Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: CEI: attività, documenti e interventi della Presidenza e dei vari organismi

  1. #21
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    Messaggio per la 12a Giornata mondiale
    della vita consacrata
    2 febbraio 2008



    Alle consacrate e ai consacrati,
    ai sacerdoti, ai diaconi e ai fedeli laici.


    “Tutto quello che c’è in me è del mio Amato, a lui devo tutto; non si pensi che io ami un altro né si pensi che io desideri che altri si compiacciano di me, perché io sono e sarò sempre del mio Amato, come lui è mio: chi mi vuol bene voglia bene anche a lui, perché io sono di chi lui vuole che io sia”. Queste parole, tratte dal Commento al Cantico dei Cantici di Fr. Luis de León (1528-1591), descrivono bene il cuore della vita consacrata: per questo vogliamo riproporle in occasione della giornata del 2 febbraio, quando, nella ricorrenza della festa della Presentazione del Signore, ogni diocesi è invitata a ringraziare Dio per il dono di consacrati e consacrate alla Chiesa e al mondo.

    Gesù che viene “presentato al Signore”, cioè offerto e donato al Padre, non solo compie ciò che è scritto nella Legge: “Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore” (Lc 2, 23; cfr. Es 13, 2.11), ma anche anticipa, prefigurandola chiaramente, la sua offerta pasquale, in cui si compie in modo perfetto l’olocausto, cioè il sacrificio per eccellenza, in cui la vittima veniva completamente bruciata, e saliva “in onore del Signore un profumo gradito” (Es 29, 18), “una soave fragranza” (Gn 8, 21).

    “Cristo con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio” (Eb 9, 14): la Trinità tutta è coinvolta in quest’offerta sacrificale. Lo Spirito Santo, fuoco di Dio, consuma l’offerta di Cristo sull’altare della croce e fa salire quel soave profumo che rende respirabile e bello il mondo. Nell’offerta pasquale, Gesù si è fatto “obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 8) e ci ha amato “sino alla fine” (Gv 13, 1). Quest’obbedienza-carità, che abbraccia ogni uomo, è il vero culto gradito a Dio, la luce che illumina le nazioni e la gloria d’Israele.

    La vita consacrata fa sua in maniera particolare la parola dell’apostolo Paolo: “Vi esorto dunque, fratelli a offrire i vostri corpi (ossia la vita umana nella sua dimensione esistenziale) come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12, 1). Lo Spirito Santo, che ha realizzato perfettamente questo in Gesù, trasformi anche la vostra vita in un’offerta bella, luminosa, gradita a Dio!

    Come ci ha ricordato il Santo Padre Benedetto XVI, nel discorso ai Superiori e alle Superiori Generali del 22 maggio 2006, “appartenere al Signore vuol dire essere bruciati dal suo amore incandescente, essere trasformati dallo splendore della sua bellezza: la nostra piccolezza è offerta a Lui quale sacrificio di soave odore… Essere di Cristo significa mantenere sempre ardente nel cuore una viva fiamma di amore”. Nella stessa occasione, il Papa ha messo in guardia dall’insidia della mediocrità, dell’imborghesimento e della mentalità consumistica, che mette oggi a repentaglio anche la vita consacrata, rammentando che “il Signore vuole uomini e donne liberi, non vincolati, capaci di abbandonare tutto per seguirLo e trovare solo in Lui il proprio tutto”.

    Dall’assidua frequentazione della Parola di Dio – tema della prossima Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi – nella forma della lectio divina personale e comunitaria, potrete trarre quella luce e alimentare quella sensibilità spirituale che consente di non conformarsi alla mentalità di questo secolo e di discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (cfr. Rm 12, 2). Così facendo, si apprende ad assumere lo stile di vita di Cristo casto, povero e obbediente, umile e sobrio, proteso alla carità. La vita consacrata diventa così “confessio Trinitatis, signum fraternitatis, servitium caritatis”, luminosa testimonianza profetica, epifania della forma di vita di Gesù, presenza incisiva all’interno della Chiesa e profezia paradossale e affascinante in un mondo disorientato e confuso. Tale ascolto troverà la sua pienezza nella partecipazione devota e quotidiana al Mistero Eucaristico, evento nel quale la Parola accolta e meditata diventa Presenza di Gesù Salvatore.

    Nell’invocare la benedizione del Signore su di voi e sul vostro impegno in favore della Chiesa in Italia, facciamo nostro l’insegnamento affidatoci da Benedetto XVI nella recente lettera enciclica Spe salvi: “La vita è come un viaggio sul mare della storia, spesso oscuro ed in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta. Le vere stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente. Esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata.” (n. 49). Maria Santissima sia la vostra stella e vi renda fari di speranza per tutta l’umanità.


    Roma, 13 gennaio 2008
    Festa del Battesimo del Signore


    LA COMMISSIONE EPISCOPALE
    PER IL CLERO E LA VITA CONSACRATA

    fonte: Conferenza Episcopale Italiana
    Et tunc videbunt Filium hominis venientem in nube
    cum potestate et gloria magna.
    (Luc. 21, 27)

  2. #22
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    Conferenza Episcopale Italiana
    CONSIGLIO PERMANENTE
    Roma, 21 – 24 gennaio 2008


    COMUNICATO FINALE


    La sessione invernale del Consiglio Episcopale Permanente, presieduta dal Card. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova, si è svolta a Roma presso la sede della CEI dal 21 al 24 gennaio 2008. I Vescovi hanno condiviso l’ispirazione di fondo e l’analisi lucida e appassionata sviluppata dal Presidente nella prolusione, convinti che nella recente Enciclica Spe salvi si trovino spunti adeguati per interpretare il delicato momento attraversato dal Paese: non un atteggiamento prevenuto e tanto meno censorio, ma una lettura esigente e senza ipocrisie, che muove dalla realtà sociale, di cui la comunità cristiana condivide la vita quotidiana attraverso l’azione dei sacerdoti, dei religiosi e delle religiose e della gran massa dei laici.
    Tra le questioni all’ordine del giorno: la scelta del tema principale dell’Assemblea Generale del maggio prossimo, individuato nell’educazione delle giovani generazioni, e la delineazione delle linee portanti di alcuni documenti di prossima pubblicazione: una nota sul Mezzogiorno; un documento sulla formazione all’impegno sociale; una lettera per i venti anni della riforma del sistema di sostegno economico della Chiesa in Italia; alcuni orientamenti pratici per i rapporti in ambito pastorale con migranti appartenenti a Chiese ortodosse.
    È stato costituito il Comitato per il progetto culturale e si è mutata la denominazione del Comitato per gli Studi superiori di Teologia e di Scienze religiose. Sono stati configurati autonomamente l’Ufficio Nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso e il Servizio Nazionale per gli Studi superiori di Teologia e di Scienze religiose.
    Infine, sono stati approvati i parametri per l’edilizia di culto per l’anno 2008 e sono stati illustrati orientamenti e iniziative concernenti l’Anno paolino.



    1. Il Papa e la situazione del Paese
    Il Presidente, Card. Angelo Bagnasco, orientando nella prolusione la riflessione dei Vescovi, si è anzitutto richiamato alla “dedizione serena, mite e forte” del Papa Benedetto XVI, esprimendogli piena solidarietà e affettuosa vicinanza di fronte all’attacco di pochi, che hanno reso concretamente impossibile la sua presenza all’Università La Sapienza a seguito dell’invito dell’autorità accademica. Ha poi individuato nella recente Enciclica Spe salvi l’autorevole criterio interpretativo per leggere il momento presente. Essa, infatti, fornisce le categorie per un’analisi realistica anche della vita del nostro Paese, attraversato da molteplici contraddizioni sia sul versante antropologico – in cui sono posti radicalmente in questione i valori della vita e della famiglia fondata sul matrimonio – sia su quello sociale – con la crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni, il vacillare della coesione sociale e il crescere delle situazioni di povertà e di degrado ambientale. In un contesto tanto problematico, i cristiani sono chiamati a offrire una credibile testimonianza in tutti i campi, declinandovi la “grande speranza” (cfr. Spe salvi, 27) che viene dalla risurrezione di Gesù Cristo. La fede, infatti, lungi dal falsare la lettura dei fatti, offre all’analisi un valore aggiunto, che è “quella resistenza, quella lucidità di giudizio, quella carità profonda che fanno sperimentare la vita, e la vita in abbondanza” (n. 4). Per questo, i membri del Consiglio Permanente sono convinti che, “con la sua testimonianza pubblica e grazie alla capillarità della sua presenza vicina alla gente, la Chiesa vuole aiutare il Paese a riprendere il cammino, a recuperare fiducia nelle proprie possibilità, a riguadagnare un orizzonte comune” (ibid.). Prova di questa rinnovata volontà di accompagnare il cammino del Paese è stata la scelta del tema dei giovani e della loro educazione come argomento principale della prossima Assemblea Generale dei Vescovi, che si terrà a Roma dal 26 al 30 maggio. Si è così confermata l’intuizione che vede nell’impegno nei confronti dei giovani la ‘cartina di tornasole’ dell’autentico anelito missionario della Chiesa. Infatti, sono proprio le giovani generazioni l’ambito sociale ed ecclesiale più esposto ai turbamenti e alle incertezze del tempo presente, e perciò più bisognoso di essere accompagnato nel processo di discernimento e di maturazione, stimolandolo a esplicitare tutte le potenzialità che lo caratterizzano. La capacità di dire la fede ai giovani è dunque un’opportunità per ritrovare l’entusiasmo della missione, nel solco della bella esperienza vissuta nel settembre scorso a Loreto, all’interno del cammino triennale dell’“Agorà dei giovani italiani”. Del resto, come ha recentemente affermato il Santo Padre, “nulla è più bello, urgente e importante che ridonare gratuitamente agli uomini quanto gratuitamente abbiamo ricevuto da Dio. Nulla ci può esimere o sollevare da questo oneroso ed affascinante impegno” (Angelus del 23 dicembre 2007). Non sarà difficile per la Chiesa italiana, tradizionalmente molto impegnata sul fronte della missione, riconoscersi in questo rinnovato impegno evangelizzatore.

    2. L’impegno ecumenico e il dialogo interreligioso
    Uno spazio significativo dei lavori è stato dedicato ai temi di carattere ecumenico, in singolare coincidenza con la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. In particolare, è stata consegnata ai Vescovi, che ne discuteranno nella prossima sessione primaverile, la bozza del documento comune per una pastorale dei matrimoni tra cattolici e battisti in Italia, preparato di concerto con una rappresentanza dell’Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia sulla scorta di un’analoga intesa, concordata sin dal 1996 con le Comunità valdesi-metodiste. È stata pure esaminata la convenienza di approntare un testo di indole pratica, che accompagni i pastori e le comunità nell’affrontare le problematiche pastorali connesse con la crescente presenza in Italia di cristiani ortodossi provenienti dall’Est europeo. La necessità di dedicare un’attenzione ancora maggiore al confronto ecumenico e ai rapporti con le religioni non cristiane ha pure indotto alla costituzione, all’interno della Segreteria Generale, di uno specifico Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, ambito sinora curato dall’Ufficio Catechistico Nazionale come proprio settore.

    3. Il rapporto tra fede e cultura nel dibattito sociale
    Particolarmente viva è nei Vescovi l’attenzione al rapporto tra fede e cultura, ulteriormente alimentata dall’insegnamento pontificio circa la necessità di “allargare gli spazi della razionalità”. A questo proposito, assume rilievo la scelta di costituire un apposito Comitato, finalizzato a promuovere il “progetto culturale orientato in senso cristiano”, accompagnandone la riflessione e sostenendo le attività del relativo Servizio Nazionale. Compito peculiare del Comitato sarà quello di proporre iniziative qualificate, che rendano presente nell’opinione pubblica la riflessione e la proposta della Chiesa, in particolare sui temi riconducibili alla questione antropologica e alla ricerca della verità. Con tale scelta si vuole far emergere la consapevolezza che l’incontro tra fede e cultura che il progetto culturale intende promuovere costituisce un fattore organico alla struttura stessa della Conferenza Episcopale. In questo ambito, un ruolo importante è svolto pure dalle Facoltà teologiche e dagli Istituti superiori di Scienze religiose, il cui raccordo e sostegno verrà d’ora in poi assicurato da un autonomo Servizio Nazionale.
    Dal confronto all’interno del Consiglio Permanente è emerso con chiarezza che la fede cristiana è messa oggi alla prova da una duplice forma di irrilevanza. Da un lato, si è tentati da una sorta di “criptodiaspora”, che esaurisce l’agire ecclesiale all’interno delle comunità, privando l’annuncio della sua dimensione pubblica e sociale e confinandolo negli spazi dell’intimismo e dell’individualismo. Dall’altro, si fa strada una lettura del cristianesimo come “religione civile”, che toglie all’evangelizzazione la sua nota di eccedenza rispetto a ogni ideologia meramente umana. Di qui l’esigenza di proporre l’annuncio del Vangelo e la testimonianza ecclesiale secondo una modalità che sappia coniugare in maniera corretta la rilevanza pubblica della fede e la sua irriducibile trascendenza. La fatica più diffusa nelle comunità cristiane è proprio quella di fare della fede il criterio di valutazione dei fatti, diventando così capaci di orientare il cambiamento culturale e sociale, senza subirlo in maniera acritica e passiva. Alla luce di queste considerazioni di carattere generale, sono state individuate alcune sensibilità da risvegliare.
    La prima consiste in una più puntuale attenzione alla formazione sociale, atteso che la speranza cristiana non è individualistica (cfr. Spe salvi, nn. 12-15). Di qui l’auspicio di preparare un documento che metta a tema, declinandone anche le modalità, l’attenzione al vissuto sociale all’interno dei percorsi di educazione alla vita cristiana. In una stagione caratterizzata da un generalizzato discredito nei confronti dell’azione politica, è necessario tornare a suscitare passione e interesse verso questa “eminente forma di carità” attraverso un rigoroso tirocinio, che punti alla riscoperta del volontariato e all’acquisizione della competenze necessarie per operare con frutto in tale ambito. In questa consapevolezza si inscrive anche la scelta di tornare in maniera sistematica e ragionata sulle tematiche affrontate quasi vent’anni fa dall’Episcopato nel documento Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno (18 ottobre 1989). Ciò avverrà mediante il coinvolgimento diretto dei Vescovi dell’Italia meridionale, in stretto dialogo con le Facoltà teologiche locali.
    La seconda sensibilità – sulla quale ci si è già soffermati sopra – è riconducibile all’impegno a promuovere gli spazi di dialogo con le molteplici forme del sapere e della cultura contemporanea, non certo per imporre una determinata concezione antropologica, ma per far emergere le domande di fondo che albergano nel cuore dell’uomo e per cercare di trovare insieme le risposte adeguate.
    L’Anno paolino, che si aprirà il 28 giugno prossimo, rappresenterà un’ottima occasione per mettere a frutto con intelligenza pastorale una significativa rete di relazioni tra cultura e arte, Bibbia e spiritualità, missione e dialogo.
    I Vescovi, infine, hanno manifestato l’assenso alla redazione di una lettera, che sarà illustrata nella prossima Assemblea Generale, per fare il punto della riforma del sistema di sostegno economico della Chiesa in Italia, avviato con la revisione del Concordato del 1984 ed entrato a regime proprio vent’anni fa. Sarà questa l’occasione per ribadire i valori del “sovvenire”, cioè il dovere di ogni credente di fare fronte alle necessità della Chiesa per il sostentamento dei ministri e per le attività pastorali e le iniziative caritative, a cui corrisponde specularmente l’impegno dei pastori e delle comunità alla corresponsabilità e alla trasparenza nella gestione delle risorse economiche.

    4. Nomine
    Nel corso della sessione di lavoro, il Consiglio Episcopale Permanente ha nominato:
    - S.E. Mons. Carlo REDAELLI, Vescovo ausiliare di Milano, Presidente del Comitato per gli enti e i beni ecclesiastici, per un ulteriore quinquennio.
    - S.E. Mons. Pietro FARINA, Vescovo di Alife – Caiazzo, Presidente del Comitato per la promozione del sostegno economico alla Chiesa Cattolica, per un quinquennio.
    - S.E. Mons. Franco Giulio BRAMBILLA, Vescovo ausiliare di Milano, Presidente del Comitato per gli studi superiori di Teologia e di Scienze religiose, per un quinquennio.
    - S.Em. il Card. Camillo RUINI, Vicario generale di Sua Santità per la città di Roma, Presidente del Comitato per il progetto culturale, per un quinquennio.
    - S.E. Mons. Roberto BUSTI, Vescovo di Mantova, Membro della Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali.
    - S.E. Mons. Michele DE ROSA, Vescovo di Cerreto Sannita – Telese – Sant’Agata de’ Goti, Membro della Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo.
    - S.E. Mons. Francesco ALFANO, Arcivescovo di Sant’Angelo dei Lombardi – Conza – Nusco – Bisaccia, e S.E. Mons. Giovanni RICCHIUTI, Arcivescovo di Acerenza, Membri della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace.
    - Don Giovanni Attilio CESENA (Milano) Direttore dell’Ufficio Nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese, per un quinquennio.
    - Don Gino BATTAGLIA (Roma) Direttore dell’Ufficio Nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, per un quinquennio.
    - Mons. Nunzio GALANTINO (Cerignola – Ascoli Satriano) Responsabile del Servizio Nazionale per gli Studi superiori di Teologia e di Scienze religiose, per un quinquennio.
    - Don Neville Joe PERERA (Lugano) Coordinatore nazionale per la pastorale dei cattolici srilankesi in Italia, per un ulteriore triennio.
    - Don Armando MATTEO (Catanzaro – Squillace) Assistente ecclesiastico nazionale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI), per un ulteriore triennio.
    - S.Em. il Card. Salvatore DE GIORGI, Arcivescovo emerito di Palermo, Assistente ecclesiastico nazionale dell’Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti (UCID), per un triennio.
    - Padre Gian Giacomo ROTELLI, S.I., Assistente ecclesiastico nazionale delle Comunità di Vita Cristiana Italiana (CVX), per un ulteriore quadriennio.
    - Don Aldo BASSO (Mantova) Consulente ecclesiastico nazionale della Federazione Italiana Scuole Materne (FISM), per un ulteriore triennio.
    - Mons. Antonio DONGHI (Bergamo) Assistente spirituale nazionale dell’Associazione Opera della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo, per un triennio.
    - S.E. Mons. Simone SCATIZZI, Vescovo emerito di Pistoia, Assistente ecclesiastico nazionale dell’Opera Assistenza Malati Impediti (OAMI), per un ulteriore triennio.
    - Padre Francesco COMPAGNONI, O.P., Assistente ecclesiastico nazionale del Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani (MASCI), per un triennio.
    - Mons. Ottavio PETRONI (Roma) Assistente teologico nazionale dell’Unione Cattolica Italiana Tecnici (U.C.I. Tecnici), per un triennio.
    - Mons. Guido LUCCHIARI (Adria – Rovigo) Consulente ecclesiastico nazionale del Centro Turistico Giovanile (CTG), per un ulteriore triennio.
    - Padre Vincenzo DI BLASIO (Piccola Missione per i Sordomuti) Assistente ecclesiastico nazionale del Movimento Apostolico Sordi (MAS), per un ulteriore quadriennio.


    5. Decisioni e nomine della Presidenza

    La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, riunitasi lunedì 21 gennaio, ha approvato la pubblicazione del documento conclusivo della 45a Settimana Sociale dei cattolici italiani e la revisione dei criteri di valutazione della Commissione Nazionale Valutazione Film.

    Nell’ulteriore riunione di mercoledì 23 gennaio, la Presidenza ha nominato:
    - Membri del Comitato per gli enti e i beni ecclesiastici: Mons. Andrea CELLI (Roma), Don Mirko CORSINI (Bologna), Mons. Giampietro FASANI (Economo della CEI), Prof. Marco GRUMO, Prof. Venerando MARANO (Coordinatore dell’Osservatorio giuridico-legislativo), Avv. Paolo MERLINI, Don Vincenzo MURGANO (Piazza Armerina), Avv. Lorenzo PILON, Dott. Flavio PIZZINI, Mons. Mauro RIVELLA (Sottosegretario della CEI), Don Lorenzo SIMONELLI (Milano), Dott. Cesare TESTA (Direttore Generale dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero), Mons. Luigino TRIVERO (Presidente dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero), Don Bassiano UGGÈ (Aiutante di studio dell’Ufficio Nazionale per i problemi giuridici).
    - Membri del Comitato per la promozione del sostegno economico alla Chiesa Cattolica: Don Luca BRESSAN (Milano), Dott. Domenico DELLE FOGLIE, Prof. Luca DIOTALLEVI, Ing. Paolo MASCARINO (Responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa Cattolica), Don Domenico POMPILI (Direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali), Mons. Mauro RIVELLA (Sottosegretario della CEI), Dott. Cesare TESTA (Direttore Generale dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero).
    - Membri del Comitato per gli Studi superiori di Teologia e di Scienze religiose: Mons. Antonino RASPANTI (Trapani), Mons. Giuseppe LORIZIO (Roma), Prof.ssa Vera ZAMAGNI, Mons. Nunzio GALANTINO (Responsabile del Servizio Nazionale per gli Studi superiori di Teologia e di Scienze religiose).
    - Membri del Consiglio di amministrazione della Fondazione Centro Unitario per la cooperazione missionaria tra le Chiese (CUM): Don Giovanni Attilio CESENA (Direttore dell’Ufficio Nazionale per la cooperazione missionaria fra le Chiese) membro di diritto, Presidente; Padre Romeo BALLAN, M.C.C.I., Mons. Giampietro FASANI (Economo della CEI), Dott. Luca MOSCATELLI, Suor Lidia VERMI, Missionaria Saveriana.
    - Membri del Collegio dei revisori dei conti della Fondazione Centro Unitario per la cooperazione missionaria tra le Chiese (CUM): Don Gugliemo CORBIOLI (Verona), Presidente; Dott. Giuseppe MAGRI, Dott. Sergio PIERANTONI.
    - Membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione Giustizia e Solidarietà: Don Giovanni Attilio CESENA (Direttore dell’Ufficio Nazionale per la cooperazione missionaria fra le Chiese).
    - Assistente spirituale dell’Istituto Scientifico Internazionale Paolo VI: Mons. Decio CIPOLLONI (Camerino – San Severino Marche), per un altro quinquennio.
    La Presidenza ha espresso il gradimento alla nomina di don Federico SCHIAVON, S.D.B., a Direttore dell’Ufficio per la pastorale dei Rom e dei Sinti della Fondazione Migrantes, per un quinquennio.


    Roma, 29 gennaio 2008

    fonte: www.chiesacattolica.it
    Et tunc videbunt Filium hominis venientem in nube
    cum potestate et gloria magna.
    (Luc. 21, 27)

  3. #23
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    CONSIGLIO PERMANENTE
    Roma, 10-13 marzo 2008


    PROLUSIONE
    DEL CARDINALE PRESIDENTE



    Venerati e Cari Confratelli,

    ci ritroviamo a distanza di poche settimane dall’ultima sessione. Mentre i temi allora trattati non sono certo passati di attualità, nuova è la cornice liturgico-spirituale in cui noi li collochiamo. Il tempo di Quaresima, infatti, interpella noi e tutti i credenti in ordine ad una conversione che per essere vera deve riguardare tutta la persona, a partire dal cuore in senso biblico, e quindi deve toccare gli orizzonti di senso, i criteri di giudizio, le scelte concrete. Chiediamo al Signore di trascorrere in stretta unione con Lui, e in autentica comunione tra noi, queste giornate di lavoro, così da adempiere con fedeltà il nostro comune servizio al Popolo di Dio che è in Italia.

    1. Ciascuno di noi ha appena lasciato le rispettive Diocesi e possiamo testimoniare che le nostre Chiese sono fervidamente impegnate a vivere questo tempo forte orientato alla Pasqua, cuore del mistero cristiano. I binari sono quelli provvidenzialmente prospettati dal Santo Padre, Pastore universale, che nella sua cura per l’intero Popolo di Dio ha voluto indirizzare un Messaggio dedicato quest’anno alla pratica cristiana dell’elemosina: questa, “avvicinandoci agli altri, ci avvicina a Dio e può diventare strumento di autentica conversione e riconciliazione con Lui e con i fratelli” (Messaggio per la Quaresima, n. 4, 29 gennaio 2008). Il Papa non trascura un riferimento alle ricchezze materiali che così tanto suggestionano l’uomo, per affermare quanto “netta debba essere la nostra decisione di non idolatrarle”. In tal modo, insieme alla preghiera e al digiuno, “l’elemosina ci aiuta a vincere questa costante tentazione, educandoci a venire incontro alle necessità del prossimo e a condividere con gli altri quanto per bontà divina possediamo”. Infatti, è il pensiero delle “moltitudini che soffrono nell’indigenza e nell’abbandono” il termine di riferimento su cui modellare la nostra condivisione e la nostra solidarietà. (Ib. n. 2)
    Sorge da qui la benedetta prassi delle collette o raccolte speciali che, particolarmente in questo periodo, si promuovono all’interno delle singole comunità, e attraverso le quali si vuole corrispondere alle necessità dei fratelli vicini e lontani. E dunque è l’attività della Caritas quella che specialmente viene beneficiata, così come sono i gemellaggi con i missionari presenti nei vari continenti ad essere rinvigoriti. È un risveglio sempre rigoglioso, questo che puntualmente si verifica in ogni Quaresima, e per il quale ci uniamo al rendimento di grazie a Dio, espresso dal Papa stesso in un’altra recente occasione: “sono molti i cristiani che spendono tempo ed energie per far giungere non solo aiuti materiali, ma anche un sostegno di consolazione e di speranza a chi versa in condizioni difficili (…) Non dobbiamo dimenticare – aggiungeva il Pontefice – che le opere di carità costituiscono un terreno privilegiato di incontro anche con persone che ancora non conoscono Cristo o lo conoscono solo parzialmente” (Discorso ai Partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, 29 febbraio 2008). Davvero l’attività caritativa occupa e deve sempre più occupare un posto centrale nella missione evangelizzatrice delle nostre Chiese (cfr. Ib.). È noto peraltro come i singoli Vescovi siano soliti “calare” nella loro specifica realtà le indicazioni pastorali proprie di questo periodo. In tal modo, non solo si orientano verso obiettivi concreti e affettivamente “prossimi” le offerte raccolte, ma si specificano ulteriormente e creativamente gli impegni tipici della Quaresima, a partire da quello di una più intensa vita sacramentale, la preghiera, l’ascolto della Parola, l’ascesi.
    In questo contesto, non possiamo non ricordare espressamente i nostri amati sacerdoti e i diaconi: essi sono i nostri primi e insostituibili collaboratori. Mentre rinnoviamo loro la nostra paterna stima e sincera gratitudine, sollecitiamo noi e loro a continuare con decisione in quel cammino di formazione permanente che si attua in ogni Diocesi e che la Chiesa ci chiede per rinnovare il dono ricevuto attraverso l’imposizione delle mani (cfr 2Tm 1,6), e insieme alimentare e sostenere la gioia della nostra vocazione e missione.

    2. Questo dinamismo pastorale, che ciclicamente si intensifica volendo sempre più affinarsi per la causa del Regno, riflette la Chiesa che, nella sua dimensione più autentica, non è mai pienamente misurabile attraverso ricerche sociologiche o rilevazioni demoscopiche. Pur rispettando, e noi stessi spesso valorizzando, il lavoro dei sociologi che in modo ricorrente procurano di soppesare il “gradimento” della Chiesa, non dobbiamo mai dimenticare quel “quid” che è l’azione del mistero cristiano nelle anime. Certo che i criteri scientifici di queste misurazioni contano, e non tutti hanno ovviamente lo stesso valore; tuttavia sappiamo che, anche quando li si applicasse con metodo e rigore, si deve mettere in conto – dice Gesù a Nicodemo − che lo Spirito di Dio, come “il vento, soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va” (Gv 3,8). La vera Chiesa, la Chiesa del profondo, diremo con Romano Guardini (cfr. La realtà della Chiesa, Morcelliana 1967, rist. 2004, pag. 21 e ss.), è quella delle anime: al suo risveglio noi operai del Vangelo ci dedichiamo senza tregua, contando tuttavia − e primariamente affidandoci − sul lavoro della Grazia.

    3. Incontrando il 24 gennaio scorso i Vescovi della Slovenia, Benedetto XVI annotava: “Il secolarismo di impronta occidentale, diverso e forse più subdolo di quello marxista, presenta segni che non possono non preoccuparci” (Discorso in occasione della Visita ad Limina, 24 gennaio 2008). Questi segni preoccupanti, noi nei Paesi Occidentali, li conosciamo bene! Non è un caso che la nostra Conferenza fin dagli anni Settanta abbia voluto rifletterci, e da allora non abbia mai smesso di interrogarsi su questa sfida, che si pone a diversi livelli e in varie direzioni, come si è cercato di approfondire nei successivi Orientamenti pastorali che la Chiesa italiana si è data. Ma certamente vale anche per noi l’esortazione riassuntiva del Papa ai confratelli sloveni: “bisogna rispondere alla cultura materialistica ed edonistica con una coerente azione evangelizzatrice che parta dalle parrocchie: è infatti dalle comunità parrocchiali, più che da altre strutture, che possono e devono venire iniziative ed atti concreti di testimonianza cristiana” (Ib). Parrocchie e diocesi che, nel quadro di una pastorale integrata, si lasciano arricchire dalla presenza vivificante dei movimenti e delle aggregazioni ecclesiali, in ordine all’unica e multiforme missione della Chiesa (cfr. Benedetto XVI, Omelia dell’Incontro con i movimenti ecclesiali e le nuove comunità, 3 giugno 2006).
    Si situa in questo contesto l’impegno educativo che tradizionalmente le nostre Chiese sviluppano tra i giovani: ne è prova il movimento pastorale che è sorto dalle Giornate mondiali della Gioventù, felicemente scaturite dalla mente e dal cuore di Giovanni Paolo II, e che Benedetto XVI ha infatti continuato a sviluppare. In questa stagione, i nostri giovani stanno capillarmente preparandosi alla XXIII Giornata mondiale di Sydney, che ha come tema: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” (At 1,8). Per la prima volta, il seme delle Gmg toccherà il continente nuovissimo, l’Australia, verso cui per decenni mossero i loro passi migliaia e migliaia di nostri emigranti, che ora con i loro discendenti costituiscono una componente importante della grande nazione. La lontananza di quella terra rispetto all’Italia permetterà probabilmente una partecipazione italiana più circoscritta, ma non meno convinta e non meno calorosa che in altre occasioni: i nostri giovani ci saranno, e noi Vescovi − per quanto possibile − li accompagneremo con gioia. Accoglieremo come preziosa la testimonianza che ci verrà dai giovani degli altri Paesi e offriremo con umiltà la nostra. Come italiani, reduci dall’indimenticabile Agorà di Loreto, abbiamo un dovere più grande di accompagnare fin laggiù il Papa, e di sostenerlo con il nostro affetto. Naturalmente chi rimarrà nelle proprie città seguirà, attraverso il collegamento assicurato dai nostri media, l’evento in tutto il suo sviluppo, cercando di farne un’occasione dilatata di crescita e di missione.
    “La sete di Dio c’è”, diceva il Papa, parlando a braccio, nell’incontro quaresimale con il clero di Roma, il 7 febbraio scorso. In quella circostanza, egli ha partecipato una confidenza raccolta nelle visite ad limina da un Vescovo proveniente da “un paese dove più del cinquanta per cento si dichiara agnostico”, ma dove “in realtà tutti hanno sete di Dio. Nascostamente esiste questa sete”. E il Papa aggiungeva: “Perciò prima cominciamo noi, con i giovani che possiamo trovare …, impariamo l’amicizia con Gesù. E così pieni di questa gioia e di questa esperienza, possiamo anche oggi rendere presente Dio in questo nostro mondo”.

    4. Nella stessa allocuzione tenuta ai Vescovi della Slovenia, il Santo Padre faceva un’annotazione interessante: “Gli umanesimi non sono tutti uguali, né sono equivalenti sotto il profilo morale”. Rilevazione che, se per noi è chiara sotto ogni evidenza, stenta però a trovare consapevoli riscontri nella cultura pubblica dell’Occidente, dove qualunque idea sembra legittimata, anche la più bizzarra e disarcionante la persona. E non ci riferiamo tanto all’orizzonte religioso, quanto piuttosto a quello etico-sociale. “A seconda della visione di uomo che si adotta – rifletteva il Papa – si hanno conseguenze diverse per la convivenza civile. Se, per esempio, si concepisce l’uomo, secondo una tendenza oggi diffusa, in modo individualistico, come giustificare lo sforzo per la costruzione di una comunità giusta e solidale?” (Ib.). A noi pare che una connessione, così logicamente ovvia e così pragmaticamente inesorabile, sia in modo incomprensibile lasciata scivolar via da troppe cattedre di cultura. Chi non vede che c’è un nesso stringente tra le ipotesi educative circolanti e l’edificio sociale che di fatto si va a costruire? Chi non coglie che oggi “troppe incertezze e troppi dubbi … circolano nella nostra società e nella nostra cultura”, per cui “diventa difficile così proporre alle nuove generazioni qualcosa di valido e di certo, delle regole di comportamento e degli obiettivi per i quali meriti spendere la propria vita” (Benedetto XVI, Discorso per la consegna alla diocesi di Roma della Lettera sul compito urgente dell’educazione, 23 febbraio 2008)? Infatti, non è con i sogni declamati che si costruisce una società nuova e migliore, né con le requisitorie saccenti o le suggestioni vaghe quanto utopiche, ma con i percorsi educativi, con la serietà e l’assiduità delle proposte, con la testimonianza dei maestri, con la severità e lo sforzo diuturno che è proprio di ogni conquista. La vaghezza dell’impegno morale, la fragilità o la banalità di troppe proposte pseudo-educative certamente non permettono quell’urgente e positivo impegno dell’educazione che, quando viene meno, porta anche alla disaffezione verso la comunità e alle appartenenza deboli che ne derivano. Guai, tuttavia, a cedere anche noi al virus della sfiducia. Notava il Santo Padre parlando alla sua diocesi di Roma: “anche nel nostro tempo educare al bene è possibile, è una passione che dobbiamo portare nel cuore, è un’impresa comune alla quale ciascuno è chiamato a recare il proprio contributo” (Ib.).
    Nel messaggio per la Giornata delle Comunicazioni sociali 2008, Benedetto XVI ha posto con grande acutezza una serie di interrogativi che il sistema mediatico-culturale dovrebbe non aver fretta di scrollarsi di dosso. “Con il pretesto di rappresentare la realtà, di fatto si tende a legittimare e ad imporre modelli distorti di vita personale, familiare e sociale... Oggi in modo sempre più marcato, la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiede.” (Messaggio per la 42° Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 24 gennaio 2008, nn. 2 e 3). Per questo bisogna che si diffonda la consapevolezza di essere oggi tutti insieme, come comunità nazionale, anzi come Occidente intero, di fronte ad un bivio: salvare e sviluppare le virtualità del progresso, scongiurando le “possibilità abissali di male − possibilità che prima non esistevano” (Spe salvi, n. 22). Già nell’ultima prolusione evocavo quella necessaria “autocritica dell’età moderna in dialogo con il cristianesimo” che Benedetto XVI pone come condizione di riscatto. Questa autocritica diventa inesorabile dinanzi alle produzioni mediatiche e al fascino che queste esercitano sull’uomo contemporaneo. “Proprio perché si tratta di realtà che incidono profondamente su tutte le dimensioni della vita umana (morale, intellettuale, religiosa, relazionale, affettiva, culturale), ponendo in gioco il bene della persona, occorre ribadire – diciamo con il Papa – che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche eticamente praticabile” (Messaggio cit., n. 3). È qui che noi vogliamo leggere i ripetuti allarmi lanciati dagli organismi competenti circa l’inevitabile impatto della televisione come di internet sulla coscienza in formazione dei minori.

    5. La de-regulation educativa trova oggi qualche singolare corrispettivo nell’attenzione non sempre adeguata che le nostre società occidentali, complesse e fortemente influenzate dalle dinamiche dell’efficienza e della produttività, prestano alle persone fragili, ai malati inguaribili, a quelli terminali, e alle rispettive famiglie, che rischiano nei momenti di più acuta difficoltà, di essere travolte (cfr. Benedetto XVI, Discorso ai Partecipanti al Congresso indetto dalla Pontificia Accademia per la vita, 25 febbraio 2008). Un simile squilibrio lo si può talora rilevare nell’andamento delle ricerche scientifiche applicate alla struttura dell’uomo. Deve essere chiaro che la Chiesa ha stima e fiducia nella scienza, come ha stima per quanti si applicano ad indagare l’inconosciuto; e non potrebbe essere diversamente in quanto la scienza è una delle vie fondamentali per conoscere la straordinarietà del creato e avvicinarsi all’insondabile sapienza del Creatore. E tuttavia nei laboratori della vita è stata da tempo “infranta la barriera posta a tutela della dignità umana”. Lo osservava di recente il Papa, spiegando: “Quando esseri umani, nello stato più debole e più indifeso della loro esistenza, sono selezionati, abbandonati, uccisi o utilizzati come puro «materiale biologico», come negare che essi siano trattati non più come un «qualcuno», ma come un «qualcosa», mettendo così in questione il concetto stesso di dignità dell’uomo?” (Discorso alla Congregazione per la Dottrina della Fede, 31 gennaio 2008). E perché il segnalare questa condizione azzardata, di rischio oggettivo, deve essere scambiato per oscurantismo? Per ostilità verso la scienza? Per ottusa resistenza verso il moderno? Forse che in qualche parte si possono scardinare i perni essenziali dell’umano, senza che tutti ne paghino le conseguenze? Ebbene, i due criteri fondamentali sono: “a) il rispetto incondizionato dell’essere umano come persona dal suo concepimento fino alla morte naturale; b) il rispetto dell’originalità della trasmissione della vita umana, attraverso gli atti propri del coniuge” (Ib.). Riproporli allora, oltre che essere connesso al nostro compito, appartiene al linguaggio dell’amicizia: l’amico non può non segnalare un pericolo, non può non essere preveggente e precauzionale. Per questo, ricordare la via maestra del generare non deve essere letto come un gesto di ostilità verso chicchessia.
    Come non può esserlo il ribadire con pacate argomentazioni che nel rapporto uomo-donna l’umano gioca se stesso e il suo realistico futuro. Nei giorni scorsi, per iniziativa del Pontificio Consiglio dei Laici, è stato ricordato il ventesimo anniversario della Mulieris dignitatem, profetico testo di Giovanni Paolo II. Ebbene, in quell’occasione non si poteva non rimirare l’armonia dell’unità-duale dell’uomo e della donna, quale criterio di dignità per ogni persona, che in questa chiave evita qualsiasi impoverimento, ma anche ogni differenza abissale e conflittuale (cfr. Giovanni Paolo II, Lettera alle donne, n. 8). A tale riguardo, Benedetto XVI osservava che “persiste ancora una mentalità maschilista, che ignora la novità del cristianesimo, il quale riconosce e proclama l’eguale dignità e responsabilità della donna rispetto all’uomo” (Discorso ai partecipanti al Convegno per i vent’anni della Mulieris dignitatem, 9 febbraio 2008). Per questo, dinanzi a fenomeni di discriminazione e umiliazione della donna “più urgente appare l’impegno dei cristiani, perché diventino dovunque promotori di una cultura che riconosce alla donna, nel diritto e nella realtà dei fatti, la dignità che le compete” (Ib.).

    6. Com’è noto, nelle settimane scorse è arrivata a rapida conclusione la quindicesima legislatura della storia della nostra Repubblica. Passaggio non facile, come si è capito dalle parole spese per l’occasione dal Presidente della Repubblica. Nel decreto, successivamente emanato dal Governo, sono state fissate per il 13/14 aprile le elezioni politiche, a cui è stata poi associata l’elezione dei consigli regionali della Sicilia e del Friuli Venezia Giulia, dei consigli provinciali di tredici Province e dei consigli comunali di oltre cinquecento Comuni, grandi e piccoli. Non è, questo, un campo di pertinenza della Chiesa come tale. A noi Vescovi può essere chiesto di dire una parola sull’atteggiamento interiore con cui il Paese si accinge ad affrontare questo appuntamento, tra i più alti del costume democratico. In questa prospettiva, auspichiamo che la circostanza si riveli un’occasione di crescita morale e civile. E può realmente accadere se, nelle circostanze date, e pur nell’inevitabile dialettica connessa agli appuntamenti elettorali, la comunità nazionale impara a volersi più bene, e a voler bene al proprio futuro. Se il Paese prende coscienza che c’è uno zoccolo comune che unisce tutti prima delle fisiologiche diversità e delle inevitabili competizioni. È infatti la consapevolezza di appartenere ad un destino comune che può proficuamente ispirare i comportamenti di ciascuno, e può motivare l’affezione e lo slancio partecipativo alla cosa pubblica. L’Italia ha bisogno di un soprassalto di amore per se stessa, per ricomprendere le proprie radici e dare slancio al proprio avvenire, interpretando adeguatamente il proprio compito nel concerto delle nazioni. Facciamo in modo dunque che risalti la civiltà della politica, e le sue acquisizioni volte al rispetto della persona e allo sviluppo della comunità.
    Va da sé dunque che la Chiesa non prende “nelle sue mani la battaglia politica” (cfr. Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 28). E quindi confermiamo la linea di non coinvolgimento, come Chiesa, e dunque come clero e come organismi ecclesiali, in alcuna scelta di schieramento politico o di partito: linea che già ci ha caratterizzato nelle precedenti consultazioni. Questo non coinvolgimento è, a ben guardare, il contrario del disinteresse e del disimpegno, ma è un contributo concreto alla serenità del clima, al discernimento meno distratto, alla concordia degli animi.
    Inoltre, questo atteggiamento complessivo della Chiesa – come diceva Giovanni Paolo II al Convegno ecclesiale di Palermo – “non ha nulla a che fare con una «diaspora» culturale dei cattolici, con il loro ritenere ogni idea o visione del mondo compatibile con la fede” (Discorso al 3° Convegno ecclesiale della Chiesa italiana, Palermo, 23 novembre 1995). L’irrilevanza della fede non può essere un obiettivo dei credenti, ai quali “come cittadini, sotto la propria responsabilità”, spetta “un compito della più grande importanza”, in rapporto “alle grandi sfide nelle quali porzioni della famiglia umana sono maggiormente in pericolo: le guerre e il terrorismo, la fame e la sete, alcune epidemie terribili…”. Così precisava Benedetto XVI al Convegno ecclesiale di Verona, dove ha subito aggiunto: “Ma occorre anche fronteggiare, con pari determinazione e chiarezza di intenti, il rischio di scelte politiche e legislative che contraddicono fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano, in particolare riguardo alla tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale, e alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, evitando di introdurre nell’ordinamento pubblico altre forme di unione che contribuirebbero a destabilizzarla, oscurando il suo carattere peculiare e il suo insostituibile ruolo sociale” (Discorso al 4° Convegno ecclesiale della Chiesa italiana, Verona, 19 ottobre 2006). È alla luce di questi valori fondamentali che ognuno è chiamato a discernere, poiché si tratta di valori che costituiscono da sempre l’essere stesso della persona umana.
    Interessante notare come entrambi questi Pontefici di origine non italiana, nel parlare ai nostri fedeli e alle nostre Chiese, abbiano sentito il bisogno di richiamare la necessità di una testimonianza aperta e coraggiosa quale “servizio prezioso all’Italia, utile e stimolante anche per molte altre Nazioni” (Benedetto XVI, Ib.; cfr. pure Giovanni Paolo II, Discorso al Convegno ecclesiale di Palermo, n. 8).

    7. Non deve d’altronde destare meraviglia o scandalo se la Chiesa ribadisce i valori morali che scaturiscono dalla fede cristiana, e che spesso sono scoperta anche della ragione, la quale – secondo l’esperienza universale – non cessa di indagare su ciò che l’uomo è. Sono questi valori, ad esempio, che hanno ispirato la storia del nostro popolo, la sua civiltà umanistica, i suoi orizzonti di apertura e coesione; e che ad un tempo ne hanno suggerito il comune sentire. Un tesoro, questo, che contribuisce a garantire ancora oggi quell’identità culturale senza la quale si dissolve lo stesso senso di appartenenza sociale, con le virtù che lo contraddistinguono. Ne discenderebbe una cultura non più personalista, ma piegata ad un’ottica individualistica dell’uomo; e questa inevitabilmente produrrebbe riflessi concreti sulla società tutta come sulla quotidiana convivenza tra persone, famiglie e gruppi. E costituirebbe una seria ipoteca rispetto ad una società veramente altruista, non solo rispettosa ma anche solidale.
    Non possiamo in questo quadro scordare che la Chiesa apprezza il grande bene della ragione e – soprattutto oggi – la difende sia da pretese razionalistiche, che vorrebbero restringerne gli orizzonti, sia dalla presunzione di certi fideismi che facilmente evitano la fatica del pensare. L’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II, come gli innumerevoli e puntualissimi interventi di Benedetto XVI sul tema della ragione, i cui spazi vanno allargati, ne sono luminosa testimonianza. Anche per questo motivo, lo accennavo già sopra a proposito della scienza, la Chiesa nutre una grande stima nei riguardi di coloro che indagano senza pregiudizi la verità sul mondo e sull’uomo − il che cosa, il come e il perché – guidati, nella loro ricerca, da una serena e seria ansia per la verità. Sono quei valori dei quali il Concilio Vaticano II ha voluto dare chiara e preziosa sintesi, non senza ricordare che l’Assise conciliare aveva primariamente a cuore “la persona umana”, salvando la quale si edifica l’umana società. “È l’uomo, dunque, ma l’uomo integrale, nell’unità di corpo e anima, di cuore e di coscienza, di intelligenza e volontà, che sarà il cardine di tutta la nostra esposizione” (Gaudium et spes, n. 3). In questa logica, il Santo Sinodo metteva l’attenzione su una serie di rischi – che diremmo oggi − non negoziabili, in quanto minano il bene costitutivo della persona, ossia “tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, gli sforzi per violentare l’intimo dello spirito; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni disumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro (…); tutte queste cose, e altre simili, sono certamente da riprovare e mentre guastano la civiltà umana, ancor più inquinano coloro che così si comportano, che quelli che le subiscono”. (Ib. n. 27). In questa medesima linea, il Concilio ha diffusamente parlato del bene fondamentale e ineguagliabile della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna (cfr Ib. nn. 47-52). Come ha parlato dell’educazione e della sua “estrema importanza”, e della libertà che essa invoca, dedicando a questa un intero documento, la Dichiarazione Gravissimum educationis. Davvero non c’è nulla di improvvisato in quello che la Chiesa oggi ricorda agli uomini e alle donne di buona volontà.

    8. Ebbene, sarà ancora consentito a chi come noi, già dal nome (epi-scopos), deve guardare pure lontano, di dire fin d’ora una parola pacata e serena a quanti saranno eletti nel Parlamento della XVI legislatura. E dirla perché non possiamo tacere quello che raccogliamo dalla voce diretta della gente tra la quale e per la quale noi, con i nostri sacerdoti, viviamo, condividendo pure tensioni e sofferenze, fino a subire minacce, come è accaduto anche recentemente a un nostro Confratello in Sicilia, al quale va la nostra solidarietà. Le attese più urgenti e i problemi indilazionabili che la popolazione avverte con crescente disagio e per i quali attende risposte credibili, concrete e rapide. In estrema sintesi e semplificando potremmo parlare del “problema della spesa”. Se da una parte è indicativo che nei programmi delle varie liste si rincorrano, pur con termini diversi, una serie di impegni comunemente avvertiti - dall’aumento dei salari minimi, alla difesa del potere d’acquisto delle pensioni, dall’emergenza abitativa alle iniziative di sostegno della maternità, dalle misure per una maggiore sicurezza nei posti di lavoro, al miglioramento di alcune fondamentali infrastrutture a servizio anche dei pendolari … - dall’altra vorremmo che all’indomani del voto ci fosse una spinta convergente, nel rispetto dei ruoli che il corpo elettorale vorrà assegnare, per affrontare realmente queste situazioni, stando al largo dalle strumentalità e dalle speculazioni, per dare un miglioramento effettivo alle condizioni di vita della parte più consistente della popolazione.
    Dobbiamo uscire dall’individualismo, dal pensare egoisticamente solo a se stessi e alla propria categoria nella dimenticanza di tutti gli altri: ce la faremo se anche la politica farà la sua parte. Essa peraltro ha un’insopprimibile valenza di esemplarità. Occorre che il personale politico questo lo tenga presente sempre, abbandonando a sua volta una politica troppo politicizzata, per restituire alla stessa uno spessore etico che solo può fare da collante.

    Cari Confratelli, a fronte della lunghezza della prolusione precedente, non potevo non essere in questa occasione più conciso. Questo fa guadagnare spazio allo scambio tra di noi e al confronto comune. Fin d’ora tuttavia ci affidiamo alla preghiera che “smaschera gli inganni del tentatore e lo sconfigge” (Benedetto XVI, Omelia alla Celebrazione del Mercoledì delle Ceneri, 6 febbraio 2008): la preghiera, scuola di “formazione intima e spirituale che, dall’incontro con Cristo, fa scaturire quella sensibilità d’animo che sola permette di conoscere fino in fondo e soddisfare le attese e i bisogni dell’uomo” (Benedetto XVI, Discorso cit. a Cor Unum). La preghiera che è respiro dell’anima, e per questo in grado di trasformare l’esistenza, modellandola sul Vangelo del Signore. Maria, la Vergine Madre, interceda per noi presso il Figlio Gesù, nostra Pasqua.


    Angelo Card. Bagnasco

    fonte: Conferenza Episcopale Italiana

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    Roma, 10 - 13 marzo 2008


    COMUNICATO FINALE


    Il Consiglio Episcopale Permanente, presieduto dal Card. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova, si è riunito per la sua sessione primaverile, dal 10 al 13 marzo 2008, presso la sede della CEI in Roma. I Vescovi hanno apprezzato e condiviso l’intenzionalità sottesa alla prolusione del Presidente, dove si fa riferimento alla ‘Chiesa del profondo’ per richiamarne la natura specifica e la missione evangelizzatrice, particolarmente urgente oggi verso l’Italia, che ha bisogno – come è stato sottolineato – “di un soprassalto d’amore per se stessa, per ricomprendere le proprie radici e dare slancio al proprio avvenire”.
    Nel corso dei lavori, sono state affrontate numerose questioni, fra cui risaltano l’approvazione dell’ordine del giorno dell’Assemblea Generale del maggio prossimo, il cui tema principale sarà l’educazione e l’evangelizzazione delle giovani generazioni; l’esame delle osservazioni pervenute dalle Conferenze Episcopali Regionali circa la prima parte della traduzione della ‘editio typica tertia’ del Messale Romano; la presentazione del progetto di una “Lettera ai cercatori di Dio”. Particolare attenzione è stata riservata all’avvio di una riflessione su alcuni problemi emergenti della sanità cattolica e a una verifica delle Settimane Sociali dei cattolici italiani. Ci si è poi soffermati sul futuro della Fondazione ‘Giustizia e Solidarietà’, che ha portato a compimento il suo compito istituzionale di allocazione delle risorse finanziarie raccolte nel corso della campagna promossa in occasione dell’anno giubilare, ed è stata illustrata la bozza del Documento comune per una pastorale dei matrimoni fra cattolici e battisti in Italia, nonché quella di una lettera dell’Episcopato sui venti anni del “Sovvenire”, testi che saranno sottoposti all’approvazione della prossima Assemblea Generale. Infine, è stata approvata la proposta di ripartizione dei fondi provenienti dall’otto per mille, si è determinata la misura del contributo economico per i Tribunali ecclesiastici regionali per l’anno in corso e ci si è soffermati sul 25° Congresso Eucaristico Nazionale, che si celebrerà ad Ancona nel settembre 2011.



    1. La “Chiesa del profondo” e l’urgenza educativa
    La constatazione che la Chiesa “nella sua dimensione più autentica, non è mai pienamente misurabile attraverso ricerche sociologiche o rilevazioni demoscopiche”, ha costituito lo spunto per sviluppare una riflessione corale sul momento ecclesiale attuale. Il richiamo esplicito alla ‘Chiesa del profondo’, fatto dal Cardinale Presidente nella prolusione, costituisce in effetti un deciso invito a porre al centro il mistero di Cristo, cuore della fede e dell’esperienza ecclesiale. Come ha affermato il Santo Padre Benedetto XVI durante il Convegno Ecclesiale di Verona: “in un mondo che cambia, il Vangelo non muta. La Buona Notizia resta sempre la stessa: Cristo è morto ed è risorto per la nostra salvezza! Nel suo nome recate a tutti l’annuncio della conversione e del perdono, ma date voi per primi testimonianza di una vita convertita e perdonata” (Omelia allo stadio Bentegodi, 19 ottobre 2006). Su questo sfondo si colloca l’impegno educativo della Chiesa, che, se da un lato rappresenta una dimensione tradizionale del suo agire, dall’altro si è fatto quanto mai urgente oggi, a fronte di una società che non sembra più capace di assicurare riferimenti affidabili per lo sviluppo armonico della persona. Questa urgenza si coglie in particolare tra i giovani e in special modo fra gli adolescenti, che costituiscono la fascia più esposta al disorientamento. Lungi dal cedere alla tentazione della sfiducia, i Vescovi hanno condiviso la convinzione che anche oggi sia possibile educare. Per questo, hanno confermato la scelta dell’evangelizzazione e dell’educazione dei giovani alla fede come argomento principale dell’Assemblea Generale dei Vescovi italiani, che si terrà a Roma dal 26 al 30 maggio prossimi.
    Molteplici contributi sono stati offerti, utili per delineare una rinnovata azione pastorale tra i giovani e con i giovani. Si tratta, in primo luogo, di risvegliare negli adulti la passione educativa, perché “la vita si accende con la vita, la luce si accende con la luce”: senza riferimenti credibili e modelli avvicinabili è impossibile strutturare personalità mature sul piano umano e spirituale. È questa “un’impresa comune alla quale ciascuno è chiamato a recare il proprio contributo”, secondo le parole del Papa nel discorso per la consegna alla diocesi di Roma della Lettera sul compito urgente dell’educazione (23 febbraio 2008).
    È stato poi evidenziato il profilo caratterizzante l’educazione cristiana, che nella storia ha saputo coniugare dottrina ed esperienza, senza scadere a ideologia astratta o ridursi a pragmatismo irriflesso. Come ha ricordato il Presidente nella prolusione, “non è con i sogni declamati che si costruisce una società nuova e migliore, né con le requisitorie saccenti o le suggestioni vaghe quanto utopiche, ma con i percorsi educativi, con la serietà e l’assiduità delle proposte, con la testimonianza dei maestri, con la severità e lo sforzo diuturno che è propria di ogni conquista”. Solo agendo così sarà possibile superare la divaricazione ricorrente tra razionalità e senso della vita, che mina la condizione giovanile, rendendo ardua l’assunzione di responsabilità adulte e fragile la capacità di amare.
    Occorre perciò accompagnare i giovani con lucidità di principi e prossimità di relazioni, aiutandoli gradualmente a diventare protagonisti nella Chiesa e nella società: quest’attenzione deve essere ancor più presente nei percorsi di iniziazione cristiana nelle parrocchie e nelle aggregazioni, ben sapendo che il crescere nella fede passa in via ordinaria attraverso una concreta esperienza di appartenenza. Si tratta, da una parte, di valorizzare il ruolo peculiare e irrinunciabile della famiglia nell’educazione dei figli, e dall’altra di prestare un’attenzione specifica alla scuola, che costituisce il luogo dove è possibile incontrare tutti i ragazzi e i giovani, non solo quelli che frequentano la comunità ecclesiale.

    2.Verso la traduzione della terza edizione del Messale Romano
    Particolare attenzione è stata dedicata all’esame delle osservazioni formulate dai Vescovi e raccolte nelle Conferenze Episcopali Regionali circa la prima parte della traduzione italiana della terza edizione del Messale Romano. Nella consapevolezza che la lex orandi (cioè la forma liturgica della preghiera) è pure lex credendi (cioè rispecchia la sostanza della fede), l’accurato lavoro di analisi e revisione ha inteso coniugare la fedeltà alle direttive della Santa Sede in materia con la preoccupazione pastorale di disporre di un testo facilmente comprensibile e adatto alle esigenze della celebrazione. L’opera di revisione continuerà con le restanti parti del Messale, sino alla sua approvazione definitiva da parte dell’Assemblea Generale, si auspica entro il 2009.

    3. La “Lettera ai cercatori di Dio”: al servizio della fede chi è in ricerca
    Un ulteriore esercizio del magistero episcopale si è avuto nella discussione intorno all’ipotesi di una “Lettera ai cercatori di Dio”. Già il titolo ne svela lo stile colloquiale, ne fa risaltare la destinazione e soprattutto lo scopo, che è quello di rendere ragione della speranza cristiana a quanti sono disposti a lasciarsi interpellare dalla proposta evangelica. Si vuole infatti intercettare “la sete di Dio” che, seppur velata, continua a crescere nella cultura del nostro tempo, solo in superficie agnostica o distratta. In realtà – è stato sottolineato – esistono e anzi si amplificano nel cuore della gente domande che chiedono di essere chiarite e appagate e che, al di là delle apparenze, uniscono nel profondo. Ci si riferisce in concreto non solo a quelle persone inquiete e in stato di ricerca presenti negli ambienti più acculturati, ma anche a quanti ricominciano a desiderare una pratica fedele, dopo anni di lontananza o di generica appartenenza, e a quanti intendono reagire a un materialismo che ha mostrato il suo volto tragicamente effimero.
    In questa linea, la riproposta del kerigma è un dono prezioso, che fa emergere come il Dio di Gesù Cristo non sia solo la “risposta” alle nostre domande, ma anche il “superamento” di ogni attesa umana. Questo approccio eviterà di farne un “tappabuchi”, come di ridurlo a compensazione delle nostre insufficienze o ad appagamento delle nostre aspirazioni, comprendendo come in Dio, grazie all’evento personale di Gesù Cristo, si integrino libertà e felicità. Tale prospettiva diviene storicamente sperimentabile nell’esperienza ecclesiale, superando un’astratta dottrina che inaridisce la vita e uno sterile pragmatismo che vanifica la grazia.


    4. La tutela della salute, la questione politica, l’impegno sociale
    L’avvio di una riflessione sulle istituzioni sanitarie cattoliche ha offerto l’occasione per una più ampia ricognizione sul mondo della salute, delicata frontiera della vita umana, ambito nel quale si registrano oggi non poche tensioni e problematiche. A nessuno sfugge la necessità e l’importanza del ruolo svolto dalle istituzioni sanitarie e socio-sanitarie cattoliche nell’opera di evangelizzazione e di cura pastorale. Secondo i principi di solidarietà e di sussidiarietà, esse costituiscono infatti uno speciale contributo della Chiesa al bene del Paese e, nel contempo, un segno profetico e uno strumento efficace di partecipazione alla redenzione del mondo e della malattia. È stata questa del resto una delle forme storiche in cui il cristianesimo ha saputo realizzare in maniera più convincente “una prassi di vita caratterizzata dall’amore reciproco e dall’attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti” (Benedetto XVI, Discorso al Convegno Ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006). Al presente, però, questa testimonianza che si fa servizio alla fragilità dell’uomo è messa in questione da due fattori: da un lato ci sono le ben note difficoltà di ordine economico legate non solo alla difficile congiuntura, ma anche a una perdurante diffidenza verso le strutture ecclesiastiche, di cui si misconosce talora la produttività e la qualità dei servizi erogati. D’altro lato, pesano la carenza di vocazioni negli istituti religiosi, l’esiguità delle risorse finanziarie e una certa ritrosia a promuovere forme di collaborazione reciproca e di coinvolgimento delle Chiese particolari.
    Dai lavori del Consiglio Permanente è emersa la convinzione che la sanità costituisca un tema di scottante attualità, destinato a condizionare in futuro anche le scelte politiche. Occorre pertanto farsi carico del problema, ribadendone la centralità tra le opzioni pastorali della Chiesa italiana e avendo ben presente che ogni soluzione concreta sottende una visione più complessiva della persona e della società, in cui occorre dare concretamente spazio al principio di sussidiarietà.
    Quest’ultimo rilievo sta pure alla base dell’adesione convinta dei Vescovi all’analisi sviluppata nella sua prolusione dal Cardinale Presidente, che, nell’imminenza delle elezioni politiche, ha auspicato che “la consapevolezza di appartenere ad un destino comune … può proficuamente ispirare i comportamenti di ciascuno, e può motivare l’affezione e lo slancio partecipativo alla cosa pubblica”. Riconfermando, per quel che attiene alla Chiesa, “la linea di non coinvolgimento… in alcuna scelta di schieramento politico o di partito”, egli ha ribadito che tale scelta non comporta la diaspora culturale dei cattolici, esigendo piuttosto “un compito della più grande importanza” non solo in rapporto “alle grandi sfide nelle quali porzioni della famiglia umana sono maggiormente in pericolo: le guerre e il terrorismo, la fame e la sete, alcune epidemie terribili…”, ma anche rispetto al “rischio di scelte politiche e legislative che contraddicono fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano, in particolare riguardo alla tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale, e alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio, evitando di introdurre nell’ordinamento pubblico altre forme di unione che contribuirebbero a destabilizzarla, oscurando il suo carattere peculiare e il suo insostituibile ruolo sociale” (Benedetto XVI, Discorso al Convegno Ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006). I membri del Consiglio Permanente hanno solidalmente condiviso l’ampia analisi offerta nella prolusione – di cui è stato anche apprezzato il ripetuto richiamo alla costituzione del Concilio Vaticano II Gaudium et Spes (nn. 3, 27, 47-52) – integrandone le prospettive con la denuncia di ulteriori gravi fenomeni di degrado sociale, fra cui spicca oggi la piaga degli incidenti sul lavoro, il dilagare dell’usura e il carattere pervasivo delle infiltrazioni mafiose in molte aree del Paese. In positivo, il Consiglio Permanente ha espresso apprezzamento e sostegno all’iniziativa promossa dal Forum delle Associazioni familiari per un fisco più giusto in ordine alla famiglia, richiamando la necessità di proporre a tutti nuovi stili di vita, ispirati alla solidarietà e alla sobrietà, che si facciano carico dei problemi dell’equità sociale e della sostenibilità ambientale.
    In questa linea, è stata additata l’esperienza esemplare della Fondazione ‘Giustizia e Solidarietà’, costituita dalla CEI in occasione della campagna giubilare per la riduzione del debito estero dei Paesi poveri, che si avvia a concludere le proprie attività, avendo interamente erogato le proprie risorse, raccolte con il contributo dei fedeli, a vantaggio della conversione del debito della Guinea Conakry e dello Zambia. Non verrà meno, tuttavia, da parte della Chiesa in Italia l’attenzione educativa e l’approfondimento scientifico, culturale e progettuale circa le problematiche del debito estero.
    Particolare attenzione è stata poi riservata a una riflessione sul futuro delle Settimane Sociali dei cattolici italiani, a partire da una valutazione sullo svolgimento e gli esiti della recente edizione centenaria, celebrata a Pistoia e a Pisa dal 18 al 21 ottobre 2007. I Vescovi hanno confermato la bontà dell’intuizione originaria, ponendo i presupposti per il proseguimento nel futuro, all’interno della programmazione organica delle iniziative proposte alla Chiesa che è in Italia, in stretto contatto con il progetto culturale.

    5. Adempimenti in vista della prossima Assemblea Generale
    Il Consiglio Permanente ha approvato la bozza di due testi che dovranno essere sottoposti alla valutazione e all’approvazione della prossima Assemblea Generale, che si terrà a Roma dal 26 al 30 maggio: una lettera a vent’anni dall’avvio del nuovo sistema di sostegno economico alla Chiesa e il Documento comune per una pastorale dei matrimoni fra cattolici e battisti in Italia. È stata approvata la proposta di ripartizione dei fondi dell’otto per mille, anch’essa da presentare al vaglio della prossima Assemblea Generale, e la misura del contributo annuale per i Tribunali ecclesiastici regionali.
    È stata, infine, indicato il mese di settembre 2011 per la celebrazione del 25° Congresso Eucaristico Nazionale, che si terrà ad Ancona e avrà come titolo: “Signore, da chi andremo?”, lasciando l’ulteriore determinazione della settimana di celebrazioni a una valutazione in sede di Conferenza Episcopale Marchigiana.
    Vicinanza sincera e fraterna solidarietà è stata espressa alla Chiesa che è in Iraq per la drammatica vicenda del rapimento dell’arcivescovo di Mossul dei Caldei, S.E. Mons. Paulos Faraj Rahho, del quale, purtroppo, è giunta la notizia della tragica scomparsa dopo la conclusione dei lavori del Consiglio.

    6. Nomine

    Nel corso dei lavori, il Consiglio Permanente ha provveduto alle seguenti nomine:

    * Consiglio di amministrazione della Fondazione Migrantes, per un quinquennio:
    - durante munere, il Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni, quale Presidente della Fondazione: S.E. Mons. Lino Bortolo BELOTTI; Vescovo ausiliare di Bergamo; Mons. Piergiorgio SAVIOLA (Reggio Emilia - Guastalla), Direttore Generale della Fondazione;
    - Dott. Giuseppe CALCAGNO, tesoriere;
    - Don Michele PALUMBO (Potenza – Muro Lucano – Marsico Nuovo), Mons. Giovanni Battista BETTONI (Bergamo), Don Mario ALDIGHIERI (Cremona), Avv. Maurizio CRISANTI.

    * Comitato scientifico-organizzativo delle Settimane Sociali dei cattolici italiani, per un sessennio:
    - membro di diritto, il Presidente della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace: S.E. Mons. Arrigo MIGLIO, Vescovo di Ivrea, nominato Presidente;
    - Dott. Edoardo PATRIARCA, nominato Segretario;
    - S.E. Mons. Gianni AMBROSIO, Vescovo di Piacenza – Bobbio, S.E. Mons. Mariano CROCIATA, Vescovo di Noto; Suor Alessandra SMERILLI, F.M.A., Don Vincenzo SORCE (Caltanissetta); Avv. Alessandro AZZI, Prof.ssa Simona BERETTA, Prof.ssa Maria Luisa DI PIETRO, Prof. Luca DIOTALLEVI, Dott. Franco PASQUALI, Dott.ssa Paola SOAVE.

    * Assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore: Mons. Sergio LANZA (Como), per un quinquennio.

    * Coordinatore nazionale per la pastorale dei cattolici ungheresi in Italia: Mons. Laszlo NÉMETH (Esztergom – Budapest), per un ulteriore triennio.

    * Coordinatore nazionale per la pastorale dei cattolici albanesi in Italia: Don Pasquale FERRARO (Roma), per un ulteriore triennio.

    * Assistente ecclesiastico nazionale dell’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI): S.Em. Card. Dionigi TETTAMANZI (Milano), per un ulteriore quadriennio.


    La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, riunitasi lunedì 10 marzo 2008, ha dichiarato Presidente ad interim della Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali S.E. Mons. Pietro BROLLO, Arcivescovo di Udine, e ha accolto le dimissioni del Presidente della Commissione Episcopale per il servizio della carità e la salute, S.E. Mons. Francesco MONTENEGRO, Arcivescovo eletto di Agrigento, con decorrenza dal 26 maggio 2008.

    La Presidenza ha altresì provveduto alle seguenti nomine:
    * Membri del Comitato per il progetto culturale, per un quinquennio: S.Em. Card. Angelo SCOLA, Patriarca di Venezia; S.E. Mons. Ignazio SANNA, Arcivescovo di Oristano; Prof. Ugo AMALDI; Dott.ssa Paola BIGNARDI; Dott. Dino BOFFO; Prof. Francesco BOTTURI; Prof. Francesco D’AGOSTINO; Mons. Fiorenzo FACCHINI (Bologna); Prof. Lorenzo ORNAGHI; Prof. Andrea RICCARDI; Prof.ssa Paola RICCI SINDONI; Prof.ssa Eugenia SCABINI.

    * Membro del Comitato per i Congressi Eucaristici Nazionali: Dott. Vittorio SOZZI, Coordinatore degli Uffici e dei Servizi della Segreteria Generale della CEI.

    La Presidenza, infine, ha espresso il gradimento alla nomina di Don Michele MORANDO (Verona) a Direttore dell’Ufficio per la pastorale degli emigrati italiani della Fondazione Migrantes, per un quinquennio.



    Roma, 18 marzo 2008

    fonte: www.chiesacattolica.it
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    (Luc. 21, 27)

  5. #25
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    Messaggio della Cei per la Giornata dell'Università Cattolica del Sacro Cuore

    Il segno
    di un cattolicesimo popolare



    Un'occasione per riflettere "sulla radice e sul senso della cultura popolare e sul rapporto tra università e popolarità". È quanto sottolinea la presidenza della Conferenza episcopale italiana in un messaggio diffuso in vista dell'ottantaquattresima Giornata per l'Università Cattolica del Sacro Cuore che si celebrerà domenica 6 aprile sul tema "Dedizione, fede e passione: l'impegno per una cultura popolare. Attualità della missione di Armida Barelli, co-fondatrice dell'Università Cattolica". Pubblichiamo di seguito il testo del messaggio.


    Il tema dell'ottantaquattresima Giornata per l'Università Cattolica del Sacro Cuore richiama due aspetti fra loro correlati di notevole suggestione e di grande attualità: il ricordo della figura e dell'opera di Armida Barelli e l'impegno per una cultura popolare.
    Tale riflessione ben si inserisce nel cammino che la Chiesa in Italia sta compiendo a partire dalla celebrazione del quarto Convegno ecclesiale nazionale (Verona, 16-20 ottobre 2006) e della quarantacinquesima Settimana sociale dei cattolici italiani (Pistoia - Pisa, 18-21 ottobre 2007).
    Nella Nota pastorale dell'Episcopato italiano dopo il Convegno scaligero si sottolinea come la Chiesa in Italia continui anche oggi a mostrare il suo tratto più originale: "Essere una famiglia aperta a tutti, capace di abbracciare ogni generazione e cultura, ogni vocazione e condizione di vita, di riconoscere con stupore anche in colui che viene da lontano il segno visibile della cattolicità. Appartiene alla nostra tradizione il patrimonio di una fede e di una santità di popolo: un cristianesimo vissuto insieme, significativo in tutte le stagioni dell'esistenza, in comunità radicate nel territorio, capace di plasmare la vita quotidiana delle persone, ma anche gli orientamenti sociali e culturali del Paese. Il carattere popolare del cattolicesimo italiano, ben diverso da un "cristianesimo minimo" o da una "religione civile", è una ricchezza e una responsabilità che dobbiamo conservare e alimentare facendo brillare davanti alla coscienza di ragazzi e giovani, adolescenti e adulti, la bellezza e la "vivibilità" di una vita ispirata dall'amore di Dio, da cui nessuno è escluso" ("Rigenerati per una speranza viva" [Prima lettera di Pietro 1, 3]: Testimoni del grande "sì" di Dio all'uomo, n. 20).
    Armida Barelli è stata, in questa direzione, una testimone autentica e appassionata del legame tra cultura, Vangelo e popolo di Dio. La sua missione rivolta alle giovani del tempo, chiamate a uscire da un contesto di vita spesso angusto per aderire a una proposta educativa di ampio respiro, capace di renderle più consapevolmente protagoniste nella Chiesa, si è espressa in forme diverse e creative, frutto di una robusta spiritualità unita a un notevole talento organizzativo. La centralità dell'esperienza religiosa caratterizzata da una viva sensibilità sociale fa della Barelli una figura esemplare e degna di aspirare agli onori degli altari.
    Non meraviglia, perciò, il rilievo attribuito alla sua opera anche durante i lavori della quarantacinquesima Settimana sociale, dove è stato ricordato il suo incontro con padre Agostino Gemelli e il conseguente impegno per l'Università Cattolica. Negli anni in cui padre Gemelli e il gruppo di amici che lo circondava diedero vita all'Ateneo del Sacro Cuore, il cattolicesimo italiano alimentò un forte filone di cultura popolare, da cui sono nati molteplici opere. E si deve proprio ad Armida Barelli, co-fondatrice dell'Università Cattolica, l'intuizione di far sostenere l'Università da un rete di sostenitori diffusa sul territorio, mediante la costituzione, avvenuta già nel 1921, dell'Associazione degli Amici. Alla passione della Barelli si deve anche questa Giornata nazionale, che costituisce un'occasione annuale di comunicazione e di sostegno dell'Ateneo.
    Riproporre oggi all'attenzione delle Chiese che sono in Italia la figura e l'opera di Armida Barelli non è solo un atto di doveroso omaggio ma può anche offrirci l'occasione per riflettere - in un contesto storico assai mutato - sulla radice e sul senso della cultura popolare e sul rapporto tra università e popolarità. L'Ateneo cattolico ha davanti a sé alcune sfide urgenti e delicate. Ogni istituzione di livello universitario, in Italia e in tutta l'Europa, deve infatti fare fronte a richieste diverse e apparentemente contraddittorie: formare un numero sempre più elevato di giovani, senza mortificare la qualità dell'offerta accademica, garantendo nel contempo una preparazione specialistica di eccellenza agli studenti che dovranno domani assumere compiti direttivi nella società.
    L'Università Cattolica è in prima linea nell'affrontare questa sfida e può attingere alla sua storia per elaborare soluzioni efficaci a domande complesse. Questo Ateneo, infatti, è nato come "evento di popolo" e a queste radici non è venuto mai meno. D'altra parte, non rinuncia a progettare percorsi di alta formazione per i giovani che costituiranno la classe dirigente di domani e a proseguire senza sosta nel cammino della ricerca scientifica.
    A questo proposito salutiamo con favore la nascita, all'interno dell'Università Cattolica, dei centri di ricerca interuniversitari, strutture finalizzate all'ideazione, allo sviluppo e alla realizzazione di progetti di ricerca e alla promozione di attività e iniziative di approfondimento e alta divulgazione, in risposta alle principali sfide della nostra epoca. Dedicati ai temi ritenuti di particolare rilevanza strategica - la bioetica, la famiglia, la dottrina sociale della Chiesa, la solidarietà internazionale - essi offrono un prezioso e peculiare contributo al "progetto culturale orientato in senso cristiano", tratto qualificante della proposta pastorale della Chiesa in Italia.
    È perciò centrale, in questa Giornata, il collegamento tra storia e futuro: infatti, l'Università Cattolica del Sacro Cuore caratterizza il suo servizio alla Chiesa e al Paese nell'essere luogo di formazione e di preparazione professionale e, allo stesso tempo, esperienza educativa per migliaia di giovani ai quali offre non solo una ricca proposta didattica, ma anche accoglienza e ospitalità nei collegi universitari, nati per permettere anche a chi viene dai luoghi più lontani di sperimentare il dialogo culturale in un contesto di serietà e serenità. Anche per questa ragione, le Chiese che sono in Italia sono invitate a valorizzare la Giornata, come occasione per sensibilizzare le comunità sull'importanza e sui bisogni concreti di questa preziosa e peculiare istituzione accademica.

    (©L'Osservatore Romano - 30 marzo 2008)

  6. #26
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    La relazione del cardinale presidente della Conferenza episcopale italiana

    La scelta di affrontare temi decisivi



    "Pagine scritte, pagine da scrivere. La nuova stagione del Progetto culturale e i media cattolici a servizio della coscienza credente". Questo è il tema dell'intervento tenuto l'8 maggio a San Donato Milanese, al convegno nazionale dei direttori e dei collaboratori degli uffici diocesani per le comunicazioni sociali, dal cardinale presidente della Conferenza episcopale italiana. Pubblichiamo ampi stralci della sua relazione.



    di Angelo Bagnasco
    Cardinale, arcivescovo di Genova,
    presidente della Conferenza episcopale italiana


    Ci troviamo qui per discutere di informazione da quello che siamo, cioè da cattolici. Ci interessa mettere a fuoco "lo sguardo quotidiano" con cui affrontare il mondo circostante, nella consapevolezza che questo sguardo ci deve qualificare. Come ha qualificato i cattolici - laici e sacerdoti - che nell'arco in particolare degli ultimi centovent'anni hanno messo in pagina le gesta umili e sapienti del nostro popolo. Siamo infatti l'ultima propaggine - non certo quella che scriverà però la parola "fine" - di una vicenda che da più di un secolo si dispiega nelle città e nei borghi del nostro Paese, interpretando - si dice nel cartoncino di invito a questo convegno - un giornalismo della "prossimità", che ha scritto innumerevoli, gloriose pagine nel segno dell'attenzione al "popolo" minuto, alla sua vita, alle sue imprese, anche quando altri giornali guardavano invece da altre parti. (...) Perché la nostra riflessione sia feconda, non dobbiamo perdere di vista l'orizzonte di significati entro cui ci collochiamo e soprattutto l'identità che ci caratterizza. La nostra responsabilità ultima è pastorale e la riflessione sui media non può essere fine a se stessa, ma sempre orientata all'obiettivo fondamentale dell'annuncio della Buona Novella della Salvezza. Il Santo Padre Benedetto XVI, nell'omelia pronunciata durante la Celebrazione Eucaristica al Convegno di Verona, ci ricordava: "Noi siamo gli eredi degli apostoli, di quei testimoni vittoriosi! Ma proprio da questa constatazione nasce la domanda: che ne è della nostra fede? In che misura sappiamo noi oggi comunicarla?". (...) Il nostro modo di guardare al mondo, per raccontarlo poi ad altri, non può essere asettico, clinico, in quanto la realtà dissezionata e scarnificata in nome di una velleitaria oggettività, perde se stessa, si trasforma in cosa morta. Potremmo dire che siamo il nostro sguardo: tutta la nostra persona è ingaggiata nell'osservazione prima e nel racconto poi. La fede, lungi dal deformare la realtà osservata, suscita nell'osservatore uno sentire empatico verso l'umanità in generale. Il "chi siamo" influenza il modo in cui ci accostiamo alle vicende e alle persone. Lo verifichiamo quotidianamente, in negativo, vedendo come viene troppo spesso confezionata l'informazione che ci tocca più da vicino, quella sulla vita della Chiesa. Quante volte vediamo all'opera un pregiudizio negativo in base al quale ogni vicenda è filtrata e nulla di buono viene riconosciuto? Per noi la convinzione che l'occhio influenza il modo di guardare deve valere in positivo: il nostro sguardo non può prescindere dalla fede, la quale non è accessorio facoltativo della nostra identità, ma la radice più profonda del nostro essere (...) Questo dato impone ai nostri strumenti, nella misura consona alla fisionomia di ciascuno, di tenere fissa l'attenzione su quelle situazioni che vedono l'umanità violata e sfruttata. Vanno raccolte le realtà che vedono la dignità umana colpita, la vita minacciata, la salute compromessa. Il male ci interpella sempre, e non dobbiamo occultarlo, ma va raccontato con pietà, evitando compiacenze e ogni suo uso strumentale volto a catturare attenzione.
    Dobbiamo altresì essere capaci, e si tratta di un servizio particolarmente urgente oggi, di dare risalto al bene che sappiamo presente ovunque e disseminato fin nei luoghi più reconditi del nostro Paese. È questa una missione di importanza decisiva. Bisogna dire che il bene c'è, e raccontare tutto il bene che c'è. Servono occhi capaci di vederlo. La mentalità secolarista dilagante nel nostro tempo, che ha catturato tanti adulti ma che aggredisce soprattutto i giovani, si alimenta della tabula rasa dei valori creata da un'informazione che troppo spesso demolisce e dissacra. Il nichilismo culturale propone un mondo in cui sembra non esserci valore e convinzione che non siano in balìa dell'arbitrio, sotto il dominio di un individualismo senza vincoli. Per questo modo di pensare, il bene non esiste: sembra che possano esserci solo delle persone buone, spesso sospettate di scarsa intelligenza e poca voglia di godere la vita. Il che non è accettabile perché non è vero. Non tanto perché pretendiamo di imporre uno scafandro ideologico alla realtà, così da vederla tutta pregiudizialmente rosa, quanto perché sappiamo che il bene esiste davvero e si rifrange in un'infinità di situazioni che noi abbiamo la responsabilità di far emergere. Se non si contrasta il nichilismo diventa impossibile perfino di parlare di ciò che più ci sta a cuore: il Signore, il Bene che innerva ogni bene, la stessa buona razionalità. (...) Se è vero che la realtà è redenta da Cristo, è vero anche che i problemi sul tappeto sono cruciali. Dobbiamo affrontarli riconoscendo che su tutti emerge la questione relativa proprio alla persona umana: chi è oggi l'uomo, e come vogliamo che sia nell'immediato futuro? Questa domanda è stata al centro, un anno e mezzo fa, delle giornate veronesi. Ci siamo detti che le scoperte della scienza e gli interventi della tecnologia non sono neutri, ma incidono profondamente sulla natura e sulla stessa idea di uomo, tendendo a rimodellarlo. La fede cristiana non è indifferente di fronte a ciò. Non accetta né condanna nulla acriticamente. Ma mette in guardia gli uomini d'oggi da ogni forma di idolatria, fosse pure quella raffinata, travestita da progresso, in una tecnologia che non accetta di essere né giudicata né governata. (...) Le "pagine da scrivere" sono molte e impegnative. Ci dà fiducia la consapevolezza che il cammino fin qui percorso è stato positivo e ci lascia in eredità solide basi di presenza e di credibilità. Le difficoltà incontrate non ci hanno abbattuto e, proprio nel campo della comunicazione, al di là di ciò che la nostra sagacia può mettere in cantiere, ci incoraggia la constatazione che lo Spirito continua a produrre eventi mediatici la cui potenza va al di là di ogni nostra capacità di previsione, basti ricordare i giorni attorno alla Pasqua 2005, dalla Via Crucis al Colosseo, alle esequie del Santo Padre Giovanni Paolo II celebrate dall'allora cardinale Ratzinger. Le nuove pagine che andremo a scrivere attingano forza da quel Vangelo sfogliato dalla mano invisibile del vento - qualcuno ha detto: dello Spirito - indelebilmente impresso nella memoria nostra e di un numero sterminato di persone di tutto il pianeta.


    (©L'Osservatore Romano - 10 maggio 2008)

  7. #27
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    Roma, Assemblea Generale CEI
    in Vaticano dal 26 al 30 maggio 2008



    La 58ª Assemblea Generale della CEI si aprirà alle ore 17.00 del 26 maggio 2008 a Roma, in Vaticano, con la prolusione di S.Em.za Card. Angelo Bagnasco, Presidente della CEI. Seguirà il saluto del Nunzio Apostolico in Italia S.E. Mons. Francesco Bertello, e dei Vescovi delegati delle Conferenze Episcopali estere. L’Assemblea procederà poi all’elezione del Presidente della Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali e del Presidente della Commissione Episcopale per il servizio della carità e la salute. Nel corso dei lavori si discuterà di “Giovani e Vangelo: percorsi di evangelizzazione ed educazione”.
    Poi i vescovi italiani rifletteranno sui vent’anni del nuovo sistema di sostegno economico alla Chiesa cattolica in Italia. Al riguardo, dopo alcune considerazioni sulle prospettive future, si passerà all’approvazione di una Lettera dell’Episcopato. Mercoledì alle ore 8.30 nella Basilica di San Pietro si terrà una concelebrazione eucaristica presieduta da S.Em.za Card. Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi. Poi sarà presentato e approvato il Documento comune per una pastorale dei matrimoni tra cattolici e battisti in Italia.
    Seguiranno alcune determinazioni e comunicazioni in materia giuridico-amministrativa come la presentazione e l’approvazione del bilancio consuntivo della Conferenza Episcopale Italiana per l’anno 2007, la presentazione e l’approvazione della ripartizione e assegnazione delle somme derivanti dall’8 per mille per l’anno 2008 e la presentazione del bilancio consuntivo dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero per l’anno 2007.
    Durante l’Assemblea Generale della CEI i vescovi italiani incontreranno il Santo Padre Benedetto XVI.

    I lavori assembleari proseguiranno con il punto all’ordine del giorno riguardante la conclusione dell’attività promossa dalla campagna giubilare per la riduzione del debito dei Paesi poveri e la presentazione del documento conclusivo della 45ª Settimana sociale dei cattolici italiani. Saranno infine fornite alcune comunicazioni sulle iniziative nell’ambito dell’Agorà dei giovani italiani in vista della XXIII Giornata mondiale della gioventù (Sydney, 15-20 luglio 2008), sul 25° Congresso Eucaristico nazionale (Ancona, 4-11 settembre 2011), sui quindici anni di rilevazione dei dati sugli alunni avvalentisi e sui docenti in merito all’Insegnamento della religione cattolica e un aggiornamento della ricerca sulla demografia del clero italiano e alcuni dati sulla situazione socio-religiosa in Italia.
    Inoltre verranno date alcune informazioni sulle iniziative nell’ambito delle comunicazioni sociali, sull’Unione Europea e l’impegno delle Chiese, con particolare riguardo all’azione della Comece, sulla Caritas Italiana, sulla Fondazione Migrantes, sulla Fondazione Missio, sulla Giornata per la Carità del Papa.

    Per ultimo verrà presentato e approvato il calendario delle attività della Conferenza Episcopale Italiana per l’anno pastorale 2008-2009.

    fonte: Conferenza Episcopale Italiana
    Et tunc videbunt Filium hominis venientem in nube
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    (Luc. 21, 27)

  8. #28
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    Conferenza Episcopale Italiana
    58a ASSEMBLEA GENERALE
    Roma, 26-30 maggio 2008

    PROLUSIONE DEL CARDINALE PRESIDENTE





    Venerati e Cari Confratelli,

    nel clima ancora vivissimo della solennità del Corpus Domini, autentica festa di popolo, saluto tutti e ciascuno con le parole dell’Apostolo Paolo: “Grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo” (Ef 1,2).
    È sempre una grande gioia ritrovarsi in assemblea plenaria. E infatti non ci stupisce che, nel dopo-Concilio, da varie parti si sia dato un effettivo risalto al profilo che identifica questo incontro collegiale come attuazione e sviluppo dell’affectus collegialis, senza mai omettere come esso non sia surrogabile da altri organismi delle stesse Conferenze episcopali (cfr. Direttorio per il ministero episcopale, nn. 28 e 31). Se il pensiero di ciascuno di noi mai si stacca dalla Chiesa che la Provvidenza di Dio gli ha affidato, una volta che siamo qui riuniti, “l’esercizio congiunto di alcuni atti del ministero episcopale serve a realizzare quella sollecitudine di ogni Vescovo per tutta la Chiesa che si esprime significativamente nel fraterno aiuto alle altre Chiese particolari, (…) e si traduce altresì nell’unione di sforzi e di intenti (…) per incrementare il bene comune e delle singole Chiese” (Giovanni Paolo II, Apostolos suos, n. 13).
    Nel corso di questa Assemblea, affronteremo una serie di questioni di vitale importanza per le nostre diocesi e per la Chiesa che è in Italia. Nella trattazione dei vari argomenti, e nell’assunzione delle scelte che avvertiremo opportune e necessarie, non ci abbandonerà mai la coscienza di essere un segno eloquente dell’amore di Dio per il nostro popolo. Infatti “l’unità dell’episcopato è uno degli elementi costitutivi dell’unità della Chiesa” (ibidem, n. 8).
    Lo Spirito Santo ci dia di vivere questi giorni nella letizia e nella docilità alla grazia, perché tutto quello che pensiamo, facciamo e decidiamo sia a gloria di Dio, per la vita del nostro popolo e della nostra Nazione.

    1. Vorrei porgere anzitutto il saluto deferente di questa Assemblea al Prefetto della Congregazione per i Vescovi, Cardinale Giovanni Battista Re, che mercoledì mattina presiederà la nostra Concelebrazione Eucaristica in San Pietro.
    Salutiamo con molta cordialità il Nunzio apostolico in Italia, l’Arcivescovo Giuseppe Bertello, che è qui con noi e la cui parola avremo tra poco il piacere di ascoltare.
    Salutiamo con affetto e ringraziamo per la loro fraterna presenza i confratelli Vescovi rappresentanti di numerose Conferenze Episcopali d’Europa.

    Diamo un benvenuto cordiale ai nuovi Vescovi che sono entrati nell’ultimo anno a far parte della nostra Conferenza. Confidiamo nel loro impegno solidale e chiediamo al Signore abbondanza di grazie per gli inizi del loro ministero.
    Essi sono:
    - S.E. Mons. Carmelo Cuttitta, vescovo ausiliare di Palermo;
    - S.E. Mons. Domenico Cancian, vescovo di Città di Castello;
    - S.E. Mons. Luigi Renzo, vescovo di Mileto - Nicotera - Tropea;
    - S.E. Mons. Pietro Santoro, vescovo di Avezzano;
    - S.E. Mons. Domenico Cornacchia, vescovo di Lucera - Troia;
    - S.E. Mons. Roberto Busti, vescovo di Mantova;
    - S.E. Mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo ausiliare di Milano;
    - S.E. Mons. Mario Delpini, vescovo ausiliare di Milano;
    - S.E. Mons. Mariano Crociata, vescovo di Noto;
    - S.E. Mons. Armando Trasarti, vescovo di Fano - Fossombrone - Cagli - Pergola;
    - S.E. Mons. Francesco Giovanni Brugnaro, arcivescovo di Camerino - San Severino Marche;
    - S.E. Mons. Carlo Mazza, vescovo di Fidenza;
    - S.E. Mons. Antonio Di Donna, vescovo ausiliare di Napoli;
    - S.E. Mons. Simone Giusti, vescovo di Livorno;
    - S.E. Mons. Giovanni Tonucci, arcivescovo-prelato di Loreto;

    - S.E. Mons. Pietro Vittorelli, abate ordinario di Montecassino;
    - S.E. Mons. Corrado Pizziolo, vescovo di Vittorio Veneto;
    - S.E. Mons. Vittorio Lupi, vescovo di Savona - Noli;
    - S.E. Mons. Francesco Muraglia, vescovo di La Spezia - Sarzana - Brugnato;
    - S.E. Mons. Romano Rossi, vescovo di Civita Castellana;
    - S.E. Mons. Gianni Ambrosio, arcivescovo di Piacenza - Bobbio;
    - S.E. Mons. Beniamino Pizziol, vescovo ausiliare di Venezia;
    - S.E. Mons. Enrico Solmi, vescovo di Parma;
    - S.E. Mons. Giuseppe Fiorini Morosini, vescovo eletto di Locri - Gerace;
    - S.E. Mons. Alceste Catella, vescovo eletto di Casale Monferrato.

    Colgo l’occasione, per salutare affettuosamente Mons. Piergiuseppe Vacchelli, che dopo lungo servizio come Sottosegretario della CEI e Presidente del Comitato per gli interventi caritativi a favore del Terzo Mondo, sabato scorso, è stato nominato Segretario Aggiunto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli e Presidente delle Pontificie Opere Missionarie, con dignità di arcivescovo. A Mons. Piergiuseppe vada il mio augurio più caro, con tanta riconoscenza per la prezioso servizio svolto per la CEI, assicurandogli il ricordo nella preghiera.

    Uno speciale saluto di riconoscenza e di vicinanza spirituale vogliamo rivolgere ai Confratelli che hanno lasciato negli ultimi dodici mesi la guida delle rispettive Diocesi e che in modo nuovo continuano a lavorare con noi per il bene delle nostre Chiese.
    Essi sono:
    - S.E. Mons. Pellegrino Tomaso Ronchi, vescovo emerito di Città di Castello;
    - S.E. Mons. Domenico Tarcisio Cortese, vescovo emerito di Mileto - Nicotera - Tropea;
    - S.E. Mons. Maurizio Galli, vescovo emerito di Fidenza;
    - S.E. Mons. Francesco Zerrillo, vescovo emerito di Lucera - Troia;
    - S.E. Mons. Mariano De Nicolò, vescovo emerito di Rimini;
    - S.E. Mons. Egidio Caporello, vescovo emerito di Mantova;
    - S.E. Mons. Giuseppe Malandrino, vescovo emerito di Noto;
    - S.E. Mons. Giulio Sanguineti, vescovo emerito di Brescia;
    - S.E. Mons. Angelo Fagiani, arcivescovo emerito di Camerino - San Severino Marche;
    - S.E. Mons. Pier Luigi Mazzoni, arcivescovo emerito di Gaeta;
    - S.E. Mons. Armando Dini, arcivescovo emerito di Campobasso - Boiano;
    - S.E. Mons. Bassano Staffieri, vescovo emerito di La Spezia - Sarzana - Brugnato;
    - S.E. Mons. Divo Zadi, vescovo emerito di Civita Castellana;
    - S.E. Mons. Silvio Cesare Bonicelli, vescovo emerito di Parma;
    - S.E. Mons. Alessandro Plotti, arcivescovo emerito di Pisa;
    - S.E. Mons. Carmelo Ferraro, arcivescovo emerito di Agrigento;
    - S.E. Mons. Domenico Calcagno, vescovo emerito di Savona - Noli, nominato Segretario dell’Am-ministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, con dignità di arcivescovo.

    Un’affettuosa e riconoscente memoria facciamo dei fratelli Vescovi che hanno di recente terminato la loro esistenza terrena. Domandiamo al Padre ricco di misericordia, che hanno fedelmente servito, di accoglierli nella pienezza della vita, mentre confidiamo nella loro intercessione, per noi e per il popolo a cui si sono dedicati.
    Ecco i loro nomi:
    - S.E. Mons. Teresio Ferraroni, vescovo emerito di Como;
    - S.E. Mons. Giovanni Cogoni, vescovo emerito di Iglesias;
    - S.E. Mons. Marco Petta, archimandrita emerito di Santa Maria di Grottaferrata;
    - S.E. Mons. Gianni Danzi, arcivescovo-prelato di Loreto;
    - S.E. Mons. Germano Zaccheo, vescovo di Casale Monferrato;
    - S.E. Mons. Gaetano Michetti, vescovo emerito di Pesaro;
    - S.E. Mons. Vittorio Tomassetti, vescovo emerito di Fano - Fossombrone - Cagli - Pergola;
    - S.E. Mons. Vincenzo Maria Farano, arcivescovo emerito di Gaeta;
    - S.E. Mons. Nicola Agnozzi, vescovo emerito di Arino Irpino - Lacedonia;
    - S.E. Mons. Gastone Mojaisky-Perrelli, arcivescovo emerito di Sant’Angelo dei Lombardi - Conza - Nusco - Bisaccia.

    2. Il nostro pensiero va anzitutto al Santo Padre Benedetto XVI, che anche nel corso della presente Assemblea ci farà dono della sua visita e della sua parola. Naturalmente non ci sfugge che tale beneficio ci viene dalla prossimità geografica delle nostre sedi a quella di Pietro. Prossimità che per noi è, prima di ogni altra cosa, impegno di incondizionata vicinanza e responsabilità di amore.

    Tutti abbiamo ancora sotto gli occhi le immagini straordinarie del viaggio apostolico negli Stati Uniti d’America, svoltosi dal 15 al 21 aprile scorso. È nota la circostanza che ha generato la decisione di questa Visita: il bicentenario della elevazione a metropolìa della prima diocesi statunitense, Baltimora, e della fondazione delle sedi di New York, Boston, Filadelfia e Louisville. Ma a tutti è risultato chiaro che tale visita è stata come un grande, straordinario incontro con tutto il popolo americano. Le voci che di là ci sono giunte, hanno tutte raccontato di un viaggio riuscito in ciascuno dei suoi aspetti e dei suoi momenti. L’ombra di Pietro (cfr At 5,15) si è rivelata benefica anche lì per quanti si sono in un modo o nell’altro avvicinati al messaggero di Dio. Il Papa ha sorpreso perché gli è stato consentito di manifestare se stesso, e di esplicare la sua missione di riconciliatore e di seminatore della speranza, sparigliando in un crescendo continuo le previsioni, in una situazione che all’inizio si annunciava molto delicata.

    Un ruolo speciale l’hanno avuto le parole da lui spese, in cinque diversi momenti, a proposito del noto argomento degli abusi sessuali, sul quale probabilmente si era maggiormente attestata l’attesa della stampa. Ma il Papa non si è fatto desiderare: aveva da poco lasciato il suolo di Roma che, già parlando con i giornalisti che condividevano il suo stesso volo, ha usato espressioni di intensa umanità ma anche di esemplare chiarezza. Quell’«Io mi vergogno» con il quale s’è caricato dell’umiliazione e del dolore della Chiesa tutta per lo scandalo causato dai sacerdoti accusati di pedofilia, è stato come l’inizio della rinascita, il riavvio di un cammino nuovo, che ha finito per coinvolgere le stesse persone a suo tempo vittime degli scandali.

    Nel medesimo dialogo informale con i giornalisti al seguito, Benedetto XVI aveva tenuto ad esprimere da subito la sua ammirazione per l’esperienza di libertà che fin dalle origini è in atto in quella grande Nazione. Dove lo Stato è «volutamente e decisamente laico, ma proprio per una volontà religiosa, per dare autenticità alla religione». Che il cardinale Joseph Ratzinger trovasse «affascinante» l’esperimento americano già lo sapeva chi aveva avuto modo di conoscere nel tempo il suo pensiero e i suoi libri. Citiamo per tutti: “Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, islam”, Mondadori, 2004. Era qui, ad esempio, che si avanzava un rilievo significativo all’indirizzo dell’Europa, ossia che il resto dell’umanità vede con allarme «la profanità assoluta che si è andata formando in Occidente», e che è qualcosa «di profondamente estraneo» alle loro culture (ibidem, pag. 72). Ma dinanzi al magistero dispiegato nel corso del viaggio americano, è possibile cogliere meglio le ragioni profonde della sua stima per una Nazione dove «i princìpi che governano la vita politica e sociale sono intimamente collegati con un ordine morale», e poggiano su una «verità evidente per se stessa: che tutti gli uomini sono creati eguali e dotati di inalienabili diritti, fondati sulla legge di natura e sul Dio di questa natura (…). Lungo quel processo, che ha plasmato l’anima della nazione, le credenze religiose furono un’ispirazione costante e una forza orientatrice» (Discorso alla Cerimonia di Benvenuto, Casa Bianca, 16 aprile 2008).

    Ma il Papa non ha taciuto i rischi che corre quella Chiesa, come in genere le altre Chiese pellegrine in Occidente: rischi legati alla sottile influenza del secolarismo e del materialismo che depotenziano i credenti nella loro testimonianza pubblica. E qui importante si è rivelato il discorso pronunciato davanti ai Vescovi americani, nel Santuario nazionale dell’Immacolata Concezione di Washington, lo stesso 16 aprile; e ancor più, se possibile, le risposte date alle loro domande, con la denuncia dell’«apostasia silenziosa» in cui cadono fatalmente molti cattolici, quando recidono il legame con la fede ecclesiale autentica. «Il Vangelo – ha spiegato il Papa – deve essere predicato e insegnato come un modo di vita integrale, che offre una risposta attraente e veritiera, intellettualmente e praticamente, ai problemi umani reali». E aggiungeva: «La dittatura del relativismo, alla fin fine, non è nient’altro che una minaccia alla libertà umana, la quale matura soltanto nella generosità e nella fedeltà alla verità».

    3. Quasi a voler prevenire le obiezioni, è stato il Papa stesso, nel dialogo con i giornalisti, a precisare: «Certamente in Europa non possiamo semplicemente copiare gli Stati Uniti: abbiamo la nostra storia. Ma dobbiamo tutti imparare l’uno dall’altro». E così ci indicava lo snodo attraverso il quale sarà bene non lasciare troppo rapidamente alle spalle questo magistero, in quanto può aiutare noi europei a metter meglio a fuoco il «concetto positivo di laicità», per il quale lo Stato è concepito al servizio della società civile, nelle diverse forme associative che ne esprimono il pluralismo. Uno Stato che, per questo, non dovrà neutralizzare le religioni, perché anch’esse sono chiamate, come le scuole filosofiche e le tradizioni etiche, ad abitare le società pluraliste e ad offrire argomentazioni pubbliche su cui avverrà il confronto e il riconoscimento reciproco. Esprimere liberamente la propria fede, partecipare in nome del Vangelo al dibattito pubblico, portare serenamente il proprio contributo nella formazione degli orientamenti politico-legislativi, accettando sempre le decisioni prese dalla maggioranza: ecco ciò che non può mai essere scambiato per una minaccia alla laicità dello Stato. Né in America né in Europa. La Chiesa non vuole imporre a nessuno una morale “religiosa”: infatti essa enuncia da sempre – insieme a principi tipicamente religiosi – i valori fondamentali che definiscono la persona, cuore della società. Proprio perché fondativi, essi sono di ordine naturale, radicati cioè nell’essere stesso dell’uomo, anche se il Vangelo li assume e rilancia illuminandoli di luce ulteriore e piena.
    Se poi si avrà cura di collegare queste recentissime affermazioni papali con l’elaborazione rintracciabile nell’enciclica Deus caritas est, in particolare nei nn. 28 e 29, allora si avrà un’articolazione ancor più persuasiva della proposta cristiana.

    La sostanza di questo ragionamento, si ricorderà, era già sottesa nella famosa allocuzione svolta da Benedetto XVI a Ratisbona, il 12 settembre 2006, ma è stata come in filigrana riproposta nell’intero discorso tenuto all’Assemblea generale delle Nazioni unite, visitata nell’ambito dello stesso viaggio americano in occasione del 60° anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo. Quando ai diritti umani si nega la loro intrinseca verità, per la pretesa di adattarli continuamente a contesti culturali, etnici e religiosi differenti, o di ridurli al rango di procedimenti metodologici, si causa inevitabilmente la loro erosione interna. Perché mai infatti dovrebbero conservare una loro forza vincolante tante proclamazioni internazionali, una volta che i diritti lì sanciti fossero ridotti a «deboli proposizioni staccate dalla dimensione etica e razionale» (Discorso all’Assemblea generale della Nazioni Unite,18 aprile 2008)? Per affermare i diritti, occorre un loro assoluto radicamento nella giustizia, come occorre un continuo discernimento tra il bene e il male, così da orientare l’agire degli Stati come degli individui.
    Ma perché un simile processo si inneschi, è necessario il riconoscimento del valore trascendente e, in ultima istanza, religioso proprio di ogni persona, «il punto più alto del disegno creatore per il mondo e la storia». È perciò inconcepibile – aggiungeva il Papa – «che dei credenti debbano sopprimere una parte di se stessi – la loro fede – per essere cittadini attivi; non dovrebbe mai essere necessario rinnegare Dio per poter godere dei propri diritti (…). Non si può limitare la piena garanzia della libertà religiosa al libero esercizio del culto; al contrario, deve essere tenuta in giusta considerazione la dimensione pubblica della religione e quindi la possibilità dei credenti di fare la loro parte nella costruzione dell’ordine sociale» (ibidem). Dove il richiamo alla libertà religiosa, che è il primo dei diritti e quello che li prova tutti, è stato richiamato con vigore dal Papa. Purtroppo tale diritto stenta ancora ad essere riconosciuto e rispettato in non pochi luoghi del mondo: appena un mese prima aveva celebrato in San Pietro una santa Messa in suffragio dell’Arcivescovo di Mossul dei Caldei, Paulos Faraj Rahho.
    È in questo quadro che il Pontefice romano ha riaffermato dall’alto podio il valore stesso dell’Onu, definendolo con le parole del predecessore Giovanni Paolo II: «Centro morale, in cui tutte le nazioni del mondo si sentono a casa loro, sviluppando la comune coscienza di essere, per così dire, una famiglia di nazioni» (ibidem).

    4. Il citato discorso all’Onu non tace sulle giuste aspirazioni dei popoli, in particolare di quei Paesi dell’Africa e di altre parti del mondo «che rimangono ai margini di un autentico sviluppo integrale, e sono pertanto a rischio di sperimentare solo gli effetti negativi della globalizzazione» (ibidem). Uno di questi rischi, forse il maggiore, è da qualche settimana con speciale evidenza sotto i nostri occhi. Mi riferisco all’emergenza alimentare che ha tra le sue cause principali l’impennata dei prezzi dovuta all’aumento del costo del petrolio. Solo il prezzo del grano è cresciuto del 130%! Si aggiunga che a causa della siccità c’è stata una riduzione dei raccolti in taluni grandi Paesi produttori, come l’Australia. Oltre che al passaggio di molte zone agricole da colture commestibili a colture destinate alla produzione di biocarburanti.
    L’effetto a catena di questi fattori ha portato alcune nazioni a sospendere le esportazioni, di riso in particolare (rincarato del 74%), determinando un’ulteriore scarsità. Tra l’Africa, il Sudest asiatico e il Centro America, questo “tsunami silenzioso”, a dirla con l’Onu, sta mettendo a rischio la sopravvivenza di almeno 100 milioni di persone, incapaci ormai di provvedere al proprio sostentamento minimo. Intanto, altri 800 milioni di individui già soffrono di denutrizione, al punto che si stima che ogni giorno muoiano 25 mila persone per fame e malattie correlate. Senza dire che in una serie di paesi (l’Egitto, Haiti, Filippine, ...) sono già esplose rivolte dovute all’impennata dei prezzi. A questa situazione, si aggiungono non di rado le calamità naturali, come ultimamente il tifone in Birmania e il gravissimo terremoto in Cina.
    Su queste tragedie noi siamo stati prontamente informati dal nostro quotidiano Avvenire, che sul crinale internazionale è particolarmente attento (ci piace tra l’altro annotarlo nel 40° anno di fondazione che con profitto sta celebrando). Si sa che l’Onu dal canto suo ha lanciato un appello alla comunità internazionale perché intervenga ad alleviare la crisi con maggiori aiuti e riforme strutturali che già prima urgevano a favore di taluni Paesi meno sviluppati. Alcune nazioni si stanno muovendo, e altre devono farlo, compresa l’Italia. Insomma, deve scattare un’onda di solidarietà concreta, che mobiliti risorse pubbliche ma anche aiuti privati, e mentre si soccorre bisognerà introdurre regole nuove che modifichino le condizioni di ingiustizia. Le nostre comunità parrocchiali, sono certo, non si tireranno indietro, come mai hanno fatto in occasioni delle precedenti crisi.

    Ci pare questo l’impegno più immediato, anche a ricordo dei 40 anni della Populorum Progressio, che si sta celebrando con una serie di indovinate iniziative. Certo la situazione del mondo rispetto ad allora è non poco cambiata. Quella che non muta è la condizione di disparità tra Paesi poveri e Paesi ricchi, la povertà inesorabile che questa produce, i conflitti sempre in atto. L’interdipendenza globale è diventata una consapevolezza diffusa, la quale deve però generare uno sviluppo sostenibile, che dà per primo a chi non ha mai avuto.

    5. Per i credenti la storia non è mai una sequenza più o meno casuale di fatti; è sempre una storia di salvezza, la quale dà senso e prospettiva ad ogni azione che viene compiuta. Noi sappiamo che, con l’Incarnazione del Verbo, il tempo è stato rivisitato e, gravido di eterno, ha una destinazione prima impensabile. Kairòs, non più solo krònos, dunque. E di tutti i tempi, poi, quello che viviamo è il migliore perché è quello che il Padre, nella sua inesausta scienza d’amore, ha stabilito per noi, e per la misura dei doni che ci ha affidato, chiamandoci al rischio della vita. Questa, in altre parole, è per noi l’ora non del fato ma della Provvidenza, la quale ha un volto e un cuore, quello di Cristo. Un tempo dunque per il quale vogliamo esprimere non il lamento per le difficoltà, ma il ringraziamento perché meraviglioso. Magari è anche meravigliosamente arduo, ma pur sempre accostabile coi nostri passi e con la grazia dello Spirito.
    La lettura della storia suggerita dalla fede non impedisce di scorgere i limiti, le contraddizioni e le sfide. Anche se si riscontra una sorta di paradosso: da una parte, un certo gusto del negativo viene propalato quasi con compiacimento, dall’altra, tale sentimento negativo non deve però superare una certa soglia, per non disturbare troppo e non mettere in discussione le opzioni di fondo che si riconducono al presupposto di un progresso messianico. C’è, com’è stata chiamata da qualche esperto, una fenomenologia del peggio che, pur imperversando, non vuole tuttavia fare i conti con se stessa, accontentandosi dei sotto prodotti e delle mezze misure, in quanto corrode ogni valore “alto”. Se oggi l’umanità ha raggiunto una spiccata coscienza di sé e della dignità intrinseca ad ogni uomo, dall’altra la controversia sull’umano sta raggiungendo il punto di maggiore acutezza, perché sfidata da concezioni fortemente riduttive e immanentistiche. L’uomo, finalmente sollevato dalla schiavitù del lavoro e della fatica, e certo non più asservito alla classe o alla razza, si scopre però funzionale al consumo, se non anche allo spettacolo. E così la società opulenta, mentre lo seduce con il gioco delle apparenze, lo svuota dall’interno, e sempre più lo spinge a concepirsi come un’isola tra le isole, un mondo individualistico e chiuso, per cui i rapporti con gli altri sono spesso sentiti in termini mercantili, anziché svolgersi nel segno della gratuità, del dono, della solidale integrazione. Nell’omelia della Messa che ha concluso il toccante viaggio apostolico a Genova, il Papa annotava che dall’esperienza del Dio cristiano «deriva una certa immagine di uomo, cioè il concetto di persona. Se Dio è unità dialogica, essere in relazione, la creatura umana, fatta a sua immagine e somiglianza, rispecchia tale costituzione: essa pertanto è chiamata a realizzarsi nel dialogo, nel colloquio, nell’incontro» (Omelia della Messa in Piazza della Vittoria a Genova, 18 maggio 2008).

    Qual è il possibile riscatto? Io credo, noi crediamo che non ci sia altra via che quella di una rinnovata opera educativa, che sarà tale se avrà il coraggio di non obliterare il costo degli ideali e se non rinuncerà alla prossimità che sa farsi compagnia. Il Papa, incontrando domenica 4 maggio i 100 mila dell’Azione Cattolica, ha parlato ancora una volta di «emergenza educativa» (cfr. Discorso all’Incontro con l’Azione Cattolica Italiana, 4 maggio 2008). Nel lungo periodo della Pasqua, abbiamo più volte riflettuto sulla scansione del rito ebraico fondato sulla narrazione del legame fra le generazioni, quella dei padri e quella dei figli. Dove la tradizione è una dimensione fondamentale del presente, come dicevamo al Convegno di Verona. Ebbene, questa dinamica è il paradigma vero di ogni rapporto educativo che è testimonianza che i padri danno ai figli, che gli educatori danno ai più giovani. E l’emergenza educativa che cosa è, se non l’interruzione, lo spezzarsi di questo racconto che una generazione deve fare all’altra? Annotava di recente il Papa, commentando il tempo della caduta dell’Impero romano: «Viviamo anche noi in un tempo di incontro delle culture, di pericolo della violenza che distrugge le culture, e del necessario impegno di trasmettere i grandi valori e di insegnare alle nuove generazioni la via della riconciliazione e della pace» (Discorso all’Udienza del Mercoledì, 12 marzo 2008).
    Non ci sfugge peraltro la sottigliezza del problema educativo odierno: se educare non è mai stato facile, oggi lo è ancor meno perché non pochi educatori dubitano della possibilità stessa di educare, e dunque rinunciano in partenza al proprio compito. Parlando al capitolo generale dei Salesiani, Benedetto XVI osservava: «Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera educativa: alla radice della crisi dell’educazione c’è infatti una crisi di fiducia nella vita» (Discorso ai Partecipanti al Capitolo generale della Società di San Giovanni Bosco, 31 marzo 2008). Insomma, qui siamo. Ma qui, sugli spalti di una ricomprensione della missione educativa che ci tocca in quanto Chiesa, vorremmo, se così si deciderà, per un po’ soffermarci, come in passato s’è fatto per altre dimensioni dirimenti del nostro essere Chiesa.

    6. Se, come Vescovi, a qualcuno non smettiamo mai di pensare, e se qualcuno è particolarmente vicino al nostro cuore, questi sono i giovani. Per loro sappiamo di non fare mai abbastanza. Specialmente in questo momento storico, i giovani sono i primi bersagli della cultura nichilista che li invita, li incoraggia, li sospinge a coltivare soltanto le “passioni tristi”. È una cultura che instilla in loro la convinzione che nulla di grande, bello, nobile ci sia da perseguire nella vita, ma che ci si debba accontentare di un “qui ed ora”, di obiettivi di basso profilo, di una navigazione di piccolo cabotaggio, perché vano è puntare la prua verso il mare aperto. L’esito finale della cultura nichilista è una sorta di grande anestesia degli spiriti, incapaci di slanci e quindi inerti. Guardando alle cronache del nostro Paese, sempre più spesso dobbiamo registrare vicende amare che hanno per protagonisti gli adolescenti, «le cui reazioni manifestano – osserva il Papa − una non corretta conoscenza del mistero della vita e delle rischiose implicanze dei loro gesti. (…) Fornire false illusioni nell’ambito dell’amore o ingannare sulle genuine responsabilità che si è chiamati ad assumere con l’esercizio della propria sessualità non fa onore a una società che richiama ai principi di libertà e di democrazia» (Benedetto XVI, Discorso ai Partecipanti al Congresso internazionale promosso dalla Pontificia Università Lateranense, nel 40° dell’enciclica Humanae vitae”, 10 maggio 2008). In tal modo i sogni e i desideri tipici dei giovani vengono frantumati proprio mentre chiedono invece di essere protetti, coltivati nel lavoro educativo, e sospinti verso mete nobili e alte, che noi sappiamo essere a misura dei giovani.

    Questo, oggi, può essere considerato l’obiettivo di fondo dei “percorsi di evangelizzazione ed educazione” da proporre ai giovani, e dei quali ci parlerà il nostro Vice-presidente, l’Arcivescovo Agostino Superbo, nella relazione che svolgerà nel corso dei lavori assembleari. Da parte mia, vorrei limitarmi ad osservare una cosa forse ovvia, ma decisiva, e cioè che questi percorsi sono possibili, e costituiscono un obiettivo realistico anche nella situazione d’oggi. So bene infatti che proprio qui si annida una particolare sfiducia, ritenendo che l’organizzazione della vita giovanile e ancor più il tipo di applicazione intellettuale a cui sono abituati, impressionistica ed episodica, quasi falcidi − dalla base − la possibilità di itinerari distribuiti nel tempo e dunque progressivi e metodici. Ora, non c’è dubbio che occorra saggiamente tener conto di una serie di condizionamenti e abitudini di apprendimento, non però per arrenderci, quanto per calibrare secondo proporzioni nuove i momenti della proposta. A partire da ciò che sta oggettivamente al centro di ogni percorso cristiano, ossia l’adorabile persona di Cristo Signore. Ciò tuttavia non significa che, come si diceva una volta, Cristo “arriva alla fine della proposta”: l’annuncio kerigmatico oggi cattura più solitamente dall’inizio, perché è realmente il fascino esercitato dalla persona di Gesù a colpire, per contrasto, magari come ragione di un evento che turba o come senso profondo di una testimonianza di vita che colpisce e sgomenta. Ma anche come reazione abissalmente altra rispetto al vuoto desolante, rispetto ai progetti di de-costruzione che passano per l’assunzione delle droghe o dell’alcol, per i riti dell’assordimento e dello stordimento. Cristo allora diventa come il risveglio inaudito ad una vita diversa, radicalmente altra, ideale subito concreto e pertinente, principio riordinatore di un’esistenza via via capace di altri sapori e di altri riti.
    È da qui, dall’evento dell’incontro già nitido ma non ancora completo, che può iniziare il cammino della conoscenza che, oggi forse ancor più di ieri, converge fino ad essere un tutt’uno con quello della conversione, ossia di una vera metà-noia che porterà i giovani, con i ritmi di ogni crescita, con gli inevitabili alti-e-bassi di ogni ascesi, ad assumere su di sé «il grande sì della fede», lasciandosi personalmente sagomare da esso nella propria e specifica esistenza, con i suoi talenti e la sua vocazione. Il sì della fede che, a cerchi concentrici, maturerà fino ad includere e a riconoscersi nel sì che la Chiesa dice a Cristo, in tutte le sue fibre e fino al cuore del mondo, dunque con la disponibilità a compromettersi anche pubblicamente, sapendo andare quando serve contro-corrente. Giovanni Paolo II ebbe un giorno ad osservare che il «problema essenziale della giovinezza è profondamente personalistico» (Giovanni Paolo II, Varcare le soglie della speranza, pag121), e per ciò stesso rivolto anzitutto all’interiorità personale, e quindi alla vita vissuta nella sua interezza. Su questo asse caratteristico del personalismo cristiano il giovane saprà gradatamente innestare esperienze e scoperte, gioie e insuccessi, ma avendo anzitutto preso coscienza che «la verità non è un’imposizione. Né è semplicemente un insieme di regole. È la scoperta di Uno che non ci tradisce mai, di Uno del quale possiamo sempre fidarci» (Benedetto XVI, Discorso all’Incontro con i giovani e seminaristi, New York, 19 aprile 2008).
    Anche Papa Ratzinger, come il suo grande predecessore, non mortifica i giovani né li giudica. Neppure noi li giudichiamo, vogliamo piuttosto dare loro fiducia: sappiamo che sono profondamente buoni, e insieme spesso smarriti, alla ricerca di ideali non fittizi, per cui spendere la vita. E talvolta la sanno generosamente spendere fino al sacrificio! Il problema dei giovani sono gli adulti. Essi non respingono l’autorità, cercano l’autorevolezza dei testimoni e dei maestri. Certo che vediamo i loro comportamenti contraddittori, a volte ancora adolescenziali; a volte trasgressivi e gravi. Lo stesso bullismo tuttavia è anche segno di un vuoto dell’anima e un’implicita richiesta d’aiuto. Esperta come deve essere in umanità, la Chiesa non si fa ingannare dalle apparenze e sa di dover leggere dietro di esse, dove si celano le movenze più interiori e profonde della persona, e dove arde il desiderio di una vita piena, di traguardi coraggiosi, per i quali vale davvero la pena di vivere.
    Compito della comunità cristiana e dei suoi educatori è far emergere dal mazzo delle aspirazioni i buoni sogni e i buoni desideri, fra tutti il desiderio di Dio. I giovani d’oggi vivono quasi per l’intero arco della loro giornata in qualche modo “connessi”, ossia collegati a questo e quel mezzo di comunicazione, e dunque l’abilità suasiva dei media è potente, perché lusinga e promette: promette anche ciò che non può mantenere. Per questo è di vitale importanza insinuare nei giovani la voglia di non concedersi acriticamente, di non consegnare se stessi, e i loro anni migliori, ad una cultura che pervade mentre snerva, e che blandisce mentre smonta. La progressiva confidenza con i media di ispirazione cristiana li aiuterà in questa opera di disincanto e di spogliazione delle mitologie e dei lustrini. Seppur questo non può essere un alibi per nessuno, neppure per i grandi network e il sottile habitat che riescono a insinuare.
    A tutti è noto il livello delle proposte e il vuoto-spinto a cui certi programmi arrivano. Per chi è ancora inesperto e per chi non ha il senso critico necessario, la televisione diventa facilmente un territorio senza regole in cui, magari all’insegna apparentemente neutra del marketing, trovano facile veicolazione anche modelli distorti di vita. I media nel mondo occidentale, compresa la nostra Italia, stanno caricandosi di una responsabilità enorme: nonostante proposte apprezzabili, troppo frequente è la diffusione suadente di illusioni, nonché il depistaggio rispetto a ciò che conta, a ciò che vale, a ciò che costruisce le persone e le comunità. C’è da chiedersi a chi giova tale impostazione.

    A proposito di media, non può sfuggirci il destino verso cui sta strutturalmente andando la televisione in tutta Europa, ossia la trasmutazione del sistema analogico a quello digitale, assai più raffinato nelle prestazioni tecniche e potenzialmente più largo di opportunità. Per capirci, avremo presto (non oltre il 2012) molti canali in più, liberamente fruibili da ogni apparecchio. Auspichiamo che ci siano in misura adeguata fornitori di contenuti disposti ad entrare e a svolgervi una missione che, oltre i legittimi rientri, sappia farsi carico anche dell’inevitabile valenza civile e culturale dell’operazione. Si innesta qui l’esperienza dell’ancora giovane Sat2000, che da tempo si va preparando proprio per questi nuovi scenari. Il rischio non remoto, dicono gli esperti, è che i nuovi spazi diventino appannaggio delle industrie pornografiche presenti sul piano internazionale. Ovvio che nessuno vuole demonizzare un sistema ancora tutto da provare, tuttavia è necessario che le autorità competenti sappiano fin d’ora vigilare su questo delicato processo, e all’occorrenza intervenire per indirizzarlo su binari di effettivo valore pubblico.

    7. Parlavamo di giovani, e non possiamo non fare un cenno ai nostri Sacerdoti, molti dei quali sono proprio a fianco dei giovani per aiutarli nelle dinamiche della crescita e della maturazione. Parlo sempre volentieri di loro, perché tra noi e loro esiste un legame certamente affettivo, ma innanzitutto sacramentale, che a titolo unico li rende participi della nostra missione pastorale. Lo scorso giovedì santo, Papa Benedetto, commentando il libro del Deuteronomio al capitolo 18, dove si descrive l’essenza del sacerdozio vetero-testamentario – astare coram te et tibi ministrare – aggiungeva che oggi il Sacerdote deve «tener sveglio il mondo per Dio. Deve stare in guardia di fronte alle potenze incalzanti del male. Deve essere uno che sta in piedi: dritto di fronte alle correnti del tempo. Dritto nella verità. Dritto nell’impegno per il bene. Lo stare davanti al Signore deve essere sempre, nel più profondo, anche un farsi carico degli uomini presso il Signore che, a sua volta, si fa carico di tutti noi presso il Padre» (Omelia della Messa del Crisma, 20 marzo 2008). Ecco come ci piace pensare ai nostri Sacerdoti: compiono un servizio unico per Dio e per ciò stesso compiono un servizio ineguagliabile per i loro fratelli. Impavidi e disposti a portare le prove che il servizio al Signore e alla Chiesa comporta, perché partecipi del culto che Cristo ha reso al Padre: donarsi fino alla fine (cfr. ibidem.). Donarsi in primo luogo ai giovani, ma donarsi a tutti coloro ai quali la Chiesa li invia, anzi a tutti coloro che incontrano. Sappiamo che il lavoro pastorale non è un giogo leggero (cfr. Mt 11,30), non è un’occupazione a tempo, per determinate ore, o solo in determinate condizioni: impegna sempre, anche quando si è al cospetto di Dio e ovunque, quale che sia il campo della missione. Sui nostri Sacerdoti ricade, oltre al lavoro ordinario, anche lo sforzo di rinnovamento della pastorale. Sono al crocevia di impegni e progetti, rispetto ai quali faranno bene a cercare ogni opportuna collaborazione che esplichi la partecipazione anche dei laici alla missione della Chiesa, ai compiti della parrocchia (cfr. Lumen Gentium, nn. 30-39; Apostolica Actuositatem, n. 10). Diceva provocatoriamente un osservatore di cose politiche, riferendosi ad uno dei tanti disagi sociali che affliggono il Paese: «A parlare col popolo sono rimasti solo i parroci». E la frase fu portata anche nel titolo, perché forse bruciasse di più. Più realisticamente, noi pensiamo che i nostri preti, grazie ad una solida e continua formazione, “si perdono” nella comunità per sostenerla e risollevarla. A loro, dunque la nostra gratitudine.

    Per affinità con l’ambito pastorale, vorrei far cenno al ventennale del documento Sovvenire alle necessità della Chiesa che, appunto, nel 1988 fu dai Vescovi donato alla comunità ecclesiale. Il testo obbediva allora ad una necessità contingente: fornire un’informazione completa e corretta sui nuovi modi con cui avrebbero potuto contribuire alla vita economica della Chiesa. Per la prima volta, dopo tanti anni, la Chiesa italiana rinunciava ad ogni automatismo e garanzia. Da quel momento, tutto veniva affidato unicamente alla volontà dei cittadini italiani, alla loro generosità e alla loro fiducia nella Chiesa. Vogliamo ringraziare tutti per il sostegno di questi due decenni, senza però dimenticare che il sistema si fonderà sempre sulla fiducia, perché nulla vi è di automatico. Fiducia che anche in futuro la nostra Chiesa dovrà saper meritare con quelle scelte che sono intrinseche al Vangelo: con la sua testimonianza limpida, con i suoi comportamenti, con la sua credibilità.
    In questa assemblea discuteremo e, nel caso, approveremo un nuovo testo, che facendo leva sui criteri-guida del documento precedente – la trasparenza e la partecipazione – esprimerà con parole comprensibili all’uomo di oggi concetti presenti da sempre nella comunità, nella quale tutti sono chiamati a donare sulla base delle proprie possibilità e in virtù di un forte, profondo senso di appartenenza. Il nuovo sistema di sostegno economico, vent’anni fa, lanciò anche un’altra sfida sul versante della comunicazione. Rivolgendosi anche a chi non partecipa alla vita della comunità cristiana, abbiamo informato e sensibilizzato gli italiani; ma forse non ancora abbastanza, stando anche a recenti casi di mala-informazione che tuttavia, ne siamo sicuri, non distoglieranno i fedeli dal contribuire alla vita della loro Chiesa, e i cittadini pur non praticanti dal partecipare anche solo a livello simbolico ad una missione che ha la loro stima.

    8. Com’è noto, nel nostro Paese il 13 e 14 aprile si sono svolte le elezioni politiche generali, a cui erano state associate le elezioni di due consigli regionali, di una serie di consigli provinciali e di oltre cinquecento consigli comunali. Nonostante infauste previsioni, la partecipazione al voto si è mantenuta alta, e questo è un segno importante di consapevolezza e di maturità del nostro popolo. Ora, al di là di quelle che sono state le specificazioni del voto, ci si attende un periodo di operosa stabilità, al quale costruttivamente partecipino tutte le forze politiche, nei ruoli loro assegnati. Nella citata circostanza, la Chiesa − com’è stato da più parti riconosciuto – si è scrupolosamente attenuta ai suoi compiti e, conformemente ad un costume ben collaudato, non si è schierata, ma certo non si è neppure ritirata. In coincidenza infatti con le due ultime sessioni del Consiglio Permanente, quella di gennaio e quella di marzo, io stesso mi ero permesso di richiamare, nel quadro di una presenza che deve evitare l’irrilevanza, i criteri di una sapiente e adeguata partecipazione dei credenti al voto, riscontrando nello stesso Consiglio Permanente una grande e incoraggiante sintonia.
    Non possiamo ora, nella nuova situazione, non sperare che in tutti vi sia una più forte responsabilità in ordine all’affronto dei grandi problemi che affliggono il Paese, e ai quali bisogna saper dare ora risposte sagge ma anche sollecite: non tanto nell’interesse dell’una e dell’altra parte politica o componente sociale, ma anzitutto per il bene comune della Nazione. Vorremmo per un istante, e in nome della nostra specifica responsabilità, insistere sul fattore tempo, che anche moralmente è un elemento decisivo in ordine ad una politica buona: ci sono lungaggini e palleggiamenti che, oltre ad essere irrazionali e autolesionistici, offendono i cittadini, che attendono risposta in ordine ai beni che sono essenziali alla vita e alla dignità umana. Oltre al problema gravissimo e urgente dei rifiuti urbani della Campania, per la cui soluzione all’intervento delle pubbliche autorità deve corrispondere la responsabile collaborazione delle popolazioni, una serie di attese si apposta sul fronte degli stipendi e delle pensioni, per una difesa reale del potere d’acquisto, un’altra serie riguarda la famiglia: dall’emergenza abitativa alle iniziative di sostegno della maternità. Neppure noi Vescovi, come il Papa, possiamo nasconderci «che diversi problemi continuano ad attanagliare la società odierna, impedendo di dare spazio al desiderio di tanti giovani di sposarsi e formare una famiglia per le condizioni sfavorevoli in cui vivono» (Benedetto XVI, Discorso ai membri del Movimento per la Vita italiano,12 maggio 2008). C’è poi la realtà mortificante di tante famiglie, dalle quali «si leva, talvolta persino inconsapevolmente, un grido, una richiesta di aiuto che interpella i responsabili delle pubbliche amministrazioni» (Benedetto XV, Discorso al Forum delle Associazioni familiari, 16 maggio 2008). Il che ci fa apprezzare molto l’iniziativa “Un fisco a misura di famiglia” che negli ultimi mesi ha visto in tutto il nostro Paese una larga mobilitazione. Se in questo ambito sociale chiediamo che si sviluppi una vera e larga premura, in quello confinante della bioetica auspichiamo una complessiva cautela, grazie alla quale gli elementi in gioco vengono sapientemente soppesati, mettendo la comunità nazionale al riparo da iniziative imprevidenti e precipitose. C’è da dire che la sostanziale prudenza tenuta circa questi temi durante la campagna elettorale, dovrebbe essere un buon indizio sulla prudenza anche successiva.

    Una parola qui non possiamo non dirla per l’intervento operato sulle Linee guida relative alla legge sulla fecondazione assistita. Da vari e qualificati osservatori si è già eccepito sul merito e sui tempi del provvedimento. Infrangendo un delicatissimo bilanciamento delle esigenze in campo, esso comporta oggettivamente il rischio di promuovere una mentalità eugenetica, inaccettabile ieri al pari di oggi. È da auspicare che i criteri ispiratori e le disposizioni della legge 40 non siano oggetto di interventi volti a stravolgere il punto di equilibrio raggiunto dal Parlamento, e poi chiaramente confermato dall’esito referendario, ma al contrario possano trovare piena attuazione in uno spirito di condivisa attenzione alla vita.

    Una frontiera di impegno particolarmente urgente è quella relativa alle morti sul lavoro. Gli episodi luttuosi infatti si vanno ripetendo con una cadenza stupefacente, segnale di un comparto bisognoso di maggiore attenzione. Bisogna qui saper passare con prontezza dalle denunce ai fatti concreti, agli investimenti precauzionali, alle verifiche e ai controlli. Tutti i soggetti devono fare la loro parte, con un supplemento di responsabilità; ma è dagli imprenditori in particolare che si attendono quelle provviste e quelle innovazioni strutturali che sole possono garantire il successo degli altri interventi. La vita è sacra, e distintamente lo è quella impegnata sul lavoro duro e rischioso.

    Altri fronti che ci permettiamo con accoratezza di segnalare è la dignità di tutto il sistema scolastico, all’interno del quale noi vediamo la prospettiva concreta di un’effettiva libertà, pluralità e autonomia anche economica, che deve essere assunta in modo organico e propositivo.

    Segnaliamo inoltre l’urgenza di approntare e affinare delle buone politiche volte ad una reale integrazione dei cittadini immigrati che legittimamente soggiornano sul nostro suolo. Mentre per ciascuno di quelli che tentano di entrare nel nostro Paese bisogna trovare un continuo equilibrio tra esigenze e attese, tenendo alto il rispetto dei diritti delle persone, che sono poi doveri di civiltà. Pare a me che si debba evitare, per questi nuovi venuti e le loro famiglie, il formarsi di enclave a loro destinate che, se in un primo momento potrebbero apparire una soluzione emergenziale, diventano presto dei ghetti non tollerabili. A chi vuole stabilirsi in Italia si deve arrivare a proporre un patto di cittadinanza che, mettendo in chiaro diritti e doveri, non ricerchi scorciatoie illusorie. L’identità del nostro popolo non è sorta oggi, perché si è consolidata in una storia secolare, e per questo da una parte chiede rispetto e dall’altra rimane aperta e capace di incontrare altre culture, nella prospettiva di un’identità arricchita per tutti. In ogni caso, dobbiamo farci tutti guidare dalla consapevolezza delle dimensioni globali del fenomeno e dal suo carattere emblematico per la nostra epoca. Su questo scenario frastagliato, la Chiesa si va prodigando con una generosità a tutti nota, attraverso la Fondazione Migrantes, la Caritas e altre strutture di volontariato, investendo non poche risorse di personale e mezzi. Che tuttavia non bastano mai, perché restano evidentemente insostituibili altri livelli di responsabilità e di intervento.

    9. Una parola ci pare di poter dire sul crescente bisogno di sicurezza che viene registrato dagli osservatori sociali e di cui tanto s’è discusso nel periodo della campagna elettorale. Infatti, anche per i sensori che noi pastoralmente abbiamo nelle diverse realtà territoriali, ci pare di avvertire che si va qui esprimendo un’esigenza incoercibile di persone e famiglie, a cui sarà bene che i pubblici poteri sappiano, ai vari livelli, dare risposte calibrate ed efficaci. Una risposta disattesa o differita potrebbe in questo caso moltiplicare i problemi, anziché attenuarli. Lo annotava ormai anni or sono Giovanni Paolo II ricevendo un gruppo di politici: «L’adozione di misure efficaci anche in questo caso sarebbe di grande aiuto per accrescere la fiducia nelle Istituzioni e il senso della comune cittadinanza» (Discorso agli Amministratori della Regione Lazio, del Comune di Roma e della Provincia di Roma, 18 gennaio 2001). Nel gennaio di quest’anno, il suo Successore Benedetto XVI non è stato certo generico o evasivo (cfr. Discorso agli Amministratori della Regione Lazio, del Comune di Roma e della Provincia di Roma, 10 gennaio 2008). Difficile tuttavia non risalire a quella che a me pare la radice di questa insicurezza, che prima di essere un sospetto verso gli altri, è senso dell’isolamento in cui molti cittadini oggi si trovano un po’ a motivo dell’organizzazione sociale, e un po’ a causa anche delle condizioni soggettive. C’è infatti un’insicurezza esterna e ambientale, legata ai movimenti delle persone come all’esposizione delle abitazioni; ma c’è anche un’insicurezza sui valori che devono interiormente rassicurare le persone, e renderle più salde.

    A questo riguardo, vorrei segnalare che un contributo al bisogno di sicurezza, anche se non immediatamente diretto, viene dalle comunità cristiane presenti sul territorio, e distribuite a rete nelle situazioni urbane come in quelle dei centri medi, ma anche piccoli e piccolissimi: ed è la valorizzazione della dimensione sociale della fede, degli incontri e degli ambienti ad essa collegati. In modo sintetico, mi piace vedere il “sagrato” come figura simbolica della Chiesa vicina e incarnata tra la gente in tutte le sue forme: dalle parrocchie alle aggregazioni antiche e nuove. Il sagrato è stato nell’ultima stagione riscoperto nelle sue valenze religiose e civili, non solo a cerniera tra il sacro e il profano – come era stato nei tempi antichi – ma anche quale luogo dell’accoglienza e dell’incontro, dell’orientamento a Dio come al prossimo. In altre parole, sarà utile se lo spazio antecedente la chiesa, anziché via di fuga o spiazzo che si attraversa frettolosamente, diventa luogo del dialogo, dell’amicizia e dell’ascolto. Ci sono tanti dolori nascosti, sofferenze prolungate, solitudini non volute, vuoti lancinanti (si pensi alle 23 mila persone scomparse, che da qualcuno sono attese e cercate, magari tra incomprensione e sospetti): socializzare queste situazioni, come pure i traguardi e le riuscite che rendono felice questa o quella famiglia, torna oggi ad essere importante. E potrebbe essere parte di un’iniziativa pastorale che sta a cavallo con la dimensione civile, dove la presenza di fedeli a ciò portati, come pure l’opera di diffusione dei nostri media, possono dare quel tocco di accorta vitalità, che non è disturbo per l’azione sacra ma neppure si confonde con i marciapiedi vocianti e casuali. E ciò in un’ottica di rivalorizzazione anche di altri ambienti comunitari come l’oratorio, l’asilo parrocchiale, la sala della comunità, e di momenti socializzanti, tipici della pietà popolare, quali sono le feste patronali e le sagre del paese o del rione.

    In questo contesto, vorrei rinnovare l’assidua vicinanza e la cordiale solidarietà a quei nostri Confratelli che operano nelle zone più difficili del Paese, perché ad alta infiltrazione malavitosa o perché segnate da gravi disagi e dall’abbandono. È soprattutto a servizio dei ragazzi e dei giovani che la loro opera è straordinariamente meritoria: là dove tutto o quasi congiura all’incontrario, questi Vescovi, con i loro collaboratori, gettano ponti e organizzano la speranza. L’Italia intera deve essere loro grata.

    Concludo questa ampia rassegna di temi con un riferimento della Spe Salvi a quell’affidabile speranza (cfr. n. 1) di cui parla il Papa, e che rende sicura la promessa del Signore: Lui è con noi (cfr. Mt 28,20), perché noi siamo con Lui (cfr Gv 14,3), e in Lui sviluppiamo pensieri e progetti destinati alle nostre Chiese. Ci guidi Maria, la “stella del mattino” (cfr. Spe Salvi, n. 49), ci assistano i Santi patroni d’Italia, Francesco e Caterina, e i Santi ai quali sono consegnate le nostre Diocesi. Grazie.

    Angelo Card. Bagnasco
    Presidente


    fonte: Conferenza Episcopale Italiana

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    Discorso del Santo Padre all'Assemblea Generale dei Vescovi Italiani (29/05/08)
    Il saluto del cardinale Angelo Bagnasco

    Maestri e testimoni per le nuove generazioni

    All'inizio dell'udienza il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, ha rivolto al Papa il seguente indirizzo di saluto:


    Beatissimo Padre,
    la Sua presenza tra noi è un ulteriore segno della sollecitudine che il Successore di Pietro ha verso la Chiesa che vive nel nostro amato Paese e verso i suoi Pastori. Tutti conoscono e sentono con quale attenzione di stima e di affetto il Papa, Primate d'Italia, segue il cammino della nostra Conferenza e delle nostre Diocesi. Questa vicinanza concreta e puntuale ci conforta e ci rafforza nel nostro ministero. Per questo, mentre Le rinnoviamo la nostra più viva riconoscenza e la nostra incondizionata e cordiale obbedienza, Le portiamo l'affetto e la gratitudine delle nostre Chiese Particolari.
    Santità, in questa nostra Assemblea Plenaria abbiamo riflettuto sui giovani, su come comunicare a loro la perenne giovinezza del Vangelo, la bellezza della Chiesa: "La gioventù ha ancora tutto il futuro davanti a sé, tutto è futuro, tempo di speranza (...) - ha detto ai giovani nella recente Visita Apostolica a Genova -. Chi ha scelto Dio, ancora nella vecchiaia ha un futuro senza fine e senza minacce davanti a sé (...) Essere giovane implica essere buono e generoso. E di nuovo la bontà in persona è Gesù Cristo". E poi li ha esortati ad essere testimoni coraggiosi, missionari giovani dei giovani: "Andate negli ambienti di vita, nelle vostre parrocchie, nei quartieri più difficili, nelle strade! Annunciate Cristo Signore, speranza del mondo (...) State uniti, ma non rinchiusi. Siate umili, ma non pavidi. Siate semplici, ma non ingenui. Siate pensosi, ma non complicati. Entrate in dialogo con tutti, ma siate voi stessi. Restate in comunione con i vostri pastori: sono ministri del Vangelo, della divina Eucaristia, del perdono di Dio. Sono vostri padri e amici" (18 maggio 2008).
    Mentre ci lasciamo anche noi sospingere e confermare nell'esaltante compito che è proprio di tutta la Chiesa - annunciare Gesù, Signore e Maestro - La ringraziamo per queste parole che suonano come una declinazione del nostro compito educativo. Nell'orizzonte di quella paternità spirituale e di quella amicizia che caratterizza ogni rapporto di autentica formazione, ci ha ricordato alcuni necessari criteri perché un giovane cresca nella robusta consapevolezza della sua fede, e delle responsabilità che ne conseguono. Altresì ci sentiamo stimolati ad essere di esempio in quell'impegno, mai concluso, di proseguire generosi nel cammino interiore, come discepoli attenti e docili del divino Maestro. Risuonano feconde le parole di Romano Guardini: "La vita viene destata e accesa solo dalla vita. La più potente "forza di educazione" consiste nel fatto che io stesso in prima persona mi protendo in avanti e mi affatico a crescere" (Persona e libertà, Brescia, La Scuola, 1987, p. 222).
    Padre Santo, vivendo accanto al nostro popolo, insieme ai nostri sacerdoti, siamo ben consapevoli dei problemi e delle speranze della gente. Di questo vissuto abbiamo il dovere di dare voce rispettosa e chiara, come Pastori che amano non solo le loro Comunità ma tutti, la società intera. La rilevanza pubblica della fede è testimoniata ampiamente nel mondo di ieri e di oggi, come ha ribadito nel Suo discorso all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (18 aprile 2008), e scaturisce dalla sua stessa natura nonché dal mistero stesso dell'incarnazione del Verbo di Dio. Per questo la nostra attenzione pastorale alle questioni etiche non si dissocia mai dalle questioni sociali e viceversa: sul Suo esempio e con il Suo puntuale Magistero, portiamo il nostro contributo di Pastori alla costruzione di una società compiutamente umana.
    Nella vita della Chiesa si stanno avvicinando altri momenti particolarmente significativi, quello della Giornata mondiale della gioventù a Sydney, e quello della dodicesima Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che avrà per tema "La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa". Anche per questa ragione ci è particolarmente gradito, in questa occasione, offrire a Vostra Santità la prima copia della nuova traduzione italiana della Bibbia, "testo per le celebrazioni liturgiche, alimento della vita spirituale, fondamento dell'azione pastorale, orientamento e sostegno della testimonianza da rendere al mondo" (dalla Presentazione).
    Padre Santo, con l'animo colmo di gioia e di gratitudine, e con i sentimenti della nostra più convinta comunione, accogliamo ora la Sua parola e la Sua apostolica benedizione.



    (©L'Osservatore Romano - 30 maggio 2008)

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