Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: L’attività della Caritas in Italia e nel mondo

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    L’attività della Caritas in Italia e nel mondo

    UDIENZA AI PARTECIPANTI ALL’ASSEMBLEA GENERALE DELLA CARITAS INTERNATIONALIS , 27.05.2011

    Alle ore 12 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i partecipanti alla 19.ma Assemblea Generale della Caritas Internationalis in occasione del 60° anniversario della fondazione.

    Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa rivolge ai presenti:

    DISCORSO DEL SANTO PADRE

    (...)

    TRADUZIONE IN LINGUA ITALIANA

    Signori Cardinali,
    venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
    cari Fratelli e Sorelle,

    sono lieto di avere questa opportunità di incontrarvi , in occasione della vostra Assemblea Generale. Ringrazio il Cardinale Oscar Rodríguez Maradiaga, Presidente di Caritas Internationalis, per le cortesi parole che mi ha indirizzato anche a nome vostro, e rivolgo un cordiale saluto a tutti voi e all’intera famiglia delle Caritas. Vi assicuro, inoltre, la mia gratitudine e formulo nella preghiera i migliori auspici per le opere di carità cristiana che realizzate in Paesi di tutto il mondo.

    Il primo motivo del nostro incontro odierno è quello di ringraziare Dio per le numerose grazie che ha elargito alla Chiesa nei sessant’anni trascorsi dalla fondazione di Caritas Internationalis. Dopo gli orrori e le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, il Venerabile Pio XII volle mostrare la solidarietà e la preoccupazione della Chiesa intera di fronte alle tante situazioni di conflitto e di emergenza nel mondo. E lo fece dando vita ad un organismo che, a livello della Chiesa universale, promuovesse maggiore comunicazione, coordinamento e collaborazione fra le numerose organizzazioni caritative della Chiesa nei vari continenti (cfr Chirografo Durante l’Ultima Cena, 16 settembre 2004, 1). Il Beato Giovanni Paolo II, poi, rafforzò ulteriormente i legami esistenti tra le singole agenzie nazionali di Caritas e tra di esse e la Santa Sede, conferendo a Caritas Internationalis la personalità giuridica canonica pubblica (ibid., 3). In conseguenza di ciò, Caritas internationalis ha acquisito un ruolo particolare nel cuore della comunità ecclesiale, ed è stata chiamata a condividere, in collaborazione con la Gerarchia ecclesiastica, la missione della Chiesa di manifestare, attraverso la carità vissuta, quell’amore che è Dio stesso. In tal modo, entro i limiti delle finalità proprie ad essa assegnate, Caritas Internationalis adempie a nome della Chiesa ad un compito specifico in favore del bene comune (cfr CIC, can. 116 §1).

    Essere nel cuore della Chiesa; essere in grado, in certo qual modo, di parlare e agire in suo nome, in favore del bene comune, comporta particolari responsabilità in termini di vita cristiana, sia personale che comunitaria. Solo sulle basi di un quotidiano impegno ad accogliere e vivere pienamente l’amore di Dio, si può promuovere la dignità di ogni singolo essere umano. Nella mia prima Enciclica, Deus Caritas est, ho voluto riaffermare quanto sia centrale la testimonianza della carità per la Chiesa del nostro tempo. Attraverso tale testimonianza, resa visibile nella vita quotidiana dei suoi membri, la Chiesa raggiunge milioni di uomini e donne e rende loro possibile riconoscere e percepire l’amore di Dio, che è sempre vicino ad ogni persona che si trovi nel bisogno. Per noi cristiani, Dio stesso è la fonte della carità, e la carità è intesa non solo come una generica filantropia, ma come dono di sé, anche fino al sacrificio della propria vita in favore degli altri, ad imitazione dell’esempio di Gesù Cristo. La Chiesa prolunga nel tempo e nello spazio la missione salvifica di Cristo: essa vuole raggiungere ogni essere umano, mossa dal desiderio che ciascun individuo giunga a conoscere che nulla può separarci dall’amore di Cristo (cfr Rm 8,35).

    Caritas Internationalis è diversa da altre agenzie sociali perché è un organismo ecclesiale, che condivide la missione della Chiesa. Questo è ciò che i Pontefici hanno sempre voluto e questo è ciò che la vostra Assemblea Generale è chiamata a riaffermare con forza. A tale riguardo, si deve osservare che Caritas Internationalis è costituita fondamentalmente dalle varie Caritas nazionali. A differenza di tante istituzioni e associazioni ecclesiali dedite alla carità, le Caritas hanno un tratto distintivo: pur nella varietà delle forme canoniche assunte dalle Caritas nazionali, tutte costituiscono un aiuto privilegiato per i Vescovi nel loro esercizio pastorale della carità. Ciò comporta una speciale responsabilità ecclesiale: quella di lasciarsi guidare dai Pastori della Chiesa. Dal momento poi che Caritas Internationalis ha un profilo universale ed è dotata di personalità giuridica canonica pubblica, la Santa Sede ha il compito di seguire la sua attività e di vigilare affinché tanto la sua azione umanitaria e di carità, come il contenuto dei documenti diffusi, siano in piena sintonia con la Sede Apostolica e con il Magistero della Chiesa, e affinché essa sia amministrata con competenza ed in modo trasparente. Questa identità distintiva è la forza di Caritas Internationalis, ed è ciò che rende la sua opera particolarmente efficace.

    Vorrei inoltre sottolineare che la vostra missione vi porta a svolgere un importante ruolo sul piano internazionale. L’esperienza che avete raccolto in questi anni vi ha insegnato a farvi portavoce, nella comunità internazionale, di una sana visione antropologica, alimentata dalla dottrina cattolica e impegnata a difendere la dignità di ogni vita umana. Senza un fondamento trascendente, senza un riferimento a Dio Creatore, senza la considerazione del nostro destino eterno, rischiamo di cadere in preda ad ideologie dannose. Tutto ciò che dite e fate, la testimonianza della vostra vita e delle vostre attività, sono importanti e contribuiscono a promuovere il bene integrale della persona umana. Caritas Internationalis è un’organizzazione a cui spetta il ruolo di favorire la comunione tra la Chiesa universale e le Chiese particolari, come pure la comunione tra tutti i fedeli nell’esercizio della carità. Al tempo stesso, essa è chiamata ad offrire il proprio contributo per portare il messaggio della Chiesa nella vita politica e sociale sul piano internazionale. Nella sfera politica – e in tutte quelle aree che toccano direttamente la vita dei poveri – i fedeli, specialmente i laici, godono di un’ampia libertà di azione. Nessuno può, in materie aperte alla libera discussione, pretendere di parlare "ufficialmente" a nome dell’intero laicato o di tutti i cattolici (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et Spes, 43; 88). D’altro canto, ciascun cattolico, anzi, in verità, ogni uomo, è chiamato ad agire con coscienza purificata e con cuore generoso per promuovere in maniera decisa quei valori che spesso ho definito come "non negoziabili". Caritas Internationalis è chiamata, perciò, ad operare per convertire i cuori all’apertura verso tutti i nostri fratelli e sorelle, affinché ognuno, nel pieno rispetto della propria libertà e nella piena assunzione delle proprie responsabilità personali, possa agire sempre ed ovunque in favore del bene comune, offrendo generosamente il meglio di sé al servizio dei fratelli e delle sorelle, in particolare dei più bisognosi.

    E’ in questa ampia prospettiva, quindi, e in stretta collaborazione con i Pastori della Chiesa, responsabili ultimi della testimonianza della carità (cfr Deus Caritas est, 32), che le Caritas nazionali sono chiamate a continuare la loro fondamentale testimonianza al mistero dell’amore vivificante e trasformante di Dio manifestatosi in Gesù Cristo. Lo stesso vale anche per Caritas Internationalis, che, nell’impegno per svolgere la propria missione, può contare sull’assistenza e sull’appoggio della Santa Sede, particolarmente attraverso il Dicastero competente, il Pontificio Consiglio Cor Unum.

    Cari amici, affidando questi pensieri alla vostra riflessione, vi ringrazio di nuovo per il vostro generoso impegno al servizio dei nostri fratelli bisognosi. A voi, ai vostri collaboratori e a tutti coloro che sono coinvolti nel vasto mondo delle opere di carità cattoliche, imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica, quale pegno di forza e di pace nel Signore.

    [00817-01.01] [Testo originale: Inglese]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  2. #2
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    L’attività della Caritas in Italia e nel mondo

    20-21 settembre, seminario a Roma
    Carità, innanzitutto
    questione educativa


    Caritas Italiana ha organizzato per martedì 20 e mercoledì 21 settembre a Roma, presso Villa Aurelia (via Leone XIII, 459) il seminario di studio “Memoria, fedeltà, profezia. La prevalente funzione pedagogica”, nell’ambito delle celebrazioni per il 40° anniversario della propria fondazione. I lavori saranno aperti, martedì 20 settembre alle ore 9.30, dalla relazione “40 anni di Caritas Italiana: memoria, fedeltà, profezia”, di padre Lorenzo Prezzi, direttore della rivista Settimana. Seguirà poi la relazione di mons. Vittorio Nozza, direttore di Caritas Italiana, sul tema “Caritas organismo pastorale: la prevalente funzione pedagogica”.
    Nel pomeriggio i lavori proseguiranno attraverso cinque laboratori che prenderanno in esame i nodi e le opportunità della funzione pedagogica della Caritas nei diversi ambiti di impegno.
    Nella mattinata di mercoledì 21 saranno poi condivisi i frutti di quanto maturato nei laboratori del pomeriggio precedente e saranno messe a fuoco, con l’aiuto di Pierluigi Dovis, direttore della Caritas diocesana di Torino, delle prospettive di lavoro pastorale per le Caritas diocesane e parrocchiali. Alle ore 12.30 concluderà i lavori l’intervento di don Antonio Mastantuono, docente di Teologia pastorale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale (Napoli), sul tema “Profezia e quotidianità: quale pastorale per le nostre comunità e i nostri territori?”.


    fonte: Conferenza Episcopale Italiana
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  3. #3
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    CARITAS ITALIANA
    Carità è bellezza
    Da 40 anni con gli ultimi


    Quarant’anni di attività a fianco degli ultimi, in Italia e nel mondo, che hanno contribuito a dare speranza e migliorare, in parte, il volto della società. I quarant’anni dell’organismo pastorale voluto da Paolo VI si stanno celebrando in questi giorni a Fiuggi con grande solennità, durante il 35° convegno nazionale delle Caritas diocesane, che dal 21 al 23 novembre riunisce oltre 600 direttori e operatori delle 220 Caritas diocesane e di Caritas italiana, per parlare del tema: “La Chiesa che educa servendo carità ‘...Si mise ad insegnare loro molte cose’ (Mc 6,34)”. Culmine delle celebrazioni sarà l’udienza con Benedetto XVI nella basilica di San Pietro il 24 novembre, con oltre 10.000 partecipanti da tutte le Caritas. Anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato un messaggio, constatando che le Caritas diocesane presenti su tutto il territorio nazionale “rappresentano una risorsa di alto valore etico per la coesione sociale e lo sviluppo economico del Paese”, perché “operano attraverso una capillare azione di sostegno e di ascolto, per offrire integrazione e accoglienza a tutti, con una particolare attenzione alle componenti più deboli della società, alle giovani generazioni e al loro percorso educativo”.

    “Una nuova etica pubblica”. “In presenza di palesi limitazioni della giustizia e dell’uguaglianza, si rende urgente il rilancio di un concetto di legalità che non si riduca alla pur necessaria osservanza delle norme giuridiche, ma implichi una nuova etica pubblica come indispensabile cornice entro cui le leggi stesse devono essere fatte e osservate”. Lo ha affermato oggi mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, nel suo intervento a Fiuggi. In passato, ha osservato il vescovo, la cosiddetta “questione morale” passava “per il tema della legalità”: “Oggi questa battaglia appare ancora quanto mai necessaria, ma insufficiente”. A suo avviso “bisogna che i cittadini s’impegnino a rispettare” le leggi e che “esse siano conformi alle reali esigenze del bene comune e della giustizia”. “Per una rinnovata legalità – ha sottolineato – è necessaria un’educazione al bene comune che è compito di tutti i cristiani, e a un titolo speciale della Caritas”. Da questa formazione a una “cittadinanza responsabile” potranno venire “cittadini capaci di esprimere una classe politica sempre più attenta alla dignità di ogni persona e alle esigenze della vita intera di tutti e di ciascuno”.

    “Recuperare il senso della bellezza”. Mons. Crociata ha invitato i convegnisti a “recuperare il senso della bellezza del bene, della carità, e del bene e della carità come fonte della vera bellezza”. Nella sua relazione sull’“educare alla vita buona del Vangelo” ha ricordato che “il grande compito che abbiamo dinanzi è quello di superare la dissociazione tra carità e bellezza. Una dissociazione tutta moralistica, che ha fatto percorrere strade separate a un bene privo di fascino e a una bellezza ridotta a vuota esteriorità”. “Le persone che amano – ha precisato – sono anche belle persone, e le persone che vivono la pienezza d’amore nella carità conoscono e conducono una vita buona, una vita buona che è anche bella. L’attrazione di una tale vita mette sulla strada di una vera educazione non solo alla carità, ma anche alla riuscita personale in tutti i suoi aspetti”. In una prospettiva profetica, ha continuato il vescovo, educare a una “cultura della carità” significa “non fermarsi ad astratti discorsi, ma aprire nella nostra società spesso senza misericordia, dove gli individui si agitano e si scontrano come solitari atomi impazziti, degli spazi di reale comunicazione fra le nostre povertà”. “Non si tratta soltanto di realizzare la carità in specifiche iniziative a favore di determinate categorie di persone – ha sottolineato mons. Crociata –, ma di contribuire a creare un clima, una mentalità e uno stile, diffusi a livello collettivo, che siano ‘caritatevoli’ e che si riflettano sui singoli orientandone i pensieri, i sentimenti, le scelte, così da sviluppare, a tutti livelli, un tessuto di relazioni umane caratterizzate dalla fraternità”.

    “Nuova progettualità nella politica”.
    Un invito a coltivare “l’idea di una politica – così come di un’economia – a servizio dell’uomo” per “guardare in modo nuovo la vita della società civile e delle istituzioni”: lo ha detto, aprendo ieri il convegno, mons. Giuseppe Merisi, vescovo di Lodi e presidente di Caritas italiana e della Commissione episcopale per il servizio della carità e la salute. “Le questioni nodali che nell’ultimo periodo hanno pericolosamente allargato la forbice tra società e istituzione – ha osservato mons. Merisi – riguardano l’equilibrio tra i poteri, lo sviluppo di un autentico federalismo unitario, responsabile e solidale; la stabilizzazione dell’assetto del sistema politico”. Il vescovo ha esortato a “recuperare progettualità nella politica, che comporta una rettifica di atteggiamenti e di comportamenti” e un “rinnovamento in termini di ricchezza di contenuti”, a partire dal “riconoscimento e dalla tutela dei diritti fondamentali che sono espressione di una dignità personale che permane in ogni fase e in ogni condizione della vita umana”.

    La povertà delle famiglie e dei giovani. La crescente vulnerabilità delle persone e delle famiglie, impoverite “dalla crisi economica, ma anche dai processi di globalizzazione, la precarizzazione del lavoro, la crisi del welfare” è stata sottolineata da mons. Merisi. “In un quadro di povertà complesso e multidimensionale, che tocca aree dell’intero Paese – ha osservato –, le famiglie continuano a pagare in misura più elevata la crisi, con prospettive sempre più incerte nel mercato del lavoro e una progressiva erosione di risorse”. Mons. Merisi ha messo in evidenza i problemi delle “famiglie di cinque o più componenti ma anche di famiglie monogenitoriali, quelle residenti nel Mezzogiorno con tre o più figli minori ma anche persone e famiglie prive di risparmi o di capitale sociale, come pure famiglie con redditi da pensione di anziani o che si fanno carico di altre povertà”. “La perdita improvvisa del lavoro o un qualunque altro imprevisto – ha ricordato – può far precipitare facilmente nella povertà”. Anche la precarietà e l’assenza di speranza” tra i giovani è un cruccio per la Caritas italiana, “non solo per gli sviluppi e le preoccupanti forme di protesta in cui spesso trova sbocco esponendosi a manipolazioni e strumentalizzazioni”. Mons. Merisi ha chiesto, inoltre, un’attenzione particolare al Mezzogiorno “da parte della politica, del mondo produttivo e della società” a causa dei “segni crescenti di vulnerabilità economica e sociale”, e del “conseguente depauperamento del capitale umano disponibile”.

    Immigrati, Europa si apra. “Un aspetto fondamentale che ha bisogno di maggiore profezia è l’immigrazione, per aprire l’Europa al futuro e a una globalizzazione ‘della’ solidarietà e ‘nella’ solidarietà”: lo ha detto mons. Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto e presidente della Conferenza episcopale pugliese. “In questo momento gli immigrati sono gli ultimi della società – ha osservato mons. Cacucci –. L’Europa deve essere perciò un continente aperto e accogliente, continuando a realizzare forme di cooperazione non solo economica, ma anche sociale e culturale”. Anche per mons. Cacucci, il Mezzogiorno d’Italia e i giovani sono due priorità: “Mi dolgo moltissimo che il documento su Chiesa e Mezzogiorno sia stato molto lodato al momento della pubblicazione – ha aggiunto ai giornalisti, a margine della sua relazione –, ma sia caduto nel silenzio totale nella Chiesa e nella società”. E a proposito dei giovani: “Come si fa ad essere profeti – si è chiesto – se i giovani sono completamente disattesi?”.

    Essere profezia. La missione “profetica” della Caritas, in questo periodo di grave crisi economica – con 8 milioni di cittadini in povertà relativa, 3 milioni in povertà assoluta e il 25% della popolazione a rischio povertà – è “sollecitare le istituzioni responsabili a realizzare un piano completo ed efficace contro la povertà”. È la raccomandazione di mons. Giovanni Nervo, 93 anni, primo direttore della Caritas italiana, incaricato 40 anni fa della sua fondazione, espressa oggi durante un intervento-intervista con l’inviato di “Avvenire” Paolo Lambruschi. Secondo mons. Nervo, oggi le priorità sono i giovani e gli immigrati. I giovani “perché nella nostra società non contano niente e sono i più esposti al pericolo della povertà: povertà di valori e di prospettive di vita e lavoro”. A questo proposito, sulla base di quella “grande esperienza educativa” che è stata l’obiezione di coscienza e il servizio civile (con 100.000 giovani coinvolti), mons. Nervo ha invitato a valorizzare il servizio civile volontario, oggi in difficoltà per mancanza di risorse. Gli immigrati sono invece “un fatto nuovo molto importante, non solo perché sono braccia che lavorano e teste che riflettono, ma perché nei loro confronti la Chiesa ha il compito preciso di annunciare il Vangelo: non attraverso una evangelizzazione diretta, perché sarebbe proselitismo, ma con la voce della carità che può arrivare nei loro cuori”. Mons. Nervo ha chiesto, perciò, alla Caritas di continuare a svolgere la sua “prevalente funzione pedagogica” nella Chiesa e nella società, così come intuito da Paolo VI quarant’anni fa. Un ruolo da svolgere con “una solida cultura e una profonda spiritualità, per cogliere i segni dei tempi ed essere profezia”.

    a cura di Patrizia Caiffa, inviata SIR a Fiuggi

    _______________________________________


    40 anni di Caritas in Italia – Scheda
    Animazione e promozione Caritas.
    2.832 Centri di ascolto (diocesani e parrocchiali); 191 Osservatori diocesani delle povertà e delle risorse; 196 Laboratori diocesani per le Caritas parrocchiali.
    Servizio civile. 760 i giovani immessi in servizio civile da Caritas tramite il bando 2010: in Italia 724, presso 55 Caritas diocesane, a cui si aggiungono 36 all’estero.
    Progetti otto per mille Italia accompagnati da Caritas Italiana. Nel periodo 2001-2010: 1.045 progetti realizzati da parte di oltre 180 Caritas diocesane; 78 milioni di euro investiti in tali progetti, che hanno previsto una partecipazione economica diretta delle diocesi per circa 67 milioni di euro; 171 progetti destinati al sostegno della rete dei Centri di ascolto. Nel periodo 2009-2010: 204 progetti approvati a 119 Caritas diocesane, per un valore di 12,3 milioni di euro richiesti alla Cei e una compartecipazione delle Caritas di 10,5 milioni di euro.
    Dal IV Censimento della Consulta ecclesiale nazionale degli organismi socio-assistenziali. 1.613 Servizi socio-assistenziali e sanitari promossi dalle Caritas diocesane, di cui: 1.269 servizi socio-sanitari e sociali non residenziali; 311 servizi socio-sanitari residenziali; 33 servizi sanitari.
    Attività promosse dalle Caritas diocesane nel settore socio-assistenziale (attività primarie e secondarie). 580 centri di erogazione beni primari; 130 servizi residenziali per le persone senza dimora; 106 mense; 78 servizi residenziali per famiglie in difficoltà; 66 Centri di ascolto per immigrati.
    Le risorse umane coinvolte nei servizi promossi dalle Caritas diocesane. 30.902 operatori in totale; di cui: 27.630 volontari.
    Attività anti-crisi economica. 68 Fondazioni antiracket e antiusura; 806 iniziative anti-crisi economica attive presso 203 diocesi; di cui: 133 progetti di micro-credito socio-assistenziale; 131 fondi diocesani di emergenza; 120 progetti di orientamento al lavoro; 70 progetti di microcredito per le imprese; 55 servizi per il problema casa; 45 empori e botteghe solidali.
    Nel mondo. 56 i Paesi del mondo dove sono stati realizzati decine di progetti e 297 microprogetti; 140 le iniziative condotte da un centinaio di Caritas in Italia nell’ambito della campagna Zero Poverty, in occasione del 2010 “Anno europeo di lotta alla povertà


    fonte: SIR
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  4. #4
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    UDIENZA AI PARTECIPANTI ALL’INCONTRO PROMOSSO DALLA CARITAS ITALIANA NEL 40° ANNIVERSARIO DI FONDAZIONE , 24.11.2011

    Alle ore 12 di questa mattina, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Benedetto XVI riceve in Udienza i Partecipanti all’Incontro promosso dalla Caritas Italiana, in occasione del 40° anniversario di fondazione dell’organismo della Conferenza Episcopale Italiana.
    Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa rivolge ai presenti nel corso dell’Udienza:

    DISCORSO DEL SANTO PADRE

    Venerati Fratelli,
    cari fratelli e sorelle!

    Con gioia vi accolgo in occasione del 40° anniversario dell’istituzione della Caritas Italiana. Vi saluto con affetto, unendomi al ringraziamento dell’intero Episcopato italiano per il vostro prezioso servizio. Saluto cordialmente il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ringraziandolo per le parole che mi ha rivolto a nome di tutti. Saluto Mons. Giuseppe Merisi, Presidente della Caritas, i Vescovi incaricati delle diverse Conferenze Episcopali Regionali per il servizio della carità, il Direttore della Caritas Italiana, i direttori delle Caritas Diocesane e tutti i loro collaboratori.

    Siete venuti presso la tomba di Pietro per confermare la vostra fede e riprendere slancio nella vostra missione. Il Servo di Dio Paolo VI, nel primo incontro nazionale con la Caritas, nel 1972, così affermava: «Al di sopra dell’aspetto puramente materiale della vostra attività, deve emergere la sua prevalente funzione pedagogica» (Insegnamenti X [1972], 989). A voi, infatti, è affidato un’importante compito educativo nei confronti delle comunità, delle famiglie, della società civile in cui la Chiesa è chiamata ad essere luce (cfr Fil 2,15). Si tratta di assumere la responsabilità dell’educare alla vita buona del Vangelo, che è tale solo se comprende in maniera organica la testimonianza della carità. Sono le parole dell’apostolo Paolo ad illuminare questa prospettiva: «Quanto a noi, per lo Spirito, in forza della fede, attendiamo fermamente la giustizia sperata. Perché in Cristo Gesù non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità» (Gal 5,5-6). Questo è il distintivo cristiano: la fede che si rende operosa nella carità. Ciascuno di voi è chiamato a dare il suo contributo affinché l’amore con cui siamo da sempre e per sempre amati da Dio divenga operosità della vita, forza di servizio, consapevolezza della responsabilità. «L’amore del Cristo infatti ci possiede» (2 Cor 5,14), scrive san Paolo. E’ questa prospettiva che dovete rendere sempre più presente nelle Chiese particolari in cui vivete.

    Cari amici, non desistete mai da questo compito educativo, anche quando la strada si fa dura e lo sforzo sembra non dare risultati. Vivetelo nella fedeltà alla Chiesa e nel rispetto dell’identità delle vostre Istituzioni, utilizzando gli strumenti che la storia vi ha consegnato e quelli che la «fantasia della carità» – come diceva il beato Giovanni Paolo II – vi suggerirà per l’avvenire. Nei quattro decenni trascorsi, avete potuto approfondire, sperimentare e attuare un metodo di lavoro basato su tre attenzioni tra loro correlate e sinergiche: ascoltare, osservare, discernere, mettendolo al servizio della vostra missione: l’animazione caritativa dentro le comunità e nei territori. Si tratta di uno stile che rende possibile agire pastoralmente, ma anche perseguire un dialogo profondo e proficuo con i vari ambiti della vita ecclesiale, con le associazioni, i movimenti e con il variegato mondo del volontariato organizzato.

    Ascoltare per conoscere, certo, ma insieme per farsi prossimo, per sostenere le comunità cristiane nel prendersi cura di chi necessita di sentire il calore di Dio attraverso le mani aperte e disponibili dei discepoli di Gesù. Questo è importante: che le persone sofferenti possano sentire il calore di Dio e lo possono sentire tramite le nostre mani e i nostri cuori aperti. In questo modo le Caritas devono essere come "sentinelle" (cfr Is 21,11-12), capaci di accorgersi e di far accorgere, di anticipare e di prevenire, di sostenere e di proporre vie di soluzione nel solco sicuro del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa. L’individualismo dei nostri giorni, la presunta sufficienza della tecnica, il relativismo che influenza tutti, chiedono di provocare persone e comunità verso forme alte di ascolto, verso capacità di apertura dello sguardo e del cuore sulle necessità e sulle risorse, verso forme comunitarie di discernimento sul modo di essere e di porsi in un mondo in profondo cambiamento.

    Scorrendo le pagine del Vangelo, restiamo colpiti dai gesti di Gesù: gesti che trasmettono la Grazia, educativi alla fede e alla sequela; gesti di guarigione e di accoglienza, di misericordia e di speranza, di futuro e di compassione; gesti che iniziano o perfezionano una chiamata a seguirlo e che sfociano nel riconoscimento del Signore come unica ragione del presente e del futuro. Quella dei gesti, dei segni è una modalità connaturata alla funzione pedagogica della Caritas. Attraverso i segni concreti, infatti, voi parlate, evangelizzate, educate. Un’opera di carità parla di Dio, annuncia una speranza, induce a porsi domande. Vi auguro di sapere coltivare al meglio la qualità delle opere che avete saputo inventare. Rendetele, per così dire, «parlanti», preoccupandovi soprattutto della motivazione interiore che le anima, e della qualità della testimonianza che da esse promana. Sono opere che nascono dalla fede. Sono opere di Chiesa, espressione dell’attenzione verso chi fa più fatica. Sono azioni pedagogiche, perché aiutano i più poveri a crescere nella loro dignità, le comunità cristiane a camminare nella sequela di Cristo, la società civile ad assumersi coscientemente i propri obblighi. Ricordiamo quanto insegna il Concilio Vaticano II: «Siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia, perché non avvenga che si offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia» (Apostolicam actuositatem, 8). L’umile e concreto servizio che la Chiesa offre non vuole sostituire né, tantomeno, assopire la coscienza collettiva e civile. Le si affianca con spirito di sincera collaborazione, nella dovuta autonomia e nella piena coscienza della sussidiarietà.

    Fin dall’inizio del vostro cammino pastorale, vi è stato consegnato, come impegno prioritario, lo sforzo di realizzare una presenza capillare sul territorio, soprattutto attraverso le Caritas Diocesane e Parrocchiali. È obiettivo da perseguire anche nel presente. Sono certo che i Pastori sapranno sostenervi e orientarvi, soprattutto aiutando le comunità a comprendere il proprium di animazione pastorale che la Caritas porta nella vita di ogni Chiesa particolare, e sono certo che voi ascolterete i vostri Pastori e ne seguirete le indicazioni.

    L’attenzione al territorio e alla sua animazione suscita, poi, la capacità di leggere l’evolversi della vita delle persone che lo abitano, le difficoltà e le preoccupazioni, ma anche le opportunità e le prospettive. La carità richiede apertura della mente, sguardo ampio, intuizione e previsione, un «cuore che vede» (cfr Enc. Deus caritas est, 25). Rispondere ai bisogni significa non solo dare il pane all’affamato, ma anche lasciarsi interpellare dalle cause per cui è affamato, con lo sguardo di Gesù che sapeva vedere la realtà profonda delle persone che gli si accostavano. È in questa prospettiva che l’oggi interpella il vostro modo di essere animatori e operatori di carità. Il pensiero non può non andare anche al vasto mondo della migrazione. Spesso calamità naturali e guerre creano situazioni di emergenza. La crisi economica globale è un ulteriore segno dei tempi che chiede il coraggio della fraternità. Il divario tra nord e sud del mondo e la lesione della dignità umana di tante persone, richiamano ad una carità che sappia allargarsi a cerchi concentrici dai piccoli ai grandi sistemi economici. Il crescente disagio, l’indebolimento delle famiglie, l’incertezza della condizione giovanile indicano il rischio di un calo di speranza. L’umanità non necessita solo di benefattori, ma anche di persone umili e concrete che, come Gesù, sappiano mettersi al fianco dei fratelli condividendo un po’ della loro fatica. In una parola, l’umanità cerca segni di speranza. La nostra fonte di speranza è nel Signore. Ed è per questo motivo che c’è bisogno della Caritas; non per delegarle il servizio di carità, ma perché sia un segno della carità di Cristo, un segno che porti speranza. Cari amici, aiutate la Chiesa tutta a rendere visibile l’amore di Dio. Vivete la gratuità e aiutate a viverla. Richiamate tutti all’essenzialità dell’amore che si fa servizio. Accompagnate i fratelli più deboli. Animate le comunità cristiane. Dite al mondo la parola dell’amore che viene da Dio. Ricercate la carità come sintesi di tutti i carismi dello Spirito (cfr 1 Cor 14,1).

    Sia vostra guida la Beata Vergine Maria che, nella visita ad Elisabetta, portò il dono sublime di Gesù nell’umiltà del servizio (cfr Lc 1,39-43). Io vi accompagno con la preghiera e volentieri vi imparto la Benedizione Apostolica, estendendola a quanti quotidianamente incontrate nelle vostre molteplici attività. Grazie

    [01686-01.01] [Testo originale: Italiano]

    [B0700-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

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    L'omelia del Card. Bagnasco

    Roma, Basilica di S. Pietro
    24 novembre 2011
    XL anniversario della Caritas Italiana

    OMELIA
    «L’educazione del cuore»


    Carissimi Fratelli e Sorelle nel Signore,

    è sempre commovente celebrare la Divina Eucaristia presso la tomba dell’Apostolo Pietro. La viva memoria che impregna questa Basilica ci mette in particolare, filiale vicinanza con il suo Successore, il Santo Padre Benedetto XVI: a lui, che presiede la comunione ecclesiale nella verità e nella carità, esprimiamo il nostro affetto e la nostra gratitudine. Per lui eleviamo a Cristo, Pastore dei Pastori, la nostra fervente preghiera. La Santa Eucaristia che stiamo celebrando ci mette in vitale relazione con il Sacrificio del Signore Risorto, che, comunicandoci la sua Grazia, accresce la nostra fede, sostiene la nostra speranza e dilata il nostro amore. A nome dei Vescovi Italiani e mio personale, desidero ringraziare di cuore la Caritas italiana nella felice circostanza del suo 40° anniversario, perché – come ebbe a dire il Papa Paolo VI di venerata memoria - ”il suo aspetto spirituale non si misura con cifre e bilanci, ma con la capacità che essa ha di sensibilizzare le chiese locali e i singoli fedeli al senso e al dovere della carità in forme consone ai bisogni e ai tempi” (Discorso del 28 settembre 1972). Penso ai meritevoli Pionieri, ai Direttori che si sono avvicendati negli anni, ai molti collaboratori: i loro nomi sono scritti nel libro di Dio e a tutti rinnoviamo gratitudine e stima, consapevoli che la “funzione pedagogica”, individuata sin dall’inizio come il suo specifico ed irrinunciabile compito, trova oggi un singolare riscontro in quella “educazione del cuore” a cui invitano gli Orientamenti pastorali per il decennio in corso (EVBV, 39). Ma come si educa il cuore?

    1. La Parola, che abbiamo appena ascoltato, ha evocato la figura di Daniele che si trova nella fossa dei leoni per aver osato pregare in pubblico, contraddicendo ad un assurdo decreto emanato dal re. Nella Chiesa antica la raffigurazione di Daniele che sta disarmato, a braccia aperte, di fronte ai leoni, era spesso utilizzata come simbolo della resurrezione del corpo e come espressione di fiducia in Dio. Papa Benedetto XVI, infatti, annota che “Se non c’è nessuno che possa aiutarmi – dove si tratta di una necessità e di un’attesa che supera l’umana capacità di sperare – Egli può aiutarmi” (Spe Salvi, 32). Sta in questa intuizione la condizione di base per educare il cuore dell’uomo: si tratta del dialogo diretto, esplicito e personale con Dio. Anche se l’opinione diffusa, e talvolta la stessa coscienza di alcuni credenti, sembrano privilegiare un certo attivismo, in realtà il cuore viene lentamente plasmato solo dall’esperienza del fuoco che è Dio stesso. Dilatare il cuore attraverso l’esercizio della preghiera è la prima forma per uscire dall’isolamento e dal ripiegamento su se stessi, scorgendo un orizzonte inedito e attraversando situazioni umanamente insuperabili. La preghiera tacita e silenziosa di Daniele che confida nel Signore, nonostante intorno a lui la violenza stia per essere scatenata, richiama la priorità dell’affidarsi al Signore e riscatta da quel senso di fallimento che conduce ad evadere il grido degli ultimi e dei poveri di ogni epoca e di ogni luogo.

    2. Una conferma delle necessità di tenere desta l’attenzione del cuore perché non si assopisca e ceda alla tentazione del pessimismo e della tristezza, ci viene offerta dalla pagina lucana, per quanto, a prima vista, cupa e carica di segni sconvolgenti. In realtà, lo scenario apocalittico che viene richiamato non ha l’obiettivo di incutere terrore, ma – al contrario – di risvegliare dall’intorpidimento che spesso offusca la capacità di leggere dentro le pieghe della storia. Il cristiano di oggi, come quello della prima generazione, non può sottrarsi alla via della fedeltà e del coraggio anche di fronte alle prove, alle contraddizioni, ad ogni forma di sconvolgimento. Siamo invitati a levare il capo e così guardare alla storia per decifrarne i segni che fanno presagire - già da ora - il passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà; a cogliere nei deserti umani i germogli che assicurano che Dio è all’opera nell’umiltà e nel nascondimento delle anime e delle situazioni. Le primizie di questa nuova umanità costituiscono il tesoro delle opere buone, di cui l’esperienza quarantennale della Caritas è custode e ancella attenta e solerte. Nel nostro Paese, laddove ci si trova di fronte e fenomeni naturali imperiosi - come terremoti o alluvioni - o si debbano fronteggiare fenomeni sociali improvvisi - si pensi all’immigrazione - la Caritas è sempre pronta a rigenerare fiducia e ancor prima ad offrire una prossimità mai scontata, in grado di restituire dignità e fiducia. E’ questa capacità di lettura, che diventa un atteggiamento culturale sempre vigile, unita alla tempestività nell’intervento, che fanno della Caritas un riferimento significativo non solo nelle emergenze, ma anche nel quotidiano. Occorre dunque che, con l’impegno di tutti, questa sensibilità si consolidi e sappia interpretare, e nel caso ravvivare, quel mondo del volontariato che continua ad essere una presenza generosa e promettente, purchè non smarrisca il suo riferimento originario alla gratuità dell’amore che si fa dono guardando a Cristo Gesù, Dono del Padre.

    3. Il Vangelo - non potrebbe essere diversamente - si chiude con una buona notizia che educa il cuore alla speranza: «Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi ed alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina». La cultura occidentale ha invano preteso di riscattare l’uomo a volte con prospettive ideologiche, ma l’amore che nasce dalla fede continua a spingere l’uomo ad andare sempre ‘oltre’. Senza rinnegare la bontà degli sforzi umani, anzi per fondarli e sostenerli è necessario infatti educare il cuore alla speranza cristiana, così come suggerisce il Papa: «solo la grande speranza-certezza che, nonostante tutti i fallimenti, la mia vita personale e la storia nel suo insieme sono custodite nel potere indistruttibile dell’Amore e, grazie ad esso, hanno per esso un senso ed un’importanza, solo una tale speranza può in quel caso dare ancora il coraggio di agire e di operare» (Spe Salvi, 35).

    E’ la speranza, dunque, ciò di cui abbiamo oggi più bisogno per affrontare le sfide del nostro tempo; non di una speranza qualunque, ma di quella che viene dall’Alto e che è puro dono da desiderare e invocare. Allora il cuore si nutre di amore e dimora nella pace: è così che diventa capace di amare, di avvicinarsi ai piccoli e ai poveri, a coloro che, privi di cose e d’attenzione, vivono invisibili in un mondo di apparenza e di forza. Allora diventa non solo prossimo, ma ben di più fratello che con rispetto e venerazione si fa portatore di pane e messaggero di speranza.

    Ci siano di aiuto i Santi del Vietnam, il sacerdote Andrea Dung-Lac e i suoi compagni, che hanno dato la vita per amore di Cristo e della Chiesa, mentre facciamo nostra l’ invocazione del Santo Padre a Colei che a Cana vede e provvede guardando al Figlio: «Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, a sperare e ad amare con te» (Spe Salvi, 50). Amen.


    Angelo Card. Bagnasco
    Presidente della Conferenza Episcopale Italiana



    fonte: Conferenza Episcopale Italiana

  6. #6
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    Indirizzo di saluto al Santo Padre
    del Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della CEI
    in occasione dell’Udienza alle Caritas diocesane
    Basilica di San Pietro, 24 novembre 2011







    Beatissimo Padre,
    siamo qui oggi per fare memoria dei 40 anni di Caritas italiana, che il Suo venerato Predecessore Paolo VI volle istituire come “nuovo organismo sorto in seno alla Conferenza Episcopale Italiana per rispondere in maniera più adeguata alle accresciute esigenze della carità” (Discorso del 28 settembre 1972).
    Le siamo profondamente grati per il dono della Sua presenza in mezzo ai delegati e agli innumerevoli animatori della Caritas che poco fa hanno implorato la grazia dello Spirito Santo durante la celebrazione eucaristica sulla tomba dell’Apostolo Pietro. La gratitudine si moltiplica per il dono della Sua parola che sin dall’inizio del Suo infaticabile Ministero petrino ha fatto della carità la porta d’accesso dell’esperienza cristiana: «Abbiamo creduto all'amore di Dio — così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Deus caritas est, 1). In effetti, vivere l’amore fraterno fa entrare la luce di Dio nel mondo ed è la missione della Chiesa. Ciò spinge a vivere con crescente responsabilità questo anniversario coniugando insieme fedeltà e profezia.
    La fedeltà è sottesa al Suo ricorrente invito a preservare lo specifico della carità cristiana perché non venga a dissolversi in altro diverso da sé. “E’ perciò molto importante che l’attività caritativa della Chiesa mantenga tutto il suo splendore e non si dissolva nella comune organizzazione assistenziale, diventandone una semplice variante” (id., 31). Ciò suggerisce di riconsiderare sempre quel che si fa alla luce del criterio della concretezza che sa riconoscere i bisogni ed intervenire, così come spinge ad evitare qualsiasi forma di dipendenza ideologica o culturale perché qui è in gioco il precetto dell’amore, che è esclusivamente volto ad un fine e mai interpretabile come un mezzo. L’amore infatti non può avere altri scopi all’infuori di sé. Ciò peraltro non significa lasciare Dio da parte perché ”l’amore nella sua purezza e nella sua gratuità è la migliore testimonianza del Dio in cui crediamo e dal quale siamo spinti ad amare” (id., 31).
    La profezia, infine, di cui la Caritas italiana si impegna ad essere un segno credibile dentro il nostro Paese - attraversato da una difficile crisi economica e culturale - resta quella di un cuore-che-vede. Non basta avere una competenza tecnica o professionale, che pure vanno garantite, se manca quel di più di umanità che riesce ad introdurre uno sguardo che non si arresta di fronte alle necessità materiali e che sa perfino interpretare dentro questi bisogni i desideri più profondi. Come è scritto efficacemente fin dalla sua Prima Enciclica:”Il cristiano sa che Dio è amore e si rende presente proprio nei momenti in cui nient’altro viene fatto fuorchè amare” (id, 31).
    Grazie, Padre Santo, ci benedica.

    + Angelo Card. Bagnasco
    Arcivescovo di Genova
    Presidente della Conferenza Episcopale Italiana


    fonte: Conferenza Episcopale Italiana

  7. #7
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    La Chiesa testimoni il suo amore preferenziale per i poveri: così mons. Francesco Antonio Soddu, nuovo direttore di Caritas Italiana

    Sarà presto a Roma, mons. Francesco Antonio Soddu, per assumere il suo incarico di nuovo direttore della Caritas Italiana, nominato dal Consiglio permanente della Cei. Mons. Soddu, finora direttore della Caritas diocesana di Sassari e parroco della cattedrale del capoluogo sardo, subentra a mons. Vittorio Nozza, che ha diretto la Caritas Italiana dal 2001 ad oggi. 52 anni, mons. Soddu ha compiuto gli studi teologici presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. “La nomina a direttore della Caritas Italiana – ha confidato – crea in me uno stato di vertigine indescrivibile”. Francesca Sabatinelli lo ha intervistato:

    R. – Ho accolto questa notizia con molta meraviglia e la sto vivendo con molta trepidazione. Capisco più che mai lo stato d’animo degli Apostoli, di tutti i profeti, quando sono stati chiamati da Dio. In un primo momento il loro atteggiamento poteva forse sembrare riluttante, ma dinanzi ad una chiamata così grande, tutte le forze e le sicurezze vengono chiaramente a mancare. Davanti alla chiamata autentica di Dio non si può che rispondere: “Eccomi!”. Con questa risposta si vuole dire che si è pieni di fiducia e che il Signore saprà agire attraverso la nostra incapacità ed anche il nostro essere indegni.

    D. – Lei dal 2005 è stato direttore della Caritas diocesana di Sassari ed ora riveste quest’importante incarico. Quali sfide sente di dover affrontare arrivando a Roma, alla Caritas italiana?

    R. – La prima sfida è verso me stesso, perché ho ancora molto da imparare. Sotto questo punto di vista sono ancora molto spaventato, ma metterò in pratica quello che è il metodo della Caritas, che cercherò di portare avanti e di incarnare nella mia persona: ascoltare, osservare e discernere. Credo che questa sfida possa essere ben superata.

    D. – Viene spontaneo pensare al fatto che il suo trasferimento coincida con un periodo non certo facile per l’Italia…

    R. – Tutte le stagioni e tutte le epoche sono state particolari per chi le ha vissute. Questo è il nostro tempo. In questo nostro tempo, ed in questo nostro Paese, la Chiesa deve testimoniare sempre il suo amore preferenziale per i poveri, partendo dagli ultimi, rispecchiando la legalità e tutti quelli che sono i capisaldi del messaggio evangelico.

    D. – In conclusione, cosa augura a se stesso?

    R. – Auguro a me stesso di essere all’altezza di ciò che il Signore, mediante la Chiesa, mi sta affidando. Quasi 27 anni fa – vi faccio questa confidenza - quando diventai sacerdote, nel santino della prima Messa che generalmente si dà, ho fatto stampare la frase della Sacra Scrittura: “Signore, io vengo per fare la tua volontà”. Soltanto in nome della volontà di Dio si affronta tutto ciò che la Chiesa ci affida, con quel grande senso di fiducia che si accompagna a quel sano timore che non deve mai mancare, altrimenti si possono creare un po’ di pasticci. (vv)


    fonte: Radio Vaticana
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  8. #8
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    Santa Messa per l’apertura della XX Assemblea Generale di “Caritas Internationalis”, 12.05.2015

    Alle ore 17.30 di oggi, martedì della VI settimana di Pasqua, presso l’Altare della Cattedra della Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco ha celebrato la Santa Messa in occasione dell’apertura della XX Assemblea Generale di Caritas Internationalis sul tema: One Human Family, Caring for Creation, (Roma, 12-17 maggio 2015).

    Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa ha pronunciato nel corso della Celebrazione Eucaristica:

    Omelia del Santo Padre

    La Lettura degli Atti degli Apostoli che abbiamo ascoltato (16,22-34) presenta un personaggio un po’ speciale. E’ il carceriere del carcere di Filippi, dove Paolo e Sila sono stati rinchiusi in seguito a un tumulto della folla contro di loro. I magistrati dapprima li fanno bastonare e poi li mandano in prigione, ordinando al carceriere di fare buona guardia. Ecco perché quell’uomo, nella notte, sentito il terremoto e vedendo le porte del carcere aperte, si dispera e pensa di uccidersi. Ma Paolo lo rassicura e lui, tremante e pieno di meraviglia, supplica in ginocchio la salvezza.

    Il racconto ci dice che quell’uomo fece subito i passi essenziali del cammino di fede e di salvezza: ascolta la parola del Signore, insieme ai suoi familiari; lava le piaghe di Paolo e Sila; riceve il Battesimo con tutti i suoi; e infine accoglie Paolo e Sila a casa sua, prepara la tavola e offre loro da mangiare, pieno di gioia. Tutto il percorso della fede.

    Il Vangelo, annunciato e creduto, spinge a lavare i piedi e le piaghe dei sofferenti e a preparare per loro la mensa. Semplicità dei gesti, dove l’accoglienza della Parola e del sacramento del Battesimo si accompagna all’accoglienza del fratello, quasi si trattasse di un unico gesto: accogliere Dio e accogliere l’altro; accogliere l’altro con la grazia di Dio; accogliere Dio e manifestarlo nel servizio al fratello. Parola, Sacramenti e servizio si richiamano a vicenda e si alimentano a vicenda, come si vede già in queste testimonianze della Chiesa delle origini.

    Possiamo vedere in questo gesto tutta la chiamata di Caritas. Caritas è ormai una grande Confederazione, riconosciuta ampiamente anche nel mondo per le sue realizzazioni. Caritas è Chiesa in moltissime parti del mondo, e deve trovare ancora più diffusione anche nelle diverse parrocchie e comunità, per rinnovare quanto è avvenuto nei primi tempi della Chiesa. Infatti la radice di tutto il vostro servizio sta proprio nell’accoglienza, semplice e obbediente, di Dio e del prossimo. Questa è la radice. Se si toglie questa radice, Caritas muore. E questa accoglienza si compie in voi personalmente, perché poi andiate nel mondo, e lì serviate nel nome di Cristo che avete incontrato e che incontrate in ogni fratello e sorella a cui vi fate vicini; e proprio per questo si evita di ridursi ad una semplice organizzazione umanitaria. E Caritas di ciascuna Chiesa particolare, anche la più piccola, è la stessa: non ci sono Caritas grandi e Caritas piccole, tutte sono uguali. Chiediamo al Signore la grazia di capire la vera dimensione della Caritas; la grazia di non cadere nell’inganno di credere che un centralismo ben organizzato sia la strada; la grazia di capire che Caritas è sempre in periferia, in ciascuna Chiesa particolare; e la grazia di credere che il Caritas- centro è soltanto aiuto, servizio e esperienza di comunione ma non è il capo di tutte.

    Chi vive la missione di Caritas non è un semplice operatore, ma appunto un testimone di Cristo. Una persona che cerca Cristo e si lascia cercare da Cristo; una persona che ama con lo spirito di Cristo, lo spirito della gratuità, lo spirito del dono. Tutte le nostre strategie e pianificazioni restano vuote se non portiamo in noi questo amore. Non il nostro amore, ma il suo. O meglio ancora, il nostro purificato e rafforzato dal suo.

    E così si può servire tutti e preparare la tavola per tutti. Anche questa è una bella immagine che la Parola di Dio oggi ci offre: preparare la tavola. Dio ci prepara la tavola dell’Eucaristia, anche adesso. Caritas prepara tante tavole per chi ha fame. In questi mesi avete svolto la grande campagna “Una famiglia umana, cibo per tutti”. Tanta gente aspetta anche oggi di mangiare a sufficienza. Il pianeta ha cibo per tutti, ma sembra che manchi la volontà di condividere con tutti. Preparare la tavola per tutti, e chiedere che ci sia una tavola per tutti. Fare quello che possiamo perché tutti abbiano da mangiare, ma anche ricordare ai potenti della terra che Dio li chiamerà a giudizio un giorno, e si manifesterà se davvero hanno cercato di provvedere il cibo per Lui in ogni persona (cfr Mt 25,35) e se hanno operato perché l’ambiente non sia distrutto, ma possa produrre questo cibo.

    E pensando alla tavola dell’Eucaristia, non possiamo dimenticare quei nostri fratelli cristiani che sono stati privati con la violenza sia del cibo per il corpo sia di quello per l’anima: sono stati cacciati dalle loro case e dalle loro chiese, a volte distrutte. Rinnovo l’appello a non dimenticare queste persone e queste intollerabili ingiustizie.

    Insieme a tanti altri organismi di carità della Chiesa, Caritas rivela dunque la forza dell’amore cristiano e il desiderio della Chiesa di andare incontro a Gesù in ogni persona, soprattutto quando è povera e soffre. Questo è il cammino che abbiamo davanti e con questo orizzonte auspico che possiate svolgere i lavori di questi giorni. Li affidiamo alla Vergine Maria, che ha fatto dell’accoglienza di Dio e del prossimo il criterio fondamentale della sua vita. Proprio domani celebreremo la Madonna di Fatima, apparsa per annunciare la vittoria sul male. Con un sostegno così grande non abbiamo paura di continuare la nostra missione. Così sia.

    [00791-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0361-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

  9. #9
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    La Caritas Italiana compie 45 anni: sempre a favore degli ultimi

    La Caritas italiana compie oggi 45 anni. Al suo primo Convegno nazionale, nel 1972, Paolo VI delineava il compito di questo organismo pastorale della Chiesa: “Al di sopra dell’aspetto puramente materiale della vostra attività, aveva detto, deve emergere la sua prevalente funzione pedagogica”. E in questi anni questa missione è proseguita, insieme alla realizzazione di oltre 14 mila microprogetti di sviluppo in 466 diocesi di 72 Paesi del mondo, per contribuire alla crescita di persone e comunità. Ma che 45 anni sono stati quelli trascorsi? Federico Piana lo ha chiesto a Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas italiana:

    R. – Direi certamente molto turbolenti, sia internamente alla società che ha visto in qualche modo mutare geneticamente in questi anni le sue stesse strutture interne. E’ una società che ha visto, appunto, delle fasi storiche: possiamo ricordare decadi particolarmente forti sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista economico. Pensiamo in quest’ultimo decennio, per esempio, il tema della crisi economica e sociale che cosa ha comportato nella società italiana e anche europea, se vogliamo, e poi anche dal punto di vista internazionale: le mille sfide che abbiamo dovuto affrontare, e anche l’evoluzione all’interno della Chiesa e adesso, con Papa Francesco, questa grande spinta che ci ha dato in occasione dell’udienza che ci ha concesso per il nostro 45.mo.

    D. – Come è cambiata in 45 anni la Caritas italiana?

    R. – Prima di tutto, siamo cresciuti. Siamo cresciuti non solo in esperienza e in ambiti d’azione, però siamo cresciuti soprattutto in capillarità. La ricchezza di questa rete, che poi è la Chiesa stessa, è il fatto che, nonostante tutto, si riesca a essere presenti in modo molto esteso e anche in contesti dove certamente il lavoro sociale è accettato, è possibile farlo, anche dove la Chiesa fa fatica a essere presente. Penso all’Afghanistan, penso anche al contesto europeo dove la Chiesa è un’esigua minoranza, nell’Europa dell’Est in particolare, e quindi ci apre a un discorso di ecumenismo, di dialogo interreligioso … E poi, in Italia: in Italia siamo cresciuti molto perché la competenza delle nostre diocesi, delle nostre Caritas diocesane ormai è enorme! Spesso noi facciamo dei tavoli dove mettiamo insieme le competenze. Ormai noi a livello nazionale favoriamo dei processi, mentre su alcuni temi impariamo certamente e quindi anche da parte nostra, è bello vedere come è la crescita: crescono i figli e i genitori devono anche far loro spazio, valorizzarli. Questo è importante, a livello nazionale, europeo e internazionale.

    D. – Le sfide che si aprono adesso per la Caritas italiana quali sono? Ovviamente alcune sono già in corso; però, ecco, ci sono delle sfide per il prossimo futuro?

    R. – Sì … io penso che il nostro mandato abbia questo elemento di continuità fortissimo, che così diventa anche la sfida più grande. Cioè, il nostro mandato che ci dà un prevalente funzione pedagogica, che significa capire veramente come una solidarietà fine a se stessa, assistenzialistica non porti a nulla, mentre la vera sfida è quella di un cambiamento culturale, di un disporre di valori alti al centro della Chiesa – e anche della società tutta – ecco: questa sfida oggi è più viva che mai. Quindi, l’intuizione geniale di Papa Paolo VI che ci ha istituiti e costituiti intrinsecamente con questo mandato, mettendolo proprio nell’articolo 1 del nostro Statuto, mantiene proprio qui tutta la sua continuità, la sua validità pensando proprio che questa è “la” sfida principale che dovremo affrontare nei prossimi anni, cioè una società nostra che con tutte le difficoltà di coesione, che diventa poi però anche di coesione culturale, sappia veramente guardare in alto, guardare i valori più alti, non dimenticarli, non sotterrarli sotto le difficoltà quotidiane e i rischi di ripiegamento egoistico su se stessi, ma capire e accettare questa sfida, aprirsi a un confronto, ad un’accoglienza, a un dialogo con tutte le culture, appunto un’apertura interculturale: sarà quella che ci porterà lontani e non vedrà un’Europa implodere su se stessa.


    fonte: Radio Vaticana
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  10. #10
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    Santa Messa per l’apertura della XXI Assemblea Generale di “Caritas Internationalis”, 23.05.2019


    Alle ore 17 di oggi, giovedì della V settimana di Pasqua, presso l’Altare della Cattedra della Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco ha celebrato la Santa Messa in occasione dell’apertura della XXI Assemblea Generale di Caritas Internationalis sul tema: “Una famiglia umana, una casa comune”, ispirato all’Enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco, (Roma, 23-28 maggio 2019).

    Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa ha pronunciato nel corso della Celebrazione Eucaristica:

    Omelia del Santo Padre

    La Parola di Dio, nella Lettura odierna degli Atti degli Apostoli, narra la prima grande riunione della storia della Chiesa. Si era verificata una situazione inaspettata: i pagani venivano alla fede. E nasce una questione: devono adeguarsi, come gli altri, anche a tutte le norme della Legge antica? Era una decisione difficile da prendere e il Signore non era più presente. Verrebbe da chiedersi: perché Gesù non aveva lasciato un suggerimento per dirimere almeno questa prima «grande discussione» (At 15,7)? Sarebbe bastata una piccola indicazione agli Apostoli, che per anni erano stati con Lui ogni giorno. Perché Gesù non aveva dato regole sempre chiare e rapidamente risolutive?

    Ecco la tentazione dell’efficientismo, del pensare che la Chiesa va bene se ha tutto sotto controllo, se vive senza scossoni, con l’agenda sempre in ordine, tutto regolato… È anche la tentazione della casistica. Ma il Signore non procede così; infatti ai suoi dal cielo non manda una risposta, manda lo Spirito Santo. E lo Spirito non viene portando l’ordine del giorno, viene come fuoco. Gesù non vuole che la Chiesa sia un modellino perfetto, che si compiace della propria organizzazione ed è capace di difendere il proprio buon nome. Povere quelle Chiese particolari che si affannano tanto nell’organizzazione, nei piani, cercando di avere tutto chiaro, tutto distribuito. A me fa soffrire. Gesù non ha vissuto così, ma in cammino, senza temere gli scossoni della vita. Il Vangelo è il nostro programma di vita, lì c’è tutto. Ci insegna che le questioni non si affrontano con la ricetta pronta e che la fede non è una tabella di marcia, ma una «Via» (At 9,2) da percorrere insieme, sempre insieme, con spirito di fiducia. Dal racconto degli Atti apprendiamo tre elementi essenziali per la Chiesa in cammino: l’umiltà dell’ascolto, il carisma dell’insieme, il coraggio della rinuncia.

    Cominciamo dalla fine: il coraggio della rinuncia. L’esito di quella grande discussione non è stato imporre qualcosa di nuovo, ma lasciare qualcosa di vecchio. Però quei primi cristiani non hanno abbandonato cose da nulla: si trattava di tradizioni e precetti religiosi importanti, cari al popolo eletto. C’era in gioco l’identità religiosa. Tuttavia hanno scelto che l’annuncio del Signore viene prima e vale più di tutto. Per il bene della missione, per annunciare a chiunque, in modo trasparente e credibile, che Dio è amore, anche quelle convinzioni e tradizioni umane che sono più di ostacolo che d’aiuto, possono e devono essere lasciate. Il coraggio di lasciare. Anche noi abbiamo bisogno di riscoprire insieme la bellezza della rinuncia, anzitutto a noi stessi. San Pietro dice che il Signore “ha purificato i cuori con la fede” (cfr At 15,9). Dio purifica, Dio semplifica, spesso fa crescere togliendo, non aggiungendo, come faremmo noi. La vera fede purifica dagli attaccamenti. Per seguire il Signore bisogna camminare spediti e per camminare spediti bisogna alleggerirsi, anche se costa. Come Chiesa, non siamo chiamati a compromessi aziendali, ma a slanci evangelici. E nel purificarci, nel riformarci dobbiamo evitare il gattopardismo, cioè il fingere di cambiare qualcosa perché in realtà non cambi nulla. Questo succede ad esempio quando, per cercare di stare al passo coi tempi, si trucca un po’ la superficie delle cose, ma è solo maquillage per sembrare giovani. Il Signore non vuole aggiustamenti cosmetici, vuole la conversione del cuore, che passa attraverso la rinuncia. Uscire da sé è la riforma fondamentale.

    Vediamo come ci sono arrivati i primi cristiani. Sono giunti al coraggio della rinuncia partendo dall’umiltà dell’ascolto. Si sono esercitati nel disinteresse di sé: vediamo che ciascuno lascia parlare l’altro ed è disponibile a cambiare le proprie convinzioni. Sa ascoltare solo chi lascia che la voce dell’altro entri veramente in lui. E quando cresce l’interesse per gli altri, aumenta il disinteresse per sé. Si diventa umili seguendo la via dell’ascolto, che trattiene dal volersi affermare, dal portare avanti risolutamente le proprie idee, dal ricercare consensi con ogni mezzo. L’umiltà nasce quando, anziché parlare, si ascolta; quando si smette di stare al centro. Poi cresce attraverso le umiliazioni. È la strada del servizio umile, quella che ha percorso Gesù. È su questa strada di carità che lo Spirito scende e orienta.

    Per chi vuole percorrere le vie della carità, l’umiltà e l’ascolto significano orecchio teso ai piccoli. Guardiamo ancora ai primi cristiani: tutti tacciono per ascoltare Barnaba e Paolo. Erano gli ultimi arrivati, ma li lasciano riferire tutto quello che Dio aveva compiuto per mezzo loro (cfr v. 12). È sempre importante ascoltare la voce di tutti, specialmente dei piccoli e degli ultimi. Nel mondo chi ha più mezzi parla di più, ma tra noi non può essere così, perché Dio ama rivelarsi attraverso i piccoli e gli ultimi. E a ciascuno chiede di non guardare nessuno dall’alto in basso. È lecito guardare una persona dall’alto in basso soltanto per aiutarla a sollevarsi; l’unica volta, altrimenti non si può.

    E infine l’ascolto della vita: Paolo e Barnaba raccontano esperienze, non idee. La Chiesa fa discernimento così; non davanti al computer, ma davanti alla realtà delle persone. Si discutono le idee, ma le situazioni si discernono. Persone prima dei programmi, con lo sguardo umile di chi sa cercare negli altri la presenza di Dio, che non abita nella grandezza di quello che facciamo, ma nella piccolezza dei poveri che incontriamo. Se non guardiamo direttamente a loro, finiamo per guardare sempre a noi stessi; e per fare di loro degli strumenti del nostro affermarci, usiamo gli altri.

    Dall’umiltà dell’ascolto al coraggio della rinuncia, tutto passa attraverso il carisma dell’insieme. Infatti, nella discussione della prima Chiesa l’unità prevale sempre sulle differenze. Per ciascuno al primo posto non ci sono le proprie preferenze e strategie, ma l’essere e sentirsi Chiesa di Gesù, raccolta attorno a Pietro, nella carità che non crea uniformità, ma comunione. Nessuno sapeva tutto, nessuno aveva l’insieme dei carismi, ma ciascuno teneva al carisma dell’insieme. È essenziale, perché non si può fare davvero il bene senza volersi davvero bene. Qual era il segreto di quei cristiani? Avevano sensibilità e orientamenti diversi, c’erano anche personalità forti, ma c’era la forza di amarsi nel Signore. Lo vediamo in Giacomo che, al momento di trarre le conclusioni, dice poche parole sue e cita molta Parola di Dio (cfr vv. 16-18). Lascia parlare la Parola. Mentre le voci del diavolo e del mondo portano alla divisione, la voce del Buon Pastore forma un solo gregge. E così la comunità si fonda sulla Parola di Dio e rimane nel suo amore.

    «Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9): è quello che chiede Gesù nel Vangelo. E come si fa? Bisogna stare vicini a Lui, Pane spezzato. Ci aiuta stare davanti al tabernacolo e davanti ai tanti tabernacoli viventi che sono i poveri. L’Eucaristia e i poveri, tabernacolo fisso e tabernacoli mobili: lì si rimane nell’amore e si assorbe la mentalità del Pane spezzato. Lì si capisce il «come» di cui parla Gesù: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi» (ibid.). E come il Padre ha amato Gesù? Dandogli tutto, non trattenendo nulla per sé. Lo diciamo nel Credo: «Dio da Dio, luce da luce»; gli ha dato tutto. Quando invece ci tratteniamo dal dare, quando al primo posto ci sono i nostri interessi da difendere, non imitiamo il come di Dio, non siamo una Chiesa libera e liberante. Gesù chiede di rimanere in Lui, non nelle nostre idee; di uscire dalla pretesa di controllare e gestire; ci chiede di fidarci dell’altro e di donarci all’altro. Chiediamo al Signore che ci liberi dall’efficientismo, dalla mondanità, dalla sottile tentazione di rendere culto a noi stessi e alla nostra bravura, dall’ossessiva organizzazione. Chiediamo la grazia di accogliere la via indicata dalla Parola di Dio: umiltà, comunione, rinuncia.

    [00901-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0441-XX.02]


    fonte: Sala Stampa della Santa Sede

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