Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Note di Lectio - d. Ruggero Nuvoli

  1. #1
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    Note di Lectio - d. Ruggero Nuvoli

    d. Ruggero Nuvoli, Note di lectio 2019
    Lc 21,20-28
    Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora
    sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si
    trovano nella Giudea fuggano verso i monti, coloro che sono
    dentro la città se ne allontanino, e quelli che stanno in campagna
    non tornino in città; quelli infatti saranno giorni di vendetta,
    affinché tutto ciò che è stato scritto si compia. In quei giorni guai
    alle donne che sono incinte e a quelle che allattano, perché vi sarà
    grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno
    a fil di spada e saranno condotti prigionieri in tutte le nazioni;
    Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani
    non siano compiuti.
    Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra
    angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti,
    mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che
    dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno
    sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube
    con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere
    queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra
    liberazione è vicina».


    Lectio - meditatio
    Il segno della fine è interno alla vicenda speciale del rapporto
    tra Dio e il suo popolo: la testimonianza sofferta dei discepoli è
    il primo segno che è in atto l’ultima ora della storia: essi
    celebrano nelle loro stesse persone la pasqua del Signore e la
    rendono così presente a tutti i tempi e a tutti i luoghi. Il primo
    segno sono loro! (Lc 21,12)
    Poi Gerusalemme circondata in vista della sua desolazione (v.
    20). L’immagine richiama l’esilio e l’azione correttiva di Dio,
    per la quale viene distrutto e tolto tutto ciò che non è Lui.
    Quello che sembra è come un abbandono di Dio.... Senza più
    coordinate e mediazioni... Anche il segno più intimo alla natura
    dell’uomo, quello legato al succedersi delle generazioni, viene
    compromesso: In quei giorni guai alle donne che sono incinte e a
    quelle che allattano (v. 23).
    Poi tutto ciò che regola il tempo annuncia la caducità: segni nel
    sole, nella luna, nelle stelle... (v. 25). Gli uomini sono posti di
    fronte alla fine di tutto; i popoli sono in ansia...
    In nessun'altra pagina si è fatto così vivo, in questi giorni, il
    senso della fine. Noi abbiamo paura della fine, di finire. È una
    tale paura che ci può logorare fino a provocare essa stessa la
    nostra fine: gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di
    ciò che dovrà accadere sulla terra. (v 26).
    Ma tutto ciò che per il mondo è motivo di angoscia, per i
    discepoli diventa segno di redenzione: L'assedio di
    Gerusalemme richiama un nuovo esilio: la sua desolazione, una
    purificazione. I travagli del parto annunciano una nuova
    generazione. I cataclismi preludono a un nuovo esodo...: tutto,
    per i discepoli, parla del Signore che si avvicina... verso questa
    fine essi possono levare il capo, perché essa non è altro che Lui.
    Il divenire delle cose, il travaglio della storia e tutto ciò che
    attesta la fine e ci porta verso la morte, ci porta in realtà verso
    di Lui, nel suo Mistero. Non solo non ci travolge, ma ci porta
    verso la luce, la libertà.
    Quando tutto è sconvolto, ecco il suo venire. Quando tutto cade,
    è Lui che si avvicina. Occorre una grande fede, per vedere il
    nostro destino oltre questa vita, anche oltre il segno, o meglio,
    nella consumazione del segno. Per vedere che accanto a questa
    forza in atto che ci spinge in un vortice di prova e di
    purificazione, che appare come una forza distruttiva, di morte,
    sta la forza dell’amore. Basta passare nel Cristo e tutto si
    compie.
    I carri di Dio sono miriadi, migliaia gli arcieri: il Signore è tra loro, sul Sinai, in santità. (Salmo 68, 18)

  2. #2
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    d. Ruggero Nuvoli, Note di lectio 2019
    Lc 1,5-25
    5 Al
    tempo di Erode, re della Giudea, vi era un sacerdote di nome Zaccaria, della classe di
    Abia, che aveva in moglie una discendente di Aronne, di nome Elisabetta. 6 Ambedue erano
    giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del
    Signore. 7 Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli
    anni.
    8 Avvenne che, mentre Zaccaria svolgeva le sue funzioni sacerdotali davanti al Signore
    durante il turno della sua classe, 9 gli toccò in sorte, secondo l’usanza del servizio
    sacerdotale, di entrare nel tempio del Signore per fare l’offerta dell’incenso. 10 Fuori, tutta
    l’assemblea del popolo stava pregando nell’ora dell’incenso. 11 Apparve a lui un angelo del
    Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso. 12 Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu
    preso da timore. 13 Ma l’angelo gli disse: «Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata
    esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni. 14 Avrai gioia ed
    esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, 15 perché egli sarà grande davanti al
    Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di
    sua madre 16 e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. 17 Egli camminerà innanzi a
    lui con lo spirito e la potenza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla
    saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto». 18 Zaccaria disse
    all’angelo: «Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli
    anni». 19 L’angelo gli rispose: «Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a
    parlarti e a portarti questo lieto annuncio. 20 Ed ecco, tu sarai muto e non potrai parlare fino
    al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si
    compiranno a loro tempo». (....)

    Lectio - Meditatio

    “Ed ecco, sarai muto, e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose
    avverranno, perché non hai creduto..." (v. 20)

    Ed ecco, sarai muto. Cosa può dire l'uomo davanti al mistero di Dio che si rivela? Se
    ancora abbiamo parole vuole dire che non abbiamo ancora avuto un'esperienza
    reale di Dio, ancora il mistero di Dio non ci ha invasi, ancora non ci siamo
    realmente lasciati svestire dalla sua Verità. Se ancora andiamo parlando, Dio non
    l'abbiamo conosciuto, perché Dio non sono parole. S. Paolo parlerà di Cristo, ma
    prima scenderà nel silenzio, lunghi anni, a Tarso.

    Non è, questa, solo una punizione che Zaccaria riceve, ma è la conseguenza della
    sua disomogeneità, della sua non omologhia al mistero che gli si fa innanzi, è una
    purificazione. Solo il silenzio è lo stato adeguato a questa sproporzione tra Dio e la
    creatura.

    Tu, davvero, hai da sentire di non avere parole, la parola esce quando la realtà
    attraversa la mente e il cuore, quando è assimilata, meditata, compresa, assunta, la
    realtà si fa parola. Zaccaria deve “gestare” anche lui... Questo Dio che gli è venuto
    incontro lo sta rigenerando, è come un bambino che non sa parlare, e, al
    contempo, non può parlare, lo strumento non è più adeguato, si deve rimodellare
    su un nuovo linguaggio.
    Zaccaria ha da portare in gravidanza questo fatto, questo mistero di Dio che gli è
    venuto incontro, e non lo può dire, non lo può partorire, perché questo fatto sta
    creando in lui un profondo cambiamento della sua vita, e ancora non potrebbe
    dirsi dentro a questa novità finché non è compiuta.
    Così noi, se Dio ci tocca abbiamo davvero da sentire la nostra miseria, il venire
    meno delle nostre forze e delle nostre possibilità. Si entra in crisi... Quasi si entra in
    un abbattimento, che viene da una sproporzione tra ciò che dovremmo essere e ciò
    che invece non siamo, unita alla percezione di non poter colmare il divario.
    Lo scoramento è anche positivo, perché abbiamo visto il divario, e dunque, senza
    abbassare l'ideale, abbiamo visto ciò che siamo... e questa consapevolezza è
    positiva.
    Tuttavia questo abbattimento è anche stolto, perché, in realtà, tradisce la
    presunzione di poter o voler colmare quel divario con il nostro alfabeto... e allora è
    bene che rimaniamo muti. In realtà è un mutismo purificante, ma anche creativo; è
    una guarigione e anche una gestazione, una nuova creazione. Questo Silenzio
    diventa umiltà, consapevolezza del nostro niente, ma è anche disponibilità, è
    lasciarciEd ecco, sarai muto, e non potrai parlare: è una via di salvezza. Dobbiamo entrare
    nel nostro niente fino al compimento, cioè è qui che si apre per noi l'esperienza
    vera che è Dio che agisce... Lasciamoci umiliare, lasciamo che accada ciò che ci
    getta nella crisi, nello sconcerto, lasciamo che Dio ci rapisca, che il nostro cuore ci
    rimproveri, che nessuno ci comprenda... Lasciamo lo spazio a Dio di entrare nella
    vostra vita... dire nuovamente da Dio, è lasciare che Dio generi in noi un nuovo
    alfabeto, che la nostra vita cambi, sia rigenerata e dica cose nuove, canti un canto
    nuovo.

    "Cantavano un canto nuovo: 'Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli"
    (Ap 5,9) Il Benedictus sarà per Zaccaria questo canto nuovo...
    Invece noi no, noi non sopportiamo di essere vili, limitati, e allora ci difendiamo, ci
    incipriamo, ci nascondiamo, ci ribelliamo, preferiamo dire ciò che non siamo,
    invece di tacere e lasciare che Dio si riveli a noi e crei in noi la novità. Ci difendiamo
    in mille modi per paura di essere ammutoliti anche noi dalla verità di ciò che siamo
    di fronte al suo svelarci a noi stessi, alla possibilità quindi che crei in noi lo spazio di
    una nuova vita.
    I carri di Dio sono miriadi, migliaia gli arcieri: il Signore è tra loro, sul Sinai, in santità. (Salmo 68, 18)

  3. #3
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    d. Ruggero Nuvoli, Note di lectio
    Mc 1,40-45

    40
    Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva:
    «Se vuoi, puoi purificarmi!». 41 Ne ebbe compassione, tese la mano, lo
    toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». 42 E subito la lebbra
    scomparve da lui ed egli fu purificato. 43 E, ammonendolo severamente,
    lo cacciò via subito 44 e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno;
    va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello
    che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». 45 Ma quello si
    allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù
    non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in
    luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

    Lectio - Meditatio

    La lebbra andò via da lui, ed egli fu purificato. La lebbra è quasi
    personificata, ha le gambe... è un simbolo reale del male che disgrega e si
    dice: andò via (ap-elthen): fa fagotto e se ne va, “esce”.

    Quando il male “esce” dalla nostra vita? Quando vi “entra” Gesù. E Gesù
    vi entra quando trova l’umiltà: un lebbroso che lo supplicava. La potenza
    dell’amore attraversa allora tutta l’umanità di Gesù che tocca l’umanità
    del lebbroso: i suoi sentimenti: ne ebbe compassione, il suo corpo: tese la
    mano, lo toccò, la sua parola, che esprime la sua volontà: lo voglio... Il
    mistero della redenzione accade nell’umanità di Gesù, e continua a
    toccarci attraverso la Chiesa. La povertà attrae la misericordia.

    Ma uscito il male, Gesù ha come un presentimento, gli è “scivolata” una
    manifestazione potente del suo mistero ed essa viene ora divulgata nei
    suoi effetti. Mc insiste invece sul nascondimento (1,24-25), nel quale il
    mistero di Gesù deve essere protetto e custodito per arrivare alla croce,
    al suo pieno compimento, là c’è il disvelamento.

    Nella guarigione del lebbroso si è manifestato in un potente anticipo
    della consegna che Gesù farà di sé. Di qui, sembrerebbe, che egli ora
    “scaccia” quest’uomo come scaccerebbe il maligno che svela, divulga
    l’identità di Gesù, (prima la compassione, ora la repulsione...) e
    quest’uomo esce anche lui (ex-elthòn). Con il Signore rimane solo la
    povertà, l’umiltà. Quest’uomo, satollo del beneficio ricevuto, diviene, ora,
    annunciatore, – cominciò a proclamare tutto e a divulgare la parola –, ma
    non nell’umiltà del Cristo: diventa un “propagandista”.

    Le cose di Dio chiedono un intimo segreto, perché è solo così che
    attraggono chi veramente è disposto a credere. Il Padre attrare al Figlio
    in questo modo, non “con osservazione” (Lc 17,21).

    L’esito: lui esce, e Gesù non può più entrare (eis-elthèin) manifestamente.
    Viene come costretto a un più radicale nascondimento per custodire il
    suo mistero, ma fuori, in deserti luoghi, era. Gesù è un contemplativo del
    disegno del Padre.

    E là, in quella “croce”, accade un anticipo di resurrezione: una fecondità
    misteriosa: prima “era venuto a lui un lebbroso”, ora “venivano a lui da
    ogni parte” (evidente inclusione). Maggiore è il nascondimento,
    l’autenticità, maggiore è l’attrazione.

    Quanto dovremmo ringraziare di vivere qualche umiliazione, accettare il
    nostro limite... questo attrae il Signore, ed Egli fa il suo ingresso nel
    nostro cuore. E lì avremmo da rimanere, nell’umiltà, invece di cercare
    rivalsa. Rimanere “sconfitti”, con il Signore nel cuore, questa è la
    beatitudine dei contemplativi che vivono ai piedi della croce.

    Il Signore ci dona di superare la tristezza e il dolore per lo spregio, lo
    svilimento, il dileggio, ma più semplicemente anche per la nostra
    inettitudine, il nostro limite, quello che non ci soddisfa di noi.

    Se tutto questo è Lui, troviamo d’un tratto la nostra pace.

    È la croce l’"albero verde e desiderato"
    della Sposa, che alla sua ombra è seduta
    per godersi il suo amato, il Re del cielo,
    e lei sola è il cammino per il cielo.

    (Teresa d’Avila, dalla Poesia 19)
    I carri di Dio sono miriadi, migliaia gli arcieri: il Signore è tra loro, sul Sinai, in santità. (Salmo 68, 18)

  4. #4
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    d. Ruggero Nuvoli, note di lectio
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    Mc 3,7-12
    Gesù, intanto, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì
    molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea 8 e da Gerusalemme, dall'Idumea
    e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidone, una grande folla,
    sentendo quanto faceva, andò da lui. 9 Allora egli disse ai suoi discepoli
    di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo
    schiacciassero. 10 Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano
    qualche male si gettavano su di lui per toccarlo. 11 Gli spiriti impuri,
    quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il
    Figlio di Dio!». 12 Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi
    egli fosse.
    7
    Lectio
    I soggetti: Gesù; i suoi discepoli; le folle (da diverse provenienze, con un
    ordine teologico: dopo la Galilea, ovvero in loco, compare Gerusalemme, la
    Giudea, e poi via via ci si allontana); i malati; infine gli spiriti immondi. I
    luoghi: “presso il mare”; la barca.
    I verbi: la folla segue, sente, va, pigia. I malati: cadono addosso, toccano. Gli
    spiriti impuri vedono, si prostrano, gridano, rendono manifesto. Di fronte a
    questa escalation di contatto fisico (la folla) e spirituale (gli spiriti), la barca
    assume un ruolo importante, è un confine, un’interfaccia: gli fosse costante
    (proskarteré). I verbi riferiti a Gesù indicano rapporto con l’ostilità: si ritirò,
    con i discepoli-barca: disse; con i malati: aveva guariti; con gli spiriti:
    sgridava.
    La barca (spazio della Chiesa, del contatto con Cristo) è la posizione
    fondamentale che possiamo assumere in questo mondo per stare nelle
    relazioni in maniera vitale e non distruttiva. La barca pur con tutti i suoi
    limiti, rimane lo spazio da cui effondere la vita e proteggerci dal male.
    Meditatio
    Gesù si ritirò lungo il mare con i suoi discepoli. “Ritirò” (anechóresen) indica
    non solo lo spostarsi, ma la volontà di allontanarsi da un determinato luogo,
    appartandosi in un altro. “Presso” (pròs) in greco indica una permanenza.
    Perché dunque questo movimento? Si tratta probabilmente di una
    contromisura al proposito dei farisei e degli erodiani di eliminarlo (3,6).
    Non si tratta di un abbandono geografico della Galilea. È piuttosto un
    abbandono morale. Gesù lascia li programma che aveva espresso (1,35-39),
    di essere presente in tutti i villaggi della Galilea. Troppe erano state le
    dispute che Gesù aveva dovuto affrontare (2,3-3,6), fino alla minaccia finale.
    Le dispute, sì, ma poi Gesù non sfida, non viene a contesa, non fronteggia i
    poteri, come aveva fatto Giovanni. L’amore non si impone, si ritrae nello
    spazio di accoglienza che trova, e alla fine si consegna. All’amore importa
    solo amare.
    In ogni caso, agisce già l’opposizione, il rifiuto. E Gesù si ritira. È la “crisi
    galilaica”. Tutto questo è detto nella prima metà del v. 7.
    Ma in questo ritiro, ecco l’aprirsi di un movimento di ricerca: tutte le folle,
    dai luoghi più vicini a quelli più intimi della regione giudaica fino ai gentili,
    vengono a lui.
    Un primo insegnamento per noi: è nella sconfitta che la nostra vita diventa
    feconda. È nell’umiltà che essa diviene forte e attrae. L’amore, in questa
    condizione umiliata, conosce la sua incorruttibilità ed esercita una
    misteriosa attrazione.
    Poi questo mistero della barca ci porta molto oltre. La nostra vita viene
    visitata da una certa fecondità, ma non è destinata a fondersi con essa. Verso
    il frutto di questa generatività occorre, invece, custodire un confine, una
    certa misura di spossessamento, per salvare l’integrità reciproca, ma anche
    la povertà e l’umiltà. La nostra vita rimane destinata al Padre.
    Il nascondimento di Gesù! Prima si eclissa dai potenti, lungo il mare; poi
    prende distanza dalla folla, nella barca, ed entra in un cerchio di relazioni
    stretto, in una vicinanza che toglie ogni idealità: in cui la divinità dell’amore
    si realizza sotto la cenere della normalità, infine si nasconde dalla
    propaganda dei demoni.
    Oratio
    A Gesù interessa che l’amore rimanga puro. l’amore vero e puro, che viene da
    Dio, sta nell’anima e fa sì che riconosca i propri difetti e la bontà divina [...]
    Tale amore porta l’anima in Cristo e lei comprende con sicurezza che non si
    può verificare o esserci alcun inganno. Insieme a questo amore non si può
    mischiare qualcosa di quello del mondo. (Il libro della beata Angela da
    Foligno)
    I carri di Dio sono miriadi, migliaia gli arcieri: il Signore è tra loro, sul Sinai, in santità. (Salmo 68, 18)

  5. #5
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    Mc 4,21-25
    Diceva loro: «Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il
    letto? O non invece per essere messa sul candelabro? 22 Non vi è infatti nulla di
    segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere
    messo in luce. 23 Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
    24 Diceva loro: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale
    misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più. 25 Perché a chi ha, sarà dato; ma
    a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».
    21
    Lectio - Meditatio
    Forse che viene la lampada perché sia sottomessa al moggio o posta sotto il letto? Il
    verbo usato: “Viene”, dichiara l’evento messianico. L’evento risolutivo potrà non
    essere accolto o non essere riconosciuto, ma non può non instaurarsi, nel senso di
    manifestarsi, esprimersi. Così la verità della nostra vita. La luce che noi riceviamo da
    Cristo ha da ardere, abbiamo da fare risplendere questa luce senza soffocarla nella
    paura o nella pigrizia. Meglio vivere e sbagliare, vivere e soffrire o morire, che
    limitarci a sopravvivere.
    Sottomessa al moggio...: modion è una misura per cereali, qui si intende il recipiente
    (il vaso) che la stabilisce, capovolto. Ma significativo è pensare come la Luce che
    entra nella nostra vita rischi di essere “misurata” alla stregua di una cosa di questo
    mondo. La lampada lo è, la sua Luce no. Grandezza e fragilità del mistero cristiano!
    La luce di Dio, la sua Parola ha la capacità di irradiare splendore, ma, basta un vaso, e
    tutto è soffocato... Basta un asse e si può persino dormirci sopra.
    Tutto ciò che è tesoro nascosto deposto nella nostra vita ha da emergere affinché
    venga a cosa manifesta (v.22). Dio non si vergogna di ciò che ha fatto con la nostra
    persona... neanche noi abbiamo da svalutare la sua opera in noi.
    Dal richiamo al moggio, forse, le ultime parole: Guardate cosa ascoltate... abbiamo
    da mettere gli occhi su ciò che la parola chiede di concretizzare nella nostra vita. Non
    solo una visione o un sogno vago, ma una progettazione fondata su quello che
    concretamente Dio ha deposto nella nostra persona e nelle sue energie di vita. Non
    coprire questa luce con il moggio, in maniera da non poterla guardare...
    Con la misura con cui misurate sarà misurato a voi e sarà aggiunto. Accogliere con
    larghezza ora la luce della parola come luce che viene da Dio (1Ts 2,13) è tesaurizzare
    il nostro essere accolti come figli nella vita di Colui che ha potere di fare molto più di
    quanto possiamo domandare o pensare (Ef 3,20).
    Vivere ora il contatto con questa fragilità della Parola nella fede della sua
    incorruttibile potenza è vivere qualcosa che non sarà tolto (Lc 10,42), mentre chi
    vuole avere solo contatto con buccia di questo mondo, alla fine: passa la scena di
    questo mondo (1Cor 7,31).
    Chi veramente crede vive già oltre la morte (D. Barsotti).
    I carri di Dio sono miriadi, migliaia gli arcieri: il Signore è tra loro, sul Sinai, in santità. (Salmo 68, 18)

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    d. Ruggero Nuvoli, Note di lectio.
    Segui le indicazioni del foglietto: “Se vuoi pregare bene”...
    Mc 6,7-13
    Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere
    sugli spiriti impuri. 8 E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient'altro
    che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; 9 ma di
    calzare sandali e di non portare due tuniche. 10 E diceva loro: «Dovunque
    entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. 11 Se in
    qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e
    scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». 12 Ed
    essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, 13 scacciavano molti
    demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.
    7
    Note di lectio
    E chiama i dodici e cominciò loro a inviare... Dice Isaia: come pecore errammo,
    ognuno nella sua via declinò... (Is 53,6). Dio trova l’uomo nell’isolamento. La
    salvezza della nostra vita inizia con una chiamata: e chiama i dodici. Li chiama
    assieme. Questo è il punto di partenza dal quale si può poi tornare a uscire
    senza essere fatti a pezzi dagli stimoli divergenti del mondo: e cominciò loro a
    inviare. Non si rientra nel mondo da soli, ma a partire da una comunione.

    Si rientra a contatto col mondo perché Lui ti manda e questo ti fa camminare
    per le vie della storia non più errabondo, ma unito a Lui: Non è più la voracità
    della tua parte “egoica” a muoverti, ma l’aver trovato un centro più profondo, in
    un rapporto di comunione.

    Chiamò a sé... La chiamata di Dio sulla nostra vita è il fondamento di tutta
    l’opera che abbiamo da compiere. Essa stabilisce quale debba essere la forma
    del nostro annuncio. Esso non nasce dalla libera iniziativa dell’uomo, ma da una
    rivelazione intima ricevuta da Dio, che è anche una verità condivisa: a due a due.
    Ciò aiuta ad abbandonare i sentieri dell’“io” per abbracciare ogni giorno la “via
    di Dio” (Mc 1,2-3). A due a due dice anche la forma sponsale della vita...

    E ordinò loro che niente prendessero per la via, se non un bastone solo. Rispetto a
    Mt e Lc, Mc permette i sandali e il bastone (ràbdon) 1 : il tuo bastone e il tuo
    vincastro mi danno sicurezza (Sal 22). Il discepolo è guidato dal pastore grande
    delle pecore (Eb 13,20-21; 1Pt 2,25), il suo bastone dà sicurezza e forza al
    discepolo contro le potenze dei demoni (se dovessi camminare in una valle

    oscura non temerei alcun male perché tu sei con me...). Il bastone di Mosè apre il
    Mar Rosso e fa sgorgare acqua dalla roccia.
    Non pane, non bisaccia, non denaro nella cintura. Già non ti basta la tua forza a
    raggiungere Dio, come potresti raggiungerlo se dovessi trascinarti dietro anche
    il peso di un carro? È nella leggerezza del tuo slancio, nella unità ed essenzialità
    della tua vita in Dio che il mondo è attratto a Lui! È questo che annuncia e ha
    potere di scacciare i demoni! Potere che viene dall’essere nella grazia di Dio,
    rivestiti di Cristo, con la preghiera nel cuore che allontana ogni suggestione e
    presenza malefica.
    S. Beda: “Non deve essere portata né borsa, né pane, né denaro nella cintura,
    perché chiunque riceve il compito dell’insegnamento né deve essere
    appesantito dai pesi delle attività mondane, né deve essere snervato dai
    desideri carnali, né, essendogli stato affidato il talento della parola, deve
    nasconderlo sotto l’ozio di un lento torpore (tenere il denaro chiuso nella
    cintura)”. [Esp. Vang. Mc II, 6].
    Si intravvedono dunque le tre cupidigie a cui la vita consacrata si oppone nei
    voti: potere (bisaccia); piacere (pane); possesso (denaro nella cintura).
    In ogni caso il discepolo ha da essere sobrio, libero per il Vangelo, concentrato
    sulla chiamata e sul mandato di Cristo, affidato alla Sua parola e non ad altro.

    Vi è un senso di libertà in cui neppure il rifiuto degli uomini si attacca alle loro
    persone. I sandali, che i discepoli hanno con loro, e che si possono scuotere,
    divengono simbolo di questa libertà perché si ha un cammino da fare nelle vie
    di Dio e non nei sentieri tortuosi degli uomini (Sal 125,5).

    Tutto quello che i discepoli faranno: usciti annunciarono, scacciavano,
    guarivano, non sarà che l’effetto di quanto il Signore opera nelle loro persone.
    I carri di Dio sono miriadi, migliaia gli arcieri: il Signore è tra loro, sul Sinai, in santità. (Salmo 68, 18)

  7. #7
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    d. Ruggero Nuvoli, Note di lectio
    Mc 8,1-10
    1
    In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare,
    chiamò a sé i discepoli e disse loro: 2 «Sento compassione per la folla; ormai da tre
    giorni stanno con me e non hanno da mangiare. 3 Se li rimando digiuni alle loro
    case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da
    lontano». 4 Gli risposero i suoi discepoli: «Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un
    deserto?». 5 Domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette». 6 Ordinò alla
    folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi
    discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. 7 Avevano anche
    pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche
    quelli. 8 Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte. 9 Erano
    circa quattromila. E li congedò. 10 Poi salì sulla barca con i suoi discepoli e subito
    andò dalle parti di Dalmanutà.
    Lectio-meditatio
    Gesù chiama a sé i discepoli e dice loro: è il Signore che ci fa parte dei suoi pensieri
    e dei suoi sentimenti: sento compassione... Ci chiama a sé per farci capire chi è Dio,
    qual è il suo amore. Se stai col Signore prima o poi sei coinvolto nel suo modo di
    essere e di sentire. Noi vorremmo stare col Signore, ma senza comprometterci –
    ma così non entreremo mai nella vita nuova. La vita cristiana non è una vita da
    spettatori, l’amore di Dio è da vivere, non da guardare come al cinema.
    Sento compassione: di cosa? Di una marea di gente che rimarrà consegnata
    solitudine, non ha di che sfamarsi, vale a dire, non ha di che dare pienezza, senso,
    dignità, gioia alla propria vita. È da tre giorni... una vita che è nel sepolcro. Sono
    stati con Gesù fino alla morte... ora nel Figlio riverberano i sentimenti del Padre.
    “Mi stanno dietro, ma non hanno di che sfamarsi”: Gesù vuole portare al suo
    culmine la dinamica del dono: vuole consegnarsi a loro, entrare nel loro cammino
    di ritorno, rimanere in loro, nella loro vita, nelle loro case (v. 3).
    Il dono per te, per il tuo cammino, è il “pane del cammino” (cfr: l’agnello pasquale,
    la manna del deserto; la focaccia di Elia...). Se li rimando digiuni verranno meno per
    via... Sta qui il legame liturgia-carità, ma: i poveri: sempre...; me: non sempre... (Gv
    12, 8): la liturgia ha da avere un tempo fissato nella vita.
    L’uomo realizza la sua comunione con Dio nel tempo, nel divenire della storia. Dio è
    per l’uomo. Chi ha creato accondiscende alle umili esigenze dell’umanità, e le
    esigenze sono quelle di un dono che deve ritornare, santificare e salvare i giorni,
    già da tre giorni mi stanno dietro. Tre giorni sono una misura limite: poi bisogna
    risorgere.
    I discepoli rispondono: come si potrebbe sfamarli di pane in un deserto: il mondo è
    un deserto, non trovi nel mondo ciò che sazia. Ciò che può saziare l’uomo non
    viene dal mondo, ma da Dio. Eppure Dio si è fatto “mondo”, si è fatto uomo. Il suo
    venire ti coinvolge. Il suo modo divino di venire incontro a te, è pienamente umano
    (questa è la bellezza del cristianesimo!). C’è una povertà nelle vicende umane che
    solo Gesù può soccorrere, non si prospetta più, qui, la soluzione di arrangiarsi, che
    rimaneva ancora al c. 6.
    Quanti pani avete? Sette. To! Quello che hai è nulla, eppure va proprio bene per la
    missione che Dio ti dà. Sono uomini che vengono da lontano, e tu hai proprio la
    misura delle genti (7 è il numero della totalità, dei popoli).
    La tua vocazione è sproporzionata rispetto ai tuoi limiti umani, ma proporzionata
    alla grazia che Dio ti dà, cioè al desiderio che Dio ti pone nel cuore. Come si
    potrebbe sfamarli: questo è il desiderio e questo è il punto di verità. Poi ci sono i
    limiti: c’è il deserto, ci sono solo sette pani... ma, a questo punto, tutto lo prende in
    mano Gesù e ti chiama semplicemente a servirlo.
    Le cose di Dio avvengono così, il fatto è che noi non le lasciamo accadere: 1.
    Fuggiamo regolarmente da ciò che mette la nostra umanità in crisi, ciò che mette in
    evidenza i nostri limiti. 2. Soffochiamo i desideri dello Spirito e ascoltiamo quelli
    della carne. 3. Vogliamo avere in mano noi il progetto e la sua realizzazione invece
    di riceverlo. 4. Se non l’abbiamo in mano noi non siamo disponibili a servirlo.
    Avevano anche pochi pesciolini: saltano fuori dopo... al Signore si dà tutto!
    Sembrerebbe il segno di una certa esitazione, paura, fatica nella generosità, fatica
    nella fiducia: Se li tengono in tasca... non si sa mai...”. I discepoli sono piccoli...
    come noi, ma poi tirano fuori anche il “companatico”, vinti dall’agire del Signore.
    Questo ci fa sperare!!!
    I carri di Dio sono miriadi, migliaia gli arcieri: il Signore è tra loro, sul Sinai, in santità. (Salmo 68, 18)

  8. #8
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    d. Ruggero nuvoli, Note di lectio
    Mc 8,27-33
    Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e
    per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io
    sia?». 28 Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei
    profeti». 29 Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose:
    «Tu sei il Cristo». 30 E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.
    31 E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere
    rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre
    giorni, risorgere. 32 Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte
    e si mise a rimproverarlo. 33 Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli,
    rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo
    Dio, ma secondo gli uomini».
    27
    Note di omelia
    Siamo al centro del vangelo di Mc. La questione che viene a fuoco è: chi è Gesù?
    Non basta, tuttavia, riconoscere che Gesù è il messia. Gesù proibisce persino di
    divulgare questa verità, e sente il bisogno di introdurre un altro aspetto,
    apertamente, in “parresia”: Lui è il Figlio dell’uomo che deve molto soffrire. Pietro
    non riesce a tenere insieme le cose, e vuole convincere (epitimao: proibire,
    protestare) Gesù della contraddizione: se è Messia non può percorrere la via della
    croce!
    Il discepolo è pronto a riconoscere la messianicità di Gesù: lui è la figura risolutiva
    della vita e della storia. Ma in quale modalità? Ecco il punto difficile di conversione:
    la modalità di questa soluzione.
    A questo punto Pietro è paragonato a Satana, la cosa desta stupore: cosa ha detto
    di satanico Pietro? La sottile tentazione, che parla anche attraverso l’uomo
    ingenuo, è sempre una sola: schivare la croce. Un amore, sì, ma non se chiede il
    sacrificio. Così il tentatore nel deserto, così in bocca a Pietro.
    Gesù, tuttavia, non scaccia Pietro, non dice “allontanati da me”, ma “dietro a me”...
    Gesù vuole che Pietro rimanga al suo posto, e questa è la cosa più difficile: pensare
    di poter essere recuperati da questa mentalità mondana per la quale noi ci
    poniamo contro Cristo proprio nel convinto tentativo di favorire e correggere il suo
    cammino e quello della Chiesa, in una direzione che sia più comprensibile e trovi
    più consenso. Questa situazione non si rimedia staccandosi né sostituendosi a
    Cristo, secondo un malcelato assolutismo, ma rimettendosi dietro a Lui: l’invito non
    è più, qui, quello di lasciare qualcosa, ma il nostro stesso progetto di sequela, se
    vogliamo percorrere la via di Dio.
    I carri di Dio sono miriadi, migliaia gli arcieri: il Signore è tra loro, sul Sinai, in santità. (Salmo 68, 18)

  9. #9
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    d. Ruggero Nuvoli, Note di lectio
    Per l’ingresso nella preghiera, cf. il foglietto “Se vuoi pregare bene”.
    Lascio cadere i pensieri, lascio cadere le ansie, mi lascio portare dalla forza che Dio,
    mi abbandono alla sua presenza.
    Ora che tutto hai consegnato e affidato, è in buone mani. Apriti ora alla Parola, sei
    pronto per ascoltare, per accogliere.
    Mt 6,5-6
    5
    Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli
    angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente.
    In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6 Invece, quando
    tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è
    nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
    Lectio- meditatio
    Cosa mi chiede Gesù e da cosa vuole mettermi in guardia? Dal vivere la
    preghiera pensandomi esteriormente. Ecco l’uomo che agisce anche nelle
    cose di Dio per vedersi buono, essere ammirato o ben valutato. Questa
    ricompensa dell’essere visti dalla gente (v. 7) rappresenta anche la
    condanna propria dell’uomo che non percepisce in gratuità se stesso, non si
    dà il permesso di esistere così com’è. Il suo agire volge a saziare la voragine
    di dover essere in un certo modo, non è un agire in libertà e gratuità. Deve
    essere quel che pensa che gli altri vogliano o apprezzino che lui sia. Deve
    corrispondere a un ideale che si è fatto di sé. (E non vivere, invece, nella
    libertà della propria amabilità).
    Ora Gesù mi vuole portare nella camera interna, dell’uomo spirituale.
    Questa stanza sarebbe, letteralmente, la dispensa (tameion), che era la
    stanza più interna, dove si proteggevano i beni più preziosi, le provviste di
    casa: tu, invece quando preghi, entra nella dispensa di te, e avendo chiusa la
    porta di te, prega il Padre tuo, quello nel segreto... a quel livello di
    esperienza, in cui l’uomo sente il suo essere dispensato come puro dono
    dallo Sguardo di Dio, Dio che mi fa essere in gratuità, in questa esperienza
    estatica del Suo sguardo, io non ho nulla da fare, ricevo il mio essere in
    totale gratuità. E avverto una piena possessione di me stesso in profondità
    e sicurezza. Rimango a contatto con il bene che sono e che Dio mi fa
    sentire.
    Questa posizione estatica, in cui io chiudo la porta (chiusa la porta di te...)
    alle agitazioni del mio ego e dimoro in Dio, è fonte di pace. E il Padre tuo,
    che vede nel segreto, ti ricompenserà. La sua ricompensa è la comunione
    con Lui: lo stare nella pienezza della vita così come Egli la vive.
    Come vive Dio questa pienezza di vita? La vive nel segreto (krupto). Questo
    segreto non è la rapina del “non detto”, è il nascondimento di sé.
    Egli vede nel segreto... non solo vede dove gli altri non vedono: nell’intimo
    della persona, ma vede nel segreto di sé. Vede l’altro per l’altro, non l’altro
    in vista di sé. Non cerca se stesso vedendo, ma vedendo l’altro riceve se
    stesso.
    Il Padre, donando il proprio sguardo al Figlio, nel Figlio riceve se stesso. In
    questo senso il Padre non solo vede... ma è nel segreto. Ovvero è nel
    Mistero: non ritorna a sé specchiandosi, non ha un ritorno solipsistico su sé
    medesimo. Egli non sa nulla di Sé... Egli non ritorna a sé che nel dono di sé
    al Figlio. Per questo “se il Figlio non fosse, non sarebbe il Padre”, e i mistici
    dicono che dal luogo di questa intimità Dio medesimo reclama dalla
    creatura Sé stesso infinito. Per s. Giovanni della Croce l’anima “dona a Dio
    lo stesso Dio in Dio” (F,B,3,78).
    La vita è estasi, è piena libertà da se stessi. Il culto non muore quando
    diviene pubblico, o esteriore, ma quando diviene occasione di un
    narcisistico ripiegamento su noi stessi. Il Padre tuo... ti ricompenserà.
    Ricevo me stesso come dono del Suo amore. Sto in questo bene che sono,
    come parola del Suo amore.
    Oratio
    Chiudo gli occhi alle ricompense psichiche e li apro alla vita che sono, come
    parola d’amore di Dio. Voglio essere quello che sono e non quello che gli
    altri voglio che io sia.
    Contemplatio
    Rimango nello sguardo amorevole del Signore, egli vede in me ciò che io
    stesso non vedo: una bellezza unica che Egli ha deposto nel mio essere
    creandomi. In questa luce che sono, risplendendo della luce di Cristo, dilato
    il mio desiderio di bene e di amore per tutti gli uomini...
    I carri di Dio sono miriadi, migliaia gli arcieri: il Signore è tra loro, sul Sinai, in santità. (Salmo 68, 18)

  10. #10
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    d. Ruggero Nuvoli, Note di omelia 2019
    2Cor 4,7-15; Mt 20,20-28
    s. Giacomo Ap.
    I carri di Dio sono miriadi, migliaia gli arcieri: il Signore è tra loro, sul Sinai, in santità. (Salmo 68, 18)

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