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Discussione: Omelie, discorsi e messaggi di Papa Francesco - ANNO 2021

  1. #131
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    PAPA FRANCESCO

    UDIENZA GENERALE

    Basilica di San Pietro e Aula Paolo VI
    Mercoledì, 24 novembre 2021



    SALUTO DEL SANTO PADRE

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Sono lieto di accogliervi in questa Basilica e di rivolgere a ciascuno di voi il mio cordiale benvenuto

    Saluto la Famiglia Vincenziana di tutt’Italia che ha promosso il pellegrinaggio della Madonna della Medaglia Miracolosa in tutte le Regioni italiane, unitamente alle diocesi e alle parrocchie. In questi mesi di pandemia, la vostra missione ha portato speranza, facendo sperimentare a molti la misericordia di Dio. Penso, in particolare alle persone sole, agli ammalati negli ospedali, a quanti vivono nelle carceri, nei centri di accoglienza e nelle periferie esistenziali. Grazie, perché avete testimoniato lo stile della “Chiesa in uscita” che raggiunge tutti, a partire dagli esclusi e dagli emarginati. Continuate su questa strada e apritevi sempre più all’azione dello Spirito Santo, che infonde la forza per annunciare con audacia la novità del Vangelo.

    Saluto i pellegrini dell’Associazione Giovanni Paolo II di Bisceglie. Cari amici, imitate l’esempio di questo Santo Pontefice e sforzatevi di comprendere e accogliere l’amore di Dio, sorgente e motivo della nostra vera gioia. In comunione con i vostri Pastori, annunciate Cristo con la vostra vita, in famiglia e in ogni ambiente.

    Il mio saluto va infine all’Associazione Italiana Vittime della violenza. Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per l’opera di assistenza e di supporto a coloro che hanno subito maltrattamenti e vivono in situazione di angoscia e di disagio. È brutta la violenza, è brutta; è molto brutto l’atteggiamento violento. Con la vostra importante attività, voi contribuite a costruire una società più giusta e solidale. Il vostro esempio susciti in tutti un rinnovato impegno, affinché le vittime della violenza vengano protette e le loro sofferenze prese in considerazione e ascoltate.

    E grazie a tutti voi per questa visita! Proprio in Basilica: questo è bello … Di cuore imparto a ciascuno la mia Benedizione, che estendo alle vostre famiglie e alle vostre comunità. Adesso vi invito a pregare insieme la Madonna, che è qui presente. Ave o Maria, …

    _______________________________________

    CATECHESI DEL SANTO PADRE

    Catechesi su San Giuseppe - 2. San Giuseppe nella storia della salvezza

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Mercoledì scorso abbiamo iniziato il ciclo di catechesi sulla figura di San Giuseppe – sta finendo l’anno a lui dedicato –. Oggi proseguiamo questo percorso soffermandoci sul suo ruolo nella storia della salvezza.

    Gesù nei Vangeli è indicato come «figlio di Giuseppe» (Lc 3,23; 4,22; Gv 1,45; 6,42) e «figlio del carpentiere» (Mt 13,55; Mc 6,3). Gli Evangelisti Matteo e Luca, narrando l’infanzia di Gesù, danno spazio al ruolo di Giuseppe. Entrambi compongono una “genealogia”, per evidenziare la storicità di Gesù. Matteo, rivolgendosi soprattutto ai giudeo-cristiani, parte da Abramo per arrivare a Giuseppe, definito «lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù detto il Cristo» (1,16). Luca, invece, risale fino ad Adamo, iniziando direttamente da Gesù, che «era figlio di Giuseppe», ma precisa: «come si riteneva» tale (3,23). Dunque, ambedue gli Evangelisti presentano Giuseppe non come padre biologico, ma comunque come padre di Gesù a pieno titolo. Tramite lui, Gesù realizza il compimento della storia dell’alleanza e della salvezza intercorsa tra Dio e l’uomo. Per Matteo questa storia ha inizio con Abramo, per Luca con l’origine stessa dell’umanità, cioè con Adamo.

    L’evangelista Matteo ci aiuta a comprendere che la figura di Giuseppe, seppur apparentemente marginale, discreta, in seconda linea, rappresenta invece un tassello centrale nella storia della salvezza. Giuseppe vive il suo protagonismo senza mai volersi impadronire della scena. Se ci pensiamo, «le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste […]. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli, con gesti quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti» (Lett. ap. Patris corde, 1). Così, tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, della presenza discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. Egli ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. Il mondo ha bisogno di questi uomini e di queste donne: uomini e donne in seconda linea, ma che sostengono lo sviluppo della nostra vita, di ognuno di noi, e che con la preghiera, con l’esempio, con l’insegnamento ci sostengono sulla strada della vita.

    Nel Vangelo di Luca, Giuseppe appare come il custode di Gesù e di Maria. E per questo egli è anche «il Custode della Chiesa”: ma, se è stato il custode di Gesù e di Maria, lavora, adesso che sei nei cieli, e continua a fare il custode, in questo caso della Chiesa; perché la Chiesa è il prolungamento del Corpo di Cristo nella storia, e nello stesso tempo nella maternità della Chiesa è adombrata la maternità di Maria. Giuseppe, continuando a proteggere la Chiesa – per favore, non dimenticatevi di questo: oggi, Giuseppe protegge la Chiesa – continua a proteggere il Bambino e sua madre» (ibid., 5). Questo aspetto della custodia di Giuseppe è la grande risposta al racconto della Genesi. Quando Dio chiede conto a Caino della vita di Abele, egli risponde: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (4,9). Giuseppe, con la sua vita, sembra volerci dire che siamo chiamati sempre a sentirci custodi dei nostri fratelli, custodi di chi ci è messo accanto, di chi il Signore ci affida attraverso tante circostanze della vita.

    Una società come la nostra, che è stata definita “liquida”, perché sembra non avere consistenza. Io correggerò quel filosofo che ha coniato questa definizione e dirò: più che liquida, gassosa, una società propriamente gassosa. Questa società liquida, gassosa trova nella storia di Giuseppe un’indicazione ben precisa sull’importanza dei legami umani. Infatti, il Vangelo ci racconta la genealogia di Gesù, oltre che per una ragione teologica, per ricordare a ognuno di noi che la nostra vita è fatta di legami che ci precedono e ci accompagnano. Il Figlio di Dio, per venire al mondo, ha scelto la via dei legami, la via della storia: non è sceso nel mondo magicamente, no. Ha fatto la strada storica che facciamo tutti noi.

    Cari fratelli e sorelle, penso a tante persone che fanno fatica a ritrovare dei legami significativi nella loro vita, e proprio per questo arrancano, si sentono soli, non hanno la forza e il coraggio per andare avanti. Vorrei concludere con una preghiera che aiuti loro e tutti noi a trovare in San Giuseppe un alleato, un amico e un sostegno.

    San Giuseppe,
    tu che hai custodito il legame con Maria e con Gesù,
    aiutaci ad avere cura delle relazioni nella nostra vita.
    Nessuno sperimenti quel senso di abbandono
    che viene dalla solitudine.
    Ognuno si riconcili con la propria storia,
    con chi lo ha preceduto,
    e riconosca anche negli errori commessi
    un modo attraverso cui la Provvidenza si è fatta strada,
    e il male non ha avuto l’ultima parola.
    Mostrati amico per chi fa più fatica,
    e come hai sorretto Maria e Gesù nei momenti difficili,
    così sostieni anche noi nel nostro cammino. Amen.

    _____________________________________

    Saluti

    Je salue cordialement les personnes de langue française, en particulier les pèlerins du Diocèse de Lyon. Le Seigneur a mis sur notre route des frères et sœurs qui souffrent, qui se sentent seules ou qui ont perdu force et courage. Sachons les reconnaître et que Saint Joseph nous aide à devenir leurs amis et leur soutien sur le chemin de vie. Que Dieu vous bénisse.

    [Saluto cordialmente i fedeli di lingua francese, in particolare i pellegrini dalla Diocesi di Lione. Il Signore ha messo sulla nostra strada delle persone che soffrono, che si sentono sole o che hanno perso forza e coraggio. Dobbiamo saperle riconoscere e, con l’aiuto di San Giuseppe, diventare loro amici e loro sostegno nel cammino della vita. Dio vi benedica!]

    I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially the groups from England and the United States of America. In particular, I greet the priests from various dioceses of England and Wales who are celebrating their sixtieth anniversary of ordination. Upon all of you, and your families, I invoke the joy and peace of the Lord. May God bless you!

    [Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente i gruppi provenienti da Inghilterra e Stati Uniti d’America. In particolare saluto i sacerdoti di varie diocesi dell’Inghilterra e del Galles, che celebrano il loro 60° anniversario di ordinazione. Su ciascuno di voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace del Signore. Dio vi benedica!]

    Einen herzlichen Gruß richte ich an die Gläubigen deutscher Sprache. Der heilige Josef möge uns helfen, unsere unauslöschliche Verbindung mit Christus und seiner Kirche konsequent und freudig zu leben. Er möge uns immer gegen jeden Angriff des bösen Feindes verteidigen.

    [Rivolgo un cordiale saluto ai fedeli di lingua tedesca. San Giuseppe ci aiuti a vivere in coerenza e gioia il nostro legame indelebile con Cristo e la sua Chiesa. Egli ci difenda sempre da ogni attacco del maligno.]

    Saludo cordialmente a los fieles de lengua española. Los animo a pedir con confianza a san José la capacidad de valorizar los vínculos profundos de nuestra vida, a las personas comunes que nos acompañan y sostienen, para que nadie se sienta solo y abandonado y todos puedan reconciliarse con su propia historia viendo en ella la providencia de Dios pese a su debilidad. Que el Señor los bendiga. Muchas gracias.

    Saúdo afetuosamente os fiéis de língua portuguesa. No passado domingo, vivemos o trigésimo sexto Dia Mundial da Juventude, uma nova etapa no caminho que nos levará à Jornada Mundial da Juventude de 2023 em Lisboa. Nesta peregrinação espiritual, deixemo-nos fascinar pelo coração humilde e disponível de São José para com os outros. E seguindo o seu exemplo cuidemos das relações na nossa vida. Sobre todos desça a benção do Senhor.

    [Saluto con affetto i fedeli di lingua portoghese. Domenica scorsa abbiamo vissuto la 36^ Giornata della Gioventù, tappa nel cammino che ci porterà a Lisbona nel 2023. In questo pellegrinaggio spirituale, lasciamoci affascinare dal cuore umile e disponibile verso gli altri di San Giuseppe. E sul suo esempio prendiamoci cura dei legami significativi della nostra vita. Su tutti scenda la Benedizione del Signore.]

    […].

    [Saluto i fedeli di lingua araba. Chiediamo a San Giuseppe, che ha custodito il legame con Maria e con Gesù, di aiutarci ad avere cura delle relazioni nella nostra vita, affinché nessuno sperimenti quel senso di abbandono che viene dalla solitudine. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]

    […].

    [Saluto cordialmente tutti i Polacchi. Domenica prossima inizia il Tempo di Avvento, il quale per mezzo di diversi simboli ci prepara alla celebrazione del mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio e ci ricorda che la vita umana è un continuo rimanere in attesa. La nostra vita diventa bella e felice quando attendiamo qualcuno di caro e importante. Questo Avvento vi aiuti a trasformare la speranza nella certezza che Colui che aspettiamo ci ama e non ci abbandona mai. Vi benedico di cuore!]

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Figlie della Misericordia del Terz’Ordine Regolare di San Francesco, riunite nel Capitolo Generale, e le esorto a proseguire con gioia la missione in fedeltà al carisma della fondatrice, la Beata Maria di Gesù Crocifisso. Saluto i sacerdoti ex alunni del Seminario Romano Maggiore, che celebrano il 25° anniversario di sacerdozio, incoraggiandoli ad essere generosi servitori del popolo santo di Dio.

    Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli. La prossima domenica segnerà l’inizio dell’Avvento, il periodo liturgico che precede e prepara la celebrazione del Santo Natale. Auguro a ciascuno di voi di aprire il cuore al Signore, per preparare la strada a Colui che viene a colmare con la luce della sua presenza ogni nostra umana debolezza.

    A tutti voi la mia benedizione.


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
    Ultima modifica di Laudato Si’; 24-11-2021 alle 16:30
    «Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato,
    perché siano una sola cosa, come noi» (Gv 17, 11).



  2. #132
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    VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI AL FESTIVAL DELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

    Verona, 25-28 novembre 2021


    Un cordiale saluto a tutti voi che prendete parte all’11ª edizione del Festival della dottrina sociale della Chiesa. Il tema che avete scelto quest’anno è “Audaci nella speranza - Creativi con coraggio”. È un tema che sintetizza l’atteggiamento con cui abbiamo cercato di affrontare questo tempo, tuttora condizionato dalla pandemia. L’audacia, la speranza, la creatività e il coraggio non sono sinonimi, ma rappresentano una connessione di intenti, di virtù, di aperture e di sguardi sulla realtà che fortificano l’animo umano. Ma non solo.

    Ricorderete la parabola dei talenti raccontata nel Vangelo di Matteo (25,14-30). «Colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque», si legge al versetto 16. Questa parabola è l’ultima parabola prima del testo nel quale viene detto che saremo giudicati sulla carità (Mt 25,31-46). Così quello sui talenti sembra il discorso programmatico di Gesù proprio sull’audacia che è necessaria per essere cristiani.

    Contro ogni buonismo di facciata e contro ogni fatalismo, Gesù invita le folle a impiegare con coraggio i propri talenti. Non ha importanza quanti e quali siano i talenti di ciascuno. Gesù chiede di rischiare e di investirli per moltiplicarli. Quando si resta ripiegati in sé stessi con il solo obiettivo di conservare l’esistente, per il Vangelo siamo perdenti: infatti sarà tolto anche quello che è rimasto. L’audacia, la speranza, la creatività e il coraggio sono parole che tratteggiano la spiritualità del cristiano. «Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha» (Mt 25,29).

    Nell’Enciclica Fratelli tutti ricordo che «la pandemia ci ha permesso di recuperare e apprezzare tanti compagni e compagne di viaggio che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. Siamo stati capaci di riconoscere che le nostre vite sono intrecciate e sostenute da persone ordinarie che, senza dubbio, hanno scritto gli avvenimenti decisivi della nostra storia condivisa: medici, infermieri e infermiere, farmacisti, addetti ai supermercati, personale delle pulizie, badanti, trasportatori, uomini e donne che lavorano per fornire servizi essenziali e sicurezza, volontari, sacerdoti, religiose» e così via. Questi «hanno capito che nessuno si salva da solo» (n. 54). Nessuno si salva da solo. Ecco i talenti messi a frutto. Ecco la speranza che sostiene e indirizza la creatività con audacia e coraggio. Per questo, rinnovo l’invito a camminare nella speranza che «è audace, sa guardare oltre la comodità personale, le piccole sicurezze e compensazioni che restringono l’orizzonte, per aprirsi a grandi ideali che rendono la vita più bella e dignitosa» (ibid., 55); cfr Saluto ai giovani del Centro Culturale Padre Félix Varela, L’Avana – Cuba, 20 settembre 2015).

    La speranza, ho detto in altre occasioni, è “come buttare l’ancora all’altra riva”. È questa audacia che ispira azioni nuove, orienta le competenze, stimola l’impegno, dà vita alla vita. Chi spera sa di essere parte di una storia costruita da altri e ricevuta in dono, proprio come nella parabola dei talenti. E sa anche che deve far fruttificare questo dono.

    Ancora una parola la rivolgo ai diversi attori della vita sociale radunati a Verona in occasione del Festival: imprenditori, professionisti, esponenti del mondo istituzionale, della cooperazione, dell’economia e della cultura. Continuate a impegnarvi seguendo la strada che don Adriano Vincenzi ha tracciato con voi per la conoscenza e la formazione alla dottrina sociale della Chiesa. Come recita lo slogan di questa edizione: Ovunque siete, costruite il cambiamento! Ovunque siete. Ma costruire il cambiamento, perché noi sappiamo che dalla crisi non si esce uguali: usciremo migliori o peggiori.

    Che il Signore vi benedica, che la Madonna vi custodisca. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie!


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  3. #133
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    SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AGLI ORGANIZZATORI DEL FESTIVAL INTERCULTURALE
    DI GIÀVERA DEL MONTELLO


    Sala Clementina
    Sabato, 27 Novembre 2021


    Cari fratelli e sorelle!

    Vi ringrazio di avermi fatto conoscere l’esperienza del vostro Festival, anche attraverso le parole di don Bruno, che ringrazio di cuore, ma soprattutto con la vostra presenza, con i vostri volti. Benvenuti!

    Mi ha colpito leggere l’elenco delle associazioni e dei gruppi di migranti che partecipano a questa iniziativa e la portano avanti: si vede che quella casa di cui parlava don Bruno, la vostra casa di accoglienza, è una casa con tante finestre aperte sul mondo! E così il Giavera Festival è diventato un crocevia, un luogo di incontro, di dialogo, di conoscenza reciproca. E anche un luogo dove condividere la speranza, il sogno di un mondo più fraterno.

    È bello e molto significativo che il vostro Festival sia nato e sempre rinasca da un’esperienza di convivenza. Non nasce a tavolino, sulla base di un progetto ideologico, ma da giornate, mesi, anni di condivisione con i migranti. Con le loro storie, coi loro problemi, e soprattutto con il loro bagaglio di umanità, di tradizioni, di cultura, di fede…

    E poi – questo sì – la vostra iniziativa nasce dalla volontà di far conoscere l’esperienza vissuta, di farla circolare nel tessuto sociale, per contribuire a diffondere una cultura di accoglienza. Cultura dell’accoglienza contro la cultura dello scarto. C’è n’è tanto bisogno! Perché la realtà delle migrazioni nel nostro tempo ha assunto caratteristiche che a volte possono spaventare. Oggettivamente il fenomeno è molto complesso, e purtroppo ci sono gruppi criminali che ne approfittano; i migranti rischiano di essere strumentalizzati anche all’interno dei conflitti geopolitici. Allora cessano di essere persone e diventano numeri. Pertanto c’è più che mai bisogno di luoghi in cui si mettono al centro i volti, le storie, i canti, le preghiere, l’arte dei migranti.

    Questa mattina ho ricevuto il Primo Ministro dell’Albania e mi diceva che la prima Costituzione in Albania – cento anni addietro risale a cento anni fa? – diceva che a chi ti bussa alla porta tu devi aprire, perché è Dio. E da lì, l’umanità che hanno gli albanesi nel ricevere i migranti. Questo pensiero mi ha toccato: chi bussa alla tua porta è Dio. Aprigli e lascia il tuo posto per lui.

    Questo modo di vedere la realtà delle migrazioni non vuol dire nascondere o ignorare le difficoltà e i problemi. Chi meglio di voi li conosce e può testimoniarli? E dunque è importante che le vostre esperienze siano anche messe a disposizione della buona politica, per aiutare chi ha responsabilità di governo a livello locale, nazionale e internazionale a fare scelte che sappiano sempre unire il sano realismo con il rispetto della dignità delle persone. Ho visto uno dei quadri che avete portato, sulle torture che subiscono i migranti quando quei trafficanti li prendono. E questo succede oggi. Non possiamo chiudere gli occhi! La dignità delle persone. Per questo il vostro Festival, come altre iniziative analoghe in Italia e in diversi Paesi, non va ridotto a manifestazione folcloristica o a un raduno di idealisti. No, lo dico anche come spunto di riflessione e di verifica per voi stessi. Possiamo chiederci, dopo trent’anni: la nostra esperienza è riuscita, e in quale misura, a incidere sul piano delle scelte politiche, dialogando con le istituzioni e con la società civile? Mi sembra importante porsi questa domanda.

    Cari amici, soprattutto ringrazio con voi il Signore per il cammino che vi ha donato di compiere in questi anni attraverso l’esperienza del Festival. Vi auguro di andare avanti con spirito sempre rinnovato. Vi propongo di prendere come modello Abramo, che Dio chiamò a partire e che rimase sempre migrante in tutta la sua vita. Abramo è un “padre” che come cristiani condividiamo con gli ebrei e i musulmani, ma è una figura in cui possono riconoscersi tutti gli uomini e le donne che concepiscono la vita come viaggio alla ricerca della terra promessa, terra di libertà e di pace, dove vivere insieme come fratelli.

    Grazie della vostra visita. Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie.


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede).
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    perché siano una sola cosa, come noi» (Gv 17, 11).



  4. #134
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    PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 28 novembre 2021


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Il Vangelo della Liturgia di oggi, prima domenica di Avvento, cioè la prima domenica di preparazione al Natale, ci parla della venuta del Signore alla fine dei tempi. Gesù annuncia eventi desolanti e tribolazioni, ma proprio a questo punto ci invita a non avere paura. Perché? Perché andrà tutto bene? No, ma perché Egli verrà. Gesù tornerà, Gesù verrà, lo ha promesso. Dice così: «Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21,28). È bello ascoltare questa Parola di incoraggiamento: risollevarci e alzare il capo perché proprio nei momenti in cui tutto sembra finito il Signore viene a salvarci; attenderlo con gioia anche nel cuore delle tribolazioni, nelle crisi della vita e nei drammi della storia. Attendere il Signore. Ma come si fa ad alzare il capo, a non farci assorbire dalle difficoltà, dalle sofferenze, dalle sconfitte? Gesù ci indica la via con un richiamo forte: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano […]. Vegliate in ogni momento pregando» (vv. 34.36).

    “Vegliate”, la vigilanza. Fermiamoci su questo aspetto importante della vita cristiana. Dalle parole di Cristo vediamo che la vigilanza è legata all’attenzione: state attenti, vigilate, non distraetevi, cioè restate svegli! Vigilare significa questo: non permettere che il cuore si impigrisca e che la vita spirituale si ammorbidisca nella mediocrità. Fare attenzione perché si può essere “cristiani addormentati” – e noi sappiamo: ce ne sono tanti di cristiani addormentati, cristiani anestetizzati dalle mondanità spirituali – cristiani senza slancio spirituale, senza ardore nel pregare – pregano come dei pappagalli – senza entusiasmo per la missione, senza passione per il Vangelo. Cristiani che guardano sempre dentro, incapaci di guardare all’orizzonte. E questo porta a “sonnecchiare”: tirare avanti le cose per inerzia, a cadere nell’apatia, indifferenti a tutto tranne che a quello che ci fa comodo. E questa è una vita triste, andare avanti così… non c’è felicità lì.

    Abbiamo bisogno di vigilare per non trascinare le giornate nell’abitudine, per non farci appesantire – dice Gesù – dagli affanni della vita (cfr v. 34). Gli affanni della vita ci appesantiscono. Oggi, dunque, è una buona occasione per chiederci: che cosa appesantisce il mio cuore? Che cosa appesantisce il mio spirito? Che cosa mi fa accomodare sulla poltrona della pigrizia? È triste vedere i cristiani “in poltrona”! Quali sono le mediocrità che mi paralizzano, i vizi, quali sono i vizi che mi schiacciano a terra e mi impediscono di alzare il capo? E riguardo ai pesi che gravano sulle spalle dei fratelli, sono attento o indifferente? Queste domande ci fanno bene, perché aiutano a custodire il cuore dall’accidia. Ma, padre, ci dica: cosa è l’accidia? È un grande nemico della vita spirituale, anche della vita cristiana. L’accidia è quella pigrizia che fa precipitare, scivolare nella tristezza, che toglie il gusto di vivere e la voglia di fare. È uno spirito negativo, è uno spirito cattivo che inchioda l’anima nel torpore, rubandole la gioia. Si incomincia con quella tristezza, si scivola, si scivola, e niente gioia. Il Libro dei Proverbi dice: «Custodisci il tuo cuore, perché da esso sgorga la vita» (Pr 4,23). Custodire il cuore: questo significa vigilare, vegliare! Siate svegli, custodisci il tuo cuore.

    E aggiungiamo un ingrediente essenziale: il segreto per essere vigilanti è la preghiera. Gesù infatti dice: «Vegliate in ogni momento pregando» (Lc 21,36). È la preghiera che tiene accesa la lampada del cuore. Specialmente quando sentiamo che l’entusiasmo si raffredda, la preghiera lo riaccende, perché ci riporta a Dio, al centro delle cose. La preghiera risveglia l’anima dal sonno e la focalizza su quello che conta, sul fine dell’esistenza. Anche nelle giornate più piene, non tralasciamo la preghiera. Adesso stavo vedendo, nel programma “A sua immagine”, una bella riflessione sulla preghiera: ci aiuterà, guardarla ci farà bene. Può esserci di aiuto la preghiera del cuore, ripetere spesso brevi invocazioni. In Avvento, abituarci a dire, ad esempio: “Vieni, Signore Gesù”. Soltanto questo, ma dirlo: “Vieni, Signore Gesù”. Questo tempo di preparazione al Natale è bello: pensiamo al presepio, pensiamo al Natale, e diciamo dal cuore: “Vieni, Signore Gesù, vieni”. Ripetiamo questa preghiera lungo tutta la giornata, e l’animo resterà vigile! “Vieni, Signore Gesù”: è una preghiera che possiamo dire tre volte, tutti insieme. “Vieni, Signore Gesù”, “Vieni, Signore Gesù”, “Vieni, Signore Gesù”.

    E ora preghiamo la Madonna: lei, che ha atteso il Signore con cuore vigilante, ci accompagni nel cammino dell’Avvento.

    ___________________________________

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    Ieri ho incontrato i membri di associazioni e gruppi di migranti e di persone che, in spirito di fraternità, ne condividono il cammino. Sono qui in Piazza, con quella bandiera così grossa! Benvenuti! Ma quanti migranti – pensiamo questo – quanti migranti sono esposti, anche in questi giorni, a pericoli gravissimi, e quanti perdono la vita alle nostre frontiere! Sento dolore per le notizie sulla situazione in cui si trovano tanti di loro: di quelli che sono morti nel Canale della Manica; di quelli ai confini della Bielorussia, molti dei quali sono bambini; di quelli che annegano nel Mediterraneo. Tanto dolore pensando a loro. Di quelli che sono rimpatriati, a Nord dell’Africa, sono catturati dai trafficanti, che li trasformano in schiavi: vendono le donne, torturano gli uomini… Di quelli che, anche in questa settimana, hanno tentato di attraversare il Mediterraneo cercando una terra di benessere e trovandovi, invece, una tomba; e tanti altri. Ai migranti che si trovano in queste situazioni di crisi assicuro la mia preghiera, e anche il mio cuore: sappiate che vi sono sempre vicino. Pregare e fare. Ringrazio tutte le istituzioni sia della Chiesa Cattolica sia di altrove, specialmente le Caritas nazionali e tutti coloro che sono impegnati ad alleviare le loro sofferenze. Rinnovo l’appello accorato a coloro che possono contribuire alla risoluzione di questi problemi, in particolare alle Autorità civili e militari, affinché la comprensione e il dialogo prevalgano finalmente su ogni tipo di strumentalizzazione e orientino le volontà e gli sforzi verso soluzioni che rispettino l’umanità di queste persone. Pensiamo ai migranti, alle loro sofferenze, e preghiamo in silenzio… [momento di silenzio]

    Saluto tutti voi, pellegrini venuti dall’Italia e da diversi Paesi: ci sono tante bandiere di Paesi diversi. Saluto le famiglie, i gruppi parrocchiali, le associazioni. In particolare, saluto i fedeli provenienti da Timor Est – vedo la bandiera lì – dalla Polonia e da Lisbona; come pure quelli di Tivoli.

    A tutti auguro una buona domenica e un buon cammino di Avvento, un buon cammino verso il Natale, verso il Signore. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
    «Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato,
    perché siano una sola cosa, come noi» (Gv 17, 11).



  5. #135
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    MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    LETTO IN VIDEO DAL CARDINALE SEGRETARIO DI STATO,
    IN OCCASIONE DEL 70º ANNIVERSARIO
    DELL'ORGANIZZAZIONE INTERNAZIONALE DELLE MIGRAZIONI (O.I.M)


    [Ginevra, 29 novembre 2021]


    Direttore Generale,
    Signora Presidente,
    Distinti partecipanti,


    Vorrei esprimere le mie felicitazioni all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni per i suoi 70 anni di servizio ai migranti. Questo importante evento nella storia dell’Organizzazione, nonostante le molteplici sfide poste dalla Pandemia del Covid-19, offre l’occasione di rinnovare la visione e il nostro impegno attraverso una risposta più degna al fenomeno migratorio.

    Dieci anni fa, nella 100ª Sessione di questo Consiglio, su decisione del mio amato predecessore, Papa Benedetto XVI, la Santa Sede, in modo conforme alla sua natura, ai suoi principi e norme specifiche, ha scelto di diventare Stato membro di questa Organizzazione. Le motivazioni di base che hanno portato a tale decisione continuano ancora oggi a essere molto valide e urgenti [1].

    1. Affermare la dimensione etica degli spostamenti di popolazione.

    2. Offrire, attraverso la sua esperienza e la sua consolidata rete di associazioni sul campo in tutto il mondo, la collaborazione della Chiesa cattolica ai servizi internazionali dedicati alle persone sradicate.

    3. Prestare un’assistenza integrale in funzione dei bisogni, senza distinzioni, basata sulla dignità inerente a tutti i membri della stessa famiglia umana.

    Il dibattito sulla migrazione non è realmente sui migranti. Ossia, non si tratta solo di migranti: si tratta piuttosto di tutti noi, del passato, del presente e del futuro delle nostre società [2]. Non dobbiamo lasciarci sorprendere dal numero dei migranti, bensì incontrarci con tutti loro come persone, vedendo i loro volti e ascoltando le loro storie, cercando di rispondere il meglio possibile alle loro particolari situazioni personali e familiari. Tale risposta richiede molta sensibilità umana, giustizia e fratellanza. Dobbiamo evitare una tentazione molto comune oggigiorno: quella di scartare tutto ciò che risulta fastidioso [3]. È proprio questa la “cultura dello scarto” che tante volte ho denunciato.

    Nella maggior parte delle principali tradizioni religiose, compreso il cristianesimo, troviamo l’insegnamento che ci esorta a trattare gli altri come vogliamo che trattino noi, e ad amare il nostro prossimo come noi stessi. Altri insegnamenti religiosi insistono sul fatto che dobbiamo andare al di là di questa norma e che non dobbiamo trascurare l’ospitalità verso lo straniero, poiché “alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13, 2). Senza dubbio questi valori universalmente riconosciuti devono guidare il nostro modo di trattare i migranti nella comunità locale e nell’ambito nazionale.

    Spesso sentiamo parlare di quello che fanno gli Stati per accogliere i migranti. Ma è altrettanto importante domandarsi: quali benefici apportano i migranti alle comunità che li accolgono e come le arricchiscono? Da un lato, nei mercati dei paesi a reddito medio-alto la manodopera migrante è molto richiesta e benaccetta come modo per compensarne la mancanza. Dall’altro, i migranti sono generalmente rifiutati e soggetti ad atteggiamenti risentiti da parte di molte loro comunità di accoglienza.

    Purtroppo questo duplice standard deriva dal prevalere degli interessi economici sui bisogni e sulla dignità della persona umana. Tale tendenza è apparsa particolarmente evidente durante le “chiusure” del Covid-19, quando molti dei lavoratori “essenziali” erano migranti, ma non sono stati concessi loro i benefici dei programmi di aiuto economico per il Covid-19 e neanche l’accesso all’assistenza sanitaria di base e alle vaccinazioni.

    Ancora più deplorevole è il fatto che i migranti vengano utilizzati sempre più come moneta di scambio, come pedoni di una scacchiera, vittime di rivalità politiche. Come tutti sappiamo, la decisione di emigrare, di abbandonare la terra natale o il territorio di origine è senza dubbio una delle più difficili della vita.

    Come si possono sfruttare la sofferenza e la disperazione per avanzare o difendere agende politiche? Come possono prevalere le considerazioni politiche quando a essere in gioco è la dignità della persona umana? La mancanza basilare di rispetto umano alle frontiere nazionali ci sminuisce tutti nella nostra “umanità”. Al di là degli aspetti politici e giuridici delle situazioni irregolari, non dobbiamo mai perdere di vista il volto umano della migrazione e il fatto che, al di sopra delle divisioni geografiche delle frontiere, facciamo parte di un’unica famiglia umana.

    Desidero cogliere l’occasione per fare quattro osservazioni:

    1. C’è un bisogno urgente di trovare vie dignitose per uscire dalle situazioni irregolari. La disperazione e la speranza prevalgono sempre sulle politiche restrittive. Quante più vie legali esisteranno, meno probabile sarà che i migranti si vedano trascinati nelle reti criminali dei trafficanti di persone o nello sfruttamento e negli abusi durante il contrabbando.

    2. I migranti rendono visibili il vincolo che unisce tutta la famiglia umana, la ricchezza delle culture e la risorsa per gli scambi in materia di sviluppo e le reti commerciali costituita dalle comunità della diaspora. In tal senso, il tema dell’integrazione è fondamentale; l’integrazione implica un processo bidirezionale, basato sulla mutua conoscenza, sull’apertura reciproca, sul rispetto delle leggi e della cultura dei paesi di accoglienza con un vero spirito di incontro e di arricchimento reciproco.

    3. La famiglia migrante è una componente essenziale delle comunità del nostro mondo globalizzato, ma in troppi paesi si negano ai lavoratori migranti i benefici e la stabilità della vita familiare a causa d’impedimenti legali. Il vuoto umano che si lascia dietro quando un padre o una madre emigra da solo è un duro promemoria dell’opprimente dilemma che presuppone il vedersi costretti a scegliere tra emigrare da soli per alimentare la propria famiglia o godere del diritto fondamentale a restare nel paese di origine con dignità.

    4. La comunità internazionale deve affrontare con urgenza le condizioni che danno luogo alla migrazione irregolare, facendo così della migrazione una scelta ben informata e non una necessità disperata. Affinché la maggior parte delle persone che possono vivere dignitosamente nel proprio paese di origine non si sentano costrette a emigrare in modo irregolare, occorrono urgentemente sforzi per «creare migliori condizioni economiche e sociali [...] affinché l’emigrazione non sia l’unica opzione per chi cerca pace, giustizia, sicurezza e pieno rispetto per la dignità umana» [4].

    In definitiva, la migrazione non è solo una storia di migranti ma di disuguaglianze, disperazione, degrado ambientale, cambiamento climatico, ma anche di sogni, di coraggio, di studi all’estero, di riunificazione familiare, di nuove opportunità, di sicurezza e protezione, e di lavoro duro ma dignitoso.

    Concludendo, la realizzazione di un’adeguata gestione globale dei movimenti migratori, una loro comprensione positiva e una messa a fuoco efficace dello sviluppo umano integrale possono sembrare obiettivi di vasta portata. Non dobbiamo però mai dimenticare che non si tratta di statistiche, bensì di persone reali la cui vita è in gioco. Radicata nella sua esperienza secolare, la Chiesa cattolica e le sue istituzioni proseguiranno la loro missione di accogliere, proteggere, promuovere e integrare le persone che si spostano.

    Vi ringrazio di cuore e invoco su tutti voi, sulle nazioni che rappresentate e sui migranti e le loro famiglie la benedizione del Signore.

    Fraternamente,

    FRANCESCO

    _____________________

    [1] Cfr. Intervento della Santa Sede alla 100ª Sessione del Consiglio dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, 5 dicembre 2011.

    [2] Cfr. Messaggio per la 105ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 29 settembre 2019.

    [3] Cfr. Discorso alla Sessione Congiunta del Congresso degli Stati Uniti d’America, Washington D.C., 24 settembre 2015.

    [4] Messaggio del Santo Padre Francesco per la 100 ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 5 agosto 2014.

    ______________________________

    Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede, 29 novembre 2021


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  6. #136
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    PAPA FRANCESCO

    UDIENZA GENERALE

    Aula Paolo VI
    Mercoledì, 1 dicembre 2021


    Catechesi su San Giuseppe - 3. Giuseppe, uomo giusto e sposo di Maria

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Continuiamo il nostro cammino di riflessione sulla figura di San Giuseppe. Oggi vorrei approfondire il suo essere “giusto” e “promesso sposo di Maria”, e dare così un messaggio a tutti i fidanzati, anche ai novelli sposi. Molte vicende legate a Giuseppe popolano i racconti dei vangeli apocrifi, cioè non canonici, che hanno influenzato anche l’arte e diversi luoghi di culto. Questi scritti che non sono nella Bibbia – sono racconti che la pietà cristiana faceva in quel tempo - rispondono al desiderio di colmare i vuoti narrativi dei Vangeli canonici, quelli che sono nella Bibbia, i quali ci danno tutto ciò che è essenziale per la fede e la vita cristiana.

    L’evangelista Matteo. Questo è importante: cosa dice il Vangelo su Giuseppe? Non cosa dicono questi vangeli apocrifi, che non sona una cosa brutta o cattiva,; sono belli, ma non sono la Parola di Dio. Invece i Vangeli, che sono nella Bibbia, sono la Parola di Dio. Fra questi l’evangelista Matteo che definisce Giuseppe uomo “giusto”. Ascoltiamo il suo racconto: «Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto» (1,18-19). Perché i fidanzati, quando la fidanzata non era fedele o rimaneva incinta, dovevano denunciarla!. E le donne in quel tempo erano lapidate. Ma Giuseppe era giusto. Dice: “No, questo non lo farò. Me ne sto zitto”.

    Per comprendere il comportamento di Giuseppe nei confronti di Maria, è utile ricordare le usanze matrimoniali dell’antico Israele. Il matrimonio comprendeva due fasi ben definite. La prima era come un fidanzamento ufficiale, che comportava già una situazione nuova: in particolare la donna, pur continuando a vivere nella casa paterna ancora per un anno, era considerata di fatto “moglie” del promesso sposo. Ancora non vivevano insieme, ma era come se fosse la moglie. Il secondo atto era il trasferimento della sposa dalla casa paterna alla casa dello sposo. Ciò avveniva con una festosa processione, che completava il matrimonio. E le amiche della sposa la accompagnavano lì. In base a queste usanze, il fatto che «prima che andassero a vivere insieme, Maria si trovò incinta», esponeva la Vergine all’accusa di adulterio. E questa colpa, secondo la Legge antica, doveva essere punita con la lapidazione (cfr Dt 22,20-21). Tuttavia, nella prassi giudaica successiva aveva preso piede un’interpretazione più moderata che imponeva solo l’atto del ripudio ma con conseguenze civili e penali per la donna, ma non la lapidazione.

    Il Vangelo dice che Giuseppe era “giusto” proprio perché sottomesso alla legge come ogni uomo pio israelita. Ma dentro di lui l’amore per Maria e la fiducia che ha in lei gli suggeriscono un modo che salvi l’osservanza della legge e l’onore della sposa: decide di darle l’atto di ripudio in segreto, senza clamore, senza sottoporla all’umiliazione pubblica. Sceglie la via della riservatezza, senza processo e rivalsa. Ma quanta santità in Giuseppe! Noi, che appena abbiamo una notizia un po' folcloristica o un po' brutta su qualcuno, andiamo al chiacchiericcio subito! Giuseppe invece sta zitto.

    Ma aggiunge subito l’evangelista Matteo: «Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”» (1,20-21). Interviene nel discernimento di Giuseppe la voce di Dio che, attraverso un sogno, gli svela un significato più grande della sua stessa giustizia. E quanto è importante per ciascuno di noi coltivare una vita giusta e allo stesso tempo sentirci sempre bisognosi dell’aiuto di Dio! Per poter allargare i nostri orizzonti e considerare le circostanze della vita da un punto di vista diverso, più ampio. Tante volte ci sentiamo prigionieri di quello che ci è accaduto: “Ma guarda cosa mi è successo!” e noi rimaniamo prigionieri di quella cosa brutta che ci è accaduta; ma proprio davanti ad alcune circostanze della vita, che ci appaiono inizialmente drammatiche, si nasconde una Provvidenza che con il tempo prende forma e illumina di significato anche il dolore che ci ha colpiti. La tentazione è chiuderci in quel dolore, in quel pensiero delle cose non belle che sono successe a noi. E questo non fa bene. Questo porta alla tristezza e all’amarezza. Il cuore amaro è così brutto.

    Vorrei che ci fermassimo a riflettere su un dettaglio di questa storia narrata dal Vangelo e che molto spesso trascuriamo. Maria e Giuseppe sono due fidanzati che probabilmente hanno coltivato dei sogni e delle aspettative rispetto alla loro vita e al loro futuro. Dio sembra inserirsi come un imprevisto nella loro vicenda e, seppure con una iniziale fatica, entrambi spalancano il cuore alla realtà che si pone loro innanzi.

    Cari fratelli e care sorelle, molto spesso la nostra vita non è come ce la immaginiamo. Soprattutto nei rapporti di amore, di affetto, facciamo fatica a passare dalla logica dell’innamoramento a quella dell’amore maturo. E si deve passare dall’innamoramento all’amore maturo. Voi novelli sposi, pensate bene a questo. La prima fase è sempre segnata da un certo incanto, che ci fa vivere immersi in un immaginario che spesso non corrisponde alla realtà dei fatti. Ma proprio quando l’innamoramento con le sue aspettative sembra finire, lì può cominciare l’amore vero. Amare infatti non è pretendere che l’altro o la vita corrisponda alla nostra immaginazione; significa piuttosto scegliere in piena libertà di prendersi la responsabilità della vita così come ci si offre. Ecco perché Giuseppe ci dà una lezione importante, sceglie Maria “a occhi aperti”. E possiamo dire con tutti i rischi. Pensate, nel Vangelo di Giovanni, un rimprovero che fanno i dottori della legge a Gesù è questo: “Noi non siamo figli che provengono di là”, in riferimento alla prostituzione. Ma perché questi sapevano come Maria è rimasta incinta e volevano sporcare la mamma di Gesù. Per me è il passaggio più sporco, più demoniaco del Vangelo. E il rischio di Giuseppe ci dà questa lezione: prende la vita come viene. Dio è intervenuto lì? La prendo. E Giuseppe fa come gli aveva ordinato l’angelo del Signore: Dice infatti il Vangelo: «Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù» (Mt 1,24-25). I fidanzati cristiani sono chiamati a testimoniare un amore così, che abbia il coraggio di passare dalle logiche dell’innamoramento a quelle dell’amore maturo. E questa è una scelta esigente, che invece di imprigionare la vita, può fortificare l’amore perché sia durevole di fronte alle prove del tempo. L’amore di una coppia va avanti nella vita e matura ogni giorno. L’amore del fidanzamento è un po' – permettetemi la parola –, un po' romantico. Voi lo avete vissuto tutto, ma poi comincia l’amore maturo, di tutti i giorni, il lavoro, i bambini che arrivano. E alle volte quel romanticismo sparisce un po’. Ma non c’è amore? Sì, ma amore maturo. “Ma sa, padre, noi delle volte litighiamo ...” Questo succede dal tempo di Adamo ed Eva ad oggi: che gli sposi litigano è il pane nostro di ogni giorno. “Ma non si deve litigare?” Sì, si può. “E padre, ma alle volte alziamo la voce” – “Succede”. “E anche alle volte volano i piatti” - “Succede”. Ma come fare perché questo non danneggi la vita del matrimonio? Ascoltate bene: non finire mai la giornata senza fare la pace. Abbiamo litigato, io ti ho detto delle parolacce Dio mio, ti ho detto cose brutte. Ma adesso finisce la giornata: devo fare la pace. Sapete perché? Perché la guerra fredda del giorno dopo è pericolosissima. Non permettere che il giorno dopo incominci in guerra. Per questo fare la pace prima di andare a letto. Ricordatevi sempre: mai finire la giornata senza fare la pace. E questo vi aiuterà nella vita matrimoniale. Questo percorso dall’innamoramento all’amore maturo è una scelta esigente, ma dobbiamo andare su quella strada.

    E anche questa volta concludiamo con una preghiera a San Giuseppe.
    San Giuseppe,
    tu che hai amato Maria con libertà,
    e hai scelto di rinunciare al tuo immaginario per fare spazio alla realtà,
    aiuta ognuno di noi a lasciarci sorprendere da Dio
    e ad accogliere la vita non come un imprevisto da cui difendersi,
    ma come un mistero che nasconde il segreto della vera gioia.
    Ottieni a tutti i fidanzati cristiani la gioia e la radicalità,
    conservando però sempre la consapevolezza
    che solo la misericordia e il perdono rendono possibile l’amore. Amen.

    ____________________________________

    Saluti

    Je salue cordialement les pèlerins de langue française, en particulier le groupe d’amitié France-Italie. Alors que nous venons d’entrer dans le temps de l’Avent, demandons au Seigneur que, par l’intercession paternelle de saint Joseph, nous demeurions toujours comme des veilleurs dans la nuit, attentifs à voir la lumière du Christ dans nos frères les plus pauvres !

    [Saluto cordialmente le persone di lingua francese, in particolare il gruppo di amicizia Francia-Italia. All’inizio del tempo di Avvento, chiediamo al Signore, per l'intercessione paterna di San Giuseppe, di rimanere sempre come sentinelle nella notte, attenti a vedere la luce di Cristo nei nostri fratelli più poveri. Dio vi benedica!]

    I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially the groups from the United States of America. I pray that each of you, and your families, may experience a blessed Advent, in preparation for the coming of the newborn Saviour of the world. May God bless you!

    [Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente i gruppi provenienti dagli Stati Uniti d’America. A ciascuno di voi e alle vostre famiglie giunga l’augurio di un fecondo cammino di Avvento, per prepararci ad accogliere nella nascita del Bambino Gesù il Salvatore del mondo. Dio vi benedica!]

    Ein herzliches Willkommen sage ich den Pilgern und Besuchern deutscher Sprache. In diesen Wochen des Advents bereiten wir uns auf die Ankunft Jesu vor, indem wir die Gestalten von Maria und Josef betrachten, die ihr Leben für das Wohl der anderen hingegeben haben. Der Heilige Geist begleite euch und eure Familien.

    [Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua tedesca. In queste settimane d’Avvento prepariamoci alla venuta di Gesù, contemplando le figure di Maria e Giuseppe, che hanno speso la loro vita per il bene degli altri. Lo Spirito Santo accompagni voi e le vostre famiglie.]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Hoy quiero dirigirme de un modo especial a todos los novios cristianos. Ustedes están llamados a testimoniar un amor como el de María y José, un amor que pase del enamoramiento a la madurez, para que sea pleno y duradero. Pídanle a san José —que fue valiente en este paso— que los ayude a vivir el noviazgo con alegría y con radicalidad. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

    Queridos fiéis de língua portuguesa, uma saudação fraterna para todos vós, em particular para o grupo de enfermeiras, enfermeiros e outros profissionais de saúde em serviço no «Centro de Vacinação anti-Covid, de Braga». Faço votos de que a visita hodierna ao Túmulo de Pedro e este encontro com o seu Sucessor vos infundam uma grande coragem para abraçardes diariamente a vossa cruz e um vivo anseio de santidade para poderdes encher de esperança a cruz dos outros. Confio nas vossas orações. Obrigado pela visita!

    [Cari fedeli di lingua portoghese, un fraterno saluto a tutti voi, in particolare al gruppo d’infermiere, infermieri e altri operatori sanitari in servizio nel «Centro di Vaccinazione anti-Covid, di Braga». Vi auguro che l’odierna visita alla Tomba di Pietro e quest’incontro con il suo Successore vi infondano un grande coraggio per abbracciare giorno dopo giorno la vostra croce, e un vivo anelito di santità affinché possiate riempire di speranza la croce degli altri. Mi affido alle vostre preghiere. Grazie per la visita!]

    […].

    [Saluto i fedeli di lingua araba. Chiediamo a San Giuseppe, che ha amato Maria con libertà e ha scelto di rinunciare al suo immaginario per fare spazio alla realtà, di intercedere per noi, affinché ci lasciamo sorprendere da Dio, accogliendo la vita come un mistero che nasconde il segreto della vera gioia. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]

    […].

    [Do il cordiale benvenuto ai pellegrini polacchi. Cari fratelli e sorelle, domenica in Polonia si celebrerà la «Giornata di Preghiera e di Aiuto alla Chiesa dell’Est». Ringrazio tutti coloro che da più di vent’anni, accogliendo l’iniziativa della Conferenza Episcopale Polacca, sostengono la Chiesa nei paesi dell’Europa orientale e dell’Asia con la preghiera e le donazioni. Il Signore ricompensi con la sua grazia la vostra generosa premura per i fratelli cristiani che sono nel bisogno. Vi benedico di cuore!]

    ___________________

    APPELLO

    Ricorre oggi la Giornata Mondiale contro l’AIDS. È un’importante occasione per ricordare le tante persone affette da questo virus, per molte delle quali, in alcune zone del mondo, non è disponibile l’accesso alle cure essenziali. Auspico un rinnovato impegno solidale per garantire trattamenti sanitari equi ed efficaci.

    Domani mi recherò a Cipro e poi in Grecia per compiere una visita alle care popolazioni di quei Paesi ricchi di storia, di spiritualità e di civiltà. Sarà un viaggio alle sorgenti della fede apostolica e della fraternità tra cristiani di varie confessioni. Avrò anche l’opportunità di avvicinare un’umanità ferita nella carne di tanti migranti in cerca di speranza: mi recherò a Lesvos. Vi chiedo, per favore, di accompagnarmi con la preghiera. Grazie!

    * * *

    Nel salutare i pellegrini di lingua italiana, rivolgo il mio pensiero agli Istituti religiosi femminili che celebrano il loro Capitolo Generale: le Suore di San Giuseppe di Chambéry, le Suore Missionarie del Catechismo, le Suore Missionarie dell’Apostolato Cattolico e le Suore Ospedaliere della Misericordia. E sono brave queste suore, tutte! Sono brave. Per ciascuna invoco la continua assistenza del Signore, affinché i momenti di riflessione e di discernimento le rafforzino nel generoso impegno di fedeltà al Vangelo.

    Saluto il Gruppo Ologramma di Modena ed auguro che le musiche, apprese ed eseguite con tanto impegno, diventino un richiamo a vivere con gioia ogni stagione dell’esistenza. Questa orchestra ci ha portato tanta gioia ed è composta da persone che hanno quella via aperta della tenerezza più che gli altri. Fanno la musica con quella tenerezza che è propria del loro modo di essere. Ringrazio tanto.

    Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli. Agli anziani: non trascurarli e se potete tenerli in famiglia, non mandateli fuori perché gli anziani sono le nostre radici e non vanno trascurati. Il tempo d’Avvento ci invita a prepararci al Natale, accogliendo senza timore Gesù Cristo che viene in mezzo a noi. Se gli spalanchiamo la porta della vita, tutto acquista una luce nuova e la famiglia, il lavoro, il dolore, la salute, l’amicizia, e così avanti, diventano altrettante occasioni per scoprire la sua consolante presenza, la presenza di Gesù nella nostra vita, presenza di Emmanuele, del Dio che viene, che vuol dire Dio con noi e per testimoniare questa sua presenza agli altri. Prepariamoci così, allargando il cuore per il Natale.


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    «Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato,
    perché siano una sola cosa, come noi» (Gv 17, 11).



  7. #137
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    MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI ALLA VII CONFERENZA

    "ROME MED DIALOGUES"


    Illustri Signore e Signori!

    Rivolgo un cordiale saluto a voi che partecipate alla VII Conferenza Rome MED Dialogues, promossa annualmente dal Ministero italiano per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale e dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, allo scopo di ripensare l’approccio tradizionale all’area del Mediterraneo e cercare risposte nuove e condivise alle importanti sfide che essa pone.

    Nonostante i regni e gli imperi dell’area mediterranea appartengano ormai al passato, il mare nostrum continua ad avere un’importanza geopolitica centrale, anche nel secolo attuale. Il Mediterraneo è luogo di frontiera, e quindi di incontro, di tre continenti, che non solo ne sono bagnati, ma che in esso si toccano l’un l’altro e sono quindi chiamati a convivere.

    L’interconnessione incentrata su questo mare ci mostra, e non solo in modo simbolico, come tutto il Pianeta sia una grande casa comune e che le sorti di un Paese non possono essere indipendenti da quelle degli altri. Del resto, il concetto stesso di indipendenza sta mutando pericolosamente. Se in passato significava soprattutto la legittima rivendicazione di autonomia rispetto alle ingerenze o alle occupazioni di Stati esteri, nell’era contemporanea l’indipendenza sta assumendo un significato di “indifferenza” e “disinteresse” verso le sorti degli altri popoli. È necessario che la politica e la diplomazia si interroghino e facciano tutto il possibile per impedire che il processo di globalizzazione degeneri nella globalizzazione dell’indifferenza.

    Tale impegno dev’essere ancora più sentito oggi, quando abbiamo dimostrazioni sempre più evidenti – dalla crisi climatica a quella pandemica – che non solo gli Stati ma ancor più i Continenti non possono andare avanti ignorandosi l’un l’altro.

    Se questo è vero in generale, lo è a maggior ragione nell’area mediterranea. Tutte le risorse e tutte le potenzialità di questo mare necessitano di un approccio nuovo, non individuale ed egoistico, ma congiunto e condiviso tra i Paesi che su di esso si affacciano, e anche tra quelli che non confinano con esso ma che dalle politiche mediterranee sono interessati a diversi effetti. Un approccio capace di distendere i molteplici conflitti regionali che si sviluppano sulla superficie, nei fondali e ai bordi del mare, e che dal mare si estendono nei Continenti.

    Tra i diversi problemi che si concentrano sul Mediterraneo – e che esigono una lungimirante visione politica – è estremamente urgente quello migratorio, che mi è sempre stato a cuore e che ha motivato il mio primo viaggio apostolico, nell’isola di Lampedusa, nel 2013. Gli avvenimenti di questi anni confermano sempre più che un intervento efficace può provenire solo da uno sforzo congiunto non limitato ai Paesi frontalieri, ma condiviso anche dai rispettivi Continenti di appartenenza. Nessuno dev’essere lasciato solo nella gestione di questo enorme problema. Tutti devono sentirsi responsabili, perché tutti sono, in realtà responsabili, come ci ricorda, all’inizio della Bibbia, la domanda rivolta da Dio a Caino: “Dov’è tuo fratello?” (cfr Gen 4,9).

    Il fenomeno migratorio ci dimostra una volta ancora che tutto è connesso e ci avverte che una soluzione stabile richiede un approccio capace di tenere conto dei tanti aspetti ad esso collegati, e che i dialoghi di questa Conferenza possono mettere in luce.

    Desidero inoltre fare presente come il Mediterraneo sia al centro anche dell’attenzione costante della Chiesa. Proprio nei giorni della vostra Conferenza sarò impegnato in un viaggio apostolico a Cipro e in Grecia. Ricordo poi il fruttuoso incontro dell’anno scorso a Bari, “Mediterraneo frontiera di pace”, promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana, che ha visto la partecipazione dei Vescovi di ben venti Paesi affacciati sul mare nostrum e a cui seguirà l’anno prossimo un altro incontro a Firenze, in corso di organizzazione.

    Mi piace pensare che non solo questi incontri ecclesiali, ma anche i vostri dialoghi sul Mediterraneo possano trarre ispirazione dai “colloqui mediterranei” inaugurati da Giorgio La Pira, tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, che tanto avevano avvicinato le opposte sponde del mare inaugurando la politica del dialogo intorno a quello che La Pira considerava, in una visione di fede, come “un grande lago di Tiberiade”.

    È con questo auspicio che auguro a tutti voi un fruttuoso convegno, assicurando la mia preghiera e invocando la benedizione di Dio.

    Dal Vaticano, 20 novembre 2021

    FRANCESCO


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    SOLENNITÀ DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE
    DELLA BEATA VERGINE MARIA

    PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Mercoledì, 8 dicembre 2021


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Il Vangelo della Liturgia di oggi, Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, ci fa entrare nella sua casa di Nazaret, dove riceve l’annuncio dell’angelo (cfr Lc 1,26-38). Tra le mura di casa una persona si rivela meglio che altrove. E proprio in quella intimità domestica il Vangelo ci dona un particolare, che rivela la bellezza del cuore di Maria.

    L’angelo la chiama «piena di grazia». Se è piena di grazia, vuol dire che la Madonna è vuota di male, è senza peccato, Immacolata. Ora, a questo saluto Maria – dice il testo – rimane «molto turbata» (Lc 1,29). Non è solo sorpresa, ma turbata. Ricevere grandi saluti, onori e complimenti a volte rischia di suscitare vanto e presunzione. Ricordiamo che Gesù non è tenero con chi va alla ricerca dei saluti nelle piazze, dell’adulazione, della visibilità (cfr Lc 20,46). Maria invece non si esalta, ma si turba; anziché provare piacere, prova stupore. Il saluto dell’angelo le sembra più grande di lei. Perché? Perché si sente piccola dentro, e questa piccolezza, questa umiltà attira lo sguardo di Dio.

    Tra le mura della casa di Nazaret vediamo così un tratto meraviglioso. Com’è il cuore di Maria? Ricevuto il più alto dei complimenti, si turba perché sente rivolto a sé quanto non attribuiva a sé stessa. Maria, infatti, non si attribuisce prerogative, non rivendica qualcosa, non ascrive nulla a suo merito. Non si autocompiace, non si esalta. Perché nella sua umiltà sa di ricevere tutto da Dio. È dunque libera da sé stessa, tutta rivolta a Dio e agli altri. Maria Immacolata non ha occhi per sé. Ecco l’umiltà vera: non avere occhi per sé, ma per Dio e per gli altri.

    Ricordiamoci che questa perfezione di Maria, la piena di grazia, viene dichiarata dall’angelo tra le mura di casa sua: non nella piazza principale di Nazaret, ma lì, nel nascondimento, nella più grande umiltà. In quella casetta a Nazaret palpitava il cuore più grande che una creatura abbia mai avuto. Cari fratelli e sorelle, è una notizia straordinaria per noi! Perché ci dice che il Signore, per compiere meraviglie, non ha bisogno di grandi mezzi e delle nostre capacità eccelse, ma della nostra umiltà, del nostro sguardo aperto a Lui e anche aperto agli altri. Con quell’annuncio, tra le povere mura di una piccola casa, Dio ha cambiato la storia. Anche oggi desidera fare grandi cose con noi nella quotidianità: cioè in famiglia, al lavoro, negli ambienti di ogni giorno. Lì, più che nei grandi eventi della storia, la grazia di Dio ama operare. Ma, mi domando, ci crediamo? Oppure pensiamo che la santità sia un’utopia, qualcosa per gli addetti ai lavori, una pia illusione incompatibile con la vita ordinaria?

    Chiediamo alla Madonna una grazia: che ci liberi dall’idea fuorviante che una cosa è il Vangelo e un’altra la vita; che ci accenda di entusiasmo per l’ideale della santità, che non è questione di santini e immaginette, ma di vivere ogni giorno quello che ci capita umili e gioiosi, come la Madonna, liberi da noi stessi, con gli occhi rivolti a Dio e al prossimo che incontriamo. Per favore, non perdiamoci di coraggio: a tutti il Signore ha dato una stoffa buona per tessere la santità nella vita quotidiana! E quando ci assale il dubbio di non farcela, o la tristezza di essere inadeguati, lasciamoci guardare dagli “occhi misericordiosi” della Madonna, perché nessuno che abbia chiesto il suo soccorso è stato mai abbandonato!

    _____________________________

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    due giorni fa sono rientrato dal viaggio a Cipro e in Grecia. Ringrazio il Signore per questo pellegrinaggio; ringrazio tutti voi per la preghiera che mi ha accompagnato, e le popolazioni di quei due cari Paesi, con le loro autorità civili e religiose, per l’affetto e la gentilezza con cui mi hanno accolto. A tutti ripeto: grazie!

    Cipro è una perla nel Mediterraneo, una perla di rara bellezza, che però porta impressa la ferita del filo spinato, il dolore per un muro che la divide. A Cipro mi sono sentito in famiglia; ho trovato in tutti dei fratelli e delle sorelle. Conservo nel cuore ogni incontro, in particolare la Messa allo stadio di Nicosia. Mi ha commosso il caro Fratello ortodosso Chrysostomos, quando mi ha parlato della Chiesa Madre: da cristiani percorriamo vie diverse, ma siamo figli della Chiesa di Gesù, che è Madre e ci accompagna, ci custodisce, ci fa andare avanti, tutti fratelli. Il mio augurio per Cipro è che sia sempre un laboratorio di fraternità, dove l’incontro prevalga sullo scontro, dove si accoglie il fratello, soprattutto quando è povero, scartato, emigrato. Ripeto che davanti alla storia, davanti ai volti di chi emigra, non possiamo tacere, non possiamo girarci dall’altra parte.

    A Cipro, come a Lesbo, ho potuto guardare negli occhi questa sofferenza: per favore, guardiamo negli occhi gli scartati che incontriamo, lasciamoci provocare dai visi dei bambini, figli di migranti disperati. Lasciamoci scavare dentro dalla loro sofferenza per reagire alla nostra indifferenza; guardiamo i loro volti, per risvegliarci dal sonno dell’abitudine!

    Penso poi con gratitudine alla Grecia. Anche lì ho ricevuto un’accoglienza fraterna. Ad Atene ho sentito di essere immerso nella grandezza della storia, in quella memoria dell’Europa: umanesimo, democrazia, sapienza, fede. Anche lì ho provato la mistica dell’insieme: nell’incontro con i fratelli Vescovi e la comunità cattolica, nella Messa festosa, celebrata nel giorno del Signore, e poi con i giovani, venuti da tante parti, alcuni da molto lontano per vivere e condividere la gioia del Vangelo. E ancora, ho vissuto il dono di abbracciare il caro Arcivescovo ortodosso Ieronymos: prima mi ha accolto a casa sua e il giorno seguente è venuto a trovarmi. Custodisco nel cuore questa fraternità. Affido alla Santa Madre di Dio i tanti semi di incontro e di speranza che il Signore ha sparso in questo pellegrinaggio. Vi chiedo di continuare a pregare perché germoglino nella pazienza e fioriscano nella fiducia.

    Oggi si conclude l’Anno dedicato a San Giuseppe, Patrono della Chiesa universale. E dopodomani, 10 dicembre, si chiuderà a Loreto il Giubileo Lauretano. Che la grazia di questi eventi continui a operare nella vita nostra e delle nostre comunità. La Vergine Maria e San Giuseppe ci guidino nel cammino della santità!

    E saluto tutti voi, romani e pellegrini! Un augurio speciale all’Azione Cattolica Italiana: che nelle diocesi e nelle parrocchie sia una palestra di sinodalità. Saluto i bambini del Coro “Milleunavoce”, i fedeli di Zaragoza e i giovani di Valdemoro, diocesi di Getafe, Spagna – si fanno sentire gli spagnoli, va bene! –. Come pure la delegazione del Comune di Rocca di Papa, con la fiaccola che accenderà la Stella di Natale sulla Fortezza della cittadina. Saluto il gruppo di messicani dello Stato di Puebla.

    E a tutti auguro buona festa, specialmente a voi ragazzi dell’Immacolata, è la vostra festa! Per favore, non dimenticatevi di pregare per me, io lo faccio per voi. Buon pranzo e arrivederci.


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
    «Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato,
    perché siano una sola cosa, come noi» (Gv 17, 11).



  9. #139
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    AI MEMBRI DELL'UNIONE GIURISTI CATTOLICI ITALIANI


    Aula della Benedizione
    Venerdì, 10 dicembre 2021


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

    Vi accolgo, in occasione del vostro 70° Congresso nazionale di studio, che ha al centro un tema che mi sta molto a cuore: “Gli ultimi. La tutela giuridica dei soggetti deboli”. Ringrazio il Presidente dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani per le parole di saluto.

    Ho ancora negli occhi e nel cuore le esperienze vissute nel recente Viaggio Apostolico a Cipro e in Grecia. Domenica scorsa, visitando i rifugiati nel Campo di Mytilene, sull’isola di Lesbo, ho ricordato tra l’altro che «il rispetto delle persone e dei diritti umani, specialmente nel continente che non manca di promuoverli nel mondo, dovrebbe essere sempre salvaguardato, e la dignità di ciascuno dovrebbe essere anteposta a tutto» (Discorso a Mytilene, 5 dicembre 2021). Eppure, quanto siamo distanti da questo rispetto! Soprusi, violenze, negligenze, omissioni non fanno altro che aumentare la cultura dello scarto. E chi non ha tutele verrà sempre messo ai margini. A voi, come giuristi cattolici, è chiesto di contribuire a “invertire la rotta”, favorendo, secondo le vostre competenze, la presa di coscienza e il senso di responsabilità. Perché anche gli ultimi, gli indifesi, i soggetti deboli hanno diritti che vanno rispettati e non calpestati. E questo è un richiamo intrinseco alla nostra fede. Non è una “moralina” di passaggio: è un richiamo intrinseco alla nostra fede.

    Ricordiamo – specialmente in questo tempo di Avvento – le parole del profeta Isaia, riferite al Servo del Signore: «Proclamerà il diritto con verità. Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra» (42,3-4). Il Messia annunciato dai profeti ha a cuore il diritto e la giustizia. E Gesù Cristo, nella sua missione terrena, si è rivolto con tutto sé stesso agli ultimi, per guarirli e annunciare loro la buona novella del Regno di Dio.

    Mai come in questi giorni, in questi tempi, i giuristi cattolici sono chiamati ad affermare e tutelare i diritti dei più deboli, all’interno di un sistema economico e sociale che finge di includere le diversità ma che di fatto esclude sistematicamente chi non ha voce. I diritti dei lavoratori, dei migranti, dei malati, dei bambini non nati, delle persone in fin di vita e dei più poveri sono sempre più spesso trascurati e negati in questa cultura dello scarto. Chi non ha capacità di spendere e di consumare sembra non valere nulla. Ma negare i diritti fondamentali, negare il diritto a una vita dignitosa, a cure fisiche, psicologiche e spirituali, a un salario giusto significa negare la dignità umana. Lo stiamo vedendo: quanti braccianti sono – scusatemi la parola – “usati” per la raccolta dei frutti o delle verdure, e poi pagati miserabilmente e cacciati via, senza alcuna protezione sociale.

    Riconoscere in linea di principio e garantire in concreto i diritti, tutelando i più deboli, è ciò che ci rende essere umani. Altrimenti ci lasciamo dominare dalla legge del più forte e diamo campo libero alla sopraffazione.

    Per questo motivo, il riconoscimento dei diritti delle persone più deboli non deriva da una concessione governativa. No. E i giuristi cattolici non chiedono favori a nome dei poveri, ma proclamano con fermezza quei diritti che derivano dal riconoscimento della dignità umana.

    Il ruolo del giurista cattolico, in qualsiasi ruolo operi, come consulente, avvocato o giudice, è quindi quello di contribuire alla tutela della dignità umana dei deboli affermando i loro diritti. In questa maniera egli o ella contribuisce all’affermarsi della fraternità umana e a non deturpare l’immagine di Dio impressa in ogni persona.

    Il Cardinale Dionigi Tettamanzi amava ripetere che “i diritti dei deboli non sono diritti deboli”. A voi, in maniera particolare, il compito di affermarli con fermezza e di tutelarli con sapienza, cooperando a costruire una società più umana e più giusta.

    La Madonna, che oggi veneriamo come la Vergine del silenzio e dell’ascolto nella Santa Casa di Loreto, e San Giuseppe, uomo giusto, vi sostengano in questo vostro impegno. Come pure vi sia di ispirazione la testimonianza del Beato Rosario Livatino. Anch’io vi accompagno con la mia preghiera e la mia benedizione. E per favore, vi chiedo di pregare per me. Grazie.


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
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    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
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  10. #140
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    AI PARTECIPANTI ALLA PLENARIA DELLA CONGREGAZIONE
    PER GLI ISTITUTI DI VITA CONSACRATA E LE SOCIETÀ DI VITA APOSTOLICA


    Sala Clementina
    Sabato, 11 dicembre 2021


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Vi do il benvenuto, al termine dell’Assemblea Plenaria della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Ringrazio il Prefetto, Cardinale João Braz de Aviz, per le sue parole di presentazione. Saluto il Segretario, Mons. José Rodríguez Carballo, e tutti i membri del Dicastero, presenti e assenti. Tanti Cardinali nel Dicastero, questo sembra quasi un conclave!

    Vi ringrazio per tutto il lavoro che portate avanti, al servizio della vita consacrata nella Chiesa universale. Vorrei dire: al servizio del Vangelo, perché tutto quello che noi facciamo è al servizio del Vangelo, e voi in particolare servite quel “vangelo” che è la vita consacrata, affinché sia tale, sia vangelo per il mondo di oggi. Voglio dirvi la mia riconoscenza e voglio incoraggiarvi, perché so che il vostro compito non è facile. Per questo voglio esprimere la mia vicinanza a tutti coloro che credono nel futuro della vita consacrata. Vi sono vicino.

    Ripenso allo spirito che animava San Giovanni Paolo II quando convocò il Sinodo dei Vescovi su questo tema: c’era da una parte la consapevolezza di un tempo di travaglio, di esperienze innovatrici non sempre con esiti positivi (cfr Esort. ap. Postsin. Vita consecrata, 13); c’era, e c’è maggiormente adesso, la realtà del calo numerico in diverse parti del mondo; ma soprattutto prevaleva, e prevale, la speranza, fondata sulla bellezza del dono che è la vita consacrata (cfr ibid.). Ecco, questo è decisivo: puntare sul dono di Dio, sulla gratuità della sua chiamata, sulla forza trasformatrice della sua Parola e del suo Spirito. Con questo atteggiamento incoraggio voi e quanti, nei diversi istituti e nelle Chiese particolari, aiutano le consacrate e i consacrati, a partire da una memoria “deuteronomica”, a guardare con fiducia al futuro. Perché dico memoria deuteronomica? Perché è molto importante ricordare. Quel messaggio del Deuteronomio: “Ricorda Israele, ricorda”. Quella memoria della storia, della propria storia, del proprio istituto. Quella memoria delle radici. E questo ci fa crescere. Quando noi perdiamo la memoria, quella memoria delle meraviglie che Dio ha fatto nella Chiesa, nel nostro istituto, nella mia vita – ognuno può dirlo –, perdiamo forza e non potremo dare vita. Per questo dico memoria deuteronomica.

    Penso che il vostro servizio, oggi più che mai, si possa riassumere in due parole: discernere e accompagnare. Conosco la molteplicità delle situazioni con le quali quotidianamente avete a che fare. Situazioni spesso complesse, che richiedono di essere studiate a fondo, nella loro storia, in dialogo con i Superiori degli istituti e con i Pastori. È il lavoro serio e paziente del discernimento, che non può compiersi se non nell’orizzonte della fede e della preghiera. Discernere e accompagnare. Accompagnare specialmente le comunità di recente fondazione, che sono anche più esposte al rischio dell’autoreferenzialità.

    E a questo proposito c’è un criterio essenziale di discernimento: la capacità di una comunità, di un istituto di «integrarsi nella vita del Popolo Santo di Dio per il bene di tutti» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 130). Questo istituto è capace di integrarsi nella vita del Santo Popolo fedele di Dio o no? Questo criterio è decisivo per il discernimento. La vita consacrata nasce nella Chiesa, cresce e può dare frutti evangelici solo nella Chiesa, nella comunione vivente del Popolo fedele di Dio. Per questo «i fedeli hanno il diritto di essere avvertiti dai Pastori sull’autenticità dei carismi e sull’affidabilità di coloro che si presentano come fondatori» (M.p. Authenticum charismatis, 1 novembre 2020).

    Nel discernere e nell’accompagnare ci sono alcune attenzioni da tenere sempre vive. L’attenzione ai fondatori che a volte tendono ad essere autoreferenziali, a sentirsi gli unici depositari o interpreti del carisma, come se fossero al di sopra della Chiesa. L’attenzione alla pastorale vocazionale e alla formazione che si propone ai candidati. L’attenzione a come si esercita il servizio dell’autorità, con particolare riguardo alla separazione tra foro interno e foro esterno – tema che a me preoccupa tanto –, alla durata dei mandati e all’accumulo dei poteri. E l’attenzione agli abusi di autorità e di potere. Su questo ultimo tema ho avuto in mano un libro di recente pubblicazione, di Salvatore Cernuzio sul problema degli abusi, ma non degli abusi eclatanti, sugli abusi di tutti i giorni che fanno male alla forza della vocazione.

    Circa il discernimento in vista dell’approvazione di nuovi istituti, di nuove forme di vita consacrata o di nuove comunità, vi invito a sviluppare la collaborazione con i vescovi diocesani. Ed esorto i Pastori a non spaventarsi e ad accogliere pienamente il vostro accompagnamento. È responsabilità del Pastore accompagnare e, nello stesso tempo, accettare questo servizio. Questa collaborazione, questa sinergia tra il Dicastero e i Vescovi permette anche di evitare – come chiede il Concilio – che sorgano inopportunamente istituti privi di sufficiente motivazione o di adeguato vigore (cfr Decr. Perfectae caritatis, 19), forse con buona volontà, ma manca qualcosa. È prezioso il vostro servizio per cercare di fornire ai Pastori e al Popolo di Dio criteri validi di discernimento.

    L’ascolto reciproco tra gli uffici della Santa Sede e i Pastori, come pure i Superiori Generali, è un aspetto essenziale del percorso sinodale che abbiamo iniziato. Ma in senso più ampio e più fondamentale, direi che i consacrati e le consacrate sono chiamati a offrire un contributo importante in questo processo: un contributo per il quale essi attingono – o dovrebbero attingere – dalla familiarità con la prassi di fraternità e di condivisione sia nella vita comunitaria sia nell’impegno apostolico.

    All’inizio ho parlato di memoria “deuteronomica”, e mi viene in mente – sulla memoria delle radici – quello che dice Malachia: qual è il castigo di Dio? Quando Dio vuole annientare una persona, annientare un popolo, o – diciamo – un’istituzione, lo fa rimanere – dice Malachia – “senza radici e senza germogli”. Se noi non abbiamo questa memoria deuteronomica e non abbiamo il coraggio di prendere da lì il succo per crescere, non avremo neppure germogli. Una maledizione forte: essere senza radici e senza germogli.

    Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per il lavoro quotidiano che portate avanti per il discernimento e l’accompagnamento. Il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca. E per favore – come dicono gli spagnoli – “paso la gorra” [chiedo l’elemosina] e vi chiedo di pregare per me che ne ho bisogno. Buon cammino di Avvento e buon Natale!


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