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Discussione: Viaggio Apostolico del Santo Padre in Portogallo (11-14 maggio 2010)

  1. #41
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    VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI IN PORTOGALLO NEL 10° ANNIVERSARIO DELLA BEATIFICAZIONE DI GIACINTA E FRANCESCO, PASTORELLI DI FÁTIMA (11 - 14 MAGGIO 2010) (XIII) , 13.05.2010

    INCONTRO CON LE ORGANIZZAZIONI DELLA PASTORALE SOCIALE, NELLA CHIESA DELLA SS.MA TRINDADE A FÁTIMA


    Alle ore 17.00 di questo pomeriggio, il Santo Padre Benedetto XVI incontra le organizzazioni della pastorale sociale nella chiesa della SS.ma Trindade presso il Santuario di Nostra Signora di Fátima. Sono presenti all’incontro le maggiori organizzazioni a livello nazionale, cattoliche e non, impegnate nell’assistenza sociale, oltre ai dipendenti ed ai collaboratori del Santuario. Al termine dell’incontro il Papa benedice la prima pietra di un centro delle Misericordie Portoghesi che sarà eretto a Fátima.

    Dopo l’indirizzo di omaggio di S.E. Mons. Carlos Alberto de Pinho Moreira Azevedo, Vescovo Ausiliare di Lisboa e Presidente della Commissione episcopale per la Pastorale sociale, il Santo Padre pronuncia il discorso che riportiamo di seguito:

    DISCORSO DEL SANTO PADRE

    TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA

    Carissimi fratelli e amici,

    Avete ascoltato Gesù dire: «Va’ e anche tu fa’ così» (Lc 10, 37). Egli ci esorta a fare nostro lo stile del buon samaritano, il cui esempio è stato appena proclamato, nell’accostarsi alle situazioni carenti di aiuto fraterno. E qual è questo stile? «È "un cuore che vede". Questo cuore vede dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente» (Benedetto XVI, Enc. Deus caritas est, 31). Così ha fatto il buon samaritano. Gesù non si limita ad esortare; come insegnano i Santi Padri, il Buon Samaritano è proprio Lui, che si fa vicino ad ogni uomo e «versa sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza» (Prefazio comune VIII) e lo conduce all’albergo, che è la Chiesa, dove lo fa curare, affidandolo ai suoi ministri e pagando di persona, in anticipo, per la sua guarigione. «Va’ e anche tu fa’ così». L’amore incondizionato di Gesù che ci ha guarito dovrà ora trasformarsi in amore donato gratuitamente e generosamente, mediante la giustizia e la carità, se vogliamo vivere con un cuore di buon samaritano.

    Provo grande gioia nell’incontrarvi in questo luogo benedetto che Dio si è scelto per ricordare all’umanità, attraverso la Madonna, i suoi disegni di amore misericordioso. Saluto con grande amicizia ogni persona qui presente nonché le istituzioni alle quali appartiene, nella diversità di volti che si trovano uniti nella riflessione sulle questioni sociali e soprattutto nella pratica della compassione verso i poveri, i malati, i detenuti, quelli che vivono da soli e abbandonati, le persone disabili, i bambini e i vecchi, i migranti, i disoccupati e quanti patiscono bisogni che ne turbano la dignità di persone libere. Grazie, Mons. Carlos Azevedo, per l’omaggio di comunione e fedeltà alla Chiesa e al Papa che mi ha voluto offrire sia da parte di quest’assemblea della carità che della Commissione Episcopale di Pastorale Sociale da Lei presieduta e che non smette di stimolare questa grande semina di opere di bene in tutto il Portogallo. Consapevoli, come Chiesa, di non essere in grado d’offrire soluzioni pratiche ad ogni problema concreto, ma sprovvisti di qualsiasi tipo di potere, determinati a servire il bene comune, siate pronti ad aiutare e ad offrire i mezzi di salvezza a tutti.

    Cari fratelli e sorelle che operate nel vasto mondo della carità, «Cristo ci rivela che "Dio è amore" (1 Gv 4,8) e insieme ci insegna che la legge fondamentale della perfezione umana e quindi anche della trasformazione del mondo è il nuovo comandamento dell’amore. Dunque coloro che credono nella carità divina sono da Lui resi certi che la strada della carità è aperta a tutti gli uomini» (Cost. Gaudium et spes, 38). L’attuale scenario della storia è di crisi socio-economica, culturale e spirituale, e pone in evidenza l’opportunità di un discernimento orientato dalla proposta creativa del messaggio sociale della Chiesa. Lo studio della sua dottrina sociale, che assume come principale forza e principio la carità, permetterà di tracciare un processo di sviluppo umano integrale che coinvolga le profondità del cuore e raggiunga una più ampia umanizzazione della società (cfr Benedetto XVI, Enc. Caritas in veritate, 20). Non si tratta di semplice conoscenza intellettuale, ma di una saggezza che dia sapore e condimento, offra creatività alle vie conoscitive ed operative tese ad affrontare una così ampia e complessa crisi. Possano le istituzioni della Chiesa, insieme a tutte le organizzazioni non ecclesiali, perfezionare le loro capacità di conoscenza e le direttive in vista di una nuova e grandiosa dinamica, che conduca verso «quella civiltà dell’amore, il cui seme Dio ha posto in ogni popolo, in ogni cultura» (ibid., 33).

    Nella sua dimensione sociale e politica, questa diaconia della carità è propria dei fedeli laici, chiamati a promuovere organicamente il bene comune, la giustizia e a configurare rettamente la vita sociale (cfr Benedetto XVI, Enc. Deus caritas est, 29). Una delle conclusioni pastorali, emerse nel corso di vostre recenti riflessioni, è di formare una nuova generazione di leader servitori. L’attrarre nuovi operatori laici per questo campo pastorale meriterà sicuramente una particolare premura dei pastori, attenti al futuro. Chi impara da Dio Amore sarà inevitabilmente una persona per gli altri. In effetti, «l’amore di Dio si rivela nella responsabilità per l’altro» (Benedetto XVI, Enc. Spe salvi, 28). Uniti a Cristo nella sua consacrazione al Padre, siamo afferrati dalla sua compassione per le moltitudini che chiedono giustizia e solidarietà e, come il buon samaritano della parabola, ci impegniamo ad offrire risposte concrete e generose.

    Spesso, però, non è facile arrivare ad una sintesi soddisfacente tra la vita spirituale e l’attività apostolica. La pressione esercitata dalla cultura dominante, che presenta con insistenza uno stile di vita fondato sulla legge del più forte, sul guadagno facile e allettante, finisce per influire sul nostro modo di pensare, sui nostri progetti e sulle prospettive del nostro servizio, con il rischio di svuotarli di quella motivazione della fede e della speranza cristiana che li aveva suscitati. Le numerose e pressanti richieste di aiuto e sostegno che ci rivolgono i poveri e i marginalizzati della società ci spingono a cercare soluzioni che rispondano alla logica dell’efficienza, dell’effetto visibile e della pubblicità. Tuttavia, la menzionata sintesi è assolutamente necessaria, amati fratelli, per poter servire Cristo nell’umanità che vi attende. In questo mondo diviso, si impone a tutti una profonda e autentica unità di cuore, di spirito e di azione.

    Tra tante istituzioni sociali al servizio del bene comune, vicine alle popolazioni bisognose, si contano quelle della Chiesa cattolica. Bisogna che sia chiaro il loro orientamento, perché assumano un’identità ben evidente: nell’ispirazione dei loro obiettivi, nella scelta delle loro risorse umane, nei metodi di attuazione, nella qualità dei loro servizi, nella seria ed efficace gestione dei mezzi. La ferma identità delle istituzioni è un reale servizio, di grande giovamento per coloro che ne beneficiano. Oltre l’identità e ad essa collegata, è un passo fondamentale concedere all’attività caritativa cristiana autonomia e indipendenza dalla politica e dalle ideologie (cfr Benedetto XVI, Enc. Deus caritas est, 31 b), anche se in collaborazione con gli organi dello Stato per raggiungere scopi comuni.

    Le vostre attività assistenziali, educative o caritative siano completate da progetti di libertà che promuovano l’essere umano, nella ricerca della fraternità universale. Si colloca qui l’urgente impegno dei cristiani nella difesa dei diritti umani, attenti alla totalità della persona umana nelle sue diverse dimensioni. Esprimo profondo apprezzamento a tutte quelle iniziative sociali e pastorali che cercano di lottare contro i meccanismi socio-economici e culturali che portano all’aborto e che hanno ben presenti la difesa della vita e la riconciliazione e la guarigione delle persone ferite dal dramma dell’aborto. Le iniziative che hanno lo scopo di tutelare i valori essenziali e primari della vita, dal suo concepimento, e della famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile tra un uomo e una donna, aiutano a rispondere ad alcune delle più insidiose e pericolose sfide che oggi si pongono al bene comune. Tali iniziative costituiscono, insieme a tante altre forme d’impegno, elementi essenziali per la costruzione della civiltà dell’amore.

    Tutto ciò ben si integra con il messaggio della Madonna che risuona in questo luogo: la penitenza, la preghiera, il perdono che mirano alla conversione dei cuori. Questa è la via per edificare detta civiltà dell’amore, i cui semi Dio ha gettato nel cuore di ogni uomo e che la fede in Cristo Salvatore fa germinare. Grazie!

    [00688-01.01] [Testo originale: Portoghese]

    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  2. #42
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    VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI IN PORTOGALLO NEL 10° ANNIVERSARIO DELLA BEATIFICAZIONE DI GIACINTA E FRANCESCO, PASTORELLI DI FÁTIMA (11 - 14 MAGGIO 2010) (XIV) , 13.05.2010

    INCONTRO CON I VESCOVI DEL PORTOGALLO ALLA CASA "NOSSA SENHORA DO CARMO" DI FÁTIMA


    Alle ore 18.45 il Santo Padre Benedetto XVI incontra i Vescovi del Portogallo nella Casa "Nossa Senhora do Carmo" di Fátima.
    Nel corso dell’incontro, dopo il saluto del Vescovo di Braga e Presidente della Conferenza Episcopale del Portogallo, S.E. Mons. Jorge Ferreira da Costa Ortiga, il Papa pronuncia il discorso che pubblichiamo di seguito:

    DISCORSO DEL SANTO PADRE

    TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA

    Venerati e cari Fratelli nell’Episcopato,

    Rendo grazie a Dio per l’occasione che mi offre di incontrarvi tutti qui nel cuore spirituale del Portogallo, che è il Santuario di Fatima, dove moltitudini di pellegrini provenienti dai luoghi più vari della terra, cercano di ritrovare o di rafforzare in sé stessi le certezze del Cielo. Tra loro è venuto da Roma il Successore di Pietro, accogliendo i ripetuti inviti ricevuti e mosso da un debito di riconoscenza verso la Vergine Maria, la quale proprio qui ha trasmesso ai suoi veggenti e pellegrini un intenso amore per il Santo Padre che fruttifica in una vigorosa schiera orante con Gesù alla guida: Pietro, «io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22, 32).

    Come vedete, il Papa ha bisogno di aprirsi sempre di più al mistero della Croce, abbracciandola quale unica speranza e ultima via per guadagnare e radunare nel Crocifisso tutti i suoi fratelli e sorelle in umanità. Obbedendo alla Parola di Dio, egli è chiamato a vivere non per sé stesso ma per la presenza di Dio nel mondo. Mi è di conforto la determinazione con cui anche voi mi seguite da vicino senza temere null’altro che la perdita della salvezza eterna del vostro popolo, come bene dimostrano le parole con cui Mons. Jorge Ortiga ha voluto salutare il mio arrivo in mezzo a voi e testimoniare l’incondizionata fedeltà dei Vescovi del Portogallo al Successore di Pietro. Di cuore vi ringrazio. Grazie inoltre per tutta la premura che avete avuto nell’organizzazione di questa mia Visita. Dio vi ricompensi, riversando in abbondanza su di voi e sulle vostre diocesi lo Spirito Santo, affinché possiate, in un cuor solo e un’anima sola, portare a termine l’impegno pastorale che vi siete proposti, quello, cioè, di offrire ad ogni fedele un’iniziazione cristiana esigente e affascinante, che comunichi l’integrità della fede e della spiritualità, radicata nel Vangelo e formatrice di operatori liberi in mezzo alla vita pubblica.

    In verità, i tempi nei quali viviamo esigono un nuovo vigore missionario dei cristiani, chiamati a formare un laicato maturo, identificato con la Chiesa, solidale con la complessa trasformazione del mondo. C’è bisogno di autentici testimoni di Gesù Cristo, soprattutto in quegli ambienti umani dove il silenzio della fede è più ampio e profondo: i politici, gli intellettuali, i professionisti della comunicazione che professano e promuovono una proposta monoculturale, con disdegno per la dimensione religiosa e contemplativa della vita. In tali ambiti non mancano credenti che si vergognano e che danno una mano al secolarismo, costruttore di barriere all’ispirazione cristiana. Nel frattempo, amati Fratelli, quanti difendono in tali ambienti, con coraggio, un vigoroso pensiero cattolico, fedele al Magistero, continuino a ricevere il vostro stimolo e la vostra parola illuminante, per vivere, da fedeli laici, la libertà cristiana.

    Mantenete viva la dimensione profetica, senza bavagli, nello scenario del mondo attuale, perché «la parola di Dio non è incatenata!» (2Tm 2,9). Le persone invocano la Buona Novella di Gesù Cristo, che dona senso alle loro vite e salvaguarda la loro dignità. In qualità di primi evangelizzatori, vi sarà utile conoscere e comprendere i diversi fattori sociali e culturali, valutare le carenze spirituali e programmare efficacemente le risorse pastorali; decisivo, però, è riuscire ad inculcare in ogni agente evangelizzatore un vero ardore di santità, consapevoli che il risultato deriva soprattutto dall’unione con Cristo e dall’azione del suo Spirito.

    Infatti, quando, nel sentire di molti, la fede cattolica non è più patrimonio comune della società e, spesso, si vede come un seme insidiato e offuscato da «divinità» e signori di questo mondo, molto difficilmente essa potrà toccare i cuori mediante semplici discorsi o richiami morali e meno ancora attraverso generici richiami ai valori cristiani. Il richiamo coraggioso e integrale ai principi è essenziale e indispensabile; tuttavia il semplice enunciato del messaggio non arriva fino in fondo al cuore della persona, non tocca la sua libertà, non cambia la vita. Ciò che affascina è soprattutto l’incontro con persone credenti che, mediante la loro fede, attirano verso la grazia di Cristo, rendendo testimonianza di Lui. Mi vengono in mente queste parole del Papa Giovanni Paolo II: «La Chiesa ha bisogno soprattutto di grandi correnti, movimenti e testimonianze di santità fra i "christifideles" perché è dalla santità che nasce ogni autentico rinnovamento della Chiesa, ogni arricchimento dell’intelligenza della fede e della sequela cristiana, una ri-attualizzazione vitale e feconda del cristianesimo nell’incontro con i bisogni degli uomini, una rinnovata forma di presenza nel cuore dell’esistenza umana e della cultura delle nazioni»(Discorso per il XX della promulgazione del Decreto conciliare «Apostolicam actuositatem», 18 novembre 1985). Qualcuno potrebbe dire: «la Chiesa ha bisogno di grandi correnti, movimenti e testimonianze di santità…, ma non ci sono!».

    A questo proposito, vi confesso la piacevole sorpresa che ho avuto nel prendere contatto con i movimenti e le nuove comunità ecclesiali. Osservandoli, ho avuto la gioia e la grazia di vedere come, in un momento di fatica della Chiesa, in un momento in cui si parlava di «inverno della Chiesa», lo Spirito Santo creava una nuova primavera, facendo svegliare nei giovani e negli adulti la gioia di essere cristiani, di vivere nella Chiesa, che è il Corpo vivo di Cristo. Grazie ai carismi, la radicalità del Vangelo, il contenuto oggettivo della fede, il flusso vivo della sua tradizione vengono comunicati in modo persuasivo e sono accolti come esperienza personale, come adesione della libertà all’evento presente di Cristo.

    Condizione necessaria, naturalmente, è che queste nuove realtà vogliano vivere nella Chiesa comune, pur con spazi in qualche modo riservati per la loro vita, così che questa diventi poi feconda per tutti gli altri. I portatori di un carisma particolare devono sentirsi fondamentalmente responsabili della comunione, della fede comune della Chiesa e devono sottomettersi alla guida dei Pastori. Sono questi che devono garantire l’ecclesialità dei movimenti. I Pastori non sono soltanto persone che occupano una carica, ma essi stessi sono portatori di carismi, sono responsabili per l’apertura della Chiesa all’azione dello Spirito Santo. Noi, Vescovi, nel sacramento, siamo unti dallo Spirito Santo e quindi il sacramento ci garantisce anche l’apertura ai suoi doni. Così, da una parte, dobbiamo sentire la responsabilità di accogliere questi impulsi che sono doni per la Chiesa e le conferiscono nuova vitalità, ma, dall’altra, dobbiamo anche aiutare i movimenti a trovare la strada giusta, facendo delle correzioni con comprensione – quella comprensione spirituale e umana che sa unire guida, riconoscenza e una certa apertura e disponibilità ad accettare di imparare.

    Iniziate o confermate proprio in questo i presbiteri. Nell’Anno sacerdotale che volge al termine, riscoprite, amati Fratelli, la paternità episcopale soprattutto verso il vostro clero. Per troppo tempo si è relegata in secondo piano la responsabilità dell’autorità come servizio alla crescita degli altri, e, prima di tutti, dei sacerdoti. Questi sono chiamati a servire, nel loro ministero pastorale, integrati in un’azione pastorale di comunione o di insieme, come ci ricorda il Decreto conciliare Presbyterorum ordinis: «Nessun presbitero è quindi in condizione di realizzare a fondo la propria missione se agisce da solo e per proprio conto, senza unire le proprie forze a quelle degli altri presbiteri, sotto la guida di coloro che governano la Chiesa» (n. 7). Non si tratta di ritornare al passato, né di un semplice ritorno alle origini, ma di un ricupero del fervore delle origini, della gioia dell’inizio dell’esperienza cristiana, facendosi accompagnare da Cristo come i discepoli di Emmaus nel giorno di Pasqua, lasciando che la sua parola ci riscaldi il cuore, che il «pane spezzato» apra i nostri occhi alla contemplazione del suo volto. Soltanto così il fuoco della carità sarà ardente abbastanza da spingere ogni fedele cristiano a diventare dispensatore di luce e di vita nella Chiesa e tra gli uomini.

    Prima di concludere, vorrei chiedervi, nella vostra qualità di presidenti e ministri della carità nella Chiesa, di rinvigorire in voi stessi e intorno a voi i sentimenti di misericordia e di compassione per essere in grado di rispondere alle situazioni di gravi carenze sociali. Si costituiscano organizzazioni e si perfezionino quelle già esistenti, perché siano in grado di rispondere con creatività ad ogni povertà, includendo quelle della mancanza di senso della vita e dell’assenza di speranza. È molto lodevole lo sforzo che fate per aiutare le diocesi più bisognose, soprattutto dei Paesi lusofoni. Le difficoltà, che adesso si fanno sentire di più, non vi facciano indebolire nella logica del dono. Continui ben viva, nel Paese, la vostra testimonianza di profeti della giustizia e della pace, difensori dei diritti inalienabili della persona, unendo la vostra voce a quella dei più deboli, che avete saggiamente motivato a possedere voce propria, senza temere mai di alzare la voce in favore degli oppressi, degli umiliati e dei maltrattati.

    Mentre vi affido alla Madonna di Fatima, chiedendole di sostenervi maternamente nelle sfide in cui siete impegnati, perché siate promotori di una cultura e di una spiritualità di carità e di pace, di speranza e di giustizia, di fede e di servizio, di cuore vi imparto la mia Benedizione Apostolica, estendendola ai vostri familiari e alle comunità diocesane.

    [00689-01.01] [Testo originale: Portoghese]

    Al termine, il Papa saluta individualmente i Vescovi ed i membri del Comitato organizzativo ecclesiastico della Visita papale. Quindi rientra alla Casa "Nossa Senhora do Carmo" di Fátima dove cena in privato.

    [B0310-XX.01]

    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  3. #43
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    SANTA MESSA NEL PIAZZALE DELL’AVENIDA DOS ALIADOS, A PORTO


    Alle ore 8.00 di questa mattina, il Santo Padre Benedetto XVI lascia la Casa "Nossa Senhora do Carmo" di Fátima e si reca all’eliporto dove alle ore 8.30 si imbarca su un elicottero che lo conduce a Porto. Al Suo arrivo all’eliporto della caserma di Serra do Pilar, previsto per le ore 9.30, il Papa è accolto dal Vescovo di Porto, S.E. Mons. Manuel José Macário do Nascimento Clemente, dal Comandante della caserma, dal Sindaco di Gaia, dal Cappellano e dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito portoghese. Il Santo Padre si trasferisce poi in auto all’Avenida dos Aliados di Porto nel cui piazzale, alle ore 10.15, celebra la Santa Messa.

    Nel corso della Celebrazione Eucaristica, introdotta dal saluto del Vescovo di Porto, S.E. Mons. Manuel J. Macário do Nascimento Clemente, dopo la proclamazione del Santo Vangelo, il Papa pronuncia l’omelia che riportiamo di seguito:

    OMELIA DEL SANTO PADRE

    TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA

    Cari Fratelli e Sorelle,

    «Sta scritto […] nel libro dei Salmi: […] il suo incarico lo prenda un altro. Bisogna dunque che […] uno divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione» (At 1, 20-22). Così disse Pietro, leggendo ed interpretando la parola di Dio in mezzo ai suoi fratelli, radunati nel Cenacolo dopo l’Ascensione di Gesù al Cielo. Fu scelto Mattia, che era stato testimone della vita pubblica di Gesù e del suo trionfo sulla morte, restandogli fedele sino alla fine, nonostante l’abbandono di molti. La «sproporzione» tra le forze in campo che oggi ci spaventa, già duemila anni fa stupiva coloro che vedevano e ascoltavano Cristo. C’era soltanto Lui, dalle sponde del Lago di Galilea fino alle piazze di Gerusalemme, solo o quasi solo nei momenti decisivi: Lui in unione con il Padre, Lui nella forza dello Spirito. Eppure è avvenuto che, alla fine, dallo stesso amore che ha creato il mondo, la novità del Regno è spuntata come piccolo seme che germina dalla terra, come scintilla di luce che irrompe nelle tenebre, come alba di un giorno senza tramonto: È Cristo risorto. Ed è apparso ai suoi amici, mostrando loro la necessità della croce per giungere alla risurrezione.

    Un testimone di tutto ciò cercava Pietro in quel giorno. Presentati due, il Cielo ha designato «Mattia, che fu associato agli undici apostoli» (At 1,26). Oggi celebriamo la sua gloriosa memoria in questa «Città Invitta», che si è rivestita di festa per accogliere il Successore di Pietro. Rendo grazie a Dio per avermi portato in mezzo a voi, incontrandovi attorno all’altare. Il mio cordiale saluto va a voi, fratelli e amici della città e diocesi di Porto, a quelli che sono venuti dalla provincia ecclesiastica del nord di Portogallo e anche dalla vicina Spagna, e a quanti altri sono in comunione fisica o spirituale con questa nostra assemblea liturgica. Saluto il Vescovo di Porto, Mons. Manuel Clemente, che ha desiderato con grande sollecitudine la mia visita, che mi ha accolto con grande affetto e si è fatto interprete dei vostri sentimenti all’inizio di quest’Eucaristia. Saluto i suoi Predecessori e gli altri Fratelli nell’Episcopato, i sacerdoti, i consacrati e le consacrate, e i fedeli laici, con un pensiero particolare verso quanti sono coinvolti nel dare dinamicità alla Missione diocesana e, più in concreto, nella preparazione di questa mia Visita. So che essa ha potuto contare sull’effettiva collaborazione del Sindaco di Porto e di altre Autorità pubbliche, molte delle quali mi onorano con la loro presenza; approfitto di questo momento per salutarle e augurare ad esse, e a quanti rappresentano e servono, i migliori successi per il bene di tutti.

    «Bisogna che uno divenga testimone, insieme a noi, della risurrezione», diceva Pietro. E il suo attuale Successore ripete a ciascuno di voi: Miei fratelli e sorelle, bisogna che diventiate con me testimoni della risurrezione di Gesù. In effetti, se non sarete voi i suoi testimoni nel vostro ambiente, chi lo sarà al vostro posto? Il cristiano è, nella Chiesa e con la Chiesa, un missionario di Cristo inviato nel mondo. Questa è la missione improrogabile di ogni comunità ecclesiale: ricevere da Dio e offrire al mondo Cristo risorto, affinché ogni situazione di indebolimento e di morte sia trasformata, mediante lo Spirito Santo, in occasione di crescita e di vita. A tale scopo, in ogni celebrazione eucaristica, ascolteremo più attentamente la Parola di Cristo e gusteremo assiduamente il Pane della sua presenza. Ciò farà di noi testimoni e, più ancora, portatori di Gesù risorto nel mondo, recandolo ai diversi settori della società e a quanti in essi vivono e lavorano, diffondendo quella «vita in abbondanza» (cfr Gv 10,10) che Egli ci ha guadagnato con la sua croce e risurrezione e che sazia i più legittimi aneliti del cuore umano.

    Nulla imponiamo, ma sempre proponiamo, come Pietro ci raccomanda in una delle sue lettere: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15). E tutti, alla fine, ce la domandano, anche coloro che sembrano non domandarla. Per esperienza personale e comune, sappiamo bene che è Gesù colui che tutti attendono. Infatti le più profonde attese del mondo e le grandi certezze del Vangelo si incrociano nell’irrecusabile missione che ci compete, poiché «senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia. Di fronte agli enormi problemi dello sviluppo dei popoli che quasi ci spingono allo sconforto e alla resa, ci viene in aiuto la parola del Signore Gesù Cristo che ci fa consapevoli: "Senza di me non potete far nulla" (Gv 15,5), e c’incoraggia: "Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28,20)» (Benedetto XVI, Enc. Caritas in veritate, 78).

    Tuttavia, se questa certezza ci consola e ci tranquillizza, non ci esime dall’andare incontro agli altri. Dobbiamo vincere la tentazione di limitarci a ciò che ancora abbiamo, o riteniamo di avere, di nostro e di sicuro: sarebbe un morire a termine, in quanto presenza di Chiesa nel mondo, la quale, d’altronde, può soltanto essere missionaria nel movimento diffusivo dello Spirito. Sin dalle sue origini, il popolo cristiano ha avvertito con chiarezza l’importanza di comunicare la Buona Novella di Gesù a quanti non lo conoscevano ancora. In questi ultimi anni, è cambiato il quadro antropologico, culturale, sociale e religioso dell’umanità; oggi la Chiesa è chiamata ad affrontare nuove sfide ed è pronta a dialogare con culture e religioni diverse, cercando di costruire insieme ad ogni persona di buona volontà la pacifica convivenza dei popoli. Il campo della missione ad gentes si presenta oggi notevolmente ampliato e non definibile soltanto in base a considerazioni geografiche; in effetti ci attendono non soltanto i popoli non cristiani e le terre lontane, ma anche gli ambiti socio-culturali e soprattutto i cuori che sono i veri destinatari dell’azione missionaria del popolo di Dio.

    Si tratta di un mandato il cui fedele compimento «deve procedere per la stessa strada seguita da Cristo, la strada, cioè, della povertà, dell’obbedienza, del servizio e dell’immolazione di se stesso fino alla morte, da cui uscì vincitore con la sua risurrezione» (Decr. Ad gentes, 5). Sì! Siamo chiamati a servire l’umanità del nostro tempo, confidando unicamente in Gesù, lasciandoci illuminare dalla sua Parola: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16). Quanto tempo perduto, quanto lavoro rimandato, per inavvertenza su questo punto! Tutto si definisce a partire da Cristo, quanto all’origine e all’efficacia della missione: la missione la riceviamo sempre da Cristo, che ci ha fatto conoscere ciò che ha udito dal Padre suo, e siamo investiti in essa per mezzo dello Spirito, nella Chiesa. Come la Chiesa stessa, opera di Cristo e del suo Spirito, si tratta di rinnovare la faccia della terra partendo da Dio, sempre e solo da Dio!

    Cari fratelli e amici di Porto, alzate gli occhi verso Colei che avete scelto come patrona della città, l’Immacolata Concezione. L’Angelo dell’annunciazione ha salutato Maria come «piena di grazia», significando con quest’espressione che il suo cuore e la sua vita erano totalmente aperti a Dio e, perciò, completamente invasi dalla sua grazia. Che Ella vi aiuti a fare di voi stessi un «sì» libero e pieno alla grazia di Dio, affinché possiate essere rinnovati e rinnovare l’umanità attraverso la luce e la gioia dello Spirito Santo.

    [00690-01.01] [Testo originale: Portoghese]


    SALUTO AI FEDELI DI PORTO AL TERMINE DELLA SANTA MESSA

    Conclusa la Celebrazione Eucaristica, il Papa si affaccia al balcone del palazzo del Municipio di Porto per salutare i fedeli presenti nell’Avenida dos Aliados.
    Pubblichiamo di seguito le parole di saluto del Santo Padre:

    SALUTO DEL SANTO PADRE

    TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA

    Cari Fratelli e Amici,

    Sono felice di trovarmi in mezzo a voi e vi ringrazio per la festosa e cordiale accoglienza che mi avete riservata nella città di Porto, la «Città della Vergine». Alla sua materna protezione affido le vostre vite e famiglie, le vostre comunità e strutture al servizio del bene comune, in particolare le università di questa città i cui studenti si sono dati appuntamento qui e mi hanno manifestato la loro gratitudine e la loro adesione al magistero del Successore di Pietro. Grazie per la presenza e per la testimonianza della vostra fede. Voglio ancora una volta ringraziare tutti quelli che hanno collaborato, in diverse maniere, alla preparazione e alla realizzazione di questa mia visita, per la quale vi siete preparati soprattutto con la preghiera. Volentieri avrei accettato l’invito a prolungare la mia permanenza nella vostra città, ma non mi è possibile. Permettetemi, dunque, di partire, abbracciandovi tutti affettuosamente in Cristo, nostra Speranza, mentre vi benedico nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

    [00691-01.01] [Testo originale: Portoghese]

    Rientrato nel Municipio di Porto, il Santo Padre firma il Libro d’oro.
    Quindi si trasferisce in auto all’aeroporto internazionale di Porto ove ha luogo la Cerimonia di congedo dal Portogallo.


    [B0311-XX.01]

    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  4. #44
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    Qualche foto del viaggio Apostolico del Santo Padre in Portogallo

    dal sito dell' OPUS DEI



















    le altre immagini:

    http://www.opusdei.it/art.php?p=38744

    http://www.opusdei.it/art.php?p=38777

    Ultima modifica di camilloborghese; 14-05-2010 alle 16:24
    Ubi caritas et amor, Deus ibi est.

  5. #45
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    VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI IN PORTOGALLO NEL 10° ANNIVERSARIO DELLA BEATIFICAZIONE DI GIACINTA E FRANCESCO, PASTORELLI DI FÁTIMA (11 - 14 MAGGIO 2010) (XVI) , 14.05.2010

    CERIMONIA DI CONGEDO ALL’AEROPORTO INTERNAZIONALE DI PORTO


    Alle ore 13.30, all’aeroporto internazionale di Porto, ha luogo la Cerimonia di congedo. Dopo gli onori militari e l’esecuzione degli inni e prima del discorso del Presidente della Repubblica del Portogallo, S.E. il Sig. Aníbal Cavaco Silva, il Santo Padre Benedetto XVI pronuncia il discorso che pubblichiamo di seguito:

    DISCORSO DEL SANTO PADRE

    TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA

    Signor Presidente della Repubblica,

    Illustri Autorità,

    Amati Fratelli nell’Episcopato

    Cari amici,

    Al termine della mia visita, rivive nel mio spirito la densità di tanti momenti vissuti in questo pellegrinaggio in Portogallo. Custodita nell’anima porto la cordialità della vostra affettuosa accoglienza, la forma tanto calorosa e spontanea con la quale si sono cementati i vincoli di comunione con i gruppi che ho potuto contattare, l’impegno che ha significato la preparazione e la realizzazione del programma pastorale.

    In questo momento di congedo, esprimo a tutti la mia sincera gratitudine: al Signor Presidente della Repubblica, che mi ha onorato con la sua presenza da quando sono arrivato qui, ai miei fratelli Vescovi con i quali ho rinnovato la profonda unione nel servizio del Regno di Cristo, al Governo e a tutte le autorità civili e militari, che si sono prodigate con visibile dedizione lungo l’intero viaggio. Vi auguro ogni bene! I mezzi di comunicazione sociale mi hanno permesso di arrivare a molte persone, alle quali non era possibile vedermi da vicino. Anche a loro mi sento molto grato.

    A tutti i portoghesi, cattolici o no, agli uomini e alle donne che vivono qui, anche se non sono nati qui, va il mio saluto nel momento di congedarmi da voi. Non cessi di crescere tra voi la concordia, che è essenziale per una salda coesione, via necessaria per affrontare con responsabilità comune le sfide che vi stanno dinnanzi. Continui questa gloriosa Nazione a manifestare la grandezza d’animo, il profondo senso di Dio, l’apertura solidale, retta da principi e valori impregnati di umanesimo cristiano. A Fatima, ho pregato per il mondo intero chiedendo che il futuro porti maggiore fraternità e solidarietà, un maggiore rispetto reciproco e una rinnovata fiducia e confidenza in Dio, nostro Padre che è nei cieli.

    È stata per me una gioia essere testimone della fede e della devozione della comunità ecclesiale portoghese. Ho potuto vedere l’entusiasmo dei bambini e dei giovani, la fedele adesione dei presbiteri, dei diaconi e dei religiosi, la dedizione pastorale dei Vescovi, la voglia di ricercare la verità e la bellezza evidente nel mondo della cultura, la creatività degli operatori della pastorale sociale, il vibrare della fede dei fedeli nelle diocesi che ho visitato. Il mio desiderio è che la mia visita divenga incentivo per un rinnovato ardore spirituale e apostolico. Che il Vangelo venga accolto nella sua integralità e testimoniato con passione da ogni discepolo di Cristo, affinché esso si riveli come lievito di autentico rinnovamento dell’intera società!

    Scenda sul Portogallo e su tutti i suoi figli e le sue figlie la mia Benedizione Apostolica, portatrice di speranza, di pace e di coraggio, che imploro da Dio per l’intercessione di Nostra Signora di Fatima, alla quale vi rivolgete con tanta fiducia e saldo amore. Continuiamo a camminare nella speranza! Addio!

    [00692-01.01] [Testo originale: Portoghese]


    TELEGRAMMA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DEL PORTOGALLO

    Conclusa con il saluto alle Autorità presenti la cerimonia di congedo all’aeroporto internazionale di Porto, il Santo Padre Benedetto XVI sale a bordo dell’aereo - un A320 della TAP - che decolla alle ore 14.00 locali alla volta di Roma.

    Nell’atto di lasciare il territorio portoghese, il Papa fa pervenire al Presidente della Repubblica del Portogallo, Sig. Aníbal Cavaco Silva, il seguente messaggio telegrafico:

    EXCELENTÍSSIMO SENHOR ANÍBAL CAVACO SILVA
    PRESIDENTE DA REPUBLICA PORTUGUESA
    LISBOA

    AO DEIXAR ESPAÇO PORTUGUÊS VENHO RENOVAR-LHE MINHA DEFERENTE SAUDAÇÃO E CORDIAL GRATIDÃO PELO ACOLHIMENTO FIDALGO QUE ME RESERVOU E PELA SOLICITUDE DO GOVERNO EM ASSEGURAR TRANQUILA REALIZAÇÃO DESTA MINHA VISITA A PORTUGAL COM PONTO MAIS ALTO EM FÁTIMA ONDE PUDE AJOELHAR AOS PÉS DE NOSSA SENHORA DEPONDO NO SEU CORAÇÃO MATERNO AFLIÇÕES E ESPERANÇAS DA FAMÍLIA HUMANA INTEIRA E DE MODO ESPECIAL DO DILECTO POVO PORTUGUÊS SOBRE CUJO PRESENTE E FUTURO INVOCO A LUZ PROTECTORA DE DEUS COM PROPICIADORA BENÇÃO APOSTÓLICA

    BENEDICTUS PP XVI

    [00693-06.01] [Texto original: Português]

    [B0314-XX.01]

    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  6. #46
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    VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI IN PORTOGALLO NEL 10° ANNIVERSARIO DELLA BEATIFICAZIONE DI GIACINTA E FRANCESCO, PASTORELLI DI FÁTIMA (11 - 14 MAGGIO 2010) (XVII) , 14.05.2010

    TELEGRAMMI A CAPI DI STATO


    L’aereo con a bordo il Santo Padre, di ritorno dal Viaggio Apostolico in Portogallo, decolla dall’aeroporto di Porto alle ore 14 locali (le 15 ora di Roma).

    Nel viaggio di ritorno verso Roma, sorvolando gli spazi aerei di Spagna e Francia, e rientrando infine in Italia, il Santo Padre fa pervenire ai rispettivi Capi di Stato i seguenti messaggi telegrafici:

    A SU MAJESTAD JUAN CARLOS I REY DE ESPAÑA
    PALACIO DE LA ZARZUELA
    MADRID

    DE REGRESO A ROMA TRAS VISITAR PORTUGAL DONDE HE TENIDO LA ALEGRÍA DE ENCONTRAR TAMBIÉN NUMEROSOS CIUDADANOS ESPAÑOLES VUELVO A PASAR POR LOS CIELOS DE ESPAÑA Y DESEO RENOVAR MI DEFERENTE SALUDO A VUESTRA MAJESTAD Y A LA REINA ASÍ COMO MIS MEJORES DESEOS PARA TODOS LOS HIJOS E HIJAS DE ESA NOBLE NACIÓN A LOS QUE BENDIGO DE CORAZÓN

    BENEDICTUS PP. XVI

    [00694-04.01] [Texto original: Español]



    SON EXCELLENCE MONSIEUR NICOLAS SARKOZY
    PRÉSIDENT DE LA RÉPUBLIQUE FRANÇAISE
    PARIS

    SURVOLANT LE TERRITOIRE DE LA RÉPUBLIQUE FRANÇAISE AU RETOUR DE MON VOYAGE APOSTOLIQUE AU PORTUGAL JE DÉSIRE SALUER DE NOUVEAU VOTRE EXCELLENCE ET L’ENSEMBLE DU PEUPLE FRANÇAIS(.) QUE DIEU ACCORDE À LA NATION PROSPÉRITÉ HUMAINE ET SPIRITUELLE ET LA COMBLE DE SES BÉNÉDICTIONS

    BENEDICTUS PP. XVI

    [00695-03.01] [Texte original: Français]



    A SUA ECCELLENZA
    ON. GIORGIO NAPOLITANO
    PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA
    PALAZZO DEL QUIRINALE
    00187 ROMA

    AL RIENTRO DAL VIAGGIO APOSTOLICO IN PORTOGALLO DOVE HO POTUTO INCONTRARE NUMEROSI FEDELI E FAMIGLIE PROVENIENTI DA VARI PAESI TRA CUI UNA RAPPRESENTANZA DELLA CARA COMUNITÀ ECCLESIALE ITALIANA ESPRIMO A LEI SIGNOR PRESIDENTE IL MIO CORDIALE SALUTO ED ASSICURO UNA SPECIALE PREGHIERA PER LA DILETTA ITALIA SULLA QUALE INVOCO LA BENEDIZIONE DI DIO

    BENEDICTUS PP. XVI

    [00696-01.01] [Testo originale: Italiano]


    IL RIENTRO A ROMA

    L’aereo con a bordo il Santo Padre che ritorna dal Portogallo al termine del Suo Viaggio Apostolico, atterra all’aeroporto di Ciampino (Roma) alle ore 18.00. Subito dopo il Papa rientra in Vaticano.

    [00703-01.01]

    [B0315-XX.01]

    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  7. #47
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    16/05/2010 14.05.27
    Il rettore del Santuario di Fatima: dal viaggio di Benedetto XVI in Portogallo un messaggio di speranza per tutti i fedeli



    Un viaggio apostolico all’insegna della gioia di essere cristiani. Così il rettore del Santuario di Fatima, padre Virgílio do Nascimento Antunes, sintetizza il significato della visita pastorale del Papa in Portogallo, conclusasi venerdì scorso. Al microfono di Eugenio Bonanata, padre Antunes ripercorre i momenti forti di questo viaggio di Benedetto XVI, in particolare a Fatima:

    R. – E’ stata veramente un’opportunità eccellente per il contatto con Dio, per la gioia di essere cristiani, per il senso della comunione con tutta la Chiesa, per riconoscere nella persona del Santo Padre il pastore universale. Posso dire che sono stati veramente dei giorni di festa, di grande gioia per tutti i pellegrini di Fatima.


    D. – Che ricordo, che immagine le rimane della visita papale?


    R. – Quello dell’arrivo del Santo Padre alla Cappella delle Apparizioni, che è il cuore del Santuario di Fatima, dove vanno tutti i pellegrini quando arrivano a Fatima. Il Papa arriva, s’inginocchia davanti alla statua della Madonna: è un gesto tipico tra i pellegrini di Fatima e soprattutto tra i portoghesi. Per questo si sentiva che il Papa era un pellegrino come tutti gli altri nella sua semplicità e pure nella sua umiltà davanti alla Vergine. La sua preghiera silenziosa è stata un momento bellissimo dell’incontro con Dio. Dopo, la sera, l’inizio della processione con le candele, la benedizione delle candele, la preghiera del Rosario che il Papa conduceva, recitando la prima parte del Padre Nostro, dell’Ave Maria: lì si vedeva la Chiesa con il Santo Padre che pregava con questa fiducia, questa speranza in Maria come madre, perché le preghiere potessero arrivare a Dio. Poi, c’è la Messa del 13. Il Santo Padre veramente ci ha toccato con le sue parole ma soprattutto con il suo sorriso, con il suo modo di fare, di comunicare. La folla che era così grande, come sappiamo, era intensamente partecipe e sembrava creasse nel suo cuore un amore e una devozione così grandi per il Santo Padre che appartengono anche al messaggio di Fatima.


    D. – “La missione profetica di Fatima non si è conclusa”: come ha letto lei questa affermazione di Benedetto XVI?


    R. – E’ un’affermazione molto importante e forte. Durante il Ventesimo secolo alcuni hanno pensato che con la caduta dei regimi dell’est dell’Europa, con l’attentato a Giovanni Paolo II, la caduta del muro di Berlino, con la persecuzione della Chiesa, si sarebbe compiuto tutto il messaggio di Fatima. Invece, il Papa viene a dirci di no, perché il messaggio di Fatima - a mio avviso - riguarda tutta la storia della Chiesa e del mondo con tutti i suoi problemi e questi problemi - le questioni della pace, della giustizia, anche della fede, della carità - continueranno. Per questo il messaggio di Fatima è un messaggio aperto, che ci aiuta ad interpretare la storia del nostro tempo, ad affermare l’esistenza di Dio, la necessità che l’uomo ha di Dio, della spiritualità dei valori, della conversione.


    D. – Cosa ha lasciato Benedetto XVI a Fatima?


    R. – Il Papa ha lasciato una grandissima speranza in tutti i pellegrini e non soltanto nei pellegrini di Fatima, ma in tutto il Paese. Il Portogallo era e continua ad essere in una situazione un po’ difficile dal punto di vista economico, c’è la mancanza di lavoro, alcune povertà che crescono. Il Papa ha portato veramente un messaggio che tocca un po’ tutti i cuori perché arriva a parlare di speranza, a parlare di gioia, a parlare di Dio, a parlare del futuro, a parlare delle possibilità dell’uomo, se continua a credere e ad accettare Dio nella sua vita, a parlare di pace. Veramente, il Papa con il suo messaggio, con la sua persona, ha toccato la gente e per questo la speranza dei portoghesi, dei cristiani e dei non cristiani sembra sia stata approfondita e arricchita con questo viaggio e con queste parole.


    D. – Si aspettava un’accoglienza così calorosa da parte del Portogallo?


    R. – Posso dire che ha superato moltissimo le mie aspettative perché anche a Fatima c’è stata una folla molto grande. Il Papa era visto in Portogallo come il teologo, il filosofo, che non riusciva a toccare i cuori… E’ stato tutto il contrario! Il Papa ha toccato il cuore della gente, si è avvicinato ai bambini, ai giovani, agli anziani, ha parlato ai malati. E’ un uomo così tanto umano che sembrava qualcuno della nostra famiglia, che conoscevamo già da tanto tempo e per questo è cambiato moltissimo il modo di accogliere o di riconoscere la sua personalità. Mi sembra che abbia superato in tutto le aspettative dei portoghesi.

    fonte: Radio Vaticana
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  8. #48
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    A colloquio con il cardinale Saraiva Martins sul recente viaggio del Papa

    Una rotta religiosa e sociale
    per il futuro del Portogallo


    di Nicola Gori

    Un "dono" non soltanto per la Chiesa ma per l'intero Paese, alle prese con le trasformazioni culturali provocate dalla secolarizzazione e con le difficoltà economiche e sociali legate alla crisi. Così il cardinale portoghese José Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione delle Cause dei Santi, definisce la visita che il Papa ha compiuto due settimane fa nella sua terra di origine. In questa intervista al nostro giornale il porporato ripercorre i momenti salienti del viaggio, riproponendo in particolare l'attualità del messaggio di Fátima.

    Facendo parte del seguito papale, lei ha avuto modo di partecipare direttamente a tutti gli incontri. Come ha vissuto questa esperienza?

    Ho vissuto questo viaggio con un sentimento di profonda gratitudine al Papa. La sua visita è stata importante non solo per la Chiesa, ma per tutto il Portogallo e, si può dire, per l'umanità intera. I suoi discorsi sono stati uno stimolo non esclusivamente dal punto di vista ecclesiale, ma anche sociale: infatti hanno toccato molti problemi di attualità particolarmente sentiti dai portoghesi. Sono sicuro che gli orientamenti dati dal Papa saranno un grande aiuto anche per i politici e i governanti. Faranno riflettere sull'importanza di certi valori che non sono negoziabili, ma che sono profondamente umani e di conseguenza cristiani. Ciò può essere utile per rafforzare la collaborazione tra le autorità civili e la Chiesa.

    Quali momenti le sono rimasti più impressi?

    Ricordo che mi ha commosso molto la presenza di un coro di bambini che cantavano quando il Papa è giunto all'aeroporto di Lisbona. I loro canti hanno preceduto anche gli incontri ufficiali con le autorità. Mi veniva in mente la frase del Vangelo: "Lasciate che i piccoli vengano a me". In quel momento ho avuto la sensazione di trovarmi accanto a un Papa vicino al popolo, a un pastore vicino alla sue pecorelle, in questo caso ai portoghesi.

    Lei era prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi quando sono stati beatificati i due pastorelli di Fátima. Come si è giunti a quella decisione?

    La beatificazione di Giacinta e Francesco Marto è un evento storico, perché sono stati i primi bambini non martiri a essere elevati agli onori degli altari. Prima di loro, infatti, non rientrava nella prassi della Chiesa la canonizzazione di bambini: si pensava, in considerazione della loro età, che essi non avessero la capacità di praticare in grado eroico le virtù cristiane, prima condizione per la beatificazione. Ricordo che, nel loro caso, si verificò una cosa molto interessante: arrivarono a Roma migliaia di lettere da tutto il mondo - non solo da parte di semplici fedeli ma anche da vescovi e cardinali - che chiedevano la beatificazione dei pastorelli. Questa mole di richieste ha dato vita a una riflessione all'interno della Congregazione delle Cause dei Santi. Giovanni Paolo ii ha nominato una commissione di esperti - teologi, psicologi, pedagoghi - per esaminare il problema. Dopo uno studio approfondito, si è giunti a una conclusione: i bambini sono in grado di praticare le virtù cristiane, naturalmente nel modo a loro possibile. Grazie a questa conclusione abbiamo potuto procedere alla beatificazione.

    Quali sono i tratti caratteristici della loro santità?

    Una pietà profonda, una devozione fervente alla santissima Trinità, alla Madonna e all'Eucaristia. Parlando di eroicità, risalta come ognuno di loro era disposto a dare la vita piuttosto che mentire. Furono minacciati, infatti, per costringerli a dire che le visioni erano false, ma non cedettero alle pressioni.

    Si possono fare delle previsioni per la beatificazione di suor Lucia?

    Il processo attualmente è nella fase diocesana. Come sappiamo i processi di canonizzazione hanno due fasi: una diocesana e una romana. Per quanto riguarda la prima, il Papa ha dispensato dall'attesa dei cinque anni per cominciare il processo. Sono andato personalmente al carmelo di Coimbra, dove ha vissuto suor Lucia, per annunciare il dono fatto dal Papa di anticipare di due anni l'apertura del procedimento. Durante la fase diocesana si procede alla ricerca e allo studio scrupoloso della personalità, della spiritualità e dell'eroicità nella pratica delle virtù, anche attraverso l'ascolto di testimoni. Lo studio poi passa agli storici, ai teologi e alla commissione dei cardinali membri del dicastero vaticano. I porporati devono approvare o meno le conclusioni dei teologi e degli storici. Se lo fanno, la pratica viene trasmessa al Papa che deve pronunciarsi sull'eroicità delle virtù.

    E a questo punto?

    Dopo il riconoscimento delle virtù eroiche, occorre un miracolo per la beatificazione. Si deve istruire un altro processo in loco, cioè dove è avvenuto il presunto miracolo. Poi i documenti vengono passati al vaglio dei medici, i quali devono certificare che la guarigione sia veramente inspiegabile alla luce della scienza medica attuale. È importante notare questa sottolineatura - cioè allo stato attuale delle conoscenze mediche - perché magari tra cinquant'anni, con il progresso scientifico, alcune malattie potranno essere curate. Per essere considerata un miracolo la guarigione deve essere istantanea, completa e duratura. Se i medici accertano che essa non è spiegabile scientificamente, i documenti passano ai teologi. A loro spetta il compito di accertare se c'è un nesso tra la guarigione e la preghiera di intercessione fatta a Dio tramite il candidato alla beatificazione. Solo i teologi, e non i medici, possono dunque parlare di miracolo. Le loro conclusioni passano poi all'esame e all'eventuale approvazione dei cardinali. È il Papa, infine, che ha l'ultima parola: se approva il miracolo, è tutto pronto per la beatificazione.

    Durante il volo verso il Portogallo, Benedetto XVI ha parlato della visione dei pastorelli di Fátima, spiegando che in essa "sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano". In che senso?

    L'affermazione del Papa è sacrosanta. Citando la visione del vescovo vestito di bianco, Benedetto XVI le ha dato una dimensione ecclesiale. Sappiamo bene che Giovanni Paolo ii ha visto questa profezia adempiersi in lui. Ciò è verissimo. Oltre a questo, però, si deve dare a quella visione una dimensione ecclesiale. Deve essere cioè applicata a tutta la Chiesa e alla sua sofferenza. La Chiesa per sua natura non può trovarsi in una condizione priva di sofferenza, perché deve identificarsi con Cristo. Infatti, essa non è altro che Gesù stesso incarnato in una comunità di fede, di speranza, di amore, che continua la sua missione attraverso i secoli. La Chiesa è Cristo e Cristo è la Chiesa. Quindi non può non soffrire e deve rivivere in sé quello che è capitato al corpo fisico di Cristo. La sofferenza entra nella vita normale della Chiesa. Gesù ha detto: se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi. Certe campagne che si stanno facendo contro la Chiesa sono delle persecuzioni vere e proprie. La Chiesa però sa bene che i nemici non prevarranno, perché anche per lei come per Cristo verrà la risurrezione. Direi che il Papa ha inteso la visione in questo senso. Qui si inserisce anche il tema della speranza di cui ha parlato Benedetto XVI nel suo viaggio. Guardando alla Pasqua la nostra fede diventa fede nella risurrezione.

    Come commenta l'affermazione fatta dal Pontefice sulle sofferenze che vengono proprio dall'interno della Chiesa?

    Nella Chiesa ci sono anche i peccatori. Essi sono una sofferenza nella Chiesa, che è chiamata a essere santa. I padri parlavano della casta meretrix. È una realtà incontestabile, tangibile. Ma Cristo l'aveva previsto e per questo ha istituito il sacramento della riconciliazione. Benedetto XVI nella sua spiegazione ha sottolineato questi aspetti della speranza e della realtà in cui esiste anche il peccato.

    Il Portogallo e il Papa: una storia di amicizia che continua. Come si spiega questo legame?

    Il Portogallo storicamente è sempre stato legato al successore di Pietro. All'inizio della nazione portoghese vi è un intervento diretto del Papa. L'arcivescovo di Braga si recò più di una volta a Roma da Innocenzo ii, perché approvasse con la sua autorità la separazione dei territori del Portogallo dalla Castilla. L'indipendenza dal regno di Castilla e Léon avvenne il 5 ottobre 1143, però si dovette attendere fino al 1179 perché Alessandro iii con una bolla riconoscesse ufficialmente re Alfonso i. Da allora, il Portogallo è stato chiamato la nazione "fedelissima" al Papa. Guardare al Pontefice come punto di riferimento fa parte, appunto, della cultura portoghese, come ha sottolineato Benedetto XVI. Infatti, le radici del popolo portoghese sono essenzialmente cristiane e nessuno potrà mai cancellarle. Possiamo dire addirittura che il cristianesimo è iscritto nel dna della gente. Il legame con i successori di Pietro poi si è rinnovato nei secoli. Nei tempi moderni ci sono state cinque visite dei Papi in Portogallo. La prima fu quella di Paolo VI, che si rivelò un grande avvenimento, sebbene sia durata un solo giorno. Poi le tre visite di Giovanni Paolo II, in particolare quella del 2000 quando beatificò i due pastorelli, e l'ultima di Benedetto XVI.

    Cosa si aspetta il popolo dalla visita del Pontefice dal punto di vista sociale?

    La visita del Papa è stata un grande dono al Portogallo. Le parole del Pontefice porteranno a riflettere su alcuni temi di attualità. Per esempio, l'accenno che ha fatto ai diritti umani e alla promozione integrale dell'uomo contro i meccanismi socio-economici e culturali che portano alla morte. Oppure la sua insistenza sul valore della famiglia fondata sul matrimonio indissolubile tra un uomo e una donna. Il Papa ha poi fatto riferimento alla libertà e al problema della collaborazione tra mondo della cultura e mondo della fede. La fede non è contraria alla scienza e alla cultura: al contrario, si completano. Infatti, la cultura in molti Paesi europei ha avuto come protagonista la Chiesa. L'uomo è aperto al trascendente, lo si voglia o no. C'è una grande superficialità nel voler dimostrare a tutti i costi una contrapposizione tra scienza e fede. La visita del Papa porterà a riflettere sul serio su questi problemi e aiuterà a trovare una soluzione umana e cristiana. Anche per questo, il viaggio di Benedetto XVI è stato un dono per il Portogallo.


    (©L'Osservatore Romano - 26 maggio 2010)
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