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Discussione: Cristiani nei Paesi Arabi

  1. #1
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    Cristiani nei Paesi Arabi

    La presenza cristiana dall’Arabia Saudita al Kuwait
    DI CAMILLE EID
    È difficile sapere con esat­tezza il numero dei cri­stiani presenti in Arabia Saudita. Certamente essi costi­tuiscono almeno un milione degli oltre 8 milioni di lavora­tori stranieri, ma sono sprovvi­sti di ogni assistenza pastorale non essendo ammessi nel re­gno i sa­cerdoti.
    In sostan­za, ai cri­stiani è negata la possibi­lità di esprimere la propria fede attraverso il culto pubblico. A causa delle pressioni interna­zionali, la corona saudita ha moltiplicato negli ultimi anni le dichiarazioni sulla possibilità di praticare la fede cristiana in ambito privato, ma non risulta ancora chiara la distinzione tra sfera pubblica e privata. Infat­ti, non si fermano i raid com­piuti dalla polizia religiosa (i fa­migerati mutawwa’in) contro servizi religiosi clandestini cri­stiani, in particolare verso la co­munità filippina, con la confi­sca del materiale religioso usa­to e l’espulsione dei responsa­bili. I cristiani sperano che lo storico incontro tra il Papa e re Abdullah, in Vaticano il 6 no­vembre scorso, possa portare a una revisione della politica sau­dita. Il tema della libertà reli­giosa non è stato menzionato in modo esplicito nel breve co­municato, ma si è parlato della «presenza positiva e operosa dei cristiani» nel regno.
    Negli E­mirati A­rabi Uniti, la situazio­ne è net­tamente migliore. Nel Paese si contano almeno 31 luoghi di culto cristiani, costruiti su ter­reni donati dalle famiglie re­gnanti nei singoli emirati. Gli emirati di Dubai e Abu Dhabi
    hanno inoltre donato terreni per l’edificazione di cimiteri cri­stiani. Nel maggio del 2007 la Santa Sede e gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di stabilire rapporti diplomatici. Nel Paese ha sede il Vicariato apostolico d’Arabia, affidato a monsignor Paul Hinder, che cura i cristia­ni in tutti gli Stati del Golfo. Se­condo stime attendibili, sareb­bero presenti nel Paese più di un milione di cristiani, in mag­gioranza cattolici, appartenen­ti a più di cento nazionalità di­verse. Nelle chiese del Paese, in particolare a Dubai, si celebra la Messa in vari riti e lingue. Di­verse congregazioni religiose prestano inoltre la loro opera e­ducativa nelle scuole cristiane. Nel Kuwait vivono almeno 400 mila cri­stiani, in maggio­ranza cat­tolici. So­no rico­nosciute, anche se in modo del tutto informale, sette Chiese cristiane, di cui tre – cattolica, anglicana e evangelica nazio­nale – godono di uno status maggiore rispetto alle altre quattro, che hanno comunque il permesso di operare nel ter­ritorio. Vale per tutti – come d’altronde negli altri Paesi del Golfo – il divieto di svolgere at­tività missionaria tra i musul­mani. I fedeli dei differenti riti cattolici (latini, maroniti, cop­ti, armeni, malankaresi) si ser­vono tutti della Cattedrale di Kuwait City. Ricevendo il nuo­vo ambasciatore del Kuwait, il 13 dicembre scorso, il Papa ha espresso la sua soddisfazione perché «molti cattolici che vi­vono e lavorano in Kuwait pos­sono liberamente andare nelle loro chiese» e «la Costituzione della vostra nazione sostiene giustamente la loro libertà reli­giosa ».
    Relativa libertà anche negli al­tri Paesi. Nell’Oman si trovano 5 chiese, costruite su terreni a­vuti in dono dal sultano, che ser­vono i 50 mila cat­tolici presenti nel Paese. Alla pe­riferia di Muscat, seguendo il cartello con l’indicazione «The Church» si arriva a un centro parrocchiale affiancato da due chiese, una cattolica, l’altra pro­testante. Si tratta di edifici bas­si, senza campanile, ma sulla facciata principale è disegnata una grande croce. Nel Bahrein,
    in cui si contano circa 30 mila cattolici si è candidato alle ele­zioni municipali del novembre 2006 un cristiano di origine giordana. Una cristiana, Alice Samaan, fa già parte del Consi­glio consultivo, l’Assemblea nominata dal re. Nello Yemen i cristiani sono appena 3.000. Ci sono 4 chiese ad Aden, tre cat­toliche e una anglicana. Invia­te dal governo per occuparsi dei disabili, in diverse città del Pae­se ( Taiz, Hodeida, Aden e Sa­naa) operano le Suore delle Ca­rità di Madre Teresa.
    In molti Paesi della regione la vita dei credenti rimane alquanto difficile, però non mancano segni di apertura .


    Alcune immagini della chiesa di Nostra Signora del Rosario che verrà inaugurata sabato prossimo con una liturgia presieduta dal cardinale Ivan Dias prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli
    DI FILIPPO RIZZI
    In Qatar la prima chiesa cattolica

    S orge alla periferia, a sud della città di Doha e come caratteristica por­tante non ha al suo esterno né una croce né un campanile ma, allo stesso tempo, rappresenta il primo luogo cri­stiano di culto pubblico nel Qatar, Pae­se della Penisola araba.
    Si presenta così la chiesa di «Nostra Si­gnora del Rosario». Tra le peculiarità di questa struttura semicircolare con al cen­tro l’altare, alta 26 metri, vi è anche quel­la di non essere aperta al pubblico ma solo riservata ai fedeli cattolici (circa 140 mila, in maggioranza indiani e filippini su una popolazione di oltre 800 mila mu­sulmani).
    A presiedere il rito di dedicazione e la pri­ma Messa ufficiale nella nuova chiesa, sabato 15 marzo, sarà il cardinale Ivan Dias, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli. Con il por­porato indiano, ad assistere al rito inau­gurale ci saranno anche il vicario apo­stolico d’Arabia, il cappuccino svizzero Paul Hinder e il nunzio apostolico di Kuwait, Yemen e Qatar El-Hachem Mounged.
    «Un fatto storico per tutto il Medio O­riente – spiega quest’ultimo – che rap­presenta una tessera importante per il dialogo anche tra le tre fedi abramitiche: cristianesimo, islam e giudaismo».
    Dal 2002 il governo del Qatar ha allacciato re­lazioni diplomatiche con la Santa Sede. E nel 2005 l’emiro Amir Hammad bin Khalifa Al Thani ha donato il terreno e ha concesso la costruzione della chiesa. (Entro l’anno sorgeranno altre quat­tro chiese: una angli­cana, una copta, una greco-ortodossa e un’altra per le altre confessioni cristiane). «Fino ad ora, abbiamo pregato nelle case o in piccole cappelle – rac­conta il parroco, origi­nario di Manila, Tom Veneracion – all’inter­no del campus ameri­cano e di quello filip­pino di Doha. Insieme ai cattolici che vivono qui, sono veramente felice dell’idea di poter ora celebrare la Messa in una chiesa vera, segno della no­stra presenza».
    L’edificio è costato circa 15 milioni di dol­lari. Una struttura imponente, dunque, ed essendo l’unica chiesa del luogo è sta­ta studiata per ospitare circa 2.400 per­sone al suo interno. All’esterno si po­tranno seguire i riti religiosi grazie a un maxischermo. A firmare il progetto della chiesa sono stati gli italiani Rocco Ma­gnoli, recentemente scomparso, e Lo­renzo Carmellini. A realizzarlo e a diri­gerne i lavori è stato sempre un italiano Renato Casiraghi. Ad affrescarne gli in­terni, con raffigurazioni sacre, è stato chiamato il pittore milanese Valentino Vago.
    «È stata una sorpresa anche per me – rac­conta l’architetto e direttore dei lavori Renato Casiraghi – perché dopo 33 anni che vivo in Qatar e lavoro per il governo mi è stata commissionata, per la prima volta, la costruzione di un luogo di culto cattolico. Lo dobbiamo alla lungimiran­za dell’attuale emiro e alla perseveranza, anche diplomatica, che ha avuto in que­sti anni il predecessore dell’attuale vica­rio apostolico d’Arabia, il cappuccino i­taliano Bernardo Gremoli. Solo vent’an­ni fa sarebbe stato inimmaginabile pen­sare a una chiesa in un luogo 'sacro' co­me questo per l’islam».
    E non nasconde certo la sua soddisfa­zione per l’importante traguardo rag­giunto Youssef Youssef, il primo frate cap­puccino arabo del Qatar. «L’apertura è avvenuta con il nuovo emiro – racconta in un perfetto italiano – che, tra le prime concessioni, ha dato la libertà di culto (li­mitatamente alle religioni del Libro). Pri­ma non c’era questo tipo di libertà e quin­di si professava il proprio credo in modo nascosto. Ma il Paese si sta aprendo ver­so Oriente e verso Occidente. I qatarini, nel solco della loro grande tradizione plu­risecolare per l’ospitalità hanno sempre accolto tutti e credo che faranno altret­tanto ora con la presenza, nella loro ter­ra, di questo nuovo luogo».
    Un piccolo granello di senapa che può innestare un segno di speranza cristiana anche in questo lembo di terra del Golfo arabico. «Credo proprio di sì – riflette in­fine padre Tom Veneracion – anche per­ché avvera un antico desiderio dei nostri fedeli. Spero che questa chiesa diventi per loro un punto di riferimento per te­stimoniare la loro fede, per confrontarsi ma anche sentirsi a casa e quindi accol­ti in questa terra».
    Costruita in periferia a Doha, «Nostra Signora del Rosario» verrà consacrata sabato.
    Il rito sarà presieduto dal cardinale Dias. Il parroco è Tom Veneracion: segno della nostra fede ma anche un modo per sentirsi a casa

    AVVENIRE DEL 13 3 2008

  2. #2
    Fedelissimo di CR L'avatar di a_ntv
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    Citazione Originariamente Scritto da mariacarla Visualizza Messaggio

    In Qatar la prima chiesa cattolica
    Ecco qualche foto della nuova ed unica chiesa in Qatar, consacrata venerdì 14 (nei paesi arabi il giorno di precetto è l venerdì ... purtroppo)








    foto tratte da http://afp.google.com/article/ALeqM5...NPATAd0SSXyL7g

    La Messa è stata celebrata in inglese, con preghiere in Arabo, Urdu, Hindi, Tagalog, Spagnolo e Francese. Più di 5000 persone erano presenti.

    Le ambasciate occidentali hanno sconsigliato ai loro cittadini di partecipare, per paura di attentati

    Sola Scriptura has hindered rather than helped the understanding of Christianity
    Margaret Barker, Biblical scholar



  3. #3
    Veterano di CR L'avatar di Garsel
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    Grazie per questo articolo che illustra bene le condizioni - alquanto differenti da Paese a Paese - dei cristiani negli Stati arabi.

  4. #4
    Utente Senior L'avatar di vince
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    Qatar, minacce dall'Islam per l'inaugurazione della prima Chiesa

    CITTA’ DEL VATICANO - I cittadini occidentali in Qatar sono stati invitati alla prudenza dalle loro ambasciate in seguito a minacce lanciate da gruppi estremisti islamici dopo la notizia dell'inaugurazione della prima Chiesa cattolica nel Paese arabo. Ne da' notizia la Radio Vaticana. Le autorita' locali hanno riferito di aver predisposto adeguate misure di sicurezza. Diversi leader musulmani, che seguono i precetti wahabiti dell'islam sunnita, hanno criticato la decisione di costruire la Chiesa di Santa Maria di Dio. Dal Governo del Qatar, che dal 2002 ha stabilito relazioni diplomatiche con la Santa Sede, arrivano invece segnali incoraggianti: il vice primo ministro ha detto che ''la chiesa inviera' un messaggio positivo al mondo''. La Chiesa non ha ne' croci ne' campanile, non e' aperta al pubblico ma riservata al culto dei fedeli. La Messa sara' celebrata in varie lingue, tra cui italiano, inglese e francese. L'edificio sorge alla periferia di Doha su un terreno donato, sette anni fa, alla Chiesa dall'emiro Hamad bin Khalifa Al Thani, favorevole al dialogo interreligioso. Si tratta di un luogo di incontro e preghiera per la comunita' cattolica presente non solo in Qatar ma anche nei Paesi del Golfo. Una comunita' in crescita, negli ultimi anni, con l'arrivo di lavoratori immigrati dal sud est asiatico e, in particolare, dalle Filippine. Si stima che i cristiani in Qatar siano circa 150.000. Oltre a quella cattolica, il Governo di Doha ha autorizzato la costruzione di altre cinque Chiese cristiane. Fino a pochi anni fa era proibita la pratica di ogni altra religione che non fosse l'islam. Successivamente, il Governo ha conferito uno status legale a cattolici, anglicani, ortodossi, copti e alle denominazioni cristiane indiane.

  5. #5
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    In ogni caso, apprezzo molto la decisione presa dall'Emiro del Qatar. E devo dire che ne sono rimasto sorpreso, ed in bene.

  6. #6
    Saggio del Forum L'avatar di Nathaniel
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    "Vivere in mezzo agli islamici ci fa diventare più cristiani"
    Da 15 anni è vescovo in Arabia Saudita: "Non è facile coltivare la fede ma laggiù la gente trova ancora il fiato per venire a messa la sera"

    Stefano Filippi

    Dal 2003 monsignor Paul Hinder, frate cappuccino svizzero, è vescovo nella penisola arabica, la terra santa dell'islam. Vive ad Abu Dhabi e gira in continuazione le sue parrocchie sparse su un territorio enorme, poche e con scarsi spazi ma affollatissime di fedeli, tutti immigrati. Prova sulla sua pelle le limitazioni imposte da sceicchi ed emiri ai cristiani, è molto realista sulle difficoltà del dialogo interreligioso, ma non si nasconde, affronta i rischi, incontra tutti, tiene viva la fede di oltre due milioni di cattolici venuti da tanti Paesi nella regione araba per lavorare.

    E confessa che spesso sono i suoi stessi fedeli a essergli di esempio: «Per loro la Chiesa è una patria, cosa che non riscontro in altre parti del mondo».

    Come decise di farsi frate? La Svizzera non sembra terra di molte vocazioni.
    «Lo era quando entrai in seminario. Nel 1963 la provincia svizzera dei cappuccini contava 800 membri, era la più grande di tutto l'ordine. Ora siamo 130, e non è ancora finita».

    Prete nel deserto fin da giovane.
    «Sono nato in una famiglia cattolica e praticante, dei quattro fratelli abbiamo scelto in due la vita religiosa: un benedettino e un cappuccino. Mi sentivo attirato dalla liturgia, avevo una buona impressione del mio parroco e di uno zio materno che era fratello laico cappuccino. La conoscenza di queste due persone, unite al clima nella famiglia, mi aiutò a trovare questa strada. I problemi veri sono venuti dopo».

    A che cosa si riferisce?
    «Ho vissuto il Sessantotto alle università di Monaco e Friburgo. Tanti miei cari amici lasciarono la tonaca e la Chiesa, è stato molto duro. Però sono grato che il Signore e qualche confratello mi abbiano aiutato a restare nella strada che scelsi 56 anni fa quando entrai in noviziato».

    Com'è finito vescovo in Arabia Saudita?
    «Nel 1994 il capitolo generale dei cappuccini mi elesse tra i consiglieri. Avevo la responsabilità per le province di lingua tedesca e francese e dal '95 anche del Vicino Oriente: Turchia, Libano, Terrasanta e Golfo, zona affidata ai cappuccini, compreso il vicario apostolico dell'Arabia. Nel 2001 bisognava avvicendare il settantacinquenne vescovo Giovanni Gremoli. Una prima terna di nomi tornò indietro, un altro confratello rifiutò. A quel punto, erano già passati due anni, il ministro generale mi disse: Finora ti ho protetto, ma se ora qualcuno pronuncia il tuo nome, in coscienza non posso più tenerti fuori».

    E lei?
    «Qualche giorno dopo andai a Gerusalemme per la Settimana santa. Il Giovedì santo sono sceso al Getsemani e ho pregato anch'io: Signore, fammi passare questo calice, però sia fatta la tua volontà. Tornai con la pace nel cuore, speravo non capitasse ma nel caso ero pronto. Il 15 dicembre il cardinale Crescenzio Sepe mi chiese di diventare ausiliare di monsignor Gremoli e il 30 gennaio fui ordinato vescovo ad Abu Dhabi. Velocissimo».

    Quant'è grande la sua diocesi?
    «Nel 2004, quando arrivai, comprendeva Arabia Saudita, Yemen, gli Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar, Bahrain. Nel 2011 il Vaticano decise una riorganizzazione: Arabia Saudita, Bahrain e Qatar furono unite al Kuwait nel vicariato dell'Arabia settentrionale e gli altri Paesi formarono il vicariato dell'Arabia meridionale, il mio».

    Quanti cattolici ci vivono?
    «Non ci sono statistiche affidabili. Direi almeno due milioni e mezzo. Molti vivono in Arabia Saudita dove, com'è noto, non esistono luoghi di culto ma soltanto una pastorale interna discreta. Per il mio vicariato conto circa un milione di persone».

    Parrocchie?
    «Ne abbiamo 8 negli Emirati e fra poco se ne aggiungerà un'altra, 4 nell'Oman e 4 nello Yemen, che però non funzionano per colpa della guerra. Nel vicariato del Nord esiste una sola parrocchia per tutto il Qatar, enorme: ho costruito io la chiesa tra il 2007 e il 2008. In Bahrain se ne trovano 3, in Kuwait 4 ma solo 2 chiese vere».

    Ovviamente tutti immigrati.
    «Tutti. Sono lì a tempo, devono rinnovare il loro permesso ogni 2-3 anni, incluso il vescovo».

    Anche lei?
    «Ho un visto di un anno, stavolta non me l'hanno dato triennale come di solito. Spero lo faranno la prossima volta, anche se potrei avere già finito il mandato».

    Che cosa fa un vescovo cattolico nel cuore dell'islam?
    «Ogni anno mi reco in tutte le parrocchie, di solito le visite pastorali prendono da fine gennaio a inizio giugno. Durano dai 4 agli 8 giorni, come per esempio a Dubai: è una delle parrocchie più grandi del mondo, ha oltre 300mila fedeli, anche se non tutti possono venire in chiesa. Incontro i gruppi e le persone che vogliono parlare al vescovo. Impartisco migliaia di cresime, 800 soltanto a Dubai. Incontro tutti i preti, individualmente e in gruppo, vediamo i problemi e prendo decisioni quando necessario. Dico qualche parola in ogni messa. Dal venerdì mattina alla domenica sera parlo in più di 20 celebrazioni a migliaia di persone».

    Faticoso?
    «Non ho mai predicato tanto come nei Paesi del Golfo. È un lavoro enorme. In Europa ero abituato a predicare in tedesco e francese e occasionalmente in italiano, ma non in inglese che qui è la lingua franca. Ancora non mi è così facile. Poi ho l'amministrazione ordinaria del vicariato e i rapporti con i governi locali e con Roma».

    È difficile vivere la fede in quei Paesi?
    «Non è facile da nessuna parte. Però l'ambiente musulmano ci aiuta a essere più coscienti. Ascoltare cinque volte al giorno la chiamata alla preghiera musulmana è un richiamo anche per noi, per la nostra pratica. Vedere come loro vanno alla moschea è uno stimolo: non dobbiamo prendere la nostra fede come scontata».

    L'islam dominante non vi è di ostacolo?
    «La gente che ci visita dall'India o dalle Filippine dice che la propria gente è più attiva nel Golfo che in patria. Noto che la Chiesa per molti è una patria di appartenenza, in senso spirituale ma anche come luogo dove si incontrano persone di diverse etnie che credono nelle stesse cose. La partecipazione di tanti gruppi è stupenda e mi stupisce ancora dopo tutti questi anni».

    È sorpreso di vedere tanta gente in chiesa?
    «Quando sono tornato dopo 2 mesi di assenza a causa di un intervento chirurgico in Svizzera, ho celebrato messa la sera di un giorno feriale e la chiesa era piena, saranno state mille persone. Quando penso ad altre regioni del mondo, mi dico che lì hanno tutte le libertà ma non le usano per coltivare la fede: da noi questa gente lavora tutto il giorno e ha ancora fiato di venire a messa la sera. È qualcosa di straordinario».

    Si lavora 6 giorni negli Emirati?
    «A volte anche 7, soprattutto il personale domestico. È un problema sociale enorme, nonostante i progressi fatti nella protezione dei lavoratori. C'è chi li tratta in modo decente e li paga come dovrebbe, ma per molti altri i domestici sono schiavi. E non solo per i locali, ma anche per occidentali con elevate posizioni sociali».

    Com'è la sua esperienza con l'islam?
    «Non esiste soltanto un islam. In Arabia predominano i sunniti, nell'Oman gli ibaditi, nello Yemen si trovano sunniti e il ramo sciita degli huthi. Negli Emirati almeno l'80% dei musulmani è straniero: pakistani, indiani, indonesiani, bengladesi. Anche se si chiamano tutti fratelli tra di loro, come del resto anche noi, un musulmano pakistano non è allo stesso livello di quello emiratino: malgrado la umma, la famiglia islamica, rimangono differenze sociali e forse anche di ordine razziale».

    I cattolici sono rispettati?
    «Mi è capitato di essere invitato durante il ramadan in qualche famiglia per la festa della sera dopo il digiuno, è uno scambio di familiarità e amicizia che ho sempre ammirato. Poi magari esagerano perché vanno avanti quasi tutta la notte e di giorno sono stanchi e devono digiunare di nuovo. Vado come religioso, non mi nascondo, e non posso lamentarmi».

    Nemmeno con le autorità?
    «Non ho timore di incontrare gli ufficiali del governo e i diplomatici. È chiaro, quando si arriva al punto loro sono il top della religione. A volte qualcuno mi domanda come mai una persona può essere buona e perbene senza essere musulmano: per loro le due cose coincidono».

    Si può dialogare tra fedi diverse se una delle due si considera superiore?
    «Un dialogo interreligioso fatto a Riad o Abu Dhabi è diverso da quello che si fa a Roma, Vienna o New York, è evidente. Ci si esprime più liberamente altrove. Però è importante conoscere le persone, vedersi e parlarsi a faccia a faccia».

    Che limitazioni subiscono i cattolici?
    «La pratica religiosa può avvenire soltanto all'interno dei terreni concessi alle parrocchie. Però io non devo presentare la mia omelia al governo, a differenza dell'imam che deve recitare il testo ufficiale del ministero o presentare il suo testo in anticipo: in questo senso siamo quasi più liberi. Tuttavia, non possiamo agire fuori dei luoghi che ci sono attribuiti, nemmeno nei villaggi distanti centinaia di chilometri da una chiesa. Se qualche volta ci rechiamo nei villaggi lontani, per incontrare i nostri fedeli, lo facciamo a nostro rischio. Ma è impressionante vedere la gente all'interno, isolata ma felice anche solo di vedere il vescovo che non ha paura di recarsi da loro».

    Conversioni dall'islam?
    «Naturalmente no, è tabù. I cristiani possono diventare musulmani, sono i benvenuti, ma a noi è vietato convertire».

    Potete costruire liberamente le chiese?
    «Non è facile ottenere i permessi. Ci vuole molta pazienza e anche insistenza. Siamo obbligati a non esporre nessun segno esplicitamente cristiano all'esterno, nulla di visibile da fuori: croci, campanili, statue. I divieti sono esplicitati nei contratti di concessione dei terreni».

    A chi appartengono i terreni?
    «Ci vengono concessi per lo più con una forma di comodato gratuito. La costruzione è a carico nostro. E se un giorno l'emiro decide che in quel posto sarebbe meglio fare altro, dobbiamo sloggiare».

    È capitato?
    «Sì, ad Abu Dhabi negli anni '80. La prima chiesa si trovava nel quartiere turistico e degli affari e ci proposero di trasferirla nel centro dell'isola. Per noi è stata una benedizione: là era più bello ma la nostra gente vive altrove e ora siamo in un posto migliore. Potrebbe capitare di nuovo».

    Quindi per lei l'islam ha una certa tolleranza con i cristiani.
    «Ad Abu Dhabi sì. C'è pure un ministro per la tolleranza e uno per la felicità, perché la gente dev'essere felice».

    Anche i cattolici?
    «Dovremmo esserlo per natura».

    Avete spazi sufficienti?
    «In realtà ce ne vorrebbero di più ampi, le strutture parrocchiali sono troppo piccole e non c'è molto posto per il catechismo, le attività pastorali e anche la liturgia. Ad Abu Dhabi due chiese sorgono sullo stesso terreno, a pochi metri di distanza: la cattedrale di san Giuseppe e la chiesa di santa Teresa. Questo ci consente maggiore flessibilità: possiamo iniziare una messa anche se un'altra è ancora in corso».

    Quante messe si celebrano?
    «In inglese 3 al giorno dal lunedì al giovedì, 6 il venerdì, 3 il sabato e 8 la domenica. Chi lavora può venire a messa soltanto il venerdì, giorno festivo dei musulmani. Poi ne diciamo altre in 15 lingue diverse: i miei preti sono frati cappuccini provenienti da 20 province diverse del mondo».

    È contento del suo percorso?
    «È stato duro all'inizio. Ricordo la prima volta che venni negli Emirati come visitatore, quando non c'era ancora il rischio di diventare vescovo. Mi dicevo: mai potrei sopravvivere da queste parti. È andata diversamente. Ma ho detto sì e ora sono grato. Non avrei mai avuto una vita così ricca, interessante, in un punto strategico per la politica internazionale e per la religione. Celebro messa per numerosi ambasciatori cattolici, che vengono in chiesa mescolandosi tra i fedeli. E una volta anche per un presidente del Consiglio italiano, Romano Prodi: alle 8 venne nella cappella della casa episcopale, poi prendemmo il caffè. In un convento svizzero non mi sarebbe mai successo».

    http://www.ilgiornale.it/news/vivere...i-1591463.html

  7. #7
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    26-27 ottobre 2018 - I giovani cattolici d’Arabia

    Il 26 e 27 ottobre 2018 si è svolta la 3^ Conferenza dei Giovani Cattolici d'Arabia
    (ovviamente negli Emirati, che sono il paese più tollerante della regione).

    http://asianews.it/notizie-it/Mons.-...ni--45354.html

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da raffadalbo Visualizza Messaggio
    Il 26 e 27 ottobre 2018 si è svolta la 3^ Conferenza dei Giovani Cattolici d'Arabia
    (ovviamente negli Emirati, che sono il paese più tollerante della regione).
    Sì, insieme con l'Oman.

  9. #9
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  10. #10
    Saggio del Forum L'avatar di Nathaniel
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    Il Papa negli Emirati, dove vige la sharia ma la Chiesa è più vitale che in Europa
    Da oggi al 5 febbraio papa Francesco sarà in visita negli Emirati Arabi Uniti, dove i cattolici (tutti immigrati) sono il 10 per cento della popolazione e alle messe ci sono 500 mila persone

    https://www.tempi.it/papa-francesco-...sharia-chiesa/

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