro, in linea con la porta principale - c'era il Trofeo, e sotto il Trofeo la tomba terragna. Tutto infatti era stato concepito per condurre precisamente qui: anche l'allineamento della basilica, dall'est verso l'ovest, era in funzione dell'arrivo del pellegrino al modesto appezzamento nei pressi del Circo di Nerone dove Pietro era stato sepolto.
    Ma, nonostante i calcoli degli ingegneri imperiali, la quota del pavimento era leggermente sfalsata e il Trofeo risultò interrato di 35-40 centimetri; il resto del piccolo monumento, emergente di poco meno di tre metri venne poi rinchiuso in un casamento marmoreo aperto verso la navata centrale per lasciar intravedere il Trofeo.
    E, come sappiamo da un reliquiario eburneo del IV-V secolo conservato al Museo archeologico di Venezia, intorno alla nuova "Memoria" vennero sistemati quattro colonne vitinee - due davanti e due dietro - a sostegno delle stanghe di una tettoia aperta; queste, con altre due colonne vitinee agli angoli dell'abside, sorreggevano una continua trabeazione, con l'effetto di recintare interamente l'abside e la Memoria, mentre stoffe pregiate sospese dalla trave tra gli angoli dell'abside e il ciborio centrale focalizzavano ancora l'attenzione sulla Memoria, delimitando una sorta di area presbiteriale dietro di essa. Sopra il presbiterio, il catino dell'abside fu ricoperto di fogli d'oro.
    Sembra non esserci stato un altare permanente in questa parte della basilica, anche se possiamo immaginare che in alcune occasioni venisse allestito un altare ligneo davanti alla Memoria; forse c'erano altari invece nelle esedre del transetto. Ma la funzione principale dell'edificio, come già detto, era commemorativa, non liturgica, e tutta la basilica aveva il carattere di un titanico martirium a soddisfazione dell'esigenza cristiana di "fare memoria" di un eroico testimone della fede della comunità. Non a caso, l'area davanti al Trofeo e alla tomba verrebbe in seguito denominata la "Confessione", in allusione alla testimonianza di Pietro, "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". I cristiani del IV secolo vennero a San Pietro per pregare alla tomba dell'Apostolo e per attingere alla sua fede; vennero anche per commemorare i loro morti - sepolti sotto il pavimento e in mausoleo lungo le mura - con pranzi funebri; una lettera di Paolino da Nola ricorda il sontuoso banchetto celebratovi dal senatore Pammachio nel 396 per onorare la moglie defunta: così numerosi furono gli invitati che riempirono sia la basilica che il portico e l'antistante campus (Epistola, 13).
    Oltre allo splendore dell'edificio stesso, Costantino dotò la basilica Vaticana di ornamenti principeschi e di ricchezze calcolate a garantirne sia l'ulteriore abbellimento che la manutenzione ordinaria. Il reliquiario eburneo con l'immagine del presbiterio fa vedere, appeso alle curve stanghe incrociate del ciborio, un candelabro in forma di corona che dobbiamo supporre di oro o argento, e il Liber Pontificalis parla di una croce d'oro puro del peso di 150 libbre che l'imperatore, insieme alla madre sant'Elena, avevano donato; dice anche che Costantino fece rivestire la tomba dell'Apostolo con lastre di bronzo.
    Il dono poi di vaste proprietà in Italia, Sicilia, Sardegna e nell'Africa settentrionale nonché - dopo la vittoria sui rivoltosi delle province orientali riportata nel 324 - in Egitto, Siria e Cilicia, fruttò alla Chiesa romana introiti annui di 25.000 solidi d'oro, di cui 3.700 per la sola basilica Vaticana: una cifra globale assai elevata, calcolata da Richard Krautheimer nel 1980 come 160 milioni di dollari all'anno, di cui ben 25 per San Pietro. L'intenzione di Costantino era, chiaramente, di assicurare alla Chiesa e ai suoi principali luoghi di rappresentanza e di culto una magnificenza "imperiale", anche in segno di gratitudine: sull'arco di trionfo tra la navata e il transetto, oltre alla decorazione musiva, l'imperatore fece apporre una dichiarazione del suo riconoscimento per la vittoria ottenuta nel 312, Quod duce te mundus surrexit / in astra triumphans / hanc Constantinus victor tibi condidit aulam ("Poiché sotto la tua guida [o Cristo? O Pietro?] il mondo è risorto trionfante fino alle stelle, il vittorioso Costantino ti ha allestito quest'aula").


    (©L'Osservatore Romano - 3 settembre 2009)
    "Vi scongiuro, sosteniamoci in questo cammino" Card.Angelo Scola

  6. #16
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    TESORI E RICCHEZZE DELLA BASILICA DI SAN PIETRO
    Congresso a Roma sul tempio cattolico più grande del mondo


    di Carmen Elena Villa

    ROMA, venerdì, 13 novembre 2009 (ZENIT.org).- Architetti e storici dell'arte provenienti da Paesi come l'Italia, la Spagna, la Austria, la Francia o gli Stati Uniti partecipano al congresso "Basilica di San Pietro, fortuna e immagine", organizzato dal Comitato internazionale per la celebrazione dei 500 anni della Basilica.

    L'obiettivo è studiare il tempio cattolico più grande del mondo come incomparabile gioiello di architettura, liturgia e spiritualità.

    La costruzione dell'attuale Basilica (quella antica era stata costruita per ordine di Costantino nel 324) iniziò il 18 aprile 1506. Nel 1547 Papa Paolo III incaricò Michelangelo di disegnare un nuovo progetto con una cupola che potesse sovrastare l'altare papale. La cupola venne terminata da Giacomo della Porta, la costruzione di San Pietro terminò nel 1626.

    Oggetto di studio


    Durante l'evento accademico sono stati presentati alcuni libri sull'architettura di San Pietro e un progetto in DVD intitolato "Pensando a San Pietro", sulla storia e la vita della Piazza omonima, realizzato da Marco Guardo, Ebe Antetomaso, Mario Gori Sassoli e Rita Parma.

    Uno degli organizzatori del congresso è il professor Vittorio Casale, dell'Università di Roma Tre, che oltre a essere il moderatore di alcune sessioni ha pronunciato un intervento sul tema "Il ruolo della Basilica di San Pietro nelle cerimonie di beatificazione e canonizzazione", sottolineando in particolare il XV secolo.

    Prossimamente verrà pubblicato un libro scritto da lui che ha lo stesso titolo del suo intervento e "vuole analizzare la produzione artistica realizzata per la beatificazione e la canonizzazione e per altre feste successive".

    "Significa esaminare gli artisti che hanno prodotto quadri per queste occasioni, anche gli architetti, per dimostrare qualcosa che avevo già intuito: che le canonizzazioni sono la maggiore occasione artistica del XV secolo", ha detto Casale in un colloquio con ZENIT.

    "A Roma il primo strumento per la diffusione di queste figure erano le immagini. La prima cosa era cercare chi le dipingesse, e poi i quadri andavano da una parte all'altra. Per gli artisti era una grande occasione, non solo economica, ma anche di conoscenza", ha segnalato.

    A questo proposito ha portato un esempio: "per la canonizzazione di San Fernando nel 1671 vennero realizzati circa 2.000 o 2.500 quadri. Erano di vario tipo, destinati alla devozione popolare, e alcuni sono stati venduti". Oggi restano pochi esemplari di questi dipinti.

    Altri temi analizzati durante il congresso sono stati "San Pietro come modello della riforma gregoriana" di Arturo Carlo Quintavalle, "San Pietro e Castel Sant'Angelo come immagini di Roma" di Silvia Maddalo e "L'influenza dell'architettura di San Pietro nell'ambito internazionale" di Elisabeth Kieven.

    L'evento accademico si è concluso questo venerdì mattina nell'Aula del Sinodo in Vaticano alla presenza del Cardinale Angelo Comastri, Arciprete della Basilica.

    © Innovative Media, Inc.

    fonte: http://www.zenit.org/article-20313?l=italian
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  7. #17
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    Sul sito della Santa Sede è ora disponibile un magnifico virtual tour della Basilica Vaticana:

    http://www.vatican.va/various/basili.../index-it.html


  8. #18
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    A colloquio con il vescovo Vittorio Lanzani, delegato della Fabbrica

    Gli operai di San Pietro

    di NICOLA GORI

    I "sanpietrini". Un nome, una professione. Fuori Roma in molti si domanderanno chi sono: pochissimi, li conoscono. Ma nella Città eterna di loro si sente parlare sin dal Settecento. In Vaticano sono di casa. Falegnami, muratori, fabbri, stuccatori, verniciatori, idraulici, elettricisti, marmisti, decoratori, pontaroli, addetti alla sorveglianza: una piccola truppa di un'ottantina di operai specializzati che hanno il compito di mantenere intatto lo splendore della basilica Vaticana. Ecco, sono loro, i "sanpietrini", inseriti in quella realtà altrettanto famosa - almeno nei confini romani - che si chiama Fabbrica di San Pietro. Si occupano quotidianamente di tutto quanto è necessario per rendere agevole e perfettamente fruibile la visita di quanti, per devozione o per semplice curiosità turistica, si avvicinano alla tomba di Pietro. Abbiamo chiesto al vescovo Vittorio Lanzani, delegato della Fabbrica di San Pietro, di spiegarci l'attività dei sanpietrini e di condurci alla scoperta della Fabbrica.

    Come mai è stato mantenuto il nome di "Fabbrica di San Pietro" nonostante siano passati più di cinquecento anni dalla posa della prima pietra della basilica?

    È l'istituzione che storicamente si è occupata della ricostruzione prima, e della conservazione poi, della grande basilica di San Pietro. Le sue origini risalgono al 18 aprile del 1506, quando Giulio II Della Rovere pose la prima pietra per la riedificazione del "nuovo tempio Vaticano", nel luogo dell'attuale pilone di Santa Veronica, che all'epoca si trovava all'esterno dell'antica basilica, quella edificata dall'imperatore Costantino sulla sepoltura del principe degli apostoli. La nuova basilica - consacrata il 18 novembre 1626 - è il risultato di una lunga e complessa vicenda costruttiva, alimentata dai sentimenti di profonda devozione che in ogni epoca ispirarono l'opera dei successori dell'apostolo. Ancora oggi la Fabbrica di San Pietro continua a provvedere, autonomamente, alla conservazione e alla manutenzione del più grande tempio della cristianità.

    Chi sono i sanpietrini?

    In ogni angolo di San Pietro e dietro ogni opera d'arte si nasconde l'impegno di tutto il personale della Fabbrica e delle maestranze conosciute con il nome di sanpietrini: uomini che con il loro quotidiano lavoro rendono possibile la visita e, in un certo modo, la vita della Basilica, le cui straordinarie dimensioni - oltre 20.000 metri quadrati di superficie coperta - e l'incessante afflusso quotidiano di fedeli e visitatori provenienti da ogni parte del mondo, richiedono premurose attenzioni e costanti lavori di manutenzione di ogni tipo. A questo provvedono i sanpietrini. Non va inoltre dimenticata la loro azione di oculata custodia e attenta sorveglianza per il rispetto del luogo sacro e delle opere d'arte. In questo sono affiancati dagli ispettori della Fabbrica di San Pietro, dai volontari dell'Associazione dei Santi Pietro e Paolo e da giovani studenti ausiliari, chiamati saltuariamente a collaborare con il personale della Fabbrica al servizio d'ordine in basilica. Fanno capo all'Ufficio tecnico della Fabbrica. Un architetto - coadiuvato per i sopralluoghi, le verifiche e le relazioni tecniche da un geometra - si occupa tra l'altro di quanto attiene la sicurezza sul lavoro, secondo le normative vigenti in Vaticano. Vi è poi un soprastante, che, in collaborazione con l'architetto e il geometra, coordina e assiste concretamente le attività dei sanpietrini. Qualsiasi lavoro nella basilica - dalle opere di ordinaria manutenzione ai restauri affidati a personale esterno specializzato - viene seguito in ogni sua fase dai superiori della Fabbrica di San Pietro, che, in periodiche riunioni settimanali, valutano con il capo ufficio, il personale dell'Ufficio tecnico e il soprastante dei sanpietrini le problematiche dei lavori in corso d'opera e da eseguire. Di ogni lavoro un incaricato della Fabbrica provvede alla realizzazione della necessaria documentazione fotografica.

    Quali sono le origini dei sanpietrini e chi fu il fondatore?

    La formazione del gruppo dei sanpietrini risale agli inizi del Settecento, quando la Fabbrica si trovò a dover rispondere con sollecitudine alle esigenze pratiche di una basilica, che, oltre ai sempre più impegnativi lavori di manutenzione, si arricchiva di nuovi monumenti e decorazioni. Fu Nicola Zabaglia, manovale con innate capacità tecniche, a costituire, di fatto, l'elemento galvanizzante per la costituzione del gruppo dei sanpietrini. Zabaglia e gli altri manovali al servizio della Fabbrica diedero avvio a nuove sperimentazioni e realizzazioni: vennero allora ideati e costruiti arditi e ingegnosi ponteggi per lavorare celermente e in sicurezza. La straordinaria inventiva e le non comuni capacità organizzative di Nicola Zabaglia destarono l'ammirazione dei contemporanei e il ricordo dei posteri: le sue opere sono commentate e illustrate nel grande volume Castelli e Ponti di Maestro Niccola Zabaglia, edito a Roma nel 1743 e ristampato nel 1824. In tale contesto Zabaglia riuscì a scuotere gli altri manovali della Fabbrica, infondendo in loro l'orgoglio di lavorare in un luogo ineguagliabile e favorendo la costituzione di uno spirito di corpo. Segnale evidente di un desiderio di distinzione e di un chiaro sentimento di appartenenza, fu la richiesta nel 1757, da parte di tutti i manovali della Fabbrica, di ottenere una divisa che li differenziasse dai pellegrini e li facesse riconoscere come preposti alla cura della basilica. Ed è proprio in questo momento che le maestranze al servizio della Fabbrica di San Pietro, fino ad allora indicate con il termine generico di manuali, assunsero il titolo di sanpietrini. Il senso di appartenenza a una istituzione simile a una grande famiglia, che ha saputo tramandare alle nuove generazioni l'esperienza maturata in cinque secoli di continui lavori, si coglie in particolare nel fiero e commosso ricordo di alcuni sanpietrini, ora in pensione, che hanno partecipato all'illuminazione della basilica. Si calarono dai costoloni della cupola e dagli aggetti architettonici della facciata per posizionare prima e accendere poi, simultaneamente, migliaia di fiaccole mentre le campane di San Pietro suonavano a distesa.

    Se dovesse citare una mansione particolarmente delicata che essi svolgono, su quale si soffermerebbe?

    La cura della basilica è continua e comunque impegnativa. Ci sono locali, attrezzature, oper d'arte che richiedono una cura tutta particolare, apparecchiature, macchinari che richiedono interventi di precisione: per esempio, quelli che azionano il movimento delle campane e degli orologi. E poi ci sono le grandi celebrazioni da preparare, come la Pasqua, il Natale del Signore, la festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. Tra i lavori più impegnativi e appariscenti, condotti negli ultimi anni dai sanpietrini, si ricorda la collocazione delle grandi statue di santi fondatori di ordini religiosi sulle nicchie esterne della basilica. Infine, non di rado ci si imbatte in sanpietrini intenti alla preparazione degli altari - collocazione di artistici paliotti, trasporto e posizionamento dei candelieri - o a portare enormi e pregevoli tappeti per l'ornamento della Confessione, o a collocare più di cento candele di cera sul monumento del Bernini per la Cattedra di San Pietro nella ricorrenza liturgica del Natale Petri de cathedra, il 22 febbraio. Un altro compito affidato ai sanpietrini è la preparazione della basilica per le beatificazioni e le canonizzazioni: in occasione di queste cerimonie, i sanpietrini trasportano e collocano sulle logge della facciata gli arazzi con le immagini dei servi di Dio che saranno proclamati beati e santi di fronte alla moltitudine dei fedeli raccolta in Piazza San Pietro. E poi sono tra i primi a entrare nella basilica e tra gli ultimi a uscire. Provvedono infatti ad aprire le porte di San Pietro al mattino e a chiuderle la sera, dopo aver effettuato - in collaborazione con la Gendarmeria vaticana - un'accurata ispezione a cominciare dalla cupola fino alle Grotte Vaticane e alla necropoli.

    La Basilica è un cantiere in continua attività. Quali sono attualmente le opere di restauro?

    Nel linguaggio di ogni giorno per indicare un lavoro che sembra non avere mai termine si usa, soprattutto a Roma, l'espressione "Fabbrica di San Pietro". Il confronto è certamente appropriato perché nella basilica Vaticana i lavori non finiscono mai a causa della vita stessa della basilica, delle straordinarie dimensioni dell'edificio e delle opere d'arte in esso presenti: statue, mosaici, stucchi, affreschi, dipinti su tela e su tavola, sculture in bronzo e marmoree, opere in legno, tessuti, documenti cartacei. Così ai lavori e alle opere di ordinaria e straordinaria manutenzione, si aggiunge la predisposizione di sofisticati sistemi di controllo e verifica ambientale, statica e microclimatica che richiedono l'intervento di diverse figure professionali, chiamate, di volta in volta, a collaborare con la Fabbrica di San Pietro. Similmente per le diverse opere di restauro ci si avvale del parere di qualificati consulenti e di personale esterno altamente specializzato e di comprovata esperienza. Così in questo periodo, sotto la direzione tecnica e scientifica della Fabbrica di San Pietro, una squadra di restauratori con specifiche competenze nel restauro di superfici lapidee, è impegnata nella delicata pulitura di un settore del prospetto esterno sud della basilica, oltre 4.000 metri quadri. Contemporaneamente altre persone, altamente specializzate in interventi conservativi in ambiente ipogeo, procedono con la paziente opera di restauro delle decorazioni pittoriche del mausoleo Phi nella necropoli romana, sotto il pavimento delle sacre Grotte, mentre, in basilica, altri validi restauratori intervengono sul celebre monumento funebre in bronzo di Innocenzo VIII. Vanno infine ricordati i restauri di singole opere d'arte custodite in vari locali della basilica Vaticana, opere che sempre più spesso vengono presentate in mostre internazionali alle quali la Fabbrica di San Pietro partecipa volentieri offrendo il necessario sostegno scientifico, al fine di condividere con un più vasto pubblico la fruizione di beni storici e artistici altrimenti difficilmente accessibili.

    Sono possibili visite alla necropoli, alle grotte e alla cupola?

    La Fabbrica di San Pietro provvede con un proprio Ufficio scavi e con il personale in esso impiegato, alla gestione e alla organizzazione di visite guidate nella necropoli romana esistente sotto il pavimento delle Grotte Vaticane, in corrispondenza della navata centrale della basilica. Sono più di 200 le persone che giornalmente accedono agli scavi vaticani, suddivise in gruppi di circa 12 visitatori, che, accompagnati da guide specializzate, risalgono l'antico sentiero del Colle Vaticano per giungere alla venerata sepoltura di San Pietro. La visita agli scavi si conclude nelle Grotte, dove ogni giorno, dall'anno 2005, transitano migliaia di fedeli per sostare in preghiera davanti alla tomba di Giovanni Paolo II. Il personale della Fabbrica di San Pietro provvede inoltre all'organizzazione delle visite alla cupola Vaticana, alla quale accedono ogni anno migliaia di persone.

    Che ruolo svolge l'Archivio Storico Generale?


    Si tratta di uno dei luoghi più importanti e suggestivi della Fabbrica di San Pietro. Custodisce la memoria storica della ricostruzione della nuova basilica Vaticana, dai primi anni del XVI secolo fino ai giorni nostri. Qui le firme del Sangallo, di Michelangelo, di Bernini, di Maderno, di Vanvitelli - solo per citare i nomi più illustri - si alternano a quelle di tutte quelle persone dimenticate dalla grande storia, ma che hanno dedicato la loro vita alla ricostruzione, decorazione e manutenzione del più grande tempio della cristianità. L'archivio è composto da circa 9.000 unità archivistiche distribuite in 100 armadi e dispone di vari strumenti di ricerca. Il personale si occupa dello studio, della catalogazione e conservazione dei preziosi documenti in esso custoditi. Svolge inoltre, per l'Ufficio tecnico e scientifico della medesima Fabbrica, le necessarie ricerche archivistiche preliminari a ogni intervento di restauro su monumenti e opere d'arte della basilica. Fornisce infine il necessario sostegno per le ricerche condotte da studiosi provenienti da ogni parte del mondo su diversi aspetti legati alla storia della basilica petriana.

    Anche lo Studio del Mosaico Vaticano fa parte della Fabbrica?

    È annesso alla Fabbrica di San Pietro e risale alla seconda metà del 1500, al tempo del pontificato di Gregorio XIII, che per primo diede il via alla decorazione musiva della basilica di San Pietro. L'origine e il carattere dello Studio derivarono dall'esigenza di provvedere appunto alla decorazione musiva del massimo tempio della cristianità e, successivamente, alla conservazione dei mosaici ivi realizzati. Configurato ufficialmente nel 1727, continua ancora oggi la cura dell'apparato iconografico e ornamentale della basilica Vaticana. Attualmente il suo compito non è solo quello di conservare e restaurare il patrimonio musivo della basilica, ma anche quello di creare immagini nuove destinate al servizio del Papa e ad abbellire chiese e altri luoghi. Una caratteristica dello Studio è anche quella di realizzare soggetti di diverso stile figurativo, dall'antichità al moderno, con la prevalenza dei soggetti religiosi che hanno segnato la tradizione cristiana. È presieduto dal delegato della medesima Fabbrica.

    La Fabbrica comprende anche una parte amministrativa e altre attività?


    La complessità e l'entità dei lavori a cui si è accennato, e la molteplicità delle attività connesse alla vita della basilica, richiedono un'attenta e non facile organizzazione amministrativa per la gestione finanziaria. Altrettanto fondamentale è il ruolo ricoperto dall'Ufficio del personale, che segue l'attività di un organico effettivo di circa centoventi persone. Va poi ricordata la funzione svolta dalla Fabbrica con un proprio incaricato a sostegno dell'attività di ricerca di numerosi studiosi italiani e stranieri, favorendo la realizzazione di materiali illustrativi per pubblicazioni scientifiche, per conferenze e convegni internazionali. Un impiegato della Fabbrica fornisce, in accordo e in collaborazione con il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, il sostegno per la realizzazione di documentari o filmati a tema storico e religioso. La Fabbrica da oltre vent'anni, cura inoltre la pubblicazione di un proprio notiziario mensile dal titolo La Basilica di S. Pietro, per portare, a quanti lo desiderano, l'eco delle attività svolte nella basilica, unitamente a notizie storiche e a riflessioni spirituali sulle diverse opere d'arte e fede in essa custodite. Per quanto riguarda l'aspetto liturgico e devozionale, l'Ufficio delle celebrazioni del Vicariato vaticano presso la Fabbrica coordina le richieste di celebrazioni e di preghiera nella basilica, curando l'accoglienza delle migliaia di fedeli che, sia singolarmente sia in gruppi guidati da vescovi diocesani, parroci e assistenti spirituali, giungono da ogni parte del mondo in devoto pellegrinaggio alla tomba del principe degli apostoli.



    (©L'Osservatore Romano 19 marzo 2011)
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    Inizia una nuova fase del restauro del colonnato

    Fra trenta mesi piazza San Pietro
    sarà come nel Seicento

    In trenta mesi piazza San Pietro tornerà a essere quella concepita, voluta ed edificata nella seconda metà del Seicento. Si è già cominciato con il colonnato berniniano e tra breve saranno restituiti a Roma e al mondo colori e integrità originali dell’immenso monumento in travertino: uno dei massimi simboli del barocco, insigne non solo sul piano urbanistico e architettonico — quale spazio dedicato alle cerimonie religiose pubbliche — ma anche in quanto realizzazione artistica dal forte contenuto allegorico, sottintendendo l’abbraccio ecumenico della Chiesa universale a tutte le genti.

    L’immenso cantiere prevede il restauro di tutti gli elementi architettonici e decorativi della piazza e riguarda 284 colonne, 92 pilastri, 140 statue, 6 stemmi papali di sommità, 1200 metri di balaustre e altrettanti cornicioni di coronamento nonché 3400 metri quadrati di cassettonati costituenti gli intradossi di copertura degli emicicli. Vi sono poi le due celebri fontane gemelle — la Clementina e la Gregoriana — e naturalmente l’obelisco egizio in granito alto 42 metri, fatto erigere nel 1586 da Sisto V al centro della piazza. Ma perfino i lampioni ottocenteschi intorno all’obelisco saranno restaurati con la collaborazione dell’Acea, come ci ha riferito Pier Carlo Cuscianna, direttore dei Servizi tecnici del Governatorato.

    È già incominciata la rimozione di una parte dei ponteggi utilizzati per il restauro del colonnato e in tempi brevi sarà disvelato un primo tratto dell’emiciclo di sinistra. Frattanto si stanno innalzando nuovi ponteggi per i restauri dei settori immediatamente adiacenti costituiti, com’è noto, da quattro ordini composti ciascuno di quattro colonne contigue sovrastate da altrettante statue di sommità. Si procederà poi al completamento dell’emiciclo di sinistra fino al punto di cerniera costituito dal Braccio di Carlo Magno.

    Quest’immane impegno tecnico, organizzativo e finanziario «realizzato grazie anche a generosi sponsor — sottolinea Cuscianna — avrà una durata di circa due anni e mezzo e vedrà coinvolte le più articolate direzioni del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano» le cui competenze sul piano generale sono state assunte dalla stessa direzione dei Servizi tecnici, unitamente a tutti gli ingegneri e gli architetti coinvolti nei settori specifici di verifica, progettazione ed esecuzione dei lavori.

    Gli aspetti scientifici, artistici, storici e monumentali sono stati assunti dai Musei Vaticani diretti da Antonio Paolucci, affiancato da un nutrito gruppo di maestri restauratori, reparti specialistici, gabinetti di ricerca della soprintendenza ai Beni archittetonici dello Stato della Città del Vaticano. Alla Direzione della Ragioneria dello Stato e all’Ufficio Giuridico spetta invece il compito di regolare i tempi di finanziamento delle opere e la loro esecuzione. Il restauro generale e le opere a esso funzionali sono state affidate in appalto all’Associazione Temporanea di Imprese: Italiana Costruzioni e Fratelli Navarra che nella selezione di società prescelte aveva offerto le garanzie più ampie di risultato. Cuscianna sottolinea che il più significativo impulso all’iniziativa si deve alla presidenza del Governatorato nella persona del cardinale Giovanni Lajolo, che ha «tenuto saldo il timone in questi tempi di turbolente tempeste economiche e finanziarie», e del segretario generale, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, nel «guidare e nell’amalgamare questa lunga e ardua impresa interdisciplinare».

    RAFFAELE ALESSANDRINI


    13 agosto 2011


    fonte: L’Osservatore Romano

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    Fra trenta mesi piazza San Pietro
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    Un lavoro non indifferente! Trenta mesi ossia per il Febbraio 2014.

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