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Discussione: La situazione dei cristiani in Ucraina

  1. #21
    Nathaniel
    visitatore
    Capire l'Ucraina senza facili schematismi
    di Stefano Magni
    27-02-2014

    Crimea, il parlamento autonomo locale si voleva riunire, ieri pomeriggio, per discutere la crisi ucraina e votare, eventualmente, per la secessione. La Crimea, sede della Flotta del Mar Nero russa, è letteralmente un angolo di Russia incastonato nell’Ucraina, unito al resto del Paese dalla volontà di Chrushev, oltre che (sul piano geografico) solo da un piccolo istmo. Nel momento in cui a Kiev è stato rovesciato il presidente Yanukovych, che aveva un filo diretto con Mosca, la Crimea si è sentita nuovamente un corpo estraneo. Ed è così spiegabile la sua tendenza a volersi staccare, per riunificarsi alla Russia in un prossimo futuro.

    La seduta parlamentare in Crimea non era ancora iniziata che un piccolo esercito di 7mila tatari (secondo alcune fonti sarebbero stati più di 30mila), disarmati ma determinati, ha riempito le piazze di Sebastopoli, la capitale regionale, e ha indotto il parlamento a desistere per ragioni di sicurezza. I tatari non hanno alcuna intenzione di tornare a far parte della Russia. Sono i discendenti diretti di quel Khanato di Crimea, residuo del Khanato dell’Orda D’Oro (a sua volta residuo dell’impero mongolico di Genghis Khan), annesso alla Russia nel 1783 e completamente russificato nei due secoli successivi. Non vogliono entrare di nuovo a far parte della Russia, non per odio a Caterina la Grande, che li annesse, ma per paura di un nuovo Stalin. Perché fu il dittatore sovietico che deportò in massa i tatari, così come fece con i baltici, con i ceceni e con tanti altri popoli ritenuti collettivamente nemici della rivoluzione.

    L’episodio della Crimea, dove una minoranza di una minoranza si ribella alla minoranza, che a sua volta si ribella alla maggioranza, è un chiaro segno della complessità della crisi ucraina, un mosaico di popolo pronto a scoppiare in mille pezzi, come tante altre nazioni costruite a tavolino dall’“esperto di nazionalità” Josif Stalin e dei suoi successori sovietici.

    Ma invece di astenersi dall’esprimere giudizi troppo trancianti, l’opinione pubblica italiana si sta dividendo sull’Ucraina con la stessa veemenza e faziosità di una curva di ultras e il Web si riempie di insulti, recriminazioni e persino minacce. La protesta dei tatari, musulmani, è stata commentata come la “prova” che è in corso una guerra fra “islamisti” e “cristiani”. Dimenticando, però, che gli “islamisti” sono alleati con gli ucraini occidentali. Che sono cristiani, cattolici e ortodossi. E l’ex presidente Viktor Yanukovych può essere visto come un baluardo della cristianità? Il sinodo della Chiesa Ortodossa-Patriarcato di Mosca, il 24 febbraio, condannava senza mezzi termini “le azioni criminali del governo che hanno provocato un bagno di sangue nelle strade e nelle piazze nella città dalle cupole d’oro di Kiev”. Il sinodo ha anche sottolineato l’importanza di “costruire un nuovo Paese sulla base dei principi di bontà e giustizia, integrità territoriale (dunque contro i secessionisti filo-russi, ndr) e consolidamento della società”. Mentre le autorità attuali, subentrate a Yanukovych devono “essere consapevoli della loro responsabilità di fronte a Dio, di fronte alla loro stessa coscienza e a quella delle passate, presenti e future generazioni”. Tre giorni prima, la Chiesa Ortodossa-Patriarcato di Kiev ha chiesto la scomunica del presidente Yanukovych. “Prendendo atto del fatto che i ripetuti appelli della Chiesa a non usare le armi contro il popolo non sono stati ascoltati dalle autorità dello Stato; - recita il comunicato del patriarca Filarete - si è deciso di non pregare più per le autorità al potere durante le celebrazioni religiose”.

    Secondo un’altra incredibile semplificazione, Yanukovych, essendo alleato di Putin (il presidente russo che combatte aborto e movimento omosessualista), sarebbe il baluardo della cristianità e dei valori tradizionali contro la deriva laicista europea. Il Maidan, il fronte della rivolta di piazza, è filo europeo, è osannato nei siti di George Soros, dunque è diventato il “male”. Ma il 25 febbraio, monsignor Svjatoslav Shevchuk, Arcivescovo Maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina di Kiev, dava ai giornalisti, in conferenza stampa a Roma, ben altra spiegazione del filo-europeismo del Maidan. «Vorrei dire anzitutto che la questione centrale di tutta questa discussione vissuta in Ucraina nell’ultimo decennio è quella sulla identità europea del popolo ucraino. Praticamente, dopo la visita di Giovanni Paolo II in Ucraina, nel 2001, tutti i presidenti, i governi, hanno dichiarato che l’avvicinamento, o la possibile associazione, o l’integrazione dell’Ucraina con la società dell’Unione europea, è un piano strategico dello sviluppo del nostro popolo. Non solo è un piano strategico, ma, al giorno d’oggi, vediamo che questa è anche una garanzia per una Ucraina indipendente, libera e democratica».

    E, lungi dal validare tesi e teorie del complotto europeo, l’Arcivescovo spiega con queste parole la causa e l’origine della rivoluzione: «Anche il nostro ex-presidente Viktor Yanukovich che rappresentava la parte piuttosto russofona dell’Ucraina, conduceva la società ucraina in questa direzione (verso l’Ue, ndr). Era il promotore ultimo di questo movimento, ma una settimana prima della data annunciata, il 29 novembre, il governo ucraino ha dato la notizia che questa associazione non si sarebbe fatta. Yanukovich è andato a Vilnius, si è dimostrato non aperto e non ha firmato il testo concordato della associazione con l’Unione europea. E questo fatto ha provocato uno shock nella società ucraina. Per usare una immagine molto suggestiva, posso dire così: quando un treno con una grande velocità va verso una certa direzione e poi ad un certo momento, qualcuno preme il freno, tutti cadono per terra; proprio quello è successo il 29 e 30 novembre in Ucraina. Ma se anche il governo ha cambiato direzione, la società ucraina no».

    http://www.lanuovabq.it/it/articoli-...tismi-8544.htm

  2. #22

  3. #23
    Phantom
    visitatore
    Mi suona un po' sospetto il fatto che questa crisi ucraina sia scoppiata in concomitanza dei giochi olimpici invernali in Russia, nazione non molto amata dalle potenze modiali odierne...
    Un po' come il conflitto (pilotato) tra russi e georgiani durante le olimpiadi del 2008 in Cina, altra nazione scomoda per le egemonie mondiali.

  4. #24
    Fedelissimo di CR L'avatar di fenix
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    Che bella informazione che abbiamo , fa passare la fantapolita per realtà

  5. #25
    Nathaniel
    visitatore
    L'ambasciatore: «In Ucraina, la rivoluzione è ancora in corso»
    di Massimo Introvigne
    01-03-2014

    L'ambasciatore italiano in Ucraina, Fabrizio Romano, è un volto noto anche al pubblico televisivo, perché è stato responsabile a Roma - prima dell'attuale incarico - dell'Unità di crisi del Ministero degli Esteri, quella che interviene quando italiani all'estero sono coinvolti in attentati, rapimenti e simili. Prima ancora, Romano - grande esperto dell'area ex-sovietica - è stato ambasciatore in Georgia, dove ha organizzato importanti iniziative sulla libertà religiosa. Infine - il che non guasta - è anche lettore della «Nuova Bussola quotidiana», di cui talora commenta gli articoli su Facebook. L'ho raggiunto a Kiev, ponendogli alcune domande sulla situazione in Ucraina.

    Com'è nata la rivolta ucraina. Assomiglia alle "rivoluzioni colorate" di qualche anno fa? O è diversa?
    A mio avviso non è semplice dare una risposta definitiva a questa domanda. In primo luogo gli eventi sono ancora in corso, basta guardare agli sviluppi delle ultime 48 ore in Crimea, o alle dichiarazioni di alcuni responsabili degli attivisti di Maidan secondo i quali la rivoluzione continua. In secondo luogo, non sono ancora state combinate organicamente da analisti qualificati tutte le tessere di quel mosaico complesso che è la rivolta, o rivoluzione ucraina, consentendone una lettura coerente. In terzo luogo, perché neppure le rivoluzioni colorate sono state finora seriamente approfondite da un punto di vista storico, al di là delle letture o interpretazioni interessanti e più o meno esaustive che pur ne sono state date. In quarto luogo, le rivoluzioni colorate che si sono svolte nello spazio ex sovietico o ex comunista non avevano fatto registrare fatti gravissimi come la perdita di un centinaio di vite umane tra manifestanti e forze dell'ordine. Io ho l'impressione che si tratti di un fenomeno, quello ucraino - che, ribadisco, è ancora in divenire - che presenta alcuni tratti delle rivoluzioni colorate, altri della cosiddetta primavera araba, altri ancora che rimandano ad eventi più lontani nel tempo, come la Comune di Parigi o l'esperienza di Fiume se vogliamo richiamarci anche alla storia italiana. In sintesi, al momento vedo piú differenze che analogie.

    Qual è, se c'è, il ruolo della religione in questa rivolta?
    Chi sta seguendo la questione ucraina, anche senza necessariamente approfondirla, ha potuto probabilmente constatare che i media hanno riferito dei molti sacerdoti presenti nella Maidan, sia nei momenti di minore tensione sia in quelli purtroppo drammatici degli scontri. Ora, a me è sembrato che il fattore religioso abbia davvero giocato un ruolo in queste vicende. L'ho constatato personalmente le tante volte che, per rendermi conto di quello che stava accadendo, sono andato in Maidan, dove molti attivisti, pur di diverse appartenenze, ostentavano simboli religiosi della tradizione cristiana. Crocefissi, rosari, icone. Messe sono state sovente celebrate dalla stessa tribuna della Maidan dalla quale intervenivano i politici. I feriti, negli scontri, sono stati ospitati in chiese e istituzioni religiose limitrofi alle aree interessate dagli eventi. Non pochi responsabili delle diverse confessioni, hanno fatto sentire assertivamente la propria voce. Se mi chiede a quale delle denominazioni appartenessero questi religiosi non sono in grado di andare oltre all'affermazione che si trattava delle varie denominazioni delle Chiese cristiane presenti in Ucraina. In piazza non sempre è facile distinguere un sacerdote ortodosso da un cattolico, e uno ortodosso di un patriarcato o di un altro. Un osservatore più preparato di me sull'argomento le darebbe senz'altro una risposta più scientifica. Certo è che il denominatore comune delle Chiese, e questo a mio parere è stato l'aspetto più visibile del fattore religioso, è stato l'appello alla non violenza ed il richiamo alla conciliazione. Ovviamente tenore e contenuti degli interventi hanno riflesso le tradizioni e la cultura delle singole denominazioni, oltre che il grado di sensibilità dei singoli sacerdoti. Questo è quanto mi sembra di aver notato, ma la prego di considerare la mia un'opinione basata sull'osservazione dei fatti dal mio osservatorio, quindi con ovvi limiti.

    L'Ucraina è spesso descritta come spaccata: filo-europei a Ovest, filo-russi a Est, con la Crimea anch'essa filo-russa ma con caratteristiche diverse. Si rischia la secessione?
    Non so quanto possa essere corretto parlare di spaccatura. Esistono sensibilità politiche diverse ed atteggiamenti differenti nei confronti della Russia o dell'Europa che vengono attribuite, non del tutto a torto, alle varie aree geografiche, Sudest e Ovest, ma sono da tenere in considerazione anche sensibilità trasversali che rendono la situazione più complessa di quanto la descriva la stampa non specializzata. Esistono differenze generazionali, ad esempio, oppure determinate dall'appartenenza a categorie professionali... solo per fare due esempi... e perfino fra gli attivisti della Maidan, in merito all'Europa, intesa come Ue, vengono nutriti sentimenti diversi, anche opposti. Direi anche che nella mia esperienza biennale ho potuto maturare la convinzione che il sentimento di appartenenza alla nazione ucraina accomuna gli abitanti di questo Paese più di quanto li dividano appartenenze geografiche linguistiche o religiose. La Crimea è un caso diverso, ha una storia di appartenenza alla Russia, essendo stata associata all'Ucraina solo negli anni Cinquanta del secolo scorso.

    Rumori di armi russe in Crimea. Quanto è serio il rischio di un intervento militare?
    Gli eventi sono in corso, e gli sviluppi appaiono così rapidi che il mio giudizio rischia di essere superato forse in questo stesso momento in cui mi sforzo di formularlo... quindi prospettare scenari mi pare poco prudente. Al momento va preso atto delle dichiarazioni del Ministro degli Esteri russo sulla determinazione a salvaguardare l'integrità territoriale dell'Ucraina.

    C'è chi dice che l'Europa è intervenuta troppo, irritando i russi, e chi troppo poco. Come la vede?
    Se ci riferiamo al solo periodo acuto della crisi, l'Alta responsabile dell'Ue per la politica estera Lady Catherine Ashton ha visitato Kiev quattro volte. Altri responsabili delle istituzioni europee hanno svolto numerose missioni in Ucraina. Senza contare i Ministri degli Esteri di diversi Paesi Ue i quali hanno concorso a far sentire la voce dell'Europa in Ucraina. Mi pare che, al di là della valutazione politica che si voglia dare a questo impegno, non vi siano argomenti che militino a favore di coloro che sostengono che l'Europa è stata solo un interlocutore di secondo piano. In prospettiva, tenuto anche conto delle annunciate priorità della politica estera ucraina, assisteremo con ogni probabilità a un proseguimento del dialogo fra Kiev e Bruxelles.

    Infine, una parola sulla minoranza di origine italiana in Crimea, che ha origini varie ma che deriva soprattutto da un'immigrazione ottocentesca di italiani che cercavano terre e lavoro. Che cosa può fare l'Italia per questa minoranza di eredità italiana e cattolica?
    Bisogna premettere che la minoranza di origine italiana che risiede in Crimea per lo Stato Ucraino è ucraina a tutti gli effetti. I membri di tale comunità non hanno passaporto italiano. Non esistono dunque strumenti per intervenire in caso fosse necessaria un'azione di tutela specifica. Ciò detto, siamo in ottimi rapporti con loro, due giorni fa mi sono sentito con la loro rappresentante per far sentire la nostra vicinanza in un momento difficile per questo Paese.

    http://www.lanuovabq.it/it/articoli-...corso-8556.htm

  6. #26
    Nathaniel
    visitatore
    Una lucida ed equilibrata analisi di Fulvio Scaglione, esperto di politica internazionale.

    http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/...contrario.aspx

  7. #27
    Nathaniel
    visitatore
    Crimea, Putin compie una mossa senza precedenti
    di Stefano Magni
    02-03-2014

    Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha compiuto una mossa senza precedenti nella storia contemporanea post-sovietica. Ha chiesto al Senato e alla Duma il permesso di utilizzare truppe in territorio straniero, in Ucraina, per proteggere gli interessi e i cittadini russi ivi residenti. Il permesso è stato accordato dal parlamento.

    La nuova mossa russa rappresenta una svolta dopo tre giorni di tensione in Crimea. Il confronto è iniziato subito dopo il rovesciamento del presidente Yanukovych: la Crimea, regione a maggioranza russa e sede di basi aeree e navali della Federazione, è subito diventata teatro di opposte dimostrazione fra i russi, che sono maggioranza, e i tatari, la minoranza originaria locale, che attualmente è schierata dalla parte dell’Ucraina. Giovedì, dimostranti pro-russi avevano occupato la sede del parlamento locale di Crimea, issando la bandiera russa. Venerdì, uomini in uniforme russa, ma senza alcuna mostrina (per impedirne l’identificazione) avevano occupato gli aeroporti di Sebastopoli (sede della Flotta del Mar Nero russa) e Sinferopoli (la capitale regionale) e stabilito posti di blocco, assieme a milizie pro-russe formate da civili. Ieri mattina, altri uomini armati in uniforme russa, ma sempre senza mostrine, hanno iniziato a presidiare la sede del parlamento. Intanto violente manifestazioni pro-russe scoppiavano anche a Kharkov, Donetsk e Luhansk, nell’Ucraina orientale a maggioranza russofona. E dal parlamento della Crimea è partita la richiesta di indire al più presto, un referendum per l’indipendenza della penisola dal resto dell’Ucraina. E subito dopo un appello all’intervento delle truppe russe, immediatamente recepito dalla Duma di Mosca.

    C’erano già segni di una internazionalizzazione del conflitto: il Cremlino, infatti, aveva già da venerdì, iniziato ad accordare la cittadinanza russa ai “berkut”, le forze speciali della polizia ucraina, tristemente famosi per la dura repressione della protesta anti-Yanukovich. L’ex presidente, nel suo primo discorso televisivo, pronunciato da Rostov sul Don, in Russia, aveva dichiarato di “non mollare” nella sua “lotta per il futuro dell’Ucraina”, ma aveva negato di aver chiesto un intervento militare di Mosca. Vladimir Putin, dal canto suo, parlando con Londra e Berlino, aveva rassicurato gli europei: non era sua intenzione intervenire. Barack Obama aveva messo in guardia il capo di Stato russo, invitandolo a rispettare i confini dell’Ucraina. Questa dichiarazione aveva provocato la dura protesta del Senato russo, la cui commissione esteri aveva chiesto il ritiro dell’ambasciatore da Washington. Richiesta, per altro, rimasta priva di seguito.

    In ogni caso, fino a sabato mattina, nonostante la misteriosa presenza di soldati non identificati (probabilmente russi, stando alle accuse del governo di Kiev, ma la Flotta del Mar Nero, ufficialmente lo negava) e le massicce esercitazioni delle forze armate russe ai confini ucraini, si trattava di una crisi interna all’Ucraina. È la risposta di Putin, ieri pomeriggio, che l’ha trasformata, di colpo, in una crisi internazionale. Il presidente russo, autorizzando l’uso della forza in un Paese straniero ha varcato il Rubicone. Spetta solo a lui, d’ora in avanti, dar seguito alla sua presa di posizione con un’azione militare vera e propria o mantenere una minaccia latente per ottenere risultati politici decisivi.

    Perché si tratta di una mossa senza precedenti nella storia contemporanea russa? La crisi attuale non può essere paragonata alla guerra in Georgia nel 2008. Infatti, la Georgia era già, di fatto, divisa in tre Stati: la Georgia propriamente detta, l’Abkhasia e l’Ossezia del Sud. Nei territori di queste ultime, erano presenti truppe di interposizione della Comunità degli Stati Indipendenti, sin dal 1992-93, quando finì in un bagno di sangue il tentativo delle due repubbliche di dichiarare l’indipendenza da Tbilisi. Fu un attacco georgiano alla Ossezia, che coinvolse anche le truppe di interposizione a guida russa, a far scattare la reazione, sproporzionata, dura e soverchiante quanto si vuole della Federazione Russa. Si discute tuttora se siano stati i russi a pianificare il tutto in anticipo e a provocare la prima mossa militare georgiana, o se sia stata l’avventatezza dell’allora presidente di Tbilisi Mikhail Saakhashvili a far scattare una guerra più grande delle sue piccole forze. Fatto sta, però, che la guerra scoppiò su territori contesi, buchi neri della geopolitica ex sovietica. Non è possibile alcun paragone con la Crimea attuale che è, da più di mezzo secolo, una regione dell’Ucraina a tutti gli effetti. Ospita, dandole in affitto, alcune basi alla marina e all’aviazione russe, ma non è un territorio a sovranità contesa, esattamente come non lo sono Aviano o Ghedi in Italia, che ospitano basi Nato.

    La crisi della Crimea non è neppure paragonabile alle due guerre in Cecenia del 1993-96 e del 1999-2009, perché in quel caso i russi combattevano contro i separatisti di una regione della Federazione Russa, dunque, a tutti gli effetti, le truppe erano entro i confini della propria nazione. Non è nemmeno paragonabile alla crisi in Moldavia, dove un’armata russa intervenne al fianco dei separatisti della Transnistria. In quel caso, una guerra civile era già in corso. In Ucraina non c’è alcuna guerra civile, c’è solo la richiesta di aiuto da parte di un pezzo di popolazione ucraina che preferirebbe riunirsi alla Russia.

    Non sono rievocabili neppure gli interventi dell’Urss e del Patto di Varsavia a Budapest (1956), Praga (1968), l’invasione dell’Afghanistan (1979) e la pressione militare sulla Polonia (1981), prima di tutto perché la Russia non è l’Urss e non ha firmato alcun patto di Yalta (che guarda caso è in Crimea) con le altre potenze per spartirsi le aree di influenza in tutto il mondo del dopoguerra, dopo aver sconfitto i nazisti. Stando ai commenti di lettori e analisti che simpatizzano con la Russia, si dà per scontato che la Crimea, per non dire tutta l’Ucraina, siano “cose russe”, o addirittura parte della Russia. Ma non c’è alcun trattato, memorandum o patto internazionale, formale o informale, che sancisca che l’Ucraina sia entro una “sfera di influenza” russa.

    Dal punto di vista del diritto internazionale, anzi, esiste il memorandum di Budapest del 1994, con cui Russia, Gran Bretagna e Usa, in cambio della rimozione di tutte le armi nucleari dall’Ucraina, si impegnavano a garantire l’inviolabilità dei suoi confini. Il memorandum si fonda sui principi di non-interferenza stabiliti dall’Atto Finale di Helsinki del 1975. Si dirà che è un memorandum e non un trattato internazionale legalmente vincolante, o provvisto di clausole di sicurezza che prevedono interventi nel caso venga violato. Ma non è l’unica garanzia per l’Ucraina: c’è anche lo stesso articolo 51 dell’Onu, che legittima l’autodifesa in caso di attacco armato contro un membro delle Nazioni Unite (quale è l’Ucraina).

    Dunque ci troviamo di fronte a un qualcosa di completamente diverso: una potenza mondiale, la Russia, si dice disposta a inviare truppe in un Paese straniero per proteggere i propri cittadini, le proprie basi militari e i propri interessi geostrategici, senza alcun appiglio legale. Non è detto, è bene ripeterlo, che la Russia dia seguito a questa minaccia. Ma l’affermazione di questa intenzione già costituisce un’azione spiazzante, di fronte alla quale la Nato e l’Ue hanno reagito come un pugile suonato: quattro ore di silenzio, un tweet di Anders Fogh Rasmussen (segretario generale dell’Alleanza Atlantica), una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli Usa iniziata solo alle 20 e una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu chiesta dalla Gran Bretagna. Barack Obama, in un'ora e mezza di telefonata a Vladimir Putin, ha minacciato alcune contromosse: esclusione della Russia dal prossimo G8 ed eventuali sanzioni unilaterali politiche ed economiche contro Mosca. L’Ue rimanda ogni decisione a lunedì. Forse potrà fermare l'escalation solo la visita della leader dell'opposizione democratica ucraina Yulia Tymoshenko a Mosca, prevista per lunedì. Ma il tempo stringe.

    http://www.lanuovabq.it/it/articoli-...denti-8568.htm

  8. #28
    Nathaniel
    visitatore
    Ecco perché gli Stati Uniti e l'Unione Europea non interverranno sul serio, al di là delle solite dichiarazioni di rito.

    http://www.ilgiornale.it/news/esteri...an-997638.html

  9. #29
    Gran CierRino
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    La cosa migliore è il referendun del 30 marzo, secondo me: Rispettare la volontà dei cittadini della Crimea.

  10. #30
    Nathaniel
    visitatore
    Crimea, l'insostenibile leggerezza occidentale
    di Gianandrea Gaiani
    03-03-2014

    Lo schema non è nuovo e nessuno dovrebbe sorprendersi davanti al decisionismo del presidente russo Vladimir Putin. Eppure, dopo la guerra in Georgia nel 2008 e la difesa a oltranza del regime siriano, Mosca è riuscita ancora una volta a stupire tutti reagendo in modo spiccio e determinato alla crisi scoppiata ai suoi confini. La “rivoluzione” di Kiev ha confini ancora incerti e il governo ad interim non sembra avere le idee chiare su cosa fare e soprattutto come gestire i rapporti con Mosca e con la popolazione russa, russofona e filo russa numericamente consistente soprattutto in Crimea e nelle province orientali. Un contesto sociale che non potrebbe venire risolto agevolmente con una secessione formale di queste regioni (ipotesi valida forse solo per la Crimea, già repubblica autonoma e fino a pochi decenni or sono territorio russo) dal momento che la popolazione è disseminata a macchia di leopardo come in Bosnia e Kosovo (solo su scala ben più ampia) giusto per citare due esempi che dovrebbero scoraggiare tutti dal soffiare sul fuoco della crisi ucraina.

    In assenza di un deciso intervento stabilizzatore esterno l’Ucraina rischia di andare in frantumima dopo aver sostenuto le aspirazioni libertarie e filo europeiste degli insorti che oggi hanno preso il potere a Kiev l’Occidente sembra accovacciarsi nella sua inerzia ad attendere gli eventi invece di cercare di determinarli. Certo Barack Obama aveva ammonito Mosca a non inviare truppe in Crimea ma quando Putin ne ha inviate a migliaia assumendo il controllo dell’intera Penisola la Casa Bianca è riuscita solo a minacciare di disertare i vertice del G-8 previsto a Sochi, dove si sono appena chiuse le olimpiadi invernali. Un po’ poco per la grande potenza globale beffata ancora una volta dalla volpe del Cremlino al punto che il Washington Post ha messo a nudo la debolezza di un Obama “troppo vago” rilevando che “Putin ha impiegato appena un giorno a calpestare il monito della Casa Bianca contro un intervento militare russo in Ucraina” .

    Che dire poi dell’Unione Europea che sabato ha convocato i vertici per una riunione d’urgenzaprevista però in agenda solo lunedì, forse per non rovinare il week end ai pezzi grossi di Bruxelles. Eppure la Ue aveva sostenuto a parole il nuovo corso di Kiev e Paesi come Polonia e Germania premono da tempo per far transitare l’Ucraina al di fuori dell’orbita russa per ragioni economiche e strategiche che piacciono anche a Washington. Nessuno sembra però pronto a morire per Kiev, o almeno a sporcarsi le mani, e con simili avversari Putin ha gioco facile nella difesa degli interessi strategici di Mosca che teme di trovarsi in pochi anni radar e missili statunitensi e della NATO in territorio ucraino e guarda con preoccupazione alla destabilizzazione della Bielorussia, ultimo alleato di Mosca in Europa.

    Da un punto di vista russo è difficile considerare "invasione" quella condotta nel loro giardino di casa e in un Paese dove 10 milioni di cittadini hanno anche il passaporto russo o sono di ceppo russo e dove è presente la più importante infrastruttura militare del sud della Russia. A Sebastopoli c’è la base navale della Flotta del Mar Nero con 40 unità d’altura, due aeroporti capaci di ospitare fino a 160 velivoli, 26 mila militari più i rinforzi giunti negli ultimi giorni e importanti magazzini e depositi. Da queste basi Mosca estende il braccio operativo della sua flotta nel Mediterraneo e nell’Oceano Indiano ed è da Sebastopoli che partono la gran parte dei rifornimenti per la base di Tartus, in Siria, e per il regime di Bashar Assad.

    Non c’è da stupirsi se Mosca difenda i suoi interessi in Crimea e si prepari a gestirne una secessione dall’Ucraina e una successiva adesione alla Federazione Russa. Nonostante Putin abbia ottenuto il via libera dal Parlamento per impiegare le forze armate in Ucraina è difficile ipotizzare un’invasione come quelle dell’era sovietica ai danni di Ungheria, Cecoslovacchia e Afghanistan. Più probabile che Mosca attui interventi più soft a protezione delle comunità russe dell’est ucraino e fornendo armi alle milizie filo-russe come le “forze di autodifesa di Crimea” costituitasi sabato.

    Sul fronte della sicurezza la nuova leadership ucraina ha del resto rimediato solo figuracce negli ultimi giorni. Il neo presidente ad interim Oleksander Turchinov aveva diffidato la Russia dal dispiegare le sue forze militari schierate in Crimea al di fuori dell’area della base navale di Sebastopoli ammonendo che un’azione simile sarebbe stata considerata “un atto di aggressione” come disse il 26 febbraio. Ma si trattava di un bluff. L’afflusso di rinforzi russi in Crimea che hanno assunto il controllo dell’intera penisola ha messo in luce l’incapacità dell’Ucraina di controllare il suo territorio. Kiev ha denunciato “l’invasione” ma il premier Arseny Yatseniuk ha dichiarato ieri mattina che l’Ucraina si rifiuta di rispondere “con la forza” alla “provocazione” russa rappresentata dal dispiegamento di forze in Crimea.

    Poco più tardi però è stata proclamata la mobilitazione militare e il richiamo dei riservisti ma anche questa misura potrebbe rivelarsi un autogoal. Dei 130 mila militari ucraini in servizio così come tra i riservisti vi sono molti russi, filo-russi o semplicemente fedeli al deposto presidente Viktor Yanukovic riparato in Russia. La chiamata le armi per contrastare “l’invasione russa” in Crimea potrebbe riservare amare sorprese a Kiev come la defezione di reparti e comandanti che (come accadde in Siria) potrebbero rappresentare il primo passo verso la guerra civile. Le avvisaglie in tal senso non mancano. Molti poliziotti dei reparti antisommossa sono già stati accolti in Russia mentre il neo comandante della marina ucraina, l'ammiraglio Denys Berezovsky nominato sabato dal governo ad interim di Kiev, ha assicurato meno di 24 ore dopo con un video la sua fedeltà “alla gente di Crimea”.

    http://www.lanuovabq.it/it/articoli-...ntale-8574.htm

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