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Discussione: Beato Rolando Rivi, seminarista, martire

  1. #1
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    Beato Rolando Rivi, seminarista, martire


    Servo di Dio Rolando Rivi
    Seminarista, adolescente, martire

    Rolando Rivi nacque il 7 gennaio 1931 nella casa detta del Poggiolo a San Valentino, un piccolo borgo vicino a Castellarano in provincia di Reggio Emilia, da Roberto e Albertina Canovi.
    Quel giorno era a Reggio Emilia - e lo è oggi in tutta Italia - la festa del tricolore, vessillo che venne adottato per la prima volta nel 1797 proprio nel capoluogo emiliano quale stendardo della Repubblica Cispadana.
    Quel bambino avrebbe onorato la sua terra e la patria che adottò quella bandiera, ma il vessillo sotto il quale avrebbe militato non sarebbe stato il massonico tricolore, ma quello di Cristo, Re e Sacerdote.
    Il giorno dopo la nascita i genitori lo battezzarono con il nome di Rolando.
    Prima di uscire dalla chiesa, lo portarono all’altare della Madonna e gli diedero anche il nome di Lei, sicchè il piccolo si chiamò Rolando Maria Rivi.
    Il padre e la madre erano originari di Levizzano, località del comune di Baiso e si erano trasferiti all’inizio del ‘900 a San Valentino.
    La famiglia del ramo materno era nota nella zona per l’onestà, la laboriosità e soprattutto per la forte fede cattolica ed era soprannominata «i Pater», in riferimento al «Pater noster», che essi recitavano spesso con la corona del rosario tra le mani.
    Il padre di Rolando, Roberto, militante dell’allora gloriosa Azione Cattolica, era anch’egli molto religioso, assiduo alla santa Messa, che frequentava con devozione particolare secondo l’invito del santo Pontefice Pio X.
    Rolando era un bambino sano ed esuberante.
    Proprio questa sua vivacità metteva talvolta in ansia i genitori e la nonna, che meglio di altri ne aveva intuito il temperamento, ed era solita dire: «Rolando, o diventerà un mascalzone o un santo! Non può percorrere una via di mezzo...».
    Nel gennaio 1934 morì il parroco di san Valentino don Iemmi e nel maggio dello stesso anno giunse come nuovo parroco, don Olinto Marzocchini, che aveva allora 46 anni.
    Sacerdote zelante nel suo ministero, divenne per il piccolo Rolando un fondamentale punto di riferimento.
    Quando assisteva alla Messa, il piccolo non perdeva un gesto del sacerdote e seppure molto piccolo cominciò a fare il chierichetto.
    Don Olinto era un prete vero: passava lunghe ore in preghiera davanti al Santissimo, curava meticolosamente il catechismo dei fanciulli, istruiva i chierichetti per il servizio all’altare e aveva messo su un coro per dare solennità alla liturgia.
    Fu anche attraverso di lui che Rolando imparò ad amare Gesù e a scoprire che abitava, vivo, nel tabernacolo.
    Nell'ottobre 1937 Rolando iniziò le scuole elementari.
    La sua maestra, Clotilde Selmi, donna molto devota anch’essa, parlava spesso di Gesù ai bambini e sempre li invitava all’adorazione eucaristica.
    In parrocchia la catechista di Rolando era Antonietta Maffei, delegata dei fanciulli di Azione Cattolica che preparava con scrupolo le «adunanze settimanali» (come si chiamavano allora).
    Anche grazie a loro Rolando fu ammesso a ricevere l’Eucaristia subito, a giugno, perché era tra i fanciulli che si erano preparati meglio e più in fretta.
    Ne provò una grande gioia e il 16 giugno 1938, festa del Corpus Domini, ricevette per la prima volta Gesù.
    Le testimonianze concordano sul fatto che dopo la prima Comunione Rolando era cambiato.
    Pur rimanendo un ragazzo vivace, i familiari notarono in lui una maturazione profonda, che si accentuò dopo aver ricevuto la Cresima, il 24 giugno 1940.
    Era solito accostarsi tutte le settimane alla Confessione e alzarsi prestissimo la mattina per servire la Messa e ricevere la Comunione, invitando anche i compagni a fare altrettanto: «vieni - diceva loro - Gesù ci aspetta. Gesù lo vuole!».
    Riferiva che il sacerdote sull’altare, quando consacrava il pane e il vino, gli appariva grande da toccare il cielo.
    Fu così che la chiamata al sacerdozio si fece via via più intensa, accompagnandolo per tutto il ciclo delle scuole elementari, fino a quando a 11 anni lo disse in casa: «Voglio farmi prete, per salvare tante persone. Poi partirò missionario per far conoscere Gesù lontano, lontano».
    Entrò nel Seminario di Marola nell'autunno del 1942 e come si usava a quei tempi vestì subito l’abito talare.
    Ne era fiero e fu anche questo amore per l’abito talare a segnare la sua fine...
    Nel periodo trascorso in seminario il ragazzo si distinse per diligenza, mantenendo sempre ferma la decisione di diventare sacerdote.
    Quando tornava a casa, aiutava i genitori nei lavori in campagna e in chiesa suonava l’armonium, accompagnando il coro parrocchiale nel quale cantava anche suo padre.
    Intanto la guerra si faceva via via più aspra, anche perché proprio in quelle zone massiccia era la presenza di formazioni partigiane, formatesi dopo la caduta del fascismo e la tragica esperienza dell’8 settembre del 1943, che aveva portato all’occupazione da parte tedesca della penisola.
    A parte gruppi minoritari di cattolici democratici, le fila partigiane erano composte da comunisti, socialisti, azionisti, tutti accomunati da una forte ideologia anticattolica.
    La frangia più estrema, quella comunista, non si limitava a combattere i tedeschi.
    Vedeva nel clero un pericoloso argine al proprio progetto rivoluzionario.
    L’anticlericalismo diventò violento e si fece via via più minaccioso.
    Quando nel 1944 i tedeschi occupano il seminario di Marola, tutti i ragazzi dovettero rientrare alle loro case, portando con sé i libri per poter continuare a studiare.
    Rolando continuò a sentirsi seminarista: oltre a studiare, frequentava quotidianamente la Messa e la Comunione, recitava il rosario, pregava, faceva visita al Santissimo Sacramento.
    Nonostante fosse stato consigliato diversamente, non smise mai di portare il suo abito religioso: i genitori, infatti, gli dicevano: «Togliti la veste nera. Non portarla per ora ...».
    Ma Rolando rispondeva: «Ma perché? Che male faccio a portarla? Non ho motivo di togliermela». Gli fecero notare che forse era conveniente farlo in quei momenti, così insicuri.
    Replicò Rolando:
    «Io studio da prete e la veste è il segno che io sono di Gesù».
    Un atto d’amore che pagherà con la vita.
    A San Valentino dapprima fu preso di mira il parroco don Marzocchini.
    Una mattina si venne a sapere che durante la notte precedente, alcuni partigiani l’avevano aggredito e umiliato.
    Poiché già altri sacerdoti (don Luigi Donadelli, don Luigi Ilariucci, don Aldemiro Corsi e don Luigi Manfredi) erano stati uccisi dai partigiani comunisti, don Marzocchini fu spostato in un luogo più sicuro e venne sostituito in parrocchia da un giovane prete, don Alberto Camellini.
    Il 1 aprile, tuttavia, don Marzocchini volle ritornare in parrocchia a San Valentino, ma al suo fianco rimase il giovane curato don Camellini, verso il quale Rolando aveva dimostrato subito grande simpatia.
    Il 10 aprile, martedì dopo la
    domenica in Albis, al mattino presto, il ragazzo era già in chiesa: si celebrava la Messa cantata in onore di san Vincenzo Ferreri e Rolando vi partecipò, suonando l’organo.
    Terminato il rito, prima di uscire, prese accordi con i cantori, per «cantare Messa» anche il giorno seguente.
    Uscito di chiesa, mentre i suoi genitori si recarono a lavorare nei campi, Rolando, con i libri sottobraccio, si diresse come al solito a studiare nel boschetto a pochi passi da casa.
    Indossava, come sempre, la sua talare nera.
    A mezzogiorno i suoi genitori l’attesero invano per pranzo.
    Preoccupati l’andarono a cercare.
    Tra i libri sull’erba trovarono un biglietto:
    «Non cercatelo. Viene un momento con noi. I partigiani».
    Il papà e il curato don Camellini, in forte ansia, cominciarono allora a girare nei dintorni alla ricerca del ragazzo.
    Frattanto Rolando, trascinato via dai partigiani in un loro covo nella boscaglia, iniziava la sua «via crucis».
    Venne spogliato della veste talare che li irritava, insultato, percosso con la cinghia sulle gambe e schiaffeggiato.
    Rimase per tre giorni nelle mani dei suoi aguzzini, ascoltando bestemmie contro Cristo, insulti contro la Chiesa e contro il sacerdozio.
    Secondo alcuni testimoni sarebbe stato frustato e avrebbe subito altre indicibili violenze.
    Tra i rapitori pare che qualcuno si commosse, proponendo di lasciarlo andare.
    Ma altri si rifiutarono, minacciando di morte chi aveva fatto la proposta del rilascio.
    Prevalse l’odio per la Chiesa, per il sacerdote, per l’abito che lo rappresenta e che quel ragazzino non si era mai voluto togliere.
    Decisero di ammazzarlo: «Avremo domani un prete in meno».
    Lo portarono, sanguinante, in un bosco presso Piane di Monchio (in provincia di Modena), dove c’era una fossa già scavata.
    Rolando capì che stava per morire, pianse, chiedendo di essere risparmiato.
    Con un calcio lo scaraventarono a terra.
    Allora chiese di pregare un’ultima volta.
    Si inginocchiò, poi due scariche di rivoltella lo fecero rotolare nella buca.
    Venne coperto con poche palate di terra e di foglie secche.
    La veste del «pretino» divenne un pallone da calciare; poi sarà appesa, come trofeo di guerra, sotto il porticato di una casa vicina.
    Era
    venerdì 13 aprile 1945, ricorrenza del martirio del giovane sant’Ermenegildo (585 dopo Cristo). Rolando aveva quattordici anni e tre mesi.
    Per tre giorni i genitori e don Camellini lo cercarono lungo tutto quel tratto del crinale appenninico, finché alcuni partigiani li indirizzarono a Piane di Monchio.
    Qui incontrarono
    un capo partigiano comunista, cui chiesero: «Dov’è il seminarista Rivi?»
    Quello rispose:
    «È stato ucciso qui, l’ho ucciso io, ma sono perfettamente tranquillo».
    E indicò il luogo dove il giovanetto era stato sepolto il giorno prima.
    Don Camellini domandò ancora al partigiano: «Ha sofferto molto?».
    Quello, mostrandogli la sua rivoltella, replicò beffardo: «Con questa non si soffre molto. Non si sbaglia».
    Era la sera di sabato 14 aprile 1945.
    Raggiunto il posto dell’omicidio, il sacerdote non fece fatica a recuperare il cadavere del ragazzo, con indosso solo una maglietta e un paio di calzoni sdruciti, legati al ginocchio.
    Aveva due ferite: una alla tempia sinistra e l’altra sulla spalla in corrispondenza del cuore.
    Il volto, sporco di terra, era coperto di lividi; il suo corpo martoriato.
    Il padre si inginocchiò vicino al suo bambino e lo strinse, piangendo a dirotto, tra le braccia.
    Due contadini del posto fabbricarono alla bell’e meglio una cassa di legno.
    Don Camellini lavò il volto di Rolando, lo asciugò con il suo fazzoletto e lo compose nella povera bara.
    Era notte ormai, sicché solo la mattina dopo, seconda domenica dopo Pasqua, «Domenica del Buon Pastore», il corpo di Rolando fu portato in chiesa a Monchio, dove don Camellini celebrò la Messa per l’anima di Rolando.
    Alla presenza del padre Roberto e di don Camellini, il parroco di Monchio scrisse in latino sul registro parrocchiale l’atto di morte e di sepoltura di Rolando.
    «15 aprile 1945. Rivi Rolando, figlio di Roberto e di Canovi Albertina, celibe, di San Valentino (Reggio Emilia), qui, per mano di uomini iniqui, a 14 anni di età, alle ore 19, in comunione con santa madre Chiesa, rese la sua anima a Dio.
    Il suo cadavere, oggi, fatte le sacre esequie e celebrata la Messa, è stato sepolto nel cimitero parrocchiale». (1)
    Il padre di Rolando e il curato di San Valentino tornarono mestamente al paese, a recare la notizia terribile alla madre che lì aveva aspettato invano.
    La terribile notizia si diffuse rapidamente in paese, lasciando la gente sgomenta di fronte a quella barbarie.
    A guerra terminata, una grande folla di parrocchiani martedì
    29 maggio 1945, attese a San Valentino l’arrivo della salma, traslata in località Montadella.
    La chiesa accolse in silenzio e commozione il piccolo martire.
    Ucciso in odio alla fede, la sua causa di canonizzazione ha dovuto attendere 60 anni, fino al 7 gennaio 2006.
    Quando il 25 maggio del 1945 il suo corpo era stato tumulato nel cimitero di San Valentino, le parole del suo parroco, don Olinto Marzocchini, erano state brevi ed intense:
    «Non bastano le nostre lacrime a piangere Rolando… Ma guardate a Cristo che è la resurrezione e la vita. Lui asciughi le lacrime dai nostri occhi».
    Questa la fede semplice di chi per essa era disposto a dare la vita, di chi in Cristo ci credeva davvero.
    «Era stato lui - è scritto in un libro distribuito in fondo alla chiesa dal "Comitato amici di Rolando Rivi" - a preparare quel trionfo al figlio prediletto, a quel ragazzo aspirante al sacerdozio, caduto innocente sotto il piombo di uomini empi, come i ragazzi e i giovani cattolici martiri in Russia, in Messico e in Spagna, nelle recenti persecuzioni sotto l’odio massonico e comunista». (2)
    -------------
    Note:
    (1) «Die decima quinta mensis aprilis 1945. Rivi Rolandus, filius Ruperti et Canovi Albertinae, statu celebs, e S. Valentino (Regii Lepidi) hic, aetate annorum 14, die 13 aprilis currentis, hora 19, per manus hominum iniquorum, in Comunione Sanctae Matris Ecclesiae, animam Deo reddidit. Cadaver autem eius, hodie, sacris persolutis exequiis, ac Missa celebrata, in coemeterio parochiali, sepultum est».
    (2) Paolo Risso, «Rolando Rivi, un ragazzo per Gesù», Edizioni Del Noce, 2004.

    di Domenico Savino
    Tratto da: Effedieffe.com
    Ultima modifica di DenkaSaeba25; 19-05-2013 alle 12:31

  2. #2
    Nuovo iscritto L'avatar di SimoneStock
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    Che bel modello anche per noi seminaristi del 2007...

  3. #3
    Veterano di CR L'avatar di hildegarda
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    Ragazzi, a noi cattolici vengono costantemente rimproverati gli "errori" di Santa Madre Chiesa, i morti causati dalle crociate, dalle guerre di religione e dall'inquisizione, citando numeri falsi (qualsiasi storico serio lo sa benissimo), motivazioni pretestuose (ci si dimentica che molti di questi fatti vennero addossati alla Chiesa ma voluti e messi in opera dal potere temporale) e non ultimo estrapolando cose avvenute in periodi in cui il valore della vita di un uomo era poco meno di nulla. Ma tutte le morti causate dagli anticlericali, dai comunisti e dai fascisti, da coloro che nella Chiesa vedevano una pericolosa alternativa al loro governo, chi li dovrebbe ripagare? Chi dovrebbe fare le scuse ai genitori di queste vite spezzate dall'odio? Noi cattolici, sappiamo fino in fondo quanti orrori come questo riportato dall'amico Diego, sono stati perpetrati durante la guerra civile spagnola, nei gulag, in Cina, sotto i governi dittatoriali del Sudamerica, per parlare solo dei più recenti, altrimenti dovrei aggiungere le varie rivoluzioni da quella francese a quella bolscevica? No, perchè i libri di storia si guardano bene dal farcelo sapere, ci raccontano solo che i crociati "aggredirono" i mori in Terra Santa, manco che la Terra Santa fosse stata loro...ci ha mai detto qualcuno quanti cristiani sono morti e quanti muoiono o debbono fuggire dalle terre anatoliche, da tutto il medio oriente, dall'asia, ci si ricorda mai parlando degli armeni che sono cristiani, e peraltro di una delle Chiese più antiche? Dove sono finiti i fratelli delle Chiese paoline?Penso che dovremmo recuperare tutti la coscienza della verità e non permettere a chi ci accusa di trovarci impreparati. La storia, se la vogliono citare, la citino correttamente, perchè se è vero che ogni martire è un santo di più nella nostra comunità celeste è anche vero che per la storia è un atrocità in più e chiede se non vendetta almeno spiegazioni e scuse.

  4. #4
    http://www.rolandorivi.com/

    Bel sito in onore di questo grande Cattolico.

  5. #5
    Iscritto L'avatar di Søren
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    Io credo che sia ormai giunta l'ora di portare alla luce chi erano davvero gran parte di questi "partigiani", al di là della vile e vergognosa retorica di questa repubblica (delle banane). In massima parte i partigiani comunisti, che nella stragrande maggioranza dei casi non operarono per liberare l'Italia dagli invasori nazisti, ma per consegnarla all'Unione Sovietica o tutt'al più a quel criminale di guerra del maresciallo Tito. E' ora di finirla con questa storiella che la liberazione è opera unicamente dei partigiani, misconoscendo il sacrificio di tanti valorosi soldati regolari che rimasero fedeli al Re e al Regno d'Italia, e per non arruolarsi con i repubblichini di Salò, preferirono da veri eroi essere deportati nei campi di concentramento nazisti. E' ora anche di ricordare tutti i morti innocenti causati dai partigiani comunisti tra i civili inermi soltanto perché non in linea con la loro abietta ideologia. La ferocia con cui i comunisti massacrarono in numerosi casi gli altri partigiani cattolici, o gli uomini di Chiesa. Questa è vera memoria storica, non le tronfie parole proferite da taluni politicanti per alimentare i luoghi comuni su cui si fonda molta storiografia del dopoguarra.

  6. #6
    Cronista onorario di CR L'avatar di PioX
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    Citazione Originariamente Scritto da hildegarda Visualizza Messaggio
    Ragazzi, a noi cattolici vengono costantemente rimproverati gli "errori" di Santa Madre Chiesa, i morti causati dalle crociate, dalle guerre di religione e dall'inquisizione, citando numeri falsi (qualsiasi storico serio lo sa benissimo), motivazioni pretestuose (ci si dimentica che molti di questi fatti vennero addossati alla Chiesa ma voluti e messi in opera dal potere temporale) e non ultimo estrapolando cose avvenute in periodi in cui il valore della vita di un uomo era poco meno di nulla. Ma tutte le morti causate dagli anticlericali, dai comunisti e dai fascisti, da coloro che nella Chiesa vedevano una pericolosa alternativa al loro governo, chi li dovrebbe ripagare? Chi dovrebbe fare le scuse ai genitori di queste vite spezzate dall'odio? Noi cattolici, sappiamo fino in fondo quanti orrori come questo riportato dall'amico Diego, sono stati perpetrati durante la guerra civile spagnola, nei gulag, in Cina, sotto i governi dittatoriali del Sudamerica, per parlare solo dei più recenti, altrimenti dovrei aggiungere le varie rivoluzioni da quella francese a quella bolscevica? No, perchè i libri di storia si guardano bene dal farcelo sapere, ci raccontano solo che i crociati "aggredirono" i mori in Terra Santa, manco che la Terra Santa fosse stata loro...ci ha mai detto qualcuno quanti cristiani sono morti e quanti muoiono o debbono fuggire dalle terre anatoliche, da tutto il medio oriente, dall'asia, ci si ricorda mai parlando degli armeni che sono cristiani, e peraltro di una delle Chiese più antiche? Dove sono finiti i fratelli delle Chiese paoline?Penso che dovremmo recuperare tutti la coscienza della verità e non permettere a chi ci accusa di trovarci impreparati. La storia, se la vogliono citare, la citino correttamente, perchè se è vero che ogni martire è un santo di più nella nostra comunità celeste è anche vero che per la storia è un atrocità in più e chiede se non vendetta almeno spiegazioni e scuse.
    d'accordissimo

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Søren Visualizza Messaggio
    Io credo che sia ormai giunta l'ora di portare alla luce chi erano davvero gran parte di questi "partigiani", al di là della vile e vergognosa retorica di questa repubblica (delle banane). In massima parte i partigiani comunisti, che nella stragrande maggioranza dei casi non operarono per liberare l'Italia dagli invasori nazisti, ma per consegnarla all'Unione Sovietica o tutt'al più a quel criminale di guerra del maresciallo Tito. E' ora di finirla con questa storiella che la liberazione è opera unicamente dei partigiani, misconoscendo il sacrificio di tanti valorosi soldati regolari che rimasero fedeli al Re e al Regno d'Italia, e per non arruolarsi con i repubblichini di Salò, preferirono da veri eroi essere deportati nei campi di concentramento nazisti. E' ora anche di ricordare tutti i morti innocenti causati dai partigiani comunisti tra i civili inermi soltanto perché non in linea con la loro abietta ideologia. La ferocia con cui i comunisti massacrarono in numerosi casi gli altri partigiani cattolici, o gli uomini di Chiesa. Questa è vera memoria storica, non le tronfie parole proferite da taluni politicanti per alimentare i luoghi comuni su cui si fonda molta storiografia del dopoguarra.
    Io direi di lasciare questa discussioni al ricordo di Rolando Rivi e non trasformarla nella solita bagarre politica. Ce ne sono già a bizzeffe di queste discussioni in altre sezioni.
    Rolando è morto per la sua Fede, poco importa chi l'ha ammazzato.

  8. #8
    Iscritto L'avatar di papagirl
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    Citazione Originariamente Scritto da Søren Visualizza Messaggio
    Io credo che sia ormai giunta l'ora di portare alla luce chi erano davvero gran parte di questi "partigiani", al di là della vile e vergognosa retorica di questa repubblica (delle banane). In massima parte i partigiani comunisti, che nella stragrande maggioranza dei casi non operarono per liberare l'Italia dagli invasori nazisti, ma per consegnarla all'Unione Sovietica o tutt'al più a quel criminale di guerra del maresciallo Tito. E' ora di finirla con questa storiella che la liberazione è opera unicamente dei partigiani, misconoscendo il sacrificio di tanti valorosi soldati regolari che rimasero fedeli al Re e al Regno d'Italia, e per non arruolarsi con i repubblichini di Salò, preferirono da veri eroi essere deportati nei campi di concentramento nazisti. E' ora anche di ricordare tutti i morti innocenti causati dai partigiani comunisti tra i civili inermi soltanto perché non in linea con la loro abietta ideologia. La ferocia con cui i comunisti massacrarono in numerosi casi gli altri partigiani cattolici, o gli uomini di Chiesa. Questa è vera memoria storica, non le tronfie parole proferite da taluni politicanti per alimentare i luoghi comuni su cui si fonda molta storiografia del dopoguarra.
    Concordo e sottoscrivo parola per parola!


    Rolando Rivi non è che uno dei tanti preti e seminaristi uccisi nel Reggiano!
    Ma lui è diventato un 'importante simbolo di tutti quei preti martirizzati!

  9. #9
    Veterano di CR L'avatar di -Flavio-
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    Avevo già letto qualcosa su questo ragazzo, davvero un gran bell' esempio e una grande testimonianza, possa intercedere per tutti quelli che come lui stanno studiando per consacrarsi a Gesù!

  10. #10
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    Riflessioni per l'Anno sacerdotale
    Rolando Rivi
    e il sangue versato sulla talare

    di Alfonso M. A. Bruno
    In Emilia, nella chiesetta di Visignolo di Baiso, sulle prime alture dell'Appennino, in un grande quadro con il crocifisso attorniato di santi, si nota la presenza di un seminarista con la veste e il cappello da prete. Lo fece dipingere circa trent'anni fa il parroco, convinto che quel giovane aspirante al sacerdozio, prima o poi, sarebbe stato riconosciuto santo. Si tratta di Rolando Rivi, una delle numerose vittime che nell'immediato dopoguerra, a pochi chilometri da quel luogo, caddero a causa della furia omicida di alcuni gruppi armati della resistenza. La terra emiliana, infatti, fu particolarmente irrorata dal sangue di preti e seminaristi che in quel periodo furono vittime d'una persecuzione in odio a Cristo e alla Chiesa.
    Rolando Rivi nacque a San Valentino di Reggio Emilia il 7 gennaio 1931 da agricoltori umili e ricchi di fede. I parroci, don Luigi Jemmi prima e don Olinto Marzocchini poi, ebbero il merito di formare generazioni di parrocchiani. Il loro apostolato era alimentato da una ricca vita interiore trasparente e percettibile anche agli occhi di un bambino. Rolando infatti era affascinato dal suo parroco don Olinto: "Che bello - pensava - diventare come lui! Celebrare la messa con Gesù tra le mani, portare le anime a Gesù". Così, appena undicenne entrò nel seminario diocesano di Marola. Era ai primi d'ottobre del 1942. Quello stesso giorno, come allora si usava, il ragazzo vestì con gioia l'abito talare. Il rettore monsignor Luigi Bronzoni, prete colto, autorevole e paterno, insegnava più con la vita che con le parole. All'approssimarsi del periodo estivo, spiegava che in vacanza i seminaristi avrebbero dovuto non solo guardarsi dalle occasioni di peccato, ma ancora di più distinguersi dagli altri nella preghiera e nel servizio in parrocchia, nello studio e nella purezza, nelle opere buone e nella dedizione al Signore. "Anche in vacanza - aveva raccomandato - il seminarista porta sempre l'abito talare, segno della nostra appartenenza a Gesù".
    Rolando così anche nei giorni di vacanza dei caldi mesi estivi portava con orgoglio la veste nera con il colletto bianco. La veste non creava per lui una barriera umana o sociale nelle relazioni con gli altri né tantomeno un impedimento allo svolgimento d'ogni attività, anche ricreativa. Il seminarista Rolando Rivi era sempre un trascinatore. Testimonia un compagno di seminario, ora sacerdote e parroco, don Vezzosi: "Rolando era vivace e svelto in tutti i giochi: a pallone, a pallavolo. Campione della classe, della camerata. Attentissimo a scuola, studioso esemplare, innamoratissimo di Gesù. Tutto in lui era superlativo. Si stava volentieri con lui; contagiava gioia e ottimismo".
    La sua vita, tuttavia, non fu solo gaiezza e spensieratezza. Alle sue vicende familiari e personali faceva da sfondo la guerra nella quale gli morirono tre zii. E altre sorprese spiacevoli si profilavano all'orizzonte. Nel settembre 1944 il seminario fu occupato da un centinaio di soldati nazisti. I seminaristi dovettero tornare a casa.
    In famiglia, Rolando continuò a sentirsi seminarista. La sua gioia erano la messa quotidiana con la comunione, la meditazione, la visita pomeridiana a Gesù eucaristico, il rosario alla Madonna. Il luogo prediletto era sempre la casa parrocchiale. Oltre allo sport, altra sua grande passione era la musica. Quando poteva posare le mani sulla tastiera dell'harmonium, quasi si estasiava a suonare. E ai bambini, ai cuginetti, anche solo di cinque o sei anni insegnava a servire la messa e giocava con i più piccoli per diffondere serenità anche nei giorni più tristi.
    La vita a San Valentino trascorse abbastanza tranquilla fino all'estate del 1944. Poi iniziarono le scorribande. Si ebbero ruberie, razzie, fatti spiacevoli e violenze anche contro i sacerdoti. Diventava, infatti, sempre più forte l'odio contro i preti che operavano per la pacificazione degli animi e denunciavano le violenze, da qualunque parte venissero compiute. Rolando sperimentò questo clima.
    A San Valentino fu preso di mira il parroco don Olindo Marzocchini. Una mattina d'estate si venne a sapere che durante la notte precedente l'avevano aggredito e umiliato. Gli avevano portato via tutto, comprese le scarpe che aveva ai piedi. Durante la messa, celebrata dopo la brutale aggressione, don Olinto si sentì male: Rolando e l'altro chierichetto che servivano all'altare capirono che qualcosa di grave era successo. Quando Rolando lo seppe chiaramente, pianse come per un'offesa fatta al proprio padre. Ma non disse parole di odio.
    Don Olinto Marzocchini intanto fu fatto riparare in luogo più sicuro. Per assicurare il servizio sacerdotale arrivò in paese un giovane prete venticinquenne: don Alberto Camellini. Ancora oggi racconta: "Si viveva un'atmosfera di paura e di tensione. Per conoscere luoghi e parrocchiani mi facevo accompagnare nelle visite da alcuni seminaristi tra cui Rolando Rivi". Il seminarista ne profittò per spiegargli i suoi progetti per l'avvenire - "Sarò prete e missionario". Tutti vedevano passare per la strada il giovane seminarista, tutti conoscevano il suo stile di vita. E i genitori gli dicevano: "Togliti la veste nera. Non portarla per ora". Ma Rolando rispondeva: "Ma perché, che male faccio a portarla? Non ho motivo di togliermela. Io studio da prete e la veste è segno che io sono di Gesù".
    Rolando intuiva cosa significasse prepararsi al sacerdozio in quel clima, ma non si scoraggiò, né si chiuse in casa. Aveva solo quattordici anni, poco più di un bambino, ma mai si era mimetizzato né aveva nascosto la sua chiara identità d'aspirante appassionato al sacerdozio. In maniera istintiva era consapevole che la mimetizzazione mortifica la pastorale che si avvale di segni e di simboli, ma anche di gesti concreti. Racconta monsignor Giuseppe Mora: "Spesso in paese scoppiavano dispute alle quali era più conveniente tacere. Capitò che in una discussione alcuni attaccarono ingiustamente la Chiesa e l'attività dei sacerdoti. Rolando difese a fronte alta Gesù, il Papa, la Chiesa e i sacerdoti, senza paura alcuna".
    Il 10 aprile 1945, martedì dopo la domenica in Albis, al mattino presto è già in chiesa. Esce contento perché ha già ricevuto l'eucarestia. Non sa ancora che sarà per lui il viatico. Torna a casa, libri sottobraccio va al boschetto a studiare. Indossa come sempre la talare. A mezzogiorno, non vedendolo rientrare, i genitori lo cercano. Tra i libri trovano un biglietto: "Non cercatelo, viene un momento con noi".
    I partigiani lo hanno portato alla loro base sull'Appennino Emiliano. Lo spogliano della veste talare. Lo insultano, lo percuotono con la cinghia sulle gambe, lo schiaffeggiano. Adesso hanno davanti un ragazzino coperto di lividi, piangente. Per tre giorni Rolando rimane nelle mani di quegli uomini. Una valanga di bestemmie contro Cristo, insulti contro la Chiesa e il sacerdozio, di scherni volgari si abbatte su di lui. Quindi, l'orrore della flagellazione sul suo corpo di ragazzo. Rolando piange e geme. Qualcuno si commuove e propone di lasciarlo andare perché è soltanto un ragazzo e non c'è motivo o pretesto per ucciderlo. Ma altri si rifiutano: "Taci o farai anche tu la stessa fine". Prevale l'odio al prete, all'abito che lo rappresenta. Decidono di ucciderlo: "Avremo domani un prete in meno!".
    Scende la sera ormai, lo portano sanguinante in un bosco presso Piane di Monchio (Modena). Davanti alla fossa già scavata Rolando comprende tutto. Singhiozza, implora d'essere risparmiato. Gli viene risposto con un calcio. Allora dice: "Voglio pregare per la mia mamma e per il mio papà".
    S'inginocchia sull'orlo della fossa e prega per sé, per i suoi cari, forse per i suoi stessi uccisori. Due scariche di rivoltella lo rotolano a terra nel suo sangue. Un ultimo pensiero, un ultimo palpito del cuore per Gesù, perdutamente amato... poi la fine. Gli assassini lo coprono con poche palate di terra e di foglie secche. La veste da prete diventa un pallone da calciare, poi sarà appesa come "trofeo da guerra" sotto il porticato d'una casa vicina.
    Era il 13 aprile 1945. Rolando aveva quattordici anni e tre mesi. Con la vita, la parola e perfino il suo sangue aveva proclamato: "Quanto ho di più caro al mondo è Cristo".
    (©L'Osservatore Romano - 11 dicembre 2009)

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