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Discussione: Commenti, articoli e impressioni su omelie e discorsi del Santo Padre Francesco

  1. #1
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    Commenti, articoli e impressioni su omelie e discorsi del Santo Padre Francesco

    Riprendo questa discussione per postare un interessante articolo de il foglio su Papa Francesco, Parrocchie e Movimenti.

    Due chiese per Francesco
    Il Papa investe sulla parrocchia come nucleo identitario, per tornare alle origini del cristianesimo. I movimenti? Alla frontiera, in missione. E lontano dalla curia

    "Che pena vedere tante parrocchie chiuse”, diceva Papa Francesco il 27 marzo scorso, durante la sua prima udienza generale in piazza San Pietro, lasciando per un attimo da parte i fogli su cui era stampato il discorso. Parlava a braccio, con lo sguardo rivolto alle decine di sacerdoti sorridenti seduti nelle prime file, lì sul sagrato. E spesso, in quelle parrocchie che rimangono aperte, aggiungeva il giorno dopo il vescovo di Roma nell’omelia della solenne messa crismale, “i preti sono tristi, si perdono il meglio del nostro popolo, quello che è capace di attivare la parte più profonda del suo cuore presbiteriale”. Preti “insoddisfatti”, li definì Jorge Mario Bergoglio, che finiscono per essere “trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità”.
    Tre settimane dopo la sua elezione, le chiese stanno tornando lentamente a riempirsi, i confessionali a essere frequentati, le omelie dei parroci a essere seguite non più distrattamente, quasi fosse un dovere, un’incombenza da portare a termine e nulla di più. E’ l’effetto-Francesco, dicono gli esperti, i sacerdoti e i catechisti: il Papa venuto “dalla fine del mondo” parla in modo comprensibile anche ai più piccoli, vuole stare tra la gente, sceglie di salire sulla Loggia della basilica di San Giovanni in Laterano per salutare le migliaia di fedeli, curiosi e passanti che affollavano nel tardo pomeriggio romano quella piazza. Le parrocchie stanno riaprendo le porte, dicono sacerdoti da nord a sud dell’Italia. Tornano a essere frequentate e non solo per la messa domenicale. E’ quella “grande boccata d’ossigeno” di cui ha parlato lunedì il cardinale Camillo Ruini. “Papa Francesco ha portato una ventata di giovinezza e di futuro nella vita di questa antica e così radicata chiesa di Roma”, ha detto a Radio Vaticana l’ex presidente della Conferenza episcopale italiana.

    E’ la parrocchia, spiegava l’allora arcivescovo di Buenos Aires nel dialogo con il rabbino della comunità argentina Benei Tikva, Abraham Skorka, a rappresentare la possibile soluzione per resistere alla secolarizzazione, per far sì che “la religione si possa adeguare alla cultura dei tempi”, come ha sempre fatto nel corso della storia, una “continua trasformazione che assume forme differenti senza alterare il dogma”. L’idea è di un ritorno al parrocchialismo, alla comunità come luogo di appartenenza religiosa e non ai battesimi di massa che venivano amministrati durante le prime prediche di Pietro, nel Primo secolo dopo Cristo. Una soluzione che per Bergoglio risponde “a un bisogno di identità, non solo religiosa, ma anche culturale: appartengo a questo quartiere, a questo circolo, a questa famiglia. Ho un luogo di appartenenza, mi riconosco in un’identità”. Dopotutto, diceva il gesuita argentino diventato Pontefice nel Conclave seguìto alla rinuncia di Benedetto XVI, “il cristianesimo delle origini era parrocchiale”. Il problema, spiegava l’arcivescovo di Buenos Aires, nasce “quando la parrocchia non ha vita propria, quando viene annullata, assorbita dalla struttura più in alto nella gerarchia”.
    Mettere al centro l’esperienza parrocchiale significa certificare “senz’altro un’inversione di tendenza”, dice al Foglio lo storico del Cristianesimo Alberto Melloni. Durante il pontificato di Giovanni Paolo II prima e di Benedetto XVI poi, prosegue Melloni, “era stato dato un peso rilevante ai movimenti, che altro non sono che minoranze creative dove il collante non è più rappresentato dal territorio, ma dalla scelta: un individuo si sceglie la comunità, compie una scelta di spiritualità”. Per Giovanni Paolo II i movimenti erano indispensabili per la missione della chiesa del Terzo Millennio, la nuova evangelizzazione.

    Nel 1998, parlando ai trecentomila membri di movimenti e comunità ecclesiali riuniti in piazza San Pietro per il loro primo Congresso mondiale, Karol Wojtyla disse di confidare “che essi, in comunione con i pastori e in collegamento con le iniziative diocesane, vorranno portare nel cuore della chiesa la loro ricchezza spirituale, educativa e missionaria, quale preziosa esperienza e proposta di vita cristiana”. “E’ il concetto della coessenzialità”, dice al Foglio mons. Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e tra i più stretti collaboratori di don Luigi Giussani. “Non c’è alcuna alternativa né teorica né pratica tra parrocchia e movimento, a una condizione: che entrambe abbiano come dimensione fondamentale la missione. Ciò che unifica e consente la possibilità di un reciproco arricchimento è il comune desiderio di assumere la missione come dimensione collettiva della vita cristiana”, spiega Negri. “Esiste la possibilità di una larghissima e reciproca influenza. Si pensi a come i movimenti hanno portato la missione della chiesa in campi e luoghi dove la parrocchia è più limitata, considerata la sua struttura territoriale. I movimenti sono riusciti a portare la missione della chiesa in ambienti specifici e molto provocanti, come nelle università”.
    Anche Melloni non vede un conflitto tra parrocchia e movimenti, quanto piuttosto “un riequilibrio” necessario dopo il grande ruolo avuto dai movimenti in seguito al Concilio Vaticano II. Un peso talmente forte che “nel pensiero generale c’è la convinzione che tutti i vescovi in giro nel mondo provengano dai movimenti, quando invece rappresentano solo poco più dello zero per cento”, aggiunge Melloni.

    Più cauto è lo studioso Massimo Introvigne, direttore del Centro studi sulle nuove religioni: “Non dialettizzerei troppo la questione, anche perché nonostante il richiamo di Francesco alla parrocchia, lui non prova in nessun modo un’avversione per i movimenti, come dimostra il fatto che trascorrerà la Veglia di Pentecoste (il prossimo 18 maggio, ndr) proprio con i movimenti ecclesiali. E sempre con loro celebrerà la messa il giorno seguente”. Un ulteriore elemento a conferma di ciò è il rapporto molto stretto e continuo che da arcivescovo di Buenos Aires aveva con il Rinnovamento carismatico e con Comunione e liberazione: il cardinale Bergoglio ha contribuito a diffondere in Argentina alcuni testi di don Giussani”. Nonostante lo spazio dato dai predecessori dell’attuale Pontefice ai movimenti, continua Introvigne, “sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI avevano sempre ribadito come l’elemento parrocchiale fosse fondamentale”. D’altronde, è sufficiente andare a rileggersi molti discorsi di Joseph Ratzinger nei quali si ribadiva come “la chiesa non potesse fare a meno delle parrocchie. Nella sua visione – spiega al Foglio il direttore del Cesnur – “la parrocchia rimane l’elemento centrale” dell’esperienza cattolica.
    Piuttosto, dice Introvigne, il problema è un altro: “Con la diminuzione del clero in occidente, si è dovuto aguzzare l’ingegno, aprendo a soluzioni creative e spesso controverse come le unità pastorali. Bergoglio, ad esempio, dispose la creazione di sub-parrocchie nei grandi territori del suo paese”. Alberto Melloni riconosce che nella diocesi di Buenos Aires la realtà dei movimenti aveva un ruolo molto importante, ma è altrettanto chiaro che l’attuale Pontefice “non ha mai fatto di questa minoranza creativa il fondamento della chiesa cattolica”. E’ chiaro poi, spiega lo storico del Cristianesimo, “che la pastorale sacramentaria di Papa Francesco ha bisogno di una prospettiva universalistica e non limitata a piccole comunità in cui ciascuno sceglie se entrare o meno a farvi parte”.

    Don Mario Peretti, sacerdote della diocesi di Milano da quasi vent’anni a Buenos Aires, dove oggi è assistente della Fraternità di Comunione e liberazione, conosce bene Jorge Bergoglio, fin da quando questi era vescovo ausiliare del cardinale Quarracino. “Già allora, nei primi anni Novanta, lui era convinto che Giovanni Paolo II puntasse sui movimenti per far fronte alla crisi delle parrocchie, che si stavano sempre più chiudendo in loro stesse, senza alcuna vocazione missionaria”. Riguardo i movimenti, dice al Foglio don Peretti, “Bergoglio ha sempre sostenuto come fossero la punta avanzata della chiesa, da inviare alla frontiera. Per lui i movimenti sono dei battitori liberi che entrano in gioco laddove le strutture ecclesiastiche non riescono ad arrivare. Il loro ruolo è missionario, e Bergoglio ha sempre voluto affermare la complementarietà che sussiste tra movimenti e parrocchie”, spiega il sacerdote milanese, che aggiunge come l’allora arcivescovo della capitale argentina abbia sempre valorizzato i nuovi ordini religiosi (tra cui “Los hermanos del cordero”) ancora prima che ricevessero il pubblico avallo da Roma. Ha sempre mostrato simpatia verso queste nuove forme di espressione ecclesiale, dando poca importanza al fatto che non fossero già stati istituzionalizzati e riconosciuti dalle autorità vaticane”. Parrocchie e movimenti complementari ma con funzioni ben diverse, anche a Buenos Aires: “Non ci ha mai chiamato a partecipare a riunioni di curia”, dice Peretti: “Per lui i movimenti non dovevano partecipare alla gestione degli affari della chiesa. Il loro compito era stare lungo la frontiera, non negli uffici. Mi diceva sempre ‘meno frequenti la curia, meglio è per te’”.

    Che Bergoglio non sia ostile ai movimenti la pensano anche gli iniziatori del cammino Neocatecumenale: il nuovo Pontefice, dicono, “è provvidenziale per questi tempi e in varie occasioni ha partecipato a celebrazioni della nostra comunità a Buenos Aires, come l’eucarestia per il quarantesimo anniversario, nel 2008”. Giuseppe Gennarini, che del cammino Neocatecumenale è il responsabile negli Stati Uniti, spiega al Foglio che “non c’è affatto conflitto tra parrocchie e movimenti”. Il tema su cui Jorge Bergoglio ha sempre insistito, continua il nostro interlocutore, è che “per la nuova evangelizzazione la parrocchia non basta più. A Buenos Aires, ad esempio, ogni parrocchia ha un raggio di influenza di circa un chilometro e ogni parrocchia ne dista dall’altra più o meno quattro. Il risultato è che moltissima gente rimane esclusa da quest’opera evangelizzatrice. Ecco perché bisogna uscire e cercare nuovi metodi per annunciare il Vangelo. E questo è in piena sintonia anche con i primi discorsi del nuovo Papa”. Basterebbe un dato a chiarire quanto corretta sia l’impostazione data al tema dal Pontefice gesuita, dice Gennarini: “Negli Stati Uniti, negli ultimi anni, hanno chiuso settemila parrocchie, un terzo di quelle esistenti. E questo nonostante l’influenza crescente degli ispanici. E’ chiaro che c’è bisogno di qualcosa di nuovo”.
    Nessun conflitto tra comunità parrocchiale e grande movimento neppure per Maria Voce, eletta presidente dei Focolari nel 2008 dopo la morte della fondatrice, Chiara Lubich. Pochi giorni dopo l’elezione al Soglio del gesuita argentino, notava come “in questo momento si manifesta tutta la vitalità della chiesa e la freschezza dello Spirito Santo”.


    © - FOGLIO QUOTIDIANO
    di Matteo Matzuzzi – @matteomatzuzzi

    Fonte: http://www.ilfoglio.it/soloqui/17711
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  2. #2
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    Monito papale contro il carrierismo nella Chiesa
    "L'incoerenza mina la credibilità della Chiesa.Il Vangelo va predicato con la vita". Monito papale contro il carrierismo. Oggi pomeriggio Francesco ha visitato la Basilica di San Paolo fuori le Mura per la solenne Celebrazione eucaristica in occasione della sua prima visita come Vescovo di Roma nella Chiesa ostiense che custodisce la tomba di San Paolo. Ad accoglierlo tutta la comunità benedettina con l’abate Edmund Power che spiega:"Francesco è arrivato, come tutti i Papi, al quadriportico, nella parte della facciata principale della Basilica e, dopo aver salutato la comunità, si è vestito con i paramenti sacri". Dopo la grande processione d'ingresso ha presieduto la messa dal trono, nell’abside. Alla fine un momento dedicato alla venerazione dell’icona della Madonna, davanti alla quale Sant’Ignazio di Loyola, nel ‘500, pronunciò la sua professione religiosa.«L'incoerenza dei fedeli e dei Pastori tra quello che dicono e quello che fanno, tra la parola e il modo di vivere mina la credibilità della Chiesa», denuncia Bergoglio. E aggiunge: «Chi ci ascolta e ci vede deve poter leggere nelle nostre azioni ciò che ascolta dalla nostra bocca e rendere gloria a Dio». Dobbiamo, ha scandito, «testimoniare Cristo con il dono di noi stessi, senza calcoli, a volte anche al prezzo della nostra vita». Con parole molto forti, il Pontefice ha quindi esortato tutti i credenti a interrogarsi sugli «idoli» che troppo spesso occupano nel nostro cuore il luogo che dovremmo riservare a Dio. L'invito del Papa argentino è dunque a «spogliarci dei tanti idoli piccoli o grandi che abbiamo e nei quali ci rifugiamo, nei quali cerchiamo e molte volte riponiamo la nostra sicurezza». «Sono idoli - ha spiegato Francesco - che spesso teniamo ben nascosti». «Possono essere - ha elencato - l'ambizione, il carrierismo, il gusto del successo, il mettere al centro se stessi, la tendenza a prevalere sugli altri, la pretesa di essere gli unici padroni della nostra vita, qualche peccato a cui siamo legati, e molti altri». «Questa sera - ha confidato Francesco agli ecclesiastici e ai fedeli presenti nella Basilica di San Paolo - vorrei che una domanda risuonasse nel cuore di ciascuno di noi e che vi rispondessimo con sincerità: ho pensato io a quale idolo nascosto ho nella mia vita, che mi impedisce di adorare il Signore?». «Adorare - ha ricordato - spogliarci dei nostri idoli anche quelli più nascosti, e scegliere il Signore come centro, come via maestra della nostra vita». «Cari fratelli e sorelle, il Signore - ha concluso - ci chiama ogni giorno a seguirlo con coraggio e fedeltà; ci ha fatto il grande dono di sceglierci come suoi discepoli; ci invia ad annunciarlo con gioia come il Risorto, ma ci chiede di farlo con la parola e con la testimonianza della nostra vita, nella quotidianità. Il Signore è l'unico, l'unico Dio della nostra vita e ci invita a spogliarci dei tanti idoli piccoli o grandi che abbiamo, e ad adorare Lui solo». Francesco illustra la "classe media dei santi nascosti".«Annunciare, testimoniare, adorare» sono i «tre verbi» che il Papa ha voluto proporre alla riflessione dei fedeli celebrando la messa in prossimità della «tomba di san Paolo, un umile e grande Apostolo del Signore, che lo ha annunciato con la parola, lo ha testimoniato col martirio e lo ha adorato con tutto il cuore». Bergoglio ha sottolineato che «l'annuncio di Pietro e degli Apostoli non è fatto solo di parole, ma la fedeltà a Cristo tocca la loro vita, che viene cambiata, riceve una direzione nuova, ed è proprio con la loro vita che essi rendono testimonianza alla fede e all'annuncio di Cristo».Commenta abate Edmund Power: "Qualsiasi visita del Papa ha un grande significato per noi, perché riteniamo che la fondazione della nostra comunità benedettina risalga più o meno all’anno 720, ad opera di Papa Gregorio II, allo scopo di assistere il Papa nella sua responsabilità di accogliere i pellegrini alla tomba di Paolo. C’è sempre, dunque, questo collegamento particolare con il Papa, con il vescovo di Roma. E noi, quindi, ci riteniamo il monastero papale. Questa è la prima visita di Papa Francesco, anche lui religioso come noi, cioè gesuita. Siamo molto contenti di averlo accolto nella Basilica di San Paolo, nella “sua” comunità monastica, che è qui per collaborare con lui, in qualità di vescovo di Roma e di pastore della Chiesa universale, per i bisogni dei pellegrini che vengono a Roma". Inoltre "si parla spesso del ministero petrino del vescovo di Roma. La Chiesa di Roma, però, dall’inizio, non è solo la Chiesa di Pietro: è sia la Chiesa di Pietro che di Paolo e i due apostoli insieme simboleggiano la totalità della Chiesa, il suo senso di integrità, di unità, di centralità e poi anche il suo senso missionario, il senso dinamico; tutti e due gli aspetti sono ugualmente importanti. A mio parere, dunque, lui è ugualmente, in un certo senso, il successore di Paolo nel suo ministero, un ministero quindi “pietropaolino”. Questo è ciò che può dire un abate di San Paolo fuori le Mura".Francesco ha ricordato che gli Apostoli dicevano a se stessi: «Bisogna obbedire a Dio, invece che agli uomini». E che non li fermava nemmeno «l'essere flagellati, il subire oltraggi, il venire incarcera «E noi?», si è chiesto: «siamo capaci di portare la Parola di Dio nei nostri ambienti di vita? Sappiamo parlare di Cristo, di ciò che rappresenta per noi, in famiglia, con le persone che fanno parte della nostra vita quotidiana?». «La fede - ha osservato - nasce dall'ascolto, e si rafforza nell'annuncio» che però «non è fatto solo di parole». Infatti la testimonianza delle prime comunità ci mostra che «la fedeltà a Cristo tocca la loro vita, che viene cambiata, riceve una direzione nuova, ed è proprio con la loro vita che i cristiani rendono testimonianza alla fede e all'annuncio di Cristo». A questa trasparenza della fede, Papa Francesco ha contrapposto questa sera gli «idoli» che ci distolgono dalla fede e tra questi ha individuato il «carrierismo» degli ecclesiastici. «Ognuno di noi - ha spiegato - nella propria vita, in modo consapevole e forse a volte senza rendersene conto, ha un ben preciso ordine delle cose ritenute più o meno importanti. Adorare il Signore vuol dire dare a Lui il posto che deve avere; adorare il Signore vuol dire affermare, credere, non però semplicemente a parole, che solo Lui guida veramente la nostra vita; adorare il Signore vuol dire che siamo convinti davanti a Lui che è il solo Dio, il Dio della nostra vita, della nostra storia»
    http://vaticaninsider.lastampa.it/va...-24083//pag/1/

  3. #3
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    Le omelie feriali del Papa: non solo slogan d'effetto
    Scritto da Angela Ambrogetti
    Domenica 21 Aprile 2013 08:44


    Al di là delle frasette ad effetto che piacciono tanto ai giornali, le omelie che Papa Francesco offre ogni mattina a coloro che riescono ad essere presenti la messa della 7.00 seguono una linea guida molto forte e basata su una delle tre figure della Santissima Trinità: lo Spirito Santo. Un tema che non si tratta spesso, a dire il vero, e che il Papa mette sempre al centro delle semplici parole che pronuncia nel suo italiano un po’ particolare che ricorda i nostri avi, l’italiano imparato in casa, quello che ricordavano i suoi nonni italiani, come spesso dice proprio Papa Francesco. Allora proviamo a cercare sotto la parte “pop” la teologia e la ecclesiologia di Bergoglio, gesuita e Papa. Cominciamo dal “confessare” il nome di Gesù, come fa Pietro in diversi episodi degli atti degli Apostoli. Papa Francesco spiega che "Pietro rivela una verità quando dice: "lo abbiamo fatto nel nome di Gesù"" perché egli risponde ispirato dallo Spirito Santo. Infatti noi, ha proseguito, "non possiamo confessare Gesù, non possiamo parlare di Gesù, non possiamo dire qualcosa di Gesù senza lo Spirito Santo". È proprio lo Spirito Santo che "ci spinge a confessare Gesù o a parlare di Gesù o ad avere fiducia in Gesù".

    Ed è proprio Gesù che ci è accanto "nel cammino della nostra vita, sempre". Lo Spirito ci permette poi di essere umili. Come lo sono stati Maria e Giuseppe. Tutta la storia della fede, “parla a tutti noi di umiltà” così come la nascita di Gesù che Dio ha voluta “coperta dall’ombra dello Spirito Santo”. Dalla confessione all’ azione poi ancora una volta grazie allo Spirito: “Dove abbiamo l’aiuto per andare per la strada di sentire Gesù? Nello Spirito Santo. Di questi fatti siamo testimoni noi: è lo Spirito Santo che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono”. Dunque, “è proprio lo Spirito Santo dentro di noi che ci dà forza per andare”. Leggendo san Giovanni il Papa ripete: “Nostro Padre ci dà lo Spirito, senza misura, per ascoltare Gesù, sentire Gesù e andare per la strada di Gesù”. Un dono da accettare che ci aiuta nei momenti bui: “Non abbiamo paura delle difficoltà, non abbiamo paura quando il nostro cuore è triste, è buio! Prendiamo le cose come vengono, con lo Spirito del Signore e l’aiuto dello Spirito Santo. E così andiamo avanti, sicuri su una strada giusta.” E così lo Spirito assiste noi come ha fatto con gli Apostoli.

    “La vita -dice il Papa- non è sempre tranquilla e bella” ma “gli apostoli, con l’assistenza dello Spirito Santo, hanno reagito bene. Hanno convocato il gruppo dei discepoli e hanno parlato. È il primo passo: quando ci sono difficoltà, bisogna guardarle bene, prenderle e parlarne. Mai nasconderle. La vita è così. La vita bisogna prenderla come viene, non come noi vogliamo che venga”. Certo si deve essere docili allo Spirito per avere il suo aiuto. “Anche nella nostra vita personale, nella vita privata- dice Francesco- lo Spirito ci spinge a prendere una strada più evangelica, e noi: “Ma no, va così, Signore...””e allora occorre non opporre resistenza allo Spirito Santo, perché “è lo Spirito che ci fa liberi, con quella libertà di Gesù, con quella libertà dei figli di Dio! Non opporre resistenza allo Spirito Santo: è questa la grazia che io vorrei che tutti noi chiedessimo al Signore; la docilità allo Spirito Santo, a quello Spirito che viene da noi e ci fa andare avanti nella strada della santità, quella santità tanto bella della Chiesa. La grazia della docilità allo Spirito Santo”. Eppure spesso “lo Spirito Santo ci dà fastidio. Perché ci muove, ci fa camminare, spinge la Chiesa ad andare avanti” invece “vogliamo che lo Spirito Santo si assopisca. Vogliamo addomesticare lo Spirito Santo. E questo non va. Perché lui è Dio e lui è quel vento che va e viene, e tu non sai da dove. È la forza di Dio; è quello che ci da la consolazione e la forza per andare avanti.”

    E quando si tratta di capire come è la nostra fede, in cosa crediamo davvero ecco ancora il ruolo dello Spirito: “Noi crediamo in Dio che è Padre, che è Figlio, che è Spirito Santo. Noi crediamo in persone, e quando parliamo con Dio parliamo con persone: o parlo con il Padre, o parlo con il Figlio, o parlo con lo Spirito Santo. E questa è la fede.” Fede che deve trasformasi in preghiera “per la Chiesa, perché continui a crescere, a consolidarsi, a camminare nel timore di Dio e con il conforto dello Spirito Santo. Che il Signore ci liberi dalla tentazione di quel “buon senso”; dalla tentazione di mormorare contro Gesù, perché è troppo esigente; e dalla tentazione dello scandalo.” Lo scandalo che crea Gesù quando dice cose che non ci piacciono, e così prendiamo solo quello che ci fa comodo. il cristiano che agisce così non si consolida nella Chiesa, non cammina alla presenza di Dio, non ha il conforto dello Spirito Santo, non fa crescere la Chiesa. “Sono cristiani soltanto di buon senso: prendono le distanze. Cristiani, per così dire, satelliti, che hanno una piccola Chiesa, a propria misura. Per dirlo con le parole proprie di Gesù nell’Apocalisse, cristiani tiepidi.” Ecco allora che: “Nel timore del Signore e con il conforto dello Spirito Santo” la Chiesa si muove e respira “camminando nel timore del Signore e con il conforto dello Spirito Santo”.


    fonte: Korazym
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  4. #4
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    Interessante commento di cantuale antonianum: http://www.cantualeantonianum.com/20...+Antonianum%29
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  5. #5
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    Papa Francesco: la Chiesa sia umile e coraggiosa, aperta e in cammino

    Mancano pochi giorni al secondo mese dall’elezione di Papa Francesco. Una delle novità più feconde di questo inizio Pontificato sono le Messe che il Papa celebra la mattina alla Casa Santa Marta, le cui omelie vengono riferite in sintesi dalla nostra emittente e dall’Osservatore Romano. Prendendo spesso spunto dai brani degli Atti degli Apostoli, e dunque dalla vita della prima comunità cristiana a Gerusalemme, il Pontefice sta tracciando un affresco sulla Chiesa, sulla sua identità e missione. Il servizio di Alessandro Gisotti:

    Una Chiesa umile e coraggiosa in ascolto dello Spirito Santo. Una Chiesa che esce da se stessa per andare nelle periferie del mondo. Una Chiesa che è madre, non baby sitter, che costruisce ponti e non muri. Una Chiesa dalle porte aperte, che è comunità di amore non una Ong. In meno di due mesi, Papa Francesco ha offerto numerosi spunti di riflessione ai fedeli su cosa vuol dire vivere nella Chiesa, essere Chiesa. Con il suo linguaggio semplice e diretto, ma al tempo stesso profondo, il Papa sta ricordando, innanzitutto, che ogni battezzato ha una “grande responsabilità”: annunciare Cristo e così “portare avanti la Chiesa”. Essere cristiano, infatti, avverte, “non è fare carriera in uno studio per diventare un avvocato”. Essere cristiano è “un dono che ci fa andare avanti con la forza dello Spirito nell’annuncio di Gesù Cristo”. Ecco perché, il cristiano deve essere sempre in cammino, mai fermo:

    “Quando la Chiesa perde il coraggio, entra nella Chiesa l’atmosfera di tepore. I tiepidi, i cristiani tiepidi, senza coraggio… Quello fa tanto male alla Chiesa, perché il tepore ti porta dentro, incominciano i problemi fra noi; non abbiamo orizzonti, non abbiamo coraggio, né il coraggio della preghiera verso il cielo e neppure il coraggio di annunciare il Vangelo”. (Messa, 3 maggio)

    Un coraggio, avverte Francesco, che troviamo solo se sappiamo accogliere la Parola di Dio con cuore umile, se siamo docili e non opponiamo resistenza allo Spirito Santo. Ecco allora che la Chiesa diventa davvero una comunità del “sì” che rimane nell’amore di Cristo:

    “Noi, donne e uomini di Chiesa, siamo in mezzo ad una storia d’amore: ognuno di noi è un anello in questa catena d’amore. E se non capiamo questo, non capiamo nulla di cosa sia la Chiesa”. (Messa, 24 aprile)

    Il Papa mette in guardia dai rischi che corriamo nell’allontanarci da Cristo, quando siamo tentati di voler costruire una Chiesa a nostra misura. La strada di Gesù non è quella delle ideologie e dei moralismi che falsificano il Vangelo. E indica nella “mondanità” il pericolo più grave per la Chiesa:

    “Quando la Chiesa diventa mondana, quando ha dentro sé lo spirito del mondo, quando ha quella pace che non è quella del Signore (…) la Chiesa è una Chiesa debole, una Chiesa che sarà vinta e incapace di portare proprio il Vangelo, il messaggio della Croce, lo scandalo della Croce… Non può portarlo avanti se è mondana”. (Messa, 30 aprile)

    E se è mondana, la Chiesa non va avanti ma torna indietro. Questo, osserva Papa Francesco, lo si vede anche rispetto al Concilio Vaticano II, voluto da Giovanni XXIII. A 50 anni di distanza, si chiede il Santo Padre, “abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio?”:

    “No. Festeggiamo questo anniversario, facciamo un monumento che non dia fastidio. Non vogliamo cambiare. Di più: ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si chiama diventare stolti e lenti di cuore”. (Messa, 16 aprile)

    “Per dirlo chiaramente”, avverte Francesco, “lo Spirito Santo ci dà fastidio, perché ci muove, ci fa camminare, spinge la Chiesa ad andare avanti”. Certo, sottolinea, la Chiesa “sempre va tra la Croce e la Risurrezione, tra le persecuzioni e le consolazioni del Signore”. Ma, rassicura, “questo è il cammino, chi va per questa strada non si sbaglia”. La Chiesa, ripete tante volte il Papa, è una storia d’amore, non un’organizzazione burocratica. In definitiva, la Chiesa è madre:

    “Qui ci sono tante mamme, in questa Messa. Che sentite voi se qualcuno dice: ‘Ma…lei è un’organizzatrice della sua casa’? ‘No: io sono la mamma! E la Chiesa è Madre. E noi siamo in mezzo ad una storia d’amore che va avanti con la forza dello Spirito Santo e noi, tutti insieme, siamo una famiglia nella Chiesa che è la nostra Madre”. (Messa, 24 aprile)


    fonte: Radio Vaticana
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    Da “Famiglia Cristiana” – 15 maggio 2013

    IL PAPA A SETTEMBRE A CAGLIARI

    Nell'udienza generale Francesco annuncia che si recherà in pellegrinaggio al Santuario della Madonna di Bonaria.

    E poi "interroga" i fedeli sullo Spirito Santo.

    Prossimo viaggio al Santuario della Madonna di Bonaria, a Cagliari, in Sardegna, nel mese di settembre. È il papa stesso ad annunciarlo al termine dell’udienza di oggi.

    «Buenos Aires», spiega il Papa, «si chiama così per devozione a Nostra Signora di Bonaria».

    E poi racconta la storia della Madonna col Bambino in braccio e un cero nell’altra mano ritrovata in una cassa sulle spiagge della Sardegna allora dominata dai catalani. Da allora la Madonna fu venerata dai navigatori che la chiamarono "Bonaria", o della "Buona aria".
    Grazie ai marinai il culto si diffuse poi anche a Siviglia e da qui in America Latina. Arrivata a Rio de la Plata, portata da due sacerdoti che facevano parte del gruppo comandato da don Pedro de Mendoza. Questi, per la sua devozione alla Madonna decise di onorarla concedendo il suo nome alla città che si stava fondando, appunto Buenos Aires. La data esatta sarà stabilita in questi giorni con i vescovi sardi in visita ad limina.

    Prima, l'udienza generale era stata tutto un inno allo Spirito Santo.


    «Quanti di voi pregate tutti i giorni lo Spirito Santo?», aveva chiesto alla piazza dove c'erano circa centomila fedeli. «Sieti in pochi», li aveva rimproverati bonariamente.

    Per poi esortarli:

    «Pregate tutti i giorni lo Spirito Santo perché ci apre il cuore verso Gesù».

    Cristo parla dello «Spirito di verità.

    E cos’è la verità?»,

    «La verità è la persona stessa di Gesù.

    Soltanto incontrando Gesù è possibile incontrare la verità. Lo Spirito Santo ci aiuta a farci vivere questo incontro e ad affermare. Gesù è il Signore».

    Lo Spirito, ha continuato il Papa «ci fa ricordare le parole di Gesù e la legge del Vangelo iscritta nel nostro cuore». È questa legge del Vangelo che guida la nostra vita e i nostri comportamenti.
    Ogni giorno, costantemente
    .


    «Non si è cristiani a tempo»,

    ha ricordato Francesco nel ciclo di catechesi dedicato all’Anno della fede,

    «ma si è cristiani in ogni momento. La verità di Cristo e dello Spirito Santo ci insegna che Gesù interessa sempre la nostra vita quotidiana».
    E poi dialoga ancora con la folla: «Quale passo stiamo facendo affinché la fede orienti tutta la nostra esistenza? La verità di Cristo, che lo Spirito Santo ci insegna e ci dona, interessa per sempre e totalmente la nostra vita quotidiana».


    E per due volte chiede alla piazza:

    «Invochiamolo più spesso, tutti i giorni. Lo farete? Lo farete tutti i giorni?».

    Prima dell’udienza il Papa aveva liberato due colombe chiuse in gabbia che gli erano state regalate e che il suo assistente stava riponendo assieme agli altri doni. Un applauso ha salutato il volo dei due volatili. Al termine, invece, tra i tanti saluti rivolti ai gruppi di fedeli presenti, un saluto particolare il Papa ha voluto rivolgerlo agli studenti, «in particolare a quelli di numerose scuole cattoliche. La scuola cattolica costituisce una realtà preziosa per l’intera società, soprattutto per il servizio educativo che svolge, in collaborazione con le famiglie, ed è bene che ne sia riconosciuto il ruolo in modo appropriato».

    Prima dell’udienza, nell'omelia pronunciata a Santa Marta, il Papa era tornato sul tema del ruolo del vescovo.


    «Un vescovo», ha detto, «non è vescovo per se stesso, è per il popolo; e un prete non è prete per se stesso, è per il popolo: al servizio di, per far crescere, per pascolare il popolo, il gregge proprio, no? Per difenderlo dai lupi. È bello pensare questo!
    Quando in questa strada il vescovo fa quello è un bel rapporto col popolo, come il vescovo Paolo lo ha fatto col suo popolo, no? E quando il prete fa quel bel rapporto col popolo, ci dà un amore: viene un amore fra di loro, un vero amore, e la Chiesa diventa unita».


    E poi ha chiesto ancora di continuare a pregare perché «anche il vescovo e il prete possono essere tentati».

    E quali sono le tentazioni del vescovo e del prete?:

    «Sant’Agostino, commentando il profeta Ezechiele, parla di due: la ricchezza, che può diventare avarizia, e la vanità.

    E dice:

    "Quando il vescovo, il prete si approfitta delle pecore per se stesso, il movimento cambia: non è il prete, il vescovo per il popolo, ma il prete e il vescovo che prende dal popolo". Sant’Agostino dice: "Prende la carne per mangiarla alla pecorella, si approfitta; fa negozi ed è attaccato ai soldi; diventa avaro e anche tante volte simoniaco. O se ne approfitta della lana per la vanità, per vantarsi"».

    Ricamando poi il capitolo 20 versetti 28-30 degli Atti degli Apostoli il Papa ha ricordato il monito di Paolo:


    «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue. Io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino di mezzo a voi sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé».

    Francesco ha concluso:

    «Leggete questa bella pagina e leggendola pregate, pregate per noi vescovi e per i preti. Ne abbiamo tanto bisogno per rimanere fedeli, per essere uomini che vegliano sul gregge e anche su noi stessi, che fanno la veglia proprio, che il loro cuore sia sempre rivolto al suo gregge. Anche che il Signore ci difenda dalle tentazioni, perché se noi andiamo sulla strada delle ricchezze, se andiamo sulla strada della vanità, diventiamo lupi e non pastori, pastori. Pregate per questo, leggete questo e pregate».
    Infine, il Papa ha messo in guardia dal pericolo del carrierismo e di andare dietro ai soldi:


    «San Paolo ricorda di aver lavorato con le sue mani, non aveva un conto in banca, lavorava».

  7. #7
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    Flavio Felice: il Papa ci esorta a relativizzare il denaro per il bene della persona

    “Il denaro deve servire, non governare”: è uno dei passaggi forti del discorso che il Papa ha rivolto ieri a un gruppo di nuovi ambasciatori. Un intervento che, assieme a quello rivolto sempre ieri alla Caritas Internationalis, ha offerto numerosi spunti di riflessione sul magistero sociale della Chiesa. Papa Francesco ha anche evidenziato che l’etica dà fastidio, perché relativizza il denaro. Proprio da quest’ultima riflessione, muove il ragionamento dell’economista della Lateranense, Flavio Felice, intervistato da Alessandro Gisotti:

    R. – Mi sembra che sia il tema fondamentale, oltretutto, della prospettiva antropologica cristiana. In questo caso è il denaro che relativizza l’uomo. Di conseguenza, il cristianesimo, che pone al centro l’uomo, relativizza tutto ciò che può minacciare la dignità della persona umana. Questo è un tema fondamentale. Si pensi a quanto il cristianesimo abbia contribuito nella storia a relativizzare gli assoluti terrestri, il faraone: il cristianesimo “ammazza lo spirito faraonico”, diceva lo storico Guglielmo Ferrero. Il cristianesimo ha dato questo grande contributo alla storia delle idee e delle istituzioni e Bergoglio, nell’affermare che l’etica richiama e relativizza il denaro, si colloca esattamente in questa scia e ci dice che al centro c’è la persona.

    D. - Papa Francesco in un altro passaggio quasi con la forza di un Padre della Chiesa ha detto anche: "non condividere i beni con i poveri è come derubarli"…

    R. – Questo probabilmente è uno dei passaggi più forti, non solo dei due discorsi di ieri, ma del suo Pontificato, benché breve. Affermare che non condividere significa derubare significa che la natura ci offre beni che dobbiamo necessariamente condividere per essere pienamente umani. Può essere non condiviso da chi ovviamente si riconosce in un’altra antropologia ma se siamo figli di Dio siamo fratelli tra di noi e tra fratelli si condivide! La condivisione è allora un modo per essere se stessi, per migliorare la propria condizione sulla terra. E’ un modo, in definitiva, per essere più uomo.

    D. – Parlando alla Caritas internationalis il Papa ha affermato: la crisi non è solo economica, anzi a dire il vero, è culturale, antropologica…

    R. - Ci dice Papa Francesco che in realtà sono le scelte degli uomini che fanno le leggi del mercato, che non sono leggi per tutta la realtà dell’uomo ma sono leggi che hanno a che fare con una particolare dimensione. Fare di questa particolare dimensione la dimensione dell’umanità, dell’uomo a tutto tondo, è un errore ma è un errore soprattutto economico, perché il mercato non ha bisogno di persone che, ad ogni costo e ad ogni prezzo, perseguono i propri obiettivi a scapito di altri. Il mercato ha bisogno di persone oneste.

    D. - Si vede che questo Papa ha toccato con mano il dramma della povertà, in particolare nel suo Paese in Argentina, dopo la gravissima crisi economica del 2001…

    R. – Sì, è una crisi che ha coinvolto l’Argentina, che lentamente si sta riprendendo. Quindi possiamo dire che è anche un dono che ci fa Papa Francesco: quello di offrirci una pastorale sociale al massimo livello, che è la pastorale sociale del Papa, con l’esperienza di un uomo che ha conosciuto il dramma di quella crisi. Possiamo dire che in questo Papa Francesco è in continuità con gli altri Papi ma, nello stesso tempo, ci "mette del suo" grazie appunto alla sua esperienza.


    fonte: Radio Vaticana
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    La scossa del Papa alla Cei
    Francesco ha tracciato l'identikit del buon vescovo. Ora tocca alla Chiesa italiana interrogarsi su che cosa significhi la novità del pontificato


    Andrea Tornielli
    Città del Vaticano


    La meditazione ai vescovi italiani riuniti in assemblea, che Francesco ha tenuto ieri sera in San Pietro, segna l'inizio di una nuova stagione rispetto agli ultimi venticinque anni di storia dei rapporti tra il Papa «primate d'Italia» e la sua Conferenza episcopale. Bergoglio non è entrato in alcuno dei temi trattati dall'assemblea, non ha parlato di questioni legate alle politica, non ha menzionato la questione antropologica né ha parlato dell'educazione, che i vescovi italiani hanno messo a tema per il decennio in corso. Con una meditazione «fatta prima a me e condivisa con voi», Francesco ha tracciato una sorta di identikit del vescovo, agli antipodi con la figura del burocrate, dell'intellettuale supponente, del manager tutto dedito all'organizzazione, preoccupato per le strutture e i piani pastorali. Ha richiamato tutti alla radicalità evangelica nel seguire Gesù. Un discorso che rappresenta bene il modo con cui Bergoglio ha fatto il vescovo a Buenos Aires e il cuore del suo messaggio in questi primi mesi di pontificato.

    Lo stile del Papa, il suo voler trascorrere tanto tempo nel contatto con la gente, la sua predicazione semplice, profonda ed efficace, hanno fatto breccia in tantissimi fedeli e anche in chi non crede. Con il discorso ai vescovi questa scossa è diventata ancor più evidente anche per i pastori italiani, chiamati a essere sempre più vicini alle persone, a chi soffre, a chi ha bisogno di essere incoraggiato. Pastori con l'odore delle pecore, non funzionari, chierici di stato, ammalati di carrierismo o che cedono alle lusinghe del denaro. Si tratta di parole che possono essere considerate in sintonia con alcuni messaggi di Benedetto XVI, ma che dette nel primo appuntamento di fronte all'episcopato italiano, nel primo incontro fra il «primate d'Italia» e i suoi confratelli, assumono un significato davvero particolare.

    All'inizio della celebrazione in San Pietro, rispondendo brevemente a braccio al soluto del cardinale Angelo Bagnasco, il Papa ha detto che ai vescovi spetta anche il compito del dialogo con le istituzioni culturali e politiche. Chiarendo così di ritenere competenza della CEI e non del Vaticano questi rapporti. Una precisazione che segna un cambiamento di rotta rispetto alla lettera inviata nel 2007 dal Segretario di Stato Tarcisio Bertone al neo-presidente della CEI Bagnasco, con la quale il Vaticano rivendicava la cabina di regia per quei rapporti. Del resto basterebbe analizzare come Bergoglio ha fatto il vescovo in Argentina per comprendere come parlando sempre poco di politica abbia finito per essere considerato il capo dell'opposizione al governo perché continuava a parlare dell'esistenza dei poveri. Da quell'accenno del Papa ci si può aspettare che in futuro la Santa Sede resti più al di fuori delle vicende politiche nostrane e dunque che non si verifichino «endorsement» o «photo opportunity» elettorali come accaduto nel recente passato.

    Ma anche se il Papa ha lasciato ai vescovi la competenza del dialogo con la politica, sarebbe un errore credere che allora Francesco, il suo stile e il suo messaggio non segnino una novità per l'episcopato italiano. Il discorso di ieri, scritto interamente dal Papa, che non ha accolto i suggerimenti dei collaboratori i quali volevano rendere più rotondi alcuni passaggi, è infatti emblematico per quanto riguarda le priorità. Tutt'altro che disincarnato o avulso dal contesto italiano: Bergoglio parlava alla CEI e ai fratelli vescovi italiani e ha indicato ciò che a lui sta più a cuore nel contesto del nostro Paese, attingendo le sue parole dalla tradizione.

    L'impressione è che l'episcopato italiano non abbia ancora messo a tema la novità del pontificato e le sue implicazioni. L'assemblea che si conclude a Roma è stata celebrata un po' sottotono, senza che ci si interrogasse su che cosa l'elezione di Francesco indichi alla Chiesa italiana e ai suoi pastori, quale eventuale cambiamenti suggerisca, anche rispetto alle strutture, alla burocrazia ecclesiale, all'uso delle risorse.


    fonte: Vatican Insider
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  9. #9
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    da “Radio Vaticana” – 25 maggio 2013

    Il Papa: chi si avvicina alla Chiesa trovi porte aperte e non controllori della fede

    Quanti si avvicinano alla Chiesa trovino le porte aperte e non dei controllori della fede: è quanto ha affermato il Papa stamani durante la Messa a Santa Marta. Ha concelebrato il cardinale Agostino Cacciavillan, presidente emerito dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica. Era presente un gruppo di sacerdoti.

    di Sergio Centofanti


    Il Vangelo del giornoci parla di Gesù che rimprovera i discepoli che vogliono allontanare i bambini che la gente porta al Signore perché li benedica.
    “Gesù li abbraccia, li baciava, li toccava, tutti. Ma si stancava tanto Gesù e i discepoli” volevano impedirlo.
    E Gesù s’indigna: “Gesù si arrabbiava, alcune volte”.
    E dice: “Lasciate che vengano a me, non glielo impedite. A chi è come loro, infatti, appartiene il Regno di Dio”. “La fede del Popolo di Dio – osserva il Papa - è una fede semplice, è una fede forse senza tanta teologia, ma con una teologia dentro che non sbaglia, perché c’è lo Spirito dietro”.
    Il Papa cita il Concilio Vaticano I e il Vaticano II, laddove si dice che “il popolo santo di Dio … non può sbagliarsi nel credere” (Lumen Gentium). E per spiegare questa formulazione teologica aggiunge:
    “Se tu vuoi sapere chi è Maria vai dal teologo e ti spiegherà bene chi è Maria. Ma se tu vuoi sapere come si ama Maria vai dal Popolo di Dio che lo insegnerà meglio”. Il popolo di Dio – prosegue il Papa – “sempre si avvicina per chiedere qualcosa a Gesù: alcune volte è un po’ insistente in questo. Ma è l’insistenza di chi che crede”:

    “Ricordo una volta, uscendo nella città di Salta, la Festa patronale, c’era una signora umile che chiedeva a un prete la benedizione. Il sacerdote le diceva:
    ‘Bene, ma signora lei è stata alla Messa!’ e le ha spiegato tutta la teologia della benedizione nella Messa. Lo ha fatto bene ... ‘Ah, grazie padre; sì padre’, diceva la signora.
    Quando il prete se ne è andato, la signora si rivolge ad un altro prete:
    ‘Mi dia la benedizione!’.
    E tutte queste parole non sono entrate, perché lei aveva un’altra necessità: la necessità di essere toccata dal Signore. Quella è la fede che troviamo sempre e questa fede la suscita lo Spirito Santo. Noi dobbiamo facilitarla, farla crescere, aiutarla a crescere”.


    Il Papa cita poi l’episodio del cieco di Gerico, rimproverato dai discepoli perché gridava verso il Signore:
    “Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!”:

    “Il Vangelo dice che volevano che non gridasse, volevano che non gridasse e lui gridava di più, perché? Perché aveva fede in Gesù! Lo Spirito Santo aveva messo la fede nel suo cuore.
    E loro dicevano:
    ‘No, non si può! Al Signore non si grida. Il protocollo non lo permette. E’ la seconda Persona della Trinità! Guarda cosa fai…’ come se dicessero quello, no?”.


    E pensa all’atteggiamento di tanti cristiani:

    “Pensiamo ai cristiani buoni, con buona volontà; pensiamo al segretario della parrocchia, una segretaria della parrocchia… ‘Buonasera, buongiorno, noi due – fidanzato e fidanzata – vogliamo sposarci’.
    E invece di dire:
    ‘Ma che bello!’.
    Dicono: ‘Ah, benissimo, accomodatevi. Se voi volete la Messa, costa tanto…’.
    Questi, invece di ricevere una accoglienza buona – ‘E’ cosa buona sposarsi!’ – ricevono questo:
    ‘Avete il certificato di Battesimo, tutto a posto…’.
    E trovano una porta chiusa. Quando questo cristiano e questa cristiana ha la possibilità di aprire una porta, ringraziando Dio per questo fatto di un nuovo matrimonio…
    Siamo tante volte controllori della fede, invece di diventare facilitatori della fede della gente”.


    E’ una tentazione che c’è da sempre – spiega il Papa – che è quella “di impadronirci, di appropriarci un po’ del Signore”.

    E racconta un altro episodio:
    “Pensate a una ragazza madre, che va in chiesa, in parrocchia e al segretario:
    ‘Voglio battezzare il bambino’.
    E poi questo cristiano, questa cristiana le dice:
    ‘No, tu non puoi perché non sei sposata!’.
    Ma guardi, che questa ragazza che ha avuto il coraggio di portare avanti la sua gravidanza e non rinviare suo figlio al mittente, cosa trova?
    Una porta chiusa!
    Questo non è un buon zelo! Allontana dal Signore! Non apre le porte!
    E così quando noi siamo su questa strada, in questo atteggiamento, noi non facciamo bene alle persone, alla gente, al Popolo di Dio.
    Ma Gesù ha istituito sette Sacramenti e noi con questo atteggiamento istituiamo l’ottavo:
    il sacramento della dogana pastorale!”.


    “Gesù si indigna quando vede queste cose” –
    sottolinea il Papa -
    perché chi soffre è “il suo popolo fedele, la gente che Lui ama tanto”:

    “Pensiamo oggi a Gesù, che sempre vuole che tutti ci avviciniamo a Lui; pensiamo al Santo Popolo di Dio, un popolo semplice, che vuole avvicinarsi a Gesù; e pensiamo a tanti cristiani di buona volontà che sbagliano e che invece di aprire una porta la chiudono …
    E chiediamo al Signore che tutti quelli che si avvicinano alla Chiesa trovino le porte aperte, trovino le porte aperte, aperte per incontrare questo amore di Gesù.
    Chiediamo questa grazia”.







  10. #10
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    Mons. Bertolone: il grido di Papa Francesco ai mafiosi, messaggio meraviglioso

    Risuonano con forza ancora oggi le forti parole pronunciate ieri all’Angelus da Papa Francesco che, ricordando la Beatificazione di don Pino Puglisi, ha elevato la sua preghiera perché “i mafiosi e le mafiose si convertano a Dio”. Su queste parole, Fabio Colagrande ha raccolto il commento di mons. Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro e postulatore della Causa di Beatificazione di don Puglisi:

    R. – Innanzitutto le reputo il suggello di un cammino ecclesiale iniziato negli anni Ottanta e che ha avuto il suo momento più alto con il grido di Giovanni Paolo II, vent’anni fa, nella Valle dei Templi, nel mese di maggio, il 9 maggio 1993 per l’esattezza. Questo pensiero, pur nella sua brevità di Papa Francesco, chiude – se così possiamo dire – questo iter in occasione della Beatificazione di Puglisi. Quindi un messaggio meraviglioso, di forza, che deve entrare nella mente – mi permetto di dire – non solo dei palermitani e dei siciliani, ma di tutti i buoni credenti, perché la malavita, che si chiami mafia o con un altro nome, l’abbiamo un po’ in tutto il mondo. Segna la inconciliabilità assoluta tra Vangelo e qualsiasi altra forma di violenza e di sopraffazione. Un bel messaggio quello del Papa, che va a chiudere la bellissima celebrazione avvenuta a Palermo, sabato scorso, dinanzi a 100 mila persone; un bel segno di un popolo nuovo, che desidera liberarsi da questa malapianta, da questo cancro, che è ad ora il dio del potere e il dio del denaro.

    D. – Ha colpito molto l’invito di Papa Francesco a pregare perché i mafiosi e le mafiose si convertano a Dio…

    R. – Mi permetto di dire che nella parola “convertitevi” ci deve essere il pentimento sincero sia a livello religioso, sia a livello civile. Deve essere incluso anche il concetto di riparazione per il male fatto. La vera conversione diventa liberante, diventa rigenerante: possiamo avere un uomo nuovo. Questa è la forza del cristianesimo, la forza del Vangelo. Per cui in quella parola “convertitevi” c’è il desiderio di resurrezione: più che una condanna è un invito a vivere santamente come vuole il Signore. La grandissima presenza al Foro Italico di Palermo, ma sicuramente anche dinanzi ai televisori milioni di persone hanno potuto assistere alla celebrazione, è il segno che questo piccolo grande uomo, questo umile uomo, con la sua semplicità, con la sua umiltà, il suo senso ecclesiale, fatto di ubbidienza e fatto di povertà, fatto di dolcezza e fatto di mitezza, ha seguito Cristo fino in fondo. Quindi diventa un’immagine trasparente, vivente per gli uomini di oggi, perché è collegato alla Croce di Cristo. Come il chicco di grano: se non muore non porta frutto.


    fonte: Radio Vaticana
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