Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
Pagina 10 di 14 PrimaPrima ... 89101112 ... UltimaUltima
Risultati da 91 a 100 di 137

Discussione: Omelie, discorsi e messaggi di Papa Francesco

  1. #91
    Cronista di CR L'avatar di Laudato Si’
    Data Registrazione
    Jan 2020
    Località
    Bergamo.
    Messaggi
    15,451
    MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    IN OCCASIONE DELLA MARCIA PER LA PACE PERUGIA-ASSISI


    Al caro Fratello
    Mons. Domenico Sorrentino Arcivescovo
    Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino


    Rivolgo di cuore il mio saluto ai partecipanti alla sessantesima marcia per la pace Perugia-Assisi, rallegrandomi perché il tema scelto quest’anno è “La cura come nuovo nome della pace”. Nel fatto che intorno al valore del prendersi cura, riferito agli altri e all’ambiente, si riscontri oggi un’ampia condivisione, possiamo riconoscere un positivo segno dei tempi, che la crisi pandemica ha contribuito a far emergere. Con il gesto semplice ed essenziale del vostro camminare, voi avete affermato che la cultura della cura è una strada, anzi, è la strada maestra che conduce alla pace (cfr Messaggio per la 54ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2021).

    La cura, infatti, è il contrario dell’indifferenza, dello scarto, del violare la dignità dell’altro, cioè di quell’anti-cultura che è alla base della violenza e della guerra. Purtroppo ancora oggi, dopo le due immani guerre mondiali e le tante guerre regionali che hanno distrutto popoli e Paesi, ancora – ed è scandaloso – gli Stati spendono enormi somme di denaro per gli armamenti, mentre nelle Conferenze internazionali si proclama la pace, distogliendo di fatto lo sguardo dai milioni di fratelli e sorelle che mancano del necessario per vivere o trascinano un’esistenza indegna dell’uomo.

    Per questo è più che mai necessario camminare sulla via della cura: non una volta all’anno, ma ogni giorno, nel concreto della vita quotidiana, con l’aiuto di Dio che è padre di tutti e di tutti si prende cura, perché impariamo a vivere insieme da fratelli e sorelle. Con questa viva speranza invoco l’intercessione di San Francesco d’Assisi e invio a tutti la mia benedizione.

    Roma, San Giovanni in Laterano, 4 ottobre 2021
    Festa di San Francesco di Assisi


    Francesco


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede).
    «Et tunc videbunt Filium hominis venientem in nube cum potestate et gloria magna».
    (Luc. 21, 27).




  2. #92
    Cronista di CR L'avatar di Laudato Si’
    Data Registrazione
    Jan 2020
    Località
    Bergamo.
    Messaggi
    15,451
    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI AL CAPITOLO GENERALE DELLE
    SUORE DELLA CARITÀ DI SANTA GIOVANNA ANTIDA THOURET


    Sala Clementina
    Lunedì, 11 ottobre 2021


    Care sorelle!

    Vi do il benvenuto in occasione del vostro 21° Capitolo generale, che finalmente siete riuscite a celebrare. Ringrazio la neo-eletta Superiora Generale per il suo saluto: a lei e al nuovo Consiglio auguro un servizio sereno e fruttuoso. E mi unisco alla vostra riconoscenza per la Superiora e le Consigliere uscenti.

    Proprio Suor Nunzia, quando scrisse per chiedere l’udienza, notava la coincidenza del vostro Capitolo con l’apertura del Sinodo. Scriveva così: «Saremo in comunione con tutta la Chiesa e con Lei». Vorrei fermarmi un momento su questo. Prima di tutto vi ringrazio per la vostra preghiera, con cui accompagnate l’inizio del percorso sinodale. Ma voglio anche approfittare di questa coincidenza per evidenziare che l’impegno che ci assumiamo come Chiesa di crescere nella sinodalità è uno stimolo forte anche per gli Istituti di vita consacrata. In particolare, voi consacrate siete una presenza insostituibile nella grande comunità in cammino che è la Chiesa. Viene alla mente l’immagine di Gesù che percorre le strade della Galilea, della Samaria e della Giudea: con lui ci sono i discepoli, e tra loro molte donne; di alcune conosciamo anche i nomi (cfr Lc 8,1-3). Mi è piaciuto quello che ha detto la precedente Superiora Generale: “Torno alla strada”: è bello, con la gente. Mi piace pensare che voi consacrate siete un prolungamento di quella presenza femminile che camminava con Gesù e con i Dodici, condividendo la missione e dando il proprio peculiare apporto.

    E voi, Suore della Carità, in che modo più specificamente partecipate a questo cammino? Qual è il vostro contributo originale? Vi lascio queste domande, che naturalmente non hanno risposte già pronte, preconfezionate. E le risposte che non sono preconfezionate sono le migliori. Però mi pare di vedere che nel tema del vostro Capitolo è contenuta una risposta. Il tema infatti è: Ripartire da Betania, con la sollecitudine di Marta e l’ascolto di Maria.

    Intanto qui c’è di nuovo la presenza di due donne, Marta e Maria, con i loro nomi e i loro volti. Due discepole che hanno avuto un posto molto importante nella vita di Gesù e dei Dodici, lo si vede bene nei Vangeli. Questo conferma che anzitutto in quanto donne e in quanto battezzate, cioè discepole di Gesù, voi siete presenza viva nella Chiesa, partecipando alla comunione e alla missione. Non dobbiamo mai dimenticare ciò che sta alla base: il Battesimo. Perché qui c’è la radice di tutto. A partire da questa radice Dio ha fatto crescere in voi la pianta della vita consacrata, secondo il carisma di Santa Giovanna Antida.

    Ma il tema del vostro Capitolo dice di più, con quelle due parole: “sollecitudine” e “ascolto”. Sono certo che se riuscirete davvero a vivere la sollecitudine e l’ascolto, sull’esempio delle sante sorelle Marta e Maria di Betania, voi continuerete a dare il vostro contributo prezioso al cammino di tutta la Chiesa. In particolare, sollecitudine verso i poveri e ascolto dei poveri. Qui voi siete maestre. Siete maestre non con le parole, ma con i fatti, con la storia di tante vostre sorelle che hanno dato la vita per questo, nella sollecitudine e nell’ascolto vicino alle persone anziane, malate, emarginate; vicino ai piccoli, agli ultimi con la tenerezza e la compassione di Dio. Questo edifica la Chiesa, la fa camminare nella via di Cristo che è la via della carità. Avevo detto che la vostra è una testimonianza all’essere vicini agli ultimi, con tenerezza e compassione. Lo stile di Dio è questo: vicinanza, tenerezza e compassione. Sempre Dio fa così. Nella misura in cui noi facciamo lo stesso, saremo più simili a essere pastori come Dio. Non dimenticatevi questo: sempre vicinanza, sempre compassione e sempre tenerezza.

    Per questo, care sorelle, vi ringrazio di cuore a nome di tutta la Chiesa. La Vergine Madre e Santa Giovanna Antida vi proteggano sempre. Benedico voi e tutte le vostre sorelle nel mondo. E voi, per favore, continuate e pregare per me, ne ho bisogno. Grazie!


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede).
    «Et tunc videbunt Filium hominis venientem in nube cum potestate et gloria magna».
    (Luc. 21, 27).




  3. #93
    Cronista di CR L'avatar di Laudato Si’
    Data Registrazione
    Jan 2020
    Località
    Bergamo.
    Messaggi
    15,451
    PAPA FRANCESCO

    UDIENZA GENERALE

    Aula Paolo VI
    Mercoledì, 13 ottobre 2021


    Catechesi sulla Lettera ai Galati: 11. La libertà cristiana, fermento universale di liberazione

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Nel nostro itinerario di catechesi sulla Lettera ai Galati, abbiamo potuto mettere a fuoco qual è per San Paolo il nucleo centrale della libertà: il fatto che, con la morte e risurrezione di Gesù Cristo, siamo stati liberati dalla schiavitù del peccato e della morte. In altri termini: siamo liberi perché siamo stati liberati, liberati per grazia – non per pagamento -, liberati dall’amore, che diventa la legge somma e nuova della vita cristiana. L’amore: noi siamo liberi perché siamo stati liberati gratuitamente. Questo è appunto il punto chiave.

    Oggi vorrei sottolineare come questa novità di vita ci apra ad accogliere ogni popolo e cultura e nello stesso tempo apra ogni popolo e cultura a una libertà più grande. San Paolo infatti dice che per chi aderisce a Cristo non conta più essere giudeo o pagano. Conta solo «la fede che si rende operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6). Credere che siamo stati liberati e credere in Gesù Cristo che ci ha liberati: questa è la fede operosa per la carità. I detrattori di Paolo – questi fondamentalisti che erano arrivati lì - lo attaccavano per questa novità, sostenendo che egli avesse preso questa posizione per opportunismo pastorale, cioè per “piacere a tutti”, minimizzando le esigenze ricevute dalla sua più stretta tradizione religiosa. È lo stesso discorso dei fondamentalisti d’oggi: la storia di ripete sempre. Come si vede, la critica nei confronti di ogni novità evangelica non è solo dei nostri giorni, ma ha una lunga storia alle spalle. Paolo, comunque, non rimane in silenzio. Risponde con parresia - è una parola greca che indica coraggio, forza – e dice: «È forse il consenso degli uomini che cerco, oppure quello di Dio? O cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo!» (Gal 1,10). Già nella sua prima Lettera ai Tessalonicesi si era espresso in termini simili, dicendo che nella sua predicazione non aveva mai usato «parole di adulazione, né […] avuto intenzioni di cupidigia […]. E neppure […] cercato la gloria umana» (1 Ts 2,5-6), che sono le strade del “far finta di”; una fede che non è fede, è mondanità.

    Il pensiero di Paolo si mostra ancora una volta di una profondità ispirata. Accogliere la fede comporta per lui rinunciare non al cuore delle culture e delle tradizioni, ma solo a ciò che può ostacolare la novità e la purezza del Vangelo. Perché la libertà ottenutaci dalla morte e risurrezione del Signore non entra in conflitto con le culture, con le tradizioni che abbiamo ricevuto, ma anzi immette in esse una libertà nuova, una novità liberante, quella del Vangelo. La liberazione ottenuta con il battesimo, infatti, ci permette di acquisire la piena dignità di figli di Dio, così che, mentre rimaniamo ben innestati nelle nostre radici culturali, al tempo stesso ci apriamo all’universalismo della fede che entra in ogni cultura, ne riconosce i germi di verità presenti e li sviluppa portando a pienezza il bene contenuto in esse. Accettare che noi siamo stati liberati da Cristo – la sua passione, la sua morte, la sua resurrezione – è accettare e portare la pienezza anche alle diverse tradizioni di ogni popolo. La vera pienezza.

    Nella chiamata alla libertà scopriamo il vero senso dell’inculturazione del Vangelo. Qual è questo vero senso? Essere capaci di annunciare la Buona Notizia di Cristo Salvatore rispettando ciò che di buono e di vero esiste nelle culture. Non è una cosa facile! Sono tante le tentazioni di voler imporre il proprio modello di vita come se fosse il più evoluto e il più appetibile. Quanti errori sono stati compiuti nella storia dell’evangelizzazione volendo imporre un solo modello culturale! La uniformità come regola di vita non è cristiana! L’unità sì, l’uniformità no! A volte, non si è rinunciato neppure alla violenza pur di far prevalere il proprio punto di vista. Pensiamo alle guerre. In questo modo, si è privata la Chiesa della ricchezza di tante espressioni locali che portano con sé la tradizione culturale di intere popolazioni. Ma questo è l’esatto contrario della libertà cristiana! Per esempio, mi viene in mente quando si è affermato il modo di fare apostolato in Cina con padre Ricci o nell’India con padre De Nobili. … [Qualcuno diceva]: “E no, questo non è cristiano!”. Sì, è cristiano, sta nella cultura del popolo.

    Insomma, la visione della libertà propria di Paolo è tutta illuminata e fecondata dal mistero di Cristo, che nella sua incarnazione – ricorda il Concilio Vaticano II – si è unito in certo modo ad ogni uomo (cfr Cost. past. Gaudium et spes, 22). E questo vuol dire che non c’è uniformità, c’è invece la varietà, ma varietà unita. Da qui deriva il dovere di rispettare la provenienza culturale di ogni persona, inserendola in uno spazio di libertà che non sia ristretto da alcuna imposizione dettata da una sola cultura predominante. È questo il senso di dirci cattolici, di parlare di Chiesa cattolica: non è una denominazione sociologica per distinguerci da altri cristiani. Cattolico è un aggettivo che significa universale: la cattolicità, la universalità. Chiesa universale, cioè cattolica, vuol dire che la Chiesa ha in sé, nella sua stessa natura, l’apertura a tutti i popoli e le culture di ogni tempo, perché Cristo è nato, morto e risorto per tutti.

    La cultura, d’altronde, è per sua stessa natura in continua trasformazione. Si pensi a come siamo chiamati ad annunciare il Vangelo in questo momento storico di grande cambiamento culturale, dove una tecnologia sempre più avanzata sembra avere il predominio. Se dovessimo pretendere di parlare della fede come si faceva nei secoli passati rischieremmo di non essere più compresi dalle nuove generazioni. La libertà della fede cristiana – la libertà cristiana - non indica una visione statica della vita e della cultura, ma una visione dinamica, una visione dinamica anche della tradizione. La tradizione cresce ma sempre con la stessa natura. Non pretendiamo, pertanto, di avere il possesso della libertà. Abbiamo ricevuto un dono da custodire. Ed è piuttosto la libertà che chiede a ciascuno di essere in un costante cammino, orientati verso la sua pienezza. È la condizione di pellegrini; è lo stato di viandanti, in un continuo esodo: liberati dalla schiavitù per camminare verso la pienezza della libertà. E questo è il grande dono che ci ha dato Gesù Cristo. Il Signore ci ha liberato dalla schiavitù gratuitamente e ci ha messo sulla strada per camminare nella piena libertà.
    ________________________

    Saluti

    Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier les paroisses Notre Dame des Champs et de Cognac. Comme des pèlerins sur un chemin parfois difficile et douloureux, marchons dans la joie vers la libération définitive du péché et de la mort que nous offre Jésus-Christ. Témoignons à tous de cette voie de bonheur et de paix. Que Dieu vous bénisse !

    [Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese, in particolare le parrocchie di Notre Dame des Champs e di Cognac. Come pellegrini di un cammino a volte difficile e doloroso, andiamo con gioia verso la liberazione definitiva dal peccato e dalla morte, che ci offre Gesù Cristo. Testimoniamo a tutti questa via di felicità e di pace. Dio vi benedica!]

    I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially the groups from the United States of America. In this month of October, through the intercession of Our Lady of the Rosary, may we grow in the Christian freedom that we received at baptism. Upon all of you, and your families, I invoke the joy and peace of the Lord. May God bless you!

    [Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente i gruppi provenienti dagli Stati Uniti d’America. In questo mese di ottobre, attraverso l’intercessione della Madonna, Regina del Rosario, possiamo crescere nella libertà cristiana che abbiamo ricevuto nel battesimo. Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace del Signore. Dio vi benedica!]

    Einen herzlichen Gruß richte ich an die Gläubigen deutscher Sprache. Heute gedenken wir der Erscheinungen der seligen Jungfrau Maria in Fatima. Sie führe uns auf dem Weg der beständigen Umkehr und Buße, um Christus, der Sonne der Gerechtigkeit, entgegenzugehen. Sein Licht befreie uns von allem Bösen und zerstreue die Dunkelheit dieser Welt.

    [Rivolgo un cordiale saluto ai fedeli di lingua tedesca. La Beata Vergine Maria, di cui quest’oggi ricordiamo le apparizioni a Fatima, sia la nostra guida sul cammino di continua conversione e penitenza per andare incontro a Cristo, sole di giustizia. La sua luce ci liberi da ogni male e disperda le tenebre di questo mondo.]

    Saludo cordialmente a los fieles de lengua española. Los animo a mantener un espíritu de peregrinos, siempre en camino, siguiendo juntos las huellas de Cristo con libertad y alegría, hacia esa patria a la que Dios nos convoca. Que el Señor los bendiga a todos. Muchas gracias.

    Queridos fiéis de língua portuguesa, a todos vos saúdo e desejo que se fortaleça cada vez mais, nos vossos corações, o sentir e o viver com a Igreja, perseverando na reza diária do terço. Podereis assim reunir-vos quotidianamente com a Virgem Mãe, aprendendo d'Ela a cooperar plenamente com os desígnios de salvação que Deus tem sobre cada um. O Senhor vos abençoe, a vós e aos vossos entes queridos.

    [Cari fedeli di lingua portoghese, vi saluto tutti. E vi auguro che si rinsaldi sempre di più, nei vostri cuori, il sentire e il vivere con la Chiesa, perseverando nella preghiera quotidiana del Rosario. Potrete così incontrarvi ogni giorno con la Vergine Madre, imparando da Lei a cooperare pienamente con i piani di salvezza che Dio ha per ciascuno. Il Signore benedica voi e i vostri cari.]

    [...].

    [Saluto i fedeli di lingua araba. La libertà della fede cristiana non indica una visione statica della vita e della cultura, ma dinamica e chiede a ciascuno di essere in un costante cammino, orientati verso la sua pienezza. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]

    [...].

    [Saluto cordialmente tutti i Polacchi. Questa settimana ricorrono l’anniversario dell’elezione di San Giovanni Paolo II e le memorie liturgiche di San Giovanni XXIII, Santa Teresa d’Ávila e Sant’Edvige di Slesia. Le loro vite sono chiari esempi di libertà cristiana. L’esperienza di questi Santi vi ricordi che non esiste libertà senza responsabilità e senza amore per la verità. E la più grande realizzazione della libertà è la carità, che si concretizza nel servizio. Vi benedico di cuore!]

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Saluto le Suore Serve di Maria Riparatrici, che celebrano il loro Capitolo generale, e le incoraggio a proseguire con fedeltà e gioia il loro servizio al Vangelo e ai fratelli. Saluto le Suore Scalabriniane, che partecipano ad un corso di formazione, e le esorto ad essere generose testimoni di accoglienza e di fraternità. Voi che lavorate tanto con i migranti, continuate così. Brave! Saluto e ringrazio la Delegazione del Comune di Cervia, qui convenuta per il tradizionale dono del sale. E il mio cuore ricorda monsignor Mario Marini, di santa memoria.

    Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli. Oggi ricordiamo l’ultima apparizione della Madonna di Fatima. Alla celeste Madre di Dio affido tutti voi, perché vi accompagni con tenerezza materna nel vostro cammino e vi sia di conforto nelle prove della vita.

    A tutti la mia benedizione.


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
    Ultima modifica di Laudato Si’; 13-10-2021 alle 16:50
    «Et tunc videbunt Filium hominis venientem in nube cum potestate et gloria magna».
    (Luc. 21, 27).




  4. #94
    Cronista di CR L'avatar di Laudato Si’
    Data Registrazione
    Jan 2020
    Località
    Bergamo.
    Messaggi
    15,451
    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO PROMOSSO DALLA
    SOCIETÀ ITALIANA DI FARMACIA OSPEDALIERA


    Sala Clementina
    Giovedì, 14 ottobre 2021


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

    Ringrazio il Presidente della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie per le parole che mi ha rivolto a nome di tutti voi. Grazie! Siete venuti da tutta Italia per il vostro Congresso, in rappresentanza di diverse realtà. Il Congresso è prima di tutto occasione di confronto per voi, ma è anche un’opportunità per ribadire l’importanza del sistema sanitario pubblico nazionale, elemento imprescindibile per garantire il bene comune e la crescita sociale di un Paese. E tutto ciò nel contesto della pandemia, che ha cambiato e cambierà il modo di programmare, organizzare e gestire la sanita? e la salute. A questo proposito, vorrei indicarvi tre strade sulle quali proseguire il vostro impegno.

    La prima la prendo dalla figura dell’albergatore nella parabola del buon samaritano: a lui viene chiesto di accogliere l’uomo ferito e di prendersene cura fino al ritorno del samaritano (cfr Lc 10,35). In questo personaggio possiamo vedere due aspetti significativi del lavoro del farmacista ospedaliero: la routine quotidiana e il servizio nascosto. Sono aspetti comuni a molti altri lavori, che richiedono pazienza, costanza e precisione, e che non hanno la gratificazione dell’apparire, hanno poca visibilità. La routine quotidiana e il servizio nascostonon hanno visibilità, poca, diciamo così, poca visibilità. Proprio per questo, se sono accompagnati dalla preghiera e dall’amore, essi generano la “santità del quotidiano”. Perché senza preghiera e senza amore – voi lo sapete bene – questa routine diventa arida. Ma con amore, fatta con amore e con preghiera ti porta alla santità “della porta accanto”: santi anonimi che sono dappertutto perché fanno bene quello che devono fare.

    La seconda strada riguarda la dimensione specifica del farmacista ospedaliero, ovvero la sua professionalità, la sua specializzazione post-laurea. Insieme con il clinico, è il farmacista ospedaliero che ricerca, sperimenta, propone percorsi nuovi; sempre nel contatto immediato con il paziente. Si tratta della capacità di comprendere la malattia e il malato, di personalizzare le medicine e i dosaggi, confrontandosi talvolta con le situazioni cliniche più complesse. Il farmacista infatti è in grado di tenere conto degli effetti complessivi, che sono più della semplice somma dei singoli farmaci per le diverse patologie. Talvolta – a seconda delle strutture – si dà l’incontro con la persona malata, altre volte la farmacia ospedaliera è uno dei reparti invisibili che fa funzionare il tutto, ma la persona è sempre la destinataria delle vostre cure.

    La terza strada interessa la dimensione etica della professione, sotto due aspetti: quello personale e quello sociale.

    Sul piano individuale, il farmacista, ciascuno di voi, adopera sostanze medicinali che possono però trasformarsi in veleni. Qui si tratta di esercitare una costante vigilanza, perché il fine sia sempre la vita del paziente nella sua integralità. Voi siete sempre al servizio della vita umana. E questo può comportare in certi casi l’obiezione di coscienza, che non è infedeltà, ma al contrario fedeltà alla vostra professione, se validamente motivata. Oggi c’è un po’ la moda di pensare che forse sarebbe una buona strada togliere l’obiezione di coscienza. Ma guarda che questa è l’intimità etica di ogni professionista della salute e questo non va negoziato mai, è proprio la responsabilità ultima dei professionisti della salute. Ed è anche denuncia delle ingiustizie compiute ai danni della vita innocente e indifesa. [1] È un tema molto delicato, che richiede nello stesso tempo grande competenza e grande rettitudine. In particolare, sull’aborto ho avuto occasione di tornare anche recentemente. [2] Sapete che su questo sono molto chiaro: si tratta di un omicidio e non è lecito diventarne complici. Detto questo, il nostro dovere è la vicinanza, il dovere positivo nostro: stare vicino alle situazioni, specialmente alle donne, perché non si arrivi a pensare alla soluzione abortiva, perché in realtà non è la soluzione. Poi la vita dopo dieci, venti, trent’anni ti passa il conto. E bisogna stare in un confessionale per capire il prezzo, tanto duro, di questo.

    Questo era il livello etico personale. C’è poi il livello della giustizia sociale, che è tanto importante: «Le strategie sanitarie, volte al perseguimento della giustizia e del bene comune, devono essere economicamente ed eticamente sostenibili». [3] Certamente, nel Servizio Sanitario Nazionale italiano, grande spazio occupa l’universalità dell’accesso alle cure, ma il farmacista – anche nelle gerarchie di gestione e amministrazione – non è un mero esecutore. Pertanto i criteri gestionali e finanziari non sono l’unico elemento da prendere in considerazione. La cultura dello scarto non deve intaccare la vostra professione. E anche su questo bisogna essere sempre vigilanti. «Dio nostro Padre ha dato il compito di custodire la terra non ai soldi, ma a noi: agli uomini e alle donne. Noi abbiamo questo compito! Invece uomini e donne vengono sacrificati agli idoli del profitto e del consumo: è la “cultura dello scarto”». [4] Anche negli anziani: dare la metà dei medicinali e così si accorcia la vita… È uno scarto, sì. Questa osservazione, originariamente riferita all’ambiente, vale a maggior ragione per la salute dell’essere umano.

    La gestione delle risorse e l’attenzione a non sprecare quanto affidato alle mani di ogni singolo farmacista assumono un significato non solo economico ma etico, anzi, direi umano, molto umano. Pensiamo all’attenzione ai dettagli, all’acquisto e alla conservazione dei prodotti, all’uso corretto e alla destinazione a chi ne abbia necessità e urgenza. Pensiamo al rapporto con i vari operatori – i capisala, gli infermieri, i medici e gli anestesisti – e con tutte le strutture coinvolte.

    Vi ringrazio per questa visita, e mi auguro che voi possiate andare avanti nel vostro mestiere così umano, così degno, così grande e tante volte così silenzioso che nessuno se ne accorge. Grazie tante! Che Dio vi benedica tutti. E pregate per me. Grazie!
    _____________________________

    [1] Cfr Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, Nuova Carta degli Operatori Sanitari (2017), n. 60.

    [2] Cfr Conferenza stampa durante il volo di ritorno da Bratislava (15 settembre 2021).

    [3] Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, Nuova Carta degli Operatori Sanitari (2017), n. 92.

    [4] Udienza generale, 5 giugno 2013.


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede).
    «Et tunc videbunt Filium hominis venientem in nube cum potestate et gloria magna».
    (Luc. 21, 27).




  5. #95
    Cronista di CR L'avatar di Laudato Si’
    Data Registrazione
    Jan 2020
    Località
    Bergamo.
    Messaggi
    15,451
    VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE
    IN OCCASIONE DEL 57.mo COLLOQUIO DELLA FONDAZIONE IDEA SUL TEMA

    “LOGREMOS UNA ARGENTINA SOSTENIBLE"
    (REALIZZIAMO UN’ARGENTINA SOSTENIBILE)


    [Buenos Aires, 13-15 ottobre 2021]


    Desidero plaudire allo spazio di dialogo che si sono proposti la Fondazione Idea e l’Unione dei lavoratori dell’economia popolare. Desidero di cuore che sia un momento di autentico scambio che possa raccogliere il contributo innovativo degli imprenditori e dei lavoratori che lottano per la loro dignità e per le loro famiglie.

    Varie volte ho fatto riferimento alla nobile vocazione dell’imprenditore che cerca con creatività di produrre ricchezza e di diversificare la produzione, rendendo possibile al tempo stesso la creazione di posti di lavoro.

    Perché non mi stancherò mai di parlare della dignità del lavoro. Ciò che dà dignità è il lavoro. Chi non ha lavoro sente che gli manca qualcosa, gli manca quella dignità che dà proprio il lavoro, che unge di dignità.

    Alcuni mi hanno fatto dire cose che non sostengo: che propongo una vita senza fatica, o che disprezzo la cultura del lavoro. Immaginatevi se si può dire questo di un discendente di piemontesi, che non sono venuti nel nostro paese con la voglia di essere mantenuti, ma con un enorme desiderio di rimboccarsi le maniche per costruire un futuro per le loro famiglie. È curioso, i migranti non mettevano i soldi in banca, ma in mattoni e terreno. La casa prima di tutto. Guardavano avanti verso la famiglia. Investimento di famiglia.

    Il lavoro esprime e alimenta la dignità dell’essere umano, gli consente di sviluppare le capacità che Dio gli ha donato, lo aiuta a tessere relazioni di scambio e di aiuto reciproco, gli permette di sentirsi collaboratore di Dio per prendersi cura di questo mondo e svilupparlo, lo fa sentire utile alla società e solidale con le persone a lui care. Per questo il lavoro, al di là delle fatiche e delle difficoltà, è il cammino di maturazione, di realizzazione della persona, che mette le ali ai sogni migliori.

    Per questo motivo, risulta chiaro che i sussidi possono essere solo un aiuto provvisorio. Non si può vivere di sussidi, perché il grande obiettivo è offrire fonti di lavoro diversificate che consentano a tutti di costruire il futuro con la fatica e l’ingegno. Proprio perché diversificate, aprono il cammino affinché le diverse persone trovino il contesto più adeguato a sviluppare i propri doni, poiché non tutti hanno le stesse capacità e inclinazioni.

    Su questa strada credo che il dialogo tra gli imprenditori e i lavoratori non sia solo indispensabile ma anche fecondo e promettente. Grazie per questo colloquio che avete programmato con un proposito tanto nobile.

    Che Dio vi benedica e, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie.

    _______________________________

    L'Osservatore Romano, Anno CLXI n. 234, giovedì 14 ottobre 2021, p. 8.


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede).
    «Et tunc videbunt Filium hominis venientem in nube cum potestate et gloria magna».
    (Luc. 21, 27).




  6. #96
    Cronista di CR L'avatar di Laudato Si’
    Data Registrazione
    Jan 2020
    Località
    Bergamo.
    Messaggi
    15,451
    MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DELL'ALIMENTAZIONE 2021


    A sua Eccellenza
    Qu Dongyu
    Direttore Generale della Fao


    Eccellenza,

    La celebrazione annuale della Giornata Mondiale dell’Alimentazione ci pone di fronte a una delle sfide più grandi dell’umanità: sconfiggere la fame una volta per tutte è una meta ambiziosa. Il Vertice delle Nazioni Unite sui Sistemi Alimentari , tenutosi a New York lo scorso 23 settembre, ha messo in evidenza la perentorietà di adottare soluzioni innovative che possano trasformare il modo in cui produciamo e consumiamo gli alimenti per il benessere delle persone e del pianeta. Questo è improrogabile per accelerare la ripresa post-pandemica, combattere l’insicurezza alimentare e avanzare verso il conseguimento di tutti gli Obiettivi dell’Agenda 2030.

    Il tema proposto quest’anno dalla Fao, «Le nostre azioni sono il nostro futuro. Una produzione migliore, una nutrizione migliore, un ambiente migliore e una vita migliore », sottolinea il bisogno di un’azione congiunta affinché tutti abbiano accesso a un’alimentazione che garantisca la massima sostenibilità ambientale e che inoltre sia adeguata e a un prezzo accessibile. Ognuno di noi ha una funzione da svolgere nella trasformazione dei sistemi alimentari a beneficio delle persone e del pianeta, e «tutti possiamo collaborare […] per la cura della creazione, ognuno con la propria cultura ed esperienza, le proprie iniziative e capacità» (Lettera Enciclica Laudato si’ , n. 14).

    Attualmente assistiamo a un autentico paradosso in quanto all’accesso al cibo: da un lato, più di 3.000 milioni di persone non hanno accesso a una dieta nutriente, mentre, dall’altro, quasi 2.000 milioni di persone sono in sovrappeso o affetti da obesità a causa di una cattiva alimentazione e di uno stile di vita sedentario. Se non vogliamo mettere in pericolo la salute del nostro pianeta e di tutta la nostra popolazione, dobbiamo favorire la partecipazione attiva al cambiamento a tutti i livelli e riorganizzare i sistemi alimentari nel loro insieme.

    Vorrei indicare quattro ambiti in cui è urgente agire: nei campi, nel mare, nella tavola e nella riduzione della perdita e dello spreco alimentare. I nostri stili di vita e le nostre pratiche di consumo quotidiane influiscono sulla dinamica globale e ambientale, ma se aspiriamo a un cambiamento reale, dobbiamo esortare produttori e consumatori a prendere decisioni etiche e sostenibili e sensibilizzare le generazioni più giovani sull’importante compito che svolgono per rendere realtà un mondo senza fame. Ognuno di noi può offrire il suo contributo a questa nobile causa, iniziando dalla nostra vita quotidiana e dai gesti più semplici. Conoscere la nostra Casa Comune, proteggerla ed essere consapevoli della sua importanza è il primo passo per essere custodi e promotori dell’ambiente.

    La pandemia ci dà l’opportunità di cambiare rotta e investire in un sistema alimentare mondiale che possa far fronte con sensatezza e responsabilità a future crisi. In tal senso, il prezioso contributo dei piccoli produttori è fondamentale; occorre facilitare il loro accesso all’innovazione che, applicata al settore agroalimentare, può rafforzare la resistenza al cambiamento climatico, aumentare la produzione di cibo e sostenere quanti lavorano nella catena di valore alimentare.

    La lotta contro la fame esige di superare la fredda logica del mercato, incentrata avidamente sul mero beneficio economico e sulla riduzione del cibo a una merce come tante, e rafforzare la logica della solidarietà.

    Signor Direttore Generale, la Santa Sede e la Chiesa cattolica camminano insieme alla Fao e alle altre entità e persone che danno il meglio di sé affinché nessun essere umano veda lesi o ignorati i suoi diritti fondamentali. Che quanti spargono semi di speranza e di concordia sentano il sostegno della mia preghiera affinché le loro iniziative e i loro progetti siano sempre più fruttuosi ed efficaci. Con questi sentimenti, invoco su di lei e su quanti con impegno e generosità combattono la miseria e la fame nel mondo la Benedizione di Dio Onnipotente.

    Vaticano, 15 ottobre 2021

    Francesco

    __________________________

    da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, n. 235, 16/10/2021


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede).
    «Et tunc videbunt Filium hominis venientem in nube cum potestate et gloria magna».
    (Luc. 21, 27).




  7. #97
    Cronista di CR L'avatar di Laudato Si’
    Data Registrazione
    Jan 2020
    Località
    Bergamo.
    Messaggi
    15,451
    VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    IN OCCASIONE DEL IV INCONTRO MONDIALE DEI MOVIMENTI POPOLARI


    Sorelle, fratelli, cari poeti sociali!

    1. Cari poeti sociali

    Così mi piace chiamarvi, “poeti sociali”. Perché voi siete poeti sociali, in quanto avete la capacità e il coraggio di creare speranza laddove appaiono solo scarto ed esclusione. Poesia vuol dire creatività, e voi create speranza. Con le vostre mani sapete forgiare la dignità di ciascuno, quella delle famiglie e quella dell’intera società con la terra, la casa e il lavoro, la cura e la comunità. Grazie perché la vostra dedizione è parola autorevole, capace di smentire i rinvii silenziosi e tante volte “educati” a cui siete stati sottoposti, o a cui sono sottoposti tanti nostri fratelli. Ma pensando a voi credo che la vostra dedizione sia principalmente un annuncio di speranza. Vedervi mi ricorda che non siamo condannati a ripetere né a costruire un futuro basato sull’esclusione e la disuguaglianza, sullo scarto o sull’indifferenza; dove la cultura del privilegio sia un potere invisibile e insopprimibile e lo sfruttamento e l’abuso siano come un metodo abituale di sopravvivenza. No! Questo voi lo sapete annunciare molto bene. Grazie.

    Grazie per il video che abbiamo appena condiviso. Ho letto le riflessioni dell’incontro, la testimonianza di quello che avete vissuto in questi tempi di tribolazione e di angoscia, la sintesi delle vostre proposte e delle vostre aspirazioni. Grazie. Grazie di rendermi partecipe del processo storico che state attraversando e grazie di condividere con me questo dialogo fraterno, che cerca di vedere il grande nel piccolo e il piccolo nel grande, un dialogo che nasce nelle periferie, un dialogo che giunge a Roma e nel quale tutti possiamo sentirci invitati e interpellati. «Per incontrarci e aiutarci a vicenda abbiamo bisogno di dialogare» (Enc. Fratelli tutti, 198), e quanto!

    Avete avvertito che la situazione attuale meritava un nuovo incontro. Lo stesso ho sentito io. Anche se non abbiamo mai perso il contatto – sono già passati sei anni, credo, dall’ultimo incontro generale –. In questo tempo sono successe molte cose, tante sono cambiate. Si tratta di cambiamenti che segnano punti di non ritorno, punti di svolta, crocevia in cui l’umanità è chiamata a scegliere. Occorrono nuovi momenti di incontro, discernimento e azione congiunta. Ogni persona, ogni organizzazione, ogni Paese, e il mondo intero, ha bisogno di cercare questi momenti per riflettere, discernere e scegliere. Perché ritornare agli schemi precedenti sarebbe davvero suicida e, se mi consentite di forzare un po’ le parole, ecocida e genocida. Sto forzando!

    In questi mesi molte delle cose da voi denunciate sono risultate del tutto evidenti. La pandemia ha fatto vedere le disuguaglianze sociali che colpiscono i nostri popoli e ha esposto – senza chiedere permesso né scusa – la straziante situazione di tanti fratelli e sorelle, quella situazione che tanti meccanismi di post-verità non hanno potuto occultare.

    Molte cose che davamo per scontate sono cadute come un castello di carte. Abbiamo sperimentato come, da un giorno all’altro, il nostro modo di vivere può cambiare drasticamente, impedendoci, per esempio, di vedere i nostri familiari, compagni e amici. In molti Paesi gli Stati hanno reagito. Hanno ascoltato la scienza e sono riusciti a porre limiti per garantire il bene comune e hanno frenato almeno per un po’ questo “meccanismo gigantesco” che opera in modo quasi automatico, dove i popoli e le persone sono semplici ingranaggi (cfr S. Giovanni Paolo II, Enc. Sollicitudo rei socialis, 22).

    Tutti abbiamo subito il dolore della chiusura, ma a voi come sempre è toccata la parte peggiore. Nei quartieri privi di infrastrutture di base (dove vivono molti di voi e milioni e milioni di persone), è difficile restare in casa; non solo perché non si dispone di tutto il necessario per portare avanti le misure minime di cura e di protezione, ma semplicemente perché la casa è il quartiere. I migranti, le persone prive di documenti, i lavoratori informali senza reddito fisso si sono visti privati, in molti casi, di qualsiasi aiuto statale e impossibilitati a svolgere i loro compiti abituali, aggravando la loro già lacerante povertà. Una delle espressioni di questa cultura dell’indifferenza è che sembrerebbe che questo “terzo” sofferente del nostro mondo non rivesta sufficiente interesse per i grandi media e per chi fa opinione. Non appare. Rimane nascosto, “rannicchiato”.

    Voglio fare riferimento anche a una pandemia silenziosa che da anni colpisce i bambini, gli adolescenti e i giovani di ogni classe sociale; e credo che, in questo tempo d’isolamento, sia cresciuta ancora di più. Si tratta dello stress e dell’ansia cronica, legata a diversi fattori come l’iperconnettività, lo smarrimento e la mancanza di prospettiva di futuro, che si aggrava senza un vero contatto con gli altri – famiglie, scuole, centri sportivi, oratori, parrocchie –; insomma, si aggrava per la mancanza di un vero contatto con gli amici, perché l’amicizia è la forma in cui l’amore risorge sempre.

    È evidente che la tecnologia può essere uno strumento di bene, ed è uno strumento di bene, che permette dialoghi come questo e tante altre cose, ma non può mai sostituire il contatto tra noi, non può mai sostituire una comunità in cui radicarci e in cui far sì che la nostra vita diventi feconda.

    E, parlando di pandemia, non possiamo non interrogarci sul flagello della crisi alimentare. Nonostante i progressi della biotecnologia, milioni di persone sono state private di alimenti, benché questi siano disponibili. Quest’anno venti milioni di persone in più si sono viste trascinate a livelli estremi di insicurezza alimentare, salendo a [molti] milioni di persone. L’indigenza grave si è moltiplicata. Il prezzo degli alimenti è aumentato notevolmente. I numeri della fame sono orribili, e penso, per esempio, a Paesi come Siria, Haiti, Congo, Senegal, Yemen, Sud Sudan; ma la fame si fa sentire anche in molti altri Paesi del mondo povero e, non di rado, anche nel mondo ricco. È possibile che le morti annuali legate alla fame possano superare quelle del Covid.[1] Ma questo non fa notizia, questo non genera empatia.

    Desidero ringraziarvi perché avete sentito come vostro il dolore degli altri. Voi sapete mostrare il volto della vera umanità, quella che non si costruisce voltando le spalle alla sofferenza di chi sta accanto, ma nel riconoscimento paziente, impegnato e spesso perfino doloroso del fatto che l’altro è mio fratello (cfr Lc 10,25-37) e che i suoi dolori, le sue gioie e le sue sofferenze sono anche i miei (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 1). Ignorare chi è caduto è ignorare la nostra stessa umanità che grida in ogni nostro fratello.

    Cristiani e non, avete risposto a Gesù che ha detto ai suoi discepoli davanti alla gente affamata: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mt 14,16). E dove c’era scarsità, il miracolo della moltiplicazione si è ripetuto in voi che avete lottato instancabilmente perché a nessuno mancasse il pane (cfr Mt 14,13-21). Grazie!

    Come i medici, gli infermieri e il personale sanitario nelle trincee sanitarie, voi avete messo il vostro corpo nella trincea dei quartieri emarginati. Ho presenti molti, tra virgolette, “martiri” di questa solidarietà, dei quali ho saputo tramite voi. Il Signore ne terrà conto.

    Se tutti quelli che per amore hanno lottato insieme contro la pandemia potessero anche sognare insieme un mondo nuovo, come sarebbe tutto diverso! Sognare insieme.

    2. Beati

    Voi siete, come vi ho detto nella lettera che vi ho inviato lo scorso anno,[2] un vero esercito invisibile; siete parte fondamentale di quella umanità che lotta per la vita di fronte a un sistema di morte. In questa dedizione vedo il Signore che si fa presente in mezzo a noi per donarci il suo Regno. Gesù, quando ci ha presentato il “protocollo” con il quale saremo giudicati – cfr Mt 25 –, ci ha detto che la salvezza consisteva nel prendersi cura degli affamati, dei malati, dei prigionieri, degli stranieri, insomma, nel riconoscere e servire Lui in tutta l’umanità sofferente. Perciò mi sento di dirvi: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5,6); «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

    Vogliamo che questa beatitudine si estenda, permei e unga ogni angolo e ogni spazio dove la vita si vede minacciata. Ma ci succede, come popolo, come comunità, come famiglia e persino individualmente, di dover affrontare situazioni che ci paralizzano, dove l’orizzonte scompare e lo smarrimento, il timore, l’impotenza e l’ingiustizia sembrano impossessarsi del presente. Sperimentiamo anche resistenze ai cambiamenti di cui abbiamo bisogno e a cui aspiriamo, resistenze che sono profonde, radicate, che vanno al di là delle nostre forze e decisioni. È ciò che la Dottrina sociale della Chiesa ha chiamato “strutture di peccato”, che siamo chiamati anche noi a convertire e che non possiamo ignorare nel momento in cui pensiamo al modo di agire. Il cambiamento personale è necessario, ma è anche imprescindibile adeguare i nostri modelli socio-economici, affinché abbiano un volto umano, perché tanti modelli lo hanno perso. E, pensando a queste situazioni, divento insistente nel chiedere. E inizio a chiedere. A chiedere a tutti. E a tutti voglio chiedere in nome di Dio.

    Ai grandi laboratori, che liberalizzino i brevetti. Compiano un gesto di umanità e permettano che ogni Paese, ogni popolo, ogni essere umano, abbia accesso al vaccino. Ci sono Paesi in cui solo il tre, il quattro per cento degli abitanti è stato vaccinato.

    Voglio chiedere, in nome di Dio, ai gruppi finanziari e agli organismi internazionali di credito di permettere ai Paesi poveri di garantire i bisogni primari della loro gente e di condonare quei debiti tante volte contratti contro gli interessi di quegli stessi popoli.

    Voglio chiedere, in nome di Dio, alle grandi compagnie estrattive – minerarie, petrolifere –, forestali, immobiliari, agroalimentari, di smettere di distruggere i boschi, le aree umide e le montagne, di smettere d’inquinare i fiumi e i mari, di smettere d’intossicare i popoli e gli alimenti.

    Voglio chiedere, in nome di Dio, alle grandi compagnie alimentari di smettere d’imporre strutture monopolistiche di produzione e distribuzione che gonfiano i prezzi e finiscono col tenersi il pane dell’affamato.

    Voglio chiedere, in nome di Dio, ai fabbricanti e ai trafficanti di armi di cessare totalmente la loro attività, che fomenta la violenza e la guerra, spesso nel quadro di giochi geopolitici il cui costo sono milioni di vite e di spostamenti.

    Voglio chiedere, in nome di Dio, ai giganti della tecnologia di smettere di sfruttare la fragilità umana, le vulnerabilità delle persone, per ottenere guadagni, senza considerare come aumentano i discorsi di odio, il grooming [adescamento di minori in internet], le fake news [notizie false], le teorie cospirative, la manipolazione politica.

    Voglio chiedere, in nome di Dio, ai giganti delle telecomunicazioni di liberalizzare l’accesso ai contenuti educativi e l’interscambio con i maestri attraverso internet, affinché i bambini poveri possano ricevere un’educazione in contesti di quarantena.

    Voglio chiedere, in nome di Dio, ai mezzi di comunicazione di porre fine alla logica della post-verità, alla disinformazione, alla diffamazione, alla calunnia e a quell’attrazione malata per lo scandalo e il torbido; che cerchino di contribuire alla fraternità umana e all’empatia con le persone più ferite.

    Voglio chiedere, in nome di Dio, ai Paesi potenti di cessare le aggressioni, i blocchi e le sanzioni unilaterali contro qualsiasi Paese in qualsiasi parte della terra. No al neocolonialismo. I conflitti si devono risolvere in istanze multilaterali come le Nazioni Unite. Abbiamo già visto come finiscono gli interventi, le invasioni e le occupazioni unilaterali, benché compiuti sotto i più nobili motivi o rivestimenti.

    Questo sistema, con la sua logica implacabile del guadagno, sta sfuggendo a ogni controllo umano. È ora di frenare la locomotiva, una locomotiva fuori controllo che ci sta portando verso l’abisso. Siamo ancora in tempo.

    Ai governi in generale, ai politici di tutti i partiti, voglio chiedere, insieme ai poveri della terra, di rappresentare i propri popoli e di lavorare per il bene comune. Voglio chiedere loro il coraggio di guardare ai propri popoli, di guardare negli occhi la gente, e il coraggio di sapere che il bene di un popolo è molto più di un consenso tra le parti (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 218). Si guardino dall’ascoltare soltanto le élite economiche tanto spesso portavoce di ideologie superficiali che eludono le vere questioni dell’umanità. Siano al servizio dei popoli che chiedono terra, casa, lavoro e una vita buona. Quel “buon vivere” aborigeno che non è la “dolce vita” o il “dolce far niente”, no. Quel buon vivere umano che ci mette in armonia con tutta l’umanità, con tutto il creato.

    Voglio chiedere anche a noi tutti, leader religiosi, di non usare mai il nome di Dio per fomentare guerre o colpi di Stato. Stiamo accanto ai popoli, ai lavoratori, agli umili e lottiamo insieme a loro affinché lo sviluppo umano integrale sia una realtà. Gettiamo ponti di amore perché la voce della periferia, con il suo pianto, ma anche con il suo canto e la sua gioia, non provochi paura ma empatia nel resto della società.

    E così sono insistente nel chiedere.

    È necessario che insieme affrontiamo i discorsi populisti d’intolleranza, xenofobia, aporofobia – che è l’odio per i poveri –, come tutti quelli che ci portano all’indifferenza, alla meritocrazia e all’individualismo, queste narrative sono servite solo a dividere i nostri popoli e a minare e neutralizzare la nostra capacità poetica, la capacità di sognare insieme.

    3. Sogniamo insieme!

    Sorelle e fratelli, sogniamo insieme! E poiché chiedo questo con voi, insieme a voi, voglio anche trasmettervi alcune riflessioni sul futuro che dobbiamo costruire e sognare. Ho detto riflessioni, ma forse bisognerebbe dire sogni, perché in questo momento non bastano il cervello e le mani, abbiamo bisogno anche del cuore e dell’immaginazione: abbiamo bisogno di sognare per non tornare indietro. Abbiamo bisogno di utilizzare quella facoltà tanto eccelsa dell’essere umano che è l’immaginazione, quel luogo dove l’intelligenza, l’intuizione, l’esperienza, la memoria storica si incontrano per creare, comporre, avventurarsi e rischiare. Sogniamo insieme, perché sono stati proprio i sogni di libertà e di uguaglianza, di giustizia e di dignità, i sogni di fraternità a migliorare il mondo. E sono convinto che attraverso questi sogni passa il sogno di Dio per tutti noi, che siamo suoi figli.

    Sogniamo insieme, sognate tra voi, sognate con altri. Sappiate che siete chiamati a partecipare ai grandi processi di cambiamento, come vi ho detto in Bolivia: «Il futuro dell’umanità è in gran parte nelle vostre mani, nella vostra capacità di organizzare, di promuovere alternative creative» (Discorso ai movimenti popolari, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015). È nelle vostre mani.

    “Ma queste sono cose irraggiungibili”, dirà qualcuno. Sì, ma hanno la capacità di metterci in movimento, di metterci in cammino. E proprio lì sta tutta la vostra forza, tutto il vostro valore. Perché siete capaci di andare al di là delle miopi autogiustificazioni e dei convenzionalismi umani che riescono solo a continuare a giustificare le cose così come stanno. Sognate! Sognate insieme. Non cadete in quella rassegnazione dura e perdente… Il Tango lo esprime bene: “Dai che va tutto bene! Che tanto è lo stesso. Laggiù all’inferno ci incontreremo!”. No, no, per favore, non cascateci. I sogni sono sempre pericolosi per quanti difendono lo status quo, perché mettono in discussione la paralisi che l’egoismo del forte e il conformismo del debole vogliono imporre. E qui c’è una sorta di patto non fatto ma che è inconscio: quello tra l’egoismo dei forti e il conformismo dei deboli. Ma non può funzionare così. I sogni trascendono gli angusti limiti che ci vengono imposti e ci propongono nuovi mondi possibili. E non sto parlando di fantasticherie basse che confondono il vivere bene con il divertirsi, che non è altro che passare il tempo per riempire il vuoto di senso e così restare alla mercé della prima ideologia di turno. No, non è questo, ma sognare per quel buon vivere in armonia con tutta l’umanità e con il creato.

    Ma qual è uno dei pericoli più grandi che dobbiamo affrontare oggi? Durante la mia vita – non ho quindici anni, una certa esperienza ce l’ho – ho potuto rendermi conto che da una crisi non si esce mai uguali. Da questa crisi della pandemia non usciremo uguali: o ne usciremo migliori o ne usciremo peggiori, come prima no. Non ne usciremo mai uguali. E oggi dobbiamo affrontare insieme, sempre insieme, questa domanda: “Come usciremo da questa crisi? Migliori o peggiori? Certamente vogliamo uscirne migliori, ma per questo dobbiamo rompere i legacci di ciò che è facile e dell’accettazione passiva del “non c’è alternativa”, del “questo è l’unico sistema possibile”, quella rassegnazione che ci annienta, che ci porta a rifugiarci solo nel “si salvi chi può”. E per questo bisogna sognare. Mi preoccupa il fatto che, mentre siamo ancora paralizzati, ci sono già progetti avviati per riarmare la stessa struttura socioeconomica che avevamo prima, perché è più facile. Scegliamo il cammino difficile, usciamone migliori.

    In Fratelli tutti ho utilizzato la parabola del Buon Samaritano come la rappresentazione più chiara di questa scelta impegnata nel Vangelo. Mi diceva un amico che la figura del Buon Samaritano viene associata da una certa industria culturale a un personaggio mezzo tonto. È la distorsione che provoca l’edonismo depressivo con cui s’intende neutralizzare la forza trasformatrice dei popoli, e specialmente della gioventù.

    Sapete che cosa mi viene in mente adesso, insieme ai movimenti popolari, quando penso al Buon Samaritano? Sapete che cosa mi viene in mente? Le proteste per la morte di George Floyd. È chiaro che questo tipo di reazione contro l’ingiustizia sociale, razziale o maschilista può essere manipolato o strumentalizzato da macchinazioni politiche o cose del genere; ma l’essenziale è che lì, in quella manifestazione contro quella morte, c’era il “samaritano collettivo” [...]. Quel movimento non passò oltre, quando vide la ferita della dignità umana colpita da un simile abuso di potere. I movimenti popolari sono, oltre che poeti sociali, “samaritani collettivi.

    In questi processi ci sono così tanti giovani che io sento speranza…; ma ci sono molti altri giovani che sono tristi, che forse per sentire qualcosa in questo mondo hanno bisogno di ricorrere alle consolazioni a buon mercato che offre il sistema consumistico e narcotizzante. E altri – è triste – altri scelgono proprio di uscire dal sistema. Le statistiche di suicidi giovanili non vengono pubblicate nella loro totale realtà. Quello che voi fate è molto importante, ma è anche importante che riusciate a contagiare le generazioni presenti e future con ciò che fa ardere il vostro cuore. In questo avete un duplice lavoro o responsabilità. Restare attenti, come il Buon Samaritano, a tutti quelli che sono feriti lungo la strada ma, al tempo stesso, far sì che molti di più si uniscano in questo atteggiamento: i poveri e gli oppressi della terra lo meritano, la nostra casa comune ce lo chiede.

    Voglio offrire alcune piste. La Dottrina sociale della Chiesa non contiene tutte le risposte, ma ha alcuni principi che possono aiutare questo cammino a concretizzare le risposte e aiutare sia i cristiani sia i non cristiani. A volte mi sorprende che ogni volta che parlo di questi principi alcuni si meravigliano e allora il Papa viene catalogato con una serie di epiteti che si utilizzano per ridurre qualsiasi riflessione alla mera aggettivazione screditante. Non mi fa arrabbiare, mi rattrista. Fa parte della trama della post-verità che cerca di annullare qualsiasi ricerca umanistica alternativa alla globalizzazione capitalista; fa parte della cultura dello scarto e fa parte del paradigma tecnocratico.

    I principi che espongo sono misurati, umani, cristiani, compilati nel Compendio elaborato dall’allora Pontificio Consiglio “Giustizia e Pace”[3]. È un piccolo manuale della Dottrina sociale della Chiesa. E a volte, quando i Papi, sia io, sia Benedetto, o Giovanni Paolo II, diciamo qualcosa, c’è gente che si meraviglia: “Da dove ha preso questo?”. È la dottrina tradizionale della Chiesa. C’è molta ignoranza in questo. I principi che espongo stanno in quel libro, al capitolo quarto. Voglio chiarire una cosa: sono inseriti in questo Compendio e questo Compendio è stato voluto da san Giovanni Paolo II. Raccomando a voi, e a tutti i leader sociali, sindacali, religiosi, politici e imprenditoriali di leggerlo.

    Nel capitolo quarto di questo documento troviamo principi come l’opzione preferenziale per i poveri, la destinazione universale dei beni, la solidarietà, la sussidiarietà, la partecipazione, il bene comune, che sono mediazioni concrete per attuare a livello sociale e culturale la Buona Novella del Vangelo. E mi rattrista quando alcuni fratelli della Chiesa s’infastidiscono se ricordiamo questi orientamenti che appartengono a tutta la tradizione della Chiesa. Ma il Papa non può non ricordare questa dottrina anche se molto spesso dà fastidio alla gente, perché a essere in gioco non è il Papa ma il Vangelo.

    E in questo contesto, vorrei riprendere brevemente alcuni principi sui quali contiamo per portare avanti la nostra missione. Ne menzionerò due o tre, non di più. Uno è il principio di solidarietà. La solidarietà non solo come virtù morale ma come principio sociale, principio che cerca di affrontare i sistemi ingiusti allo scopo di costruire una cultura della solidarietà che esprima – dice letteralmente il Compendio – «la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune» (n. 193).

    Un altro principio è quello di stimolare e promuovere la partecipazione e la sussidiarietà tra i movimenti e tra i popoli, capace di limitare qualsiasi schema autoritario, qualsiasi collettivismo forzato o qualsiasi schema stato-centrico. Non si può utilizzare il bene comune come scusa per schiacciare l’iniziativa privata, l’identità locale o i progetti comunitari. Pertanto, questi principi promuovono un’economia e una politica che riconoscano il ruolo dei movimenti popolari, «della famiglia, dei gruppi, delle associazioni, delle realtà territoriali locali, in breve, di quelle espressioni aggregative di tipo economico, sociale, culturale, sportivo, ricreativo, professionale, politico, alle quali le persone danno spontaneamente vita e che rendono loro possibile una effettiva crescita sociale». Questo nel numero 185 del Compendio.

    Come vedete, cari fratelli, care sorelle, sono principi equilibrati e ben stabiliti nella Dottrina sociale della Chiesa. Con questi due principi credo che possiamo compiere il prossimo passo dal sogno all’azione. Perché è tempo di agire.

    4. Tempo di agire

    Spesso mi dicono: “Padre, siamo d’accordo, ma in concreto, che dobbiamo fare?”. Io non ho la risposta, perciò dobbiamo sognare insieme e trovarla insieme. Tuttavia, ci sono misure concrete che forse possono permettere qualche cambiamento significativo. Sono misure che si trovano nei vostri documenti, nei vostri interventi, e di cui ho tenuto molto conto, sulle quali ho meditato e ho consultato esperti. In incontri passati abbiamo parlato dell’integrazione urbana, dell’agricoltura familiare, dell’economia popolare. A queste, che ancora richiedono di continuare a lavorare insieme per concretizzarle, mi piacerebbe aggiungerne altre due: il salario universale e la riduzione della giornata lavorativa.

    Un reddito minino (l’RMU) o salario universale, affinché ogni persona in questo mondo possa accedere ai beni più elementari della vita. È giusto lottare per una distribuzione umana di queste risorse. Ed è compito dei Governi stabilire schemi fiscali e redistributivi affinché la ricchezza di una parte sia condivisa con equità, senza che questo presupponga un peso insopportabile, soprattutto per la classe media – generalmente, quando ci sono questi conflitti, è quella che soffre di più –. Non dimentichiamo che le grandi fortune di oggi sono frutto del lavoro, della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnica di migliaia di uomini e donne nel corso di generazioni.

    La riduzione della giornata lavorativa è un’altra possibilità. Il reddito minimo è una possibilità, l’altra è la riduzione della giornata lavorativa. E occorre analizzarla seriamente. Nel XIX secolo gli operai lavoravano dodici, quattordici, sedici ore al giorno. Quando conquistarono la giornata di otto ore non collassò nulla, come invece alcuni settori avevano previsto. Allora – insisto – lavorare meno affinché più gente abbia accesso al mercato del lavoro è un aspetto che dobbiamo esplorare con una certa urgenza. Non ci possono essere tante persone che soffrono per l’eccesso di lavoro e tante altre che soffrono per la mancanza di lavoro.

    Ritengo che siano misure necessarie, ma naturalmente non sufficienti. Non risolvono il problema di fondo, e non garantiscono neppure l’accesso alla terra, alla casa e al lavoro nella quantità e qualità che i contadini senza terra, le famiglie senza una casa sicura e i lavoratori precari meritano. Non risolveranno nemmeno le enormi sfide ambientali che abbiamo davanti. Ma ho voluto menzionarle perché sono misure possibili e segnerebbero un positivo cambiamento di direzione.

    È bene sapere che in questo non siamo soli. Le Nazioni Unite hanno cercato di stabilire alcune mete attraverso i cosiddetti Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS), ma purtroppo non conosciute dai nostri popoli e dalle periferie; e questo ci ricorda l’importanza di condividere e di coinvolgere tutti in questa ricerca comune.

    Sorelle e fratelli, sono convinto che il mondo si veda più chiaramente dalle periferie. Bisogna ascoltare le periferie, aprire loro le porte e permettere loro di partecipare. La sofferenza del mondo si capisce meglio insieme a quelli che soffrono. Nella mia esperienza, quando le persone, uomini e donne, che hanno subito nella propria carne l’ingiustizia, la disuguaglianza, l’abuso di potere, le privazioni, la xenofobia, nella mia esperienza vedo che capiscono meglio ciò che vivono gli altri e sono capaci di aiutarli ad aprire, realisticamente, strade di speranza. Quanto è importante che la vostra voce sia ascoltata, rappresentata in tutti i luoghi in cui si prendono decisioni! Offrirla come collaborazione, offrirla come una certezza morale di ciò che si deve fare. Sforzatevi di far sentire la vostra voce, e anche in quei luoghi, per favore, non lasciatevi incasellare è non lasciatevi corrompere. Due parole che hanno un significato molto grande, del quale non parlerò ora.

    Riaffermiamo l’impegno che abbiamo preso in Bolivia: mettere l’economia al servizio dei popoli per costruire una pace duratura fondata sulla giustizia sociale e sulla cura della Casa comune. Continuate a portare avanti la vostra agenda di terra, casa e lavoro. Continuate a sognare insieme. E grazie, grazie sul serio, perché mi lasciate sognare con voi.

    Chiediamo a Dio di effondere la sua benedizione sui nostri sogni. Non perdiamo le speranze. Ricordiamo la promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli: “Sarò sempre con voi” (cfr Mt 28,20); e ricordandola, in questo momento della mia vita, voglio dirvi che anche io sarò con voi. L’importante è che siate consapevoli che Lui è con voi. Grazie!

    ___________________

    [1] “Il virus della fame si moltiplica”, rapporto dell’Oxfam del 9 luglio 2021, in base al Global Report on Food Crises (GRFC) del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite.

    [2] Lettera ai movimenti popolari, 12 aprile 2020.

    [3] Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 2004.


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
    Ultima modifica di Laudato Si’; 16-10-2021 alle 15:53
    «Et tunc videbunt Filium hominis venientem in nube cum potestate et gloria magna».
    (Luc. 21, 27).




  8. #98
    Cronista di CR L'avatar di Laudato Si’
    Data Registrazione
    Jan 2020
    Località
    Bergamo.
    Messaggi
    15,451
    SANTA MESSA CON ORDINAZIONI EPISCOPALI

    OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

    Basilica di San Pietro
    Domenica, 17 ottobre 2021


    Fratelli e figli carissimi,

    riflettiamo attentamente a quale alta responsabilità ecclesiale vengono promossi questi nostri fratelli. Il Signore nostro Gesù Cristo inviato dal Padre a redimere gli uomini mandò a sua volta nel mondo i dodici Apostoli, perché pieni della potenza dello Spirito Santo annunziassero il Vangelo a tutti i popoli e riunendoli sotto un unico Pastore, li santificassero e li guidassero alla salvezza.

    Al fine di perpetuare di generazione in generazione questo ministero apostolico, i Dodici si aggregarono dei collaboratori trasmettendo loro con l’imposizione delle mani il dono dello Spirito ricevuto da Cristo, che conferiva la pienezza del sacramento dell’Ordine. Così, attraverso l’ininterrotta successione dei vescovi nella tradizione vivente della Chiesa si è conservato questo ministero vivente, questo ministero primario e l’opera del Salvatore continua e si sviluppa fino ai nostri tempi. Nel vescovo circondato dai suoi presbiteri è presente in mezzo a voi lo stesso Signore nostro Gesù Cristo, sommo sacerdote in eterno.

    È Cristo, infatti, che nel ministero del vescovo continua a predicare il Vangelo di salvezza e a santificare i credenti, mediante i Sacramenti della fede. È Cristo che nella paternità del vescovo accresce di nuove membra il suo corpo, che è la Chiesa. È Cristo che nella sapienza e prudenza del vescovo guida il popolo di Dio nel pellegrinaggio terreno fino alla felicità eterna.

    Accogliete, dunque, con gioia e gratitudine questi nostri fratelli, che noi vescovi con l’imposizione delle mani oggi associamo al collegio episcopale.

    Quanto a voi, eletti dal Signore, riflettete che siete stati scelti fra gli uomini e per gli uomini, siete stati costituiti - non per voi, per gli altri - nelle cose che riguardano Dio. "Episcopato" infatti è il nome di un servizio - non è vero episcopato senza servizio -, non di un onore, come volevano i discepoli, uno alla destra, uno alla sinistra, poiché al vescovo compete più il servire che il dominare, secondo il comandamento del Maestro: "Chi è il più grande tra voi, diventi come il più piccolo. E chi governa, come colui che serve" (Lc 22,26). Servire. E con questo servizio voi custodirete la vostra vocazione e sarete autentici pastori nel servire, non negli onori, nella potestà, nella potenza. No, servire, sempre servire.

    Annunciate la Parola in ogni occasione: opportuna e non opportuna. Ammonite, rimproverate, esortate con magnanimità e dottrina, continuate a studiare. E mediante l’orazione e l’offerta del sacrificio per il vostro popolo, attingete dalla pienezza della santità di Cristo la multiforme ricchezza della divina grazia. Voi sarete i custodi della fede, del servizio, della carità nella Chiesa e per questo bisogna essere vicini. Pensate che la vicinanza è la traccia più tipica di Dio. Lui stesso lo dice al suo popolo nel Deuteronomio: “Quale popolo ha i suoi dèi così vicini come tu hai me?” (cfr 4,7). Vicinanza, con due tracce che l’accompagnano: una vicinanza che è compassione e tenerezza. Per favore, non lasciate questa vicinanza, avvicinatevi sempre al popolo, avvicinatevi sempre a Dio, avvicinatevi ai fratelli vescovi, avvicinatevi ai sacerdoti. Queste sono le quattro vicinanze del vescovo. Il vescovo è un uomo vicino a Dio nella preghiera. Tante volte qualcuno può dire: “Ho tanto da fare che non posso pregare”. Fermati. Quando gli Apostoli hanno “inventato” i diaconi, Pietro cosa dice? “E a noi – i vescovi – la preghiera e l’annuncio della Parola” (cfr At 6,4). Il primo compito del vescovo è pregare – non come un pappagallo – pregare con il cuore, pregare. “Non ho tempo”. No! Togli le altre cose, ma pregare è il primo compito del vescovo. Vicinanza a Dio nella preghiera. Poi, seconda vicinanza, vicinanza agli altri vescovi. “No, perché quelli sono di quel partito, io sono di questo partito…”. Siate vescovi! Ci saranno discussioni fra voi, ma come fratelli, vicini. Mai sparlare dei fratelli vescovi, mai. Vicinanza ai vescovi: seconda vicinanza, al corpo episcopale. Terza vicinanza, vicinanza ai sacerdoti. Per favore, non dimenticatevi che i sacerdoti sono i vostri prossimi più prossimi. Quante volte si sentono lamentele, che un sacerdote dice: “Io ho chiamato il vescovo ma la segretaria mi ha detto che ha l’agenda piena, che forse entro trenta giorni potrebbe ricevermi… “. Questo non va. Se tu vieni a sapere che ti ha chiamato un sacerdote, chiamalo lo stesso giorno o il giorno dopo. E lui con questo saprà che ha un padre. Vicinanza ai sacerdoti, e se non vengono va a trovarli: vicino. E quarta vicinanza, vicinanza al santo popolo fedele di Dio. Quello che Paolo disse a Timoteo: “Ricordati di tua mamma, tua nonna…” (cfr 2 Tm 1,5). Non dimenticare che sei stato “tolto dal gregge”, non da una élite che ha studiato, ha tanti titoli e tocca essere vescovo. No, dal gregge. Per favore, non dimenticatevi queste quattro vicinanze: vicinanza a Dio nella preghiera, vicinanza ai vescovi nel corpo episcopale, vicinanza ai sacerdoti e vicinanza al gregge. Che il Signore vi faccia crescere su questa strada della vicinanza, così imiterete meglio il Signore, perché Lui è stato sempre vicino e sta sempre vicino a noi, e con la sua vicinanza che è una vicinanza compassionevole e tenera ci porta avanti. E che la Madonna vi custodisca.


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
    «Et tunc videbunt Filium hominis venientem in nube cum potestate et gloria magna».
    (Luc. 21, 27).




  9. #99
    Cronista di CR L'avatar di Laudato Si’
    Data Registrazione
    Jan 2020
    Località
    Bergamo.
    Messaggi
    15,451
    PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 17 ottobre 2021


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Il Vangelo della Liturgia odierna (Mc 10,35-45) racconta che due discepoli, Giacomo e Giovanni, chiedono al Signore di sedere un giorno accanto a Lui nella gloria, come se fossero “primi ministri”, una cosa del genere. Ma gli altri discepoli li sentono e si indignano. A questo punto Gesù, con pazienza, offre loro un grande insegnamento: la vera gloria non si ottiene elevandosi sopra gli altri, ma vivendo lo stesso battesimo che Egli riceverà, di lì a poco, a Gerusalemme, cioè la croce. Che cosa vuol dire questo? La parola “battesimo” significa “immersione”: con la sua Passione, Gesù si è immerso nella morte, offrendo la sua vita per salvarci. La sua gloria, la gloria di Dio, è dunque amore che si fa servizio, non potere che ambisce al dominio. Non potere che ambisce al dominio, no! È amore che si fa servizio. Perciò Gesù conclude dicendo ai suoi e anche a noi: «Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore» (Mc 10,43). Per diventare grandi, dovrete andare sulla strada del servizio, servire gli altri.

    Siamo di fronte a due logiche diverse: i discepoli vogliono emergere e Gesù vuole immergersi. Fermiamoci su questi due verbi. Il primo è emergere. Esprime quella mentalità mondana da cui siamo sempre tentati: vivere tutte le cose, perfino le relazioni, per alimentare la nostra ambizione, per salire i gradini del successo, per raggiungere posti importanti. La ricerca del prestigio personale può diventare una malattia dello spirito, mascherandosi perfino dietro a buone intenzioni; ad esempio quando, dietro al bene che facciamo e predichiamo, cerchiamo in realtà solo noi stessi e la nostra affermazione, cioè andare avanti noi, arrampicarci… E questo anche nella Chiesa lo vediamo. Quante volte, noi cristiani, che dovremmo essere i servitori, cerchiamo di arrampicarci, di andare avanti. Sempre, perciò, abbiamo bisogno di verificare le vere intenzioni del cuore, di chiederci: “Perché porto avanti questo lavoro, questa responsabilità? Per offrire un servizio oppure per essere notato, lodato e ricevere complimenti?”. A questa logica mondana, Gesù contrappone la sua: invece di innalzarsi sopra gli altri, scendere dal piedistallo per servirli; invece di emergere sopra gli altri, immergersi nella vita degli altri. Stavo vedendo nel programma “A sua immagine” quel servizio delle Caritas perché a nessuno manchi il cibo: preoccuparsi della fame degli altri, preoccuparsi dei bisogni degli altri. Sono tanti, tanti i bisognosi oggi, e dopo la pandemia di più. Guardare e abbassarsi nel servizio, e non cercare di arrampicarsi per la propria gloria.

    Ecco dunque il secondo verbo: immergersi. Gesù ci chiede di immergerci. E come immergersi? Con compassione, nella vita di chi incontriamo. Lì [in quel servizio della Caritas] stavamo vedendo la fame: e noi, pensiamo con compassione alla fame di tanta gente? Quando siamo davanti al pasto, che è una grazia di Dio e che noi possiamo mangiare, c’è tanta gente che lavora e non riesce ad avere il pasto sufficiente per tutto il mese. Pensiamo a questo? Immergersi con compassione, avere compassione. Non è un dato di enciclopedia: ci sono tanti affamati… No! Sono persone. E io ho compassione per le persone? Compassione della vita di chi incontriamo, come ha fatto Gesù con me, con te, con tutti noi, si è avvicinato con compassione.

    Guardiamo il Signore Crocifisso, immerso fino in fondo nella nostra storia ferita, e scopriamo il modo di fare di Dio. Vediamo che Lui non è rimasto lassù nei cieli, a guardarci dall’alto in basso, ma si è abbassato a lavarci i piedi. Dio è amore e l’amore è umile, non si innalza, ma scende in basso, come la pioggia che cade sulla terra e porta vita. Ma come fare a mettersi nella stessa direzione di Gesù, a passare dall’emergere all’immergerci, dalla mentalità del prestigio, quella mondana, a quella del servizio, quella cristiana? Serve impegno, ma non basta. Da soli è difficile, per non dire impossibile, però abbiamo dentro una forza che ci aiuta. È quella del Battesimo, di quell’immersione in Gesù che tutti noi abbiamo ricevuto per grazia e che ci direziona, ci spinge a seguirlo, a non cercare il nostro interesse ma a metterci al servizio. È una grazia, è un fuoco che lo Spirito ha acceso in noi e che va alimentato. Chiediamo oggi allo Spirito Santo che rinnovi in noi la grazia del Battesimo, l’immersione in Gesù, nel suo modo di essere, per essere più servitori, per essere servi come Lui è stato con noi.

    E preghiamo la Madonna: lei, pur essendo la più grande, non ha cercato di emergere, ma è stata l’umile serva del Signore, ed è tutta immersa al nostro servizio, per aiutarci a incontrare Gesù.

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle!

    Oggi la Fondazione “Aiuto alla Chiesa che soffre” dà appuntamento a parrocchie, scuole e famiglie con l’iniziativa “Per l’unità e la pace, un milione di bambini recita il Rosario”. Incoraggio questa campagna di preghiera, che quest’anno in modo particolare si affida all’intercessione di San Giuseppe. Grazie a tutti i bambini e le bambine che partecipano! Grazie tante.

    Ieri a Cordova, in Spagna, sono stati beatificati il sacerdote Juan Elías Medina e 126 compagni martiri: sacerdoti, religiose, seminaristi e laici, uccisi in odio alla fede durante la violenta persecuzione religiosa degli anni trenta in Spagna. La loro fedeltà dia la forza a tutti noi, specialmente ai cristiani perseguitati in diverse parti del mondo, la forza di testimoniare con coraggio il Vangelo. Un applauso ai nuovi Beati!

    La scorsa settimana sono stati compiuti vari attentati, per esempio in Norvegia, Afghanistan, Inghilterra, che hanno provocato numerosi morti e feriti. Esprimo la mia vicinanza ai familiari delle vittime. Vi prego, per favore, di abbandonare la via della violenza, che è sempre perdente, che è una sconfitta per tutti. Ricordiamoci che violenza genera violenza.

    Saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi. In particolare, saluto le Suore “Medee” che celebrano il loro Capitolo generale, la Confederazione dei Poveri Cavalieri di San Bernardo di Chiaravalle, gli imprenditori africani riuniti per il loro incontro internazionale, i fedeli di Este, Cavallino e Ca’ Vio (Venezia), e i ragazzi della Cresima di Galzignano.

    Saluto e benedico il “Pellegrinaggio ecumenico per la giustizia ecologica”, formato da cristiani di diverse confessioni, partiti dalla Polonia e diretti in Scozia in occasione del vertice sul clima COP26.

    E a tutti voi auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
    «Et tunc videbunt Filium hominis venientem in nube cum potestate et gloria magna».
    (Luc. 21, 27).




  10. #100
    Fedelissimo di CR L'avatar di Verbum Domini
    Data Registrazione
    Jul 2020
    Località
    Casa mia
    Età
    19
    Messaggi
    4,069
    Udienza ai Membri della Biomedical University Foundation dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, 18.10.2021

    [B0672]

    Questa mattina, nel Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Membri della Biomedical University Foundation dell’Università Campus Bio-Medico di Roma.
    Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’Incontro:

    Discorso del Santo Padre

    Cari fratelli e sorelle,

    Vi do il benvenuto e vi ringrazio per la presenza e per il dono. Sono grato al Prof. Paolo Arullani, Presidente della Fondazione, per le parole che mi ha rivolto a nome vostro. È bello conoscervi di persona proprio nel giorno in cui festeggiamo San Luca, che l’Apostolo Paolo chiama «il caro medico» (Col 4,14).

    Ho accolto volentieri la proposta di incontrarvi per ciò che conosco del Campus Bio-Medico di Roma. So quant’è difficile oggi portare avanti un’opera nell’ambito della sanità, specie quando, come accade nel vostro Policlinico, si punta non solo all’assistenza, ma anche alla ricerca per fornire ai malati le terapie più idonee, e soprattutto lo si fa con amore per la persona. Mettere il malato prima della malattia: è essenziale in ogni campo della medicina; è fondamentale per una cura che sia veramente tale, veramente integrale, veramente umana. Il malato prima della malattia. A questo vi incoraggiò il Beato Alvaro del Portillo: a porvi ogni giorno a servizio della persona umana nella sua integralità. Vi ringrazio per questo, è molto gradito a Dio.

    La centralità della persona, che sta alla base del vostro impegno nell’assistenza, ma anche nella didattica e nella ricerca, vi aiuta a rafforzare una visione unitaria, sinergica. Una visione che non mette al primo posto idee, tecniche e progetti, ma l’uomo concreto, il paziente, da curare incontrandone la storia, conoscendone il vissuto, stabilendo relazioni amichevoli, che risanano il cuore. L’amore per l’uomo, soprattutto nella sua condizione di fragilità, in cui traspare viva l’immagine di Gesù Crocifisso, è specifico di una realtà cristiana e non deve mai smarrirsi.

    La Fondazione e il Campus Bio-Medico, e la sanità cattolica in generale, sono chiamate a testimoniare coi fatti che non esistono vite indegne o da scartare perché non rispondono al criterio dell’utile o alle esigenze del profitto. Noi stiamo vivendo una vera cultura dello scarto; questa è un po’ l’aria che si respira e dobbiamo reagire contro questa cultura dello scarto. Ogni struttura sanitaria, in particolare di ispirazione cristiana, dovrebbe essere il luogo dove si pratica la cura della persona e di cui si possa dire: “Qui non si vedono solo medici e ammalati, ma persone che si accolgono e si aiutano: qui si tocca con mano la terapia della dignità umana”. E questa non va mai negoziata, va sempre difesa.

    Mettere al centro la cura della persona dunque, senza dimenticare l’importanza della scienza e della ricerca. Perché la cura senza scienza è vana, come la scienza senza cura è sterile. Le due cose vanno insieme, e solo insieme fanno della medicina un’arte, un’arte che coinvolge testa e cuore, che coniuga conoscenza e compassione, professionalità e pietà, competenza ed empatia.

    Cari amici, grazie perché favorite uno sviluppo umano della ricerca. Spesso, purtroppo, si inseguono le vie redditizie degli utili, dimenticando che prima delle opportunità di guadagno ci sono le necessità degli ammalati. Esse si evolvono continuamente e occorre perciò prepararsi ad affrontare patologie e disagi sempre nuovi. Ho in mente, tra gli altri, quelli di molti anziani e quelli legati alle tante malattie rare, che non si sa cosa siano, ancora non ci sono state le ricerche per capirle bene… Oltre a promuovere la ricerca, voi aiutate chi non ha mezzi economici per sostenere le spese universitarie e affrontate costi rilevanti che il bilancio ordinario non può sostenere. Penso in particolare all’impegno già affrontato per il Centro Covid, per il Pronto Soccorso e per la recente realtà dell’Hospice.

    Tutto ciò è molto buono, è bello far fronte a urgenze maggiori con aperture sempre più grandi. Ed è importante farlo insieme. Sottolineo questa parola semplice e al contempo difficile da vivere: insieme. La pandemia ci ha mostrato l’importanza di connetterci, di collaborare, di affrontare uniti i problemi comuni. La sanità, in particolare cattolica, ha e avrà sempre più bisogno di questo, di stare in rete, che è un modo di esprimere l’insieme. Non è più tempo di seguire in modo isolato il proprio carisma. La carità esige il dono: il sapere va condiviso, la competenza va partecipata, la scienza va messa in comune.

    La scienza – dico –, non soltanto i prodotti della scienza che, se offerti da soli, rimangono dei cerotti in grado di tamponare il male ma non di curarlo in profondità. Questo vale ad esempio per i vaccini: è urgente aiutare i Paesi che ne hanno di meno, ma occorre farlo con piani lungimiranti, non motivati solo dalla fretta delle nazioni benestanti di stare più sicure. I rimedi vanno distribuiti con dignità, non come elemosine pietose. Per fare del bene davvero, occorre promuovere la scienza e la sua applicazione integrale: capire i contesti, radicare le cure, far crescere la cultura sanitaria. Non è facile, è una vera e propria missione, e auspico che la sanità cattolica sia in questo senso sempre più attiva, come espressione di una Chiesa estroversa, di una Chiesa in uscita.

    Vi incoraggio a proseguire in questa direzione, accogliendo il vostro lavoro come un servizio alle ispirazioni e alle sorprese dello Spirito, che lungo il cammino vi fa incontrare tante situazioni bisognose di vicinanza e di compassione. Prego per voi, vi rinnovo la mia gratitudine e vi do la Benedizione. E vi chiedo, per favore, di continuare a pregare per me. Grazie.

    [01426-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0672-XX.02]

    Fonte: https://press.vatican.va/content/sal...672/01426.html
    Maranathà, vieni Signore Gesù!

Tag per Questa Discussione

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •