Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Familiaris Consortio – Movimento Mariano Comunità delle Beatitudini

  1. #11
    Vecchia guardia di CR L'avatar di westmalle
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    Gli “Amish” emiliani e il paese diviso in due

    di Martina Castigliani

    in “il Fatto Quotidiano” del 11 marzo 2013

    Sant’Ilario d’Enza (Reggio Emilia)


    E’ una di quelle storie che escono al bancone del bar, quando la saracinesca è mezza chiusa o sulle panchine della piazza parlando con gli amici.
    La conoscono tutti, ma nessuno vuole raccontarla.

    “Noi qui dobbiamo viverci”. A Sant’Ilario d’Enza, cittadina contesa tra Reggio Emilia e Parma, tra i partigiani e la chiesa, esiste da quasi cinquant’anni il Familiaris Consortio, movimento ecclesiale cattolico. Sono ventotto famiglie che vivono in un quartiere, vicino alla strada che porta a Montecchio.
    C’è chi osa chiamarla setta, un po’ per scherzo, un po’ per vendetta per quella chiusura che dicono “ha lacerato un paese intero”.
    Li definiscono i “correggesi”, perché un giorno del 1960, hanno seguito il fondatore Don Pietro Margini, trasferito da Correggio a Sant’Ilario. “Un esodo di cinesi bianchi”, come scrissero i giornali dell’epoca. Ora è una comunità, con regole e dinamiche interne che in pochi possono confessare. “La nostra – racconta il responsabile Marco Reggiani - è una via, in cui ciascuno può verificare, sperimentare e condividere la bellezza della chiamata del Signore”.

    PUREZZA di intenti, a cui rispondono i racconti di chi conosce la comunità da vicino. “Il primo rapporto sessuale – dice un testimone che vuole rimanere anonimo - si fa con un lenzuolo bianco tra i corpi e un buco nel mezzo. Che lo scopo sia procreare e non provare piacere”. Così era solo un tempo, ribattono, ma il problema resta la carne con i suoi impulsi. “La doccia negli spogliatoi sportivi si fa con le mutande per non vedere ciò che non si può”. In alcuni casi il denaro è in comune e i figli frequentano scuole parentali con insegnanti volontari. Le coppie si formano nel gruppo, con vacanze collettive e gite per farli conoscere. C’è il fidanzamento, l’autorizzazione a tenersi la mano in pubblico, la promessa della castità e poi il grande passo. “Il controllo è nelle piccole cose, ad esempio una ragazza non può salire da sola in macchina con un uomo”. No alle discoteche e alle gonne corte, i vestiti non devono far intravedere nulla. “Tutto della quotidianità è parola di Dio. Dicono. Bisogna fare così per essere un buon cristiano. Io capisco gli adulti, ma i figli hanno scelta?”. Il condizionamento psicologico è in tutti i racconti. “Io avevo amici del Movimento, - continua una ragazza, - non potevano nemmeno prendere una birra con noi esterni. Ciò che è fuori la comunità fa paura”. Dio che si riflette nei fedeli e la preghiera a intervalli regolari. “A volte ci incontriamo con i loro educatori, - dice una catechista di una parrocchia vicina – ma fatichiamo a dialogare. Hanno regole ferree in cui non ci riconosciamo. Ai loro ragazzi fanno imparare il catechismo di Pio X a memoria, quello dei nostri nonni, poi sostituito dal Concilio Vaticano II. I campi estivi sono in montagna, perché al mare dovrebbero scoprirsi troppo, arrivando al peccato”.
    Così parla chi è entrato in contatto con il Movimento, rivelando disagi in una storia che sulla carta è solo comunione. Posizioni respinte dal gruppo: “Il cammino – conclude Reggiani aperto a chiunque sia interessato alle iniziative proposte. Spesso sono i ragazzi stessi a farsene promotori con i loro coetanei”. Apertura, che non spiega gli odi del paese verso un gruppo che vive la religione.

    NELLA PRATICA , il Familiaris Consortio è composto da Associazione mariana Comunità delle Beatitudini, Associazione di chierici e Movimento Giovani. La scuola è parentale, allestita nelle aule di proprietà. Elementari, medie e superiori con un esame al termine di ogni anno. “La scelta di questa esperienza – commenta la responsabile Maria Bonaretti - non è stata un ripiego o una fuga, ma una vera assunzione di responsabilità e libertà da parte dei genitori. La struttura collabora con il territorio e abbiamo molti alunni che non fanno parte della comunità”. Niente di illegale, solo un’azione che crea divisioni in paesi grandi come un guscio di noce. Ora il progetto di un Palazzetto Studi, in attesa di ricevere 400 mila euro di fondi pubblici grazie alla legge Mancia e all’iniziativa del ex deputato Pdl Emerenzio Barbieri. A battersi contro è la Lista Civica Lavorare per Sant’Ilario che, tramite la voce del consigliere Angela Montanari, da anni chiede spiegazioni sulla terra “venduta dal comune al Consortio per soli 50 euro al mq”. Le accuse al sindaco Pd Marcello Moretti di voler favorire il Movimento, cadono nel vuoto: “Se fosse così, invito a fare un esposto in procura. Agli attacchi politici non seguono mai i fatti”. E in merito alla comunità dice: “Io non posso dare giudizi. E’ normale che all’interno della pratica religiosa ci siano diversi approcci e in un paese piccolo si sentono di più. Le cose però stanno migliorando”.
    A creare disagi è il rapporto con la Chiesa centrale. L’ultimo scontro è stato con l’ex vescovo Adriano Caprioli. Ogni quattro anni è necessario che la curia approvi lo statuto del Familiaris Conosortio. Nel 2010 l’ultimo sì, ma con una richiesta di revisione direttamente da Roma. Nel luglio 2012 inoltre, c’è stato un trasferimento improvviso del parroco Don Vescovi e una normale alternanza si è rivelata una questione di attriti.

    QUELLA che era solo la storia di Sant’Ilario d’Enza, coinvolge un’area sempre più vasta con i quartieri Ospizio e San Maurizio a Reggio Emilia, Casalgrande e San Martino in Rio. “I fedeli seguono i parroci del Movimento e si trasferiscono”. Lo racconta Cosimo Pederzoli, giornalista di Reggio Emilia, tra i pochi ad aver raccontato la storia del Familiaris Consortio. “Interessante è la gestione che fanno dei soldi. Il Movimento ha un’Associazione che fa riferimento alla cooperativa 'Don Margini', con la quale accedono alle donazioni del 5 per mille e una serie di fondazioni per le attività economiche. Queste sono utili perché distribuiscono gli investimenti: la Koinonia che avrebbe come scopo l’assistenza dei loro chierici, risulta, secondo il catasto, la proprietaria della stessa struttura 'Il Monte' di Borzano, una villa da oltre 30 vani; un'altra la “Duc in Altum”, si occuperà dell'edificazione del nuovo palazzetto studi”. Una gestione contorta, di fondi e intenti. Gli obiettivi sono religiosi, la pratica tradisce la chiusura. “Probabilmente, ora le cose sono più tranquille. Con gli anni hanno cercato di limare gli integralismi. In realtà solo chi c’è dentro può dirlo”. E nessuno che ne sia entrato o uscito, ha ancora avuto voglia di raccontarlo.

  2. #12
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    Buondì,
    ieri ho letto per la prima volta di questo movimento, e delle accuse di cui è destinatario.

    In particolare, il punto che molti sottolineano (anche se - a mio parere - ad arte, per creare una sorta di leggenda nera) è il fatto che gli aderenti a questo movimento, in occasione della prima notte di nozze, si unirebbero praticando un foro nel lenzuolo, per non consentire il contatto fisico tra i corpi.

    A me sembra una solenne sciocchezza, e tendo a pensare che sia una balla inventata dai detrattori del movimento (o della Chiesa), ma nonostante una ricerca, non sono riuscito a trovare neanche una fonte che confermasse l'infondatezza di questa voce.

    Mi potreste aiutare a trovare qualche buona fonte al fine di provare a smentire parte della leggenda nera che la stampa locale sta costruendo intorno a questo movimento?

    Vi ringrazio.

  3. #13
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    Citazione Originariamente Scritto da westmalle Visualizza Messaggio
    “La doccia negli spogliatoi sportivi si fa con le mutande per non vedere ciò che non si può”. [...] Le coppie si formano nel gruppo, con vacanze collettive e gite per farli conoscere. C’è il fidanzamento, l’autorizzazione a tenersi la mano in pubblico, la promessa della castità e poi il grande passo. “Il controllo è nelle piccole cose, ad esempio una ragazza non può salire da sola in macchina con un uomo”.
    Il brano che quoto, se confermato, è allucinante!!!!! "Autorizzazione a tenersi per mano? Ma siamo matti??! Qual'è la differenza fra questo gruppo e l'Islam più retrogrado? Se non sbaglio anche in Iran le donne non possono salire in auto da sole con un uomo, a meno che non sia il padre, il fratello o il marito; quindi rendiamoci un pò conto del livello di questa follia. E la doccia in mutande... se non fosse che potrebbe essere vero (e spero vivamente che non lo sia) ci sarebbe da morire dal ridere!

  4. #14
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    Ho trovato questo articolo http://www.ilgiornaledireggio.it/sho...coloreggio.htm

    Nuovi puritani: sesso sì, ma con il buco nel lenzuolo


    “Baci? Vietati in pubblico, nozze in bianco e niente mare”


    di Alessandra Codeluppi

    "SANT'ILARIO (11 aprile 2013) - «Uno stile di vita da medioevo». Giovanni (nome di fantasia) è un giovane reggiano under trenta: vuol rimanere anonimo, ma ci racconta l’esperienza che ha avuto nella Familiaris consortio. «Una premessa: sono cattolico praticante, sposato e con figli. Ma alcuni comportamenti che ho visto praticare nella comunità, e che anch’io ho vissuto sulla mia pelle, sono a mio parere inaccettabili. Non solo creano divisioni nella chiesa, ma lacerano nel profondo le persone. Com’è accaduto a me e alla mia ex». Prima di incontrare la sua attuale moglie, circa otto anni fa Giovanni frequentava una ragazza, Lucia (altro nome di fantasia): «Ci siamo conosciuti e innamorati nel corso di un ritrovo di giovani legato alla chiesa. Anche lei, come me, era credente. Andava a messa e frequentava la parrocchia, ma le piaceva anche uscire e divertirsi con gli amici, così come qualsiasi sua coetanea - racconta Giovanni - Poi Lucia, attraverso un sacerdote, si avvicinò alla realtà di Sant’Ilario». Il passaggio fu graduale: «Il prete e altri membri della comunità la invitavano a partecipare ad attività ludiche, ritrovi da loro organizzati o le presentavano giovani già inseriti, ma senza riferirsi esplicitamente alla particolare realtà che vivevano. D’altra parte le iniziative si svolgevano nella parrocchia, per cui era facile, da un certo punto di vista, sovrapporre le due dimensioni. Lucia invitava anche me a entrare in questi gruppi, ma io ero restio: pur essendo di chiesa, infatti, avrei voluto trascorrere il mio tempo libero con lei anche al di fuori dell’oratorio».
    I problemi nascono pochi mesi dopo l’inizio della loro storia: «Io ero giovane, e come tutti i giovani, cercavo intimità anche sessuale con la mia ragazza. Ma lei aveva cominciato a vivere in una dimensione diversa. A un certo punto Lucia mi disse che non voleva più tenermi per mano e baciarmi non solo all’oratorio, ma persino per strada e negli altri luoghi pubblici, perché era sconveniente farsi vedere dagli altri in atteggiamenti teneri. Io capii che queste norme di comportamento venivano dalla comunità religiosa, perché prima Lucia non era così. Io la assecondavo, ma sentivo anche che i miei slanci più spontanei e affettuosi venivano repressi. Penso che quest’imposizione avesse lo scopo di mortificare il corpo, e il contatto fisico tra uomo e donna, perché fonti di peccato».
    Pian piano Lucia si cala completamente nella realtà della Familiaris consortio: «La mia ex cominciò a frequentare sempre più spesso le attività e i raduni per i giovani. Mi accorsi che, studio a parte, il tempo che Lucia mi dedicava era sempre più scarso. Soprattutto mi sembrava sempre più disinteressata a divertirsi con me e con i nostri amici, anche in modo innocente, al di fuori della comunità - prosegue Giovanni - Un giorno mi annunciò che non sarebbe più andata al mare o in piscina perché non era bene che gli altri la vedessero in costume da bagno e tantomeno che lei vedesse gli uomini in slip perché ci si esponeva a una tentazione. Niente discoteca. Niente magliette scollate, minigonne o pantaloni a vita bassa: “In chiesa - mi diceva ancora Lucia - è meglio tenere i capelli legati: lasciarli sciolti non va bene”. Ho anche saputo che nei campeggi maschi e femmine venivano tenuti divisi e c’erano educatori che tenevano d’occhio, separandole, le coppiette che spesso nascono durante i soggiorni estivi. Quando i ragazzi facevano la doccia dopo aver fatto sport indossavano il costume per non vedersi nudi».
    Con quale spirito Giovanni viveva la sua intimità sessuale con Lucia? «Qualche mese dopo l’inizio della nostra storia ci era stato proposto un tutor di coppia: si trattava di un assistente spirituale che avrebbe dovuto guidarci nel nostro cammino di vita insieme. Ma io lo rifiutai perché lo vedevo come un intruso. Talvolta, in assenza dei genitori di Lucia, io andavo a trovarla a casa sua. In quei momenti la situazione diventava, diciamo così, pornografica: io le saltavo addosso e facevamo alcune pratiche sessuali, ma senza mai consumare un rapporto completo. Mi sembrava di avere una bomba atomica in mano e di non sapere come maneggiarla: non c’era mai serenità». Una volta rivestiti, il senso di colpa: «“Ora devo andare a confessarmi - mi diceva Lucia - Insieme dovremmo intraprendere un percorso per purificarci”». Come giustificava Lucia l’adesione a questa rigida morale sessuale? «Lei diceva che erano sacrifici necessari per arrivare a una vita piena. Ma era come se dovessimo tendere continuamente a un ideale troppo alto per noi. Io non volevo adeguarmi a certi diktat e lei era combattuta tra me, che rappresentavo la tentazione, e la condotta sessuale che le suggerivano nella comunità. Il nostro rapporto era malato e ha creato molti problemi anche a me - spiega Giovanni - Bisognava sempre distinguere il puro dall’impuro: qualsiasi nostra pulsione era vissuta, se non come un peccato, come un istinto da reprimere. A volte mi confidavo con un altro giovane che frequentava, come me, una ragazza della comunità. Lui mi raccontava: “Davanti agli altri non facciamo mai nulla, ma quando siamo da soli lei mi mette le mani dappertutto”». Gli sfoghi erano altri: «Durante alcune feste si beveva e si fumava: era un modo per annebbiarsi la mente e poi giustificare, in qualche modo, l’istinto dei corpi. Il desiderio sessuale e la sua soddisfazione erano, insomma, sempre dissociati e filtrati da quanto i tutor della comunità suggerivano».
    Le ingerenze, secondo Giovanni, non si limitano solo alla vita di coppia: «Certe decisioni importanti andavano prese con il placet del sacerdote di riferimento. Sull’università, ad esempio: se porta via troppo tempo, non è detto che sia utile per te e la collocazione che tu devi avere nella visione che Dio ha per il tuo ruolo nel mondo. Magari non ti viene detto apertamente, ma si cerca di inculcarti il concetto. Ancora, sullo stile di vita dei fidanzati e i tempi del matrimonio. E poi sulle tue frequentazioni: si suggerisce, in modo implicito, che è meglio che siano persone interne alla comunità». Iniziava così una sorta di “noi contro loro”: «Tanti ragazzi, una volta entrati nella Familiaris consortio e aderendo ai gruppi di amici da loro proposti e seguiti da religiosi, hanno perso di vista gli amici storici. Così - afferma Giovanni - si finiva per rinchiudersi in un mondo a parte». «Una setta», dicono estremizzando e senza tanti giri di parole i detrattori della comunità di Sant’Ilario.
    Tra Giovanni e Lucia sono così cominciati gli attriti: «Io a volte sollevavo dubbi su queste regole e le dicevo che il suo atteggiamento era, secondo me, problematico. A un certo punto - prosegue Giovanni - mi sono accorto che con me Lucia aveva cominciato a parlare al plurale: “Anche tu ce l’hai con noi”». Dopo un anno di frequentazione, la comunità propone ai due ragazzi il rito di fidanzamento: «In pratica io e Lucia avremmo dovuto andare in chiesa, scambiarci gli anelli e fare una promessa pubblica di matrimonio. Poi saremmo stati seguiti da una guida spirituale che ci avrebbe accompagnati alle nozze. Ma io avevo soltanto vent’anni e sinceramente non me la sono sentita di intraprendere un percorso così vincolante. Così l’ho lasciata».
    Giovanni racconta anche dei giovani della comunità che frequentavano la sua ex: «Alcuni facevano uso di psicofarmaci e andavano dallo psicologo per risolvere problemi sessuali, relazionali e alimentari. Per non parlare delle storie legate ai matrimoni in bianco...». Ma è vero, chiediamo, come si sente tuttora dire in paese, che tra i fedeli della comunità vige ancora l’usanza di fare all’amore separati da un lenzuolo forato all’altezza dei genitali? «Io ho sentito dire che lo usavano alcuni fedeli della vecchia generazione. Sicuramente la comunità vuole radicare nei fedeli l’idea che i rapporti sessuali servano solo a fare figli e non a provare piacere. Ma l’educazione all’affettività, anche di stampo cattolico, dovrebbe essere qualcosa di diverso: se ci si limita solo a rigidi divieti, diventa di fatto una castrazione».
    Un’altra fonte da noi interpellata ci dice che la nonna, ora scomparsa, faceva la sarta a Sant’Ilario e le aveva detto di aver confezionato, circa trent’anni fa, tuniche con il buco utilizzate a letto dagli sposi della comunità: un racconto che si perde nel tempo, dunque, ma ancora vivo, come una leggenda, nei racconti della gente. Un altro ex esponente della comunità ci riferisce invece un recente episodio su un amico: arrivato alle nozze casto così come la sposa, ha lasciato in bianco anche i primi tre giorni del matrimonio, su suggerimento dell’assistente spirituale, «per offrirli a Dio». Tra una gomitata e un sorriso sulla materia piccante, si apre però lo spazio per un enorme dubbio: «Secondo me questo tentativo di voler sublimare continuamente la materia sessuale per purificarsi di fronte a Dio - commenta la nostra fonte - si traduce in una pesante ingerenza nella vita privata delle persone». Già: dov’è il confine tra libera scelta e condizionamento psicologico?
    Tra dubbi e difficoltà si dibattono, secondo Giovanni, anche alcuni religiosi vicini alla Familiaris consortio: «Da alcune conoscenze interne alle parrocchie, ho saputo di preti che hanno problemi emotivi e che si fanno domande sui comportamenti e si rivolgono ad altri religiosi o a psicologi per avere un sostegno». Perché, allora, la comunità ha visto aumentare, nel corso del tempo, i fedeli? «Secondo me perché sfornano soldi e vocazioni - risponde Giovanni - Soprattutto negli ultimi anni, infatti, diversi giovani della comunità sono diventati seminaristi. Nulla di male, se non fosse che la chiamata divina, talvolta, nasce soprattutto da un’opera di persuasione fatta all’interno della comunità. In pratica ti convincono di essere adatto a fare il prete, ma è pericoloso: alla prova dei fatti, certe vocazioni si possono rivelare fragili. Un conto è operare in un ambiente protetto e chiuso come la comunità, altro è confrontarsi con gli altri in una parrocchia frequentata da persone di ogni tipo e dove andare in confusione rispetto ai princìpi della Chiesa è molto facile».
    Abbiamo anche interpellato la Familiaris consortio per poter intervistare un responsabile su queste e altre questioni, ma non abbiamo trovato disponibilità: «Dopo il recente articolo sulla nostra realtà pubblicato dal Fatto quotidiano - si è limitata a risponderci l’addetta alle relazioni pubbliche - non intendiamo rilasciare dichiarazioni»."

  5. #15
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    Don Margini, via al processo per l’attesa beatificazione
    La decisione del vescovo ufficializzata martedì davanti a un migliaio di persone Il sacerdote, morto l’8 gennaio 1990, fondò il movimento Familiaris Consortio

    I tempi della Chiesa sono secolari e pochissimi, tra i suoi figli migliori, hanno in sorte l'acclamazione “santo subito!” che toccò a Karol Wojtyla al momento del decesso. Perciò non sono molti, stando ai precedenti, i ventinove anni trascorsi dalla morte di Pietro Margini, di cui il vescovo Massimo Camisasca ha annunciato martedì scorso a Sant'Ilario d'Enza l’avvio del processo di canonizzazione, suscitando l'entusiasmo della comunità parrocchiale (un migliaio di persone) riunita per ricordare l’amatissimo parroco nell'anniversario della scomparsa, avvenuta l’8 gennaio 1990. È toccato al cancelliere vescovile dare lettura dell’editto con cui Camisasca ufficializza la sua decisione, avallata dal parere favorevole dei vescovi dell'Emilia-Romagna e dal nulla-osta della Congregazione delle cause dei santi, che agisce in Vaticano come un tribunale per giudicare la fondatezza delle proposte prima che il Papa dica l'ultima parola.

    INIZIO DEL PROCESSO

    L’editto, con il quale il vescovo dà inizio al “processo canonico circa la vita, le virtù e la fama di santità in specie e i fatti straordinari in genere” di monsignor Margini, sarà affisso per due mesi all'albo della Curia vescovile e sulle porte di tutte le chiese parrocchiali della diocesi. La sua emanazione era stata sollecitata dal movimento Familiaris Consortio fondato dal sacerdote, che Camisasca aveva autorizzato un anno e mezzo fa a costituirsi come “attore” della causa di canonizzazione. Il tempo che occorrerà è incerto, ma si può prevedere che Margini salirà sull’altare in un primo momento come beato, un gradino al di sotto della piena santità. Certamente la sua notorietà è molto superiore a quella della reggiana Tilde Manzotti, la terziaria domenicana morta a 24 anni, di cui sta per concludersi il processo di beatificazione incominciato più di vent'anni fa.

    L’AMMIRAZIONE

    A Sant'Ilario don Margini fu ammirato e osannato dalla comunità dei “correggesi” ligi al suo insegnamento rigoroso, guardato con sospetto dai cattolici progressisti e osteggiato dalla sinistra di impronta laicista, che lo accusava di integralismo religioso e intolleranza puritana. In paese fiorivano dicerie malevole sugli usi e costumi dei suoi seguaci, che però hanno conquistato uno spazio crescente nella chiesa reggiana grazie all’attivismo e alle molte vocazioni di giovani preti e diaconi.

    LE ORIGINI

    Pietro Margini era nato a Sant'Ilario il 5 gennaio 1917 da una famiglia molto povera. Fu ordinato sacerdote nel 1940 dal vescovo Edoardo Brettoni e fu subito nominato coadiutore nella parrocchia di San Quirino a Correggio. Incaricato di insegnare la religione nelle scuole medie e superiori di Correggio, manifestò una forte attitudine a educare e formare i giovani e divenne perciò assistente dei gruppi giovanili di Azione cattolica. Nel 1957 diede vita a una prima piccola comunità intitolata a “Santa Maria dell'Annunciazione” formata da coppie di fidanzati correggesi che si impegnavano ad una vita matrimoniale conforme alla morale cattolica. Nel 1960 fu nominato parroco del suo paese natale e uno dopo l'altro molti suoi fedeli correggesi lo seguirono a Sant’Ilario, formando la comunità di laici che prese il nome di Familiaris Consortio e arrivò a comprendere un centinaio di famiglie consacrate. Il rapporto con l'autorità diocesana non è stato sempre idilliaco. Nel 2010 lo statuto della comunità fu approvato con una richiesta di revisione da parte del vescovo Caprioli. Nel 2013 il parroco Romano Vescovi, che non era in piena sintonia con i “correggesi”, fu trasferito, lasciando al successore Fernando Borciani il compito di ricucire i rapporti all'interno della parrocchia. Intanto la Familiaris Consortio potenziava le sue scuole, aggiungendo all'elementare e alla media privata un liceo scientifico paritario. Inoltre si espandeva a Reggio nella zona di Ospizio, a Casalgrande e a San Martino in Rio, nelle cui unità pastorali erano stati nominati sacerdoti santilariesi.


    fonte

  6. #16
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    Reggio. Conclusa in Duomo la fase diocesana della causa di beatificazione di monsignor

    Sabato 15 gennaio 2022 si è conclusa, nel contesto dei Vespri Solenni presieduti da S.E. Mons. Massimo Camisasca, la Fase Diocesana della Causa di Beatificazione di Mons. Pietro Margini, parroco a Sant’Ilario d’Enza dal 1960 al 1990 e fondatore del Movimento Familiaris Consortio (www.familiarisconsortio.org).

    È stato l’atto conclusivo di un percorso iniziato nel maggio del 2017, con la costituzione del “Comitato don Pietro Margini”, promotore della Causa, e della nomina di don Andrea Pattuelli come Postulatore, il quale ha presentato istanza per l’apertura della Causa stessa.
    Mons. Camisasca ha in seguito nominato due Censori teologi e una Commissione storica, con il compito del reperimento e dell’esame delle prove documentali, degli scritti editi ed inediti di don Margini.

    Dopo il nulla osta della Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna e della Congregazione per le Cause dei Santi, l’8 gennaio 2019 il Vescovo ha reso pubblica la petizione del Postulatore tramite un Editto, invitando tutti i fedeli a fornire notizie utili riguardanti il “processo canonico circa la vita, le virtù e la fama di santità del Servo di Dio mons. Pietro Margini”.
    Il 21 giugno 2020 si è aperta l’inchiesta diocesana con una cerimonia pubblica nella casa della comunità Sacerdotale Familiaris Consortio a Borzano di Albinea: il Tribunale, appositamente costituito, ha quindi iniziato ad ascoltare e valutare le deposizioni dei testimoni, chiamati a riferire fatti concreti circa l’esercizio eroico delle virtù cristiane da parte del Servo di Dio.

    Ora, con la conclusione della Fase Diocesana, essendo stati ritenuti idonei i dati raccolti, gli atti e la documentazione saranno trasmessi alla Congregazione per le Cause dei Santi per gli ulteriori passaggi.

    La cerimonia, svoltasi nella Cattedrale di Reggio Emilia, è culminata con il giuramento e le firme da parte del Vescovo e degli altri membri del Tribunale, nonché con il sigillo in ceralacca dei plichi. Il momento in cui il Vescovo Massimo ha consegnato i plichi sigillati a don Andrea Pattuelli, incaricato della consegna alla Congregazione per le Cause dei Santi, è stato accompagnato da un lungo e fragoroso applauso da parte dei fedeli, che riempivano le tre navate della Cattedrale, nella capienza consentita dalla attuale situazione pandemica. Una visibile commozione era sul volto, in particolare, delle persone più adulte, molte delle quali hanno conosciuto personalmente don Margini, e sono state da lui condotte alla fede e accompagnate nelle esperienze della vita.

    Il Vescovo, nella omelia, ha commentato il salmo 15, che “delinea in filigrana tutte le vite dei santi, che hanno partecipato della santità di Dio”; ed ha concluso con l’augurio “che la fase romana possa essere rapida e concludersi per la gloria della Chiesa”.
    Per l’occasione, è stato pubblicato un volume contenente numerose lettere che il Servo di Dio ha inviato, nell’arco di trent’anni, ai suoi figli spirituali, ed è stato inaugurato un sito web interamente dedicato alla figura di questo sacerdote, che ha speso la sua vita soprattutto per la formazione dei giovani e delle famiglie: www.donpietromargini.it/

    Nella foto: il Vescovo Camisasca pone il suo sigillo sui plichi con la documentazione della Causa di Beatificazione di mons. Margini. A fianco il Postulatore, don Andrea Pattuelli, incaricato della consegna dei plichi alla Congregazione per le Cause dei Santi.


    ttps://www.24emilia.com/reggio-conclusa-in-duomo-la-fase-diocesana-della-causa-di-beatificazione-di-monsignor-pietro-margini/

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