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Discussione: La dottrina sulle indulgenze: significato

  1. #1
    Vecchia guardia di CR L'avatar di SignorVeneranda
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    La dottrina sulle indulgenze: significato

    LA DOTTRINA DELLE INDULGENZE



    Poichè molti, tra cui ci sono anch'io, non hanno le idee molto chiare sulla differenza tra perdono e indulgenza, ho pensato, su suggerimento di Raffaele, di dedicare un thread a questo argomento. Poichè in questa sezione del Forum si focalizza l'aspetto catechetico, trascurerò un poco l'aspetto storico delle indulgenze che potrà essere ripreso nella sezione della Storia della Chiesa.

    Per fare questo ho pensato di commentare i dodici paragrafi della costituzione apostolica di Paolo VI, Indulgentiarum doctrina (1967), e le norme allegate alla costituzione. Concluderò con il piccolo manuale delle indulgenze del 1968 (Enchiridion) dove tra l'altro si legge che:

    Si concede l'indulgenza parziale al fedele che impartisce o riceve l'insegnamento della dottrina cristiana.

    Colui che, in spirito di fede e carità, impartisce l'insegnamento della dottrina cristiana, può conseguire l'indulgenza parziale secondo la concessione di carattere generale. Con questa nuova concessione si conferma l'indulgenza parziale per l'insegnante e la si estende al discepolo.

    Questo per invogliarvi a leggere e ad intervenire!
    Dunque partiamo con il primo paragrafo:






    COSTITUZIONE APOSTOLICA
    INDULGENTIARUM DOCTRINA
    DI SUA SANTITÀ
    PAOLO PP.VI

    1. La dottrina e l’uso delle indulgenze, da molti secoli in vigore nella chiesa cattolica, hanno un solido fondamento nella divina rivelazione, la quale, tramandataci dagli apostoli, "progredisce nella chiesa con l’assistenza dello Spirito santo", mentre "la chiesa, nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della divina verità, fino a quando in essa siano portate a compimento le parole di Dio". Per una esatta intelligenza di questa dottrina e del suo benefico uso è necessario, però, che siano ricordate alcune verità, che tutta la chiesa, illuminata dalla parola di Dio, ha sempre creduto come tali e che i vescovi, successori degli apostoli, e in primo luogo i romani pontefici, successori di Pietro, sia mediante la prassi pastorale sia con documenti dottrinali, hanno insegnato nel corso dei secoli e tuttora insegnano.

    Paolo VI esordisce ricordandoci che sia la dottrina che l'uso delle indulgenze hanno un solido fondamento nella rivelazione di Dio. Dunque dove e quando è stata rivelata questa dottrina? Per capire questo punto non trovo cosa migliore di quella di parlare di un pilastro della storia della salvezza : il Re Davide. Leggiamo nel libro degli Atti degli Apostoli (13,22): Ho trovato Davide, figlio di Iesse, uomo secondo il mio cuore; egli adempirà tutti i miei voleri. Perchè Davide, che nella sua vita è stato un adultero, un violento ed un assassino, è detto dalla Scrittura : uomo secondo il cuore di Dio?
    Se capiamo questo punto, avremo fatto un passo in avanti nel comprendere la dottrina di cui stiamo parlando. Perchè Davide, nonostante i suoi peccati, era un uomo che, dopo essersene pentito e dopo anche aver ricevuto il perdono di Dio, accettava le conseguenze dei suoi peccati, era consapevole del fatto che comunque i suoi peccati avevano distrutto qualcosa e accettava l'effetto di questa distruzione nella sua vita. Gli esempi di questa attitudine di responsabilità e di accettazione, nella vita del re Davide, sono innumerevoli. Dopo l'assassinio di Urìa e l'adulterio con Betsabea, il profeta Natan andrà ad ammonire Davide che si pentirà del suo peccato e riceverà il perdono di Dio, ma ascoltiamo la Scrittura (2 Samuele 12):

    Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell'uomo! Così dice il SIGNORE, il Dio d'Israele: "Io ti ho unto re d'Israele e ti ho liberato dalle mani di Saul, ti ho dato la casa del tuo signore e ho messo nelle tue braccia le donne del tuo signore; ti ho dato la casa d'Israele e di Giuda e, se questo era troppo poco, vi avrei aggiunto anche dell'altro. Perché dunque hai disprezzato la parola del SIGNORE, facendo ciò che è male ai suoi occhi? Tu hai fatto uccidere Uria, l'Ittita, hai preso per te sua moglie e hai ucciso lui con la spada dei figli di Ammon. Ora dunque la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, perché tu mi hai disprezzato e hai preso per te la moglie di Uria, l'Ittita". Così dice il SIGNORE: "Ecco, io farò venire addosso a te delle sciagure dall'interno della tua stessa casa; prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un altro, che si unirà a loro alla luce di questo sole; poiché tu lo hai fatto in segreto; ma io farò questo davanti a tutto Israele e in faccia al sole"».
    Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il SIGNORE». Natan rispose a Davide: «Il SIGNORE ha perdonato il tuo peccato; tu non morrai. Tuttavia, siccome facendo così tu hai dato ai nemici del SIGNORE ampia occasione di bestemmiare, il figlio che ti è nato dovrà morire». Natan tornò a casa sua.
    Il SIGNORE colpì il bambino che la moglie di Uria aveva partorito a Davide, ed esso cadde gravemente ammalato. Davide quindi rivolse suppliche a Dio per il bambino e digiunò; poi venne e passò la notte disteso per terra. Gli anziani della sua casa insistettero presso di lui perché egli si alzasse da terra; ma egli non volle e rifiutò di prendere cibo con loro. Il settimo giorno il bambino morì; i servitori di Davide non osavano fargli sapere che il bambino era morto; perché dicevano: «Quando il bambino era ancora vivo, gli abbiamo parlato ed egli non ha dato ascolto alle nostre parole; come faremo ora a dirgli che il bambino è morto? Potrebbe commettere un gesto disperato». Ma Davide, vedendo che i suoi servitori bisbigliavano tra di loro, comprese che il bambino era morto e disse ai suoi servitori: «È morto il bambino?» Quelli risposero: «È morto». Allora Davide si alzò da terra, si lavò, si unse e si cambiò le vesti; poi andò nella casa del SIGNORE e vi si prostrò; tornato a casa sua, chiese che gli portassero da mangiare e mangiò. I suoi servitori gli dissero: «Che cosa fai? Quando il bambino era ancora vivo digiunavi e piangevi; ora che è morto, ti alzi e mangi!» Egli rispose: «Quando il bambino era ancora vivo, digiunavo e piangevo, perché dicevo: Chissà che il SIGNORE non abbia pietà di me e il bambino non resti in vita? Ma ora che è morto, perché dovrei digiunare? Posso forse farlo ritornare? Io andrò da lui, ma egli non ritornerà da me!»
    Poi Davide consolò Bat-Sceba sua moglie, entrò da lei e si unì a lei; lei partorì un figlio che chiamò Salomone. Il SIGNORE amò Salomone e mandò il profeta Natan che lo chiamò Iedidia, a motivo dell'amore che il SIGNORE gli portava.

    In questo passo della Scrittura vediamo che il peccato, anche se perdonato, comporta una sofferenza temporale, una pena temporale. Davide con grande pietà prega e supplica il Signore di risparmiargli questa prova, soprattutto di evitarla al figlio, ma una volta morto il figlioletto, Davide accetta la volontà di Dio con totale risoluzione d'animo e soprattutto accetta che lui sia il responsabile di tutto ciò. In questo Davide è uomo secondo il cuore di Dio perchè Dio cerca gli adoratori della verità. E Davide preferisce la verità a qualsiasi illusione. Chiede finchè c'è tempo. Finito il tempo, accetta responsabilmente la verità. E qual'è la verità? Che le sue azioni hanno distrutto una famiglia, quella di Uria, e anche la sua nuova famiglia, il cui primogenito è un bambino morto. Questa parola ci può scandalizzare perchè noi stessi siamo stati abituati a credere che c'è sempre qualcuno che può, con un colpo di bacchetta magica, fare sì che quello che abbiamo fatto di male venga annullato. In realtà, come vedremo, il perdono di Dio annulla il debito del nostro peccato, come per Davide, abbiamo salva la vita, ma l'effetto del peccato, la distruzione che ha operato nella vita nostra e degli altri ha ancora bisogno di una espiazione. La necessità di questa espiazione è la chiave per capire che cos'è l'indulgenza.
    Ultima modifica di SignorVeneranda; 01-04-2010 alle 01:19

  2. #2
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    Secondo paragrafo:

    2. È dottrina divinamente rivelata che i peccati comportino pene infinite dalla santità e giustizia di Dio, da scontarsi sia in questa terra, con i dolori, le miserie e le calamità di questa vita e soprattutto con la morte, sia nell’aldilà anche con il fuoco e i tormenti o con le pene purificatrici. Perciò i fedeli furono sempre persuasi che la via del male offre a chi la intraprende molti ostacoli, amarezze e danni. Le quali pene sono imposte secondo giustizia e misericordia da Dio per la purificazione delle anime, per la difesa della santità dell’ordine morale e per ristabilire la gloria di Dio nella sua piena maestà. Ogni peccato, infatti, causa una perturbazione nell’ordine universale, che Dio ha disposto nella sua ineffabile sapienza ed infinita carità, e la distruzione di beni immensi sia nei confronti dello stesso peccatore che nei confronti della comunità umana. Il peccato, poi, è apparso sempre alla coscienza di ogni cristiano non soltanto come trasgressione della legge divina, ma anche, sebbene non sempre in maniera diretta ed aperta, come disprezzo e misconoscenza dell’amicizia personale tra Dio e l’uomo. Così come è pure apparso vera ed inestimabile offesa di Dio, anzi ingrata ripulsa dell’amore di Dio offerto agli uomini in Cristo, che ha chiamato amici e non servi i suoi discepoli.

    In questo secondo paragrafo Paolo VI mette a fuoco la dottrina biblica concernente l'opera distruttrice del peccato.
    Egli parla di distruzione di beni immensi sia dalla parte del peccatore che nei confronti della comunità.
    Introduce però un punto molto importante : il ruolo catartico, purificatore, della pena. Questa è voluta non solo dalla giustizia ma soprattutto dalla misericordia di Dio. Dio è infatti un ricostruttore. E la pena ha una valenza di ricostruzione anche se non indolore. Vi invito a meditare molto seriamente su questo punto mettendo davanti a noi l'opera che ha fatto Gesù Cristo. La ricostruzione del nostro essere che ha intrapreso Gesù Cristo infatti non è stata indolore. Ma anche l'opera di ricostruzione a cui siamo invitati a collaborare come cristiani non è indolore. In questi due casi viene assunta la pena dell'altro, ma ciò implica un tormento o se preferite, la croce.

  3. #3
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    Terzo paragrafo, in cui c'è una buona notizia:

    3. È necessario, allora, per la piena remissione e riparazione dei peccati non solo che l’amicizia di Dio venga ristabilita con una sincera conversione della mente e che sia riparata l’offesa arrecata alla sua sapienza e bontà, ma anche che tutti i beni sia personali che sociali o dello stesso ordine universale, diminuiti o distrutti dal peccato, siano pienamente reintegrati o con la volontaria riparazione che non sarà senza pena o con l’accettazione delle pene stabilite dalla giusta e santissima sapienza di Dio, attraverso le quali risplendano in tutto il mondo la santità e lo splendore della sua gloria. Inoltre l’esistenza e la gravità delle pene fanno comprendere l’insipienza e la malizia del peccato e le sue cattive conseguenze. Che possano restare e che di fatto frequentemente rimangano pene da scontare o resti di peccati da purificare anche dopo la remissione della colpa, lo dimostra molto chiaramente la dottrina sul purgatorio: in esso, infatti, le anime dei defunti che "siano passate all’altra vita nella carità di Dio veramente pentite, prima che avessero soddisfatto con degni frutti di penitenza per le colpe commesse e per le omissioni", vengono purificate dopo morte con pene purificatrici. La stessa cosa è messa in buona evidenza dalle preghiere liturgiche, con le quali la comunità cristiana ammessa alla santa comunione si rivolge a Dio fin da tempi antichissimi: "perché noi, che giustamente siamo sottoposti ad afflizioni a causa dei nostri peccati misericordiosamente possiamo esserne liberati per la gloria del tuo nome". Inoltre tutti gli uomini peregrinanti sulla terra commettono ogni giorno almeno qualche leggero peccato; per cui tutti hanno bisogno della misericordia di Dio per essere liberati dalle pene conseguenti il peccato.

    Qui c'è effettivamente, oltre quanto detto finora, una buona notizia: la misericordia di Dio può liberarci anche dalle pene che conseguono dal peccato. Fino adesso avevamo messo in evidenza il fatto che il perdono di Dio rimette il debito e ti salva la vita ma che il peccato provoca una pena che, se accettata umilmente, è purificatrice per noi e per gli altri. La dottrina del purgatorio si innesta perfettamente in questa logica del bisogno di purificazione. Ne tratteremo più avanti, perchè è bene mettere in evidenza che c'è un'ulteriore, immensa possibilità : la misericordia di Dio può anche liberarci dalle conseguenze del peccato che sono le pene. Questa misericordia insperata e insperabile, se non fosse rivelata, è l'indulgenza.

  4. #4
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    Quarto paragrafo.

    4. Regna tra gli uomini, per arcano e benigno mistero della divina volontà, una solidarietà soprannaturale, per cui il peccato di uno nuoce anche agli altri, così come la santità di uno apporta beneficio agli altri. In tal modo i fedeli si prestano vicendevolmente l’aiuto per conseguire il loro fine soprannaturale. Una testimonianza di questa solidarietà si manifesta nello stesso Adamo, il peccato del quale passa per "propagazione" in tutti gli uomini. Ma Cristo stesso nella cui comunione Dio ci ha chiamato, è maggiore e più perfetto principio, fondamento ed esemplare di questa soprannaturale solidarietà.


    In questo paragrafo, Paolo VI introduce un ulteriore elemento che ci aiuta a capire cos'è l'indulgenza : il principio di solidarietà soprannaturale tra gli uomini. La chiama solidarietà soprannaturale per distinguerla da quella naturale. Questa solidarietà soprannaturale, sulla quale si basa sia la dottrina del peccato originale che quella della redenzione operata da Cristo è ben fondata nella rivelazione. Un testo esemplare è quello di Paolo nella lettera ai Romani (cap.5):
    Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato. Fino alla legge infatti c'era peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini. E non è accaduto per il dono di grazia come per il peccato di uno solo: il giudizio partì da un solo atto per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l'abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
    Come dunque per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita. Similmente, come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.
    La legge poi sopraggiunse a dare piena coscienza della caduta, ma laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia, perché come il peccato aveva regnato con la morte, così regni anche la grazia con la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.

  5. #5
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    Nel quinto paragrafo è approfondito il " lato buono" della solidarietà soprannaturale, ovvero la redenzione operata da Cristo, la sua "unica" mediazione ed intercessione per i peccatori, l'applicazione dei suoi meriti a ciascuno di noi e la comunione dei santi: un vero e proprio tesoro di grazia a cui siamo invitati ad attingere e a depositare qualcosa per l'edificazione del Corpo di Cristo.

    5. Cristo, infatti, "il quale non commise peccato", "patì per noi", "fu ferito per le nostre iniquità, schiacciato per i nostri delitti... per le sue piaghe siamo stati guariti". Seguendo le orme di Cristo, i fedeli cristiani sempre si sono sforzati di aiutarsi vicendevolmente nella via che va al Padre celeste, mediante la preghiera, lo scambio di beni spirituali e la espiazione penitenziale; più erano animati dal fervore della carità tanto maggiormente imitavano Cristo sofferente, portando la propria croce in espiazione dei propri e degli altrui peccati, persuasi di poter aiutare i loro fratelli presso Dio, Padre delle misericordie, a conseguire la propria salvezza., è questo l’antichissimo dogma della comunione dei santi, mediante il quale la vita dei singoli figli di Dio in Cristo e per mezzo di Cristo viene congiunta con legame meraviglioso alla vita di tutti gli altri fratelli cristiani nella soprannaturale unità del corpo mistico di Cristo, fin quasi a formare una sola mistica persona.
    In tal modo si manifesta il "tesoro della chiesa". Infatti, non lo si deve considerare come la somma di beni materiali, accumulati nel corso dei secoli, ma come l’infinito ed inesauribile valore che le espiazioni e i meriti di Cristo hanno presso il Padre ed offerti perché tutta l’umanità fosse liberata dal peccato e pervenisse alla comunione con il Padre; è lo stesso Cristo redentore, in cui sono e vivono le soddisfazioni ed i meriti della sua redenzione. Appartiene inoltre a questo tesoro il valore veramente immenso, incommensurabile e sempre nuovo che presso Dio hanno le preghiere e le buone opere della beata vergine Maria e di tutti i santi, i quali, seguendo le orme di Cristo signore per grazia sua, hanno santificato la loro vita e condotto a compimento la missione affidata loro dal Padre; in tal modo, realizzando la loro salvezza, hanno anche cooperato alla salvezza dei propri fratelli nell’unità del Corpo mistico.
    "Tutti quelli, infatti, che sono di Cristo, vivificati dal suo Spirito, convengono in una sola chiesa e vicendevolmente ricevono compattezza in lui (cf. Ef 4,16). L’unità dunque di coloro che ancora sono peregrinanti sulla terra con i fratelli che dormono nella pace di Cristo, non viene assolutamente interrotta, anzi secondo la dottrina perenne della chiesa, viene rafforzata attraverso la comunione dei beni spirituali. Per il fatto che i beati sono uniti più profondamente a Cristo, rendono la chiesa più santa e contribuiscono al suo accrescimento ed alla sua edificazione (cf.1Cor 12,12-27). Raggiunta la patria e alla presenza del Signore (cf. 2Cor 5,8), essi per mezzo di lui, con lui ed in lui non cessano di intercedere per noi presso il Padre, offrendo i meriti che per mezzo dell’unico mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo Gesù (cf. 1Tm 2,5), hanno conseguito sulla terra, servendo in tutto al Signore e completando nella loro carne ciò che manca alle tribolazioni di Cristo in vantaggio del corpo di lui, che è la chiesa (cf. Col 1,24). La nostra debolezza, allora, riceve non poco aiuto dalla loro fraterna sollecitudine". Per questo motivo tra i fedeli, che già hanno raggiunto la patria celeste o che stanno espiando le loro colpe nel purgatorio, o che ancora sono pellegrini sulla terra, esiste certamente un vincolo perenne di carità ed un abbondante scambio di tutti i beni, per mezzo dei quali, con la espiazione di tutti i peccati dell’intero corpo mistico, viene placata la giustizia; la misericordia di Dio viene così indotta al perdono, affinché al più presto i peccatori, sinceramente pentiti, possano essere introdotti a pieno godimento dei beni della famiglia di Dio.

  6. #6
    Iscritto L'avatar di cnc
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    Grazie SignorVeneranda, molto interessante.

    Le auguro una santa Pasqua di resurrezione.

  7. #7
    Veterano di CR L'avatar di LOTARIO
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    Ti ringrazio anche io, SignorVeneranda per quello che ho imparato leggendo il tuo intervento.
    E' veramente un piacere trattati in modo chiaro e intellegibile argomenti così difficili per la maggior parte di noi.

    Per quanto riguarda il perdono di David, penso che a suo merito si possa considerare l'ostilità al sincretismo religioso, comune ad altri (p.e. Salomone)
    Ultima modifica di LOTARIO; 02-04-2010 alle 01:24
    Laudetur Iesus Christus!

  8. #8
    Vecchia guardia di CR L'avatar di SignorVeneranda
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    Il sesto e settimo paragrafo fanno un rapido ma essenziale excursus storico su come la comunione dei santi non sia stata soltanto una credenza teorica ma abbia alimentato la fede dei cristiani soprattutto nel periodo delle persecuzioni quando i forti e i confessori della fede con le loro preghiere e sofferenze sostenevano i deboli e coloro che cadevano. Questo tesoro veniva amministrato dai Vescovi che presiedevano alla comunione della grazia. I Pontefici svilupparono la predisposizione di preghiere e opere convenienti al bene comune della Chiesa attraverso le quali, per la misericordia di Dio, veniva concessa la remissione della pena temporale ovvero l'indulgenza a coloro che si erano pentiti e avevano confessato i propri peccati.

    6. La chiesa, consapevole di queste verità fin dai primi tempi, conobbe e intraprese varie vie, affinché i frutti della divina redenzione fossero applicati ai singoli fedeli e i fedeli cooperassero alla salute dei fratelli; e così tutto il corpo della chiesa fosse preparato nella giustizia e nella santità all’avvento perfetto del regno di Dio, quando Dio sarà tutto in tutte le cose. Gli stessi apostoli, infatti, esortavano i loro discepoli, perché pregassero per la salvezza dei peccatori; ed una antichissima consuetudine della chiesa ha conservato santamente questo uso soprattutto allorché i penitenti invocavano l’intercessione di tutta la comunità e quando i defunti venivano aiutati con suffragi e in particolar modo con l’offerta del sacrificio eucaristico. Anche le opere buone, e in particolare quelle penose alla fragilità umana, fin dai primi tempi venivano offerte a Dio per la salute dei peccatori. E poiché le sofferenze, che i martiri sostenevano per la fede e per la legge di Dio, venivano stimate di grande valore, i penitenti erano soliti ricorrere agli stessi martiri per essere aiutati dai loro meriti, al fine di ottenere dai vescovi una più rapida riconciliazione. Le preghiere, infatti, e le buone opere dei giusti erano stimate di così grande valore che si affermava che il penitente venisse lavato, mondato e redento con l’aiuto di tutto il popolo cristiano. In questo aiuto, tuttavia, si pensava che non fossero i fedeli singolarmente presi, e soltanto con le loro forze, ad adoperarsi per la remissione dei peccati degli altri fratelli; ma che fosse la stessa chiesa, in quanto unico corpo, unita al suo capo Cristo, a soddisfare nei singoli membri. La chiesa dei padri, poi, fu del tutto persuasa di perseguire l’opera della salvezza in comunione e sotto l’autorità dei pastori, che lo Spirito santo pose come vescovi a reggere la chiesa di Dio. I vescovi pertanto, valutando prudentemente ogni cosa, stabilivano il modo e la misura della soddisfazione da prestarsi, anzi permettevano che le penitenze canoniche fossero riscattate con altre opere, forse più facili, convenienti al bene comune e adatte ad alimentare la pietà, da essere compiute dagli stessi penitenti e talvolta dagli altri fedeli.

    7. La convinzione esistente nella chiesa che i pastori del gregge del Signore potessero liberare i singoli fedeli da ciò che restava dei peccati con l’applicazione dei meriti di Cristo e dei santi, lentamente nel corso dei secoli, sotto l’ispirazione dello Spirito santo, che continuamente anima il popolo di Dio, portò all’uso delle indulgenze, con il quale si realizzò un progresso nella stessa dottrina e nella disciplina della chiesa, non un mutamento, e dal fondamento della rivelazione è stato tratto un nuovo bene ad utilità dei fedeli e di tutta la chiesa. L’uso delle indulgenze, propagatosi un po’ alla volta divenne nella storia della chiesa un fenomeno di notevoli proporzioni soprattutto allorché i romani pontefici stabilirono che alcune opere più convenienti al bene comune della chiesa "potessero sostituire tutta la penitenza" e ai fedeli "veramente pentiti e confessati dei loro peccati" e che avessero compiute tali opere concedevano "per la misericordia di Dio onnipotente.., confidando nei meriti e nell’autorità degli apostoli", "usando la pienezza della potestà apostolica", "il perdono non soltanto pieno ed abbondante, ma anche pienissimo dei loro peccati". "L’unigenito Figlio di Dio, infatti... ha procurato un tesoro alla chiesa militante e lo ha affidato al beato Pietro, clavigero del cielo, e ai successori di lui, suoi vicari in terra, perché lo dispensassero salutarmente ai fedeli e, per ragionevoli cause, lo applicassero misericordiosamente a quanti si erano pentiti e avevano confessato i loro peccati, talvolta rimettendo in maniera parziale la pena temporale dovuta per i peccati, sia in modo generale che particolare (come giudicavano opportuno nel Signore). Si sa che di questo tesoro costituiscono un accrescimento ulteriore anche i meriti della beata Madre di Dio e di tutti gli eletti".
    Ultima modifica di SignorVeneranda; 02-04-2010 alle 22:42

  9. #9
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    Il paragrafo che segue è molto importante: esso spiega che l'indulgenza ha una funzione distintiva rispetto a qualsiasi mezzo che possa essere messo in atto o accettato per eliminare le conseguenze del peccato nell'uomo (non la colpa, che è già stata perdonata a chi si pente). Si tratta cioè di un'applicazione del potere di sciogliere dato da Cristo agli apostoli nel giorno di Pasqua. Tale potere non solo de-crea la pena temporale del peccato, facendo sì che qualcosa torni al nulla, cosa divina e che solo Dio può fare, ma anche stimola colui che riceve questo dono a una nuova vita di pietà e carità.

    8. Detta remissione di pena temporale dovuta per i peccati, già rimessi per quanto riguarda la colpa, con termine proprio è stata chiamata "indulgenza". Essa conviene in parte con gli altri mezzi o vie destinate ad eliminare ciò che rimane del peccato, ma nello stesso tempo si distingue chiaramente da essi. Nell’indulgenza, infatti, la chiesa facendo uso del suo potere di ministra della redenzione di Cristo signore, non soltanto prega, ma con intervento autoritativo dispensa al fedele ben disposto il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei santi in ordine alla remissione della pena temporale. Il fine che l’autorità ecclesiastica si propone nella elargizione delle indulgenze, è non solo di aiutare i fedeli a scontare le pene del peccato, ma anche di spingere gli stessi a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità, specialmente quelle che giovano all’incremento della fede e al bene comune. Se poi i fedeli offrono le indulgenze in suffragio dei defunti coltivano in modo eccellente la carità e, mentre elevano la mente al cielo, ordinano più saggiamente le cose terrene. Il magistero della chiesa ha difeso ed esposto questa dottrina in vari documenti. Purtroppo nell’uso delle indulgenze si infiltrarono talvolta degli abusi, sia perché a causa di concessioni non opportune e superflue veniva avvilito il potere delle chiavi e la soddisfazione penitenziale veniva abolita, sia perché a causa di "illeciti profitti" veniva infamato il nome di indulgenza. Ma la chiesa, biasimando e correggendo tali abusi, "insegna e stabilisce che l’uso delle indulgenze deve essere conservato perché sommamente salutare al popolo cristiano e autorevolmente approvato da sacri concili, mentre condanna con anatema quanti asseriscono l’inutilità delle indulgenze e negano il potere esistente nella chiesa di concederle".
    Ultima modifica di SignorVeneranda; 03-04-2010 alle 17:57

  10. #10
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    Il nono paragrafo fa comprendere quale sia la pedagogia implicata nell'indulgenza, cioè cosa essa ci insegna non tanto da un punto di vista intellettuale quanto dal lato dell'esperienza:

    9. La chiesa pertanto invita anche ai nostri giorni tutti i suoi figli a valutare in pieno e a riflettere quanto l’uso delle indulgenze sia di aiuto per la vita dei singoli e di tutta la società cristiana. L’uso salutare delle indulgenze, tanto per ricordare le cose più importanti, insegna in primo luogo quanto sia "triste e amaro l’aver abbandonato il Signore Dio". I fedeli, infatti, quando acquistano le indulgenze, comprendono che con le proprie forze non sarebbero capaci di riparare al male, che con il peccato hanno arrecato a se stessi e a tutta la comunità e perciò sono stimolati ad atti salutari di umiltà. Inoltre l’uso delle indulgenze ci dice quanto intimamente siamo uniti in Cristo gli uni con gli altri e quanto la vita soprannaturale di ciascuno possa giovare agli altri, affinché anche questi più facilmente e più intimamente possano essere uniti al Padre. Pertanto l’uso delle indulgenze eccita efficacemente alla carità e la fa esercitare in modo eminente, allorché viene offerto un aiuto ai fratelli che dormono in Cristo.

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