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Discussione: Divorziati risposati e pastorale. Card. J. Ratzinger

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    Divorziati risposati e pastorale. Card. J. Ratzinger

    CARD. J. RATZINGER:


    Divorziati risposati e pastorale.


    In un intervento, posto a introduzione del libro Sulla pastorale dei divorziati risposati. Documenti, commenti e studi edito dalla Libreria editrice vaticana nel novembre 1998, il card. J. Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ripresenta in forma sintetica la posizione del magistero sulla questione dei divorziati risposati e la loro collocazione in seno alla comunità cristiana.

    Con la scelta di contrarre una nuova relazione essi si pongono in una "situazione che contraddice oggettivamente l’indissolubilità del matrimonio", con la conseguente esclusione dalla ricezione dell’eucaristia e dall’assunzione di alcune responsabilità ecclesiali.

    Nei confronti della prassi delle chiese orientali si riafferma in ambito sacramentale la scelta, da parte del magistero cattolico, dell’akribia, ossia della fedeltà alla verità rivelata, rispetto a quella dell’oikonomia, individuando in quest’opzione pastorale dell’Ortodossia "una interpretazione sempre più liberale – e che si allontanava sempre più dalla parola del Signore". Vengono respinti alcuni rilievi critici mossi recentemente al magistero cattolico e viene riproposto il procedimento giuridico di nullità matrimoniale come soluzione pastorale della questione, da perseguire in tutte le sue possibilità.


    Congregazione per la dottrina della fede, Sulla pastorale dei divorziati risposati. Documenti, commenti e studi, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 1998, 7-29.


    Introduzione


    Il matrimonio e la famiglia sono di importanza decisiva per un positivo sviluppo della chiesa e della società. Le epoche, in cui la situazione del matrimonio e della famiglia è fiorente, sono anche sempre tempi di benessere per l’umanità. Se matrimonio e famiglia vanno in crisi, ciò ha conseguenze notevoli per i coniugi e per i loro figli, ma anche per lo stato e per la chiesa. È evidente per tutti che gli sconvolgimenti e i mutamenti culturali del secolo che volge a termine non hanno risparmiato neppure la vita matrimoniale e familiare. Emergono certamente segni di speranza anche in questo importante ambito dell’esistenza. Ma nell’insieme, matrimonio e famiglia si trovano in molti paesi in una profonda crisi. Uno dei molti sintomi di ciò è il crescente numero di coloro che divorziano e contraggono un nuovo vincolo civile.


    La questione di quale via si debba seguire nell’accompagnamento pastorale di tali persone è oggi vivacemente discussa nella chiesa. Difficoltà nella pastorale familiare non sono per altro qualcosa di nuovo. Fin dal tempo degli apostoli la chiesa le ha incontrate. I padri della chiesa si preoccupavano di risolvere i problemi emergenti caso per caso; al riguardo si attenevano naturalmente all’insegnamento di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio, cercavano però anche, senza evacuare la parola di Gesù, di tener conto delle singole situazioni spesso molto complesse. Nel secondo millennio cristiano in Occidente i problemi connessi con il matrimonio furono ulteriormente chiariti e regolati sul piano dell’insegnamento e del diritto ecclesiastico. Le Chiese ortodosse sottolinearono il principio dell’oikonomia, dell’atteggiamento benevolo in casi singoli difficili, ciò che d’altra parte comportò un progressivo indebolimento del principio dell’akribia, della fedeltà alla verità rivelata.


    Negli ultimi decenni i divorzi, cui in genere segue una nuova unione civile, sono cresciuti vertiginosamente. Per questo motivo la chiesa si sentì in dovere di riflettere nuovamente e di precisare alcuni principi magisteriali, canonici e pastorali al riguardo. Queste riflessioni introduttive non possono toccare in modo esauriente il tema che ha molti aspetti, né soprattutto possono entrare nei molti problemi implicati, così come nello sviluppo ulteriore della dottrina del matrimonio a partire dal concilio Vaticano II. Hanno soltanto lo scopo di (I) descrivere brevemente il contesto dei più recenti pronunciamenti del magistero, (II) riassumere i contenuti essenziali della dottrina della chiesa su questo tema e (III) riprendere alcune obiezioni contro questa dottrina, indicando la direzione di una risposta.


    I. Il contesto dei nuovi pronunciamenti magisteriali


    1. Il concilio Vaticano II ha approfondito l’insegnamento della chiesa su matrimonio e famiglia e lo ha proposto in una prospettiva più personalistica (cf. Gaudium et spes, n. 47-52). A motivo dell’opzione conciliare di annunciare positivamente la verità, si parlò meno delle difficoltà e dei problemi. Le questioni relative ai fedeli divorziati risposati non furono espressamente sollevate dai padri conciliari e quindi non trovarono spazio nei documenti conciliari. All’epoca non avevano ancora neppure l’attualità di oggi. Nondimeno il concilio insegna che il divorzio mina la dignità del matrimonio e della famiglia (cf. ivi, n. 47) ed è inconciliabile con l’amore matrimoniale (cf. ivi, n. 49).


    2. Già sul finire del XVIII secolo in alcuni paesi il divorzio fu introdotto come possibilità giuridica nelle legislazioni statali; negli anni sessanta e settanta di questo secolo esso è stato sanzionato nel diritto civile anche in quasi tutti gli stati con maggioranza a popolazione cattolica. Di conseguenza un numero sempre più ampio anche di fedeli cattolici ha chiesto il divorzio e ha per lo più contratto un nuovo legame, naturalmente senza celebrazione in chiesa. Secondo il Codice di diritto canonico del 1917, allora vigente, tali fedeli furono considerati come "ipso facto infames" (can. 2356) e "publice indigni" (can. 855 § 1). A motivo della loro vita nel peccato essi non solo erano esclusi dai sacramenti della confessione e dell’eucaristia, ma erano anche considerati come pubblicamente infami.


    In diverse parti della chiesa, soprattutto negli USA, questa regolamentazione ecclesiale fu avvertita come troppo rigida e non più adeguata. Si fece rilevare che in realtà occorreva tener conto di storie umane molto diverse e si richiamò l’attenzione in particolare su coloro, che avevano fondati dubbi sulla validità del loro precedente matrimonio, ma non potevano dimostrarlo in un procedimento di nullità matrimoniale. In diversi ambienti fu proposta e praticata una soluzione in "foro interno" di situazioni difficili: in determinati casi i confessori davano l’assoluzione ai fedeli divorziati risposati e li ammettevano a ricevere la comunione.


    3. L’11 aprile 1973 la Congregazione per la dottrina della fede inviava una confidenziale Lettera ai vescovi della chiesa cattolica, per dare sulla questione qualche orientamento. Questo documento sottolineava che tutti dovevano attenersi all’insegnamento sull’indissolubilità del matrimonio. Sulla questione se fedeli in situazioni irregolari potessero essere ammessi ai sacramenti, si rimandava alla legislazione vigente della chiesa, ma anche alla cosiddetta "probata praxis ecclesiae in foro interno". Scopo della lettera era quello di proteggere e difendere l’indissolubilità del matrimonio nei confronti di certi sviluppi liberali. Il rinvio alla prassi collaudata in foro interno era però aperto a diverse interpretazioni. Discussa era anche la questione come poteva essere resa giustizia a questi fedeli, che in coscienza erano convinti della nullità della loro precedente unione, ma non potevano dimostrarlo attraverso fatti concreti.


    4. Queste ed altre simili questioni esigevano una chiarificazione. Emergeva sempre più chiaramente anche la necessità di emanare indicazioni, non solo negative, ma anche positive sul comportamento pastorale nei confronti dei fedeli divorziati risposati. L’Assemblea del sinodo dei vescovi del 1980 si è posta con coraggio questi problemi e ha elaborato diverse proposizioni.


    A partire da queste proposizioni Giovanni Paolo II, nella sua responsabilità di pastore supremo della chiesa, ha presentato nell’esortazione apostolica Familiaris consortio del 22 novembre 1981 una serie di determinazioni concrete sul problema (cf. ivi, n. 84). Tali determinazioni, che nella seconda parte di questa introduzione saranno riprese, mostrano quanto la chiesa come madre e maestra si preoccupi anche dei fedeli in situazioni irregolari.

    5. Nel 1983 dopo molti anni di preparazione fu promulgato il nuovo Codice di diritto canonico. Questo parla in un altro tono dei fedeli divorziati risposati, ribadisce però che coloro i quali "ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto" non possono essere ammessi alla sacra comunione (cf. can. 915; cf. anche Codice dei canoni delle chiese orientali, can. 712).

    Il nuovo diritto ecclesiale sottolinea inoltre la competenza del tribunale ecclesiastico riguardo alla verifica della validità del matrimonio di cattolici. Fa spazio anche alla forza probante delle dichiarazioni delle parti e apre così nuove vie per dimostrare la nullità di una precedente unione (cf. sotto II.7). Con questa innovazione giuridica è indicata una via mediante la quale anche situazioni particolarmente complesse possono essere risolte nel foro esterno, che è competente per la realtà pubblica del matrimonio.

    6. Malgrado le determinazioni di Familiaris consortio, che nei loro contenuti essenziali sono entrate anche nel Catechismo della chiesa cattolica dell’anno 1992 (cf. ivi, nn. 1650-1651), e le chiarificazioni nei nuovi codici, una prassi pastorale differente, soprattutto nella questione della recezione dei sacramenti, fu ulteriormente reclamata in alcuni ambienti. Non pochi esperti proposero degli studi, in cui cercavano di giustificare teologicamente questa prassi. Molti sacerdoti diedero ai fedeli divorziati risposati, che la richiedevano, l’assoluzione e raccomandarono o almeno tollerarono che essi ricevessero il corpo del Signore.

    Per ovviare ad abusi pastorali i vescovi della provincia ecclesiale del Reno superiore pubblicarono nel 1993 diversi pronunciamenti "sulla pastorale dei divorziati e dei divorziati risposati". Il loro intento era di creare nelle comunità parrocchiali delle loro diocesi una prassi unitaria e ordinata sulla difficile questione. Essi sottolinearono le chiare parole di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio. Ricordarono che non è possibile un’ammissione generalizzata di quei fedeli, che dopo il divorzio si sono risposati civilmente. Ma ammisero la possibilità che questi fedeli in determinati casi potessero accedere alla mensa del Signore, se essi dopo un colloquio con un sacerdote prudente e sperimentato ritenessero nella loro coscienza di esservi autorizzati.

    7. L’iniziativa dei vescovi fu accolta positivamente in molti ambienti nella chiesa. Non pochi cardinali e vescovi però si rivolsero alla Congregazione per la dottrina della fede e domandarono un chiarimento. Alcuni teologi furono invece più radicali e richiesero un mutamento nella dottrina e nella disciplina. Molti ritenevano che dopo un tempo di penitenza si dovevano riammettere ufficialmente ai sacramenti i fedeli divorziati risposati. Altri erano del parere che si dovesse lasciare la questione ai sacerdoti operanti nella pastorale ovvero rimettere la decisione agli stessi fedeli interessati.

    A causa delle implicazioni dottrinali di tali proposte la Congregazione per la dottrina della fede il 14 settembre 1994 ha indirizzato una Lettera ai vescovi della chiesa cattolica circa la recezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati, per ribadire la verità e la prassi della chiesa.

    8. Il Pontificio consiglio per la famiglia nel corso della sua Assemblea plenaria del 1997 si è occupato a fondo del problema dei fedeli divorziati risposati. A conclusione di queste discussioni furono pubblicate alcune "Raccomandazioni" pastorali. In occasione di questa Assemblea plenaria il santo padre i1 24 gennaio 1997 ha tenuto un’Allocuzione, nella quale ha richiamato alcuni principi essenziali nella linea di Familiaris consortio.

    II. I contenuti essenziali della dottrina ecclesiale

    Per facilitarne la comprensione, i contenuti essenziali dei relativi pronunciamenti magisteriali1 saranno sintetizzati in otto tesi e brevemente commentati.

    1. I fedeli divorziati risposati si trovano in una situazione che contraddice oggettivamente l’indissolubilità del matrimonio

    Per fedeltà all’insegnamento di Gesù la chiesa resta fermamente convinta che il matrimonio è indissolubile. Il concilio Vaticano II insegna: "Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità" (Gaudium et spes, n. 48; EV 1/1471). La chiesa crede che nessuno – neppure il papa – ha il potere di sciogliere un matrimonio sacramentale rato e consumato (cf. CIC, can. 1141). Pertanto essa non può " riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio" (Lettera, n. 4; EV 14/1455). Una nuova unione civile non può sciogliere il precedente vincolo matrimoniale sacramentale. Essa si colloca pertanto obiettivamente in contrasto diretto con la verità del vincolo matrimoniale indissolubile che permane.

    Per questo motivo è proibito "per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere" (FC 84; EV 7/1801). Tali cerimonie darebbero infatti l’impressione che si tratti della celebrazione di nuove nozze sacramentali e svuoterebbero la dottrina sull’indissolubilità del matrimonio.

    2. I fedeli divorziati risposati rimangono membri del popolo di Dio e devono sperimentare l’amore di Cristo e la vicinanza materna della chiesa Sebbene questi fedeli vivano in una situazione, che contraddice il messaggio del Vangelo, essi non sono esclusi dalla comunione ecclesiale. Essi "sono e rimangono suoi membri, perché hanno ricevuto il battesimo e conservano la fede cristiana" (Discorso, n. 2; Regno-doc. 5,1997,129).

    Per questo motivo i documenti magisteriali parlano normalmente di fedeli divorziati risposati e non semplicemente di divorziati risposati. Coloro, che soffrono per relazioni familiari difficili, hanno bisogno in modo particolare dell’amore pastorale. La chiesa è chiamata a essere loro vicina secondo l’esempio di Gesù, che non escludeva nessuno dal suo amore. Essa "si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza" (FC 84; EV 7/1796).

    I pastori sono chiamati a prendersi cura in modo discreto dei fedeli interessati. A questo scopo essi devono ben discernere le diverse situazioni. Alcuni hanno distrutto per loro grave colpa la loro unione matrimoniale, altri sono semplicemente stati abbandonati dal coniuge; alcuni sono convinti in coscienza della nullità del loro precedente matrimonio, altri si sono risposati prevalentemente a motivo dell’educazione dei figli; infine vi sono quelli, che nella seconda unione hanno riscoperto la fede e già hanno trascorso un lungo cammino di penitenza (cf. FC 84; Lettera, n. 3).

    A partire da questa distinzione, che tiene conto della singolarità delle diverse situazioni, i pastori mostreranno ai fedeli interessati vie concrete di conversione e di partecipazione alla vita ecclesiale. Insieme con il sinodo dei vescovi del 1980 Giovanni Paolo II ha invitato tutta la chiesa a interessarsi dei fedeli in condizioni matrimoniali difficili e a non trattarli con indifferenza o rimproveri. "La chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza" (FC 84; EV 7/1798).

    "Sarà necessario che i pastori e la comunità dei fedeli soffrano e amino insieme con le persone interessate, perché possano riconoscere anche nel loro carico il giogo dolce e il carico leggero di Gesù.2 Il loro carico non è dolce e leggero in quanto piccolo o insignificante, ma diventa leggero perché il Signore – e insieme con lui tutta la chiesa – lo condivide. È compito dell’azione pastorale che deve essere svolta con totale dedizione, offrire questo aiuto fondato nella verità e insieme nell’amore " (Lettera, n. 10; EV 14/1464).

    3. Come battezzati i fedeli divorziati risposati sono chiamati a partecipare attivamente alla vita della chiesa, nella misura in cui questo è compatibile con la loro situazione oggettiva
    A molti adempimenti vitali della chiesa i fedeli divorziati risposati possono senz’altro partecipare: "Siano esortati ad ascoltare la parola di Dio, a frequentare il sacrificio della messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio" (FC 84; EV 7/1798).

    Nell’Allocuzione del 1997 il santo padre sottolinea in particolare il significato dell’educazione dei figli: "Un capitolo molto importante è quello riguardante la formazione umana e cristiana dei figli della nuova unione. Farli partecipi di tutto il contenuto della sapienza del Vangelo, secondo l’insegnamento della chiesa, è un’opera che prepara meravigliosamente i cuori dei genitori a ricevere la forza e la chiarezza necessarie per superare le difficoltà reali che sono sulla loro strada e per riavere la piena trasparenza del mistero di Cristo che il matrimonio cristiano significa e realizza" (Discorso, n. 4; Regno-doc. 5,1997,130).

    La Lettera della Congregazione per la dottrina della fede sottolinea accanto agli aspetti summenzionati anche il significato della comunione spirituale: "I fedeli devono essere aiutati ad approfondire la loro comprensione del valore della partecipazione al sacrificio di Cristo nella messa, della comunione spirituale, della preghiera, della meditazione della parola di Dio, delle opere di carità e di giustizia" (Lettera, n. 6; EV 14/1459).

    È importante ribadire sempre che i fedeli interessati possono e debbono partecipare in molteplici forme alla vita della chiesa. La partecipazione alla vita ecclesiale non può essere ridotta alla questione della recezione della comunione, come purtroppo spesso avviene.
    4. A motivo della loro situazione obiettiva i fedeli divorziati risposati non possono essere ammessi alla sacra comunione e neppure accedere di propria iniziativa alla mensa del Signore

    Dopo che nella Familiaris consortio il Papa ha invitato i fedeli interessati alla partecipazione a molti aspetti della vita ecclesiale, egli afferma con parole chiare: "La chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati" (FC 84; EV 7/1799).

    Questa norma non è un regolamento puramente disciplinare, che potrebbe essere cambiato dalla chiesa.

    Essa deriva da una situazione obiettiva, che rende impossibile in sé l’accesso alla sacra comunione. Giovanni Paolo II esprime questo fondamento dottrinale con le seguenti parole: "Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la chiesa, significata e attuata dall’eucaristia" (FC 84; EV 7/1799).

    A questo motivo primario se ne aggiunge un secondo, che è di natura più pastorale: "se si ammettessero queste persone all’eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della chiesa sull’indissolubilità del matrimonio" (FC 84; EV 7/1799). Alcuni teologi hanno obiettato che questa norma non renderebbe giustizia al discernimento richiesto dal papa delle diverse situazioni; si dovrebbe tener conto dei singoli casi ed essere flessibili anche sul problema della recezione della comunione. Questa opinione non è però compatibile con Familiaris consortio, come afferma espressamente la Lettera della Congregazione per la dottrina della fede: "La struttura dell’esortazione e il tenore delle sue parole fanno capire chiaramente che tale prassi, presentata come vincolante, non può essere modificata in base alle differenti situazioni" (Lettera, n. 5; EV 14/1457).

    Altri hanno proposto di distinguere fra l’ammissione ufficiale alla sacra comunione, che non sarebbe possibile, e l’accesso di questi fedeli alla mensa del Signore, che in taluni casi sarebbe permesso, se essi si ritenessero autorizzati a questo nella loro coscienza. Di contro a questo la Lettera della Congregazione sottolinea: "Il fedele che convive abitualmente more uxorio con una persona che non è la legittima moglie o il legittimo marito, non può accedere alla Comunione eucaristica. Qualora egli lo giudicasse possibile, i pastori e i confessori, date la gravità della materia e le esigenze del bene spirituale della persona3 e del bene comune della chiesa, hanno il grave dovere di ammonirlo che tale giudizio di coscienza è in aperto contrasto con la dottrina della chiesa. Devono anche ricordare questa dottrina nell’insegnamento a tutti i fedeli loro affidati" (Lettera, n. 6; EV 14/1458).
    È importante spiegare bene ai fedeli il senso di questa norma vincolante. Non si tratta di escludere qualcuno in qualsivoglia maniera o di discriminarlo.

    Si tratta "soltanto di fedeltà assoluta alla volontà di Cristo che ci ha ridato e nuovamente affidato l’indissolubilità del matrimonio come dono del Creatore" (Lettera, n. 10; EV 14/1464). Se i fedeli, che si trovano in una tale situazione, la accolgono con convinzione interiore, essi rendono con questo a loro modo testimonianza all’indissolubilità del matrimonio e alla loro fedeltà alla chiesa (cf. Lettera, n. 9).

    Certamente in tal modo viene anche loro continuamente richiamata alla coscienza la necessità della conversione.

    In realtà – e questo oggi è praticamente dimenticato nella chiesa – esistono anche molte altre situazioni, che si oppongono a una degna e fruttuosa recezione della comunione. Nella predicazione e nella catechesi ciò dovrebbe essere richiamato molto di più e più chiaramente. Allora anche i fedeli divorziati risposati potrebbero comprendere più facilmente la loro situazione.

    5. A motivo della loro situazione obiettiva i fedeli divorziati risposati non possono "esercitare certe responsabilità ecclesiali" (CCC 1650)

    Questo vale ad esempio per l’incarico di padrino. Secondo il vigente diritto canonico il padrino deve condurre "una vita conforme alla fede e all’incarico che assume" (CIC, can. 874 § 1, 3°) . I fedeli divorziati risposati non corrispondono a questa norma, perché la loro situazione contraddice obiettivamente al comandamento di Dio. Un rinnovato studio – anche con il coinvolgimento del Pontificio consiglio per l’interpretazione dei testi legislativi – ha dimostrato che questa norma giuridica è chiara ed evidente. In proposito fu però rilevato che le condizioni, che sono da esigere per l’assunzione dell’incarico di padrino, – ben al di là dei problemi qui sollevati – dovrebbero essere precisate con più esattezza, per valorizzare tale incarico nel suo significato ed evitare abusi nella pastorale. Nel frattempo sono già stati compiuti passi in questa direzione.

    Anche altri compiti ecclesiali, che presuppongono una testimonianza di vita cristiana particolare, non possono essere affidati a divorziati che sono risposati civilmente: servizi liturgici (lettore, ministro straordinario dell’eucaristia), servizi catechetici (insegnante di religione, catechista per la prima comunione ovvero per la cresima), partecipazione come membro al Consiglio pastorale diocesano ovvero parrocchiale. I membri di tali consigli devono essere totalmente inseriti nella vita ecclesiale e sacramentale nonché condurre una vita, che sia in consonanza con i principi morali della chiesa.

    Il diritto canonico stabilisce che nei Consigli pastorali diocesani – e ciò vale analogamente anche per i Consigli parrocchiali – "non vengano designati se non fedeli che si distinguono per fede sicura, buoni costumi e prudenza" (CIC, can. 512 § 3).4

    È anche da sconsigliare che fedeli divorziati risposati fungano da testimoni di nozze, anche se in questa circostanza non vi sono ragioni intrinseche che lo impediscano.5

    Anche su questo punto non si può obiettare che i fedeli interessati vengano discriminati. Si tratta piuttosto di conseguenze intrinseche alla loro oggettiva situazione di vita. Al riguardo il bene comune della chiesa esige che si eviti la confusione e in ogni caso un possibile scandalo. D’altra parte anche in questa problematica la questione non può essere ristretta unilateralmente ai fedeli divorziati risposati, ma deve essere affrontata in modo più profondo e ampio.

    6. Se fedeli divorziati risposati si separano ovvero vivono come fratello e sorella, possono essere ammessi ai sacramenti

    Perché i divorziati, che hanno contratto una nuova unione civile, possano ricevere validamente il sacramento della riconciliazione, che apre l’accesso alla sacra comunione, devono essere seriamente disposti a cambiare la loro situazione di vita, di tal maniera che non sia più in contrasto con l’indissolubilità del matrimonio.

    Questo concretamente significa che essi si pentano di aver infranto il vincolo sacramentale matrimoniale, che è immagine dell’unione sponsale fra Cristo e la sua chiesa, e si separino da quella persona, che non è il loro legittimo coniuge. Se questo per motivi seri, ad esempio l’educazione dei figli, non è possibile, essi si devono proporre di vivere in piena continenza (cf. FC 84). Con l’aiuto della grazia che tutto supera e del loro deciso impegno, la loro relazione deve trasformarsi sempre più in un legame di amicizia, di stima e di aiuto reciproco. Questa è l’interpretazione, che Familiaris consortio dà della cosiddetta "probata praxis ecclesiae in foro interno". Nella Lettera della Congregazione per la dottrina della fede questa soluzione viene nuovamente proposta con l’aggiunta "fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo" (Lettera, n. 4).

    È chiaro per ognuno che questa soluzione è esigente, soprattutto se si tratta di persone giovani. Per questo motivo è di importanza particolarmente grande l’accompagnamento prudente e paterno di un confessore, il quale guidi passo passo i fedeli interessati, che desiderano vivere come fratello e sorella. Su questo punto molte più iniziative pastorali dovrebbero ancora essere sviluppate.

    7. I fedeli divorziati risposati, che sono convinti soggettivamente dell’invalidità del loro matrimonio precedente, devono regolare la loro situazione in foro esterno

    Il matrimonio ha essenzialmente carattere pubblico. Esso costituisce la cellula primaria della società. Il matrimonio cristiano possiede una dignità sacramentale.

    Il consenso degli sposi, che costituisce il matrimonio, non è una semplice decisione privata, ma crea per ciascun partner una specifica situazione ecclesiale e sociale. Il matrimonio è una realtà della chiesa e non concerne solo la relazione immediata degli sposi con Dio. Pertanto non compete in ultima istanza alla coscienza personale degli interessati decidere, sul fondamento della propria convinzione, sulla sussistenza o meno di un matrimonio precedente e sul valore della nuova relazione (cf. Lettera, nn. 7 e 8).

    Per questo motivo il diritto canonico riveduto conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici a riguardo dell’esame della validità del matrimonio dei cattolici. Questo significa che anche coloro che sono convinti in coscienza che il loro matrimonio precedente, insanabilmente fallito non fu mai valido, devono rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che con un procedimento di foro esterno stabilito dalla chiesa esamina se si tratti obiettivamente di un matrimonio invalido.

    Il Codice di diritto canonico del 1983 – e lo stesso vale analogamente per il Codice dei canoni delle chiese orientali – offre anche nuove vie, per dimostrare la nullità di un matrimonio. S.e. mons. Mario F. Pompedda, decano della Rota romana, scrive al riguardo nel suo commento "Problematiche canonistiche", pubblicato in questo volume: "Dando prova di rispetto profondo della persona umana, in aderenza al diritto naturale, e spogliando il diritto processuale di ogni superfluo formalismo giuridico, pur nel rispetto delle esigenze impreteribili della giustizia (nel caso, il raggiungimento di una certezza morale e la salvaguardia della verità che qui coinvolge addirittura il valore di un sacramento) ha stabilito norme per le quali (cf. can. 1536 § 2 e can. 1679) le sole dichiarazioni delle parti possono costituire prova sufficiente di nullità, naturalmente ove tali dichiarazioni congruenti con le circostanze della causa offrano garanzia di piena credibilità".

    Con questo nuovo regolamento canonico, che purtroppo nella prassi dei tribunali ecclesiastici di molti paesi è considerato e applicato ancora troppo poco, si dovrebbe "escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza" (Lettera, n. 9; EV 14/1462).

    8. I fedeli divorziati risposati non possono mai perdere la speranza di raggiungere la salvezza

    L’ultimo paragrafo del corrispondente capitolo della Familiaris consortio è un chiaro invito a non perdere mai la speranza: "La chiesa con ferma fiducia crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore e in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità" (FC 84; EV 7/1802; cf. Discorso, n. 4). Anche se la chiesa non può mai approvare una prassi, che si oppone alle esigenze della verità e al bene comune della famiglia e della società, nondimeno non smette di amare i suoi figli e le sue figlie in difficili situazioni matrimoniali, di portare insieme con loro le loro difficoltà e sofferenze, di accompagnarli con cuore materno e di confermarli nella fede che essi non sono esclusi da quella corrente di grazia, che purifica, illumina, trasforma e conduce alla salvezza eterna.

    III. Obiezioni contro la dottrina della chiesa. Linee per una risposta

    La Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1994 ha notoriamente avuto una vivace eco in diverse parti della chiesa. Accanto a molte reazioni positive si sono udite anche non poche voci critiche. Le obiezioni essenziali contro la dottrina e la prassi della chiesa sono presentate qui di seguito in forma per altro semplificata.

    Alcune obiezioni più significative – soprattutto il riferimento alla prassi ritenuta più flessibile dei padri della chiesa, che ispirerebbe la prassi delle chiese orientali separate da Roma, così come il richiamo ai principi tradizionali dell’epicheia e della aequitas canonica – sono state studiate in modo approfondito dalla Congregazione per la dottrina della fede. Gli articoli dei professori Pelland, Marcuzzi e Rodríguez Luño sono stati elaborati nel corso di questo studio. I risultati principali della ricerca, che indicano la direzione di una risposta alle obiezioni avanzate, saranno ugualmente qui brevemente riassunti.

    1. Molti ritengono, adducendo alcuni passi del Nuovo Testamento, che la parola di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio permetta un’applicazione flessibile e non possa essere classificata in una categoria rigidamente giuridica

    Alcuni esegeti rilevano criticamente che il magistero in relazione all’indissolubilità del matrimonio citerebbe quasi esclusivamente una sola pericope – e cioè mc 10,11-12 – e non considererebbe in modo sufficiente altri passi del Vangelo di Matteo e della Prima lettera ai Corinzi. Questi passi biblici menzionerebbero una qualche "eccezione" alla parola del Signore sull’indissolubilità del matrimonio, e cioè nel caso di "porneia" (cf. Mt 5,32; 19,9) e nel caso di separazione a motivo della fede (cf. 1Cor 7,12-16). Tali testi sarebbero indicazioni che i cristiani in situazioni difficili avrebbero conosciuto già nel tempo apostolico un’applicazione flessibile della parola di Gesù.

    A questa obiezione si deve rispondere che i documenti magisteriali non intendono presentare in modo completo ed esaustivo i fondamenti biblici della dottrina sul matrimonio. Essi lasciano questo importante compito agli esperti competenti. Il magistero sottolinea però che la dottrina della chiesa sull’indissolubilità del matrimonio deriva dalla fedeltà nei confronti della parola di Gesù. Gesù definisce chiaramente la prassi veterotestamentaria del divorzio come una conseguenza della durezza di cuore dell’uomo. Egli rinvia – al di là della legge – all’inizio della creazione, alla volontà del Creatore, e riassume il suo insegnamento con le parole: "L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto" (Mc 10,9). Con la venuta del Redentore il matrimonio viene quindi riportato alla sua forma originaria a partire dalla creazione e sottratto all’arbitrio umano – soprattutto all’arbitrio del marito, per la moglie infatti non vi era in realtà la possibilità del divorzio.

    La parola di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio è il superamento dell’antico ordine della legge nel nuovo ordine della fede e della grazia. Solo così il matrimonio può rendere pienamente giustizia alla vocazione di Dio all’amore e alla dignità umana e divenire segno dell’alleanza di amore incondizionato di Dio, cioè "sacramento" (cf. Ef 5,32).

    La possibilità di separazione, che Paolo prospetta in 1Cor 7, riguarda matrimoni fra un coniuge cristiano e uno non battezzato. La riflessione teologica successiva ha chiarito che solo i matrimoni tra battezzati sono "sacramento" nel senso stretto della parola e che l’indissolubilità assoluta vale solo per questi matrimoni che si collocano nell’ambito della fede in Cristo.

    Il cosiddetto "matrimonio naturale" ha la sua dignità a partire dall’ordine della creazione ed è pertanto orientato all’indissolubilità, ma può essere sciolto in determinate circostanze a motivo di un bene più alto – nel caso la fede. Così la sistematizzazione teologica ha classificato giuridicamente l’indicazione di san Paolo come "privilegium paulinum", cioè come possibilità di sciogliere per il bene della fede un matrimonio non sacramentale. L’indissolubilità del matrimonio veramente sacramentale rimane salvaguardata; non si tratta quindi di un’eccezione alla parola del Signore. Su questo ritorneremo più avanti.

    A riguardo della retta comprensione delle clausole sulla "porneia", esiste una vasta letteratura con molte ipotesi diverse, anche contrastanti. Fra gli esegeti non vi è affatto unanimità su questa questione. Molti ritengono che si tratti qui di unioni matrimoniali invalide e non di eccezioni all’indissolubilità del matrimonio. In ogni caso la chiesa non può edificare la sua dottrina e la sua prassi su ipotesi esegetiche incerte. Essa deve attenersi all’insegnamento chiaro di Cristo.

    2. Altri obiettano che la tradizione patristica lascerebbe spazio per una prassi più differenziata, che renderebbe meglio giustizia alle situazioni difficili; la chiesa cattolica in proposito potrebbe imparare dal principio di "economia" delle chiese orientali separate da Roma

    Si afferma che il magistero attuale si appoggerebbe solo su di un filone della tradizione patristica, ma non su tutta l’eredità della chiesa antica. Sebbene i padri si attenessero chiaramente al principio dottrinale dell’indissolubilità del matrimonio, alcuni di loro hanno tollerato sul piano pastorale una certa flessibilità in riferimento a singole situazioni difficili.

    Su questo fondamento le chiese orientali separate da Roma avrebbero sviluppato più tardi accanto al principio della akribia, della fedeltà alla verità rivelata, quello della oikonomia, della condiscendenza benevola in singole situazioni difficili. Senza rinunciare alla dottrina dell’indissolubilità del matrimonio, essi permetterebbero in determinati casi un secondo e anche un terzo matrimonio, che d’altra parte è differente dal primo matrimonio sacramentale ed è segnato dal carattere della penitenza. Questa prassi non sarebbe mai stata condannata esplicitamente dalla chiesa cattolica. Il sinodo dei vescovi del 1980 avrebbe suggerito di studiare a fondo questa tradizione, per far meglio risplendere la misericordia di Dio.

    Lo studio di padre Pelland mostra la direzione, in cui si deve cercare la risposta a queste questioni. Per l’interpretazione dei singoli testi patristici resta naturalmente competente lo storico.

    A motivo della difficile situazione testuale le controversie anche in futuro non si placheranno. Dal punto di vista teologico si deve affermare:

    a) Esiste un chiaro consenso dei padri a riguardo dell’indissolubilità del matrimonio. Poiché questa deriva dalla volontà del Signore, la chiesa non ha nessun potere in proposito. Proprio per questo il matrimonio cristiano fu fin dall’inizio diverso dal matrimonio della civiltà romana, anche se nei primi secoli non esisteva ancora nessun ordinamento canonico proprio. La chiesa del tempo dei padri esclude chiaramente divorzio e nuove nozze, e ciò per fedele obbedienza al Nuovo Testamento.

    b) Nella chiesa del tempo dei padri i fedeli divorziati risposati non furono mai ammessi ufficialmente alla sacra comunione dopo un tempo di penitenza. È vero invece che la chiesa non ha sempre rigorosamente revocato in singoli paesi concessioni in materia, anche se esse erano qualificate come non compatibili con la dottrina e la disciplina.

    Sembra anche vero che singoli padri, ad es. Leone Magno, cercarono soluzioni "pastorali" per rari casi limite.

    c) In seguito si giunse a due sviluppi contrapposti:

    – nella chiesa imperiale dopo Costantino si cercò, a seguito dell’intreccio sempre più forte fra stato e chiesa, una maggiore flessibilità e disponibilità al compromesso in situazioni matrimoniali difficili. Fino alla riforma gregoriana una simile tendenza si manifestò anche nell’ambito gallico e germanico. Nelle chiese orientali separate da Roma questo sviluppo continuò ulteriormente nel secondo millennio e condusse a una prassi sempre più liberale. Oggi in molte chiese orientali esiste una serie di motivazioni di divorzio, anzi già una "teologia del divorzio", che non è in nessun modo conciliabile con le parole di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio. Nel dialogo ecumenico questo problema deve essere assolutamente affrontato.

    – Nell’Occidente, grazie alla riforma gregoriana, fu recuperata la concezione originaria dei padri. Questo sviluppo trovò in qualche modo una sanzione nel concilio di Trento e fu riproposto come dottrina della chiesa nel concilio Vaticano II.

    La prassi delle chiese orientali, che è conseguenza di un processo storico complesso, di un’interpretazione sempre più liberale – e che si allontanava sempre più dalla parola del Signore – di alcuni oscuri passi patristici così come di un non trascurabile influsso della legislazione civile, non può per motivi dottrinali essere assunta dalla Chiesa cattolica. Al riguardo non è esatta l’affermazione che la chiesa cattolica avrebbe semplicemente tollerato la prassi orientale. Certamente Trento non ha pronunciato nessuna condanna formale. I canonisti medievali nondimeno ne parlavano continuamente come di una prassi abusiva. Inoltre vi sono testimonianze secondo cui gruppi di fedeli ortodossi, che divenivano cattolici, dovevano firmare una confessione di fede con un’indicazione espressa dell’impossibilità di un secondo matrimonio.

    3. Molti propongono di permettere eccezioni dalla norma ecclesiale, sulla base dei tradizionali principi dell’epicheia e della aequitas canonica

    Alcuni casi matrimoniali, così si dice, non possono venire regolati in foro esterno. La chiesa potrebbe non solo rinviare a norme giuridiche, ma dovrebbe anche rispettare e tollerare la coscienza dei singoli. Le dottrine tradizionali dell’epicheia e della aequitas canonica potrebbero giustificare dal punto di vista della teologia morale ovvero dal punto di vista giuridico una decisione della coscienza, che si allontani dalla norma generale. Soprattutto nella questione della recezione dei sacramenti la chiesa dovrebbe fare dei passi avanti e non soltanto opporre ai fedeli dei divieti.

    I due contributi di don Marcuzzi e del prof. Rodríguez Luño illustrano questa complessa problematica. In proposito si devono distinguere chiaramente tre ambiti di questioni:

    a) Epicheia ed aequitas canonica sono di grande importanza nell’ambito delle norme umane e puramente ecclesiali, ma non possono essere applicate nell’ambito di norme, sulle quali la chiesa non ha nessun potere discrezionale. L’indissolubilità del matrimonio è una di queste norme, che risalgono al Signore stesso e pertanto vengono designate come norme di "diritto divino".

    La chiesa non può neppure approvare pratiche pastorali – ad esempio nella pastorale dei sacramenti –, che contraddirebbero il chiaro comandamento del Signore.

    In altre parole: se il matrimonio precedente di fedeli divorziati risposati era valido, la loro nuova unione in nessuna circostanza può essere considerata come conforme al diritto, e pertanto per motivi intrinseci non è possibile una recezione dei sacramenti. La coscienza del singolo è vincolata senza eccezioni a questa norma.

    b) La chiesa ha invece il potere di chiarire quali condizioni devono essere adempiute, perché un matrimonio possa essere considerato come indissolubile secondo l’insegnamento di Gesù. Nella linea delle affermazioni paoline in 1Cor 7 essa ha stabilito che solo due cristiani possano contrarre un matrimonio sacramentale. Essa ha sviluppato le figure giuridiche del "privilegium paulinum" e del "privilegium petrinum". Con riferimento alle clausole sulla "porneia" in Matteo e in Atti 15,20 furono formulati impedimenti matrimoniali.

    Inoltre furono individuati sempre più chiaramente motivi di nullità matrimoniale e furono ampiamente sviluppate le procedure processuali. Tutto questo contribuì a delimitare e precisare il concetto di matrimonio indissolubile. Si potrebbe dire che in questo modo anche nella chiesa occidentale fu dato spazio al principio della "oikonomia", senza toccare tuttavia l’indissolubilità del matrimonio come tale.

    In questa linea si colloca anche l’ulteriore sviluppo giuridico nel Codice di diritto canonico del 1983, secondo il quale anche le dichiarazioni delle parti hanno forza probante. Di per sé, secondo il giudizio di persone competenti (cf. lo studio di mons. Pompedda), sembrano così praticamente esclusi i casi, in cui un matrimonio invalido non sia dimostrabile come tale per via processuale. Poiché il matrimonio ha essenzialmente un carattere pubblico-ecclesiale e vale il principio fondamentale "Nemo iudex in propria causa" ("Nessuno è giudice nella propria causa"), le questioni matrimoniali devono essere risolte in foro esterno. Qualora fedeli divorziati risposati ritengano che il loro precedente matrimonio non era mai stato valido, essi sono pertanto obbligati a rivolgersi al competente tribunale ecclesiastico, che dovrà esaminare il problema obiettivamente e con l’applicazione di tutte le possibilità giuridicamente disponibili.

    c) Certamente non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcune parti della chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo. In alcuni casi terminano con sentenze problematiche.

    Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epicheia in "foro interno".

    Nella Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 1994 si fa cenno a questo, quando viene detto che con le nuove vie canoniche dovrebbe essere escluso "per quanto possibile" ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva (cf. Lettera, n. 9). Molti teologi sono dell’opinione che i fedeli debbano assolutamente attenersi anche in "foro interno" ai giudizi del tribunale a loro parere falsi.

    Altri ritengono che qui in "foro interno" sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale. Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni.

    Dovrebbero infatti essere chiarite in modo molto preciso le condizioni per il verificarsi di una "eccezione", allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio.

    4. Alcuni accusano l’attuale magistero di involuzione rispetto al magistero del concilio e di proporre una visione preconciliare del matrimonio

    Alcuni teologi affermano che alla base dei nuovi documenti magisteriali sulle questioni del matrimonio starebbe una concezione naturalistica, legalistica del matrimonio. L’accento sarebbe posto sul contratto fra gli sposi e sullo "ius in corpus".

    Il concilio avrebbe superato questa comprensione statica e descritto il matrimonio in modo più personalistico come patto di amore e di vita. Così avrebbe aperto possibilità per risolvere in modo più umano situazioni difficili.

    Sviluppando questa linea di pensiero alcuni studiosi pongono la domanda se non si possa parlare di "morte del matrimonio", quando il legame personale dell’amore fra due sposi non esiste più.

    Altri sollevano l’antica questione se il papa non abbia in tali casi la possibilità di sciogliere il matrimonio.

    Chi però legga attentamente i recenti pronunciamenti ecclesiastici, riconoscerà che essi nelle affermazioni centrali si fondano su Gaudium et spes e con tratti totalmente personalistici sviluppano ulteriormente, sulla traccia indicata dal concilio, la dottrina ivi contenuta. È tuttavia inadeguato introdurre una contrapposizione fra la visione personalistica e quella giuridica del matrimonio.

    Il concilio non ha rotto con la concezione tradizionale del matrimonio, ma l’ha sviluppata ulteriormente. Quando ad esempio si ripete continuamente che il concilio ha sostituito il concetto strettamente giuridico di "contratto" con il concetto più ampio e teologicamente più profondo di "patto", non si può dimenticare in proposito che anche nel "patto" è contenuto l’elemento del "contratto", pur essendo collocato in una prospettiva più ampia. Che il matrimonio vada molto al di là dell’aspetto puramente giuridico affondando nella profondità dell’umano e nel mistero del divino, e già in realtà sempre stato affermato con la parola "sacramento", ma certamente spesso non è stato messo in luce con la chiarezza che il concilio ha dato a questi aspetti. Il diritto non è tutto, ma è una parte irrinunciabile, una dimensione del tutto. Non esiste un matrimonio senza normativa giuridica, che lo inserisce in un insieme globale di società e chiesa. Se il riordinamento del diritto dopo il concilio tocca anche l’ambito del matrimonio, allora questo non è tradimento del concilio, ma esecuzione del suo compito.

    Se la chiesa accettasse la teoria che un matrimonio è morto, quando i due coniugi non si amano più, allora approverebbe con questo il divorzio e sosterrebbe l’indissolubilità del matrimonio in modo ormai solo verbale, ma non più in modo fattuale. L’opinione, secondo cui il papa potrebbe eventualmente sciogliere matrimoni irrimediabilmente falliti, deve pertanto essere qualificata come erronea. Il matrimonio sacramentale, consumato, non può essere sciolto da nessuno. Gli sposi nella celebrazione nuziale si promettono la fedeltà fino alla morte.

    Ulteriori studi approfonditi esige invece la questione se cristiani non credenti – battezzati, che non hanno mai creduto o non credono più in Dio – veramente possano contrarre un matrimonio sacramentale. In altre parole: si dovrebbe chiarire se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è "ipso facto" un matrimonio sacramentale. Di fatto anche il Codice indica che solo il contratto matrimoniale "valido" fra battezzati è allo stesso tempo sacramento (cf. CIC, can. 1055, § 2). All’essenza del sacramento appartiene la fede; resta da chiarire la questione giuridica circa quale evidenza di "non fede" abbia come conseguenza che un sacramento non si realizzi.

    5. Molti affermano che l’atteggiamento della chiesa nella questione dei fedeli divorziati risposati è unilateralmente normativo e non pastorale

    Una serie di obiezioni critiche contro la dottrina e la prassi della chiesa concerne problemi di carattere pastorale. Si dice ad esempio che il linguaggio dei documenti ecclesiali sarebbe troppo legalistico, che la durezza della legge prevarrebbe sulla comprensione per situazioni umane drammatiche. L’uomo di oggi non potrebbe più comprendere tale linguaggio. Gesù avrebbe avuto un orecchio disponibile per le necessità di tutti gli uomini, soprattutto per quelli al margine della società. La chiesa al contrario si mostrerebbe piuttosto come un giudice, che esclude dai sacramenti e da certi incarichi pubblici persone ferite.

    Si può senz’altro ammettere che le forme espressive del magistero ecclesiale talvolta non appaiano proprio come facilmente comprensibili. Queste devono essere tradotte dai predicatori e dai catechisti in un linguaggio, che corrisponda alle diverse persone e al loro rispettivo ambiente culturale.

    Il contenuto essenziale del magistero ecclesiale in proposito deve però essere mantenuto.

    Non può essere annacquato per supposti motivi pastorali, perché esso trasmette la verità rivelata.

    Certamente è difficile rendere comprensibili all’uomo secolarizzato le esigenze del Vangelo. Ma questa difficoltà pastorale non può condurre a compromessi con la verità. Giovanni Paolo II nella lettera enciclica Veritatis splendor ha chiaramente respinto le soluzioni cosiddette "pastorali", che si pongono in contrasto con le dichiarazioni del magistero (cf. ivi, n. 56).

    Per quanto riguarda la posizione del magistero sul problema dei fedeli divorziati risposati, si deve inoltre sottolineare che i recenti documenti della chiesa uniscono in modo molto equilibrato le esigenze della verità con quelle della carità. Se in passato nella presentazione della verità talvolta la carità forse non risplendeva abbastanza, oggi è invece grande il pericolo di tacere o di compromettere la verità in nome della carità. Certamente la parola della verità può far male ed essere scomoda. Ma è la via verso la guarigione, verso la pace, verso la libertà interiore. Una pastorale, che voglia veramente aiutare le persone, deve sempre fondarsi sulla verità. Solo ciò che è vero può in definitiva essere anche pastorale. "Allora conoscerete la verità e la verità vi farà liberi" (Gv 8,32).

    Joseph card. Ratzinger,

    prefetto 1 Testo di riferimento essenziale è il n. 84 dell’esortazione postsinodale Familiaris consortio (FC). Anche la summenzionata Allocuzione papale (Discorso), le affermazioni relative nel Catechismo della chiesa cattolica (CCC) così come il documento pubblicato dalla Congregazione per la dottrina della fede, la Lettera ai vescovi della chiesa cattolica circa la recezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati (Lettera) devono essere tenute presenti in un panorama dei pronunciamenti magisteriali. 2 Cf. Mt 11,30.
    3 Cf. 1Cor 11,27-29.

    4 Cf. al riguardo anche la Istruzione su alcune questioni circa la collaborazione dei laici al ministero dei presbiteri, 15.8.1997, art. 5, § 2 e art. 13; Regno-doc. 1,1998,33s.

    5 Queste norme sono riassunte brevemente e chiaramente nel Direttorio per la pastorale familiare dei Vescovi italiani: "La partecipazione dei divorziati risposati alla vita della chiesa rimane comunque condizionata dalla loro non piena appartenenza a essa. È evidente, quindi, che essi non possono svolgere nella comunità ecclesiale quei servizi che esigono una pienezza di testimonianza cristiana, come sono i servizi liturgici e in particolare quello di lettori, il ministero di catechista, l’ufficio di padrino per i sacramenti. Nella stessa prospettiva, è da escludere una loro partecipazione ai consigli pastorali, i cui membri, condividendo in pienezza la vita della comunità cristiana, ne sono in qualche modo i rappresentanti e i delegati. Non sussistono invece ragioni intrinseche per impedire che un divorziato risposato funga da testimone nella celebrazione del matrimonio: tuttavia saggezza pastorale chiederebbe di evitarlo, per il chiaro contrasto che esiste tra il matrimonio indissolubile di cui il soggetto si fa testimone e la situazione di violazione della stessa indissolubilità che egli vive personalmente" (n. 218).


  2. #2
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    Congregazione per la dottrina della fede

    Vescovi dell’Oberrhein

    Divorziati risposati e comunione

    La recente vicenda dei documenti sui divorziati risposati è un esempio raro e positivo di attenzione pastorale e di tensione guidata e risolta fra diverse istanze ecclesiali. Due i testi rilevanti.

    1. Lettera ai vescovi della chiesa cattolica circa la recezione della comunione eucaristica da parte di fedeli divorziati risposati (OR 15.10.1994, 8).

    Pubblicata dalla Congregazione per la dottrina della fede, porta la data del 14 settembre. Rappresenta la risposta più autorevole alle molte voci di vescovi singoli e associati sulla questione e, in particolare, alla presa di posizione dei vescovi della regione ecclesiastica tedesca dell’Oberrhein che, nel 1993, erano intervenuti con un’ampia presa di posizione (cf. Accompagnamento pastorale dei divorziati; Regno-doc. 19,1993,613).

    2. Lettera dei vescovi dell’Oberrhein.

    Contestualmente alla lettera della congregazione i tre vescovi della regione ecclesiastica dell’Oberrhein

    (mons. O. Seier, vescovo di Freiburg, mons. K. Lehmann, vescovo di Mainz e mons. W. Kasper, vescovo di Rottenburg-Stuttgart)

    hanno pubblicato una lettera, concordata con la congregazione, che rappresenta la recezione del testo vaticano. (Opuscolo, nostra traduzione dal tedesco;).

    LETTERA DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

    Eccellenza reverendissima,

    1. L’anno internazionale della famiglia è un’occasione particolarmente importante per riscoprire le testimonianze dell’amore e della sollecitudine della chiesa per la famiglia1 e, nel contempo, per ricomporre le inestimabili ricchezze del matrimonio cristiano che della famiglia costituisce il fondamento.

    2. In questo contesto una speciale attenzione meritano le difficoltà e le sofferenze di quei fedeli che si trovano in situazioni matrimoniali irregolari.2 I pastori sono chiamati a far sentire la carità di Cristo e la materna vicinanza della chiesa; li accolgano con amore, esortandoli a confidare nella misericordia di Dio, e suggerendo loro con prudenza e rispetto concreti cammini di conversione e di partecipazione alla vita della comunità ecclesiale.3

    3. Consapevoli però che l’autentica comprensione e la genuina misericordia non sono mai disgiunti dalla verità,4 i pastori hanno il dovere di richiamare a questi fedeli la dottrina della chiesa riguardante la celebrazione dei sacramenti e in particolare la recezione dell’eucaristia.

    Su questo punto negli ultimi anni in varie regioni sono state proposte diverse soluzioni pastorali secondo cui certamente non sarebbe possibile un’ammissione generale dei divorziati risposati alla comunione eucaristica, ma essi potrebbero accedervi in determinati casi, quando secondo il giudizio della loro coscienza si ritenessero a ciò autorizzati.

    Così, ad esempio, quando fossero stati abbandonati del tutto ingiustamente, sebbene fossero sinceramente sforzati di salvare il precedente matrimonio, ovvero quando fossero convinti della nullità del precedente matrimonio, pur non potendola dimostrare nel foro esterno, oppure quando avessero già trascorso un lungo cammino di riflessione e di penitenza, o anche quando per motivi moralmente validi non potessero soddisfare l’obbligo della separazione.


    Da alcune parti è stato anche proposto che, per esaminare oggettivamente la loro situazione affettiva, i divorziati risposati dovrebbero intessere un colloquio con un sacerdote prudente ed esperto. Questo sacerdote però sarebbe tenuto a rispettare la loro eventuale decisione di coscienza ad accedere all’eucaristia, senza che ciò implichi un’autorizzazione ufficiale.


    In questi e simili casi si tratterebbe di una soluzione pastorale tollerante e benevola per poter rendere giustizia alle diverse situazioni dei divorziati risposati.

    4. Anche se è noto che soluzioni pastorali analoghe furono proposte da alcuni padri della chiesa ed entrarono in qualche misura anche nella prassi, tuttavia esse non ottennero mai il consenso dei padri e in nessun modo vennero a costruire la dottrina comune della chiesa, né a determinarne la disciplina. Spetta al magistero universale della chiesa, in fedeltà alla sacra Scrittura e alla tradizione, insegnare e interpretare autenticamente il «depositum fidei».


    Di fronte alle nuove proposte pastorali sopra menzionate questa congregazione ritiene pertanto doveroso richiamare la dottrina e la disciplina della chiesa in materia. Fedele alla parola di Gesù Cristo,5la chiesa afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla comunione eucaristica, per tutto il tempo che perdura tale situazione.6


    Questa norma non ha affatto un carattere punitivo o comunque discriminatorio verso i divorziati risposati, ma esprime piuttosto una situazione oggettiva che rende di per sé impossibile l’accesso alla comunione eucaristica:

    «Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la chiesa, significata e attuata dall’eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della chiesa sull’indissolubilità del matrimonio».7

    Per i fedeli che permangono in tale situazione matrimoniale, l’accesso alla comunione eucaristica è aperto unicamente dall’assoluzione sacramentale, che può essere data «solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti a una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio.

    Ciò comporta in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l’educazione dei figli - non possono soddisfare l’obbligo della separazione, assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi».8 In tal caso essi possono accedere alla comunione eucaristica, fermo restando tuttavia l’obbligo di evitare lo scandalo.


    5. La dottrina e la disciplina della chiesa, su questa materia sono state ampiamente esposte nel periodo postconciliare dall’esortazione apostolica Familiaris consortio. L’esortazione, tra l’altro, ricorda ai pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le diverse situazioni e li esorta a incoraggiare la partecipazione dei divorziati risposati a diversi momenti della vita della chiesa. Nello stesso tempo ribadisce la prassi costante e universale, «fondata sulla sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati»,9 indicandone i motivi.

    La struttura dell’esortazione e il tenore delle sue parole fanno capire chiaramente che tale prassi, presentata come vincolante, non può essere modificata in base alle differenti situazioni.


    6. Il fedele che convive abitualmente «more uxorio» con una persona che non è la legittima moglie o il legittimo marito, non può accedere alla comunione eucaristica. Qualora egli lo giudicasse possibile, i pastori e i confessori, date la gravità della materia e le esigenze del bene spirituale della persona10 e del bene comune della chiesa, hanno il grave dovere di ammonirlo che tale giudizio di coscienza è in aperto contrasto con la dottrina della chiesa.11

    Devono anche ricordare questa dottrina nell’insegnamento a tutti i fedeli loro affidati.

    Ciò non significa che la chiesa non abbia a cuore la situazione di questi fedeli, che, del resto, non sono affatto esclusi dalla comunione ecclesiale. Essa si preoccupa di accompagnarli pastoralmente e di invitarli a partecipare alla vita ecclesiale nella misura in cui ciò è compatibile con le disposizioni del diritto divino, sulle quali la chiesa non possiede alcun potere di dispensa.12

    D’altra parte è necessario illuminare i fedeli interessati affinché non ritengano che la loro partecipazione alla vita della chiesa sia esclusivamente ridotta alla questione della recezione dell’eucaristia. I fedeli devono essere aiutati ad approfondire la loro comprensione del valore della partecipazione al sacrificio di Cristo nella messa, della comunione spirituale,13 della preghiera, della meditazione della parola di Dio, delle opere di carità e di giustizia.14


    7. L’errata convinzione di poter accedere alla comunione eucaristica da parte di un divorziato risposato, presuppone normalmente che alla coscienza personale si attribuisca il potere di decidere in ultima analisi, sulla base della propria convinzione,15 dell’esistenza o meno del precedente matrimonio e del valore della nuova unione.

    Ma una tale attribuzione è inammissibile.16

    Il matrimonio infatti, in quanto immagine dell’unione sponsale tra Cristo e la sua chiesa, e nucleo di base e fattore importante nella vita della società civile, è essenzialmente una realtà pubblica.


    8. È certamente vero che il giudizio sulle proprie disposizioni per l’accesso all’eucaristia deve essere formulato dalla coscienza morale, adeguatamente formata. Ma è altrettanto vero che il consenso, col quale è costituito il matrimonio, non è una semplice decisione privata, poiché crea per ciascuno dei coniugi e per la coppia una situazione specificamente ecclesiale e sociale.

    Pertanto il giudizio della coscienza sulla propria situazione matrimoniale non riguarda solo un rapporto immediato tra l’uomo e Dio, come se si potesse fare a meno di quella mediazione ecclesiale, che include anche le leggi canoniche obbliganti in coscienza. Non riconoscere questo essenziale aspetto significherebbe negare di fatto che il matrimonio esiste come realtà della chiesa, vale a dire, come sacramento.


    9. D’altronde l’esortazione Familiaris consortio, quando invita i pastori a ben distinguere le varie situazioni dei divorziati risposati, ricorda anche il caso di coloro che sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.17 Si deve certamente discernere se attraverso la via di foro esterno stabilita dalla chiesa vi sia oggettivamente una tale nullità di matrimonio.

    La disciplina della chiesa, mentre conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici nell’esame della validità del matrimonio dei cattolici, offre anche nuove vie per dimostrare la nullità della precedente unione, allo scopo di escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità oggettiva conosciuta dalla retta coscienza.18

    Attenersi al giudizio della chiesa e osservare la vigente disciplina circa l’obbligatorietà della forma canonica in quanto necessaria per la validità dei matrimoni dei cattolici, è ciò che veramente giova al bene spirituale dei fedeli interessati. Infatti, la chiesa è il corpo di Cristo e vivere nella comunione ecclesiale è vivere nel corpo di Cristo e nutrirsi del corpo di Cristo. Ricevendo il sacramento dell’eucaristia, la comunione con Cristo capo non può mai essere separata dalla comunione con i suoi membri, cioè con la sua chiesa. Per questo il sacramento della nostra unione con Cristo è anche il sacramento dell’unità della chiesa. Ricevere la comunione eucaristica in contrasto con le norme della comunione ecclesiale è quindi una cosa in sé contraddittoria. La comunione sacramentale con Cristo include e presuppone l’osservanza, anche se talvolta difficile, dell’ordinamento della comunione ecclesiale, e non può essere retta e fruttifera se il fedele, volendo accostarsi direttamente a Cristo, non rispetta questo ordinamento.

    10. In armonia con quanto sinora detto, è da realizzare pienamente il desiderio espresso dal sinodo dei vescovi, fatto proprio dal santo padre Giovanni Paolo II e attuato con impegno e con lodevoli iniziative da parte dei vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli laici: con sollecita carità fare tutto quanto può fortificare nell’amore di Cristo e della chiesa i fedeli che si trovano in situazione matrimoniale irregolare.

    Solo così sarà possibile per loro accogliere pienamente il messaggio del matrimonio cristiano e sopportare nella fede la sofferenza della loro situazione.

    Nell’azione pastorale si dovrà compiere ogni sforzo perché venga compreso bene che non si tratta di nessuna discriminazione, ma soltanto di fedeltà assoluta alla volontà di Cristo che ci ha ridato e nuovamente affidato l’indissolubilità del matrimonio come dono del Creatore.

    Sarà necessario che i pastori e la comunità dei fedeli soffrano e amino insieme con le persone interessate, perché possano riconoscere anche nel loro carico il giogo dolce e il carico leggero di Gesù.19Il loro carico non è dolce e leggero in quanto piccolo o insignificante, ma diventa leggero perché il Signore - e insieme con lui tutta la chiesa - lo condivide. È compito dell’azione pastorale, che deve essere svolta con totale dedizione, offrire questo aiuto fondato nella verità e insieme nell’amore.

    Uniti nell’impegno collegiale di far risplendere la verità di Gesù Cristo nella vita e nella prassi della chiesa, mi è grato professarmi dell’eccellenza vostra reverendissima
    dev.mo in Cristo.

    Joseph card. Ratzinger,
    prefetto

    X Alberto Bovone, arcivescovo tit. di Cesarea di Numidia,
    segretario

    Il sommo pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell’udienza concessa al cardinale prefetto, ha approvato la presente lettera, decisa nella riunione ordinaria di questa congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

    Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, il 14 settembre 1994, nella festa dell’Esaltazione della santa Croce.

    Nel link sotto segnato, trovate:

    LETTERA DEI VESCOVI DELL’OBERRHEIN

    1. Come è stato accolto il nostro documento

    2. Il colloquio con la Congregazione per la dottrina della fede

    3. Fondamentali punti in comune

    4. La nostra posizione

    5. Il difficile problema della recezione della comunione

    6. Portata del «documento»

    7. Appello e preghiera

    Oskar Saier,

    arcivescovo di Freiburg,

    Karl Lehmann,

    vescovo di Mainz

    Walter Kasper,

    vescovo di Rottenburg-Stuttgart




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    domande sul matrimonio con disparità di culto

    vorrei sapere se un uomo di religione Sikh divorziato può sposarsi in chiesa con una donna cattolica in rito di disparità di culto.
    è un matrimonio in conformità con la legge canonica? oppure non si può fare?

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