Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Cronaca dell'Arcidiocesi di Oristano 2019

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    Cronaca dell'Arcidiocesi di Oristano 2019

    CRONACA DELL'ARCIDIOCESI DI ORISTANO

    ANNO 2019

    Dati Statistici relativi alla Diocesi: (aggiornamento 29/11/2017)

    Nome Latino: Archidioecesis Arborensis
    Superficie in Kmq: 3.112
    Abitanti: 134.540
    Parrocchie: 85
    Sacerdoti diocesani: 92
    Sacerdoti extra-diocesani: 4
    Sacerdoti regolari: 20
    Diaconi permanenti: 3
    Seminaristi teologi: 7


    Notizie Storiche dell’Arcidiocesi Arborense e Territorio
    La provincia ecclesiastica arborense trae origine dal vescovado di Tharros.
    La diocesi Tharrense parrebbe un’istituzione del periodo vandalico: il primo vescovo di Tharros attestato, infatti, è l’Johannes episcopus tarrensis destinatario di una epistula di San Fulgenzio, vescovo di Ruspe, esule in Sardegna a partire dal 507 fino al 523, pur non in continuità, per ordine del re vandalo Trasamondo. In questa lettera non pervenutaci il vescovo Fulgenzio interveniva sulla questione de malefico quodam iudici non tradendo, ossia sulla necessità che il vescovo per difendere la propria capacità giurisdizionale in campo spirituale non consenta la consegna del maleficus, lo stregone dedito a pratiche di magia nera, al giudice secolare. E’ difficile, tuttavia, stabilire se effettivamente il presule tharrense fosse già insignito del rango di metropolita all’atto della traslazione della cattedra da Tharros in Oristano, nel 1070, sulla sola testimonianza del vescovo cinquecentesco Fara, che parla del tarrensis et arborensis archiepiscopus. Tuttavia, secondo la ricostruzione di Raimondo Turtas, potrebbe raccordarsi cronologicamente la traslazione della sede vescovile tharrense in Oristano alla allora recentissima acquisizione dei diritti metropolitici da parte del presule di Tharros, nel quadro della creazione delle due nuove province ecclesiastiche sarde di Arborea e di Turris, ad opera del pontefice Alessandro II (1061-1073).
    In effetti la prima menzione della sede episcopale oristanese appare nel privilegium del Pontefice Urbano II ( 1088-1099); segue nel 1118 il riferimento all’archiepiscopus di Oristano in una lettera di Guglielmo, arcivescovo di Cagliari, al papa Gelasio II, forse identificabile con l’ arcivescovo arborense Homodeus documentato per gli albori del XII secolo nel Condaghe (libro dei conti) di S. Maria di Bonarcado.
    Nel 1131 è documentato, per la prima volta, l’archiepiscopus Arborensis Petrus e la sua cattedrale di Santa Maria in Oristano, una fabbrica romanica, a tre navate, arricchita di cappelle gotiche nel Trecento, e ricostruita quasi integralmente nel Settecento. La provincia ecclesiastica arborense ebbe come chiese suffraganee quella di Santa Giusta, l’altra di Usellus- Ales e la terza di Terralba. La diocesi Santagiustese fu unita nel 1503 alla chiesa arborense, allo stesso tempo dell’unione dei due vescovati di Usellus e Terralba. Alla arcidiocesi Arborense pertiene la chiesa forotraianense (Fordongianus), che espresse in età dioclezianea il martire Lussorio ed in un periodo incerto il presbitero Archelao martire, patrono della arcidiocesi. L’antico episcopato di Forum Traiani è documentato già nel 484 col vescovo Martiniano e successivamente tra VI e VII secolo dai vescovi Stefano, Vittore ed Elia.

    Prof. Raimondo Zucca (Professore Ordinario di Storia Romana presso l’Università degli Studi di Sassari)
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    Cronotassi degli Arcivescovi Arborensi

    CRONACA DELL'ARCIDIOCESI DI ORISTANO
    ANNO 2019


    CRONOTASSI DEGLI ARCIVESCOVI ARBORENSI


    • Anonimo † 1070 c.
    • Anonimo † (prima del 1088 – 1099 ?)
    • Anonimo † (menzionato nel 1118)
    • Omodeo † (prima metà del XII secolo)
    • Teodoro † (menzionato nel 1125)
    • Pietro † (menzionato nel 1131)
    • Comita de Martis † (prima del 1146 – prima del 1170 nominato vescovo di Ampurias)
    • Ugo † (menzionato nel 1185 ?)
    • Giusto † (1192 – 1198)
    • Bernardo † (1200)
    • Torchitorio de Muru † (1224 – 1244)
    • Anonimo † (menzionato nel 1246, 1247, 1253)
    • Torchitorio Cocco † (menzionato nel 1261)
    • Aleardo, O.F.M. † (3 novembre 1268 – 1268 deceduto)
    • Egidio † (1268 – 1280 ?)
    • Daniele di Stamedio, O.Cist. † (1280 – 1280)
    • Pietro I † (20 aprile 1280 – dopo dicembre 1289 deceduto)
    • Scolay † (1296 – 1299 deceduto)
    • Alamanno da Bagnoregio, O.F.M. † (29 aprile 1299 – 1299 deceduto)
    • Consiglio Gatto, O.P. † (21 novembre 1299 – 30 gennaio 1301 nominato arcivescovo di Conza)
    • Leonardo de Aragall, O.F.M. † (28 febbraio 1301 – 1306)
    • Ugo, O.P. † (26 febbraio 1306 – 19 marzo 1308 nominato vescovo di Pola) (amministratore apostolico)
    • Oddone della Sala, O.P. † (30 marzo 1308 – 10 maggio 1312 nominato arcivescovo di Pisa)
    • Guido Cattaneo, O.P. † (10 maggio 1312 – 1339)
    • Giovanni de Paperoni † (23 ottobre 1340 – 1342 deceduto)
    • Pietro Nurachi † (10 luglio 1342 – 1349 ?)
    • Nicola di Teramo † (21 ottobre 1349 – 1363)
    • Bernardo † (20 marzo 1363 – 1364 deceduto)
    • Ambrogio da Parma † (23 dicembre 1364 – 20 febbraio 1377 nominato vescovo di Cittanova)
    • Enrico, O.Carm. † (20 febbraio 1377 – 1379 deceduto)
    • Giovanni Salat, O.P. † (18 maggio 1379 – ?) (obbedienza avignonese)
    • Guglielmo †
    • Giacomo † (menzionato nel 1382)
    • Gunnari † (menzionato nel 1386)
    • Leonardo de Zori † (22 ottobre 1387 – 1389)
    • Corrado da Cloaco † (5 dicembre 1392 – 13 settembre 1396 nominato vescovo di Noli)
    • Ubaldino Cambi † (4 aprile 1397 – 1400 deceduto)
    • Mariano Fabario † (4 settembre 1400 – 1402 deceduto)
    • Paolo Oleni † (26 giugno 1402 – 1402 ?)
    • Bartolomeo Ghini † (? – 26 novembre 1404 nominato vescovo di Massa Marittima) (vescovo eletto)
    • Niccolò Beruti, O.P. † (26 novembre 1404 – ?)
    • Bertrando Flores † (21 dicembre 1407 – ? deposto)
    • Elia de Palma, O.S.B.Cam. † (27 agosto 1414[2] – 1437)
    • Lorenzo Squintu † (3 aprile 1437 – 1450 deceduto)
    • Giorgio (o Gregorio) Armato (o Attacco) † (14 ottobre 1450 – 18 febbraio 1451 nominato vescovo di Trevico)
    • Giorgio (o Gregorio) Armato (o Attacco) † (25 ottobre 1451 – 1454 deceduto) (per la seconda volta)
    • Giacomo di Albareale † (21 ottobre 1454 – 1458)
    • Francesco Arrati † (menzionato nel 1460) (vescovo eletto)
    • Giovanni Cani † (28 aprile 1462 – 1485 deceduto)
    • Ferdinando Romano † (21 febbraio 1485 – 1492 deceduto)
    • Jaime Serra i Cau † (11 aprile 1492 – 9 dicembre 1510 dimesso)
    • Pedro Serra de Muñoz † (9 dicembre 1510 – dopo il 21 agosto 1517 deceduto)
    • Giovanni Briselot, O.Carm. † (23 dicembre 1517 – 16 aprile 1520 dimesso)
    • Giacomo de Cleve † (16 aprile 1520 – ?)
    • Agostino Grimaldi † (28 marzo 1530 – 12 aprile 1532 deceduto)
    • Carlo Alagon † (18 maggio 1537 – 1554 deceduto)
    • Andrea Sanna † (3 agosto 1554 – 1555 deceduto)
    • Pietro Sanna † (4 maggio 1556 – 1563 deceduto)
    • Gerolamo Barbarà † (19 gennaio 1565 – 1571 deceduto)
    • Pedro Buerba, O.E.S.A. † (5 novembre 1572 – 1574 deceduto)
    • Pedro Narro, O.S.B. † (22 ottobre 1574 – 1577 deceduto)
    • Francesco Figo † (13 gennaio 1578 – 1588 deceduto)
    • Antonio Canopolo † (17 ottobre 1588 – 1621 nominato arcivescovo di Sassari)
    • Lorenzo Nieto y Corrales, O.S.B. † (25 ottobre 1621 – 1625 nominato arcivescovo di Cagliari)[3]
    • Gavino Magliano † (22 marzo 1627 – 1641 deceduto)
    • Pietro De Vico † (1641 succeduto – 27 agosto 1657 nominato arcivescovo di Cagliari)
    • Ildefonso de Sotomayor, O. de M. † (24 settembre 1657 – 9 giugno 1664 nominato arcivescovo, titolo personale, di Barcellona)
    • Bernat Cotoner † (23 giugno 1664 – 28 settembre 1671 nominato vescovo di Maiorca)
    • Pedro de Alagó y de Cardona † (15 gennaio 1672 – 2 ottobre 1684 nominato arcivescovo, titolo personale, di Maiorca)
    • Giuseppe Acorrà † (30 aprile 1685 – dicembre 1702 deceduto)
    • Francesco Masones Nin † (15 settembre 1704 – maggio 1717 deceduto)
    • Sede vacante (1717-1726)
    • Antonio Nin † (16 dicembre 1726 – dicembre 1740 deceduto)
    • Vincenzo Giovanni Vico-Torrellas † (3 luglio 1741 – agosto 1744 deceduto)
    • Nicola Maurizio Fontana † (3 febbraio 1744 – 1º marzo 1746 deceduto)
    • Ludovico Emanuele del Carretto † (28 novembre 1746 – 20 marzo 1772 deceduto)
    • Antonio Romano Malingri † (7 settembre 1772 – 5 agosto] 1776 deceduto)
    • Giacomo Francesco Astesan, O.P. † (1º giugno 1778 – 11 gennaio 1783 deceduto)
    • Luigi Cusani † (15 dicembre 1783 – 19 febbraio 1796 deceduto)
    • Francesco Sisternes de Oblites † (28 settembre 1798 – 21 giugno 1812 deceduto)
    • Sede vacante (1812-1819)
    • Giovanni Antioco Azzei † (29 marzo 1819 – 4 dicembre 1821 deceduto)
    • Sede vacante (1821-1828)
    • Giovanni Maria Bua † (28 gennaio 1828 – 24 ottobre 1840 deceduto)
    • Giovanni Saba † (22 luglio 1842 – 13 febbraio 1860 deceduto)
    • Sede vacante (1860-1871)
    • Antonio Soggiu † (24 novembre 1871 – 5 aprile 1878 deceduto)
    • Bonfiglio Mura, O.S.M. † (28 febbraio 1879 – 18 luglio 1882 deceduto)
    • Paolo Giuseppe Maria Serci Serra † (25 settembre 1882 – 16 gennaio 1893 nominato arcivescovo di Cagliari)
    • Francesco Zunnui Casula † (16 gennaio 1893 – 14 dicembre 1898 deceduto)
    • Salvatore Tolu † (19 giugno 1899 – 30 gennaio 1914 deceduto)
    • Ernesto Maria Piovella, O.SS.C.A. † (19 aprile 1914 – 8 marzo 1920 nominato arcivescovo di Cagliari)
    • Giorgio Delrio † (16 dicembre 1920 – 5 maggio 1938 deceduto)
    • Giuseppe Cogoni † (4 novembre 1938 – 6 giugno 1947 deceduto)
    • Sebastiano Fraghì † (23 settembre 1947 – 14 dicembre 1978 ritirato)
    • Francesco Spanedda † (17 marzo 1979 – 30 novembre 1985 ritirato)
    • Pier Giuliano Tiddia (30 novembre 1985 – 22 aprile 2006 ritirato)
    • Ignazio Sanna, (22 aprile 2006 – 4 maggio 2019 ritirato)
    • Roberto Carboni, O.F.M. Conv. dal 4 maggio 2019


    Fonte

    Arcivescovo di Oristano
    Sua Eccellenza Rev.ssima Monsignor Roberto Carboni



    O.F.M. Conv.
    Arcivescovo Metropolita Eletto di Oristano
    Amministratore Apostolico di Ales-Terralba

    S.E. Rev.ma Mons. Roberto Carboni, O.F.M. Conv., è nato il 12 ottobre 1958 a Scano Montiferro, in Provincia di Oristano e Diocesi di Bosa.
    Ha frequentato le scuole elementari statali a Bonorva fino al 1969, anno in cui è stato accolto nel Seminario Serafico dei Frati Minori Conventuali in Santa Maria di Betlem a Sassari. Nel 1972 è stato accolto nel Collegio Serafico San Francesco di Oristano. Ha frequentato il Ginnasio e il Liceo presso il Liceo Classico S.A. De Castro di Oristano, conseguendo la maturità classica nel 1977.
    Nello stesso anno, il 17 settembre ha fatto ingresso in noviziato nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, presso il Convento della Basilica del Santo a Padova e il 30 settembre 1978, al termine dell’anno di prova, ha emesso la professione temporanea dei voti a Scano Montiferro, nelle mani dell’allora Ministro Provinciale padre Giuseppe Simbula.
    Dal 1978 al 1980 è stato alunno del Seminario Sant’Antonio Dottore in Padova, ove ha conseguito il Baccellierato in Filosofia. Dal 1980 al 1983 è stato alunno del Collegio Internazionale Seraphicum e della Facoltà Teologica San Bonaventura a Roma, ove nel 1983 ha conseguito il Baccellierato in Sacra Teologia.
    Il 27 giugno 1982 ha emesso la professione perpetua presso la Chiesa di San Francesco in Alghero (SS). È stato ordinato Diacono presso il Collegio Seraphicum di Roma il 9 aprile 1983 da S.E. Mons. Virgilio Noè.
    Il 29 settembre 1984 è stato ordinato presbitero presso la Chiesa di San Francesco d’Assisi in Oristano, dal Vescovo di Alghero e Bosa S.E. Mons. Giovanni Pes.
    Dopo l’ordinazione presbiterale ha proseguito gli studi a Roma, conseguendo nel 1986 la Licenza in Psicologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Dal 1989 è iscritto all’albo degli psicologi e psicoterapeuti della Sardegna. A seguito della collaborazione con la rivista Fraternità, di cui è stato Direttore, è diventato giornalista pubblicista, iscritto all’Albo dei Giornalisti della Sardegna dal 1997.
    Il 10 febbraio 2016 è stato eletto Vescovo di Ales-Terralba. Ha ricevuto l’Ordinazione Episcopale ad Ales, prendendo contestualmente possesso canonico della diocesi il 17 aprile 2016, per le mani dell’allora Arcivescovo Metropolita di Sassari S.E. Mons. Paolo Atzei, OFM Conv.
    Il 29 marzo 2018 ha indetto la Visita Pastorale nella Diocesi di Ales-Terralba.
    In seno alla Conferenza Episcopale Sarda è referente regionale per il Servizio Nazionale della CEI per la Tutela dei Minori, nonché vescovo delegato per l’Evangelizzazione dei Popoli e le Migrazioni.
    Il 4 maggio 2019 il Santo Padre Francesco lo ha eletto Arcivescovo Metropolita di Oristano, lasciandolo Amministratore Apostolico di Ales-Terralba.

    Incarichi pastorali più significativi da lui svolti

    • 1985 – 1992: Direttore spirituale presso il Centro nazionale di orientamento vocazionale al Sacro convento di Assisi (postulato francescano);
    • 1991 – 1993 Docente Incaricato di Psicologia presso l’Istituto Teologico di Assisi;
    • 1993 – 1994 Viceparroco presso la parrocchia di San Francesco di Assisi a Cagliari;
    • 1993 – 2001 Rettore del Postulato francescano presso il Collegio San Francesco di Oristano;
    • 1994 – 2001 Segretario e Vicario provinciale;
    • 2001 – 2013 Missionario a Cuba ove ha svolto i seguenti incarichi:2001-2003 Padre Spirituale del Seminario Interdiocesano
    • 2003 – 2006 Rettore della Chiesa San Francesco a La Havana
    • 2013 – 2016 Segretario Generale per la Formazione dell’Ordine dei Frati Minori Conventual

    Fonte

    Arcivescovo Emerito


    S. E. Rev.ssima Mons. Pier Giuliano Tiddia
    Nato a Cagliari il 13.06.1929;
    ordinato presbitero il 16.12.1951;
    eletto alla Chiesa titolare di Minturno e nominato ausiliare di Cagliari il 24.12.1974;
    ordinato vescovo il 02.02.1975;
    nominato Arcivescovo Metropolita di Oristano il 30.11.1985;
    divenuto emerito il 22.04.2006.
    Recapiti:
    Via Logudoro 48 – 09127 Cagliari
    Tel. 070658237
    Fonte
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  3. #3
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    Patroni dell'Arcidiocesi di Oristano

    Patroni dell'Arcidiocesi di Oristano


    Sant'Archelao


    Festeggiato il 13 Febbraio, le reliquie si trovano nella Cattedrale della città lungo la Costa Centro-Ovest della Sardegna


    Sant'Archelao è il patrono di Oristano. Le sue reliquie sono custodite nella cattedrale di Santa Maria Assunta, l'edificio che domina piazza del Duomo, e due angeli in marmo, ai lati del reliquiario, proteggono e conferiscono prestigio a quello che rimane di questo santo molto amato dagli oristanesi.
    Presbitero e martire, Archelao non ha lasciato ai posteri molte informazioni sulla sua vita, di più sappiamo invece sulla sua morte, avvenuta durante l'impero di Diocleziano o Traiano (non abbiamo notizie certe) per mano dei Romani che lo imprigionarono e lo lapidarono per essersi convertito al cristianesimo e aver iniziato un processo di evangelizzazione con la nomina di vescovo. Proprio a Fordongianus, sua città natale, in origine nota come Forum Traiani, fu martirizzato.
    Oristano l'ha voluto patrono perché, oltre ad essere stato santificato, sant'Archelao Martire è un figlio diretto di questa terra, una figura strettamente legata al territorio e che proprio in esso ha operato. Le reliquie del Santo, che giacciono nella Cattedrale, sono state depositate all'interno di una cassa di marmo bianco di Carrara dove si legge una scritta in latino che recita "qui sono custodite ossa e capo di sant'Archelao".
    Viene celebrato nella cittadina sarda il 13 Febbraio con una festa in suo onore.
    Fonte





    Madonna del Rimedio

    La Festa in onore della Madonna del Rimedio si svolge nell’omonima Basilica situata nella frazione di Donigala Fenugheddu, distante pochi chilometri dal centro di Oristano.


    Origini storiche


    Le origini della devozione e del culto della Beata Vergine del Rimedio risalgono al periodo a cavallo tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo e sono legati alla figura di S. Giovanni de Matha, teologo francese fondatore dell’Ordine Trinitario. Il documento storico più antico da cui si può ricavare la presenza del culto della Madonna del Rimedio in Sardegna è il testo ottocentesco “Le delizie delle torture in Sardegna nel sec. XVI” del Canonico Giovanni Spano. Qui si racconta un episodio datato al 1590 in cui un tale di nome Nicolò Manca, sedilese, sottoposto a tortura perché accusato di aver collaborato con dei malavitosi, si rivolge proprio alla Vergine del Rimedio per chiederle la grazia: “Sa Virgine Maria de su Remediu, proite qustu a mie!”.La Basilica sorge sui resti della chiesa parrocchiale dell'antico villaggio di Nuracraba. Mentre la borgata, tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento si spopolava a causa di alluvioni e di un’epidemia di peste, la chiesa era già meta di pellegrinaggio e non fu abbandonata come invece accadde al piccolo centro abitato. Gli interventi strutturali di ampliamento, cura e restauro della Basilica iniziati nell’Ottocento e arrivati fino ai giorni nostri e il diffondersi della devozione mariana hanno contribuito ad affermare la centralità della città di Oristano nel panorama religioso sardo. Tra i vari interventi spiccano la solenne consacrazione dell’altare maggiore del 1893 da parte di Mons. Paolo Maria Serci Serra Arcivescovo, l'incoronazione del Simulacro della Vergine avvenuto il 7 Settembre 1952 e la consacrazione del Santuario nel 1957 che ha elevato la chiesa a Basilica minore.


    Celebrazioni


    La festa del Rimedio cade l’8 settembre, giorno in cui si celebra la natività della B. V. Maria, ma le liturgie cominciano già il 29 agosto con l’inizio delle novene. In questi giorni dell'anno è possibile vedere molti fedeli attraversare a piedi il ponte che collega Oristano al Rimedio per assistere alle funzioni. La festa, molto sentita e partecipata, attrae nell’arco di pochi giorni migliaia di devoti che si recano al Rimedio, non solo da Oristano e dal Campidano ma da tutta la Sardegna, per ringraziare la Madonna, per sciogliere voti o più semplicemente per assistere alla messa. L'attività liturgica nella prima settimana di settembre si intensifica: se durante il novenario si svolgono generalmente tra le due e le tre messe giornaliere, il giorno della festa, invece, si intervallano messe ogni ora così da permettere a tutti i fedeli di potervi assistere.
    Durante le celebrazioni è possibile assistere al tradizionale canto dei goccius, canti devozionali paraliturgici in lingua sarda che costituiscono una componente fondamentale delle celebrazioni. I goccius, chiamati anche gosos, sono stati tramandati da una generazione all'altra, spesso per via orale, e sono dunque privi di un autore.Ai lati della Basilica si possono facilmente individuare le cumbessias: dei piccoli alloggi presenti in numerose chiese campestri sarde che hanno lo scopo di ospitare i pellegrini. Oggi meno utilizzate per lo scopo originario, alcune di queste sono state restaurate e messe a disposizione dei parenti degli ospiti degenti della vicina struttura sanitaria Santa Maria Bambina.
    Altra pratica, caduta in disuso ma che ha determinato fortemente il carattere devozionale è stata l’ingente quantità di ex-voto conservati all’interno della Basilica, a dimostrazione della grande venerazione dei fedeli. Molti di questi oggetti sono stati offerti alla Madonna dai reduci della Grande Guerra che hanno trovato conforto e protezione nella sua figura.
    La festa del Rimedio non è esclusivamente un momento di fede, attorno alla Basilica numerose bancarelle vendono prodotti locali, artigianato, oggetti sacri e giocattoli. Immancabili gli arrostitori di pesce, soprattutto muggini e anguille, che animano la piazza fino a notte inoltrata.
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    Santi dell'Arcidiocesi di Oristano

    Santi dell'Arcidiocesi di Oristano


    SANT’IGNAZIO DA LACONI


    Ignazio da Laconi, al secolo Vincenzo Peis (Laconi, 17 dicembre 1701 – Cagliari, 11 maggio 1781), è stato un frate cappuccino, venerato come santo dalla Chiesa Cattolica.
    La sua memoria liturgica ricorre l’11 maggio, giorno della sua morte. La Chiesa Cattolica lo reputò degno di tale titolo riconoscendogli di aver svolto per tutta la vita un’opera umile e al tempo stesso dedita agli altri; inoltre, per la proclamazione della santità, come di prassi in questi casi, furono attribuiti alla sua intercessione alcuni miracoli, come la guarigione di un’inferma, che avrebbe riacquistato l’utilizzo delle gambe. Da questo miracolo è poi partito il processo di beatificazione.
    Le spoglie del santo riposano nel Convento dei Frati Cappuccini in viale Fra Ignazio, a Cagliari. Periodicamente l’urna con le spoglie del santo viene portata in pellegrinaggio lungo tutta l’isola di Sardegna, un evento che richiama sempre numerosissimi fedeli.
    Esiste inoltre un mensile, “La Voce Serafica”, nato per devozione all’attività dello stesso frate cappuccino.
    L’11 maggio 2007 Sant’Ignazio da Làconi è stato proclamato patrono della Provincia di Oristano. L’11 maggio 2014 a Sestu è stata inaugurata la statua a lui dedicato nella piazza del santo.

    Biografia

    Vincenzo Peis nacque a Làconi, centro abitato attualmente in provincia di Oristano, il 17 dicembre 1701, da famiglia umile ma dignitosa, che lo educò nei valori cristiani.
    Visse a Làconi, dedito al lavoro nei campi, fino al 1721, quando, avvertendo sempre più pressante la chiamata a farsi Frate, decise di presentarsi al Padre Provinciale dei Cappuccini di Cagliari, perché lo ammettesse al noviziato.

    Entrò nel convento dei Novizi, allora presso la chiesa di San Benedetto a Cagliari, il 10 novembre 1721. Prese il nome di Fra’ Ignazio.
    Terminato il noviziato, il 10 novembre del 1722 fece la solenne Professione religiosa. Fu trasferito da Cagliari al Convento di Iglesias e da qui peregrinò in vari conventi dell’Isola, quelli di Sanluri, Domusnovas, Oristano, Quartu Sant’Elena e poi nuovamente a Cagliari, presso il Convento di Sant’Antonio, dove alloggerà sino alla morte.

    Per quasi quaranta anni, dal 1741, fu frate questuante; la sua figura di umile fraticello, un po’ curvo e sempre assorto nella preghiera del Rosario, diventa presto cara ai cagliaritani, che si abituano a vederlo percorrere le strette e ripide strade della città, mentre non nega aiuto e consiglio a chi glielo chiede. Intanto cresce la fama della sua santità, si estende a tutta l’Isola e da ogni sua parte giungono a Cagliari pellegrini per incontrare il frate, spesso sperando di ricevere da lui uno di quei miracoli, che si narrava avesse compiuto.
    Nel 1779 divenne cieco e fu per questo esentato dagli obblighi del suo incarico.
    Nella inoltrata primavera del 1781, l’11 maggio, Fra Ignazio, questo grande personaggio della Cagliari del XVIII secolo, morì, confortato dai sacramenti della religione a cui dedicò la sua vita.

    Il 16 giugno 1940, nella Basilica di San Pietro, il papa Pio XII lo dichiarò beato. Il 21 ottobre 1951, dallo stesso papa, ancora nella Basilica di San Pietro, Ignazio da Làconi viene proclamato santo.

    Il culto

    La parrocchia di Làconi, dove il santo ricevette i sacramenti dell’iniziazione cristiana, è la Chiesa dedicata a Sant’Ambrogio e a Sant’Ignazio (dal 1951),
    Sant’Ignazio da Làconi è venerato in tutta la Sardegna, dove esistono diverse chiese a lui dedicate; la prima è stata fondata nel 1951 a Norbello.


    La devozione per questo santo è particolarmente sentita proprio a Làconi, suo paese natale, dove si trova ancora la casa in cui Vincenzo Peis visse sino all’età di venti anni con la famiglia e la chiesa in cui venne battezzato.
    Altro importante centro della devozione al santo è Cagliari, dove egli visse da religioso.
    Nella città capoluogo i posti legati a Fra Ignazio sono prevalentemente due, ovvero il convento presso la chiesa di San Benedetto, oggi in zona centralissima, nel quale il santo visse il noviziato e soprattutto il Convento di Sant’Antonio, dove si venerano le sue spoglie ed è possibile vedere la celletta dove trascorse gran parte della sua vita.

    La devozione per il Santo è sentita anche nel Sulcis, in particolare a Domusnovas, dove si trova una Chiesa parrocchiale a lui dedicata. La tradizione e i documenti testimoniano che abbia soggiornato nei primi anni della sua vita conventuale nella Chiesa di San Daniele con annesso l’antico Convento dei frati Cappuccini.
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    SAN SIMMACO

    San Simmaco († 19 luglio 514) è stato il 51° vescovo di Roma e papa italiano dal 498 alla sua morte, ed è noto in particolare per lo scisma causato dalla sua lotta contro Lorenzo, considerato antipapa. È venerato come santo dalla Chiesa.

    Biografia

    Secondo il Liber Pontificalis, Simmaco nacque in Sardegna, in data ignota, da un certo Fortunato. Con tutta probabilità nacque in un piccolo centro in provincia di Oristano, Simaxis (che deriva dal nome Simmaco) dove ancora oggi si celebra in suo onore la festa patronale il 19 luglio. Fu battezzato a Roma (Thiel, Epist. pont. rom., I, 702), dove divenne diacono della chiesa sotto papa Anastasio II.

    Papa e antipapa

    Il 22 novembre 498, immediatamente dopo la morte del suo predecessore, presso la Basilica Laterana, Simmaco venne eletto papa dalla maggioranza del clero. Tale elezione fu appoggiata anche da una parte dei senatori di Roma. Però, più tardi, nello stesso giorno, una fazione dissidente riunitasi presso la basilica di Santa Maria Maggiore elesse l'arciprete Lorenzo. Questa elezione era appoggiata dal partito bizantino e dai rimanenti senatori. Secondo Teodoro Lettore (P.G., LXXXVI, 193), la fazione laurenziana fu aiutata dal denaro elargito dal ricco senatore Festo, che sperava di influenzare Lorenzo in modo da fargli firmare l'Henotikon, l'editto di fede dell'imperatore Zenone di Bisanzio; al fianco di Simmaco si schierò l'influente senatore Anicio Probo Fausto.
    Nonostante la doppia elezione, entrambe le fazioni, tuttavia, acconsentirono affinché i due candidati comparissero a Ravenna di fronte a Teodorico il Grande (454 – 526), re degli Ostrogoti, e si attenessero alla sua decisione. Teodorico si pronunciò in favore di Simmaco per il fatto che era stato scelto per primo e dalla maggioranza del clero. Lorenzo si sottomise alla decisione. Durante un sinodo tenutosi a Roma il 1º marzo 499, del quale si sono conservati gli atti, Simmaco, che ormai era universalmente riconosciuto quale capo della Chiesa, investì Lorenzo della diocesi di Nocera in Campania. Il sinodo ordinò, inoltre, che qualsiasi appartenente al clero romano che cercava di accaparrare voti per un successore al papato durante la vita del papa, o che teneva consultazioni per quello scopo, avrebbe dovuto essere deposto. Stabilì anche che il Papa poteva scegliere il suo successore e clero, senato e popolo dovevano accettarlo, onde evitare dissidi e divisioni come quelli occorsi alla sua elezione. Senato e popolo non accetteranno mai di essere privati della loro prerogativa di scegliersi il Papa. Re Teodorico fu ringraziato per la sua decisione non di parte l'anno seguente, in occasione della sua visita a Roma, quando fu acclamato e ricevuto con tutti gli onori sia dal papa che dal popolo.

    Il Synodus Palmaris

    Tuttavia, il partito bizantino, guidato dai due senatori Festo e Probino, rimase ostile a Simmaco e continuava a coltivare la speranza di rovesciare il papa e guadagnare la sede di Roma a Lorenzo. L'occasione si presentò l'anno seguente, il 501. Simmaco celebrò la Pasqua il 25 marzo, secondo l'antica usanza romana, mentre i bizantini osservarono la festività il 22 aprile, secondo il nuovo conteggio. La fazione di Lorenzo si appellò a Teodorico contro Simmaco, aggiungendo altre accuse oltre a questa sulla celebrazione della Pasqua. Teodorico convocò Simmaco che partì per incontrarlo; a Rimini, però, venne a conoscenza delle accuse e, rifiutando di riconoscere il re quale suo giudice, tornò a Roma.
    Il partito avversario, che ora lo accusava anche di sperperare le proprietà della chiesa, si rinforzò ed occupò il Palazzo Laterano. Simmaco fu costretto a trasferirsi nei pressi della basilica di san Pietro in Vaticano, fuori dalle mura cittadine. I suoi oppositori invitarono il re a convocare un sinodo per indagare sulle accuse ed a nominare un reggente per la sede di Roma. Simmaco acconsentì alla convocazione del sinodo, ma protestò contro l'invio di un reggente. Teodorico, tuttavia, inviò quale reggente Pietro, vescovo di Altinum, che avrebbe dovuto amministrare la chiesa di Roma al posto del papa incriminato. Pietro giunse a Roma e, contravvenendo agli ordini del re, prese posizione in favore di Lorenzo. Per questo, poco tempo dopo, Teodorico lo rimosse. Non molto dopo la Pasqua, fra il maggio ed il luglio 502, il sinodo si riunì nella basilica Giuliana (Basilica di Santa Maria in Trastevere). Il papa dichiarò di fronte all'assemblea che si era presentato di sua spontanea volontà e che era pronto a rispondere alle accuse di fronte al sinodo, a condizione che il reggente fosse rimosso e lui fosse ristabilito come amministratore della chiesa. La maggior parte dei vescovi acconsentì a queste richieste e fu inviata un'ambasciata al re per richiedere l'esecuzione delle condizioni. Teodorico, tuttavia, rifiutò e richiese, in primo luogo, un'indagine sulle accuse contro il papa. Una seconda sessione del sinodo, quindi, si riunì il 1º settembre 502, nella basilica Sessoriana (Basilica di Santa Croce in Gerusalemme) e qui fu letto ad alta voce, dalla minoranza, l'atto d'accusa redatto dalla fazione laurenziana. Simmaco volle recarsi al sinodo per difendersi, ma lungo la strada fu attaccato dai suoi avversari. Si salvò per miracolo ed a stento riuscì a tornare a San Pietro; parecchi presbiteri che erano con lui furono uccisi o feriti. I Goti inviati da Teodorico gli promisero una scorta, ma il papa ormai si rifiutava di comparire di fronte al sinodo, anche se fu invitato tre volte. Di conseguenza, i vescovi riuniti nella terza sessione, tenutasi intorno alla metà di settembre, dichiararono che non potevano giudicare il papa, perché era comparso solo due volte di fronte ai suoi giudici e perché non c'erano precedenti che un occupante della sede di Roma era stato giudicato da altri vescovi.
    Pertanto, invitarono il clero avversario a sottomettersi al papa ed il re a permettere ai vescovi di tornare alle loro diocesi. Tutti questi passi furono però inutili: la maggior parte del clero e del popolo parteggiava per Simmaco, sebbene la minoranza del clero e la maggioranza dei senatori parteggiasse per Lorenzo. Una quarta sessione, denominata Synodus Palmaris, o dal luogo in cui si tenne (ad Palmata, Palma), o perché era la sessione più importante (palmaris), quindi, fu convocata per il 23 ottobre 502. In questa sessione si decise che, a causa dei motivi precedentemente addotti, la decisione doveva essere lasciato al giudizio di Dio; Simmaco doveva essere considerato innocente di tutti i crimini di cui era stato accusato e quindi pienamente investito del suo ufficio episcopale; l'intera proprietà della chiesa doveva essere trasferita a lui; chiunque fosse tornato alla sua obbedienza non sarebbe stato punito, ma chiunque avesse intrapreso le funzioni ecclesiastiche a Roma senza il permesso papale doveva essere considerato uno scismatico. La decisione fu sottoscritta da settantacinque vescovi, fra cui i vescovi di Milano e di Ravenna. Molti vescovi tornarono alle loro diocesi tuttavia, la maggioranza di loro incontrò i presbiteri romani in San Pietro per una quinta sessione del sinodo presieduta da Simmaco stesso il 6 novembre 502. L'editto pubblicato dal prefetto Basilio (483), regolante la gestione dei possedimenti della chiesa fu dichiarato non valido e Simmaco pubblicò un nuovo editto sulla gestione di questa proprietà e specialmente sulla sua vendita.

    Il ritiro di Lorenzo

    Re Teodorico, non soddisfatto della decisione del sinodo, anche se la stragrande maggioranza dei vescovi italiani era dalla parte del legittimo papa, non fece nulla per rendere effettivo quanto deciso dal sinodo. Di conseguenza, l'opposizione richiamò Lorenzo a Roma. Questi prese dimora nel Palazzo del Laterano, che era nelle mani dei suoi sostenitori, mentre Simmaco mantenne la casa del vescovo (episcopium) presso San Pietro. La divisione continuò per quattro anni, durante i quali entrambi i partiti continuarono una furiosa diatriba e Lorenzo fece aggiungere il suo ritratto alla serie dei papi nella Basilica di San Paolo fuori le mura. Tuttavia, alcune personalità impiegarono la loro influenza in favore di Simmaco, come il vescovo Avito di Vienne che, dietro richiesta dei vescovi gallicani, inviò una lettera urgente al senato in nome del legittimo papa per il ripristino dell'unità. Simmaco, gradualmente, guadagnò alla sua causa un certo numero di sostenitori di Lorenzo.
    L'evento più fausto per la ricomposizione dello scisma fu, comunque, la mediazione del diacono Dioscuro di Alessandria, che era giunto a Roma. Fu incaricato da Simmaco di recarsi presso Teodorico e convincerlo a passare dalla sua parte. Poiché il re desiderava agire contro il partito di Lorenzo, che propendeva per Costantinopoli, l'ambasceria raggiunse i risultati sperati. Comandò al senatore Festo, capo della fazione ostile, di restituire tutte le chiese romane a Simmaco e, poiché Lorenzo aveva perduto molti sostenitori fra i senatori, l'ordine del re fu eseguito senza difficoltà. L'antipapa, obbligato a lasciare Roma, si ritirò in un podere che apparteneva al suo protettore Festo. Ormai, a Roma, rimaneva solo un piccolo gruppo di sostenitori di Lorenzo che si opponeva a Simmaco, ma era insignificante e, successivamente, si riconciliò con Ormisda, il successore di Simmaco.
    Durante lo scisma comparve un certo numero di scritti polemici quali il trattato Contra Synodum absolutionis incongruae della fazione di Lorenzo, a cui il diacono Ennodio rispose con il Libellus adversus eos qui contra Synodum scribere praseumpserunt (Mon. Germ. Hist.: Auct. ant., VII, 48 sq.). Mentre l'autore della biografia di Simmaco riportata nel Liber Pontificalis è molto favorevole al papa, l'autore di un'altra delle biografie papali sostiene la causa di Lorenzo ("Frammento Laurentino", nel Liber Pontificalis ed. Duchesne, I, 44-46). Durante la disputa i sostenitori di Simmaco elaborarono quattro scritti apocrifi denominati "Falsi Simmachiani"; i loro titoli erano: "Gesta synodi Sinuessanae de Marcellino"; "Constitutum Silvestri", "Gesta Liberii"; "Gesta de purgatione Xysti et Polychronii accusatione". Queste quattro opere possono essere consultate in Pierre Coustant, Epist. Rom. pontif. (Parigi, 1721), appendice, 29 e seguenti. Lo scopo di questi falsi era produrre precedenti che sostenessero Simmaco e, in particolare, la posizione che il vescovo romano non poteva essere giudicato da alcuna corte composta da altri vescovi.

    Simmaco e l'ortodossia

    Simmaco difese zelantemente i sostenitori dell'ortodossia durante lo scisma di Acacio di Costantinopoli. Difese, anche se senza successo, gli avversari dell'Henotikon con una lettera inviata all'imperatore Anastasio I di Bisanzio (491-518). In seguito, molti dei vescovi orientali perseguitati si rivolsero al papa al quale inviarono un confessione di fede. Subito dopo il 506, l'imperatore gli inviò una lettera piena di invettive, alla quale il papa rispose fermamente, affermando con forza i diritti e la libertà della chiesa (Thiel, "Epist. rom. pont.", I, 700 sq.). In una lettera dell'8 ottobre 512, indirizzata ai vescovi Illirici, il papa li avvertì di non stare in comunione con gli eretici.

    La questione di Gallia

    Immediatamente dopo l'inizio del suo pontificato Simmaco mediò nella disputa fra gli arcivescovi di Arles e di Vienne sui confini dei loro rispettivi territori. Anullò l'editto pubblicato da Anastasio I in favore dell'arcivescovo di Vienne e in seguito (6 novembre 513) confermò i privilegi di metropolita all'arcivescovo Cesario di Arles, come era stato disposto da Papa Leone I. Inoltre, assegnò a Cesario il privilegio dell'uso del pallio, il primo caso noto di una tale concessione della Santa Sede ad un vescovo fuori dall'Italia. In una lettera dell'11 giugno 514, nominò Cesario rappresentante degli interessi della chiesa in Gallia ed in Spagna, gli concesse di riunire sinodi dei vescovi in determinati casi, e di fornire lettere di raccomandazione al clero in viaggio per Roma. Le materie più importanti, però, dovevano essere discusse presso la Santa Sede. Nella città di Roma, secondo il Liber Pontificalis, il papa approntò severe misure contro i manichei, ordinando di bruciarne i libri e di espellerli dalla città.

    Simmaco e la città di Roma

    Eresse, restaurò ed adornò varie chiese. Così costruì una chiesa dedicata a Sant'Andrea vicino a quella di San Pietro e un Basilica dedicata a Sant'Agnese sulla via Aurelia, adornò la chiesa di San Pietro, ricostruì completamente la Basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti e apportò migliorie alle catacombe sulla via Salaria. Inoltre costruì degli asili per i poveri vicino alle tre basiliche di San Pietro, di San Paolo e di San Lorenzo fuori le mura.

    Il papa e le sofferenze

    Il papa stanziò anche grandi somme per il supporto dei vescovi cattolici d'Africa perseguitati dai capi dei Vandali ariani. Inoltre aiutò gli abitanti delle province dell'Italia settentrionale che avevano sofferto così fortemente per le invasioni barbariche.

    Culto

    Fu sepolto nel portico di San Pietro. La sua tomba è andata perduta.

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    Basilica di Nostra Signora del Rimedio


    Via delle Grazie – loc. Rimedio 09170 Oristano (OR) Tel: 078333637
    Rettore: Curreli Mons. Vincenzo
    E-mail: madonnadelrimedio@gmail.com
    Sito web:
    www.madonnadelrimedio.org
    Pagina Facebook:
    Nostra Signora del Rimedio
    Festa: 7-8 settembre
    Novene: 29 agosto – 6 settembre




    Storia del Santuario

    La devozione ed il culto alla B. Vergine Maria, invocata con il titolo del Rimedio, risalgono agli inizi del sec. XIII ed è legato al fondatore dell’Ordine Trinitario, S. Giovanni de Matha, che ha sperimentato particolari interventi della Madonna in aiuto della sua opera di carità cristiana, per la redenzione degli schiavi.
    Quest’Ordine religioso ha sempre considerato Nostra Signora del Rimedio, come titolo primordiale ed ufficiale della propria devozione mariana.
    La diffusione del culto a Maria del Rimedio segue perciò le piste dell’apostolato dei Trinitari e si propaga specialmente nei paesi del Mediterraneo occidentale, Spagna, Francia Italia dove infierì più a lungo la pirateria barbaresca. Ebbe la sua culla a Roma dove, dal 1209, l’Ordine Trinitario, approvato nel 1198 da Papa Innocenzo III, stabilì la sua sede, nella zona del Celio, a San Tommaso in Formis, costruendovi un convento e un ospedale.
    Un episodio, storicamente documentato della devozione a N.S. del Rimedio nell’Europa cristiana del ‘500, è quello relativo a Giovanni d’Austria, il prestigioso comandante dell’armata navale che il 7 ottobre 1571, a Lepanto, fermò i Turchi decisi ad invadere il nostro Continente. Prima di veleggiare contro le forze mussulmane, vegliò nella chiesa dei Trinitari a Valenza (Spagna), invocando la protezione dalla Vergine del Rimedio, ivi venerata.
    Primo documento scritto che testimonia la devozione dei sardi per la Vergine del Rimedio, è quello riportato dal Can. Giovanni Spano in “Le delizie delle torture in Sardegna nel sec. XVI”. Nel 1590, un certo Nicolò Manca, originario di Sedilo, accusato di favoreggiamento, sottoposto a tortura, protesta la propria innocenza implorando: “Sa Virgine Maria de su Remediu, proite qustu a mie!”.

    Nella cappella gotica del duomo di Oristano (testimonianza, con quella del battistero, del transetto gotico costruito nel sec. XIII sulla Cattedrale romanica) si venera da tempi remoti una statua in pietra policroma della Vergine col Bambino, detta del Rimedio, attribuita a ignoto spagnolo del 1300.
    Nella seconda metà del 1600 troviamo alcune testimonianze storiche riguardanti la chiesa parrocchiale di Nuracraba, villaggio sorto probabilmente assieme a Fenughedda e Donigala in epoca medioevale e scomparso per alluvioni e pestilenze dopo il 1727. Del titolo di questa parrocchiale “sub invocation de ns. Segnora del Remey, si fa esplicita menzione nell’atto di donazione con cui il contadino nuracrabese Giovanni Pietro Dessì, il 28 marzo 1665 a onore e merito di N. S. Dio Gesù Cristo e dell’umile Vergine S. Maria, madre sua e avvocata nostra” lascia alla “chiesa parrocchiale di N.S. del Rimedio” una rendita per l’acquisto dell’olio d’oliva necessario ad alimentare perennemente la lampada dell’Eucaristia.

    Il Santuario

    Nuracraba non risorse, ma la sua modesta chiesa a croce latina, forse unica costruzione risparmiata dalle inondazioni, non venne abbandonata. Ormai, era meta di pellegrini, attratti dal consolante titolo con cui la Madre del Signore era lì invocata. Sono della fine del ‘700 i primi interventi diretti alla conservazione e all’ampliamento del piccolo tempio. Nel 1806 venne eretto l’altare maggiore, pregevole opera in marmi intarsiati e policromi di bottega sardo-lombarda. Gli interventi più significativi sono della seconda metà dell’800 ad opera degli Arcivescovi Sotgiu, Serci, Zunnui e Tolu. Particolare zelo espresse l’Arcivescovo Paolo Maria Serci. Ritenendo più che un dovere del suo Ministero Pastorale, un bisogno del cuore quello di promuovere la maggiore diffusione possibile del culto verso l’Augusta Madre di Dio, frammezzo al popolo fedele, il 30 aprile 1892, emanò precise Disposizioni riguardati la chiesa del Rimedio.
    La chiesa, ormai indicata come Santuario, viene posta sotto la protezione di uno dei membri del Capitolo, affinché ne abbia speciale cura, e con quell’amore di cui è degna la Vergine benedetta, zeli gli interessi, il decoro e l’onore del medesimo Santuario. Il documento contiene norme riguardanti il governo del Santuario, l’amministrazione e la celebrazione della festa annuale.
    Il 23 aprile 1893, presente anche il Vescovo di Bisarcio, Mons. Serafino Corrias, Mons. Serci consacrò l’altare maggiore (eretto nel 1806), inaugurò la sacrestia e collocò sul rifornito trono il simulacro della Madonna. Chiaramente la nicchia in cui troneggia la Madonna è da datare 1893.

    Nel 1903, il campanile a vela, posto sulla destra della facciata, viene sostituito da un possente campanile, alto 16 m, in muratura, dalla robustezza e spessore richiesto dalla salda consistenza di un’opera duratura. Non durò però a lungo. Poiché insisteva al centro della navata destra, al fine di dare alla chiesa un assetto più regolare, venne demolito nel 1948 e ricostruito, nelle forme attuali, leggermente distanziato sul lato sinistro della facciata.
    L’attuale facciata è stata realizzata nel 1924 in sostituzione della precedente, sicuramente più dignitosa. Venne inaugurata il 19 maggio dal Card. Gaetano De Lai, presente a Oristano per presiedere il Concilio Plenario Sardo, celebrato in Duomo dal 17 al 25 maggio. Accompagnavano il Cardinale, l’Arcivescovo arborense Giorgio Maria Del Rio e gli Arcivescovi di Cagliari Ernesto Maria Piovella e di Sassari Cleto Cassani.
    Altro interessante e qualificante intervento si ebbe tra il luglio 1934 e il settembre 1935 quando venne ampliata la zona del presbiterio con la realizzazione dell’abside. Il presbiterio fu allungato di circa sei metri e l’altare spostato di oltre quattro metri verso l’esterno. L’opera si rese possibile per la graziosa donazione di 200 mq. di area, fatta dalla distinta Famiglia Pau di Oristano.L’Arcivescovo Giorgio Maria Del Rio, il 28 agosto 1935, ha proceduto alla ri-consacrazione dell’altare maggiore che nello spostamento, causa la separazione temporanea della mensa, perse la sua consacrazione.
    Fine anni ’40 e inizi anni ’50, in preparazione alla Incoronazione del Simulacro, avvenuta il 7 settembre 1952, oltre alla costruzione del nuovo campanile (1948/49), si registrano interventi riguardanti prevalentemente il presbiterio e la navata centrale. Per le pareti del presbiterio si fece ricorso a un rivestimento murario, eseguito con la tecnica del finto marmo policromo, mentre quelle del transetto e della navata centrale furono rivestite di piastrelle di marmo, recanti l’acronimo P,G.R. (per grazia ricevuta), e frammezzate longitudinalmente da strisce di marmo bardiglio scuro, con il risultato che la chiesa assunse un aspetto quasi cimiteriale. In seguito, la navata centrale sarà liberata da quei marmi per intervento della Soprintendenza ai Beni Culturali
    Sui pilastri dell’arco principale del presbiterio, gli stemmi del Cardinale Federico Tedeschini che ha incoronato il Simulacro della Vergine, e quello dell’Arcivescovo del tempo, Sebastiano Fraghì, ricordano lo storico evento.
    E’ della metà degli anni ’90, invece, la pavimentazione della grande piazza sul retro del Santuario su progetto dell’Arch. Giuseppe Margharitella, realizzato solo in parte.
    Negli anni 2005 e 2006 è da registrare un consistente piano di lavori tesi al recupero e conservazione dell’intero edificio sacro: rifacimento del tetto, intonaci esterni ed interni, pavimentazione delle navate laterali e della sacristia.
    I lavori hanno interessato anche la torre campanaria che presentava preoccupanti segni di cedimento nella parte alta.
    E’ di questo anno anche la realizzazione del prato verde che ha conferito decoro e dignità all’intero complesso.
    A coronamento di tutto, si è proceduto all’adeguamento liturgico del presbiterio, secondo le norme del Concilio Vaticano II: risanamento e nuova pavimentazione dell’intera area presbiteriale, nuovo altare, ambone e sede del presidente dell’assemblea, su progetto dell’Equipe dell’Apostolato Liturgico di Roma – Pie Discepole del Divin Maestro; il restauro dell’organo a canne 1888, della Ditta Aletti di Monza, già della Cattedrale e trasferito al Santuario negli anni ’60 dell’ultimo secolo; la realizzazione di mobili per la sacrestia e il restauro della “paratora”, unico mobile esistente, ma ormai non adeguato.

    Il 2 dicembre 2006, S.E Mons. Ignazio Sanna, da pochi mesi Arcivescovo arborense, ha consacrato il nuovo altare. Queste alcune delle tappe, documentate, della trasformazione della piccola parrocchiale di Nuracraba, divenuta Santuario diocesano, centro di devozione mariana di grande rilievo, non solo locale.
    Di altri interventi, anche rilevanti, non si possiede alcuna documentazione. La ricerca continua.
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    Santuario di Nostra Signora di Bonacatu

    Santuari dell'Arcidiocesi di Oristano


    Santuario di Nostra Signora di Bonacatu


    Corso Italia, 79 – 09070 Bonarcado (OR) Tel. 078356444
    Priore-parroco: Mons. Isidoro Meloni

    Festa: 18 e 19 settembre
    Novena: 9/17 – 20/28 settembre; 13/21 maggio


    Il Santuario di Nostra Signora di Bonacatu, in Bonarcado, è opera tardo romana o primo bizantina e risale al secolo VI o agli inizi del VII. Forse è il Santuario Mariano più antico della Sardegna e la chiesa alto-medioevale più insigne dell’oristanese.
    La struttura muraria ed architettonica induce a credere che sia stato costruito dal principe della zona. Alla fine dell’anno 1000, a pochi passi dal Santuario, sorge un nuovo edificio sacro di bella linea romanica. Lo costruisce il giudice Costantino d’Arborea che edifica anche un monastero e chiama a reggerlo i monaci Camaldolesi dell’Abbazia di San Zenone di Pisa. L’abbazia bonarcadese, regalata da ricchi e poveri e valorizzata dai principi, acquista, presto, rinomanza in tutta l’isola. Nel 1146 i giudici sardi, divisi da diverse controversie, sono a Bonarcado assistiti dal Legato Pontificio Villano de Gaetani, che funge da arbitro, per trovare un’intesa di pace alla luce di Maria di Bonacatu.
    Un giovane studioso di cose sarde, in una recente pubblicazione, afferma che la sede mariana di Bonarcado era la preferita dai principi quando dovevano essere discussi i problemi della pace, per cui si può dire che la Madonna di Bonacatu è sinonimo di Madonna della Pace, della Concordia.
    Il 3 aprile 1237 Pietro II, giudice d’Arborea, “in atrio beatae Mariae de Bonarcado“, alla presenza di quasi tutti i vescovi della Sardegna e di notabili dignitari, civili e militari, riconosce solennemente il supremo dominio della Chiesa Romana sul suo Giudicato e presta giuramento di fedeltà e di vassallaggio al Papa nelle mani del Legato Pontificio in Sardegna.
    Nello stesso giorno Pietro II “in ecclesia B.M. de Bonarcado”, riceve dall’arcivescovo Alessandro, legato pontificio, mediante la consegna di un vessillo con l’emblema delle “Somme Chiavi”, la investitura del Giudicato di Arborea.
    Nel 1253, sotto lo sguardo di Maria di Bonacatu, si celebra, in Bonarcado, un Concilio Nazionale, presieduto dal Legato Pontificio Prospero, Arcivescovo Turritano.
    Questi brevi accenni danno la misura dell’importanza data, nell’antichità, al Santuario di Bonacatu ed al suo monastero del quale non resta traccia alcuna, ma che doveva essere vasto e fastoso se poteva ospitare principi e principesse con i loro cortei di dame, dignitari e uomini d’arme.
    I monaci camaldolesi fecero il più bel regalo a Bonarcado quando portarono da Pisa, ed intronizzarono nel santuario una dolcissima ceramica raffigurante la Madonna col Bambino, della scuola di Donatello.
    La Madonna, da questa umile sede, ha beneficato la Sardegna con grazie così straordinarie che il paese di Bonarcado, presso molti centri dell’isola, è conosciuto col nome di “Su Meraculu”, cioè “il miracolo”.
    Il titolo di “Bonacatu” è tipicamente sardo, anche se di radice latina, per cui si interpreta “Madonna della Buona Accoglienza” o della “Buona Ospitalità”, tant’è vero che anche oggi a chi è stato ospite presso qualcuno si usa chiedere: “Accatu onu, t’ana fattu?”, cioè “ti hanno accolto bene?”. Tale interpretazione non nega, non è in contrasto e nulla toglie alla leggenda del ritrovamento del santuario (dopo un lungo abbandono) da parte di un fortunato cacciatore di Cuglieri o di Abbasanta, o di un altro paese vicino, anzi conferma il suo antico titolo di Bonacatu, cioè di Colei che si fa trovare e mostra il suo viso, offre ospitalità a chi è stanco.
    La Santa Sede, non solo in tempi andati, ma anche recentemente, ha guardato con interesse al Santuario di Nostra Signora di Bonacatu e concesse nel 1821 con Pio VII, l’altare privilegiato in perpetuo e l’indulgenza plenaria ai pellegrini.
    Con rescritto in data 11 ottobre 1970 il Rev.mo Capitolo dell’Arcibasilica di San Pietro in Vaticano decretava l’incoronazione solenne del venerato simulacro ed il 26 maggio 1971 il Beato Paolo VI nell’udienza del mercoledì, faceva menzione in San Pietro di Nostra Signora di Bonacatu e ne benediceva il diadema per l’incoronazione, avvenuta con solenne celebrazione il 22 maggio 1977.
    Per l’Anno Santo 2000 l’Arcivescovo Metropolita di Oristano, Mons. Pier Giuliano Tiddia, ha inserito il Santuario di N.S. di Bonacatu tra le chiese giubilari.

    In data 19 giugno 2011, commemorazione di San Romualdo Abate, Patrono della Parrocchia, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti della Santa Sede, a firma del prefetto Card. Antonio Canizares Llovera, ha riconosciuto alla Chiesa di Santa Maria in Bonarcado il titolo e la dignità di Basilica Minore.
    Per il Giubileo Straordinario della Misericordia del 2015-2016 l’Arcivescovo Metropolita di Oristano, Mons. Ignazio Sanna, ha inserito il Santuario di N.S. di Bonacatu tra le chiese giubilari, aprendovi la Porta della Misericordia il 01 gennaio 2016.
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    Mons. Ignazio Sanna saluta l’Arcidiocesi di Oristano

    Domenica 30 giugno Mons. Ignazio Sanna saluterà l’Arcidiocesi di Oristano



    Domenica 30 giugno 2019, alle ore 18, nella Cattedrale di Santa Maria Assunta, S. E. Rev.ma Mons. Ignazio Sanna presiederà una solenne concelebrazione eucaristica con la quale saluterà l’Arcidiocesi Arborense dopo aver esercitato in essa per tredici anni il ministero di Arcivescovo Metropolita.
    Concelebrerà con Mons. Sanna il Presbiterio Arborense, alla presenza delle Autorità Civili e Militari della Provincia di Oristano e dei fedeli provenienti dalle 85 parrocchie dell’Arcidiocesi.
    Animerà la liturgia un coro d’insieme delle parrocchie dell’Arcidiocesi, sotto la direzione di Nicola Lentis, con l’accompagnamento musicale dell’Orchestra dell’Associazione “Accademia della Sardegna”, diretta dal Maestro Fortunato Casu.
    Alla fine della celebrazione Mons. Ignazio Sanna consegnerà una raccolta delle preghiere da lui composte negli anni del suo servizio alla Chiesa Arborense.
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    Via Martyrum, Via Sanctorum e Via Mariae

    Via Martyrum: una Chiesa irrigata dal sangue dei martiri e dal profumo dei santi

    Il percorso dell'Ufficio Diocesano per la Pastorale del Turismo e del Tempo Libero per il triennio 2019-2021 L’Arcidiocesi di Oristano è terra di servi di Dio (3), venerabili (1), beati (1), santi (1) e martiri (6). C’è un’agiografia, pertanto, da leggere nella geografia delle 85 parrocchie arborensi, con alcune concentrazioni che ne fanno un unicum nella regione Sardegna: il triangolo benedetto di Laconi, Gesturi e Genoni. 2019-2021. Tre cammini dell’anima L’intento per il 2019-2021, in qualità di responsabile dell’Ufficio della pastorale del Turismo e Tempo libero, è di regalare ai pellegrini, diocesani e no, una sorta di cammino dell’anima da compiere sui luoghi e nelle comunità dove questi uomini e donne sono nati o hanno dato la loro vita per Cristo. Raggiungere le comunità, camminare nelle strade, visitare le chiese, entrare in contatto con la natura di quei siti aiuterà a irrobustire la fede e a riscoprire la bellezza e il fascino della vita cristiana. Si tratta di compiere un percorso interiore che porti a cogliere come la Grazia di Dio è sempre in azione e lo Spirito Santo operi il miracolo della santità tra noi ieri come oggi. 24 marzo 2019: La Via Martyrum. 2020-2021: Via Sanctorum e Via Mariae Si comincia il 24 marzo 2019 con la Via Martyrum arborensi, si proseguirà con la Via Sanctorum e infine con la Via Mariae. La scelta di unire le diverse comunità in rete e di connetterle tra loro attraverso questi amici e amiche di Dio e della Madre del Signore, costituisce la novità di questa proposta e al contempo diviene metafora di “una chiesa in uscita” (Evangelii Guadium, 20-24), che cammina, incontra e testimonia la sua fede mentre rende lode a Dio, che suscita nei suoi figli e figlie il dono della santità. Pertanto, il primo e il secondo cammino, da una parte, ci si augura assolvono il compito di far conoscere coloro chi ci hanno preceduto nel cammino della fede e hanno vissuto in maniera eroica le virtù cristiane e, dall’altra, nutriamo l’auspicio di suscitare in coloro che intraprenderanno i cammini lo stupore della bellezza per la santità di cui è intrisa l’Arcidiocesi arborense, così da suscitare quell’imitazione “per attrazione” (EG, 14) per la quale la Chiesa cresce e si rinnova mediante la santità dei suoi membri di ieri e di oggi. Vie come Itinera Stuporis ed esperienza di preghiera Tutti e tre le vie si connotano come itinera stuporis, capaci cioè di generare e alimentare un’esperienza di fede, di divenire luoghi di luce e di preghiera, occasione d’incontro che si fa relazione, comunione e condivisione come singoli, gruppi e comunità ospitanti, in uno scambio che arricchisce tutti, sia chi accoglie e sia chi viene accolto. Ad ogni tappa, dopo l’accoglienza, seguirà il momento della preghiera e qualcuno che evochi le parole per la narrazione di uno o più aspetti della passio\vita del servo di Dio o del venerabile, del beato o del santo o del martire. Cattedrale e Norbello: Le Porte della Via Martyrum Le due comunità della cattedrale e di Norbello saranno le porte di accesso della Via Martyrum. a loro il compito di accoglier e offrire la credenziale al pellegrino, dove verranno apposti sulle 5 tappe della via il timbro dell’avvenuto passaggio. Sarà pure offerto del materiale relativo al martire, l’inno e una mappa che illustri il percorso (in auto, a piedi o in bici, là dove sarà possibile), così pure i punti di ristoro e le informazioni utili e di servizio. Il 2019 non potrà che essere un anno di rodaggio. Impossibile pianificare tutto a tavolino. 2019-2021: L’Agiografia sarda viaggia nella geografia della Sardegna Occorrerà verificare la bontà e fattibilità della proposta offerta. Continuare a farla conoscere. Aiutare a capirne le ragioni. Valutare a medio e lungo termine se l’offerta troverà accoglienza. Per poi pensare a una rete che da diocesana e arborense si espanda e diventi regionale in modo tale che s’interconnetta con le altre nove diocesi sarde, rendendo così visibile come la geografia della Sardegna sia in realtà anche un’agiografia. La santità e il martirio, infatti, non hanno confini. La nostra Isola non ha solo spiagge, mari e monti ma anche santi e sante, martiri e questa bellezza della santità deve essere resa visibile, fatta conoscere ed emulata. A tal fine l’Ufficio Regionale per la Pastorale del Turismo, Tempo libero e Sport invierà a tutti gli Arcivescovi e Vescovi sardi una lettera d’intenti per creare una Via Martyrum e Sanctorum a livello regionale, grazie alla collaborazione degli incaricati diocesani, dei parroci e delle comunità parrocchiali e religiose interessate. Si spera in tal modo di creare gli itinerari della santità dove le diverse comunità siano spiritualmente interconnesse e si rilancino in un arricchimento reciproco e continuo nella fede e nella carità grazie alla testimonianza lasciataci da questi amici di Dio e dell’uomo. Il camminare sulle loro orme apporterà benefici all’intera Chiesa, quella sarda in primis. Il progetto potrebbe apparire ambizioso. Eppure, se si ha presente la finalità, lasciarsi interrogare dalla vita buona dei santi e delle sante e incamminarsi sulla stessa strada, il miracolo allora appare è sempre a portata di mano o di piede… per il pellegrino che decide il santo viaggio. don Ignazio Serra, Incaricato diocesano e regionale per la pastorale del Turismo, Tempo libero e Sport Fonte
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    L'albero deradicato

    L'albero deradicato: potente simbolo identitario della Chiesa Arborense


    È noto che all'indomani della traslazione della diocesi da Tharros a Oristano (Aristanei) avvenuta nella seconda metà dell'XI secolo, la nostra Ecclesia cambia denominazione: non più diocesi Tharrense (di Tharros) ma arcidiocesi Arboren o Arborensis...

    di Tonino Zedda

    Come mai da quel giorno si adottò un nuovo appellativo non è un dato certo. Gli storici devono ancora investigare e indagare, formulare ipotesi e cercare fondamenti nelle pietre del nostro territorio e nelle pagine della storia. Quando si decise di traslare la sede episcopale certamente esisteva, da diversi secoli, un'affermata cittadina con chiese e monasteri bizantini, le tombe scoperte nel largo sagrato dell'attuale cattedrale, ne sono una chiara prova. Il nostro storico can. Raimondo Bonu, nel suo libro Oristano nel suo Duomo e nelle sue chiese, cita alcuni scarni documenti che riportano il nome di una cattedrale, forse dedicata alla Vergine Assunta, chiamata Sante Mariae de Arestano, in basilica videlicet Sancti Michaelis qui dicitur paradisus. Se la città e la chiesa sono denominate sempre Aristanei o Aristiane non si comprende perché invece di chiamare la diocesi più propriamente aristanese, l'appellativo da subito fu Arborense. Questo nome, in seguito, designò non solo l'arcivescovo ma anche il sovrano del luogo e il suo regno (Giudice arborense e il corrispondente Giudicato di Arborea). Il Giudice Pietro III di Arborea, e dopo di lui tutti i sovrani del giudicato, scelsero di usare come simbolo, nei sigilli, negli stendardi e nei monumenti un albero poderoso, di solito una quercia, con evidenti alcuni dettagli: un grosso tronco con una forte corteccia, una chioma folta e frondosa e radici profonde ma all'aria (un vero albero deradicato ma vivo). Questo simbolo, sopravvissuto fin a oggi, contraddistingue la vera identità dei pastori e dei fedeli dell'Arcidiocesi di Oristano: detti appunto arborensi. La domanda però permane: perché segno identitario di questo territorio nei suoi principi e nei suoi pastori è l'albero deradicato possente e frondoso? Alcuni ipotizzano che, anticamente, i monti che circondano Oristano fossero pieni di intricate foreste: ancora oggi nei boschi del monte Arci e del Montiferru possiamo ammirare lussureggianti e maestose foreste di querce e di altri alberi frondosi. Ma basta questo a identificare una zona che pur circondata da monti è, in buona sostanza una pianura fertile?

    Nel mio piccolo oso proporre un ipotesi meno legata al territorio e più alla simbologia biblica. Come noto gli alberi occupano un grande spazio nella Parola di Dio: nel solo libro della Genesi si parla di sette alberi, oltre a quelli misteriosi (l’albero della conoscenza del bene e del male e l’albero della vita). Essi sono: il fico con le cui foglie Adamo ed Eva si coprirono dopo la disubbidienza. Nella Bibbia viene ricordato 41 volte, e il suo frutto 23 volte. Il suo frutto era considerato un alimento dolce e sano e possedeva anche proprietà terapeutiche. Il fico è pure un emblema d’Israele. Il legno di Gofer (cioè il cipresso) usato per la costruzione dell'Arca di Noè; l’ulivo (la colomba ritornò sull’arca con alcune foglie di ulivo); La vite. Duecento passi nella Bibbia ci parlano della vite che produce il delizioso frutto dell'uva, dal quale deriva la bevanda più importante dell'umanità, dopo l'acqua, cioè il vino. Assumendo per se quest'albero, Gesù ricorda ai discepoli la necessità per il tralcio di portare frutto, cioè di dimorare in Lui. La quercia (nel noto episodio di Genesi Abramo abitava presso le querce: dalle querce di More a quelle di Mamre; e ancora il terebinto e il tamarindo; e successivamente la palma e il cedro del Libano. In ebraico si trova una parola sola per indicare l’albero e il legno. Molte volte l’albero viene chiamato legno e il legno viene chiamato albero, poiché è la stessa parola. Nel Nuovo Testamento viene poi la designazione della croce di Gesù, resa anche con il termine poetico il legno, il che dimostra che il legno e la croce indicano la stessa cosa. Infine gli alberi di palma e il cedro. Questi due alberi vengono citati insieme nel salmo 92, per simboleggiare le benedizioni che sono elargite ai giusti, ai giustificati mediante la fede in Cristo. La palma sorge in luoghi isolati, e possiamo ritrovare le palme in gruppi abbastanza numerosi, ma il terreno deve essere umido. Affinché la palma viva bisogna che la fronda superiore sia al sole e le radici nell’acqua. Gli arabi chiamano la palma il re delle pianure per il suo fogliame sempreverde e la vitalità sempre rinnovata è definita anche l’albero benedetto. È facile allora intuire perché i nostri padri abbiano scelto un albero a rappresentare la Chiesa di Oristano. Come l'albero per essere forte e rigoglioso deve avere radici profonde e tenaci, così la chiesa Arborense potrà sfidare le asprezze del tempo e della storia e portare fructus in tempore.
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