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Discussione: ***** Il Rito Ambrosiano *****

  1. #11
    Moderatore Globale L'avatar di Ambrosiano
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    Il canto ambrosiano


    La liturgia Ambrosiana non usa il canto gregoriano, ma ha un suo proprio canto (canto ambrosiano) sia per quanto riguarda il "comune" della messa/vespri ecc., sia per i canti veri e propri.

    È il canto liturgico della Chiesa di Milano: è la musica più antica nota ed eseguita nell'Occidente cristiano.
    È, infatti, l'unico al mondo ad essere sopravvissuto fra gli antichi repertori liturgico-musicali non romani.

    In esso si evidenzia un valore straordinario non solo musicale, ma anche storico, culturale ed estetico.
    ll canto ambrosiano è una monodia; significa, cioè, che la linea melodica viene cantata da tutti ad una voce unitaria, senza creare armonizzazìoni di altre voci.
    Come tutta la monodia antica liturgica, anche le melodie ambrosiane sono primariamente cantate senza ausilio di alcun strumento.
    È la voce sola, nella fluidità, a risuonare nelle ampiezze delle volte, dei colonnati, delle navate.
    È in lingua latina, ed è preghiera liturgica messa in musica.
    È così un canto che si afferma nella vita quotidiana delle comunità oranti in quanto preghiera appassionata.
    È probabile che il canto ambrosiano poggi le sue radici ad un epoca ancor precedente agli anni dell'episcopato di Sant'Ambrogio (374-397); ma è proprio per il tramite della figura del vescovo Ambrogio che ricevette un particolare impulso. Un impulso così determinante e sentito, che da lui è coniugata la definizione di canto “ambrosiano”.
    Nel nome stesso, dunque, vi è il richiamo alle radici più profonde e autentiche dell'identità ecclesiale della città.
    Nelle intenzioni, infatti, di Sant'Ambrogio è proprio la musica a voler essere il veicolo privilegiato per favorire la partecipazione al rito di tutti i fedeli:
    un canto collettivo, con versi semplici da recitare e memorizzare.

    È Sant'Agostino in persona a testimoniarcelo.
    Giunto a Milano, città dove riceverà il battesimo proprio dalle mani di Ambrogio, narra nelle sue Confessioni che Ambrogio introdusse gli inni ed il canto dei salmi, vocalizzato “alla maniera degli orientali”.
    Tali inni, arrivati fino a noi, sono costruiti con strofe di tipo metrico romano: esattamente in Dimetro Giambico.
    La melodia diviene la veste musicale della strofa, cosi che una melodia stessa sia posta al servizio di vari testi d'ugual metro.

    Come in tutto il canto liturgico cristiano, vi si distinguono due stili: uno sillabico ed uno vocalizzato.
    Tale distinzione è assai più sensibile che in altri rami della tradizione liturgica occidentale: ciò è segno di alta antichità.
    Le melodie sillabiche sono essenziali ed incisive, quelle vocalizzate presentano una vera ricchezza d'ornamentazione diffusa.

    Per quanto riguarda le fonti, le prime testimonianze di libri integralmente notati risalgono all'inizio del secolo XII.
    Tutto fa pensare che, come la tradizione romano-antica, anche quella ambrosiana sia stata trasmessa unicamente per via orale, sino appunto il sec. XII.
    In seguito sarebbero coesistite le due tradizioni (orale e scritta), con reciproci influssi dell'una sull'altra.
    In particolare, per i codici ambrosiani, sono assai numerosi quelli a scrittura detta diastematica ovvero con notazione romboidale - o "gotica" - tipica del canto ambrosiano.

    Altra caratteristica di scrittura concerne il si-bemolle.
    A volte è segnato con la lettera b, altre volte è indicato con una interlinea verde o azzurra - anche bruna o rossa - uso forse esclusivo dei nostri manoscritti.
    Non è raro il caso in cui il bemolle non è neppure indicato, lasciando alla pratica e alla competenza del cantore la scelta del suono, o naturale o addolcito.

    Le diverse tipologie di canti sono correlate alla connotazione celebrativa: di fatto, ad ogni momento di ciascuna azione liturgica corrisponde un canto con proprie peculiarità.
    Le melodie ambrosiane presentano una forte adesione al testo, rimarcando che l'essenza del canto non è squisitamente solo un fatto musicale, bensì spirituale.
    La monodia cristiana prende corpo grazie al linguaggio sonoro, ma non è musica: è essenzialmente preghiera.
    Rivela la Parola e ad essa conferisce la forza di penetrare nel cuore.
    ll canto non può, cioè, esaurirsi nella sola linea melodica e nel ritmo musicale, bensì emerge progressivamente dalla comprensione esistenziale della Parola di Dio, che ha un suo ritmo, una sua dinamica.
    È la Parola che si espande in un ampio respiro esigendo momenti di appoggio - scorrevole o attardato, leggero o fortemente incisivo - che mettano in evidenza precisi vocaboli che costituiscono il nucleo centrale e innovativo della proclamazione liturgica.

    Ed è, allora, così che questo tesoro tra i più preziosi della città di Milano non è “esposizione museale”, ma essenza viva.
    Esso è patrimonio da narrare, palpitante, di una comunità che trasmette un'anima orante e luminosa.
    ll canto ambrosiano è dunque una componente importante dell'identità del territorio, che può fungere da strumento di aggregazione della comunità, conservando la memoria del passato e dando la possibilità di consegnare alle generazioni future un'eredità dinamica e significativa.

    È il suono vivo della casa. È il nostro canto “ambrosiano”!
    (Testo del M° Paolo Massimini, direttore della Cappella Musicale Ambrosiana)
    ( paolo.massimini@cappellamusicaleambrosia na.it )


    Nel forum vi è una discussione apposita sul Canto ambrosiano e in cui si possono ascoltare molti canti:
    http://www.cattoliciromani.com/19-mu...nto-ambrosiano
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    Testi relativi al Canto Ambrosiano

    Sono stati pubblicati i seguenti due testi:

    Antiphonale Missarum simplex
    iuxta ritum Sanctae Ecclesiae Mediolanensis

    a cura di dom Jean Claire o.s.b. e mons. Alberto Turco

    edizione: Lucca: LIM 2001
    pagine 316
    formato 14×21 • cartonato
    Euro 26 ISBN 88-7096-276-8

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    Antiphonale Missarum
    iuxta ritum Sanctae Ecclesiae Mediolanensis
    a cura di dom Jean Claire o.s.b. e mons. Alberto Turco

    edizione: Lucca, LIM 2006
    pagine XXVIII + 656
    formato 14×21 • cartonato
    Euro 48 ISBN 88-7096-473-8

    Dopo l'Antíphonale Missarum Simplex iuxta ritum Sanctae Ecclesiae Mediolanensis (2001) esce ora, ad uso dei cultori del canto ambrosiano, l'Antiphonale Missarum completo, a cura di doni Jean Claire osb e di mons. Alberto Turco, entrambi studiosi di chiara fama e d'indiscussa competenza.
    L'edizione - a settant'anni da quella dell'abate Suñol del
    1935 - si caratterizza per la sua conformità al Messale Ambrosiano, riformato a norma dei decreti del Concilio Ecumenico Vaticano Il (1976), e per lo studio critico accurato delle fonti manoscritte a tutt'oggi disponibili, allo scopo di offrire per l'uso liturgico e per l'approfondimento scientifico, i risultati più sicuri, sotto il profilo testuale e musicale, della ricerca in atto sul canto genuinamente ambrosiano.
    Tale edizione, pur rimanendo un'opera aperta a nuovi apporti di studio, segna una tappa miliare nella ricerca sul canto ambrosiano e si configura come un vero e proprio superamento dell'edizione che, sostenuta con decisione dal beato cardinale arcivescovo Alfredo Ildefonso Schuster, ha caratterizzato la rinascita del canto ambrosiano negli anni Trenta del secolo scorso.
    Tutte le comunità ecclesiali di rito ambrosiano - in modo particolare quelle che celebrano ordinariamente o anche solo saltuariamente in lingua latina con il nuovo Missale Ambrosianum (1981) - hanno nel volume che presentiamo lo strumento adeguato per valorizzare appieno la tradizione testuale e musicale del canto ambrosiano.
    Tutti i gruppi corali che hanno attenzione e gusto per il repertorio gregoriano potranno arricchire la loro esperienza artistica a servizio della lode di Dio della bellezza antica e sempre nuova del canto ambrosiano.
    Un repertorio di canto latino come quello autenticamente ambrosiano è anzitutto un valore per tutta l'ecumene cattolica dal punto di vista liturgico musicale. Esso racchiude infatti l'espressione canora e musicale dell'unica fede cattolica secondo una tradizione
    latina distinta e complementare alla tradizione romana, recettiva di influssi sia dell'Oriente cristiano sia dell'area ispano-visigotica e gallicana. Il cammino ecumenico delle Chiese cristiane non può che trarne il massimo vantaggio: si può legittimamente celebrare e cantare con forme espressive canoro-musicali diverse senza attentare alla confessione dell'unica fede e alla comunione di carità che dalla fede scaturisce.
    Un secondo valore intrinseco al repertorio che qui viene reso disponibile è la qualità teologica e spirituale dei testi. La ricca ed intensa meditazione cristologica, ecclesiologica e mariologica delineata dai canti dei tempi forti, si sviluppa senza soluzione di continuità in un'altrettanto ricca ed intensa narrazione della multiforme ' santità cristiana nei canti del proprio e del comune dei santi.
    Un terzo ed ultimo valore è di natura squisitamente estetica e culturale. Con la custodia e il rilancio della sua antica tradizione canora e musicale, la Chiesa ambrosiana si fa attenta promotrice di una solida cultura storico-musicale ed estetico-musicale non solo per il popolo cristiano, ma anche per tutti coloro che, pur non professando la fede della Chiesa, sanno apprezzare il patrimonio storico, umano ed artistico, che la fede ha originato nel corso dei secoli.
    Auspico dunque che questa edizione profondamente rinnovata, e maggiormente fedele alla genuina tradizione ambrosiana, dell'Antiphonale Missarum venga accolta con favore sia da coloro che già praticano il canto ambrosiano, sia da chi, sensibile alla sua bellezza, voglia aprirsi con fiducia alla sua pratica, a lode e gloria "dell'unico Dio nella Trinità e della Trinità nell'Unità" (cf. Simbolo detto atanasiano).

    Card. Dionigi Tettamanzi
    Milano, 7 dicembre Solennità di Sant'Ambrogio
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    I due libri sopra menzionati hanno però avuto parecchie critiche dagli esperti di canto ambrosiano.
    Critiche che sono sintetizzate in questo post che l'utente "doctorangelicus", esperto in materia, ha fatto nel forum in occasione della pubblicazione del libro "Antifonale Ambrosiano" (vedere dettagli qui di seguito).
    L'unica edizione ufficiale del canto milanese (comunemente detto ambrosiano), approvata dalla S. Sede, è quella dei due volumi pubblicati ai tempi del card. Schuster e curati da p. G. Suñol OSB: Vesperale e Antiphonale Missarum (più alcuni libri minori).
    Queste edizioni furono compilate in tempi molto rapidi e con le sole forze di p. Sunol, per cui la critica ebbe ragione di rintracciarvi varie mancanze; alcune di queste le riscontriamo oggi ancor maggiormente, a partire dall'apparato di segni esecutivi (trattini orizzontali e verticali, punti ecc.) veramente molto presente e concepito secondo il cosiddetto Metodo di Solesmes.
    Va tuttavia ammesso che nella sostanza, a parte qualche errore di una certa entità, si tratta di una edizione tutt'altro che disprezzabile.

    In anni recenti è uscito un cosiddetto "nuovo Antiphonale Missarum", che (sia chiaro) non è un'edizione ufficiale, sul quale ci sarebbe da scrivere un libro: in parole povere, è l'assurdo tentativo di realizzare un Antifonario "veramente ambrosiano" (!!!!) utilizzando solo brani che apparterrebbero a un ipotetico fondo primitivo, eliminando tutti i pezzi provenienti da altri repertori (come il gregoriano) e a Milano ripresi e rielaborati secondo il proprio stile, secondo una prassi caratteristica del canto milanese.
    Sulle modalità a dir poco criticabili di questa operazione non dico nulla: lascio la parola agli articoli a suo tempo apparsi sulla Rivista Internazionale di Musica Sacra a firma di musicologi autorevoli quali Giacomo Baroffio e Luca Ricossa.

    Ora si trattava di pubblicare (vedi dettagli del libro Antifonale Ambrosiano appena più sotto) non già un Antifonario completo, che richiederebbe un lavoro ed energie enormi, tanto più dopo il fallimento sostanziale di tale citata edizione, quanto di offrire alle parrocchie (e speriamo al Seminario) una raccolta di canti tale da rendere ancora possibile cantare una messa e un vespro in ambrosiano.
    Naturalmente l'operazione è stata fatta guardando in faccia la realtà: il canto ambrosiano è fondamentalmente sparito dall'uso. Si tratta dunque di ri-partire da un repertorio di base, senza però fare, come in altre recenti pubblicazioni, delle raccoltine di soli canti semplici: si è dato spazio anche a pezzi di una certa complessità.
    Come edizione-base si è conservata quella ufficiale (Schuster-Sunol), correggendo errori materiali e soprattutto sfoltendo l'apparato di segni aggiuntivi, spesso arbitrari o fuorvianti. Una delle correzioni più eclatanti è l'eliminazione del bemolle dal Credo, restituendo la melodia alla tradizione costante dei manoscritti e all'uso della Cattedrale che fino agli anni '30, cioè fino all'avvento dell'ed. Sunol, sempre lo cantò senza il si bemolle.
    La pubblicazione a cui si fa riferimento nel post è la seguente:
    Antifonale Ambrosiano

    a cura di Ferruccio Ferrari e con la cosulenza musicologica di Angelo Rusconi

    edizione: Lucca, LIM 2011
    pagine 272 + 2 CD
    formato 17×24 • cartonato
    Euro --
    ISBN 978-88-7096-626-8

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    Vista quindi l'importanza dei due volume pubblicati a cura dal card. Schuster e dell'abate Suñol, grazie all'iniziativa ed alla disponibilità degli utenti "Dies irae" e "davidthegray", è ora disponibile la scannerizzazione dei:


    Liber Vesperalis e Antiphonale Missarum juxta ritum Sanctae Ecclesiae Mediolanensis

    pubblicati con decreto del card. Schuster.

    Lo scan, in formato Pdf del Vesperale, lo si può trovare qui:
    Liber Vesperalis juxta ritum Sanctae Ecclesiae Mediolanensis (1939, a cura di Gregorio Maria Suñol)

    Qui invece lo scan in formato PDf dell'Antiphonale:
    Antiphonale Missarum juxta ritum Sanctae Ecclesiae Mediolanensis (1935, a cura di Gregorio Maria Suñol)

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    Sussidi liturgico - musicali della Diocesi di Milano

    Ultima modifica di Ambrosiano; 06-06-2019 alle 15:54

  2. #12
    Moderatore Globale L'avatar di Ambrosiano
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    Le particolarità liturgiche proprie del Duomo di Milano


    Le particolarità liturgiche del Duomo sono basate sui:
    PRINCIPI E NORME PER L'USO DEL MESSALE AMBROSIANO CAPITOLO IX
    RITI PROPRI DELLA CHIESA METROPOLITANA NELLE CELEBRAZIONI SOLENNI PRESIEDUTE DALL'ARCIVESCOVO

    355. Secondo un'antica tradizione, la Chiesa Cattedrale Metropolitana di Milano ha conservato alcuni riti particolari, quando la Messa è celebrata solennemente dall'Arcivescovo. Questi riti possono essere usati anche quando l'Arcivescovo celebra in particolari occasioni fuori dalla Chiesa Cattedrale.
    Essi competono anche a qualsiasi Ordinario di luogo che celebri solennemente in rito ambrosiano entro la propria diocesi o territorio ove legittimamente sia in vigore il rito ambrosiano stesso.

    356. L'arcivescovo durante la messa pontificale o "stazionale" è assistito da sei diaconi, due alla cattedra

    e quattro per il servizio dell'altare e del vangelo

    e da un prete assistente in piviale, se non c'è concelebrazione.

    357. I riti introduttori prevedono il seguente svolgimento:
    a) solenne ingresso con il canto dei dodici kyrie "in groemio Ecclesiae",

    cui segue la sallenda propria della solennità celebrata;
    b ) prima che l'arcivescovo e i ministri bacino la mensa, due diaconi incensano l'altare, come primo atto di omaggio;
    c) l'arcivescovo, dalla cattedra, dopo il segno di croce ed il saluto all'assemblea, intona subito, se previsto, il Gloria.

    358. Normalmente, la prima lettura compete a un lettore istituito rivestito di piviale,


    la seconda lettura ad uno dei diaconi,


    il Vangelo al primo dei diaconi.
    La processione per la proclamazione del vangelo prevede quattro diaconi, dei quali uno reca, ostendendolo, l'evangeliario, due reggono i cantari accesi ed il quarto tiene il turibolo fumigante.


    Il rito, cui prestano il proprio ministero esclusivamente i diaconi, vuole mettere in evidenza il momento solenne della proclamazione evangelica.


    Prima dell'omelia l'arcivescovo riceve l'incensazione seduto in cattedra con mitra e pastorale, analogamente all'atto con cui viene incensato l'evangeliario prima della proclamazione del vangelo, come a voler sottolineare che la parola del vescovo nell'omelia non solo commenta ma in un certo modo continua e attualizza la Parola di Dio ascoltata nelle letture sacre.


    359. Alla presentazione del pane e del calice, dopo la consacrazione, due dei diaconi ministranti incensano l'eucaristia.


    360. Nella celebrazione vespertina del venerdì santo è lo stesso arcivescovo che dalla cattedra, assistito da sei diaconi, rivestito dei paramenti della messa e con la mitra in capo, proclama la lettura della passione, compiendo in tal modo la solenne commemorazione della morte del Signore,

    così come sarà l'arcivescovo a proclamare nella veglia pasquale l'annuncio della risurrezione.


    361. Nella veglia pasquale, il canto del preconio conserva l'antica caratteristica di grande rito lucernale, durante il quale, gradatamente e in diversi momenti, legati al testo del preconio stesso, si compie l'illuminazione del tempio,

    quasi a rendere visibile l'immagine della luce pasquale che, dal cero, pervade progressivamente la chiesa in attesa del Signore risorto.

    NOTE Cfr. BEROLDUS, ed. M. Magistretti, p. 49.
    Cfr. BEROLDUS, ed. M. Magistretti, p. 116.
    Cfr. BEROLDUS, ed. M. Magistretti, p. 40.
    Le foto sono tutte prese dal sito della diocesi di Milano
    il testo da www.unipiams.org.


    Altre particolarità delle celebrazioni del Duomo
    (sebbene non siano prescritte dal messale sono tradizioni antichissime del Duomo di Milano)


    BENEDIZIONE EPISCOPALE NELLE SOLENNITA'
    Nelle solennità la benedizione episcopale assume questa particolare forma.

    Ecco un video relativo che ho estratto dalla celebrazione dell'8 dicembre 2021:



    In proposito riporto un estratto dal libro "I riti che seguono l'anafora nella Messa in Occidente" di Lukasz Celinski:

    Una particulare testimonianza, riguardante la presenza delle benedizioni solenni episcopali nella tradizione liturgica ambrosiana, si trova fra gli atti del IV Concilio provinciale di Milano, svoltosi nel 1576.

    All’interno di questa collezione vi é, infatti, anche la seguente notizia:

    In majoribus etiam solennitatibus aliquando id solennius praestetur, ritu scilicet qui in antiquo libro pontificali ita praescriptus est, ut chorus primo dicat:
    Princeps ecclesiae pastor ovilis, tu nos benedicere digneris;
    tum diaconus respondeat:
    Humiliate vos ad benedictionem;
    post clerus humili voce concinat:
    Deo gratias semper agamus.
    Demum episcopus solenniter benedicturus, dicat praescriptas pro tempore ratione orationes, quae ex libro antiquo pontificali descripto edentur.

    EPIFANIA

    I Vespri del giorno dell'Epifania, che, per solennità, superano quelli dello stesso giorno di Natale. Durante la loro celebrazione, infatti, per antichissima tradizione, svolge un ruolo singolare il Primicerio maggiore, che nel primitivo ordinamento ecclesiastico milanese era a capo, con funzioni simili a quelle dell'attuale vicario generale, del clero urbano (detto dei decumani), distinto dal clero cosiddetto "cardinale", cioè l'alto clero della cattedrale.
    Questo spiega l'onore in cui tale ecclesiastico era tenuto; fino all'ultima riforma liturgica, proprio ai vespri dell'epifania, dirimpetto al trono dell'arcivescovo veniva approntato un altro trono più piccolo riservato per l'appunto al primicerio, il quale, al termine della parte lucernale del vespro, distribuiva a tutto il clero della cattedrale e allo stesso arcivescovo un dono in monete. Cercare l'origine di tale curiosa tradizione non è agevole. Probabilmente ci si deve rifare all'epoca del cosiddetto esilio genovese (568-643), che aveva visto, come conseguenza dell'invasione longobarda, l'assenza da Milano dell'arcivescovo e del clero maggiore della cattedrale, rifugiatisi appunto in Liguria, mentre in città il solo clero urbano dei decumani era rimasto ad esercitare il servizio pastorale presso il popolo in quei momenti difficili. Altrettanto difficile deve essere stato però il riassestamento con il clero decumano al ritorno in Milano dell'arcivescovo con il clero cardinale. In effetti le cerimonie particolari conservatesi nei vespri dell'epifania sembrano essere la ritualizzazione della raggiunta riconciliazione tra i due ordines: infatti, se il primicerio prendeva posto su di un trono eretto di fronte a quello dell'arcivescovo, quasi in segno della sua altissima dignità nell'istituzione ecclesiastica milanese, è pur vero che egli all'arcivescovo consegnava un'offerta in segno di sudditanza, prova di una ricomposizione equilibrata delle gerarchie ecclesiastiche secondo il loro ordine obiettivo. Anche quando il clero decumano fu soppresso ed il primicerio maggiore fu integrato all'interno del capitolo metropolitano, i vespri dell'epifania conservarono questo rito particolare: ancor oggi esso sopravvive in una forma più sobria come testimonianza di una tradizione storica delle antiche istituzioni ecclesiastiche milanesi.
    Il primicerio dunque partecipa alla prima parte dei vespri con particolare evidenza: rivestito di piviale bianco e insignito della ferula, prende posto di fronte alla cattedra. da dove l'arcivescovo presiede la celebrazione. Subito dopo i riti del lucernario, si esegue un'antica antifona detta in choro. forse perché i cantori la eseguivano davanti all'altare facendo ad esso corona. Quella dell'epifania è l'unica conservata nella nuova liturgia ambrosiana delle ore, e per questo oggi assume un valore eccezionale. Si tratta di un testo che, nel suo contenuto, compendia l'intero ciclo natalizio, e che, nella forma esecutiva, già tradizionalmente veniva cantato per quattro volte successive, quasi a significare che l'annuncio del compimento delle attese messianiche nel natale di Cristo si diffonde, attraverso i quattro punti cardinali, per tutta la terra. All'antifona in choro segue l'inno dei vespri, durante il quale, il primicerio presenta all'arcivescovo, seduto in cattedra, un'offerta a nome del capitolo: è quanto rimane dell'antico rito di origine medioevale, al quale era sempre stato intrinseco il significato di un gesto di sudditanza da parte del capo del clero decumano verso la massima autorità della diocesi e che oggi si configura clme atto di omaggio e di riverenza di tutto il capitolo della cattedrale verso l'arcivescovo. Se poi teniamo presente che, oltre a ciò, almeno da quanto ci attestano i diari dei cerimonieri, tocca all'arciprete, e cioè al primo in dignità dei canonici, prestare servizio all'arcivescovo durante l'incensazione dell'altare nell'ambito dei riti lucernali, adempiendo in questo modo ad un ufficio normalmente riservato ad un diacono, si può pensare che l'intera parte iniziale dei vespri nel giorno dell'epifania sia venuta progressivamente configurandosi come "luogo celebrativo" nel quale si rende per così dire liturgicamente visibile il debito di obbedienza e di riverenza nei confronti del vescovo, del capitolo metropolitano, e attraverso di lui, dell'intero presbiterio diocesano.

    Dal "Dizionario di Liturgia Ambrosiana" a cura di Mons. M. Navoni

    Vedi: https://www.youtube.com/watch?v=EsAMg_eHX6M
    CANDELORA
    La festa liturgica più importante che ricorre nel mese di febbraio è indubbiamente quella della Presentazione di Gesù al Tempio. Anticamente era celebrata il primo gennaio, insieme alla festa della circoncisione; infatti nella messa di capodanno veniva proclamato il brano evangelico che riporta entrambi questi episodi delle prime settimane di vita del Signore. Solo più tardi, quando fu introdotta una ricorrenza autonoma rispetto a quella del primo gennaio, anche il vangelo fu sdoppiato, riservandone alla nuova celebrazione la parte relativa.
    Dal momento che lo stesso evangelista Luca ci informa che la presentazione al tempio avvenne quaranta giorni dopo la nascita, fu semplice determinare il giorno in cui collocare la nuova ricorrenza: dove il Natale era celebrato il 6 gennaio, come in Oriente, la presentazione al tempio fu fissata al 14 febbraio, quando poi si diffuse in tutto il mondo cristiano l'uso romano-occidentale di celebrare la natività al 25 dicembre, la presentazione fu anticipata al 2 febbraio.
    Nel Medioevo si introdusse l'uso di rendere più solenne questa festività con un rito processionale alla luce di candele benedette, distribuite a tutti i fedeli che poi le avrebbero portate nelle loro case come simbolo della protezione provvidente di Dio e dell'affetto materno di Maria. Questo rito ebbe, anche dal punto di vista devozionale, il maggior effetto sul popolo cristiano, tanto che tradizionalmente il 2 febbraio è ancor oggi definito il giorno della "Candelora".
    Può essere interessante ripercorrere brevemente la storia della processione che, in tale data, si svolge nel duomo di Milano.
    Ne abbiamo una descrizione iconografica in un prezioso bassorilievo, forse della fine del secolo XI, dell'antica chiesa di S. Maria Beltrade, ora al Museo Archeologico del Castello Sforzesco: si vedono due preti che portano in processione un'immagine della Madonna col Bambino, sotto la quale si legge la parola "Idea":
    Se nel Medioevo la processione si svolgeva dalla chiesa di S. Maria Beltrade, che sorgeva ove oggi vi è l'omonima piazza lungo la via Torino, alla cattedrale, in seguito essa si tenne solo all'interno del Duomo, dall'altare della Madonna dell'Albero all'altar maggiore, come si fa ancor oggi. Durante il rito, due diaconi portano a spalla su una speciale barella a quattro stanghe un'immagine mariana detta, appunto "idea".
    Si tratta di una tavola a cuspide, sulla cui sommità arde un grosso cero: su una faccia è raffigurata la presentazione di Gesù al Tempio con Maria, Giuseppe ed i vecchi Simeone ed Anna; sull'altra troviamo la Vergine in trono col Bambino. L'attuale "idea" porta la data del 1317 ed il nome di Michelino da Besozzo.
    Tra gli studiosi di tradizioni milanesi si è molto discusso sull'origine del nome "Idea", dato a quest'immagine. Per alcuni, esso deriverebbe direttamente dal culto della dea pagana Cibele, madre degli dei, definita "Magna Mater Idea", in onore della quale si svolgevano processioni soprattutto per invocare la fertilità della terra. La processione del 2 febbraio sarebbe perciò una cristianizzazione di un culto pagano.
    Altri studiosi, ritenendo troppo macchinosa questa spiegazione, preferiscono accettare il termine "idea" nel suo significato etimologico greco, in altre parole "immagine".

    Articolo di mons. M Navoni



    Un breve video della Processione 2013 della Santa Idea.
    COENA DOMINI
    Alla messa in Coena Domini dopo la proclamazione della passione e l'omelia dell'arcivescovo, viene cantata un'antifona molto particolare: si tratta di un testo antichissimo, tradotto direttamente da un originale, tuttora usato nel rito bizantino, del secolo VI e che solo la liturgia ambrosiana possiede in Occidente. In esso si ricorda la mistica cena a cui Cristo invita il fedele e il bacio traditore di Giuda.

    Suggestiva è la cornice coreografica in cui si svolge questo canto: lo eseguono infatti i "pueri cantores", schierati attorno all'altare, simbolo di Cristo, come per volerlo difendere con la loro infantile innocenza dalle trame del tradimento.
    TEMPO PASQUALE
    Durante il tempo pasquale in ogni chiesa, come noto, accanto all'altare arde il cero pasquale, che, soprattutto nella tradizione popolare, ma anche in quella liturgica, viene considerato simbolo di Cristo risorto.
    In Duomo invece il cero pasquale è collocato sopra un grande candelabro pensile del '400, e almeno dal secolo XVI, nella messa solenne del giorno dell'Ascensione, è al centro di un rito molto particolare e suggestivo: mentre il diacono proclama il Vangelo, il Cero pasquale viene lentamente sollevato – quasi a rendere visibile il Mistero dell’Ascensione del Signore – fino all’altezza delle volte e ivi rimane, ininterrottamente acceso, sino alla Solennità di Pentecoste.

    (foto tratte dall'account Twitter di pizzi_federico)
    S. CROCE
    Il giorno dell'Esaltazione della S. Croce (14 settembre) l'Arcivescovo tramite un argano del '500 detto Nivola sale fino al soffito del duomo dove preleva il S. Chiodo dal suo tabernacolo e lo porta in processione nel Duomo.


    In questa discussione vi è il video della celebrazione dei Vespri della Festa dell'Esaltazione della S. Croce con il rito della Nivola:
    http://www.cattoliciromani.com/59-li...la-santa-croce
    Ultima modifica di Ambrosiano; 23-02-2022 alle 22:46

  3. #13
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    Il Capitolo del Duomo di Milano

    Il Capitolo Metropolitano è il collegio degli ecclesiastici, i canonici, che hanno il compito di attendere alla vita ed alle funzioni liturgiche della Cattedrale.
    Si chiama così perchè in antico, nell'adunanza quotidiana dei canonici, si leggeva un capitolum delle regole o costituzioni della vita canonicale.
    Quello milanese è tradizionalmente distinto in Capitolo Maggiore - o ordo maior -, al quale appartengono i canonici che a turno presiedono e assistono alle celebrazioni capitolari della settimana; e in Capitolo Minore - o ordo minor -, che è preposto alla cura della liturgia e del canto.

    Il Capitolo Maggiore del Duomo di Milano è formato da 5 dignità:

    l'arciprete (prefetto del capitolo),
    l'arcidiacono (che fa da primo diacono nelle celebrazioni pontificali e viene scelto dai canonici diaconi per ordine di anzianità),
    il primicerio,
    il teologo,
    il penitenziere maggiore.

    Seguono poi 5 canonici presbiteri e 5 canonici diaconi (un tempo c'erano anche i canonici suddiaconi).
    Ogni settimana un canonico presbitero a turno (l'ebdomadario) e 2 canonici diaconi a turno presiedono ed assistono alle celebrazioni capitolari della settimana.
    Un sacerdote nominato canonico maggiore del duomo entra nell'ordine diaconale e man mano che si liberano i canonicati presbiterali viene promosso agli stessi per ordine di anzianità.

    Il Capitolo Minore è preposto alla cura della liturgia e del canto: infatti nei suoi componenti vengo annoverati i cerimonieri e un numero variabile di canonici minori incaricati di intonare i salmi durante le celebrazioni capitolari.
    Attualmente il Maestro delle sacre cerimonie è mons. Fontana.

    Per quanto riguarda le vesti e le insegne:

    Ogni canonico maggiore e minore ha il titolo di monsignore, l'uso della veste talare paonazza, la concessione del rocchetto, la mantellina e la croce pettorale.
    L'uso della ferula è riservato solamente all'arciprete (un tempo la utilizzava anche il cerimoniere!).
    Fino a pochi anni fa il titolo di monsignore era riservato solamente ai canonici maggiori mentre i canonici minori non avevano nè l'uso della veste talare paonazza nè della croce e neppure della mantellina.

    Altre informazioni si possono trovare qui: https://www.duomomilano.it/it/infopa...ropolitano/15/

  4. #14
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    Le campane


    Il sistema Ambrosiano è la particolare modalità di montaggio delle campane usato nelle terre di rito ambrosiano, ma che si è poi diffuso anche in molte aree dell'Italia settentrionale.

    Consiste nel montaggio delle campane utilizzando ceppi in ghisa che ne bilanciano il peso. A lato del ceppo vi è una ruota a cui è fissata la fune.
    E' pure presente un fermo che permette di mantenere la campana in posizione verticale (a bicchiere) senza che si debba mantenerla in posizione con la forza delle braccia.
    Il bilanciamento dei ceppi rende possibile il suono di campane anche di notevole peso con una sforzo molto piccolo.

    Alcuni esempi di suono.

    In questo video potete sentire:
    dal minuto 0:38 al minuto 7:00 il concerto solenne a 5 campane
    dal minuto 7:09 la suonata a distesa solenne a 5 campane


    In questo video potete sentire il concerto funebre:


    Altra caratteristica del sistema ambrosiano è la possibilità di suonata "ad allegrezza": le campane sono tenute ferme e suonate tramite una tastiera a cui vengono agganciati tramite tiranti i battacchi.


  5. #15
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    Discussioni nel Forum che approfondiscono specifici temi della Liturgia Ambrosian


    Il sub-forum "Liturgia ambrosiana" contiene parecchie discussioni relative al rito ambrosiano. Alcune di esse sono significative perchè approfondiscono aspetti particolari del Rito ambrosano.
    Eccone un breve elenco (cliccare per accedervi):

    Ultima modifica di Ambrosiano; 29-12-2020 alle 18:16

  6. #16
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    La geografia del Rito Ambrosiano

    Il rito ambrosiano è oggi riconducibile alla prassi liturgica della diocesi di Milano e di alcune corpose aree adiacenti, un tempo pure appartenute ad essa ma ora facenti parte di altre circoscrizioni ecclesiali.
    È questo il distillato nei secoli di una realtà ecclesiale originariamente ben più vasta e completa e in seguito riplasmata da contingenze soprattutto politiche, raggrumatesi attorno a due o tre punti cruciali che è forse non inutile ricordare brevemente nel tentativo di rendere manifesto lo spessore dell’oggi.

    1. Breve panoramica storica generale

    I testimoni della prassi liturgica seguita nei primi secoli dalle diocesi italiciane, passati allo sguardo dell’indagine scientifica, ci offrono un quadro assai omogeneo e strettamente legato all’area delle Gallie e della Spagna. Territori tutti che le vicende di Ambrogio e dei suoi immediati successori ci mostrano come una vasta regione che si stava organizzando ecclesialmente e su cui Milano, allora sede dei cesari, era punto di riferimento ed esercitava un ruolo preminente. La sostanziale omogeneità del rito era pertanto specchio della condivisione di una più generale prassi ecclesiale[1].
    Una prima incrinatura di questo quadro venne operata, durante il periodo longobardo, dai diversi tempi in cui si pervenne alla ricomposizione della crisi tricapitolina. Le diocesi che permasero nello scisma oltre il momento in cui Milano ricucì i rapporti con Roma si trovarono nella necessità di cercare altrove quel punto di riferimento che sino ad allora aveva svolto la metropoli lombarda. A queste vicende risale il distacco di Como e ad esse si deve far risalire l’origine stessa della realtà monzese e delle pievi a est di Monza (Pontirolo)[2]. Volgere altrove lo sguardo significò seguire anche le diverse vicende della prassi liturgica, che venne via via differenziandosi nel rito patriarchino, sino a subirne la sostituzione col rito romano dopo il concilio di Trento.
    L’opera di romanizzazione liturgica fortemente voluta dalla corte franca tra VIII e IX secolo vide la Chiesa di Milano capace di ottenere il rispetto della propria specifica fisionomia. Ma creò anche una novità assoluta in ambito ecclesiale: mentre il rito della Chiesa metropolitica restava immutato quello delle diocesi suffraganee subiva gli effetti dell’azione riformatrice. Si dovette cioè constatare uno iato fra prassi cultuale/canonica e ordinamento ecclesiale[3].
    Così, apparentemente ridotto a modo di celebrare della diocesi di Milano, il rito ambrosiano ha saputo tuttavia superare anche il difficile momento dell’azione riformatrice voluta da papa Gregorio VII. Proprio per dire una parola di verità a difesa dalle turbolenze patarine, Landolfo seniore scrive una splendida testimonianza di quanto la Chiesa milanese fosse consapevole della propria realtà, della propria tradizione canonica, oltre che della prassi liturgica. Quasi nello stesso tempo Beroldo codifica con estremo rigore l’ordinamento cultuale della cattedrale fornendo un manuale preziosissimo per la comprensione di quel “rito” in cui s’era ormai distillata la percezione del proprio esser Chiesa in comunione con Roma e le altre Chiese apostoliche[4].
    Anche la profonda ristrutturazione della Chiesa cattolica seguita al concilio di Trento, mentre è valsa il definitivo affossamento di quello patriarchino, ha significato per il nostro rito un felicissimo momento di studio, di recupero di significati profondi, una grande capacità di declinarsi nella cultura del tempo sino a diventare, grazie all’azione di san Carlo, quasi paradigma dell’opera di riforma[5].
    Purtroppo non altrettanto felici esiti ebbe il periodo del “giuseppinismo”. Lo spirito giurisdizionalista, fatto proprio sia dalla corte di Vienna che dal senato della Serenissima Repubblica, portò sullo scorcio del Settecento a ridisegnare la geografia (e non solo quella) di molte antiche realtà ecclesiali. Se nelle terre orientali di Venezia si arrivò allo scioglimento del patriarcato di Aquileja con la creazione delle nuove diocesi di Udine e Gorizia, sui confini occidentali ben quattro vaste aree nel 1787 furono staccate dalla diocesi di Milano per essere aggregate a quella di Bergamo. Si tratta di Averara e Taleggio dalla Pieve di Primaluna; Calolzio e Caprino, con l’intera Valle San Martino, dalla prepositura di Olginate e dalla pieve di Brivio, la pieve di Verdello, fra Treviglio e Dalmine, già patriarchina[6].
    Sull’altare di questi stessi principi giurisdizionalisti, poco dopo seguirono il distacco della pieve di Frassineto Po, aggregata alla diocesi di Casale nel 1806, della parte occidentale della pieve di Cannobio (compreso il centro stesso della pieve) e di Arona e della parte occidentale della pieve di Angera, aggregate alla diocesi di Novara nel 1817[7].
    Infine, con la creazione dell’amministrazione apostolica (poi diocesi) di Lugano, le Valli Ticinesi di Leventina, Blenio e Riviera (tra Bellinzona e i grandi valichi alpini) e la pieve di Valle Capriasca (appena fuori Lugano e limitrofa alla enclave ambrosiana di Porlezza/Val Cavargna) nel 1885 vennero aggregate a questa nuova diocesi[8].
    Nel secolo appena trascorso questo processo di rivisitazione territoriale è proseguito, in omaggio a esigenze di “razionalizzazione”, dando vita allo spostamento di singole parrocchie (Lomazzo, Montorfano, Colturano, Zibido, Torrevecchia, Vigonzone, Vedeseta e Brumano), se si eccettua nel 1925 la cessione della pieve di Chignolo Po alla diocesi di Pavia (Boscone Cusani era stato ceduto nel 1819 a Piacenza)[9].

    2. Nuovi confini diocesani: la situazione degli «excisi»

    Questo lo scarno succedersi degli eventi che hanno portato a far sì che oggi il rito ambrosiano sia patrimonio vissuto oltre che dalla diocesi di Milano, anche da più di cento parrocchie di altre diocesi. Ma ciò che rende meritevole il soffermarsi su questa realtà è la coscienza ecclesiale esplicitamente testimoniata dai protagonisti, loro malgrado, delle separazioni verificatesi attorno all’Ottocento.
    Mentre non pare che le parrocchie ex patriarchine, e al tempo già da secoli romane, abbiano percepito la separazione come lacerazione della realtà ecclesiale da cui erano nate, da cui traevano la linfa e in cui vivevano, questo è il sentire costante di tutte le comunità ambrosiane.
    Una parola, la stessa sempre, ricorre nel lessico dei sacerdoti che, trovandosi a gestire questa novità, danno voce a tutta la comunità loro affidata: «excisi». Così don Ubiali, parroco di Calolzio, definisce se stesso e i suoi parrocchiani nel 1863 in un’interrogazione alla Commissione liturgica diocesana[10]. Così dicono di se e dei fedeli ticinesi nel 1885 i parroci delle Valli svizzere nella dedica del calice da loro donato al capitolo del Duomo di Milano a ricordo del commiato dalla diocesi. Celebre e ormai divenuta topica la parafrasi del Sal 137(136) da loro composta per l’occasione: «E spesso volgendosi il nostro sguardo dalla vetta dei nostri monti, o muovendo il passo verso la Metropoli Lombarda, sospesa al salice la nostra cetra ripeteremo le parole del pellegrino di Giuda: Si dimentichi di me la mia destra e s’inaridisca la mia lingua, se io non mi ricorderò sempre di te, o gloriosa Chiesa di Milano, e della letizia dei giorni vissuti nei tuoi santi tabernacoli...»[11].
    Il vicario di Frassineto per esprimere il dolore della separazione si spinge persino ad annotare sul registro dei morti:

    «Mille ottocento e sei di nostro Signore, alli Primo del mese di Gennaio. Già da due anni inferma e da molti mesi spedita come si può vedere nelle carte di sua malattia e note conservate in questo Archivio. Si rese defunta nel giorno di ieri a mezzanotte questa Chiesa della Metropoli di Milano, aggregata ora a Casale… premesse le Esequie coll’intervento di tutto il Clero e Compagnie e popolo inconsolabili per perder l’Officio, funzioni e rito ambrosiano, cantando il Miserere, é stata sepolta…»[12].

    Che non fosse affettazione di circostanza è testimoniato, ad esempio, dalla tenace e pluriennale opera di don Ubiali per riuscire a evitare che la fedeltà al rito ambrosiano delle parrocchie della propria vicaria finisse per isterilirsi in un inutile ripetersi di forme, scisse dalla vita della Chiesa che le esprime. Egli individua pochi nodi essenziali in grado di esprimere la coscienza di essere parte di una ben precisa realtà ecclesiale. Si confronta informalmente con la curia milanese per essere certo della giustezza delle proprie posizioni e si adopera per ottenere dalla curia di Bergamo le necessarie disposizioni normative.
    Il calendario: che per lui non può essere quello bergamasco, per i cui santi approntare una forma ambrosiana per le celebrazioni proprie, ma quello milanese a cui aggiungere le poche ricorrenze atte a denotare la nuova appartenenza territoriale[13].
    La celebrazione della dedicazione del Duomo di Milano la terza domenica d’ottobre. Per ottenere lo scopo si adopera per far convergere la celebrazione della dedicazione di quelle chiese che erano prive di data certa alla terza domenica di ottobre e, ottenuto da Roma per il tramite del proprio ordinario di rideterminare questa ricorrenza, chiede alla sua curia se la si debba celebrare con il proprio per una chiesa minore o con quello della dedicazione del Duomo che, secondo il rito, cade lo stesso giorno. Era talmente conscio dell’astuzia operata da intitolare «Un bel quesét!!!» una brutta della lettera inviata alla curia. Ma da Milano era stato confortato con uno scritto impareggiabile in cui si legge che la festa della dedicazione del Duomo,

    «multum referri ad Mysticum Ecclesiae Corpus, ac proinde omnibus ubicumque ritui Ambrosiano utentibus congruere, quod agere tenentur sacerdotes etiam alienae Diocoesi addicti, qui ritu utuntur Ambrosiano, saltem in hac parte Archiepiscopo Mediolanensi conjuncti»[14].

    Infine, sottolinea in ogni modo l’importanza fondamentale dell’assoluta aliturgicità dei venerdì di quaresima perché «quod cum vetitum sit sacerdotibus offerre, etiam fidelibus de sacrificio partecipare». E proprio partendo da questo aspetto chiede con insistenza che in diocesi venga istituito un ufficio diocesano per il rito ambrosiano in grado di mantenere rapporti istituzionali e regolari con la Chiesa milanese e di promulgare per le parrocchie bergamasche i provvedimenti atti a tenerle al passo con il lavoro di riforma della Chiesa milanese evitando di farle impercettibilmente allontanare dalla prassi condivisa e scivolare in una sorta di rito ambrosiano-bergamasco[15]. Lapidarie alcune sue frasi: «Quod semper, quod ubique, quod ab omnibus ambrosianis» come criterio ecclesiale fondante le proprie scelte; «nessun santo si è mai lagnato degli ambrosiani, segno che dagli ambrosiani non sono né offesi, né dispregiati», a proposito delle peculiarità del calendario ambrosiano[16].
    Per le parrocchie passate alla diocesi di Bergamo gli accordi presi e la volontà del vescovo che le accolse prevedevano che quelli «che sono di rito ambrosiano seguiteranno la loro liturgia, e noi ci compiaceremo ancora d’istruirci in quella per comunicare con essi loro con egual ordine, e coabitare con pari consenso nella casa del Signore»[17]. L’erezione della diocesi di Lugano, poi, significò la nascita di una circoscrizione, di fatto, birituale[18].
    Non così accadde per le parrocchie cedute alle diocesi piemontesi. Frassineto divenne romana suo malgrado[19]. In terra di Cannobio, dopo anni di grande e doloroso travaglio, si pervenne a una situazione a macchia di leopardo dove le parrocchie che si rassegnarono o non ottennero esito positivo dai ricorsi presentati in curia e a Roma divennero romane mentre le più fortunate riuscirono a mantenersi o a ridiventare ambrosiane. Questa situazione, certamente disdicevole, ci permette tuttavia di intuire che la coscienza ecclesiale ambrosiana non era patrimonio del solo clero ma anche, seppur in forma meno elaborata, del popolo fedele. A Cannobio in concomitanza con una celebrazione “romana” comparve sulla porta del campanile un cartello ammonitore: «O ambrosiàn o luteràn», tuttora conservato in canonica. Del resto per un certo tempo il parroco fu privato della gioia di celebrare battesimi e matrimoni perché i fedeli prendevano la barca e, attraversato il lago, ricevevano i sacramenti sull’ambrosiana sponda varesina[20].
    Un atteggiamento decisamente affine si manifestò a Calolzio cent’anni dopo, alla fine degli anni ’60 o all’inizio degli anni ’70: si era in quel lasso di tempo in cui la Chiesa ambrosiana, in attesa dei libri riformati, si serviva di soluzioni assai provvisorie e dibatteva del proprio futuro. Venni a sapere del fatto dalla viva voce di don Carlo (per i più mons. Carlo Colombo, vescovo titolare di Vittoriana), mio compaesano, una sera che andai a trovarlo in San Simpliciano. Dopo aver parlato dei vari approcci conciliari al concetto di Chiesa locale - Chiesa particolare - rito (motivo della visita) il discorso scivolò sulle “cose di casa” e con tono partecipe e quasi complice mi raccontò che in quei frangenti la diocesi di Bergamo ritenne di organizzare un quasi referendum sui destini del rito, augurandosi forse di poter concludere la laboriosa gestione del biritualismo. La gente capì che se questo era il desiderio della curia lo si sarebbe dovuto assecondare. Ma vollero che almeno i battesimi (per immersione) e i funerali (col canto delle litanie) rimanessero ambrosiani. «Perché sai – mi disse con lo sguardo vispo – nella vita si può accettare di tutto, ma quando si nasce e si muore la nostra gente vuol essere sicura di far le cose bene».

    3. Appartenenza rituale e diocesana nel dopo concilio

    Proprio la “riscoperta” della Chiesa locale operata dal concilio Vaticano II, e il parallelo invito a riprendere in mano le sorti dei riti presenti nella comunione cattolica per valorizzarli e offrirli a tutti come ricchezza, ha prodotto in questi ultimi decenni frutti insperati tra le comunità ambrosiane che vivono al di fuori della diocesi di Milano. All’inizio degli anni ’80 mons. Giulio Oggioni, vescovo di Bergamo, visitò tutte le vicarie ambrosiane assicurandosi che il rito vi fosse celebrato senza ibridazioni, con la disponibilità degli strumenti necessari, preoccupandosi che fosse evitato ogni genere di soggettivismo decisionale. Durante il suo episcopato furono pure promulgati il calendario diocesano e il santorale per entrambi i riti; nei decreti vaticani di approvazione si prevede che per le parrocchie di rito ambrosiano «adhiberi valeat calendarium istius ritus, additis autem celebrationibus quae sunt propriae dioecesis bergomensis»[21].
    In diocesi di Novara il sinodo celebrato nel 1990 si occupa anche della situazione della pieve ambrosiana di Cannobio e, tenendo conto non solo del dato storico ma anche delle esigenze pastorali, decide di ricostituire la perduta omogeneità liturgica: l’ambrosiano torna così a essere, dopo un secolo, il rito di tutte le parrocchie della vicaria[22].
    Negli anni ’90 il cannobiese mons. Germano Zaccheo, ordinato vescovo di Casale Monferrato, si ritrova a essere vescovo anche della pieve di Frassineto dove l’amore per la propria storia ecclesiale sorregge il desiderio di poter recuperare il rito ambrosiano. Nell’incertezza di poter garantire per il futuro il servizio in questo rito, decide di accondiscendere in qualche modo disponendo, con decreto del 7 dicembre 1997, che le feste patronali di Sant’Ambrogio, dell’Assunta e di San Giorgio vengano celebrate secondo il rito dei padri. E mi risulta che per tutti gli anni del suo non lungo pontificato non abbia mai mancato di presiedere personalmente la solenne liturgia di Sant’ambrogio.
    La presenza di vaste aree ambrosiane extradiocesane fa si che la realtà del nostro rito si configuri pienamente come Chiesa particolare definita da proprie consuetudini (oggi raggrumate quasi esclusivamente nella prassi cultuale e nell’ordinamento del Calendario e del Lezionario). Proprio per questo la curia vaticana, nel solco del dettato conciliare e con grande sensibilità ecclesiale, si rivolge, nei recenti decreti di approvazione del Lezionario e del Calendario, al vescovo di Milano nella sua qualità di capo rito, investendolo della responsabilità di provvedere alla vita del rito stesso con la promulgazione degli strumenti necessari e affidandogli il compito di approvare i Calendari particolari delle diocesi interessate, prima di essere confermati dalla sede apostolica[23].
    La presenza di vaste aree ambrosiane extradiocesane fa si che la realtà del nostro rito si configuri pienamente come Chiesa particolare definita da proprie consuetudini (oggi raggrumate quasi esclusivamente nella prassi cultuale e nell’ordinamento del Calendario e del Lezionario). Proprio per questo la curia vaticana, nel solco del dettato conciliare e con grande sensibilità ecclesiale, si rivolge, nei recenti decreti di approvazione del Lezionario e del Calendario, al vescovo di Milano nella sua qualità di capo rito, investendolo della responsabilità di provvedere alla vita del rito stesso con la promulgazione degli strumenti necessari e affidandogli il compito di approvare i Calendari particolari delle diocesi interessate, prima di essere confermati dalla sede apostolica[24].



    [1] Cf. C. Alzati, Ambrosiana Ecclesia. Studi su la Chiesa milanese e l’ecumene cristiana fra tarda antichità e medioevo, NED, Milano 1993, p. 23 e ss. Cf. P. Carmassi, Libri liturgici e istituzioni ecclesiastiche a Milano in età medioevale. Studio sulla formazione del lezionario ambrosiano, Aschendorffsche, Münster 2001, p. 30ss.
    [2] Cf. M. Navoni Dai Longobardi ai Carolingi, in A. Caprioli - A. Rimoldi - L. Vaccaro (edd.), Storia religiosa della Lombardia Diocesi di Milano (1a parte), La Scuola, Brescia 1990, p. 93. L’autore rende pure conto della presenza del rito romano a Civate e del patriarchino a Varenna. Cf. Alzati, Ambrosiana Ecclesia, cit., p. 97ss.
    [3] Cf. C. Alzati, Ambrosianus ordo, in M. Mauri (ed.), La tunica variegata. Conversazioni sul rito ambrosiano, NED, Milano 1995, p. 187ss. Cf. anche Navoni, Dai Longobardi ai Carolingi, cit., p. 97.
    [4] Cf. Alzati Ambrosianus ordo, cit., pp. 189.195. Cf. Alzati, Ambrosiana Ecclesia, cit., pp. 187ss. e 255ss.
    [5] Cf. A. Rimoldi, L’età dei Borromeo (1560-1631), in A. Caprioli - A. Rimoldi - L. Vaccaro (edd.), Storia religiosa della Lombardia Diocesi di Milano (2a parte), La Scuola, Brescia 1990, p. 405. Cf. C. Alzati, Carlo Borromeo e la tradizione liturgica della Chiesa milanese, in Id., Ambrosiana Ecclesia, cit., p. 307ss.
    [6] Cf. E. Cattaneo, Parrocchie di rito ambrosiano già di Milano ora nella Diocesi di Bergamo, in «Archivio Storico Lombardo» VII (1957). Può essere interessante notare che l’autore in apertura dichiara che si trattò di «modifiche compiute soltanto per ragioni politiche». Ma lo stesso Pio XII, in un documento indirizzato nel 1940 alle vicarie bergamasche le dichiara: «Ob politicas causas ab Archidioecesi Mediolanensi sejunctae, ad Bergomensem dioecesim, servato proprio ritu ambrosiano, adnexae» (cf. M. Mauri, I serenissimi ambrosiani, in «Archivi di Lecco» XV [1992] 135).
    [7] Per Frassineto cf. R. Girino - D. Pozzi, Frassineto Po. Dagli albori della civiltà umana alle soglie del duemila, Marietti, Casale M. 1989, p. 167ss. Per Cannobio cf. G. Zaccheo, Il rito ambrosiano nella Pieve di Cannobio, in Mauri (ed.), La tunica variegata, cit., p. 247ss.
    [8] Cf. F. Panzera, Dalla Repubblica Elvetica alla formazione della Diocesi di Lugano, in L. Vaccaro - G. Chiesi - F. Panzera (edd.), Terre del Ticino Diocesi di Lugano, La Scuola, Brescia 2003.
    [9] Per una documentazione visiva della situazione cf. A. Paulesu - A. Riboldi, Inserto cartografico, in Caprioli - Rimoldi - Vaccaro (edd.), Storia religiosa della Lombardia (1a parte), cit. Un elenco dettagliato è reperibile in Guida della Diocesi di Milano 2008, Centro Ambrosiano, Milano 2008, p. 645ss.
    [10] Cf. M. Mauri, Questo rito o Chiesa ambrosiana, in Id. (ed.), La tunica variegata, cit., pp. 212.241. Nell’articolo si veda pure per l’uso di rito / Chiesa ambrosiana da parte di don Ubiali.
    [11] Cf. C. Alzati Ambrosianus ordo, cit., p. 197 e nn. 86.87.
    [12] Cf. Girino - Pozzi, Frassineto Po, cit., pp. 168-169.
    [13] Cf. Mauri, Questo rito, cit., p. 212ss.
    [14] Cf. ibid., pp. 216ss. e 239.
    [15] Cf. ibid., pp. 218ss. e 241.
    [16] Cf. ibid., pp. 215.226ss. e 241.
    [17] Cf. Cattaneo, Parrocchie di rito ambrosiano, cit., p. 417.
    [18] Cf. A. Moretti, I vescovi dell’amministrazione apostolica, in Vaccaro - Chiesi - Panzera (edd.), Terre del Ticino, cit., p. 203.
    [19] Cf. Girino - Pozzi, Frassineto Po, cit., p. 169.
    [20] Cf. Zaccheo, Il rito ambrosiano, cit., p. 247ss. Il dettaglio della traversata del lago per i sacramenti mi fu raccontato a voce dallo stesso mons. Zaccheo in occasione di una mia visita a Cannobio.
    [21] Cf. Congregatio pro cultu divino, prot. 1559/85 Bergomensis, in Diocesi di Bergamo, Proprio dei santi della Chiesa di Bergamo, Bergamo 1986.
    [22] Cf. Zaccheo Il rito ambrosiano, cit., p. 247ss. In nota è riportato il testo del decreto sinodale.
    [23] Cf. Arcidiocesi di Milano, Promulgazione del Lezionario Ambrosiano, «Supplemento» alla «Rivista Diocesana Milanese» 99 (3/2008) [ITL, Milano]. In particolare per l’iter approbatorio dei calendari cf. Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario, ivi, cap. II tit. I, pp. 75-100 (it.), 153-176 (lat.).
    [24] Cf. Arcidiocesi di Milano, Promulgazione del Lezionario Ambrosiano, «Supplemento» alla «Rivista Diocesana Milanese» 99 (3/2008) [ITL, Milano]. In particolare per l’iter approbatorio dei calendari cf. Norme generali per l’ordinamento dell’anno liturgico e del calendario, ivi, cap. II tit. I, pp. 75-100 (it.), 153-176 (lat.).

    Articolo di Marco Mauri edito dalla "Rivista Liturgica" Edizioni Messaggero, Padova.
    (vedi: http://www.rivistaliturgica.it/uploa...icolo4_655.asp )

    --------------------------------------

    Ricordo che Marco Mauri è anche autore di un libro sull'argomento (peraltro citato nell'articolo):

    • Titolo: La tunica variegata. Conversazioni sul rito ambrosiano
    • Curato da: Mauri M.
    • Editore: NED
    • Data di Pubblicazione: 1995
    • ISBN: 8870232085
    • ISBN-13: 9788870232080
    • Pagine: 256
    • Formato: illustrato

  7. #17
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    La Liturgia della Chiesa di Milano



    Sulla base di alcuni volumi ultimamente usciti, si vuole qui appuntare l’attenzione sull’ antico Rito Liturgico che ancora oggi è proprio dell’Archidiocesi di Milano e di alcune Parrocchie nelle Diocesi di Bergamo, Novara, Como, Pavia e Lugano nella Confederazione Elvetica.

    Il “caso Ambrosiano” è l’unico all’interno della famiglia dei Riti Liturgici Latini.
    Il nucleo centrale si fa risalire all’opera di Sant’Ambrogio e definiamo Rito Ambrosiano “…la liturgia che realmente o anche solo nominalmente, si ispira alla Liturgia usata da Sant’Ambrogio e che si concretizza in quella tradizione propria che gravita attorno a Milano, sede episcopale di Ambrogio, e ai territori limitrofi o satelliti della metropoli.”[1]
    Chi oggi vuole studiare e approfondire la Liturgia Ambrosiana nella sua massima espressione, ovvero quella celebrata nel Duomo di Milano, che è Cattedrale e Madre di tutte le Chiese della Diocesi, ha a disposizione un bellissimo testo corredato di un ottimo apparato fotografico edito lo scorso mese di Dicembre dalle Edizioni Centro Ambrosiano e curato da Mons. Marco Navoni, Dottore della Biblioteca Ambrosiana e Vice Maestro delle Cerimonie del Duomo.[2]

    Mons. Navoni, con la competenza e la finezza che gli sono proprie, ci presenta la Liturgia Ambrosiana nella sua forma celebrativa esemplare, ovvero quella presieduta dal Cardinale Arcivescovo di Milano, che del Rito Ambrosiano è sommo custode e “Capo Rito”. Proprio questa caratteristica dell’Arcivescovo ha fatto sì che fin dai secoli antichi i libri liturgici fossero concepiti come se a presiedere i Riti fosse sempre l’Arcivescovo, nella sua qualità appunto di “Capo Rito”. Per un primo approccio storico ben strutturato possiamo vedere il testo a cura di Marco Mauri dal titolo La tunica variegata. Conversazioni sul Rito Ambrosiano.[3]
    Il “caso milanese” non è una particolarità, visto che l’area geografica italiana nel periodo storico compreso fra le origini del Cristianesimo e il secolo VII vede la particolare fioritura di diverse tradizioni liturgiche come quella ambrosiana, aquileiese, campano-beneventana, e quella ravennate. Di tutte queste diverse tradizioni liturgiche oggi non resta che il solo ricordo, fatta eccezione per quella ambrosiana . Per gustarne la profondità e la ricchezza teologica. Si possono consultare a questo proposito sia il Dizionario di Liturgia Ambrosiana, sia il testo L’anno Liturgico Ambrosiano. Brevi meditazioni, entrambi a cura di Mons. Marco Navoni.[4]
    Nei secoli che vanno grosso modo dal I al III-IV, non abbiamo traccia di particolari codificazioni liturgiche, tanto è vero che possiamo parlare di “improvvisazione” e di generale “proliferazione” di riti e formule, anche eucologiche. Ma a Milano, la prima evangelizzazione è accompagnata da un progressivo avvio della codificazione liturgica con la fissazione delle prime formule scritte.
    Tra i secoli III-IV e VI-VII, si assiste a una diffusa codificazione dei Riti liturgici ad opera di grandi Vescovi. Milano non è da meno in questo campo, basti ricordare che San Simpliciano (+401) porta a compimento l’Ufficio Ambrosiano dove Sant’Ambrogio non aveva terminato. Fu proprio il santo Vescovo milanese ad introdurre nella Liturgia alcuni inni, veglie liturgiche e splendide antifone.
    Il Rito Ambrosiano ha una matrice del tutto particolare che possiamo sintetizzare così:
    1.profondo antiarianesimo (difatti la nascita, lo sviluppo e la stabilizzazione del Rito Ambrosiano sono segnate dall’aspro confronto con l’arianesimo puro e poi di tipo barbarico) che imprime nel cuore liturgico della Chiesa di Milano un forte e inattaccabile “Cristocentrismo”;
    2.particolare vicinanza con elementi liturgici orientali.
    Non solo nella forma celebrativa, ma anche nello stesso calendario, la Chiesa di Milano ha delle sue particolarità significative. L’anno liturgico comincia con la I Domenica di Avvento, come nel Rito Romano, ma con la differenza che l’Avvento Ambrosiano inizia due settimane prima di quello Romano. Gli ambrosiani hanno quindi sei settimane, e non quattro, di preparazione al Natale.
    La Quaresima inizia non con l’austera celebrazione del Mercoledì delle Ceneri, ma con la I Domenica che viene definita “in capite quadragesimae” e si caratterizza con l’usanza di non celebrare la Santa Messa i Venerdì di Quaresima. Il Venerdì risulta quindi essere giorno “aliturgico”. La Settimana Santa poi, centro e cuore di tutto l’anno liturgico, ha un suo ordine proprio e un particolare modo di celebrazione incentrato sugli aspetti cronologici degli ultimi momenti di vita del Signore.
    La Chiesa milanese ha anche un diverso uso dei colori liturgici nei sacri paramenti, come il colore rosso per le celebrazione che pongono particolare rilievo al “mistero eucaristico” (in Rito Romano si usa il bianco) o il “morello” (particolare tonalità del viola) durante la Quaresima e l’Avvento.
    Tra i maggiori studiosi della tradizione liturgica milanese non posso dimenticare Mons. Marco Magistretti (Milano 1862-1921). Molti dei suoi manoscritti, conservati nell’archivio del Venerando Capitolo del Duomo, attendono di essere ripresi e pubblicati.[5]


    [1]Cfr. M. Navoni (a cura di), Dizionario di Liturgia Ambrosiana, Milano, NED, 1996, pag. 278.
    [2]Cfr. M. Navoni (a cura di), Il Duomo di Milano e la Liturgia Ambrosiana, Milano, Edizioni Centro Ambrosiano, 2005, pag. 160.
    [3]Cfr. M. Mauri (a cura di), La tunica variegata. Conversazioni sul Rito Ambrosiano, Milano, NED, 1995, pagg. 256.
    [4]Cfr. M. Navoni (a cura di), Dizionario di Liturgia Ambrosiana, Milano, NED, 1996, pag. 647 e M. Navoni, L’Anno Liturgico Ambrosiano. Brevi meditazioni, Milano, NED, 1993, pag.180.
    [5]Si veda a questo proposito M. Navoni (a cura di), Dizionario di Liturgia Ambrosiana, Milano, NED, 1996, alla voce Magistretti Marco, pagg. 305-307.

    (Post dell'utente "donmitch" del 22-2-2007)

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    La Quaresima ambrosiana con tutte le sue differenze ritorna alle radici della fede


    Il rito ambrosiano non ha mai conosciuto il “mercoledi delle ceneri” come inizio del tempo quaresimale, ma ha sempre fatto iniziare questo periodo liturgico dalla sesta domenica prima di Pasqua, o prima domenica di Quaresima, nel la quale si legge la tradizionale pagina di Vangelo che ci presenta il digiuno di Gesù nel deserto e le tre tentazioni da parte del demonio.
    Bisogna inoltre tener presente che, nell’antichità cristiana, la Quaresima si caratterizzava soprattutto in senso battesimale: infatti durante la Quaresima i catecumeni (cioè quei pagani adulti che si convertivano alla religione cristiana e che chiedevano di entrare nella Chiesa) si preparavano a ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana (cioè battesimo, confermazione e prima eucaristia) che sarebbero stati loro amministrati proprio al termine del cammino quaresimale nella veglia di Pasqua.
    Di questa dimensione battesimale la Quaresima ambrosiana ha sempre conservato tracce eloquenti, ancor oggi feconde di frutti spirituali sia per chi è già cristiano (e può quindi compiere un itinerario di riscoperta del proprio battesimo), sia per chi provenendo da altre religioni o culture, o non avendo da bambino ricevuto il battesimo chiede di aderire liberamente e responsabilmente alla fede cristiana.
    In effetti le quattro domeniche centrali della Quaresima ambrosiana (dalla seconda alla quinta) sviluppano una raffinata catechesi battesimale attraverso i Vangeli proposti (tutti tratti dal testo di Giovanni), dai quali le domeniche stesse prendono nome: e così nella domenica della Samaritana (seconda di Quaresima) troviamo il tema dell’acqua viva e della rinascita interiore; nella domenica di Abramo (terza) il tema della nuova identità del cristiano come vero figlio di Abramo, o meglio vero figlio di Dio; nella domenica del cieco nato (quarta) il tema del battesimo come illuminazione e vittoria sulla cecità del peccato; nella domenica di Lazzaro (quinta) il tema della vittoria sulla morte e del battesimo come inizio della vita eterna.
    Un discorso analogo si può fare per i giorni feriali. Innanzitutto si può notare che in essi è stata conservata una particolare “struttura ternaria” nella liturgia della Parola, che non trova riscontro in alcun altro rito liturgico occidentale:
    il Vangelo infatti è preceduto da due letture entrambe tratte dall’Antico Testamento.
    Per le prime quattro settimane tali letture si inseriscono anch’esse all’interno di una precisa catechesi battesimale. Infatti viene proposta la lettura continua (giorno dopo giorno) dell’intero “discorso della montagna” tratto dal Vangelo secondo Matteo, commentato dalle prime due letture con pericopi tratte rispettivamente dal libro della Genesi e da quello dei Proverbi. Sappiamo che questo era un uso già in vigore a Milano nel secolo IV, all’epoca di S. Ambrogio e aveva una precisa finalità catechetica: aiutare il pagano che si era convertito e chiedeva il battesimo a confrontarsi, anche dal punto di vista morale, con le esigenze di una vera vita cristiana quale il Vangelo la propone (a partire precisamente dal “discorso della montagna”, da sempre riconosciuto e presentato come la sintesi del cristianesimo stesso).
    La quinta settimana di Quaresima invece introduce al tema della Passione: la prima lettura dei giorni feriali, tratta sempre dai libri storici dell’Antico Testamento, presenta varie figure di “giusto sofferente” (si pensi solo ad Abele, il giusto ingiustamente ucciso dal fratello omicida). come prefigurazione profetica di Cristo, il giusto per eccellenza ingiustamente perseguitato e condannato; la seconda lettura tratta dai libri sapienziali, offre un primo tentativo di spiegazione del “dolore innocente”; infine il Vangelo passa in rassegna le profezie fatte da Cristo stesso sulla sua imminente passione.
    Val la pena inoltre ricordare che la Quaresima ambrosiana ha conservato più di quella di rito romano, un clima di austera e rigorosa severità: per questo non vi si celebra alcuna festa della Madonna o dei santi, così che l’attenzione dei fedeli resti sempre e solo concentrata sul mistero di Cristo, che per noi offre se stesso nel sacrificio della Croce. Uniche eccezioni (per altro recenti) sono le solennità di S. Giuseppe (19 marzo) e dell’Annunciazione (25 marzo).
    Con la domenica immediatamente precedente la Pasqua - la domenica “delle palme, nella Passione del Signore” - inizia la settimana santa, i cui primi tre giorni (lunedi, martedì e mercoledì) sono caratterizzati da un’antica tradizione catechetica che affonda le sue radici ancora una volta nell’epoca di S. Ambrogio: la proclamazione, durante la liturgia eucaristica, del libro di Giobbe e di Tobia, i giusti sofferenti dell’Antico Testamento, prefigurazioni profetiche del giusto sofferente per eccellenza, Cristo Signore. Il Vangelo di questi primi tre giorni ripercorre invece con aderenza cronologica le tappe che porteranno al tradimento di Giuda e che preludono ai fatti della Passione.
    Secondo il computo antico, la Quaresima ambrosiana termina al giovedì santo, perché al tramonto di questo giorno, con la messa che ricorda l’istituzione dell’eucaristia e l’inizio della Passione, comincia il sacro triduo pasquale, vertice e centro di tutto l’anno liturgico cristiano.

    Il calcolo di quei quaranta giorni

    Nel rito romano la Quaresima inizia con il mercoledì delle ceneri quando i fedeli ricevono sul capo le ceneri benedette. Ma nel rito ambrosiano nello stesso giorno si è ancora in pieno Carnevale e la Quaresima inizia solo la domenica successiva. Perché questo diverso computo? Semplificando notevolmente, se prendiamo il calendario e, partendo a ritroso dal giovedì santo, contiamo quaranta giorni, giungiamo esattamente alla prima domenica di Quaresima: dunque, i quaranta giorni di penitenza iniziano alla sesta domenica prima di Pasqua e giungono fino al triduo pasquale escluso, che comincia per l’appunto ai vespri del giovedì santo. Questo è, a grandi linee, il computo originario della Quaresima, conservato nel rito ambrosiano. In questa prospettiva si in tende la Quaresima come un periodo di quaranta giorni di penitenza, ma non di stretto digiuno, dato che, secondo un ‘antichissima tradizione, di domenica non si doveva digiunare. Nel Medioevo subentrò l’idea dei quaranta giorni effettivi di digiuno; inoltre la Quaresima fu in tesa più come periodo di preparazione alla domenica di Pasqua, che non al triduo pasquale. Di qui derivò la necessitò di un nuovo computo: se infatti partiamo dal sabato santo e contiamo a ritroso quaranta giorni, saltando però le domeniche in cui non si digiunava, giungiamo proprio al mercoledì precedente la prima domenica di Quaresima. Il computo fu accolto dalla Chiesa romana e si diffuse in tutto l’Occidente, tranne che a Milano.

    Il significato dei venerdì “aliturgici”

    Una delle particolarità più caratteristiche del rito ambrosiano, durante la Quaresima, è quella dei cosiddetti venerdì ‘aliturgici’, parola un po’ tecnica che significa “senza liturgia eucaristica”. Chi entra, in un venerdì di Quaresima, in una chiesa di rito ambrosiano, trova sull’altare maggiore una grande croce di legno, con il sudano bianco: simbolo suggestivo del Calvario e segno di lutto e di abbandono. Si crea così un vero e proprio senso di vuoto, acuito dal fatto che, per tutto il giorno, non si celebra la Messa e non si distribuisce ai fedeli la comunione eucaristica.
    Ricercare l'origine storica di questa tradizione non è facile. Per alcuni studiosi, in questo la liturgia ambrosiana si avvicinerebbe alle chiese orientali, nelle quali in Quaresima tutti i giorni della settimana, eccetto il sabato e la domenica sono aliturgici.
    Secondo altri, e tra questi il più eminente è il Beato card. Schuster, l'origine sarebbe molto antica e risalirebbe ai tempi in cui la liturgia eucaristica, sempre in Quaresima, era celebrata al calar del sole: poiché di venerdì la preghiera vespertina si prolungava con una veglia composta di salmi, letture ed orazioni che, di fatto, terminavano con una celebrazione eucaristica quando ormai spuntava l'aurora del sabato, il venerdì restava privo della celebrazione della Messa.
    Comunque stiano le cose da un punto di vista storico, in pratica la Chiesa ambrosiana ha sempre gelosamente conservato questa particolarità della sua liturgia quaresimale.
    A questo proposito si esprimeva l'allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, con parole che ancora oggi conservano la loro attualità e la loro carica spirituale:
    "La proibizione di celebrare la santa Messa e di distribuire la santa Comunione nei venerdì di Quaresima fa parte dell'estrema accentuazione del carattere penitenziale della Quaresima: si arriva alla coscienza dolorosa della propria indegnità ed all'esperienza, che sa di morte, della perdita del Dio vivo. La devozione di chi comprende il mistero del peccato e della croce deve arrivare a questa tremenda avvertenza, che rasenta il confine dello spavento e della dispersione".
    A questa disciplina, che la Chiesa ambrosiana conserva fin dai tempi antichi, soggiace un profondo significato spirituale. I venerdì della Quaresima ambrosiana, infatti, richiamano più che mai alla meditazione del cristiano il mistero della morte di Cristo in croce, il dramma della Chiesa-Sposa che si ritrova desolatamente privata del suo sposo e Signore. E così l’assenza della celebrazione eucaristica (concretamente: il non poter fare la comunione), da un lato provoca un senso di vuoto e di mestizia, e dall’altro costringe a riflettere sull’essenziale; fa sperimentare, in un certo senso, che cosa significhi essere privati della presenza di Cristo strappato dalla morte alla sua Chiesa; aiuta, quasi pedagogicamente attraverso una specie di “digiuno” dall’eucaristia, a comprendere più profondamente il valore di questo sacramento alla luce del sacrificio di Cristo in croce.

    I sabati e la preparazione dei catecumeni

    La dimensione battesimale della Quaresima ambrosiana si è conservata non solo nelle domeniche, ma anche nella liturgia dei sabati. Fin dall’epoca di S. Ambrogio (e con ogni probabilità anche prima) nella Milano cristiana il sabato è sempre stato considerato in qualche modo ‘giorno festivo”, più vicino alla domenica che non agli altri giorni feriali, tanto che, a differenza di quanto avveniva a Roma e nel resto delle Chiese occidentali, nella Chiesa milanese il sabato era proibito digiunare, persino in Quaresima. In questo gli storici indicano una preziosa consonanza con le tradizioni liturgiche orientali e, più a monte, con quella ebraica. Proprio nei sabati di Quaresima, inoltre, fino al Medioevo si tenevano i cosiddetti “scrutinii”, particolari celebrazioni nelle quali i catecumeni si sottoponevano a puntuali verifiche nel loro cammino di preparazione al battesimo. Ancor oggi, durante i sabati quaresimali, vengono proclamate letture scelte per i loro riferimenti battesimali e che quindi completano quella catechesi che già le letture domenicali vanno delineando. Infine bisogna ricordare che l’ultimo sabato di Quaresima (quello precedente la domenica delle palme) ha conservato l’antico titolo di sabato “in traditione symboli”, perché in esso ai catecumeni veniva consegnato il “Credo”, simbolo della fede cristiana.

    Di MARCO NAVONI Dottore della Biblioteca Ambrosiana

  9. #19
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    Il Triduo Pasquale nel rito ambrosiano:
    un cammino di memoria e di speranza


    Intervento di mons. Marco Navoni, alla 57° settimana Liturgica Nazionale Italiana.
    Varese, Teatro Apollonio, 24 agosto 2006



    Prendiamo le mosse proprio dal sottotitolo di questa relazione per definire la specificità del triduo pasquale nel rito ambrosiano: il triduo è precisamente un "cammino". È innanzitutto il cammino di Cristo nel suo mistero pasquale, un cammino che passa attraverso la passione e la croce per giungere alla gloria della risurrezione. Ma è anche il cammino della Chiesa e di ogni fedele, perché la Chiesa intera e ogni fedele sono chiamati, attraverso al celebrazione liturgica, a ripercorrere con Cristo questo stesso cammino, rivivendone nel mistero gli eventi di salvezza.
    È per questo che la liturgia ambrosiana, in consonanza con numerose liturgie orientali e soprattutto con l'antica liturgia di Gerusalemme, ha sempre conservato una particolare specificità: il rispetto rigoroso della dimensione storica nella quale si fa presente l'evento di salvezza. Ci spieghiamo: la liturgia ambrosiana distribuisce nelle singole celebrazioni del triduo le pericopi del vangelo secondo Matteo in maniera tale che in ogni celebrazione venga proclamato il brano evangelico che a essa specificatamente si riferisce. In questo senso il triduo è davvero un "cammino di memoria": è la Chiesa che fa memoria di quegli eventi, ripercorrendone le tappe alla sequela del suo Signore che soffre, muore e risorge.
    La cosa è evidentissima in riferimento alla proclamazione della passione del Signore. Essa non viene proclamata, come nella liturgia romana, per intero nel solo venerdì santo, ma è distribuita in due sezioni. Nella messa "in cena Domini" del giovedì santo viene proclamata la prima parte, quella che narra ciò che storicamente avvenne nella notte del primo giovedì santo: la cena pasquale con l'istituzione dell'eucaristia, l'agonia nel Getzemani, il bacio traditore di Giuda, l'arresto, il processo davanti al sinedrio e il rinnegamento di Pietro. E infatti, la narrazione si interrompe quando canta il gallo, perché ormai sta sorgendo l'alba del nuovo giorno.
    Coerentemente al venerdì santo, nella celebrazione della morte del Signore, la narrazione riprende esattamente da dove era stata interrotta la sera prima, e ripercorre o meglio: fa ripercorrere alla Chiesa nel suo camnino di memoria - gli episodi che si sono storicamente verificati nel primo venerdì santo: il processo davanti a Pilato, la flagellazione, la condanna, la salita al calvario, la crocifissione, fino al momento culminante della morte in croce.
    Dunque le due celebrazioni del giovedì santo sera e del venerdì santo pomeriggio vanno lette, e rivissute, in profonda unità: potremmo quasi dire che sono le due metà di una realtà unica, il mistero della passione e morte del Signore.
    In effetti, la messa "in cena Domini" secondo la liturgia ambrosiana, propriamente non commemora l'istituzione dell'eucaristia, ma - come abbiamo già detto commemora il primo atto della passione del Signore, nella quale anche l'eucaristia trova la sua collocazione non solo dal punto di vista storico-cronologico ma anche teologico e salvifico. Ma proprio perché il giovedì santo commemora la prima parte della passione, di sua natura esso rimanda alla seconda parte, quella cronologicamente collocata e celebrata il venerdì santo.
    Quando parliamo di giovedì santo e venerdì santo, in riferimento al triduo, usando i criteri cronologici "normali", ci sembra di indicare due giorni; in realtà, dal punto di vista liturgico, si tratta invece di un giorno solo, il primo giorno del triduo, il giorno del Cristo che soffre e che muore, del Cristo che comincia la sua passione al vespro del giovedì santo, durante la notte affronta la prova dell'angoscia, dell'agonia, dell'arresto e dell'abbandono, e giunge nel pomeriggio del venerdì santo al sacrificio supremo della croce. Per intenderei, usando una terminologia rubricale che aiuta in ogni caso a fare chiarezza, potremmo dire che, nel rito ambrosiano, la celebrazione della messa "in cena Domini" è come se fosse la celebrazione dei primi vespri del venerdì santo, o meglio, la celebrazione dei primi vespri del primo giorno del triduo, quello che commemora per l'appunto la passione e morte del Signore.
    Non stupisce allora il fatto che i testi liturgici ambrosiani del giovedì santo non
    accennino quasi mai all'istituzione dell'eucaristia, o ne accennino appena, mentre si dilunghino sul tema della passione, del tradimento di Giuda, della morte in croce, della figura del buon ladrone: si spingano cioè a considerare episodi che propriamente riguardano il venerdì santo. Ma se teniamo presente quanto abbiamo detto, non è una incoerenza che i testi del giovedì santo sera alludano a episodi del venerdì santo pomeriggio; anzi: è somma coerenza, è la coerenza della cronologia liturgica, la coerenza di quel cammino di memoria che la Chiesa è invitata a ripercorrere seguendo le orme del proprio maestro.

    Di questi testi del giovedi santo ne prendiamo in considerazione solo uno. Si tratta dell'antifona che la liturgia ambrosiana prevede dopo la lettura del vangelo; e quindi, nel caso della messa "in cena Domini", dopo la lettura della prima parte della passione. È un testo antichissimo, tradotto in latino direttamente e con estrema fedeltà letterale da un'antifona bizantina della seconda metà del VI secolo e che solo la liturgia ambrosiana possiede in Occidente. È conosciuto generalmente dalle parole con cui inizia il testo latino: «Cenae tuae mirabili», corrispondenti all'originale greco (“Tou deìpnou sou tou mystikou»). Accanto al testo latino, proponiamo una nostra traduzione italiana.


    Il testo è breve, ma ricco di contenuti e di suggestioni. Si parla innanzitutto dell'ultima cena: è uno dei rari accenni all'eucaristia che troviamo nei testi liturgici del giovedì santo ambrosiano; accenno però importante, perché di fatto la notte del tradimento è il contesto storico in cui l' eucaristia è stata istituita e come tale la nostra antifona proprio dall'ultima cena prende le mosse. Ebbene, la cena del Signore è definita mirabile dalla redazione latina. Questo tuttavia è un aggettivo che forse dice poco, perché in italiano lo sentiamo immediatamente sinonimo di meraviglioso, di stupendo. A dire il vero la redazione originale greco-bizantina parla di cena mistica. E l'aggettivo mistico nella letteratura patristica e liturgica è un aggettivo ricchissimo di significati: praticamente una realtà è definita mistica quando, al di là delle apparenze, contiene o trasmette una verità spirituale e sacra più profonda. Nel caso dell'eucaristia, la verità del corpo e del sangue di Cristo, la presenza del suo sacrificio redentore.
    Dunque la cena a cui Cristo invita il fedele nel cammino di memoria del giovedì santo è mirabile, è meravigliosa ( come dice il testo latino), proprio perché è mistica (come dice il testo greco), perché in essa si fa presente l'offerta che il Signore Gesù compie, nel sacrificio eucaristico, della sua vita a nostra salvezza.
    Ma questo prezioso testo bizantino/ambrosiano, dopo il ricordo dell'ultima cena, accenna al bacio traditore di Giuda e continua alludendo all'episodio del cosiddetto buon ladrone, di cui vengono riprese, come preghiera personale, le ultime parole sulla croce (“Ricordati di me nel tuo regno”).
    Nel complesso dunque l'antifona dopo il vangelo della messa "in cena Domini" risulta in perfetta sintonia con la tematica propria del giovedì santo ambrosiano: infatti dall'istituzione dell' eucaristia il testo si allarga alla notte del tradimento fino ad abbracciare la stessa scena del calvario del venerdì santo, e si conclude con un accenno implicito alla pasqua eterna che per il credente, come per il buon ladrone, si realizza attraverso l'ingresso nel regno di Cristo.
    Dunque è un testo che dalla notte del giovedì santo ci fa trapassare alla scena del calvario del giorno successivo, anche se, dal punto di vista, liturgico - val la pena ripeterlo - è lo stesso giorno, il primo del triduo, il giorno della passione e morte del Signore.

    Della celebrazione del venerdì santo riprendiamo, come testo significativo, il celebre responsorio Tenebrae; cantato appena prima della proclamazione della seconda parte della passione del Signore, che culmina con la morte in croce. II testo ci è giunto in una triplice redazione: romana, beneventana e per l'appunto ambrosiana. Dopo il testo latino, ne proponiamo una traduzione italiana.


    Come si può notare, questo testo è formato dalla commistione molto libera fra la scena della crocifissione secondo Matteo (Mt 27,45-56.51) e alcuni particolari della scena della crocifissione secondo Giovanni (Gv 19,30.34), specificatamente l'inclinato capite e soprattutto il colpo di lancia al costato. Sennonché la rielaborazione del testo liturgico ha fatto sì che, rispetto alla narrazione di Giovanni, il colpo di lancia venisse anticipato rispetto al momento della morte, quando Cristo è ancora vivo in croce. È stato fatto notare dagli studiosi che già alcuni codici del Nuovo Testamento trasmettono il testo della crocifissione secondo Matteo interpolato con la frase di Giovanni sul colpo di lancia anticipato rispetto al momento della morte, esattamente come il testo ambrosiano del Tenebrae. E si possono trovare testimonianze analoghe anche nei commenti dei Padri della Chiesa, così come nella documentazione iconografica: spesso infatti la scena della crocifissione viene rappresentata con il soldato che trafigge il costato di Cristo mentre questi è in croce ancora vivo e con gli occhi aperti (forse la prima rappresentazione iconografica di questo genere è il celebre evangeliario siriaco di Rabula del VI secolo).
    È indubbio che questa ricomposizione dei fatti, per quanto contraria alla narrazione di Giovanni, risulta però funzionale in un testo liturgico come il nostro responsorio, perché permette di usare due volte come "responsum", la frase che compiutamente descrive l'evento celebrato: la morte di Cristo in croce ( «et inclinato capite emisit spiritum»): questa infatti è la meta del cammino di memoria iniziatosi ai vespri del giorno precedente e che ora nella solenne proclamazione della morte salvifica del Signore raggiunge il suo vertice.

    La celebrazione della veglia pasquale ci apre invece al cammino di speranza. che sul cammino di memoria si innesta e da esso fiorisce. Sappiamo che già nella tradizione ebraica la notte pasquale condensava in sé quattro eventi cardine della storia della salvezza: la creazione del mondo, il sacrificio di Isacco, la liberazione dall'Egitto, l'avvento escatologico del Messia. La veglia pasquale cristiana eredita e reinterpreta in senso cristologico questi quattro episodi (tanto è vero che i primi tre entrano nella catechesi veterotestamentaria della veglia): in Cristo morto e risorto. prefigurato nel sacrificio di Isacco, il vecchio mondo tramonta e la creazione intera ritrova la propria novità; e il popolo di Dio, la Chiesa, rinnovato nelle acque battesimali, esce dalla vecchia condizione di peccato ed entra nella nuova condizione di grazia. Ma la veglia pasquale diventa anche l'occasione per commemorare e anticipare nel rito misterico l'incontro con Cristo nel suo ritorno glorioso alla fine dei tempi; anzi, ancora nel secolo IV, era viva la credenza che proprio durante una notte pasquale il Signore sarebbe tornato per instaurare il suo Regno.
    Ebbene, la veglia pasquale ambrosiana accentua in maniera molto marcata questa tensione escatologica, come dimostra la parte finale del preconio, ci cui - come al solito - dopo il testo latino proponiamo una traduzione italiana:


    La veglia pasquale dunque, secondo il preconio ambrosiano, è attesa della venuta dello Sposo, e i riferimenti alle lampade da tenere prudentemente accese, senza perder tempo a cercare olio da aggiungere, ritardando così l'incontro con il Signore che viene, pone la Chiesa nell'atteggiamento delle vergini sagge della parabola (cfr. Mt 25) invitate alla festa di nozze. Anche l'accenno al Signore che verrà con certezza come il lampo che brilla improvviso (Le 17,24) rimarca la dimensione escatologica di questo incontro.
    E in effetti la stessa veglia ambrosiana, nella sua struttura, è carica di una intrinseca dinamicità. Il cero pasquale - ad esempio, ci dice il Preconio - non è nella tradizione ambrosiana immediatamente simbolo di Cristo risorto, come per la veglia di rito romano; piuttosto è come la stella dei Magi che precede il cammino della Chiesa-Sposa sostenendola con la sua luce verso l'incontro con il Signore risorto, lo Sposo che sta per tornare.
    Una luce che si attualizza nella Parola di Dio proclamata durante la lunga catechesi veterotestamentaria, attraverso la quale si ripercorrono eventi antichi verificatisi in tempi diversi, e che pure si rendono liturgicamente presenti e attuali nella celebrazione della veglia nel corso di un unica notte.
    La meta di questo cammino della Sposa lungo la storia della salvezza incontro allo Sposo è il cuore della veglia ambrosiana al termine della catechesi veterotestamentaria, quando il "sacerdos", propriamente il vescovo, con voce apostolica, proclama per tre volte l'annuncio kerigmatico: «Christus Dominus resurrexit», «Cristo Signore è risorto». Non ci sono riti allegorici per indicare lo Sposo che si è fatto finalmente presente nella sua gloria di risorto dopo i giorni della passione e del lutto; non si usano simboli (appunto, neppure il cero pasquale). C'è il kerigma apostolico nella sua essenzialità che lungo i secoli la voce dei successori degli apostoli ripetono ogni anno nel cuore della veglia, annunciando alla Chiesa Sposa che lo Sposo è finalmente arrivato.
    Ma l'incontro tra lo Sposo e la Sposa, se non viene indicato attraverso allegorie o elementi simbolici, si realizza e si attualizza nei sacramenti, dove - come dice sant' Ambrogio stesso - abbiamo la possibilità di "tenere Christum", di tenerlo stretto a noi, di incontrarlo, di abbracciarlo (cfr. Apologia David, 58). E infatti la Chiesa incontra Cristo innanzitutto nel battesimo, in quel lavacro con il quale egli, lo Sposo, la rende per sé Sposa santa e immacolata (cfr. Ef 5,25-26).
    Ma soprattutto, «ad totius mysterii supplementum», «affinché il mistero celebrato giunga alla sua pienezza», è nella comunione eucaristica che la Chiesa incontra Cristo risorto, o meglio che la Sposa incontra lo Sposo e si unisce a lui nelle mistiche nozze.
    In conclusione potremmo dire che è proprio la simbologia nuziale che emerge cosi evidente nella veglia pasquale, quella che ci permette di re-interpretare correttamente tutto il cammino di memoria e di speranza del Triduo Pasquale ambrosiano.
    In effetti chi è chiamato a rivivere nella liturgia il Triduo Pasquale non è un cronista, il cui compito sarebbe quello di ricostruire gli eventi dal punto di vista cronologico e riuscirebbe a fare il suo lavoro tanto meglio quanto più riuscisse a farlo in maniera staccata. asettica, oggettiva. Nella celebrazione liturgica è la Chiesa che è chiamata non a ricostruire gli avvenimenti della Pasqua di Cristo, ma a riviverli, e a riviverli con quella compartecipazione affettiva che è tipica della Sposa che segue lo Sposo nel suo cammino di passione, morte e risurrezione. Il suo è dunque un cammino di "memoria", da intendersi nel senso alto, biblico e liturgico del termine: non ricordo psicologico di avvenimenti passati, ma "memoriale" di un evento che si fa oggi per lei attuale e salvifico.
    E così, tentando di periodizzare i tre giorni del Triduo secondo le indicazioni della tradizione ambrosiana, potremmo dire che la Chiesa Sposa rivive, nel primo giorno del Triduo (dalla celebrazione vespertina del giovedì santo alla celebrazione pomeridiana del venerdì santo), cioè il giorno del "Christus crucifixus", la memoria dello Sposo che per lei si è offerto nella passione e nella morte di croce; il sabato santo, secondo giorno del Triduo, cioè il giorno del "Christus sepultus", la Sposa entra in una condizione di lutto e di silenzio, perché lo Sposo le è stato strappato e sta riposando nel sonno del sepolcro. Ma è un lutto sostenuto dalla speranza, dall'attesa e dalla certezza di ritrovare lo Sposo: e così la Chiesa entra fiducia sa, nel terzo giorno del Triduo, che decorre dalla veglia pasquale ai vespri della domenica di risurrezione, cioè il giorno del “Christus suscitatus". In questo passaggio, in questa "Pasqua", il suo cammino di memoria si fa cammino di speranza e di certezza. Veramente - come diceva un autore cappadoce della prima metà del IV secolo (Asterio il Sofista) - la notte di Pasqua è la "notte ninfagoga" della Chiesa, la notte che, attraverso i sacri misteri, fa reincontrare dopo i giorni della passione e del lutto, la Sposa e lo Sposo.



    Nota Bibliografica essenziale

    A.I. SCHUSTER, La liturgia della settimana santa nel rito della Chiesa Milanese, Milano, ed. Vita e PensÌero, 1938.

    E. CATTANEO, Il dramma liturgico della settimana santa nel rito ambrosiano, «Ambrosius», 32 (1956), pp. 65-91.

    M. HUGLO, L'annuncio pasquale n ella liturgia ambrosiana, «Ambrosius» 33 (1957), pp. 88-91.

    K. LEVY, A hymn for thursday in Holy Week, <<Journal of the American Musicological Society» 16 (1963), pp. 127-175.

    E.T. MONETA CAGLIO, L'annuncio della Risurrezione nel rito ambrosiano (vi si è ispirato anche il Manzoni), «Ambrosius» 69 (1973), pp. 194-197.

    C. ALZATI, Alcune note in margine alla celebrazione della veglia pasquale nella tradizione liturgica ambrosiana, «Ambrosius», 52 (1976), pp. 310-325. 380A01.

    IDEM, Alcune osservazioni sul lucernario della veglia pasquale ambrosiana, «Ambrosius», 53 (1977), pp. 168-181.

    IDEM, Il triduo pasquale nei nuovi libri liturgici della Chiesa Ambrosiana, «Rivista Liturgica», 66 (1979), n. l, pp. 61-89.

    Celebrare l'unità del mistero pasquale. 1. Il Triduo oggi e il Prologo del giovedì santo, a cura di A CATELLA e G. REMONDI, Leumann LDC, 1994.

    La tunica variegata. Conversazioni sul rito ambrosiano, a cura di M. MAURI, Milano, NED, 1995:

    - C. ALZATI, Ecco il momento favorevole. Il cammino verso la Pasqua nella tradizione
    ambrosiana, pp. 125-150.
    - IDEM, Solemnitatum omnium honoranda solemnitas. La Chiesa ambrosiana e il
    Mistero pasquale, pp. 151-175.
    - IDEM, Il lucernario della Veglia Pasquale ambrosiana, pp. 176-184.

    Hebdomadae sanctae celebratio. Conspectus historicus comparativus. The Celebration of the Holy Week in Ancient Jerusalem and its Developement in the Rites of East and West. L'antica celebrazione della Settimana Santa a Gerusalemme e il suo sviluppo nei riti dell'Oriente e dell'Occidente, A.G. KOLLAMPARA,MPILL cura et studio (= Bibliotheca «Ephemerides Liturgicae» «Subsidia», 93), Roma, C.L.V. - Edizioni Liturgiche, 1997:
    - S. JANERAS, La Settimana Santa nell'antica Liturgia di Gerusalemme, pp. 19-50.
    - C. RENOUX, La Grande semaine dans les textes du rite arménien, pp. 51-65.
    - R. TAFT, Holy Week in the Byzantine Tradition, pp. 67-91.
    - K. HABTEMICHAEL, La celebrazione della Settimana Santa nella chiesa Etiopica, pp.
    93-134.
    - A.G. KOLLAMPARAMPILL. Week of the Victorious Paschal Lamb: From Palm Sunday
    fo Easter Sunday in the East Syrian Liturgy, pp. 135-163. - B. VARGHESE, Holy Week Celebration in the West Syrian Church, pp. 165-186. - A. W ARD, Holy Week in the Ambrosian Liturgy, pp. 187-235.

    - J. PINELLI PONS, La semana santa en el a1ltiguo rito hispanico, pp. 237-275.
    - A. NOCENT, La Semaine sainte dans la liturgie romaine, pp. 277-310.

    M. NAVONI, La settimana santa ambrosiana. Storia e spiritualità, Milano, Centro Ambrosiano, 1999.


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    Sintesi
    La relazione presenta sinteticamente le specificità tipiche del Triduo Pasquale secondo la tradizione ambrosiana, mettendo in evidenza il cammino che la Chiesa-Sposa è chiamata a percorrere alla sequela dello Sposo nei tre giorni della passione e morte, del riposo nel sepolcro, della gloria della risurrezione. Tale cammino di "memoria" diventa così anche cammino di "speranza". Durante la relazione verranno commentati tre testi tipici del Triduo pasquale ambrosiano, dei quali verrà proposta anche l'esecuzione musicale.
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    Ultima modifica di Ambrosiano; 11-02-2021 alle 16:27

  10. #20
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    La riflessione del cardinale Angelo Scola sulla Settimana Santa, detta «Autentica» dalla liturgia ambrosiana.

    Con la Domenica delle Palme, introdotta dalla solenne processione, la Chiesa ci conduce sulla soglia della più importante settimana dell’anno, quella che la nostra liturgia ambrosiana chiama “Settimana Autentica”. Un’attribuzione tutt’altro che scontata. Immediatamente con l’aggettivo “autentico” noi identifichiamo la piena verità di una cosa. Infatti in questa che è la settimana per eccellenza la Chiesa ci fa celebrare Gesù Cristo passo, morto e risorto come la verità della nostra esistenza. Una verità tanto sconvolgente quanto liberante: il prezzo della salvezza di ciascuno di noi è il sangue del Figlio di Dio così che, alla fine, ogni vita trova il suo valore nel Figlio di Dio incarnato; nulla di essa va perduto perché tutto è abbracciato dalla misericordia del Padre. Tutto è caricato sulle spalle di Suo Figlio, crocifisso sul palo ignominioso della Croce per risorgere a nuova vita la mattina di Pasqua.


    «Cos’è la verità?» (Quid est veritas?). Come capì acutamente Sant’Agostino, in questa domanda che alberga nel cuore di ogni uomo, è inscritta la compiuta risposta: «La Verità è l’uomo presente» (Vir qui adest). La verità della vita non è un’idea o un insieme di dottrine né di precetti; non un sentimento, né un insieme di emozioni o sensazioni; non è un sistema di pensiero. La verità dell’esistenza - della tua e della mia, come quella di tutti gli uomini - è quest’Uomo, il Figlio di Dio, che si lascia inchiodare per amore sulla Croce e risorge vittorioso per donarci una vita nuova e per sempre.
    Perché, allora, il nostro rito ambrosiano non traduce la tradizionale espressione “Settimana Santa” con “Settimana Vera”, ma usa l’aggettivo “Autentica”? Forse l’etimologia di questa parola ci può offrire la chiave per trovare una risposta. Essa deriva dal verbo greco authentèo, che esprime l’idea di “avere” autorità. Introduce perciò una sfumatura in più. “Autentico” dice la verità di una cosa in quanto diventa “criterio” del nostro guardare e trattare la realtà. Così celebrare i giorni della passione, morte e risurrezione di Gesù significa riconoscere che “il criterio” della nostra vita è quest’Uomo, il Crocifisso Risorto, che ci viene quotidianamente incontro.


    La liturgia ambrosiana ci farà accompagnare Gesù in tutti i passaggi della sua Pasqua seguendone con precisione la scansione cronologica: dall’ingresso glorioso in Gerusalemme, all’Ultima Cena, alla preghiera nell’Orto degli Ulivi, la cattura, il processo, la via crucis, la crocifissione e le beffe, la morte, la deposizione, il silenzio del sepolcro... fino ad arrivare alla gloria della Risurrezione e del Suo “apparire”, pienamente libero, alle donne e ai discepoli. Gesù Crocifisso e Risorto, infatti, non può diventare criterio della nostra vita se non attraverso la comunione con Lui. Occorre seguirlo, sostare insieme a Lui, accompagnarlo, condividere la sua pasqua. Esperienza che, vissuta nella comunità cristiana, la liturgia rende concretamente possibile.


    (29/3/2015 - tratto da chiesadimilano.it)


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    Altre informazioni e i dettagli delle cerimonie liturgiche si possono trovare nella discussione dedicata alla Liturgia della Settimana Autentica.
    Ultima modifica di Ambrosiano; 08-03-2020 alle 22:04

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