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Discussione: Omelie, discorsi e messaggi di Papa Francesco - ANNO 2021

  1. #141
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    PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 12 dicembre 2021


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Il Vangelo della Liturgia di oggi, terza domenica di Avvento, ci presenta vari gruppi di persone – le folle, i pubblicani e i soldati – che sono toccati dalla predicazione di Giovanni Battista e allora gli chiedono: «Che cosa dobbiamo fare?» (Lc 3,10). Che cosa dobbiamo fare? Questa è la domanda che fanno. Fermiamoci un po’ su questo interrogativo.

    Esso non parte da un senso del dovere. Piuttosto, è il cuore toccato dal Signore, è l’entusiasmo per la sua venuta che porta a dire: cosa dobbiamo fare? Giovanni dice: “Il Signore è vicino” - “Che cosa dobbiamo fare?”. Facciamo un esempio: pensiamo che una persona cara stia venendo a trovarci. Noi la aspettiamo con gioia, con impazienza. Per accoglierla come si deve puliremo la casa, prepareremo il pranzo migliore possibile, magari un regalo… Insomma, ci daremo da fare. Così è con il Signore, la gioia per la sua venuta ci fa dire: che cosa dobbiamo fare? Ma Dio eleva questa domanda al livello più alto: cosa fare della mia vita? A cosa sono chiamato? Che cosa mi realizza?

    Nel suggerirci questo interrogativo, il Vangelo ci ricorda una cosa importante: la vita ha un compito per noi. La vita non è senza senso, non è affidata al caso. No! È un dono che il Signore ci consegna dicendoci: scopri chi sei, e datti da fare per realizzare il sogno che è la tua vita! Ciascuno di noi – non dimentichiamolo – è una missione da realizzare. Allora, non abbiamo paura di chiedere al Signore: che cosa devo fare? Ripetiamogli spesso questa domanda. Essa ritorna anche nella Bibbia: negli Atti degli Apostoli alcune persone, ascoltando Pietro che annunciava la risurrezione di Gesù, «si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare?”»(2,37). Chiediamocelo anche noi: che cosa è bene fare per me e per i fratelli? Come posso contribuire al bene della Chiesa, al bene della società? Il Tempo di Avvento serve a questo: a fermarsi e chiedersi come preparare il Natale. Siamo indaffarati da tanti preparativi, regali e cose che passano, ma chiediamoci che cosa fare per Gesù e per gli altri! Che cosa dobbiamo fare?

    Alla domanda “che cosa dobbiamo fare?”, nel Vangelo seguono le risposte di Giovanni Battista, che sono diverse per ogni gruppo. Giovanni, infatti, raccomanda a chi ha due tuniche di condividere con chi non ne ha; ai pubblicani, che riscuotono le tasse, dice: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato» (Lc 3,13); e ai soldati: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno» (v. 14). A ciascuno è rivolta una parola specifica, che riguarda la situazione reale della sua vita. Questo ci offre un insegnamento prezioso: la fede si incarna nella vita concreta. Non è una teoria astratta. La fede non è una teoria astratta, una teoria generalizzata, no, la fede tocca la carne e trasforma la vita di ciascuno. Pensiamo alla concretezza della nostra fede nostra. Io, la mia fede: è una cosa astratta o è concreta? La porto avanti nel servizio agli altri, nell’aiuto?

    E allora, in conclusione, chiediamoci: che cosa posso fare concretamente? In questi giorni, mentre siamo vicini al Natale. Come posso fare la mia parte? Prendiamo un impegno concreto, anche piccolo, che si adatti alla nostra situazione di vita, e portiamolo avanti per prepararci a questo Natale. Ad esempio: posso telefonare a quella persona sola, visitare quell’anziano o quel malato, fare qualcosa per servire un povero, un bisognoso. Ancora: forse ho un perdono da chiedere o un perdono da dare, una situazione da chiarire, un debito da saldare. Magari ho trascurato la preghiera e dopo tanto tempo è ora di accostarmi al perdono del Signore. Fratelli e sorelle, troviamo una cosa concreta e facciamola! Ci aiuti la Madonna, nel cui grembo Dio si è fatto carne.

    ___________________________________

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle!

    Desidero assicurare la mia preghiera per la cara Ucraina, per tutte le sue Chiese e comunità religiose e per tutto il suo popolo, perché le tensioni intorno ad essa siano risolte attraverso un serio dialogo internazionale e non con le armi. A me addolora tanto la statistica che ho letto, l’ultima: in quest’anno sono state fatte più armi dell’anno scorso. Le armi non sono la strada. Che questo Natale del Signore porti all’Ucraina la pace!

    E prego anche per le vittime del tornado che ha colpito il Kentucky e altre zone degli Stati Uniti d’America.

    Adesso, permettetemi, passo allo spagnolo.

    Saludo con afecto a las comunidades de todo el continente americano y de las Filipinas - ¡cuántas banderas de Países americanos! -, que se han reunido aquí en la Plaza de San Pedro a rezar el Rosario para honrar a la Virgen de Guadalupe, y para consagrarse a ella. ¡Los felicito! Felicito a ustedes que con este gesto se han unido a quienes desde Alaska hasta la Patagonia festejan a Santa María de Guadalupe, Madre del verdadero Dios por quien se vive, cada 12 de diciembre.

    La Virgen de Guadalupe y San Juan Diego nos enseñan siempre a caminar juntos, desde las periferias hasta el centro, en comunión con los sucesores de los Apóstoles, que son los obispos, para así ser Buena Noticia para todos. Esta experiencia debe repetirse una y otra vez; de este modo, Dios que es comunión, animará la conversión y la renovación de la Iglesia y de la sociedad que tanto necesitamos en las Américas - la situación de tantos Países americanos es muy triste -, y también necesitamos en el mundo.

    Me alegra que con actos de fe y de testimonio público como el que ustedes han realizado hoy comencemos a preparar el Jubileo Guadalupano del 2031 y el Jubileo de la Redención del 2033 – tenemos que mirar adelante siempre.

    Todos juntos: ¡Viva la Virgen de Guadalupe!

    Rivolgo anche i miei auguri a Caritas Internationalis, che compie 70 anni. È ragazzina! Deve crescere e fortificarsi di più! Caritas è in tutto il mondo la mano amorevole della Chiesa per i poveri e i più vulnerabili, nei quali è presente Cristo. Vi invito a portare avanti il vostro servizio con umiltà e con creatività, per raggiungere i più emarginati e favorire lo sviluppo integrale come antidoto alla cultura dello scarto e dell’indifferenza. In particolare, incoraggio la vostra campagna globale Insieme Noi (Together We), fondata sulla forza delle comunità nel promuovere la cura del creato e dei poveri. Le ferite inferte alla nostra casa comune hanno effetti drammatici sugli ultimi, ma le comunità possono contribuire alla necessaria conversione ecologica. Per questo invito ad aderire alla campagna di Caritas Internationalis! E voi, cari amici di Caritas Internationalis, continuate il vostro lavoro di snellire l’organizzazione, perché i soldi non vadano all’organizzazione ma ai poveri. Snellite bene questa organizzazione.

    E saluto tutti voi, romani e pellegrini; specialmente voi, ragazzi e ragazze che siete venuti con i vostri Bambinelli per ricevere la benedizione. Alla fine darò la benedizione a tutti i bambinelli. Ringrazio il Centro Oratori Romani, e vi chiedo di portare i miei auguri di buon Natale ai vostri nonni e a tutti i vostri cari.

    Saluto i fedeli di Leiria (Portogallo) e quelli della parrocchia San Luigi Gonzaga in Roma. Saluto i bambini di Civitavecchia che si preparano alla Prima Comunione e i ragazzi romani di Santa Maria Stella dell’Evangelizzazione che fanno il cammino per la Cresima. Saluto gli Scout Adulti da Rimini e San Marino-Montefeltro; il gruppo di lavoratori della scuola da Sondrio; come pure i cittadini dei villaggi ardeatini, che incoraggio a impegnarsi con il dialogo per la cura del loro territorio. Saluto anche il gruppo di Senigallia, nelle Marche.

    E a tutti voi auguro una buona domenica. Salutiamo un’altra volta la Madonna di Guadalupe: “¡Viva la Virgen de Guadalupe!”. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


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  2. #142
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    ALL'ISTITUTO SERAFICO DI ASSISI


    Aula Paolo VI
    Lunedì, 13 dicembre 2021


    Carissimi fratelli e sorelle!

    Grazie per questa visita, con la quale avete voluto ricambiare quella che vi feci nel 2013 in occasione del mio primo pellegrinaggio ad Assisi. E avete scelto di venire in questo 150° anniversario della fondazione dell’Istituto Serafico da parte di San Ludovico da Casoria. Mi unisco alla vostra gioia e alla vostra festa.

    Un abbraccio innanzitutto ai ragazzi: quelli che hanno potuto affrontare il viaggio e quelli che sono rimasti a casa. Sono essi il centro della vostra missione. Insieme con loro accolgo quanti li accompagnano nelle più diverse mansioni, ma anche quanti offrono un sostegno cordiale a questa grande opera, dalle famiglie dei ragazzi stessi alle istituzioni. Saluto il Vescovo Mons. Domenico Sorrentino – instancabile, va dappertutto: continua così Domenico! Ringrazio la Presidente Francesca Di Maolo per le parole che mi ha rivolto. Saluto la rappresentanza dell’Istituto Casoria affidato alle figlie spirituali di San Ludovico, le Suore Francescane Elisabettine Bigie. È bello che i due Istituti, pur distinti, camminino guidati dalla stessa ispirazione ideale.

    Ricordo bene l’ora che trascorsi con voi ad Assisi. Ero venuto a mettermi sulle orme del Santo di cui ho preso il nome. L’incontro con i vostri ragazzi, che salutai uno per uno, mi fece rivivere, in qualche modo, quell’abbraccio agli ultimi che caratterizzò la vita di San Francesco. Egli si fece povero, sull’esempio di Gesù, per stare pienamente dalla parte degli ultimi. Il suo abbraccio a un lebbroso racchiude il senso di tutta la sua vita. Nel Testamento dice che proprio con quell’abbraccio cominciò la sua conversione. In quelle persone malate ed emarginate vide Gesù. Si chinò sulle loro piaghe. Li mise al centro dell’attenzione della società, anche allora tentata di quella “cultura dello scarto” che fa concentrare la ricchezza nelle mani di pochi, mentre tanti restano ai margini, percepiti come un peso, a stento degnati di un’elemosina.

    San Ludovico da Casoria, da vero francescano, aveva assimilato il messaggio del Padre Serafico. Nella sua carità creativa e generosa, non ci pensò due volte quando, in un pellegrinaggio ad Assisi, pregando davanti al Crocifisso, ne ascoltò la voce che, con un triplice “sì”, gli confermava l’ispirazione di fondare un istituto dedicato a ciechi e sordomuti, categorie a quel tempo prive del necessario sostegno sociale. Da allora l’Istituto Serafico ha fatto grandi passi, crescendo nella sua offerta di servizi fino ad accogliere ragazzi in stato di grave e multipla disabilità, e si è distinto per la professionalità con cui svolge la sua missione, riscuotendo un meritato plauso dalla stessa comunità scientifica.

    La cosa più importante è lo spirito con cui tutti voi vi dedicate a questa missione. Per voi è chiaro, come dovrebbe esserlo per tutti, che ogni persona umana è preziosa, ha un valore che non dipende da quello che ha o dalle sue abilità, ma dal semplice fatto che è persona, immagine di Dio. Se la disabilità o la malattia rendono la vita più difficile, questa non è meno degna di essere vissuta, e vissuta fino in fondo. Del resto, chi di noi non ha dei limiti, e non va incontro, prima o poi, a delle limitazioni anche gravi? È importante guardare al disabile come a uno di noi, che deve stare al centro della nostra cura e della nostra premura, e anche al centro dell’attenzione di tutti e della politica. È un obiettivo di civiltà. Adottando questo principio, ci si accorge che la persona con disabilità non solo riceve, ma dà. Prendersene cura non è un gesto a senso unico, ma uno scambio di doni. Noi cristiani troviamo nel Vangelo dell’amore – penso alla parabola del buon Samaritano –, un motivo in più per tutto questo. Ma il principio vale per tutti, inscritto com’è nella coscienza, che ci fa sentire la nostra condizione di unità tra tutti gli esseri umani. Siamo davvero legati da un vincolo di fraternità, come ho ribadito nell’Enciclica Fratelli tutti, che ho voluto firmare ad Assisi.

    Occorre pertanto che di questo principio si prenda piena coscienza e se ne sviluppino le conseguenze, anche quando si tratta di distribuire la ricchezza comune, perché non capiti che proprio chi ha più bisogno di soccorso ne resti privo.

    Penso a tante strutture che svolgono, come voi, questo servizio, e talvolta fanno fatica a sopravvivere o a rendere al meglio le loro prestazioni. Certamente non si può pretendere tutto dagli organi pubblici. È necessaria la solidarietà di tante persone, come avviene per i vostri benefattori. Il Signore li benedica per il loro buon cuore. Ma lo Stato e la pubblica amministrazione devono fare la loro parte. Non si possono lasciare sole tante famiglie costrette a lottare per sostenere dei ragazzi in difficoltà, con la grande preoccupazione del futuro che li attende quando non potranno più seguirli.

    Tanti genitori trovano nella vostra struttura una nuova famiglia per i loro figli. Questo è bello! Alcuni di essi sono qui presenti. Il “Serafico” li sente parte integrante della sua comunità, ed essi sono felici di sperimentare che i servizi dell’Istituto non si riducono all’assistenza professionale, ma assicurano a ciascuno un’attenzione personalizzata, attenta, premurosa. La logica del “Serafico” è l’amore, quello che si impara dal Vangelo alla scuola di San Francesco e di San Ludovico; l’amore che sa leggere negli occhi o nei gesti, anticipa i desideri, non si arrende di fronte alle fatiche, trova ogni giorno la forza di ricominciare, e gioisce di ogni pur minimo progresso della persona assistita. La vita è sempre bella, anche con poche risorse. Talvolta sa sorprendere. So che i vostri ragazzi sanno fare tante cose, diventando piccoli artisti di teatro, di radio o di pittura. Un loro sorriso ripaga di ogni fatica.

    In questo periodo di pandemia avete avuto momenti difficili. Ma il fatto stesso che abbiate organizzato anche con un buon gruppo dei vostri ragazzi – e immagino la difficoltà – un viaggio fino a Roma, mi dà la misura del vostro impegno e del vostro entusiasmo.

    Ho saputo che in questi anni l’iniziativa che allora mi avevate annunciato, di fare della vostra Cappella un luogo di adorazione eucaristica permanente, è andata avanti, fino a che l’emergenza Covid non l’ha sospesa. Adorare Gesù nell’Eucaristia e “ascoltare” le sue piaghe nei più deboli, come vi dissi nel 2013, è diventato il vostro programma. Grazie!

    Nel vostro Istituto si è anche sviluppata una scuola socio-politica, per stimolare la società a ripensarsi a partire dagli ultimi. Questa scuola si inserisce bene nel quadro dell’iniziativa Economy of Francesco, contribuendo a rinnovare l’economia nella giustizia e nella solidarietà.

    Cari fratelli e sorelle, andate avanti, sulle orme dei Santi. Che il vostro lavoro abbia sempre il sapore e la letizia della missione. Ogni sorriso dei vostri ragazzi sarà per voi il sorriso di Dio. Vi benedico di cuore e vi chiedo di pregare per me. Grazie.


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  3. #143
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    UDIENZA GENERALE

    Aula Paolo VI
    Mercoledì, 15 dicembre 2021


    Catechesi su San Giuseppe: 4. San Giuseppe uomo del silenzio

    Cari fratelli e care sorelle, buongiorno!

    Continuiamo il nostro cammino di riflessione su San Giuseppe. Dopo aver illustrato l’ambiente in cui è vissuto, il suo ruolo nella storia della salvezza e il suo essere giusto e sposo di Maria, oggi vorrei prendere in esame un altro aspetto importante della sua figura: il silenzio. Tante volte oggi ci vuole il silenzio. Il silenzio è importante, a me colpisce un versetto del Libro della Sapienza che è stato letto pensando al Natale e dice: “Quando la notte era nel più profondo silenzio, lì la tua parola è discesa sulla terra”. Il momento di più silenzio Dio si è manifestato. E’ importante pensare al silenzio in quest’epoca che esso sembra non abbia tanto valore.

    I Vangeli non ci riportano nessuna parola di Giuseppe di Nazaret, niente, non ha mai parlato. Ciò non significa che egli fosse taciturno, no, c’è un motivo più profondo. Con questo suo silenzio, Giuseppe conferma quello che scrive Sant’Agostino: «Nella misura in cui cresce in noi la Parola – il Verbo fatto uomo – diminuiscono le parole». [1] Nella misura che Gesù - la vita spirituale - cresce, le parole diminuiscono. Questo che possiamo definire il “pappagallismo” parlare come pappagalli, continuamente, diminuisce un po’. Lo stesso Giovanni Battista, che è «la voce che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore”» ( Mt 3,1), dice nei confronti del Verbo: «Egli deve crescere e io devo diminuire» ( Gv 3,30). Questo vuol dire che Lui deve parlare e io stare zitto e Giuseppe con il suo silenzio ci invita a lasciare spazio alla Presenza della Parola fatta carne, a Gesù.

    Il silenzio di Giuseppe non è mutismo; è un silenzio pieno di ascolto, un silenzio operoso, un silenzio che fa emergere la sua grande interiorità. «Una parola pronunciò il Padre, e fu suo Figlio – commenta San Giovanni della Croce, – ed essa parla sempre in eterno silenzio, e nel silenzio deve essere ascoltata dall’anima». [2]

    Gesù è cresciuto a questa “scuola”, nella casa di Nazaret, con l’esempio quotidiano di Maria e Giuseppe. E non meraviglia il fatto che Lui stesso, cercherà spazi di silenzio nelle sue giornate (cfr Mt 14,23) e inviterà i suoi discepoli a fare tale esperienza per esempio: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’» (Mc 6,31).

    Come sarebbe bello se ognuno di noi, sull’esempio di San Giuseppe, riuscisse a recuperare questa dimensione contemplativa della vita spalancata proprio dal silenzio. Ma tutti noi sappiamo per esperienza che non è facile: il silenzio un po’ ci spaventa, perché ci chiede di entrare dentro noi stessi e di incontrare la parte più vera di noi. E tanta gente ha paura del silenzio, deve parlare, parlare, parlare o ascoltare, radio, televisione …, ma il silenzio non può accettarlo perché ha paura. Il filosofo Pascal osservava che «tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa sola: dal non saper restare tranquilli in una camera». [3]

    Cari fratelli e sorelle, impariamo da San Giuseppe a coltivare spazi di silenzio, in cui possa emergere un’altra Parola cioè Gesù, la Parola: quella dello Spirito Santo che abita in noi e che porta Gesù. Non è facile riconoscere questa Voce, che molto spesso è confusa insieme alle mille voci di preoccupazioni, tentazioni, desideri, speranze che ci abitano; ma senza questo allenamento che viene proprio dalla pratica del silenzio, può ammalarsi anche il nostro parlare. Senza la pratica del silenzio si ammala il nostro parlare. Esso, invece di far splendere la verità, può diventare un’arma pericolosa. Infatti le nostre parole possono diventare adulazione, vanagloria, bugia, maldicenza, calunnia. È un dato di esperienza che, come ci ricorda il Libro del Siracide, «ne uccide più la lingua che la spada» (28,18). Gesù lo ha detto chiaramente: chi parla male del fratello e della sorella, chi calunnia il prossimo, è omicida (cfr Mt 5,21-22). Uccide con la lingua. Noi non crediamo a questo ma è la verità. Pensiamo un po’ alle volte che abbiamo ucciso con la lingua, ci vergogneremmo! Ma ci farà tanto bene, tanto bene.

    La sapienza biblica afferma che «morte e vita sono in potere della lingua: chi ne fa buon uso, ne mangerà i frutti» (Pr 18,21). E l’apostolo Giacomo, nella sua Lettera, sviluppa questo antico tema del potere, positivo e negativo, della parola con esempi folgoranti e dice così: «Se uno non sbaglia nel parlare, è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. […] anche la lingua è un piccolo membro, eppure si vanta di grandi cose. […] Con essa benediciamo il Signore e Padre; e con essa malediciamo gli uomini, che sono fatti a somiglianza di Dio. Dalla medesima bocca escono benedizioni e maledizioni” (3,2-10).

    Questo è il motivo per cui dobbiamo imparare da Giuseppe a coltivare il silenzio: quello spazio di interiorità nelle nostre giornate in cui diamo la possibilità allo Spirito di rigenerarci, di consolarci, di correggerci. Non dico di cadere in un mutismo, no, ma di coltivare il silenzio. Ognuno guardi dentro a se stesso: tante volte stiamo facendo un lavoro e quando finiamo subito cerchiamo il telefonino per fare un’altra cosa, sempre stiamo così. E questo non aiuta, questo ci fa scivolare nella superficialità. La profondità del cuore cresce col silenzio, silenzio che non è mutismo, come ho detto, ma che lascia spazio alla saggezza, alla riflessione e allo Spirito Santo. Noi a volte abbiamo paura dei momenti di silenzio, ma non dobbiamo avere paura! Ci farà tanto bene il silenzio. E il beneficio del cuore che ne avremo guarirà anche la nostra lingua, le nostre parole e soprattutto le nostre scelte. Infatti Giuseppe ha unito al silenzio l’azione. Egli non ha parlato, ma ha fatto, e ci ha mostrato così quello che un giorno Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). Parole feconde quando parliamo e noi abbiamo il ricordo di quella canzone “Parole, parole, parole…” e niente di sostanziale. Silenzio, parlare giusto, qualche volta mordersi un po’ la lingua, che fa bene, invece di dire stupidaggini.

    Concludiamo con una preghiera:

    San Giuseppe, uomo del silenzio,
    tu che nel Vangelo non hai pronunciato nessuna parola,
    insegnaci a digiunare dalle parole vane,
    a riscoprire il valore delle parole che edificano, incoraggiano, consolano, sostengono.
    Fatti vicino a coloro che soffrono a causa delle parole che feriscono,
    come le calunnie e le maldicenze,
    e aiutaci a unire sempre alle parole i fatti. Amen.

    _______________________________________

    [1] Discorso 288, 5: PL 38, 1307.

    [2] Dichos de luz y amor, BAC, Madrid, 417, n. 99.

    [3] Pensieri, 139.

    ________________________________________

    Saluti

    Je salue cordialement les personnes de langue française. Frères et sœurs, les yeux tournés vers la grotte de Bethlehem où Joseph et Marie, dans le silence, attendent avec amour la naissance de l’enfant Jésus, apprenons à mettre fin à nos silences complices et aux paroles qui portent atteinte à la charité, pour être proches de ceux qui souffrent et qui ont besoin d’être accueillis, reconnus, protégés et aimés. Que Dieu vous bénisse !

    [Saluto cordialmente le persone di lingua francese. Fratelli e sorelle, con gli occhi rivolti verso la grotta di Betlemme dove Giuseppe e Maria, nel silenzio, attendono con amore la nascita del bambino Gesù, impariamo a porre fine ai nostri silenzi complici e alle parole che attentano alla carità, per stare vicini a coloro che soffrono e che hanno bisogno di essere accolti, riconosciuti, protetti e amati. Dio vi benedica!]

    Saluto i pellegrini di lingua inglese, specialmente i gruppi provenienti da Nigeria e Stati Uniti d’America. A ciascuno di voi e alle vostre famiglie giunga l’augurio di un fecondo cammino attraverso gli ultimi giorni di Avvento, per prepararci ad accogliere la nascita del Bambino Gesù, il Salvatore del mondo. Dio vi benedica!

    [I greet the English-speaking pilgrims and visitors, especially the groups from Nigeria and the United States of America. I pray that each of you, and your families, may experience these final days of Advent as a fruitful preparation for the coming of the newborn Saviour of the world. May God bless you!]

    Ich grüße die Gläubigen deutscher Sprache. Orientieren wir uns in dieser verbleibenden Adventszeit am heiligen Josef. Versuchen wir eine Haltung der Stille und des Hörens einzunehmen, damit wir empfänglich sind für das Ewige Wort des Vaters, seinen menschgewordenen Sohn Jesus Christus.

    [Saluto i fedeli di lingua tedesca. In questi ultimi giorni dell’Avvento, imitiamo l’esempio di San Giuseppe. Cerchiamo di adottare un atteggiamento di silenzio e di ascolto, per essere pronti a ricevere la Parola eterna del Padre, il suo Figlio incarnato, Gesù Cristo.]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Pidamos al Señor Jesús, por intercesión de san José, que nos libre de los pecados de la lengua, el odio, la calumnia, a difamación, y nos conceda la gracia de que nuestras obras coincidan con nuestro hablar, y que seamos ante los demás testigos alegres y creíbles del amor misericordioso de Dios por toda la humanidad. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

    Caros irmãos e irmãs de língua portuguesa: nos aproximamos do Natal. Como São José, convido-vos a contemplar no silêncio o mistério da Palavra Eterna de Deus feita homem por nós e pela nossa salvação. Na nossa pobreza, Deus veio a nós. Desça sobre todos vós a Sua bênção!

    [Cari fratelli e sorelle di lingua portoghese: Ci avviciniamo al Natale. Come San Giuseppe, vi invito a contemplare nel silenzio il mistero della Parola Eterna di Dio fatta uomo per noi e per la nostra salvezza. Nella nostra povertà, Dio è venuto a noi. Scenda su tutti voi la Sua benedizione!]

    […].

    [Saluto i fedeli di lingua araba. Chiediamo a San Giuseppe, uomo del silenzio, che nel Vangelo non ha pronunciato nessuna parola, di insegnarci a digiunare dalle parole vane e a riscoprire il valore delle parole che edificano, incoraggiano, consolano e sostengono. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]

    […].

    [Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Il tempo dell’Avvento ci conduce a Betlemme, alla mangiatoia, all’incontro con la Santa Famiglia in attesa della nascita di Gesù. Oggi guardiamo la figura di San Giuseppe, il suo silenzio e la sua contemplazione. Domandiamo a Lui di insegnarci come nel complicato mondo odierno, in mezzo alle preoccupazioni e in mezzo alla fretta, coltivare il silenzio e la preghiera può aiutarci ad ascoltare meglio la voce di Dio. Vi benedico di cuore.]

    ________________________________________

    APPELLO

    Nelle scorse ore è avvenuta una devastante esplosione a Cap-Haïtien, nel nord di Haiti, nella quale hanno perso la vita numerose persone, tra cui molti bambini. Povero Haiti, una dietro l’altra, è un popolo in sofferenza. Preghiamo, preghiamo per Haiti, è gente buona, gente brava, gente religiosa ma sta soffrendo tanto. Sono vicino agli abitanti di quella città e ai familiari delle vittime, come pure ai feriti. Vi invito a unirvi alla preghiera per questi nostri fratelli e sorelle, così duramente provati.

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli della parrocchia di Santa Maria del Popolo in Surbo (Lecce), i calciatori della Nazionale Old Italia di Roma e i componenti dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Arezzo. Sono lieto di accogliere gli alunni della scuola Bartolena di Livorno, accompagnati dagli insegnanti e da varie Autorità: cari ragazzi, vi ringrazio della vostra visita e vi incoraggio a coltivare i valori della solidarietà e del dialogo fraterno fra voi.

    Il mio pensiero va infine in modo speciale agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli. Cari anziani e ammalati, grazie per il vostro esempio, prego perché portiate la vostra croce con la pazienza mite e docile di San Giuseppe. Cari giovani, vi invito a guardare San Giuseppe come guida per i sogni della vostra giovinezza, il custode dei sogni. Cari sposi, possiate trovare nella santa Famiglia di Nazaret le virtù e la serenità per il vostro cammino di vita. A tutti la mia Benedizione.


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  4. #144
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    SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AGLI ARTISTI DEL CONCERTO DI NATALE 2021


    Auletta dell'Aula Paolo VI
    Mercoledì, 15 dicembre 2021


    Cari amici, buongiorno e benvenuti!

    Io chiederei al Cardinal Versaldi di non fare trasmettere queste parole al concerto: il concerto è arte, questo non ha niente a che vedere; che l’arte si esprima da sé stessa.

    Sono contento di potervi salutare prima del Concerto di Natale, che sarà domani sera. Grazie, grazie tante.

    Il Natale ci invita a fissare lo sguardo sull’evento che ha portato nel mondo la tenerezza di Dio – una parola che sottolineo, tenerezza, ci manca tanto – e così ha suscitato e continua a suscitare gioia e speranza. Tenerezza, gioia, speranza: sentimenti e atteggiamenti che anche voi artisti sapete ravvivare e diffondere con i vostri talenti. Grazie.

    La tenerezza nasce dall’amore, è come il linguaggio dall’amore. Quando tu ami un bambino, lo accarezzi, quando tu ami la tua fidanzata la accarezzi, il tuo fidanzato lo accarezzi. Nasce dall’amore. Il gesto dell’amore è il più semplice. Nel presepe vediamo l’amore di una madre che abbraccia il bimbo appena nato, l’amore di un padre che custodisce e difende la propria famiglia; vediamo pastori che si commuovono davanti a un neonato, angeli che fanno festa per la venuta del Signore… Tutto è permeato dal senso di stupore e di amore che porta alla tenerezza. Voglio ripeterlo: il linguaggio di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza. Le tre cose insieme.

    San Francesco d’Assisi, con il suo presepe vivente a Greccio, volle rappresentare quanto era accaduto nella grotta di Betlemme, perché lo si potesse contemplare e adorare. Il Poverello era colmo di una tenerezza che lo portava alla commozione pensando alla povertà in cui il Figlio di Dio era nato.

    E proprio l’amore che traspare in questa scena genera gioia. Lo sbocciare della vita è sempre motivo di gioia, che aiuta a superare le sofferenze. Il sorriso di un bimbo scioglie anche i cuori più induriti. Lo abbiamo visto: certi uomini duri, che non salutano nessuno, quando viene il nipotino si sciolgono. Nel Concerto di Natale voi offrite le vostre qualità artistiche per sostenere progetti educativi, destinati soprattutto a bambini e ragazzi in due Paesi che versano in condizioni assai precarie: Haiti e il Libano. Nel Libano lo portano avanti i salesiani, coraggiosi, i salesiani che sempre inventano qualche cosa per andare avanti. E questa è promessa di vita. Ad Haiti lo portano avanti Scholas Occurentes, il movimento pontificio che custodisce tanto bene Mons. Zani. La vostra musica, il canto aiutano ad aprire il cuore per non dimenticare chi soffre e fare gesti concreti di condivisione, che portano gioia a tante famiglie desiderose di dare un futuro ai propri figli attraverso l’educazione.

    Tenerezza, gioia, e speranza. Nella grotta di Betlemme si è accesa la speranza per l’umanità. La pandemia ha purtroppo aggravato il divario educativo per milioni di bambini e adolescenti esclusi da ogni attività formativa. E ci sono altre “pandemie” che impediscono il diffondersi della cultura del dialogo e della cultura dell’inclusione. Oggi domina la cultura dello scarto, purtroppo. La luce del Natale ci fa riscoprire il senso della fratellanza e ci spinge alla solidarietà con chi è nel bisogno. E voi nell’arte subito create fratellanza; davanti all’arte non ci sono amici e nemici, siamo tutti uguali, tutti amici, tutti fratelli. È un linguaggio fecondo il vostro. Investire nell’educazione significa far scoprire e apprezzare i valori più importanti e aiutare i ragazzi e i giovani ad avere il coraggio di guardare con speranza al loro futuro. Nell’educazione abita il seme della speranza: speranza di pace e di giustizia, speranza di bellezza, speranza di bontà; speranza di armonia sociale.

    Cari amici, vi ringrazio. Grazie, grazie tante per la generosità con cui sostenete i progetti destinati alle giovani generazioni. Vi auguro di essere sempre messaggeri di tenerezza, di gioia e di speranza. Buon Natale di fraternità e di pace a voi e ai vostri cari. Grazie!


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  5. #145
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    PRESENTAZIONE DELLE LETTERE CREDENZIALI DEGLI AMBASCIATORI DI:
    MOLDOVA, KYRGYZSTAN, NAMIBIA, LESOTHO, LUSSEMBURGO, CIAD, GUINEA-BISSAU

    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

    Sala Clementina
    Venerdì, 17 dicembre 2021


    Eccellenze!

    Sono lieto di accogliervi per la presentazione delle Lettere con le quali venite accreditati come Ambasciatori Straordinari e Plenipotenziari dei vostri Paesi presso la Santa Sede: Moldova, Kyrgyzstan, Namibia, Lesotho, Lussemburgo, Ciad e Guinea-Bissau. Vi chiedo di trasmettere i miei sentimenti di stima ai vostri rispettivi Capi di Stato, insieme all’assicurazione delle mie preghiere affinché Dio Onnipotente benedica abbondantemente loro e i vostri connazionali con pace e prosperità.

    Quando ho incontrato i vostri colleghi, poco più di un anno fa, per la stessa cerimonia, il mondo era ancora nella morsa della pandemia, ma segni di speranza stavano emergendo all’orizzonte mentre venivano somministrati i primi vaccini. All’epoca, molti credevano che il loro arrivo annunciasse una rapida fine della pandemia. Mentre da allora sono stati fatti grandi progressi, un anno dopo vediamo come il COVID-19 stia ancora causando dolore e sofferenza, per non parlare della perdita di vite umane. È importante che la comunità internazionale intensifichi gli sforzi di cooperazione affinché tutte le persone abbiano un accesso rapido ai vaccini. Non è una questione di convenienza o di cortesia, ma di giustizia.

    La realtà della pandemia in corso ci ricorda ancora una volta che siamo «una comunità globale dove i problemi di una persona sono i problemi di tutti» (Lett. enc. Fratelli tutti, 32). Nonostante i progressi medici e tecnologici nel corso degli anni, qualcosa di microscopico - un oggetto apparentemente insignificante – ha cambiato per sempre il nostro mondo, che ce ne rendiamo conto o no. Come ho avuto modo di osservare all’inizio della pandemia, è urgente imparare da questa esperienza e aprire gli occhi per vedere ciò che è più importante: gli uni con gli altri (cfr Momento straordinario di preghiera, 27 marzo 2020). In particolare, è mia sincera speranza che attraverso questa esperienza la comunità internazionale arrivi a una maggiore consapevolezza del fatto che siamo una sola famiglia umana; ognuno di noi è responsabile dei propri fratelli e sorelle, nessuno escluso. Questa è una verità che dovrebbe spingerci ad affrontare non solo l’attuale crisi sanitaria, ma tutti i problemi che affliggono l’umanità e la nostra casa comune – povertà, emigrazione, terrorismo, cambiamento climatico, per citarne alcuni – in maniera solidale e non isolata.

    Mentre la pandemia ha tirato fuori il meglio dell’umanità in termini di atti individuali e collettivi di generosità, servizio e sacrificio, molto di più deve essere fatto a livello istituzionale e intergovernativo per promuovere una “cultura dell’incontro” al servizio del bene comune della nostra famiglia umana. A questo proposito, la Santa Sede apprezza l’importante ruolo che voi svolgete, come dimostra la sua stessa presenza diplomatica e il suo coinvolgimento nella comunità internazionale. Il vostro lavoro, cari Ambasciatori, è spesso fatto in silenzio e senza riconoscimento pubblico. Eppure voi capite già ciò che il mondo ha bisogno di imparare dalla pandemia: la necessità di coltivare le relazioni e facilitare la comprensione reciproca con persone di diverse culture e provenienze, al fine di lavorare insieme per costruire un mondo più giusto. Il principale strumento a vostra disposizione per svolgere questo compito è il dialogo. In contrasto con qualsiasi concezione peggiorativa di questa potente forma di comunicazione, i diplomatici si rendono conto della «forza paziente e mite del dialogo» (Incontro con le Autorità, la società civile e il Corpo diplomatico, Nicosia – Cipro, 2 dicembre 2021).

    Cari Ambasciatori, all’inizio della vostra nuova missione, formulo i miei migliori auguri e vi assicuro che gli uffici della Santa Sede sono pronti a impegnarsi con voi in un dialogo fruttuoso per affrontare questioni di interesse comune, specialmente quelle che riguardano l’umanità e la nostra casa comune. Su di voi, sulle vostre famiglie, sui vostri collaboratori diplomatici e sul vostro personale, invoco cordialmente abbondanti benedizioni divine. Grazie!


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  6. #146
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    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 19 dicembre 2021


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Il Vangelo della Liturgia di oggi, quarta Domenica di Avvento, narra la visita di Maria a Elisabetta (cfr Lc 1,39-45). Ricevuto l’annuncio dell’angelo, la Vergine non rimane in casa, a ripensare all’accaduto e considerare i problemi e gli imprevisti, che certo non mancavano: Perché, poveretta, non sapeva cosa fare con questa notizia, con la cultura di quell’epoca… Non capiva… Al contrario, per prima cosa pensa a chi ha bisogno; invece di essere ripiegata sui suoi problemi, pensa a chi ha bisogno, pensa a Elisabetta sua parente, che è avanti negli anni e incinta: una cosa strana, miracolosa. Maria si mette in viaggio con generosità, senza lasciarsi intimorire dai disagi del tragitto, rispondendo a un impulso interiore che la chiama a farsi vicina e a dare aiuto. Una lunga strada, chilometri e chilometri, e non c’era un bus che andava: è dovuta andare a piedi. Lei esce per dare aiuto, condividendo la sua gioia. Maria dona a Elisabetta la gioia di Gesù, la gioia che portava nel cuore e nel grembo. Va da lei e proclama i suoi sentimenti, e questa proclamazione dei sentimenti poi è diventata una preghiera, il Magnificat, che tutti noi conosciamo. E dice il testo che la Madonna «si alzò e andò in fretta» (v. 39).

    Si alzò e andò. Nell’ultimo tratto del cammino di Avvento lasciamoci guidare da questi due verbi. Alzarsi e camminare in fretta: sono i due movimenti che Maria ha fatto e che invita anche noi a fare in vista del Natale. Anzitutto, alzarsi. Dopo l’annuncio dell’angelo, per la Vergine si profilava un periodo difficile: la sua gravidanza inattesa la esponeva a incomprensioni e anche a pene severe, anche alla lapidazione, nella cultura di quel tempo. Immaginiamo quanti pensieri e turbamenti aveva! Tuttavia non si scoraggia, non si abbatte, ma si alza. Non volge lo sguardo in basso, verso i problemi, ma in alto, verso Dio. E non pensa a chi chiedere aiuto, ma a chi portare aiuto. Sempre pensa agli altri: così è Maria, pensando sempre ai bisogni degli altri. Lo stesso farà dopo, alle nozze di Cana, quando si accorge che manca il vino. È un problema di altra gente, ma lei pensa a questo e cerca di trovare una soluzione. Sempre Maria pensa agli altri. Pensa anche a noi.

    Impariamo dalla Madonna questo modo di reagire: alzarci, soprattutto quando le difficoltà rischiano di schiacciarci. Alzarci, per non rimanere impantanati nei problemi, sprofondando nell’autocommiserazione o cadendo in una tristezza che ci paralizza. Ma perché alzarci? Perché Dio è grande ed è pronto a rialzarci se noi gli tendiamo la mano. Allora gettiamo in Lui i pensieri negativi, le paure che bloccano ogni slancio e che impediscono di andare avanti. E poi facciamo come Maria: guardiamoci attorno e cerchiamo qualche persona a cui possiamo essere di aiuto! C’è qualche anziano che conosco a cui posso fare un po’ di aiuto, di compagnia? Ognuno ci pensi. O fare un servizio a una persona, una gentilezza, una telefonata? Ma a chi posso dare aiuto? Mi alzo e do aiuto. Aiutando gli altri, aiuteremo noi stessi a rialzarci dalle difficoltà.

    Il secondo movimento è camminare in fretta. Non vuol dire procedere con agitazione, in modo affannato, no, non vuol dire questo. Si tratta invece di condurre le nostre giornate con passo lieto, guardando avanti con fiducia, senza trascinarci di malavoglia, schiavi delle lamentele – queste lamentele rovinano tante vite, perché uno si mette a lamentarsi e lamentarsi e la vita va giù. Le lamentele ti portano a cercare sempre qualcuno da incolpare. Andando verso la casa di Elisabetta, Maria procede con il passo svelto di chi ha il cuore e la vita pieni di Dio, pieni della sua gioia. Allora chiediamoci noi, per il nostro profitto: com’è il mio “passo”? Sono propositivo oppure mi attardo nella malinconia, nella tristezza? Vado avanti con speranza o mi fermo per piangermi addosso? Se procediamo con il passo stanco dei brontolii e delle chiacchiere, non porteremo Dio a nessuno, soltanto porteremo amarezza, cose oscure. Fa tanto bene, invece, coltivare un sano umorismo, come facevano, ad esempio, San Tommaso Moro o San Filippo Neri. Possiamo chiedere anche questa grazia, la grazia del sano umorismo: fa tanto bene. Non dimentichiamo che il primo atto di carità che possiamo fare al prossimo è offrirgli un volto sereno e sorridente. È portargli la gioia di Gesù, come ha fatto Maria con Elisabetta.

    La Madre di Dio ci prenda per mano, ci aiuti ad alzarci e a camminare in fretta verso il Natale!

    _____________________________

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    esprimo la mia vicinanza alle popolazioni delle Filippine colpite da un forte tifone, che ha distrutto tante abitazioni. Che il Santo Niño porti consolazione e speranza alle famiglie più in difficoltà; e a tutti noi ispiri aiuti concreti! Il primo aiuto concreto è la preghiera, e gli altri aiuti.

    Saluto tutti voi, pellegrini venuti dall’Italia e da diversi Paesi. In particolare, saluto la comunità peruviana di Roma e il suo gruppo folkloristico qui convenuti in occasione della celebrazione in onore del “Niño Jesús Andino” di Choqcca, luogo di provenienza del Presepe allestito in questa Piazza. Grazie! Saluto la Banda musicale di Soriano al Cimino. Vorrei ascoltarli dopo… [la banda intona “Tanti auguri a te”] Suonano bene, questi! Saluto i fedeli di Terni, gli scout di Marigliano e i ragazzi di Cingoli (Macerata).

    E a tutti auguro una buona domenica e un buon cammino in questo ultimo tratto dell’Avvento che ci prepara alla nascita di Gesù. Sia per tutti noi tempo di attesa e collaborazione: speranza, sperare e pregare, in compagnia della Vergine Maria, donna dell’attesa. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci. E adesso la banda, che suoni una cosa bella!


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
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  7. #147
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    UDIENZA GENERALE

    Aula Paolo VI
    Mercoledì, 22 dicembre 2021


    Catechesi: La nascita di Gesù

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Oggi, a pochi giorni dal Natale, vorrei rievocare con voi l’evento da cui non può prescindere la storia: la nascita di Gesù.

    Per osservare il decreto dell’imperatore Cesare Augusto, che ordinava di farsi registrare all’anagrafe del proprio paese d’origine, Giuseppe e Maria scendono da Nazaret a Betlemme. Appena arrivati, cercano subito un alloggio, perché il parto è imminente; ma purtroppo non lo trovano, e allora Maria è costretta a partorire in una stalla (cfr Lc 2,1-7).

    Pensiamo: il Creatore dell’universo … a Lui non fu concesso un posto per nascere! Forse fu un’anticipazione di quanto dice l’evangelista Giovanni: «Venne tra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto» (1,11); e di quello che Gesù stesso dirà: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Lc 9,58).

    Fu un angelo ad annunciare la nascita di Gesù, e lo fece a degli umili pastori. E fu una stella che indicò ai Magi la strada per raggiungere Betlemme (cfr Mt 2,1.9-10). L’angelo è un messaggero di Dio. La stella ricorda che Dio creò la luce (Gen 1,3) e che quel Bambino sarà “la luce mondo”, come Egli stesso si autodefinirà (cfr Gv 8,12.46), la «luce vera […] che illumina ogni uomo» (Gv 1,9), che «splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (v. 5).

    I pastori personificano i poveri d’Israele, persone umili che interiormente vivono con la consapevolezza della propria mancanza, e proprio per questo confidano più degli altri in Dio. Sono loro a vedere per primi il Figlio di Dio fattosi uomo, e questo incontro li cambia profondamente. Annota il Vangelo che se ne tornarono «glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto» (Lc 2,20).

    Intorno a Gesù appena nato ci sono anche i Magi (cfr Mt 2,1-12). I Vangeli non ci dicono che fossero dei re, né il numero, né i loro nomi. Con certezza si sa solo che da un paese lontano dell’Oriente (si può pensare alla Babilonia, all’Arabia o alla Persia del tempo) si sono messi in viaggio alla ricerca del Re dei Giudei, che nel loro cuore identificano con Dio, perché dicono di volerlo adorare. I Magi rappresentano i popoli pagani, in particolare tutti coloro che lungo i secoli cercano Dio e si mettono in cammino per trovarlo. Rappresentano anche i ricchi e i potenti, ma solo quelli che non sono schiavi del possesso, che non sono “posseduti” dalle cose che credono di possedere.

    Il messaggio dei Vangeli è chiaro: la nascita di Gesù è un evento universale che riguarda tutti gli uomini.

    Cari fratelli e care sorelle, solo l’umiltà è la via che ci conduce a Dio e, allo stesso tempo, proprio perché ci conduce a Lui, ci porta anche all’essenziale della vita, al suo significato più vero, al motivo più affidabile per cui la vita vale la pena di essere vissuta.

    Solo l’umiltà ci spalanca all’esperienza della verità, della gioia autentica, della conoscenza che conta. Senza umiltà siamo “tagliati fuori”, siamo tagliati fuori dalla comprensione di Dio, dalla comprensione di noi stessi. Occorre essere umile per capire noi stessi, tanto più per capire Dio. I Magi potevano anche essere dei grandi secondo la logica del mondo, ma si fanno piccoli, umili, e proprio per questo riescono a trovare Gesù e a riconoscerlo. Essi accettano l’umiltà di cercare, di mettersi in viaggio, di chiedere, di rischiare, di sbagliare...

    Ogni uomo, nel profondo del suo cuore, è chiamato a cercare Dio: tutti noi, abbiamo quella inquietudine e il nostro lavoro è non spegnere quella inquietudine, ma lasciarla crescere perché è l’inquietudine di cercare Dio; e, con la sua stessa grazia, può trovarlo. Facciamo nostra la preghiera di Sant’Anselmo (1033-1109): «Signore, insegnami a cercarti. Mostrati, quando ti cerco. Non posso cercarti, se tu non mi insegni; né trovarti, se tu non ti mostri. Che io ti cerchi desiderandoti e ti desideri cercandoti! Che io ti trovi cercandoti e ti ami trovandoti!» (Proslogion, 1).

    Cari fratelli e sorelle, vorrei invitare tutti gli uomini e le donne nella grotta di Betlemme ad adorare il Figlio di Dio fatto uomo. Ognuno di noi si avvicini al presepio che trova a casa sua o nella chiesa o in altro luogo, e cerchi di fare un atto di adorazione, dentro: “Io credo che tu sei Dio, che questo bambino è Dio. Per favore, dammi la grazia dell’umiltà per poterci capire”.

    In prima fila, nell’avvicinarsi al presepio e pregare, vorrei mettere i poveri, che – come esortava San Paolo VI – «dobbiamo amare, perché in certo modo sono sacramento di Cristo; in essi – negli affamati, negli assetati, negli esuli, negli ignudi, negli ammalati e nei prigionieri – Egli ha voluto misticamente identificarsi. Dobbiamo aiutarli, soffrire con loro, e anche seguirli, perché la povertà è la strada più sicura per il pieno possesso del Regno di Dio» (Omelia, 1° maggio 1969). Per questo dobbiamo chiedere l’umiltà come una grazia: “Signore, che non sia superbo, che non sia autosufficiente, che non creda di essere io stesso il centro dell’universo. Fammi umile. Dammi la grazia dell’umiltà. E con questa umiltà io possa trovarti. È l’unica strada, senza umiltà non troveremo mai Dio: troveremo noi stessi. Perché la persona che non ha umiltà non ha orizzonti davanti, ha soltanto uno specchio: guarda sé stesso. Chiediamo al Signore di rompere lo specchio e di poter guardare oltre, all’orizzonte, dove è Lui. Ma questo deve farlo Lui: darci la grazia e la gioia dell’umiltà per fare questa strada.

    E poi, fratelli e sorelle, vorrei accompagnare a Betlemme, come fece la stella con i Magi, tutti coloro che non hanno un’inquietudine religiosa, che non si pongono il problema di Dio, o addirittura combattono la religione, tutti quelli che impropriamente sono denominati atei. Vorrei ripetere loro il messaggio del Concilio Vaticano II: «La Chiesa crede che il riconoscimento di Dio non si oppone in alcun modo alla dignità dell’uomo, dato che questa dignità trova proprio in Dio il suo fondamento e la sua perfezione. […] La Chiesa sa perfettamente che il suo messaggio è in armonia con le aspirazioni più segrete del cuore umano» (Gaudium et spes, 21).

    Torniamo a casa con l’augurio degli angeli: «Pace in terra agli uomini che egli ama». E ricordiamo sempre: «Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi […]. Ci ha amati per primo» (1 Gv 4,10.19), ci ha cercati. Non dimentichiamo questo.

    È questo il motivo della nostra gioia: siamo stati amati, siamo stati cercati, il Signore ci cerca per trovarci, per amarci di più. Questo è il motivo della gioia: sapere che siamo stati amati senza nessun merito, siamo sempre preceduti da Dio nell’amore, un amore così concreto che si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi, in quel Bambino che vediamo nel presepe. Questo amore ha un nome e un volto: Gesù è il nome e il volto dell’amore che sta a fondamento della nostra gioia. Fratelli e sorelle, vi auguro un buon Natale, un buon e santo Natale. E vorrei che – sì ci saranno gli auguri, le riunioni di famiglia, questo è bellissimo, sempre – ma che ci sia anche la consapevolezza che Dio viene “per me”. Ognuno dica questo: Dio viene per me. La consapevolezza che per cercare Dio, trovare Dio, accettare Dio ci vuole umiltà: guardare con umiltà la grazia di rompere lo specchio della vanità, della superbia, di guardare noi stessi. Guardare Gesù, guardare l’orizzonte, guardare Dio che viene a noi e che tocca il cuore con quella inquietudine che ci porta alla speranza. Buon e santo Natale!

    ________________________________________ _

    Saluti

    Je salue cordialement les personnes de langue française, en particulier les pèlerins du Diocèse de Sens et les jeunes de Draguignan. Jésus est le nom et le visage de l’amour de Dieu venu habiter parmi nous. A l’approche de la fête de la Nativité, je forme le vœu que chacun d’entre vous connaisse le désire de le chercher et la joie profonde de le rencontrer. Que Dieu vous bénisse et bénisse vos familles.

    [Saluto cordialmente i fedeli di lingua francese, in particolare i pellegrini della Diocesi di Sens e i giovani di Draguignan. Gesù è il nome e il volto dell’amore di Dio venuto ad abitare in mezzo a noi. Auguro che ciascuno di voi abbia il desiderio di cercarlo e la gioia di trovarlo in questo Natale. Dio benedica voi e le vostre famiglie!]

    I greet the English-speaking pilgrims and visitors. As we prepare to celebrate Christmas, I invoke upon you and your families joy and peace in our Lord Jesus Christ. May God bless you!

    [Saluto i pellegrini di lingua inglese. Nell’imminenza del Santo Natale, invoco su voi e sulle vostre famiglie la gioia e la pace nel Signore Gesù. Dio vi benedica!]

    Einen weihnachtlichen Gruß richte ich an die Pilger deutscher Sprache. Das Christfest ist ein besonderer Anlass, die Freude über die Geburt unseres Erlösers und Bruders Jesus Christus zu teilen. Bitten wir das Göttliche Kind, uns vor der Pandemie und allen anderen Übeln zu beschützen.

    [Rivolgo un saluto natalizio ai pellegrini di lingua tedesca. Il Natale è un tempo propizio per condividere nelle famiglie la gioia della nascita del nostro Redentore e fratello Gesù. Invochiamo il Bambino divino che ci protegga dalla pandemia e da ogni altro male.]

    Saludo cordialmente a los fieles de lengua española. Que el nacimiento de Cristo llene sus corazones y el mensaje de los ángeles: «Paz en la tierra a los hombres que ama el Señor» presida sus vidas, recordando que Dios nos ha amado primero. Que el Señor los bendiga. Muchas gracias y feliz Navidad.

    Queridos fiéis de língua portuguesa, voltemos para casa guardando no coração este anseio formulado pelos anjos: paz na terra aos homens que Deus ama. Recordemo-nos sempre disto: não fomos nós que primeiramente amámos Deus, mas foi Ele que nos amou primeiro. É este o motivo da nossa alegria. Desejo a cada um de vós e respetiva família, Feliz e Santo Natal.

    [Cari fedeli di lingua portoghese, torniamo a casa custodendo nel cuore questo anelito degli angeli: pace in terra agli uomini che Dio ama. Ricordiamoci sempre di ciò: non siamo stati noi ad amare Dio per primi, ma è Lui che ha amato noi. È questo il motivo della nostra gioia. Auguro ad ognuno di voi e rispettive famiglie, un Santo Natale.]

    […].

    [Saluto i fedeli di lingua araba. Il Natale è una chiamata per fare del bene, diffondere gioia e tendere la mano a chi è nel bisogno. Ricordiamo le parole di Gesù Cristo: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Auguro a tutti Buon Natale!]

    […].

    [Saluto cordialmente tutti i Polacchi. Durante le Festività Natalizie vi accompagni la gioia che scaturisce dalla consapevolezza che, senza nessun nostro merito, Dio ci ha amati con un amore così concreto tanto da farsi carne e abitare in mezzo a noi. Questo Amore che ha un nome: Gesù. Egli nasca nei vostri cuori, nelle vostre case e nelle vostre famiglie. Vi benedico di cuore!]

    _______________________________________

    APPELLO

    Durante il mio viaggio a Cipro e in Grecia ho potuto toccare con mano, ancora una volta, l’umanità ferita dei profughi e dei migranti. Ho anche constatato come solo alcuni Paesi europei stiano sopportando la maggior parte delle conseguenze del fenomeno migratorio nell’area mediterranea, mentre in realtà esso richiede una responsabilità condivisa da tutti, dalla quale nessun Paese può esimersi, perché è un problema di umanità.

    In particolare, grazie alla generosa apertura delle autorità italiane, ho potuto portare a Roma un gruppo di persone, che ho conosciuto durante il mio viaggio: oggi sono qui in mezzo a noi alcuni di loro. Benvenuti! Ce ne faremo carico, come Chiesa, nei prossimi mesi. È un piccolo segno, che spero serva da stimolo per gli altri Paesi europei, affinché permettano alle realtà ecclesiali locali di farsi carico di altri fratelli e sorelle che vanno urgentemente ricollocati, accompagnati, promossi e intregrati

    Sono tante, infatti, le Chiese locali, le congregazioni religiose e le organizzazioni cattoliche che sono pronte ad accoglierli e accompagnarli verso una feconda integrazione. Serve solo aprire una porta, la porta del cuore! Non manchiamo di farlo in questo Natale!

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare alla Delegazione del Comune di Bolsena e a quella del Premio sportivo Fair play. Saluto con affetto i pescatori di Mazara del Vallo, accompagnati dal Vescovo e dalle Autorità civili. A distanza di un anno dalla drammatica esperienza del sequestro e della prigionia, desidero rinnovare a voi e alle vostre famiglie la mia solidarietà, il mio incoraggiamento e la mia preghiera.

    Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli.

    Ci stiamo preparando alla ormai prossima solennità del Natale, invocando la venuta dell’atteso “Re delle genti”. Possiate predisporvi con fede a riconoscere nel Bambino di Betlemme il Signore dell’intera vostra esistenza, contemplando nella semplicità del presepe il Figlio di Dio, che porta grazia e salvezza.

    Augurando a tutti un sereno e santo Natale, di cuore vi benedico.


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
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  8. #148
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    FESTA DELLA SANTA FAMIGLIA DI NAZARET

    PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 26 dicembre 2021


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Oggi festeggiamo la Santa Famiglia di Nazaret. Dio ha scelto una famiglia umile e semplice per venire in mezzo a noi. Contempliamo la bellezza di questo mistero, sottolineando anche due aspetti concreti per le nostre famiglie.

    Il primo: la famiglia è la storia da cui proveniamo. Ognuno di noi ha la propria storia, nessuno è nato magicamente, con la bacchetta magica, ognuno di noi ha una storia e la famiglia è la storia da dove noi proveniamo. Il Vangelo della Liturgia odierna ci ricorda che anche Gesù è figlio di una storia familiare. Lo vediamo viaggiare a Gerusalemme con Maria e Giuseppe per la Pasqua; poi fa preoccupare la mamma e il papà, che non lo trovano; ritrovato, torna a casa con loro (cfr Lc 2,41-52). È bello vedere Gesù inserito nella trama degli affetti familiari, che nasce e cresce nell’abbraccio e nelle preoccupazioni dei suoi. Questo è importante anche per noi: proveniamo da una storia intessuta di legami d’amore e la persona che siamo oggi non nasce tanto dai beni materiali di cui abbiamo usufruito, ma dall’amore che abbiamo ricevuto dall’amore nel seno della famiglia. Forse non siamo nati in una famiglia eccezionale e senza problemi, ma è la nostra storia - ognuno deve pensare: è la mia storia - , sono le nostre radici: se le tagliamo, la vita inaridisce! Dio non ci ha creati per essere condottieri solitari, ma per camminare insieme. Ringraziamolo e preghiamolo per le nostre famiglie. Dio ci pensa e ci vuole insieme: grati, uniti, capaci di custodire le radici. E dobbiamo pensare a questo, alla propria storia.

    Il secondo aspetto: a essere famiglia si impara ogni giorno. Nel Vangelo vediamo che anche nella Santa Famiglia non va tutto bene: ci sono problemi inattesi, angosce, sofferenze. Non esiste la Santa Famiglia delle immaginette. Maria e Giuseppe perdono Gesù e angosciati lo cercano, per poi trovarlo dopo tre giorni. E quando, seduto tra i maestri del Tempio, risponde che deve occuparsi delle cose del Padre suo, non comprendono. Hanno bisogno di tempo per imparare a conoscere il loro figlio. Così anche per noi: ogni giorno, in famiglia, bisogna imparare ad ascoltarsi e capirsi, a camminare insieme, ad affrontare conflitti e difficoltà. È la sfida quotidiana, e si vince con il giusto atteggiamento, con le piccole attenzioni, con gesti semplici, curando i dettagli delle nostre relazioni. E anche questo, ci aiuta tanto parlare in famiglia, parlare a tavola, il dialogo tra i genitori e i figli, il dialogo tra i fratelli, ci aiuta a vivere questa radice familiare che viene dai nonni. Il dialogo con i nonni!

    E come si fa questo? Guardiamo a Maria, che nel Vangelo di oggi dice a Gesù: «Tuo padre e io ti cercavamo» (v. 48). Tuo padre e io, non dice io e tuo padre: prima dell’io c’è il tu! Impariamo questo: prima dell’io c’è il tu. Nella mia lingua c’è un aggettivo per la gente che prima dice l’io poi il tu: “Io, me e con me e per me e al mio profitto”. Gente che è così, prima l’io poi il tu. No, nella Sacra Famiglia, prima il tu e dopo l’io. Per custodire l’armonia in famiglia bisogna combattere la dittatura dell’io, quando l’io si gonfia. È pericoloso quando, invece di ascoltarci, ci rinfacciamo gli sbagli; quando, anziché avere gesti di cura per gli altri, ci fissiamo nei nostri bisogni; quando, invece di dialogare, ci isoliamo con il telefonino – è triste vedere a pranzo una famiglia, ognuno con il proprio telefonino senza parlarsi, ognuno parla con il telefonino; quando ci si accusa a vicenda, ripetendo sempre le solite frasi, inscenando una commedia già vista dove ognuno vuole aver ragione e alla fine cala un freddo silenzio. Quel silenzio tagliente, freddo, dopo una discussione familiare, è brutto quello, bruttissimo! Ripeto un consiglio: alla sera, dopo tutto, fare la pace, sempre. Mai andare a dormire senza aver fatto la pace, altrimenti il giorno dopo ci sarà la “guerra fredda”! E questa è pericolosa perché incomincerà una storia di rimproveri, una storia di risentimenti. Quante volte, purtroppo, tra le mura domestiche da silenzi troppo lunghi e da egoismi non curati nascono e crescono conflitti! A volte si arriva persino a violenze fisiche e morali. Questo lacera l’armonia e uccide la famiglia. Convertiamoci dall’io al tu. Quello che deve essere più importante nella famiglia è il tu. E ogni giorno, per favore, pregare un po’ insieme, se potete fare lo sforzo, per chiedere a Dio il dono della pace in famiglia. E impegniamoci tutti – genitori, figli, Chiesa, società civile – a sostenere, difendere e custodire la famiglia che è il nostro tesoro!
    La Vergine Maria, sposa di Giuseppe e mamma di Gesù, protegga le nostre famiglie.

    ___________________________________

    Dopo l'Angelus

    Mi rivolgo ora agli sposi di tutto il mondo.

    Oggi, nella festa della Santa Famiglia, viene pubblicata una Lettera che ho scritto pensando a voi. Vuole essere il mio regalo di Natale per voi sposi: un incoraggiamento, un segno di vicinanza e anche un’occasione di meditazione. È importante riflettere e fare esperienza della bontà e della tenerezza di Dio che con mano paterna guida i passi degli sposi sulla via del bene. Il Signore dia a tutti gli sposi la forza e la gioia di continuare il cammino intrapreso. Voglio anche ricordarvi che ci stiamo avvicinando all’Incontro Mondiale delle Famiglie: vi invito a prepararvi a questo evento, specialmente con la preghiera, e a viverlo nelle vostre diocesi, insieme alle altre famiglie.

    E parlando della famiglia, mi viene una preoccupazione, una preoccupazione vera, almeno qui in Italia: l’inverno demografico. Sembra che tanti hanno perso l’aspirazione di andare avanti con figli e tante coppie preferiscono rimanere senza o con un figlio soltanto. Pensate a questo, è una tragedia. Alcuni minuti fa ho visto nel programma “A Sua immagine” come si parlava di questo problema grave, l’inverno demografico. Facciamo tutti il possibile per riprendere una coscienza, per vincere questo inverno demografico che va contro le nostre famiglie contro la nostra patria, anche contro il nostro futuro.

    Saluto ora tutti voi, pellegrini venuti dall’Italia e da diversi Paesi: - vedo qui polacchi, brasiliani, e vedo lì anche i colombiani - le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni. Rinnovo l’augurio che la contemplazione del Bambino Gesù, cuore e centro delle festività natalizie, possa suscitare atteggiamenti di fraternità e di condivisione nelle famiglie e nelle comunità. E per festeggiare un po’ il Natale, farà bene fare una visita al presepe qui in piazza e ai 100 presepi che sono sotto il colonnato, anche questo ci aiuterà.

    In questi giorni ho ricevuto tanti messaggi augurali da Roma e da altre parti del mondo. Purtroppo, non mi è possibile rispondere a tutti, ma prego per ognuno e ringrazio specialmente per le preghiere che tanti di voi hanno promesso di fare. Pregate per me, non dimenticatevi. Grazie tante e buona festa della Santa Famiglia. Buon pranzo e arrivederci!


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
    Regina Sacratissimi Rosarii,
    ora pro nobis.




  9. #149
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    UDIENZA GENERALE

    Aula Paolo VI
    Mercoledì, 29 dicembre 2021


    Catechesi su San Giuseppe: 5. San Giuseppe, migrante perseguitato e coraggioso

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Oggi vorrei presentarvi San Giuseppe come migrante perseguitato e coraggioso. Così lo descrive l’Evangelista Matteo. Questa particolare vicenda della vita di Gesù, che vede come protagonisti anche Giuseppe e Maria, è conosciuta tradizionalmente come “la fuga in Egitto” (cfr Mt 2,13-23). La famiglia di Nazaret ha subito tale umiliazione e sperimentato in prima persona la precarietà, la paura, il dolore di dover lasciare la propria terra. Ancora oggi tanti nostri fratelli e tante nostre sorelle sono costretti a vivere la medesima ingiustizia e sofferenza. La causa è quasi sempre la prepotenza e la violenza dei potenti. Anche per Gesù è accaduto così.

    Il re Erode viene a sapere dai Magi della nascita del “re dei Giudei”, e la notizia lo sconvolge. Si sente insicuro, si sente minacciato nel suo potere. Così riunisce tutte le autorità di Gerusalemme per informarsi sul luogo della nascita, e prega i Magi di farglielo sapere con precisione, affinché – dice falsamente – anche lui possa andare ad adorarlo. Accorgendosi però che i Magi erano ripartiti per un’altra strada, concepì un proposito scellerato: uccidere tutti i bambini di Betlemme dai due anni in giù in quanto, secondo il calcolo dei Magi, quello era il tempo in cui Gesù era nato.

    Nel frattempo, un angelo ordina a Giuseppe: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò. Erode, infatti, vuole cercare il bambino per ucciderlo» (Mt 2,13). Pensiamo oggi a tanta gente che sente questa ispirazione dentro: “Fuggiamo, fuggiamo, perché qui c’è pericolo”. Il piano di Erode richiama quello del Faraone di gettare nel Nilo tutti i figli maschi del popolo d’Israele (cfr Es 1,22). E la fuga in Egitto evoca tutta la storia d’Israele a partire da Abramo, che pure vi soggiornò (cfr Gen 12,10), fino a Giuseppe, figlio di Giacobbe, venduto dai fratelli (cfr Gen 37,36) e poi divenuto “capo del paese” (cfr Gen 41,37-57); e a Mosè, che liberò il suo popolo dalla schiavitù degli egiziani (cfr Es 1; 18).

    La fuga della Santa Famiglia in Egitto salva Gesù, ma purtroppo non impedisce a Erode di compiere la sua strage. Ci troviamo così di fronte a due personalità opposte: da una parte Erode con la sua ferocia e dall’altra parte Giuseppe con la sua premura e il suo coraggio. Erode vuole difendere il proprio potere, la propria “pelle”, con una spietata crudeltà, come attestano anche le esecuzioni di una delle sue mogli, di alcuni dei suoi figli e di centinaia di oppositori. Era un uomo crudele: per risolvere dei problemi, aveva una sola ricetta: “fare fuori”. Egli è il simbolo di tanti tiranni di ieri e di oggi. E per loro, per questi tiranni, la gente non conta: conta il potere, e se hanno bisogno di spazio di potere, fanno fuori la gente. E questo succede anche oggi: non dobbiamo andare alla storia antica, succede oggi. E’ l’uomo che diventa “lupo” per gli altri uomini. La storia è piena di personalità che, vivendo in balìa delle loro paure, cercano di vincerle esercitando in maniera dispotica il potere e mettendo in atto disumani propositi di violenza. Ma non dobbiamo pensare che si vive nella prospettiva di Erode solo se si diventa tiranni, no! In realtà è un atteggiamento in cui possiamo cadere tutti noi, ogni volta che cerchiamo di scacciare le nostre paure con la prepotenza, anche se solo verbale o fatta di piccoli soprusi messi in atto per mortificare chi ci è accanto. Anche noi abbiamo nel cuore la possibilità di essere dei piccoli Erode.

    Giuseppe è l’opposto di Erode: prima di tutto è «un uomo giusto» (Mt 1,19), mentre Erode è un dittatore; inoltre si dimostra coraggioso nell’eseguire l’ordine dell’Angelo. Si possono immaginare le peripezie che dovette affrontare durante il lungo e pericoloso viaggio e le difficoltà che comportò la permanenza in un paese straniero, con un'altra lingua: tante difficoltà. Il suo coraggio emerge anche al momento del ritorno, quando, rassicurato dall’Angelo, supera i comprensibili timori e con Maria e Gesù si stabilisce a Nazaret (cfr Mt 2,19-23). Erode e Giuseppe sono due personaggi opposti, che rispecchiano le due facce dell’umanità di sempre. È un luogo comune sbagliato considerare il coraggio come virtù esclusiva dell’eroe. In realtà, il vivere quotidiano di ogni persona – il tuo, il mio, di tutti noi – richiede coraggio: non si può vivere senza coraggio! Il coraggio per affrontare le difficoltà di ogni giorno. In tutti i tempi e in tutte le culture troviamo uomini e donne coraggiosi, che per essere coerenti con il proprio credo hanno superato ogni genere di difficoltà, sopportando ingiustizie, condanne e persino la morte. Il coraggio è sinonimo di fortezza, che insieme alla giustizia, alla prudenza e alla temperanza fa parte del gruppo delle virtù umane, dette “cardinali”.

    La lezione che ci lascia oggi Giuseppe è questa: la vita ci riserva sempre delle avversità, questo è vero, e davanti ad esse possiamo anche sentirci minacciati, impauriti, ma non è tirando fuori il peggio di noi, come fa Erode, che possiamo superare certi momenti, bensì comportandoci come Giuseppe che reagisce alla paura con il coraggio di affidarsi alla Provvidenza di Dio. Oggi credo ci voglia una preghiera per tutti i migranti, tutti i perseguitati e tutti coloro che sono vittime di circostanze avverse: che siano circostanze politiche, storiche o personali. Ma, pensiamo a tanta gente vittima delle guerre che vuole fuggire dalla sua patria e non può; pensiamo ai migranti che incominciano quella strada per essere liberi e tanti finiscono sulla strada o nel mare; pensiamo a Gesù nelle braccia di Giuseppe e Maria, fuggendo, e vediamo in Lui ognuno dei migranti di oggi. E’ una realtà, questa della migrazione di oggi, davanti alla quale non possiamo chiudere gli occhi. E’ uno scandalo sociale dell’umanità.

    San Giuseppe,
    tu che hai sperimentato la sofferenza di chi deve fuggire
    tu che sei stato costretto a fuggire
    per salvare la vita alle persone più care,
    proteggi tutti coloro che fuggono a causa della guerra,
    dell’odio, della fame.
    Sostienili nelle loro difficoltà,
    rafforzali nella speranza e fa’ che incontrino accoglienza e solidarietà.
    Guida i loro passi e apri i cuori di coloro che possono aiutarli. Amen.

    _____________________________________

    Saluti

    Je salue cordialement les personnes de langue française présentes aujourd’hui. Que la joie de Noël ne nous fasse pas oublier ceux qui, comme la Sainte Famille en Egypte, sont loin de chez eux et de leurs proches. Que Dieu vous bénisse.

    [Saluto cordialmente i fedeli di lingua francese presenti oggi. La gioia del Natale non ci faccia dimenticare coloro che, come la Sacra Famiglia in Egitto, sono lontani da casa e dai loro cari. Dio vi benedica!]

    I greet the English-speaking pilgrims and visitors. In the peace of our Lord Jesus Christ, may each of you, and your families, cherish the joy of this Christmas season, and so draw near in prayer to the Saviour who has come to dwell among us. May God bless you!

    [Saluto i pellegrini di lingua inglese. Nella pace del Signore Gesù, a ciascuno di voi e alle vostre famiglie auguro di custodire la gioia di questo tempo di Natale, affinché incontriate nella preghiera il Salvatore che desidera farsi vicino a tutti. Dio vi benedica!]

    Liebe Brüder und Schwestern deutscher Sprache, ich bitte euch um euer Gebet für die Migranten, für die Verfolgten und für alle, die sich alleingelassen fühlen und ihren Mut verloren haben. Der Herr schenke ihnen Hoffnung und helfe uns ihnen beizustehen. Gesegnete Feiertage!

    [Cari fratelli e sorelle di lingua tedesca, chiedo le vostre preghiere per i migranti, per i perseguitati e per tutti coloro che si sentono abbandonati e scoraggiati. Il Signore infonda loro speranza e aiuti noi a essere loro vicini. Buone feste!]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. En este tiempo de Navidad, imploremos al Señor Jesús, por intercesión de la Virgen y de san José, que nos conceda la gracia de fiarnos de la Providencia divina en todo momento, y también la valentía de acoger con espíritu cristiano de caridad y solidaridad a todos nuestros hermanos y hermanas que han tenido que huir de su tierra y abandonar sus hogares. Que el Señor nos conceda un año nuevo lleno de sus dones y sus bendiciones. Muchas gracias.

    Queridos irmãos e irmãs de língua portuguesa, a minha cordial saudação para todos vós. Desejo a cada um que sempre resplandeça, no vosso coração, família e comunidade, a luz do Salvador, que nos revela o rosto terno e misericordioso do Pai do Céu. Abracemos o Deus Menino, colocando-nos ao seu serviço: Ele é fonte de amor e serenidade. Ele vos abençoe com um Ano Novo sereno e feliz!

    [Cari fratelli e sorelle di lingua portoghese, di cuore vi saluto tutti. Auguro a ciascuno di voi che sempre rifulga, nel vostro cuore e sulla vostra famiglia e comunità, la luce del Salvatore, che ci rivela il volto tenero e misericordioso del Padre celeste. Stringiamo tra le braccia il Bambino Gesù e mettiamoci al suo servizio: Lui è fonte di amore e serenità. Egli vi benedica per un sereno e felice Anno Nuovo!]

    […].

    [Saluto i fedeli di lingua araba. Il coraggio di Giuseppe, affidatosi alla Provvidenza di Dio, sia fonte di ispirazione e impegno per tutti noi dinanzi ai bambini, per insegnare loro che solo così è possibile respingere ogni male e arginare ogni fuga senza paura. Auguro a tutti un sereno Anno Nuovo!]

    […].

    [Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Cari fratelli e sorelle, avvicinandoci alla fine di quest’anno ringraziamo il Signore per le grazie ricevute e per ogni bene che ci ha permesso di sperimentare, malgrado tutte le difficoltà dei nostri tempi. Per l’intercessione di Maria Santissima Madre di Dio e di San Giuseppe suo sposo preghiamo che l’anno prossimo sia felice per noi e per tutti gli uomini, che cessi la pandemia e possiamo godere della pace nei nostri cuori, nelle nostre famiglie, nelle nostre società e nel mondo. La benedizione di Dio vi accompagni sempre! Grazie.]

    * * *

    Con la gioia del clima natalizio, rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Apostole del Sacro Cuore di Gesù e le esorto a rinnovare l’adesione a Cristo povero, umile e obbediente per trasmettere l’amore e la misericordia di Dio nel contesto odierno. Saluto poi gli adolescenti e i giovani di Librino, San Fermo della Battaglia, Villa d’Almé, Portogruaro, Clusone, Celadina di Bergamo, Gravedona e Trento giunti a Roma in questo tempo natalizio per fare esperienze formative e di carità: andate avanti con gioia e tenacia nel cammino intrapreso.

    Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli. Sappiate essere forti nella fede, guardando al divino Bambino, che nel mistero del Natale si offre in dono per l’intera umanità.

    A tutti la mia benedizione.


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
    Regina Sacratissimi Rosarii,
    ora pro nobis.




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