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Discussione: Vita di san Benedetto - Vita Sancti Benedicti

  1. #1
    Fidei Depositum
    visitatore

    Vita di san Benedetto - Vita Sancti Benedicti

    Dopo aver tentato di fornire qualche spunto spirituale postando la Regola di san Benedetto (qui), ho pensato che - dato che il progetto della Regula è oramai in dirittura d'arrivo) - si sarebbe potuto aprire un altro fronte relativo alla spiritualità benedettina. Sto parlando dell'unica fonte biografica rimastaci del santo nursino, vale a dire il testo di san Gregorio Magno. Questo Pontefice, infatti, sul finire del VI secolo - e quindi a circa mezzo secolo di distanza dalla morte di san Benedetto - ne narra la vita nel secondo libro dei suoi Dialoghi.
    Non si tratta certamente di un lavoro storiografico nel senso moderno del termine, specialmente per il ruolo preponderante che Gregorio assegna ai miracoli compiuti da san Benedetto, ma è l'unica fonte di informazione che abbiamo. In aggiunta, bisogna considerare come, per un cristiano, il miracolo non sia necessariamente astorico, ma anzi sia spesso un modo in cui Dio, per l'intercessione di un suo servo fedele, irrompe nella storia.
    Il testo latino che fornirò è quello critico di dom Adalbert de Vogué, così come riportato da Salvatore Pricoco e Manlio Simonetti nel loro Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli. Volume I, Milano, Fondazione Lorenzo Valla / Arnoldo Mondadori Editore, 2005. L'unico accorgimento che mi permetto di adottare per agevolare la lettura è quello di rendere le u consonantiche con v.
    La traduzione italiana tenterò di comporla io stesso, supportato - nei passi più complessi - da due altre traduzioni: quella di Pricoco-Simonetti nell'appena citato volume e quella dei padri benedettini di Subiaco che appare in Gregorio Magno, Vita di San Benedetto e la Regola, Roma, Città Nuova, 1975. Dico subito che, nel provare a tradurre, cercherò di attendermi ad una traduzione strettamente letterale, anche se qualcuno potrebbe magari definirla liceale. Questo sia perché onestamente non penso di avere né le capacità né l'autorità per un lavoro più libero dal testo originario, sia perché sono personalmente convinto che le traduzioni libere siano normalmente meno fedeli (e quindi peggiori) di quelle letterali.
    Posterò un paragrafo alla volta, anche se non saprei dirvi con quale cadenza (spero non troppo dilatata).
    Come introduzione a tutto questo lavoro, posto la catechesi che Benedetto XVI, ispirandosi alle parole di san Gregorio, fornì ai fedeli presenti in piazza san Pietro (e a tutta la Chiesa) il giorno 9 aprile 2008 (sicuramente il testo è già presente nel forum, ma spero di non far nulla di male nel riproporlo qui):

    BENEDETTO XVI
    UDIENZA GENERALE
    Piazza San Pietro
    Mercoledì, 9 aprile 2008
    San Benedetto da Norcia

    Cari fratelli e sorelle,
    vorrei oggi parlare di san Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di san Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina” (Dial. II, 36). Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato. San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico. Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita dell’uomo. Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita dell’uomo, di ogni uomo.
    Questa prospettiva del “biografo” si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi. Con la presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158). Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”.
    La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae” – dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial., Prol 1). Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco.
    Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino. Alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale. Ma questo tentativo di spiegazione si è rivelato poco convincente, giacché la morte improvvisa di lui non indusse Benedetto a ritornare (II Dial. 8). In realtà, questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica. Secondo Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio – un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano – riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo.
    Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7). In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.
    All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo” (2,2; 63,13). La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché – come scrive Gregorio Magno – “il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse” (Dial. II, 36). L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro (2,24), un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore (27,8), ad “aiutare piuttosto che a dominare” (64,8), ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio” (2,12). Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli” (3,2), perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore” (3,3). Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta.
    Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

    Fonte: http://www.vatican.va/holy_father/be...080409_it.html
    Ultima modifica di DenkaSaeba25; 02-11-2013 alle 17:57

  2. #2
    Fidei Depositum
    visitatore
    Libro secondo
    Della vita e miracoli del venerabile abate Benedetto

    Prologo


    1. Ci fu un uomo di vita venerabile, Benedetto di grazia e di nome, che sin dal tempo della sua infanzia rivelava un cuore da vecchio. Superando infatti i costumi tipici della sua età, non rivolse l'animo ad alcuna voluttà, ma mentre era ancora in questa terra, dove avrebbe potuto impiegare liberamente i beni temporali, disprezzò come arido il mondo con le sue seduzioni. Egli, nato nella regione di Norcia da famiglia nobile, era stato mandato a Roma per attendere allo studio delle arti liberali. Ma, vedendo in quel frangente molti precipitarsi per negli abissi dei vizi, ritrasse il piedi che aveva posto all'ingresso del mondo, affinché attingendo anch'egli a quella scienza, in seguito non cadesse anch'egli tutto intero nell'immane precipizio. Disprezzati pertanto gli studi delle lettere, lasciata la casa e le sostanze paterne, desiderando piacere a Dio solo, ricercò l'abito della vita monastica. Si allontanò quindi consapevolmente ignorante e sapientemente illetterato.
    Liber secundus
    De vita et miraculis venerabilis Benedicti abbatis


    Prologus

    1. Fuit vir vitae venerabilis, gratia Benedictus et nomine, ab ipso pueritiae suae tempore cor gerens senile. Aetatem quippe moribus transiens, nulli animum voluptati dedit, sed dum in hac terra adhuc esset, quo temporaliter libere uti potuisset, despexit iam quasi aridum mundum cum flore. Qui liberiori genere ex provincia Nursiae exortus, Romae liberalibus litterarum studiis traditus fuerat. Sed cum in his multos ire per abrupta vitiorum cerneret, eum quem quasi in ingressum mundi posuerat, retraxit pedem, ne si quid de scientia eius adtingeret, ipse quoque postmodum in inmane praecipitium totum iret. Despectis itaque litterarum studiis, relicta domo rebusque patriis, soli Deo placere desiderans, sanctae conversationis habitum quaesivit. Recessit igitur scienter nescius et sapienter indoctus.



    L'amena plaga nursina dove nacque san Benedetto

  3. #3
    Fidei Depositum
    visitatore
    2. Non ho appreso tutte le gesta di costui (di Benedetto), ma le poche cose che narro le ho conosciute grazie a quanto mi hanno riferito quattro suoi discepoli: vale a dire Costantino, uomo molto reverendissimo, che gli succedette nel governo del monastero; anche Valentiniano, che per molti anni fu a capo del monastero lateranense; Simplicio, che terzo dopo di lui resse la congregazione; e anche Onorato, che anche ora è a capo di quel monastero nel quale un tempo Benedetto iniziò la vita monastica.
    2. Huius ego omnia gesta non didici, sed pauca quae narro quatuor discipulis illius referentibus agnovi: Constantino scilicet, reverentissimo valde viro, qui ei in monasterii regimine successit; Valentiniano quoque, qui annis multis Lateranensi monasterio praefuit; Simplicio, qui congregationem illius post eum tertius rexit; Honorato etiam, qui nunc adhuc cellae eius, in qua prius conversatus fuerat, praeest.

  4. #4
    Fidei Depositum
    visitatore
    Vorrei proporre qualche personale spunto di riflessione. Non è certamente un commento, opera per la quale le mie capacità sono impari, ma mi sono deciso a scrivere qualcosa sperando di aprire un confronto con altri utenti e magari, a Dio piacendo, fornire a qualcuno una pietruzza d'idea sulla quale il singolo potrà poi costruire la propria riflessione.
    Ma andiamo al testo, ora. Con questi due brevi paragrafi termina il Prologus del II libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno (+604), volume interamente dedicato alla figura di san Benedetto da Norcia. E' evidente l'ammirazione da parte del Pontefice verso questa figura, che nei quattro libri della sua opera dialogica si staglia in maniera evidente.
    E, in questa introduzione alla sua opera, nella quale il Papa ci svelerà man mano la figura del santo, ecco subito dati importanti sulla figura di quello che diventerà il Santo Patriarca dei monaci d'Occidente. Ci dice Gregorio che egli intende parlare di un uomo di "vita venerabile", cioè degna di onore, di attenzione, di riguardo. E subito un primo dato: tutta la vita di Benedetto è qualificata come "venerabile". Non ci sono quindi conversioni clamorose da una vita di bagordi - anche se possiamo immaginarci alti e bassi, come tutti - ma una tranquilla militanza, sin dall'infanzia, sotto le armi di Cristo vero Re. E quest'uomo fu chiamato dai suoi genitori "Benedetto": nomen-omen, perché non solo fu tale di nome, ma anche nei fatti, nella propria vita. Poi la conferma di quanto dicevamo prima: sin da giovane aveva un cuore da vecchio. Ora, bisogna intendersi: Gregorio non intende certamente connotare negativamente questo "cuore senile" di Benedetto. Piuttosto, intende dirci che il santo aveva un cuore saggio, esperto, che sembrava già in grado di affrontare le temperie della vita, come accade di solito negli anziani timorati di Dio. Sin da giovane, apprendiamo, il nursino andò oltre (trans-ire) i costumi tipici della sua età, li oltrepassò, dimostrò un contegno, un temperamento, un modo di fare ben più esperto e fiducioso in Dio. Non rivolse l'animo, dice Gregorio, alle voluttà, ai beni temporali, ai desideri transitori. Anzi, pur essendo ancora su questa terra, dove avrebbe liberamente potuto impiegare i beni temporali (e, come vedremo, la sua era famiglia agiata: non gli mancavano quindi i mezzi per procurarseli), disprezzò il mondo e tutte le sue seduzioni come se fosse un deserto. Come è evidente, non si indica qui una sorta di misantropia, o un rifiuto dell'amore verso i fratelli, o una volontà di completo isolamento: la stessa vita di Benedetto ci dimostrerà come egli, pur separandosi dal mondo, non rifiuterà di tenere i contatti con esso. E, del resto, non è forse in cima agli strumenti delle opere buone che nella sua Regola il santo pone anche l'amore verso il prossimo come verso se stessi? (cfr. Regola IV, 2) No, qui il rifiuto del mondo è invece un classico topos della letteratura e della spiritualità monastica. Si tratta del rifiuto "del contesto culturale, del complesso di forze ostili e di resistenze alle quali bisogna sottrarsi per avviare il perfezionamento di sé" (S. Pricoco). Insomma, potremmo considerarlo una sorta di despectio mundi nel senso giovanneo: è chiaramente illustrata, infatti, dall'apostolo san Giovanni nel suo Vangelo e Lettere.
    Gregorio ci fornisce poi qualche informazione biografica su Benedetto. Nacque nella regione di Norcia da una famiglia nobile. Era una regione, quella di Norcia e della Sabina, che sin dall'età imperiale era celebre per la morigeratezza e i saldi costumi dei suoi abitanti: il nostro santo non fa certo eccezione. E ci viene dato anche un brevissimo accenno alla sua famiglia, che era di "liberiori genere", cioè sostanzialmente nobile, agiata, con mezzi a propria disposizione. E fu proprio la sua famiglia a mandare Benedetto a Roma per impegnarsi nello studio della arti liberali (formate dall'insieme del Trivio - grammatica, retorica, dialettica - e Quadrivio - aritmetica, geometria, astronomia e musica). Certo nell'Urbe avrebbe potuto trovare insegnanti di ben altro livello che non nella natia plaga. E probabilmente la famiglia voleva farlo studiare perché poi potesse diventare qualcuno (diremmo oggi): magari entrare a far parte dell'amministrazione, o dirigere i possedimenti di famiglia. Benedetto, che possiamo immaginare ancora giovinetto, verso l'anno 500 (o poco prima) parte per la gran città (allora sotto il governo del goto Teodorico (+526): certo decaduta, ma ancora carica di richiami e di glorie, certo non ultima la Sede Apostolica). Quali saranno state le sue attese? Forse era già titubante, o forse pensava che avrebbe potuto essere un buon cristiano anche studiando ed eseguendo la volontà dei suoi. Non lo sappiamo: fatto sta che il nursino arriva a Roma, ne fa una prima esperienza: e quale delusione! In quei tempi, ci dice Gregorio, molti si precipitavano nell'abisso dei vizi. Già, possiamo immaginarceli: godersi la vita, andare con cattive compagnie, per locali e bordelli e chissà che altro. Al probo Benedetto tutto questo non poteva certo andare a genio. Cosa fece, dunque? Gregorio, con immagine poetica, ci dice che ritrasse i piedi che aveva appena posto sulla soglia del mondo (nel senso che abbiamo visto prima): aveva avuto una prima esperienza, ma gli era bastata per capire l'aria che tirava e ritrarsi inorridito. No, non si sarebbe aggiunto ai gaudenti, non sarebbe sceso anche lui per la strada dei vizi, non sarebbe entrato tutto nel decadente ambiente morale romano. Capì che, se fosse rimasto in quel luogo, se avesse attinto a quella scienza del vizio, sarebbe precipitato anch'egli nel precipizio del male.
    Che fare, dunque? Forse a noi parebbe ovvio: tornare alla casa paterna e chiarire che lui, a Roma, non intendeva tornarci per perdere l'anima sua. Tuttavia, il giovane Benedetto decide per una scelta diversa, molto più radicale e che forse covava già da tempo - magari implicitamente - nel proprio cuore. Stimando di poco valore gli studi superiori di lettere cui era destinato (la scuola cui era stato inviato era infatti quella del grammaticus; egli aveva già ricevuto una prima istruzione nel ludus letterarius) - come del resto avevano fatto prima di lui altri monaci e come faranno altri dopo - lasciò la casa e le sostanze paterne. Se ne andò, ecco tutto. Non ritornò più a Norcia, non si volse più indietro. Il suo passato era gettato alle spalle, per aprire davanti a sé una nuova via. Come Abramo, su comando di Dio, lasciò la sua patria e i suoi legami per una terra sconosciuta, così Benedetto si avvia verso il futuro con la massima fiducia in Dio. Desiderava infatti piacere solamente a Dio: non gli interessavano le lodi del mondo, le adulazioni, le lusinghe. Voleva volgere al Signore il suo cuore. Allora optò per la vita monastica: "sanctae conversationis habitum quaesivit" ci dice Gregorio (lett. "ricercò l'abito della sacra conversazione", dove con "sancta conversatio" si intende tradizionalmente proprio la vita monastica). Voleva diventare monaco, insomma, e ne ricercava non solo il modo di vita, ma anche più concretamente l'abito stesso: voleva vestirsi da monaco per segnalare, in primis a se stesso, la sua volontà di percorrere quel cammino di santificazione verso il Paradiso.
    Si allontanò quindi dal mondo "consapevolmente ignorante e sapientemente illetterato". Umanamente non era un dotto, un sapiente: il suo periodare latino nella Regola non ce lo segnala certo come un emulo di Cicerone. Però - tema tradizionale della spiritualità monastica - lascia in secondo piano la saggezza terrena per ambire e crescere nella sapienza celeste. E' insomma una dotta ignoranza: dotta per gli affari del cielo, ignorante per quelli terreni.
    Il secondo paragrafo, più breve e che non fornisce troppi spunti di riflessione per la sua stessa natura, descrive invece i testimoni da cui Gregorio ha saputo le gesta di Benedetto. E' un passaggio importante, oseremmo dire fondamentale, perché il Papa ci informa che, in fondo, quello che descriverà non se lo è inventato lui, non è una pia leggenda, ma sono dei racconti che gli sono stati fatti da quattro testimoni, le cui mansioni li rendono degni di fede. Le sue fonti sono infatti Costantino, che succedette a Benedetto nel governo del cenobio di Montecassino; Valentiniano, che fu a capo del monastero lateranense (probabilmente una filiazione benedettina nell'Urbe); Simplicio, che fu il secondo successore di Benedetto a Montecassino (fu quindi successore di Costantino); infine Onorato, abate di Subiaco.

  5. #5
    Fidei Depositum
    visitatore
    Capitolo primo
    Del vaglio rotto e riparato


    1. Benedetto pertanto, lasciati gli studi delle lettere e avendo già deciso di ricercare luoghi deserti, venne seguito dalla sola nutrice, la quale lo amava molto. E giunti al luogo che viene chiamato Affile, poiché lì molti uomini rispettabili li accolsero con carità, dimorarono presso la chiesa di san Pietro. La predetta sua nutrice chiese alle donne che abitavano lì vicino di prestarle un vaglio per depurare il frumento. Lasciatolo incautamente sopra il tavolo, per caso si ruppe tanto da essere trovato rotto in due parti. Quando la nutrice di Benedetto, ritornando, lo trovò in quello stato, iniziò a piangere fortemente, perché vedeva rotto quel vaglio che aveva preso in prestito.
    Capitulum primum
    De capisterio fracto et solidato


    1. Hic itaque cum iam relictis litterarum studiis petere deserta decrevisset, nutrix, quae hunc arctius amabat, sola secuta est. Cumque ad locum venissent qui Effide dicitur, multisque honestioribus viris caritate se illic detinentibus, in beati Petri ecclesia demorarentur, praedicta nutrix illius ad purgandum triticum a vicinis mulieribus praestari sibi capisterium petiit, quod super mensam incaute derelictum, casu accedente, fractum est sicque ut in duabus partibus inveniretur divisum. Quod mox ut rediens nutrix illius invenit, vehementissime flere coepit, quia vas quod praestitum acceperat, fractum videbat.




  6. #6
    Fidei Depositum
    visitatore
    2. Benedetto però, ragazzo religioso e pio, vedendo la sua nutrice piangere e provando compassione a causa del dolore di lei, portate via con sé entrambe le parti del vaglio rotto, piangendo si diede all'orazione. Poi egli, alzandosi dalla preghiera, trovò accanto a se il vaglio integro, tanto che in esso non poteva trovarsi alcuna traccia della rottura. Subito dopo, consolata dolcemente la sua nutrice, le ridiede il vaglio integro, che aveva preso rotto. Questo fatto venne conosciuto da tutti in quel luogo e tenuto in tanta ammirazine, che gli abitanti di quel luogo sospendettero questo stesso vaglio all'ingresso della chiesa, in modo che i sia i presenti che i discendenti riconoscessero tutti da quanta perfezione il ragazzo Benedetto avesse iniziato la grazia della vita monastica. Il vaglio rimase lì per molti anni davanti agli occhi di tutti e fino ai nostri tempi dei Longobardi pendette sopra la porta della chiesa.
    2. Benedictus autem religiosus et pius puer, cum nutricem suam flere conspiceret, eius dolori conpassus, ablatis secum utrisque fracti capisterii partibus, sese cum lacrimis in orationem dedit. Qui ab oratione surgens, ita iuxta se vas sanum repperit, ut in eo fracturae inveniri vestigia nulla potuissent. Mox autem nutricem suam blande consolatus, ei sanum capisterium reddidit, quod fractum tulerat. Quae res in loco eodem a cunctis est agnita atque in tanta admiratione habita, ut hoc ipsum capisterium eius loci incolae in ecclesiae ingressu suspenderent, quatenus et praesentes et secuturi omnes agnoscerent Benedictus puer conversationis gratiam a quanta perfectione coepisset. Quod annis multis illic ante oculos omnium fuit, et usque ad haec Langobardorum tempora super fores ecclesiae pependit.




  7. #7
    Fidei Depositum
    visitatore
    3. Ma Benedetto, desiderando più affrontare i mali del mondo che le lodi, più affaticarsi per Dio che adornarsi delle approvazioni di questo mondo, fuggì di nascosto dalla sua nutrice e si diresse verso il ritiro di un luogo deserto, che ha nome Subiaco, il quale dista circa quaranta miglia da Roma. Lì sgorgano acque fredde e limpide, che in quel luogo si raccolgono con abbondanza d'acque prima in un esteso lago, poi però scorrono in un fiume.
    3. Sed Benedictus, plus appetens mala mundi perpeti quam laudes, pro Deo laboribus fatigari quam vitae huius favoribus eextolli, nutricem suam occulte fugiens, deserti loci secessum petiit, cui Sublacus vocabulum est, qui a Romana urbe quadraginta fere millibus distans, frigidas atque perspicuas emanat aquas. Quae illic videlicet aquarum abundantia in extenso prius lacu collegitur, ad postremum vero in amne derivatur.



    La valle dell'Aniene a qualche chilometro da Subiaco

  8. #8
    Fidei Depositum
    visitatore
    4. Mentre fuggendo si affrettava verso quel luogo, un monaco, di nome Romano, lo incontrò che stava giungendovi. Venuto a conoscenza del desiderio di Benedetto, mantenne il segreto e si adoperò per aiutarlo. Gli consegnò l'abito della vita monastica e si occupò di lui per quel che era lecito. Giungendo poi l'uomo di Dio in quello stesso luogo, si ritirò in una strettissima grotta e per tre anni rimase nascosto agli uomini, eccetto che al monaco Romano.
    4. Quo dum fugiens pergeret, monachus quidam, Romanus nomine, hunc euntem repperit, quo tenderet requisivit. Cuius cum desiderium cognovisset, et secretum tenuit et adiutorium inpendit, eique sanctae conversationis habitum tradidit et in quantum licuit ministravit. Vir autem Dei ad eundem locum perveniens, in arctissimo specu se tradidit, tribusque annis, excepto Romano monacho, hominibus icognitus mansit.



    Il monaco Romano consegna a san Benedetto l'abito monastico

  9. #9
    Fidei Depositum
    visitatore
    5. Romano viveva non lontano in un monastero sotto la guida del padre (=abate) Adeodato. Ma piamente si sottraeva per alcune ore agli occhi del suo padre (=abate) e in giorni stabiliti portava a Benedetto come cibo il pane che aveva potuto sottrarre. Dal monastero di Romano però non c'era un sentiero che conducesse a questa grotta, poiché da sopra sporgeva un'alta roccia; ma dalla stessa rupe Romano era solito far scendere il pane attaccato ad una lunghissima fune, in cui inserì anche un piccolo campanello, così che al suono del campanello l'uomo di Dio (=Benedetto) conoscesse quando Romano gli porgeva il pane e uscisse per prenderlo. Ma l'antico nemico (=il diavolo), invidioso della carità dell'uno e del nutrimento dell'altro, vedendo un giorno che il pane veniva calato di sotto, gettò una pietra e ruppe il campanello. Romano tuttavia non smise di occuparsi (di Benedetto) nei modi appropriati.
    5. Qui videlicet Romanus non longe in monasterio sub Adeodati patris regula degebat. Sed pie eiusdem patris sui oculis furabatur horas, et quem sibi ad manducandum subrepere poterat, diebus certis Benedicto panem ferebat. Ad eundem vero specum a Romani cella iter non erat, quia excelsa desuper rupis eminebat; sed ex eadem rupe in longissimo fune religatum Romanus deponere panem consueverat, in quo etiam resti parvum tintinabulum inseruit, ut ad somnum tintinabuli vir Dei cognosceret quando sibi Romanus panem praeberet, quem exiens acciperet. Sed antiquus hostis unius caritati invidens, alterius refectioni, cum quadam die submitti panem conspiceret, iactavit lapidem et tintinabulum fregit. Romanus tamen modis congruentibus ministrare non desiit.



    Il monastero di Subiaco, costruito sul luogo in cui la tradizione vuole si trovi la grotta di san Benedetto

  10. #10
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    6. Dio onnipotente volle però sia che Romano riposasse dalla sua fatica, sia mostrare agli uomini la vita di Benedetto quale esempio, cosicché la lucerna posta sopra il candelabro risplendesse, fino a illuminare tutti quelli che sono nella casa. Il Signore si degnò dunque di apparire a un sacerdote che abitava più lontano, il quale si era preparato un pasto nella festa pasquale, dicendogli: "Tu ti prepari leccornie e in quel luogo il mio servo è tormentato dalla fame." Egli subito si alzò e in quella stessa solennità pasquale andò in quel luogo con i cibi che si era preparato e cercò l'uomo di Dio tra i dirupi dei monti, le cavità delle valli e i precipizi delle terre, e lo trovò celato nella grotta.
    6. Cum vero iam omnipotens Deus et Romanum vellet a labore quiescere et Benedicti vitam in exemplo hominibus demonstrare, ut posita super candelabrum lucerna claresceret, quatenus omnibus qui in domo sunt luceret (Mt 5,15-16), cuidam presbitero longius manenti, qui refectionem sibi in paschali festivitate paraverat, per visum Dominus apparere dignatus est, dicens: "Tu tibi delicias praeparas, et servus meus illo in loco fame cruciatur." Qui protinus surrexit, atque in ipsa sollemnitate paschali cum alimentis, quae sibi paraverat, ad locum tetendit, et virum Dei per abrupta montium, per concava vallium, per defossa terrarum quaesivit, eumque latere in specu repperit.



    Una grotta nei pressi del fiume Aniene

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