Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
Pagina 28 di 31 PrimaPrima ... 182627282930 ... UltimaUltima
Risultati da 271 a 280 di 309

Discussione: Cronache della Diocesi di Piacenza - Bobbio Anno 2020

  1. #271
    Card. Richelieu
    visitatore

    Dal settimanale diocesano..

    «Le chiese scomparse di Piacenza», visita virtuale

    Una nuova visita virtuale per le Giornate di valorizzazione del patrimonio ecclesiastico:«Le chiese scomparse di Piacenza» è in programma giovedì 17 settembre alle ore 21. Per le Giornate di valorizzazione del patrimonio ecclesiastico si torna alla scoperta delle chiese di Piacenza che non ci sono più: demolite, riconvertite, soppresse. Secondo un manoscritto del primo Ottocento le chiese erano 94, ma è confermato il numero simbolico di 100 già nel XVIII secolo, numero che ha generato l'appellativo di "Piacenza città delle 100 chiese".
    Grazie alla collaborazione di Cooltour Piacenza, Kronos - Museo della Cattedrale vuole offrirvi nuovamente una visita guidata virtuale da seguire comodamente da casa, un viaggio nella storia dell'arte e dell'architettura che comprenderà alcune delle chiese trattate nella prima e nella seconda edizione di «Le chiese scomparse di Piacenza». La partecipazione è gratuita.
    La visita si terrà tramite la piattaforma ZOOM. E' necessaria l'iscrizione per garantirsi un posto. Esiste infatti il limite massimo di 100 partecipanti. Il link per il collegamento verrà inviato via e-mail il giorno della visita a coloro che si saranno iscritti, da usare dalle 20:40 alle 20:50. Coloro che non si saranno connessi per le 21:00 potrebbero subire la perdita del posto prenotato.
    Per iscriversi cliccare sul seguente link e compilare i campi richiesti: https://forms.gle/MPqpZ1DSkaPUey2V9

    ISCRIZIONE OBBLIGATORIA
    Si raccomanda di iscriversi con indirizzo e-mail, cognome e nome con i quali effettivamente ci si collegherà la sera della visita. Per utilizzare, la sera della visita, il link che invieremo sarà necessario installare sul proprio dispositivo la app ZOOM (lo scaricamento può avvenire anche nel momento in cui si clicca sul link). Non potremo accettare collegamenti da account con nome diverso da quello comunicato in fase di iscrizione o con codici al posto del nome. E' per noi necessario verificare la rispondenza tra nominativi e account collegati.
    Per eventuali problemi tecnici nella fase di iscrizione scrivere a: cooltour2.0@gmail.com


  2. #272
    Card. Richelieu
    visitatore

    Dal settimanale diocesano..

    L'immagine del Vescovo-Buon Pastore

    In preparazione all’accoglienza del nuovo Vescovo nella nostra diocesi, proseguono gli interventi di don Aldo ***** dedicati al santo Gianelli nel giorno del suo ingresso a Bobbio: questo ci può aiutare a vivere i giorni dell’attesa.
    Accanto all’immagine del vescovo-maestro, il Gianelli nella sua omelia tenuta il giorno del suo ingresso in Bobbio dà rilievo anche a quella del vescovo-pastore. L’immagine del pastore e del gregge attraversa tutta la Bibbia, dalla Genesi (49,24) all’Apocalisse (7,17), per significare la cura e la premura di Dio (il pastore) nei confronti del suo popolo (il gregge).
    Almeno due testi biblici sono assai significativi ed esprimono in modo stupendo la sollecitudine di Dio nei confronti del suo popolo e dell’intera umanità: il profeta Ezechiele e il Vangelo di Giovanni.
    Ezechiele esprime così il pensiero e la decisione del Signore, profondamente deluso e amareggiato nei confronti dei pastori che hanno «pascolato se stessi», anziché prendersi cura del gregge: «Così dice il Signore Dio: Ecco io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna… le farò uscire dai popoli e le radunerò da tutte le regioni… le condurrò in ottime pasture… Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare… Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte, le pascerò con giustizia… Susciterò per loro un pastore che le pascerà, il mio servo Davide…» (cfr Ez,34).
    Dio stesso si prenderà cura del suo popolo, il gregge che egli ama, inviando nel mondo un “nuovo” Davide, il Messia, suo figlio Gesù che sarà il “pastore” del suo popolo. Gesù stesso nel Vangelo di Giovanni parla di sé come del Pastore che non solo si prodiga con premurosa sollecitudine di tutto il gregge così come di ogni singola pecora, ma addirittura è pronto a dare la vita per il gregge che ama: «Io sono il Buon Pastore. Il Buon Pastore dà la vita per le pecore. Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde, perché è un mercenario e non gli importa delle pecore…» (Gv 10,11-13).
    Il Buon Pastore dà la vita per il proprio gregge
    A differenza del mercenario, al Pastore Buono “importa” delle pecore; esse sono importanti, preziose ai suoi occhi, egli vive per loro ed è disponibile a dare la vita per ciascuna di esse. Gesù darà la vita morendo sulla croce in un’eccedenza d’amore per il suo gregge, ma l’intero suo ministero è stato un prendersi cura, un ridare la vita a coloro che segnati dalla malattia e dalla sofferenza non potevano vivere con dignità, a coloro che stretti dalla malattia dello spirito, il peccato, non potevano viverla in pienezza la vita. Gesù nello stesso discorso afferma: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». (Gv 10,10).
    Antonio Gianelli inviato a Bobbio come vescovo, dopo la ricca e feconda esperienza di Chiavari, si lascia trafiggere il cuore dalle parole di Gesù contenute nel Vangelo e con un messaggio vibrante e commovente inviato ai bobbiesi il giorno della sua ordinazione episcopale così afferma: «Veniamo dunque a voi, Figli Dilettissimi, non solo per pascervi con la parola di vita e nutrirvi col cibo dei Sacramenti ma anche per soffrire con voi. Il Buon Pastore dà la vita per il suo gregge e Colui che dava questa norma disse: ‘Ed io do la mia vita per le mie pecore’. Se vedo arrivare il lupo e fuggo, significa che sono un mercenario. Vengo dunque, come pastore, vengo al più presto per vedere tutte le mie pecore, per conoscerle e perché esse conoscano me. Dio voglia che io le trovi tutte nell’ovile! Ma, se per caso, una qualunque si sarà perduta, o sarà stata rapita dal lupo, non l’abbandonerò. La chiamerò di giorno, griderò durante la notte, non risparmierò cura o fatica finché non l’abbia trovata e, presala sulle spalle, la riporterò all’ovile. Se troverò qualche lupo sulla mia strada, non mi farò indietro, né stimerò la mia vita più di me stesso. Fatto tutto a tutti, sono pronto a morire per tutti, anzi, per ognuno di voi! O morte, più preziosa di ogni vita!»
    L'omelia del Gianelli il giorno dell'ingresso
    Anche nell’omelia del giorno dell’ingresso con lo stesso afflato e la stessa passione per il gregge affidatogli così esclamava: «Dio mi manda vostro pastore. La scelta dei pascoli e delle pasture, la scorta a pure sorgenti mi è confidata, raccomandata, intimata. Mi è intimata la guardia, la cura, la salute del gregge. Guai se per mia trascuranza o per la mia sonnolenza, per la mia infingardaggine o per la mia pusillanimità, una sola delle affidatemi pecore venisse a mancare, venisse a perire. Sono dichiarato un mercenario, un traditore, un assassino, un furfante. Non posso esser buono se non sono pronto a morire per voi e per ciascuno di voi. Il Buon Pastore del Vangelo è il mio solo esemplare».
    Nel Rito dell’Ordinazione, al vescovo Adriano sarà consegnato il pastorale, segno della cura e della dedizione al gregge che gli è affidato e certamente egli come il Gianelli, come il Buon Pastore, spenderà la vita per la sua chiesa, ma dovrà poter trovare in noi una corrispondenza generosa, una disponibilità piena a lasciarsi coinvolgere nel cammino verso il Signore. È ancora Gesù, nel Vangelo di Giovanni, a suggerirci il modo giusto di “stare” con il Pastore: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono» (Gv 10,27). Noi tutti, popolo di Dio che è in Piacenza-Bobbio siamo chiamati ad offrire al Pastore che verrà un’adesione profonda espressa attraverso la trilogia di parole che nel linguaggio biblico sono di forte intensità, perché appartengono al vocabolario della fede: ascoltare-conoscere-seguire.
    Si tratta di costruire un legame che esprime relazione profonda e vera (conoscere in senso biblico dice questo), di coltivare il desiderio di sintonizzarci con la Parola che egli spezzerà per noi, di allenarci ad una sequela entusiasta e appassionata per un cammino fecondo e gioioso.
    A tutto questo ci vogliamo preparare in questo tempo di attesa.
    Aldo *****
    Nella foto: Bobbio, Museo della Cattedrale, Pastorale gotico del Vescovo Giovanni Mondani del 1479. Sviluppa il bel ricciolo in filigrana d’argento dorato chiudendolo con la raffinata statuetta del

  3. #273
    Card. Richelieu
    visitatore

    Dalla Diocesi..

    «Prendi il largo»: il motto e lo stemma


    È "Prendi il largo" il motto scelto da monsignor Adriano Cevolotto per il suo ministero episcopale. Per la prima volta, si tratta di un motto in italiano, scelta che - nel contesto attuale - favorisce la comprensione. Il riferimento è al brano evangelico della "pesca miracolosa" narrata da Luca, con l'invito di Gesù a Pietro.

    Gli elementi dello stemmaSecondo un’antica e consolidata tradizione, il Vescovo provvede alla creazione del suo stemma che rappresenta, secondo le regole dell’araldica ecclesiastica, gli elementi fondamentali della sua vocazione e della missione a servizio della Chiesa. In questo caso, lo stemma si compone di alcuni elementi fondamentali:
    – lo scudo, in questo caso di tipo rinascimentale, che contiene dei simboli tratti da idealità personali, o da tradizioni familiari, oppure da riferimenti al proprio nome, all’ambiente di vita, o ad altro;
    – una croce trifogliata, in oro, posta in verticale dietro lo scudo, (cioè in palo), con cinque gemme rosse che simboleggiano le Cinque piaghe di Cristo;
    – un cappello prelatizio (detto galero), con cordoni a dodici fiocchi, pendenti, sei per ciascun lato, il tutto di colore verde;
    – un cartiglio inferiore che reca il motto episcopale.

    San Colombano, San Liberale e i colori di Piacenza
    Ci facciamo guidare nell'illustrazione dello stemma da don Paolo Barbisan, direttore dell'Ufficio beni culturali della diocesi di Treviso.Il colore del primo campo è il rosso, colore del sangue e della passione che rimanda proprio al dono d’amore di Cristo per tutta l’umanità, dal quale nessuno è escluso: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Giovanni 15,13). La colomba in volo che reca nel becco un ramoscello di ulivo è il segno dell’alleanza tra Dio e il creato, così come viene ricordato da papa Francesco nell’enciclica “Laudato sì”.
    La colomba è anche l’attributo iconografico di san Colombano, monaco missionario, co-patrono della diocesi di Piacenza-Bobbio, e sottolinea la priorità dell’evangelizzazione nel ministero episcopale.
    L’argento del secondo campo, richiama la trasparenza e la verità, doti alla base dell’esercizio del governo episcopale. Il gonfalone di san Liberale, patrono della diocesi di Treviso, ricorda la Chiesa particolare nella quale il vescovo Adriano è stato generato alla fede. È proprio nel grembo della Chiesa trevigiana che ha preso forma la sua vocazione personale e in essa ha esercitato il suo ministero presbiterale.
    Il rosso e l’argento dei primi due campi sono anche i colori dello stemma civico e della provincia di Piacenza, alla quale il vescovo Adriano è inviato come pastore, in un dialogo fecondo e rispettoso con le diverse componenti per il bene di tutta la comunità.

    Il Sacro Cuore di Foucauld e della "Cattolica"
    Nella parte inferiore dello scudo il terzo campo è oro, il metallo più nobile e prezioso che simboleggia la fede e la spiritualità che animano l’azione pastorale del Vescovo. Al “cuore” dello scudo il simbolo del Sacro Cuore che il beato Charles de Foucauld usava tracciare sui suoi scritti, rimanda alla carità di Gesù, “modello unico” al quale tutti i battezzati sono chiamati a conformarsi. Il riferimento a Charles de Foucauld è idealmente sottolineato anche dal colore del campo che ricorda le sabbie dorate del deserto, nel quale il beato Charles visse l’ultima parte della sua vita, sperimentandone il grande valore spirituale, a tal punto da affermare che: “bisogna passare per il deserto e soggiornarvi per ricevere la grazia di Dio”.
    Il Sacro Cuore, già presente nello stemma del vescovo Gianni, indica anche il legame della diocesi di Piacenza-Bobbio con l’Università Cattolica, presente con una delle sue sedi in città.

    Il libro aperto della Sacra Scrittura, Antonino e Giustina
    Il libro della Sacra Scrittura con le lettere Alfa e Omega sottolinea che la Verità trova compimento pieno e definitivo in Cristo Gesù. Il libro è attraversato orizzontalmente dalla palma del martirio di Antonino e Giustina, martiri dei primi secoli della Chiesa piacentina, testimoni con il dono della loro vita della Parola che salva.

    Il mottoIl motto evangelico “Prendi il largo” (Luca 5,4), riporta l’invito forte che Gesù rivolge a Pietro di riprendere con coraggio la pesca, per gettare la rete al di là dell’insuccesso e del fallimento. Un invito a tutti, in questo tempo, a fidarsi del Maestro non lasciandosi rubare la speranza (Evangelii Gaudium 86) con la quale il Signore Gesù continua a dare vita alla sua Chiesa. Solo chi ha in cuore la speranza osa intraprendere cammini nuovi.

  4. #274
    Card. Richelieu
    visitatore

    Il giuramento del Vescovo - Eletto

    A Treviso il giuramento del Vescovo Adriano


    Nel giorno della festa della Natività della Vergine Maria, mons. Adriano Cevolotto, vescovo eletto di Piacenza-Bobbio, ha pronunciato il suo giuramento di fedeltà alla Sede Apostolica prima dell’ordinazione episcopale, preceduto dalla professione di fede.
    Si tratta di un atto previsto dal diritto canonico in vista dell’inizio del nuovo servizio da vescovo. Nel testo, il vescovo eletto dichiara la propria fedeltà al Papa, alla Chiesa e l’impegno a svolgere il suo servizio a fianco della comunità. Erano presenti come testimoni mons. Mauro Motterlini, presidente del Capitolo della Cattedrale, e mons. Maurizio De Pieri, direttore della Casa del clero.
    La cerimonia alla Casa del clero
    Una cerimonia semplice, vissuta dopo la messa, concelebrata con il vescovo Michele Tomasi, il cancelliere, mons. Fabio Franchetto, il vicario per la Pastorale, mons. Mario Salviato e molti altri sacerdoti, nella cappella della Casa del clero diocesana, a Treviso. Particolare il luogo dove mons. Cevolotto ha voluto vivere questo momento: nella Casa che accoglie tanti sacerdoti anziani, dove “è raccolta la testimonianza di fede e presbiterale della nostra diocesi - ha detto nell’omelia -. Qui c’è una parte della mia genealogia presbiterale. Quello che sono è debitore di una storia della quale voi siete una parte importante: qui c’è chi mi ha portato in Seminario (don Giuseppe Rizzo), c’è il rettore con il quale sono diventato prete (don Cleto Bedin), e poi alcuni professori e molti preti che ho incontrato e che mi hanno testimoniato la cura pastorale, la fede, la carità, la missione. Vi sento parte del mio cammino e della mia storia”.
    Vivere la paternità, come Giuseppe
    Commentando il Vangelo del giorno, mons. Cevolotto ha sottolineato come ogni storia sia riassunta dal verbo “generare”. “Quello che rimane, che fa storia, è generare, dare vita a qualcosa di nuovo che è tuo ma che alla fine non ti appartiene, che, come un figlio per un genitore, ha una sua storia, anche se è generato dalla tua fede, dal tuo amore, dalla tua carità”. Come il mistero della salvezza, il compimento di questa storia - ha ricordato - avviene dentro un intreccio di fedeltà e di infedeltà, in una storia in cui Dio mette insieme trame diverse, ma è sempre lui il protagonista del nostro generare, della nostra fecondità. Sul modello di Giuseppe, allora, è possibile “metterci al servizio della vita che Dio genera nello Spirito Santo in noi e negli altri, entrando così in una paternità diversa: è ciò che ci è chiesto, che ci è affidato, che ci è donato. Essere padri perché ri-conoscenti, cioè capaci di riconoscere quanto Dio continua ad operare per la salvezza. «Non temere!» è l’invito che il Signore rivolge a Giuseppe, quando gli chiede di prendersi cura di Maria e del figlio che porta in grembo. Un invito che il Signore rivolge anche a me oggi, a noi, perché nel prendere con noi il mistero di amore di Dio ci permette di entrare nel compimento del mistero di Dio nella storia. «Non avere paura!» ci dice, anche se può sorprendere quello che Dio ci chiede, anche se può scombinare i nostri progetti. Oggi avverto di poter pronunciare il giuramento di fedeltà in forza di quella professione di fede nel Dio di ciascuno di voi e di coloro che mi hanno testimoniato, come voi, che veramente Dio è fedele e che ogni nostra fedeltà è unita alla sua ed è condizionata alla sua fedeltà di amore”.
    «Sei un uomo di fede e di comunione»
    Il vescovo Michele, rivolgendosi a mons. Cevolotto, gli ha ricordato che il giuramento di fedeltà è “la conferma di una promessa, la riconferma di un vincolo che vivi già, ma che ora diventa più esplicito, con il Santo Padre e, attraverso lui, con la Chiesa universale: ci stai facendo un bel regalo di ecclesialità”. Il Vescovo si è detto fiero di essere chiamato a testimoniare che “tu sei un uomo di fede, di comunione” e che “possiamo accompagnarti nella gioia di essere vescovo, guida fedele e lieta di una Chiesa in comunione con tutte le Chiese”.

  5. #275
    Card. Richelieu
    visitatore

    Dal settimanale diocesano..

    Il Vescovo, Maestro nella fede e nell’annuncio della Parola

    In preparazione all’accoglienza del nuovo Vescovo nella nostra diocesi don Aldo ***** propone un commento all’omelia del santo Gianelli sulla figura del vescovo nel giorno del suo ingresso a Bobbio: questo ci può aiutare a vivere i giorni dell’attesa.
    Il modo più appropriato per vivere i giorni dell’attesa dell’incontro con il Vescovo eletto Adriano, designato a guidare la nostra chiesa di Piacenza-Bobbio, mi sembra quello, da una parte, di accompagnare questo tempo con l’invocazione orante, perché, ricolmato dello Spirito, possa essere pastore secondo il cuore del Padre; d’altra parte mi sembra opportuna una riflessione che ci aiuti a riscoprire il senso di appartenenza ad una chiesa-comunione in cui, accanto al ministero ordinato (vescovi-presbiteri-diaconi), possa emergere sempre più la ricchezza di un ministero che è di tutti e scaturisce dal battesimo e fa sì che insieme, pastore e gregge, nella molteplicità e nello scambio dei doni, possano camminare alla sequela dell’unico grande Pastore, Cristo Signore.
    La chiesa bobbiese che ha celebrato nel 2014 il millennio della fondazione come chiesa diocesana, senza dimenticare nessuno dei vescovi che l’hanno guidata ininterrottamente nell’adesione al Vangelo, ricorda in particolare il vescovo Antonio Gianelli proclamato santo da Pio XII il 21 ottobre 1951. Ordinato Vescovo il 6 maggio 1838, faceva il suo ingresso in Bobbio l’8 luglio successivo e nell’omelia dell’eucarestia di insediamento, qualificava il proprio servizio episcopale attraverso alcune immagini: Maestro, Pastore, Padre.

    I Vescovi araldi della fede
    A partire dal testo dell’omelia del Gianelli vorrei commentare in queste settimane di attesa del vescovo Adriano queste immagini per cogliere da una parte il servizio specifico del vescovo nella comunità diocesana e dall’altra come tutti noi possiamo corrispondere adeguatamente al suo ministero di maestro, pastore, padre, per essere un solo gregge che cammina sotto la guida di un solo pastore.
    Il vescovo è anzitutto Maestro nella fede, attraverso l’annuncio autorevole della parola di Dio. Così afferma il Concilio Vaticano II: «Tra i principali doveri dei vescovi eccelle la predicazione del Vangelo. I vescovi infatti sono gli araldi della fede che portano a Cristo nuovi discepoli, sono dottori autentici, cioè rivestiti dell’autorità di Cristo che predicano al popolo loro affidato la fede da credere e da applicare nella pratica della vita e la illustrano alla luce dello Spirito Santo, traendo fuori dal tesoro della Rivelazione cose nuove e vecchie (Mt 13,32), la fanno fruttificare e vegliano per tenere lontano dal loro gregge gli errori che lo minacciano» (Lumen Gentium 25). Anche il Gianelli nella sua accorata omelia nel giorno dell’ingresso a Bobbio afferma: «Io sono il vostro Maestro… quello che deve sorvegliare e dirigere e correggere se fosse d’uopo, onde la santa Divina Parola registrata nelle Divine Scritture, affidata alle apostoliche tradizioni, dichiarata dai Padri, sancita dai Concili, illustrata dai Dottori e dagli Interpreti, venga insegnata nella sua purità e nella sua integrità tramandata alle future generazioni».

    Il Gianelli, interprete autorevole della Parola
    Il Gianelli è profondamente consapevole di essere custode e interprete autorevole della Parola e di dover vigilare affinché l’annuncio di essa risuoni nella sua integrità e verità in tutta la sua Diocesi. In una lettera inviata il giorno della sua consacrazione episcopale ai bobbiesi (6 maggio 1838) Antonio Gianelli esprimeva il desiderio di giungere al più presto per annunciare la Parola e alimentare la fede del popolo a lui affidato, perché a nessuno venisse a mancare il nutrimento della Parola: «Non ci sfugge… che voi, quasi bambini testé generati, bramate il latte della Divina Sapienza, desiderate ardentemente che vi si spezzi il pane della Parola Divina…». Spezzare il pane della Parola, far sì che essa risuoni ovunque, esortare, ammonire, insegnare insistendo, come dice l’Apostolo, in ogni occasione opportuna e non opportuna: questo il servizio principale del vescovo nella sua comunità come emerge dal Concilio e anche dall’omelia del Gianelli. La “Cattedra” riservata in ogni chiesa cattedrale al vescovo, sulla quale egli si “insedia” al momento dell’ordinazione e nella Diocesi al cui servizio è chiamato all’inizio del suo ministero, è il luogo simbolico da cui egli compie il suo specifico ministero di annunciatore autorevole della Parola.
    Se il servizio dell’annuncio costituisce il compito precipuo del Vescovo, quale deve essere l’atteggiamento di noi, popolo di Dio che cammina sotto la sua guida, se non quello di un ascolto attento, assiduo, docile, di un’adesione piena al suo “magistero” che sotto l’azione dello Spirito, conferitogli in pienezza nell’ordinazione, egli esercita nella sua Chiesa?
    Alleniamo l’orecchio, la mente, il cuore ad un ascolto accogliente e docile all’annuncio che il Vescovo Adriano farà risuonare nella sua chiesa così che il pane della Parola e il pane dell’Eucarestia spezzati dal Pastore ci aiutino a divenire un corpo solo, un’unica comunità che cammina insieme al suo pastore verso il Signore.

    Aldo *****
    Nella foto, la cattedra, riservata in Cattedrale a Bobbio al Vescovo, posta sul lato sinistro del presbiterio, è la stessa usata dal santo Gianelli.

  6. #276
    Card. Richelieu
    visitatore

    Dal settimanale diocesano..

    L'ordinazione a Treviso: come partecipare


    Sono aperte le iscrizioni per partecipare all’ordinazione episcopale di mons. Adriano Cevolotto, che si terrà sabato 26 settembre, alle ore 10, nella chiesa di San Nicolò a Treviso.
    La Diocesi, tramite l'Ufficio Pellegrinaggi, mette a disposizione due pullman per i fedeli. Si viaggerà nel rispetto delle normative predisposte dal Ministero dei Trasporti per la prevenzione del contagio da Covid19.Per iscriversi e per ulteriori informazioni, occorre rivolgersi direttamente all'Ufficio Pellegrinaggi al numero 0523.308335 o tramite mail all'indirizzo ufficiopellegrinaggi@curia.pc.it
    Le iscrizioni rimangono aperte fino a martedì 22 settembre 2020.Il tempio di San Nicolò e i DomenicaniIl tempio monumentale di San Nicolò è il più grande edificio religioso di Treviso, più vasto anche del Duomo. Le sue origini sono legate ai frati Predicatori, noti come Domenicani, dal fondatore Domenico di Guzman. A Treviso andarono a combattere l’eresia catara o albigese, presente anche in questo territorio. Probabilmente fecero la loro comparsa fin dai primi anni ’20 del XIII secolo. Non ebbero però una sede fissa prima del 1230, quando il Comune di Treviso decretò l’assegnazione di un terreno e di 500 lire all’Ordine, ove avesse voluto costruirsi chiesa e convento.La prima chiesa di S. Nicolò - più piccola dell’attuale - fu costruita subito dopo il 1230 a partire dal contributo iniziale del Comune; nel 1244 i Domenicani avevano già realizzato parte del loro convento. Nel 1303-1304 venne demolita tutta o gran parte della chiesa originaria, per sostituirla - su progetto dell’architetto Fra’ Benvenuto della Cella - con il tempio attuale, che è orientato con l’abside verso il sorgere e la facciata verso il tramonto del sole. La nuova edificazione subì diverse interruzioni e rimaneggiamenti nei secoli. Alla caduta della Repubblica di Venezia (1797) il complesso fu occupato dalla guarnigione francese e più tardi il decreto napoleonico del 25 aprile 1810 tolse ai Predicatori il monastero annesso al tempio di S. Nicolò: i beni patrimoniali della congregazione soppressa e della chiesa vennero affidati allo Stato e i Domenicani abbandonarono definitivamente Treviso.Da Napoleone agli austriaci
    Gli Austriaci mantennero a lungo le destinazioni napoleoniche e dunque la chiesa fu destinata a magazzino, con la conseguenza di vari danni dovuti all’asportazione di un certo numero di pezzi artistici, rubati o distrutti dalle varie truppe occupanti. Se dopo il 1839 il convento tornò alla Curia per diventare il nuovo - e attuale - Seminario vescovile, un primo restauro del tempio fu realizzato solo nel triennio 1847-1849, con la riparazione del tetto e delle finestre, cosa che consentì nel giugno del 1850 il ritorno al culto del tempio di san Nicolò, divenuto Vicarìa del clero secolare.
    Il Governo Austriaco nel 1856 finanziò altri grandi lavori di completamento e di restauro. Il tetto della navata centrale venne elevato tutto ad uno stesso livello, fu alzata la facciata aprendo anche la trifora sommitale, il soffitto originale, a capriate, venne sostituito con l’attuale a carena rovesciata, si rifecero le volte delle navate laterali e venne anche stesa una nuova pavimentazione di marmo, con i colori rosso, nero e bianco che richiamano ai colori della veste dell’Ordine ed il sangue del martire dominicano san Pietro di Verona (1205–1252).
    Le due guerre e i restauri
    Già colpito durante la prima guerra mondiale quando fu nuovamente usato come magazzino militare, il tempio di S. Nicolò nel corso della seconda subì ancora danni al tetto, al campanile, al pavimento, ad alcuni altari e alle vetrate, quasi tutte distrutte, nel corso di due bombardamenti aerei che colpirono Treviso il 7 aprile e 27 dicembre 1944.
    Durante i due conflitti un certo numero di dipinti, asportati e custoditi in luoghi designati alla loro custodia dalle autorità civili e religiose, furono invece preservati con successo da possibili distruzioni o danneggiamenti.
    Fra il 1945 e il 1960 si procedette alla riparazione dei danni, al ripristino della funzione del tempio e finalmente all’asportazione della calce che ne copriva le pareti, riportando a vista il cotto che ne caratterizza oggi il caldo aspetto interno.

  7. #277
    Card. Richelieu
    visitatore

    Dal settimanale diocesano..

    «Don Roberto, santo della porta accanto»


    “Hanno ucciso il mio don Roberto”. “Non è possibile, non è possibile. Ora come faremo?”. “Non si può uccidere così una persona che ha fatto del bene a tutti”. C’è sgomento in piazza San Rocco a Como dove questa mattina, attorno alle 7, è stato ucciso don Roberto Malgesini, collaboratore della comunità pastorale Beato Scalabrini, prete degli ultimi.
    Don Roberto, 51 anni, come ogni mattina, aveva appena finito di caricare la macchina con i termos del latte e del thè, brioches, che sarebbero stati distribuiti da lì a pochi minuti ai senza tetto della città. Era questo che don Roberto faceva da anni grazie all’aiuto di un gruppo di volontari. Il suo quartier generale era la chiesa di San Rocco, zona di cerniera tra il centro e la periferia. E il suo popolo - italiani, stranieri, poveri e volontari - era ancora lì quando verso le 9.30 la salma è stata portata via verso l’ospedale Sant’Anna di Como. In molti non trattenevano le lacrime.L’autore del delitto, un senzatetto con problemi psichici, ha raggiunto subito la vicina caserma dei carabinieriper costituirsi: 53 anni, nazionalità tunisina, aveva cinque decreti di espulsione alle spalle e aveva più volte consumato nel centro d'accoglienza le colazioni preparate dal sacerdote. Alle forze dell'ordine non risultava che l'uomo fosse assistito per problemi di salute mentale.
    “È un altro don Renzo Beretta”, è stato il commento a caldo di don Giusto della Valle, sacerdote amico di don Roberto, anche lui particolarmente attivo nell’accoglienza agli ultimi. Il riferimento è al parroco di Pontechiasso ucciso nel 1999 in una situazione tristemente analoga. “Come disse in quell’occasione don Renzo Scapolo (altro sacerdote attivo nella carità) - conclude don Giusto - ora c’è un operaio in meno. Dobbiamo darci da fare”.Il sindaco di Como, Mario Landriscina, ha annunciato il lutto cittadino.Il Vescovo Cantoni: don Roberto e don Puglisi
    “Siamo umanamente colpiti dalla morte per assassinio di don Roberto Malgesini ma viviamo intensamente nella fede questo drammatico lutto nel giorno in cui celebriamo la memoria di Maria Addolorata, un giorno importante anche perché ricorre l’anniversario della morte di don Pino Puglisi”. Il pensiero del vescovo di Como, mons. Oscar Cantoni, corre a Palermo e ad un altro sacerdote ucciso per essere rimasto fino all’ultimo fedele alla sua missione.A poche ore dall’omicidio del sacerdote, collaboratore della Comunità pastorale Beato Scalabrini di Como, monsignor Cantoni ha aggiunto: “Sono convinto che don Roberto sia stato un Santo della porta accanto per la sua semplicità, per l’amorevolezza con cui è andato in contro a tutti, per la stima che ha ricevuto da tanta gente anche non credente o non cristiana, per l’aiuto fraterno e solidale che ha voluto dare a tutti a questa città che ha tanto bisogno di imparare la solidarietà perché questo è il nuovo nome della pace”. Il sacerdote era particolarmente attivo da anni nel prestare aiuto e sostegno ai più poveri, specie i senza dimora che trovavano la sua porta sempre aperta. In tanti si sono ritrovati questa mattina sul luogo del delitto.“Don Roberto - prosegue mons. Cantoni - ha svolto il suo ministero in una dimensione veramente pastorale si è donato a tutti perché mi ripeteva spesso ‘I poveri sono la vera carne di Cristo’. Il suo servizio era rivolto alle singole persone per poter far sperimentare la tenerezza di Dio che si piega e si china sulle persone bisognose”. Per fare questo, aggiunge il vescovo di Como, “non si è mai risparmiato, la sua è stata una vita che dona tutto”. Questo, prosegue mons. Cantoni, “lo si vede nella grande risonanza che ha avuto la sua morte tra i poveri, tra quelli per cui è stato davvero un padreۜ”.“Vi invito tutti - ha concluso il vescovo - a pregare. Con chi potrà, questa sera, ci ritroveremo in Cattedrale. Pregheremo per don Roberto, per la sua famiglia ma anche per colui che lo ha ucciso”.

  8. #278
    Card. Richelieu
    visitatore

    Intervista al Vescovo - Eletto

    Mons. Cevolotto: il distacco e la gioia

    Per gentile concessione dei colleghi del settimanale della diocesi di Treviso "La vita del popolo", pubblichiamo questa intervista al vescovo eletto mons. Cevolotto, in cui parla di come si sta preparando all'ordinazione episcopale e al passaggio dalla Chiesa trevigiana a quella di Piacenza-Bobbio.
    Nello studio c’è qualche spazio vuoto sulle pareti, qualche scatola per terra, un po’ di carte appoggiate sulle sedie e dei camici stirati (“Questo lo indosserò il 26” dice a suor Marialuisa, la fedele segretaria). Mons. Adriano Cevolotto, prossimo vescovo di Piacenza-Bobbio, a pochi giorni dall’ordinazione episcopale è immerso nei preparativi, pur continuando ad aiutare il Vescovo Michele negli impegni diocesani. “La prossima settimana staccherò un po’, andrò a fare gli Esercizi spirituali, per prepararmi nella preghiera” dice, accettando di raccontarci i sentimenti di questo tempo. “L’avvicinarsi dell’ordinazione rende più concreta la prospettiva - riflette -. Provo gioia per l’imminenza di questo momento di Grazia, ma anche consapevolezza che si accorcia il tempo sia per lasciare questa diocesi, che sento essere la mia casa, la mia famiglia, sia per partire. Mi sembra di intuire che cosa prova un «fidei donum» quando parte per un’altra Chiesa. Il senso del distacco, insieme alla gioia e all’attesa, con il desiderio di capire com’è la Chiesa che mi aspetta”.— Che cosa sente di lasciare a Treviso? Che cosa soprattutto le mancherà?
    Questi sono giorni di lavoro e di preparativi, ma anche giorni di incontri e saluti, con tante persone, famiglie, amici. C’è la consapevolezza che questo mondo di relazioni affettuose, costruite nel tempo, non potrà essere come prima. Non scompariranno, ma si trasformeranno. E poi so di lasciare una Chiesa molto conosciuta, nelle sue varie dimensioni, i preti, i religiosi e le religiose, tanti laici. Ma avverto la possibilità di creare nuove relazioni, nuovi legami.— Che cosa metterà come bagaglio nello zaino in direzione di Piacenza?
    Mi è stato suggerito, non solo dal Vescovo il giorno dell’annuncio, ma anche in questi giorni, di portare con me la mia umanità, le mie caratteristiche personali, che forse è qualcosa che il Signore mi ha donato e si è precisato in questo tempo. Sono convinto che la mia identità, le mie caratteristiche, mi sono state date con il mio dna, e allo stesso tempo sono maturate in famiglia, nel tempo della formazione, e soprattutto dentro il mio ministero. E questo è spendibile ovunque, perché è mio. Quello che posso portare non è tanto la presunzione di avere risposte a tutto, ma l’essermi giocato e aver servito in tante realtà diverse, che poi sono le realtà di una diocesi. In questo senso vado fiducioso, perché mi sembra di portare il mio patrimonio presbiterale, pastorale, l’aver vissuto dentro al campo educativo, formativo, alla dimensione diocesana, alla dimensione importante della carità, e insieme di aver vissuto e desiderato la vita pastorale ordinaria delle parrocchie. E poi ritengo esperienza preziosa il contatto diretto con la vita consacrata femminile, in particolare le Cooperatrici pastorali diocesane e le Discepole del Vangelo.I ricordi belli e quelli dolorosi
    — I momenti più belli, che ricorda con gioia e gratitudine?
    Sono moltissimi. Alcuni sono emersi in questo tempo, come l’esperienza di accompagnamento di alcuni preti o laici. Cito Davide Rossanese (giovane di Castelfranco, autore del libro “Io, atipica-mente down. Vivere con corpo lento e mente veloce”) perché la nostra amicizia ha avuto una certa risonanza, ma penso al rapporto con tanti altri ragazzi che partono da una condizione di marginalità o di limite e che è stato motivo di crescita, di scoperta per me, delle ricchezze e dei doni che sono in tutti. Paradossalmente è stata un’esperienza molto bella e insieme molto dolorosa l’accompagnamento di alcune persone alla morte, sia in parrocchia che in questi ultimi anni, come don Pierluigi Guidolin e don Piero Bordignon. È un’esperienza straordinaria di fede, in un percorso in cui l’altro si affida a te, per fare un cammino di fede dentro il dramma della malattia e della morte che sta per vivere. Da una parte è doloroso, ma avverti anche quanto sia motivo di Grazia sperimentare insieme a qualcun altro un passaggio così delicato.— E altre situazioni per le quali ha sofferto?
    Ricordo in particolare l’omicidio brutale di Jole Tassitani quando ero a Castelfranco. Una vicenda molto dolorosa, pesante emotivamente, psicologicamente e dal punto di vista della fede. La famiglia aveva bisogno di essere sostenuta, ma sentivo che il peso di quel momento coinvolgeva tutta la comunità, e contemporaneamente a me veniva chiesta una parola di speranza. E poi i preti che hanno lasciato il ministero o altre situazioni difficili nelle quali mi sono chiesto se si poteva, se potevo io, fare qualcosa di più. Ricordo la sofferenza per la morte tragica di un giovane prete, e poi le situazioni delicate da custodire.— Ha collaborato con quattro vescovi, un’esperienza importante per la sua vita. In che cosa questa vicinanza l’ha formata?
    Con tutti, in modo diverso, ho avuto un rapporto di vicinanza e condivisione. Aprirmi a un servizio come quello del Vescovo, aver avuto la possibilità di lavorare in maniera molto stretta con questi pastori, fa parte dei “patrimoni” che porto con me. Certo un conto è essere segretario, un conto rettore del Seminario o vicario generale. Sono ruoli di vicinanza e condivisione. Ho notato le differenze, le diversità di approccio. Ed è stato significativo veder arrivare un vescovo che era già vescovo e poi veder entrare in diocesi un vescovo che non era già stato vescovo. Ho maturato la convinzione che l’identità episcopale te la devi costruire nel tuo percorso e nella tua esperienza. Ho provato e proverò ad attingere all’esemplarità di tutti, allo stesso tempo mi rendo conto che dovrò fare la mia strada. Quello che mi porto dentro sono le declinazioni diverse di questa carità pastorale del Vescovo.Ai giovani testimoniamo la bellezza della nostra vocazione?
    — Da rettore del Seminario ha avuto particolarmente a cuore la ricerca vocazionale dei giovani. Che cosa direbbe oggi a un giovane o a una giovane che desidera realizzare la propria vita?
    Per dei giovani che si aprono alla domanda vocazionale oggi non è un momento facile. Quando ero rettore dicevo ai seminaristi e agli educatori che li ammiravo perché ai miei tempi preparavamo gli incontri per i ragazzi e li trovavamo disponibili, aperti. Oggi, con tutto lo sforzo che si mette nell’animazione vocazionale, i risultati sono molto incerti. L’approdo di una vocazione è meno sicuro rispetto a 30-40 anni fa. Eppure c’è una ricchezza e una pienezza di vita che è data anche in questo momento storico. E questo non riguarda solo i sacerdoti. Anche nell’esperienza matrimoniale a volte prevale il senso della fatica, del fallimento. La delicatezza di questo tempo è il fatto che la vocazione matura nel momento in cui tu vedi una meta, un esempio, qualcuno che ti testimonia la bellezza di quella scelta di vita.Prima di fare un appello ai ragazzi, mi viene da chiedere a noi adulti, a noi preti e consacrati se siamo veramente felici della nostra vocazione. Forse questo è il primo modo di parlare ai nostri ragazzi, di affascinarli. Se ci vedono tristi, lamentosi o rivendicativi, credo che non li aiutiamo. Per quanto mi riguarda spero di poter dire con la mia vita che davvero il Signore non ti priva di qualcosa, ma ti dona tanto. Quello che sono è frutto di un cammino di sequela e di grazia, che il Signore mi ha chiesto ma anche mi ha permesso di fare. Mi piacerebbe riuscire a convincere che ci si può fidare del Signore. Dovremmo suscitare desideri belli, grandi, come fece con me padre Vittorio, del Pime, che venne a parlarci dell’Amazzonia. Sarei partito il giorno dopo, anche se avevo 10 anni! Poi, invece che nel Seminario del Pime, sono entrato in quello diocesano. E direi anche ai genitori e agli educatori di sostenere i giovani nella fatica di raggiungere queste mete importanti.— Quale augurio sente di fare alla diocesi di Treviso?
    Sono convinto che la nostra diocesi abbia molte risorse, a diversi livelli. A volte mi sembra che ci sottostimiamo. È giusto non accontentarsi, ma è giusto crescere nella consapevolezza del cammino fatto, dei doni che ci sono, di quello a cui il Signore ci sta chiamando, in questo passaggio, con la nostra storia e le nostre risorse. C’è un presbiterio ricco, che ha a cuore la formazione, la condivisione di vita, che esprime una passione per questo tempo. Certo ci sono le fatiche, ma dovremmo guardare anche alle potenzialità che sono in atto, cercando di non perdere per strada nessuno. Anche il laicato trevigiano ha molte belle risorse. Porto con me anche l’esperienza della Collaborazione pastorale, che è un modo diverso di pensarsi e di collaborare tra preti e laici che ha portato a dei passaggi importanti, a delle belle novità, soprattutto a livello ecclesiale.

  9. #279
    Card. Richelieu
    visitatore

    Dalla Diocesi..

    Traccia per una Veglia di preghiera in vista dell'ordinazione

    Si avvicina l'ordinazione episcopale di mons. Adriano Cevolotto: si terrà sabato 26 settembre alle ore 10 nel tempio di San Nicolò a Treviso. Presiede la celebrazione mons. Michele Tomasi, alla guida della diocesi trevigiana. Co-consacranti saranno mons. Gianni Ambrosio, amministratore apostolico della diocesi di Piacenza-Bobbio, e l’arcivescovo di Modena mons. Erio Castellucci. Si potrò seguire la celebrazione in diretta su Telepace e sul sito della diocesi www.diocesipiancenzabobbio.org.In preparazione a questo importante momento, l’ufficio liturgico diocesano mette a disposizione uno schema (clicca qui per l'allegato) per organizzare una veglia di preghiera nelle comunità pastorali. La veglia è proposta per i giorni che precedono l’ordinazione, tuttavia può essere adattata anche per il tempo che precede l’ingresso del Vescovo in diocesi, l'11 ottobre.

  10. #280
    Card. Richelieu
    visitatore

    Dalla Diocesi..

    Il 27 settembre il saluto di mons. Ambrosio alla diocesi


    Domenica 27 settembre mons. Gianni Ambrosio, che dal febbraio 2008 ha guidato la Chiesa piacentina-bobbiese, saluterà la diocesi con una celebrazione nella Cattedrale di Piacenza alle ore 16.30.
    L’iniziativa è stata presentata dal vicario generale mons. Luigi Chiesa nel corso della conferenza stampa di oggi, 16 settembre, nel salone degli affreschi di Palazzo Vescovile
    a Piacenza (nella foto sotto).
    La celebrazione, che si svolgerà nel rispetto delle norme sanitarie anti-Covid, avviene nel giorno di Santa Giustina, compatrona della città di Piacenza e della Chiesa piacentina-bobbiese e sarà trasmessa in diretta su www.piacenzadiocesi.tv.

    All’interno della Cattedrale potranno accedere con pass gratuito 350 persone oltre alle autorità, ai seminaristi e ai sacerdoti che si sono prenotati alla Segreteria pastorale diocesana.
    Il biglietto gratuito, di colore rosso, andrà richiesto e ritirato alla Portineria della Curia vescovile a partire dal 17 settembre (orari: dal lunedì al venerdì dalle ore 9 alle 12; tel. 0523.308311) fornendo il proprio nominativo e il recapito telefonico. L’accesso in Duomo sarà possibile a partire dalle ore 15.
    L’accesso alla Cattedrale avverrà dalle porte sul sagrato; per i disabili dalla rampa del cortile della Curia. Le autorità entreranno dall’ingresso di via Vescovado.
    All’accesso, consentito con mascherina, sarà rilevata la temperatura.

    I diaconi e i presbiteri, eccetto i Vicari episcopali e il Capitolo della Cattedrale, prenderanno posto direttamente in presbiterio portando camice e stola rossa.
    Nei chiostri del Duomo verrà allestito un maxischermo con 150 posti a sedere; vi si potrà accedere con un pass di colore bianco da richiedere sempre alla Portineria della Curia vescovile.
    All’esterno della Cattedrale verrà allestito un punto medico.
    Animerà la celebrazione il coro della Cattedrale diretto dal maestro Simone Fermi; all’organo, Federico Perotti.
    Mons. Ambrosio utilizzerà nella celebrazione il pastorale argenteo donato dalla diocesi all’inizio del suo ministero episcopale e indosserà la Croce pettorale in argento realizzata sulla forma dell’antico crocifisso della basilica di San Savino anch’essa donatagli dalla diocesi in occasione del decimo anniversario del suo episcopato.
    Al termine, dopo la comunione, un laico rivolgerà un saluto di ringraziamento al Vescovo a nome della diocesi. Anche il sindaco di Piacenza e presidente della Provincia avv. Patrizia Barbieri rivolgerà a mons. Ambrosio il proprio saluto a nome della cittadinanza.

    Al Vescovo verrà consegnato come dono simbolico un quadro con una riproduzione in argento della Cattedrale e del vicino Palazzo vescovile.
    Conclusa la messa, mons. Ambrosio porterà il suo saluto ai fedeli radunati nei chiostri della Cattedrale.

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
>