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Discussione: Quale poesia vi ispira di più su voi stessi?

  1. #41
    Fedelissimo di CR L'avatar di Lady Joan Marie
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    Sei sempre molto positivo caballero. Grazie e continua così!
    Il Re è invaghito della tua bellezza. E' Lui il tuo Signore: rendigli omaggio (SALMO44)

  2. #42
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    Ne riporto due. La prima non è propriamente poesia, mi perdonerete.

    E' una bellissima opera di Pascoli, Alexandros. In uno stile un po' aulico, forse un po' ostico ad una prima lettura, narra di Alessandro Magno che arriva a conquistare l'ultima terra.
    Nella frustrazione di avvertire ancora il desiderio di conquista che non può essere più assecondato - non c'è più altra terra da conquistare - avverto tutto lo struggimento dell'umana impotenza. L'irriquietezza del suo spirito mi rispecchia (a dir la verità oggi un po' meno rispetto al passato), o per dirla meglio "m'è nel cuor, presente come in conchiglia murmure di mare".
    E mi ha sempre colpito tantissimo anche quel "era miglior pensiero ristare, non guardare oltre, sognare: il Sogno è l'infinita ombra del Vero."


    ---

    I

    — Giungemmo: è il Fine. O sacro Araldo, squilla!
    Non altra terra se non là, nell’aria,
    quella che in mezzo del brocchier vi brilla,
    o Pezetèri: errante e solitaria
    terra, inaccessa. Dall’ultima sponda
    vedete là, mistofori di Caria,
    l’ultimo fiume Oceano senz’onda.
    O venuti dall’Haemo e dal Carmelo,
    ecco, la terra sfuma e si profonda
    dentro la notte fulgida del cielo.


    II

    Fiumane che passai! voi la foresta
    immota nella chiara acqua portate,
    portate il cupo mormorìo, che resta.
    Montagne che varcai! dopo varcate,
    sì grande spazio di su voi non pare,
    che maggior prima non lo invidïate.

    Azzurri, come il cielo, come il mare,
    o monti! o fiumi! era miglior pensiero
    ristare, non guardare oltre, sognare:
    il sogno è l’infinita ombra del Vero.

    III
    Oh! più felice, quanto più cammino
    m’era d’innanzi; quanto più cimenti,
    quanto più dubbi, quanto più destino!
    Ad Isso, quando divampava ai vènti
    notturno il campo, con le mille schiere,
    e i carri oscuri e gl’infiniti armenti.
    A Pella! quando nelle lunghe sere
    inseguivamo, o mio Capo di toro,
    il sole; il sole che tra selve nere,
    sempre più lungi, ardea come un tesoro.

    IV
    Figlio d’Amynta! io non sapea di meta
    allor che mossi. Un nomo di tra le are
    intonava Timotheo, l’auleta:
    soffio possente d’un fatale andare,
    oltre la morte; e m’è nel cuor, presente
    come in conchiglia murmure di mare.
    O squillo acuto, o spirito possente,
    che passi in alto e gridi, che ti segua!
    ma questo è il Fine, è l’Oceano, il Niente...
    e il canto passa ed oltre noi dilegua. -


    V

    E così, piange, poi che giunse anelo:
    piange dall’occhio nero come morte;
    piange dall’occhio azzurro come cielo.
    Ché si fa sempre (tale è la sua sorte)
    nell’occhio nero lo sperar, più vano;
    nell’occhio azzurro il desiar, più forte.
    Egli ode belve fremere lontano,
    egli ode forze incognite, incessanti,
    passargli a fronte nell’immenso piano,
    come trotto di mandre d’elefanti.


    VI
    In tanto nell’Epiro aspra e montana
    filano le sue vergini sorelle
    pel dolce Assente la milesia lana.
    A tarda notte, tra le industri ancelle,
    torcono il fuso con le ceree dita;
    e il vento passa e passano le stelle.

    Olympiàs in un sogno smarrita
    ascolta il lungo favellìo d’un fonte,
    ascolta nella cava ombra infinita
    le grandi quercie bisbigliar sul monte.

    ---



    C'è poi questa di T.S. Eliot, che è riportata al termine di un libro che ho amato (il Cavallo rosso di Eugenio Corti):



    ---


    Ecco, ora svaniscono,
    i volti e i luoghi, con quella parte di noi che, come poteva,
    li amava,
    Per rinnovarsi, trasfigurati, in un’altra trama



    ---


    Da ragazzo portai alla maturità una tesina su "la morte nella cultura occidentale", che si apriva con la domanda "Possibile che sia lei, e solo lei, la verità?", tratta da "la morte di ivan il'ic" (Tolstoj).
    Credo che la poesia di Eliot sarebbe stata una degna chiusura di quella tesina (purtroppo non la conoscevo, all'epoca).
    Non conosco parole più efficaci delle sue per aprire uno squarcio verso il mistero della vita eterna e del Paradiso.

  3. #43
    Fedelissimo di CR L'avatar di Lady Joan Marie
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    Devi essere una persona molto colta se ti rivedi in questi versi. Complimenti da parte mia!
    Il Re è invaghito della tua bellezza. E' Lui il tuo Signore: rendigli omaggio (SALMO44)

  4. #44
    CierRino L'avatar di Aleksej
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    Wendell Berry. L’ordine della natura

    Quando la disperazione per il mondo
    cresce dentro di me,
    e mi sveglio di notte al minimo rumore
    col timore di ciò che sarà della mia vita
    e di quella dei miei figli,
    vado a stendermi là dove l’anatra di bosco
    riposa sull’acqua in tutto il suo splendore,
    e si nutre il grande airone.
    Entro nella pace delle cose selvagge
    che non si complicano la vita per il dolore che verrà.
    Giungo al cospetto delle acque calme.
    E sento su di me le stelle cieche di giorno
    che attendono di mostrare il loro lume.
    Per un po’ riposo tra la grazia del mondo e sono libero.








    "Chi cerca la verità cerca Dio, che lo sappia o no."

  5. #45
    Fedelissimo di CR L'avatar di teophilius
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    Non andartene docile in quella buona notte

    Non andartene docile in quella buona notte,
    I vecchi dovrebbero bruciare e delirare al serrarsi del giorno;
    Infuria, infuria, contro il morire della luce.

    Benché i saggi conoscano alla fine che la tenebra è giusta
    Perchè dalle loro parole non diramarono fulmini
    Non se ne vanno docili in quella buona notte,

    I probi, con l'ultima onda, gridando quanto splendide
    Le loro deboli gesta danzerebbero in una verde baia,
    S'infuriano, s'infuriano contro il morire della luce.

    Gli impulsivi che il sole presero al volo e cantarono,
    Troppo tardi imparando d'averne afflitto il cammino,
    Non se ne vanno docili in quella buona notte.

    Gli austeri, prossimi alla morte, con cieca vista accorgendosi
    Che occhi spenti potevano brillare come meteore e gioire,
    S'infuriano, s'infuriano contro il morire della luce.

    E tu, padre mio, là sulla triste altura maledicimi,
    Benedicimi, ora, con le tue lacrime furiose, te ne prego.
    Non andartene docile in quella buona notte.
    Infuriati, infuriati contro il morire della luce.
    E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, nè lutto, nè lamento, nè affanno, perché le cose di prima sono passate \[T]/

  6. #46
    Moderatore Ecumenico L'avatar di DenkaSaeba25
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    E. Montale - Maestrale (da "Ossi di Seppia", 1925)

    S'è rifatta la calma
    nell'aria: tra gli scogli parlotta la maretta.
    Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma
    a pena svetta.

    Una carezza disfiora
    la linea del mare e la scompiglia
    un attimo, soffio lieve che vi s'infrange e ancora
    il cammino ripiglia.

    Lameggia nella chiaria
    la vasta distesa, s'increspa, indi si spiana beata
    e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia
    vita turbata.

    O mio tronco che additi,
    in questa ebrietudine tarda,
    ogni rinato aspetto coi germogli fioriti
    sulle tue mani, guarda:
    sotto l'azzurro fitto
    del cielo qualche uccello di mare se ne va;
    né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
    " più in là "!

    Securus iudicat orbis terrarum

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