Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Cronaca della Diocesi di Carpi - anno 2021

  1. #181
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    Cibeno: calorosa accoglienza a Don Andrea



    Introdotto come parroco dallo stesso Arcivescovo Erio, ieri sera alle 20,30 don Andrea Zuarri ha ufficialmente iniziato con una solenne e partecipata celebrazione eucaristica la sua missione di pastore della popolosa ed attiva comunità parrocchiale di S.Agata in Cibeno (Carpi). Toccanti le testimonianze di affetto dei suoi ex parrocchiani, di Rovereto e S.Antonio in primis, ma pure di Budrione e Migliarina. Grande il senso di fiducia, di accoglienza e le manifestazioni di simpatia da parte dei suoi nuovi parrocchiani, coi quali intende proseguire sulla strada tracciata con generosità e sapienza dal canonico don Carlo Gaspari, suo stimato predecessore e parroco di Cibeno per ben 44 anni.
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  2. #182
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    Omaggio al sommo Poeta

    Si intitola “La gloria di colui che tutto move. La felicità nel Paradiso di Dante” la mostra allestita in occasione del VII centenario della morte di Dante Alighieri, da sabato 30 ottobre a domenica 14 novembre presso il Museo Diocesano (Corso Fanti, 44 a Carpi).

    La mostra sarà inaugurata sabato 30 ottobre alle ore 17.30 alla presenza delle Autorità e dei curatori.

    L’evento è promosso dalla Diocesi di Carpi e dal Museo Diocesano in collaborazione con le associazioni culturali Gli Argonauti e Il Portico e prevede un viaggio attraverso la terza cantica del poeta, solitamente sottovalutata e talvolta dimenticata, che esplora l’importante concetto di felicità. Il cammino di Dante nel Paradiso identifica la felicità nella vita stessa, come concetto umano oltre che come visione finale del percorso di ognuno di noi. L’incontro con il divino diventa perciò un’esperienza terrena e quotidiana accessibile a tutti. L’esposizione, composta da 26 pannelli, accompagnerà il visitatore alla riscoperta della cantica dantesca non solo come opera letteraria di grande valore ma anche come itinerario spirituale. Il percorso vedrà dunque l’intersecarsi dell’aspetto narrativo (la rassegna dei personaggi più importanti e il commento di alcuni brani) con alcuni approfondimenti su temi cruciali per la spiritualità cristiana come quello della misericordia.

    Orari di apertura: sabato e festivi dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 18.30.

    Nei giorni feriali la mostra sarà aperta solo su appuntamento per gruppi e scolaresche. L’ingresso è consentito con possesso di Green Pass, nel rispetto delle normative vigenti.

    - Fonte. sito della Diocesi -
    Virtus ex Alto

  3. #183
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    Il teologo carpigano Brunetto Salvarani sul sinodo

    Si apre una stagione straordinaria

    Alcuni spunti per un percorso che vorrebbe coinvolgere tutti i credenti ed accogliere i contributi di chi guarda la chiesa dall’esterno

    CAMMINO SINODALE

    Brunetto Salvarani

    Nei limiti di un intervento che ha l’obiettivo di gettare appena qualche sassolino per agitare acque che ci si augura possano divenire lustrali, vorrei evidenziare tre punti che in questo momento percepisco come cruciali per la felice riuscita dell’imminente cammino sinodale. Tre passaggi che contribuirebbero a misurare, fra l’altro, quanto la scelta episcopale sia stata dettata da una convinzione profonda, o da una rassegnazione ormai obbligata di fronte all’insistenza del Papa: il primo richiamo del quale alla necessità di un sinodo nazionale è ormai di sei anni fa, novembre 2015, a Firenze al quinto convegno della Chiesa italiana.
    Questione di metodo Fedele allo stile di Gesù
    Per prima cosa, a dispetto della pubblicistica che si pasce di argomenti divisivi più o meno sentiti, bisognerà avere consapevolezza che il cammino sinodale, se vorrà riuscire, dovrà concentrarsi su questioni di metodo, più che di contenuti (i quali, naturalmente, non mancheranno, come non dovranno mancare le decisioni e gli sguardi di prospettiva, pena ulteriori frustrazioni per ciò che resta del mondo cattolico). Perché? Perché sinora, salvo benemerite eccezioni, nei precedenti, la parola d’ordine della sinodalità, del camminare insieme, sia pur sovente proclamata, è rimasta talora sulla carta; ed è necessario che si passi finalmente dalla carta alla vita.
    E che lo si faccia sulla scia dell’unico Maestro possibile e veritiero, Gesù di Nazaret. Ciò che Gesù fa e dice nei suoi incontri, nei vangeli, costituisce un tutt’uno con il suo essere: in lui ci sono un’assoluta unità e trasparenza di pensiero, parola e azione che sono manifestazione del Padre. Una bellezza che, a saperla guardare, può ancora affascinare il mondo. Gesù ha indicato un metodo da adottare, la strada di un vangelo capace di apprendimento, creando uno spazio di libertà attorno a sé comunicando, con la sua sola presenza, una prossimità benefica a tutti quelli che incontrava. Una Chiesa fedele allo stile di Gesù, perciò, si presenta come spazio in cui le persone possono trovare la libertà di far emergere la presenza di Dio che già abita la loro esistenza. Ogni persona, infatti – quali che siano la sua appartenenza religiosa, il pensiero e la cultura – è portatrice di un’immagine di Dio che aspetta di schiudersi, cioè di fare proprio lo stile di Gesù: quindi i cristiani dovrebbero essere in ricerca della manifestazione divina propria di ogni religione e di ogni pensiero, invece di assumere atteggiamenti di svalutazione e condanna.
    Questione di popolo santo di Dio Abitare le fragilità
    In seconda battuta, affinché il processo sinodale non si ponga su un binario morsinodi to, sarà necessario che esso dia fiducia e prenda sul serio il popolo santo di Dio (con tutte le sue manchevolezze, le nostre manchevolezze, i suoi limiti, le sue fragilità). Ascoltandolo attentamente in tutte le modalità possibili, ma soprattutto affidandogli, per quanto possibile, la scelta del menu di argomenti da trattare. Cosa che potrà causare delusioni e inciampi, ma che potrebbe anche invece produrre esiti sorprendenti. Parafrasando papa Francesco nella Gaudete et exsultate, mi verrebbe da dire: prendiamo sul serio i cristiani della porta accanto, quelli semmai affaticati da una quotidianità che costantemente ci rincorre, forse con pochi titoli da vantare ma tanta vita da raccontare e da condividere. Peraltro, i modelli e i codici comportamentali ai quali ci si poteva conformare con tranquillità e che potevano essere scelti come punti di riferimento fino a pochi anni fa per la costruzione di un’identità ecclesiale da conseguirsi una volta per tutte, non esistono più. Caducità, friabilità, provvisorietà sono i nomi della fragilità anche dei soggetti collettivi (la coppia, la famiglia, le organizzazioni, i partiti politici, le istituzioni in genere, comprese le chiese e le comunità religiose). Interruzione, incoerenza, sorpresa sono le normali condizioni della nostra vita. Con cui l’imminente processo sinodale sarà chiamato a scontrarsi, bagnandosi di realtà. Abitare la fragilità, come ci siamo abituati a ripetere durante la pandemia, significa accettare la sfida insita in questo tempo di permanente transizione eletta a orizzonte vitale; capire e amare questa condizione con le potenzialità e le risorse nuove che porta con sé, accettando che sia finita un’epoca e che la nostra condizione sia pressoché ....

    Copyright (c)2021 Notizie, Edition 17/10/2021Powered by TECNAVIA

    Da Notizie, settimanale diocesano del 17.10.2021, versione on line.
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  4. #184
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    Primo incontro insieme dei sacerdoti di Carpi e Modena

    Il primo incontro formativo congiunto per i sacerdoti delle diocesi di Modena-Nonantola e di Carpi si è svolto giovedì 14 ottobre presso la parrocchia di Quartirolo a Carpi. “Un bel segno di comunione all’inizio del cammino sinodale” ha affermato il vescovo Erio aprendo i lavori della giornata, dedicati alla pastorale vocazionale, alla quale erano presenti oltre cento presbiteri.
    Dopo la preghiera dell’ora media don Maurizio Trevisan, vicario episcopale per la pastorale dell’arcidiocesi di Modena e rettore del Seminario Metropolitano, ha illustrato il tema e presentato il relatore, intervenuto in collegamento da Roma, monsignor Fabio Rosini, direttore del servizio per le vocazioni della diocesi di Roma e molto noto per essere l’ideatore del percorso delle “dieci parole”. Clima positivo, c’era attesa per questa “prima volta” insieme, naturale sviluppo del percorso di unità tra le due diocesi nella persona del Vescovo, una scelta che per occasioni particolari potrà divenire una buona prassi per accrescere nella conoscenza e nella collaborazione anche a livello di parrocchie e di zone pastorali come già avviene per gli uffici e i servizi.
    La relazione di monsignor Rosini è stata ricca di spunti e di esemplificazioni pratiche per un’autentica revisione della pastorale vocazionale nella chiesa: curare la formazione remota alla vocazione nella dimensione della relazione sponsale propedeutica sia al matrimonio che alla vita consacrata, uscire dall’occasionalità degli eventi o limitarsi ai raduni per riprendere con decisione lo stile dell’accompagnamento o direzione spirituale personale, con tutto ciò che ne consegue circa le priorità da considerare nel quotidiano dei presbiteri.
    Al termine della mattinata c’è stato spazio per alcune comunicazioni relative alle proposte del Seminario Metropolitano rivolte ai gruppi giovanili delle parrocchie, poi la conclusione con il pranzo preparato dai volontari della parrocchia di Quartirolo e offerto dal Seminario.

    (Fonte: sito della Diocesi di Carpi)
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  5. #185
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    La filosofia e la teologia come forme di comunione per l’oggi: Rischi e sfide

    Proseguono gli incontri formativi del Laboratorio San Bernardino Realino

    • Sabato 30 ottobre (ore 9)
    “Oggi, cosa possiamo sperare?” La fraternità come speranza.
    Relatore: don Riccardo Paltrinieri:

    • Sabato 6 novembre (ore 9)
    “La fraternità in filosofia”. Relatore: Claudia Milani

    • Martedì 9 novembre (ore 21)
    “Etty Hillesum: testimone di salvezza dall’inferno del lager”. Relatore: Andrea Ballestrazzi

    Sede degli incontri: Sala Duomo (Carpi)

    É possibile seguire gli incontri on line.

    Iscrizioni: scrivere alla Segreteria m.catellani70@gmail.com e/o patty.torrebruno@gmail.com o direttamente al primo incontro, per chi partecipa in presenza.

    Per seguire i programmi del Laboratorio Teologico Realino:
    https://www.instagram.com/lab_realino;
    https://www.facebook.com/Laboratorio-Teologico- Realino.
    ____________________
    Dal sito della Diocesi
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  6. #186
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    Don Flavio Segalina nominato parroco di Quarantoli

    Don Flavio Segalina è il nuovo parroco della parrocchia “Madonna della neve” di Quarantoli in Comune di Mirandola, nominato dal vescovo Erio Castellucci in sostituzione di don Alex Sessayya, trasferito alla parrocchia di Rovereto.
    Quarantoli è chiesa di antica origine, con remote prerogative di pieve. L'edificio stesso della chiesa, nonostante alcuni interventi del secolo scorso ne abbiamo alterato l'interno, testimonia poi la sua origine romanica.

    L’annuncio, a nome del Vescovo, è stato dato nel corso della messa festiva di ieri dal vicario generale monsignor Ermenegildo Manicardi.

    Don Flavio Segalina ha 62 anni ed è stato ordinato sacerdote nel 1990. E' attualmente Vicario Episcopale per l’ambito dell’amministrazione diocesana, presidente dell’Istituto Diocesano per il sostentamento clero, membro del Collegio dei Consultori e membro del Consiglio presbiterale, parroco , inoltre, delle parrocchie di Santa Giustina e Tramuschio (frazioni di Mirandola).

    La data dell’ingresso di don Flavio Segalina a Quarantoli non è ancora stata definita.

    Il Vescovo Erio e il Vicario monsignor Manicardi, ringraziano don Flavio per la sua disponibilità ad assumere questo nuovo incarico pastorale, in aggiunta alle responsabilità già in capo alla sua persona, testimonianza di amore alla chiesa di Carpi. Infine l’invito alle comunità a sostenere i sacerdoti con la preghiera e con la fattiva collaborazione, specie in questi momenti di passaggio, frutto di importanti scelte per il futuro della Chiesa diocesana.

    (Dal sito diocesano)
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  7. #187
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    Aperta la fase diocesana del cammino sinodale

    Camminare secondo lo Spirito incontrando le fragilità. É questa la prima indicazione con cui la Chiesa di Carpi ha dato l’avvio al cammino sinodale domenica 17 ottobre in Cattedrale con la liturgia della Parola presieduta dal vescovo Erio Castellucci. A simboleggiare la convocazione del popolo di Dio nella ricchezza dei suoi carismi e vocazioni una processione è partita dalla chiesa madre della Sagra per raggiungere la Cattedrale. Laici, famiglie, sacerdoti, religiose e monache di clausura, amministratori pubblici, era presente a rappresentare il Comune di Carpi la vicesindaco Stefania Gasparini, entrati nel tempio in forma processionale hanno trovato posto sul presbiterio formando un semicerchio dove ad un capo c’era il Vescovo e all’altro l’ambone con la Parola di Dio. Don Carlo Bellini, vicario per la pastorale e l’evangelizzazione, ha guidato la liturgia della Parola introducendo i vari momenti e spiegando innanzitutto la motivazione che ha indotto a scegliere come icona della prima fase di ascolto del cammino sinodale l’antico crocifisso ricollocato in Cattedrale: la sua storia sta ad indicare le radici della Chiesa di Carpi e la sua fedeltà nei secoli a Cristo Signore e la peculiarità della scultura ovvero un Cristo con gli occhi aperti capace dal trono della croce di incrociare lo sguardo di chi a lui di rivolge. Sono poi seguite quattro brevi testimonianze sul valore dell’ascolto: Federico Silipo nel servizio ai carcerati, suor Daniela con gli ammalati, don Carlo Gasperi nel ministero del sacerdote anziano e Jasmine che ha guidato un gruppo di ragazzi della parrocchia di San Bernardino Realino nel raccontare come vivono l’ascolto. Al termine della liturgia è stato consegnato ai presenti il messaggio dei Vescovi a tutti gli uomini e le donne di buona volontà con l’invito a partecipare attivamente al cammino sinodale.

    - Fonte: sito diocesano -
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  8. #188
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    Testimonianze da nostri missionari

    L’opera non è nostra ma del Signore
    Don Luca Baraldi dal Canada e la volontaria carpigiana Camilla Lugli dall’Albania raccontano le loro esperienze
    In occasione della Giornata Missionaria Mondiale, che si celebra domenica 24 ottobre, pubblichiamo le testimonianze di don Luca Baraldi e Camilla Lugli, rispettivamente in servizio in Canada e in Albania. Insieme, avevano ricevuto il mandato missionario dal Vescovo Erio Castellucci lo scorso 25 aprile, nella Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.
    Diocesi di Mackenzie Fort Smith (Canada) villaggio di Gaméti
    Cari amici del Centro Missionario Diocesano, so che, come ogni anno, vi state impegnando in modo speciale nel mese di ottobre, per sostenere la sensibilità che tante persone hanno, di apertura alla mondialità ed all’opera missionaria. Per la prima volta vi scrivo come prete fidei donum della nostra Chiesa a quella dei Territori del Nord-ovest del Canada, col desiderio di condividere con voi i primi passi del servizio qui. Per me l’inizio del mese missionario ha coinciso con l’arrivo in una delle comunità che, in team con Fatima (una laica missionaria della diocesi di Toronto), seguiamo pastoralmente: Gaméti.
    Si tratta di un villaggio costruito su di un’isola, circondato da laghi, piccole montagne di granito e sterminati spazi ricoperti da cespugli e piccoli alberi. Non ci sono strade per arrivare, se non una realizzata sulle acque ghiacciate utilizzabile fra gennaio e marzo. I piccoli aerei di linea, che trasportano cose e persone, possono atterrare sulla pista in terra battuta solo se la nebbia non è troppo fitta, mancando radar ed altri supporti tecnologici: per cui si può parlare di una comunità veramente remota.
    Gaméti appartiene alla regione Tlicho, un’area omogenea per cultura tradizionale e lingua. Fino a 60 anni fa qui erano cacciatori e pescatori seminomadi che, pur stabilitisi in piccoli villaggi sperduti, hanno conservato antiche abitudini. Negli anni il governo federale canadese ha sostenuto con molti fondi queste persone, anche se non mi pare si sia mai concretizzata una reale armonizzazione fra la cultura occidentale e quella indigena, il ché ha causato e causa molti problemi e disagio sociale e personale: abuso di alcool, di sostanze, violenze… In più la scolarizzazione media è piuttosto modesta, per cui ne viene un quadro sociale che, mi pare, sia piuttosto eloquente del concetto di periferia di cui parla Papa Francesco.
    In tutto questo stupisce, però, l’affabilità dei modi con cui molti ci hanno accolti.
    Anche la presenza della Chiesa qui risulta abbastanza frammentata. Sebbene la prima evangelizzazione delle popolazioni di lingua e cultura Tlicho da parte dei missionari OMI risalga agli anni 40/50 del 1900, tuttavia nel tempo non è stato possibile garantire una continuità di formazione dei fedeli (la messa spesso era celebrata appena tre o quattro volte all’anno), così che la situazione attuale è piuttosto particolare. Ci sono alcuni anziani, la cui religiosità è espressa da devozioni dal sapore un po’ preconciliare, unite a pratiche tradizionali ed una grande parte del resto della popolazione che fatica a trovare qualcosa nella Chiesa, vista la mancanza di una reale continuità sacramentale e di annuncio.
    La scommessa che il Vescovo Jon Hansen ha in mente è quella di far rinascere un tessuto comunitario che permetta a tutti i battezzati di investire i talenti personali in una rinnovata responsabilità verso gli altri, alla sequela di Gesù.
    E per questo io e Fatima siamo qui: fare un cammino sinodale di coinvolgimento e partecipazione. Ce la faremo? Non lo so… e poi l’opera non è nostra ma del Signore.
    In ogni modo una cosa mi fa ben sperare, forse una sciocchezza. Qui, ad una latitudine vicina al circolo polare artico, il tempo cambia in modo inatteso con grande rapidità, offrendo luci, colori e panorami la cui varietà sembra infinita. Così credo farà lo Spirito: soffierà e donerà sguardi insperati e bellezza nuova ai figli di questa terra ed a tutti noi.
    Un caro saluto e buon ottobre missionario.
    Vostro Don Luca Baraldi
    Vau i dejes (Albania) - Casa della Carità
    Eccomi, vi vorrei raccontare questa esperienza e la realtá - Casa della Carità a Vau i dejes, che accoglie disabili e anziani, ndr - in cui sto vivendo, ormai da un mesetto, in maniera differente. Proverò ad entrare nella testolina di Pashku l’ospite più piccoletto che ha nove anni. Ovviamente è la mia percezione sicuramente i pensieri e le descrizioni di Pashku saranno più spensierati, forse più dolorosi e sofferenti ma anche molto più divertenti.
    “Essere o dover essere Il dubbio amletico contemporaneo come l’uomo del neolitico”.
    Quando sento l’inizio di questa canzone, mi viene automaticamente il mio solito sorrisetto da furbetto. Intanto colgo l’occasione e mi presento, sono un bimbetto piccolo (ancora per poco, cresco a vista d’occhio), mattarello, canterino e tanto bellino. Lo so non lo direste mai, ma in questa casa della carità, dove vivo insieme a delle stravaganti suore, ascoltiamo spesso le canzoni di Francesco Gabbani, soprattutto dopo pranzo e dopo cena, mentre suor Rita mi dà da bere. Devo ammettere che la faccio un po’ arrabbiare, a volte non apposta, a causa di qualche dolorino e per i miei muscoli pazzerelli che faccio fatica a controllare, ma altre volte mi diverto proprio. Ovviamente non vivo solamente con le suore, in tutto siamo sei ospiti più i volontari e tutti quelli che ci vengono a trovare e ad aiutare. Il paesino in cui viviamo si chiama Vau i dejes si trova a nord ovest dell’Albania. Lo conosco bene perché amo fare tante passeggiate, sono un osservatore mi piace salutare e mandare baci.
    Rejina è stata la prima ospite della casa, ha tagliato il nastro nel momento dell’inaugurazione nove anni fa. Anche lei è una pazzerella ricciola, mi distrae quando fatico a mangiare, mi fa impazzire e divertire quando fa il balletto della bella lavanderina e quando interrompe quello che sta facendo, per venirmi a cantare l’Ave Maria al suono delle campane. Lei ha sofferto molto in questo periodo di pandemia perché le piace stare in mezzo alle persone. Nonostante questo Rejina durante la giornata riesce a creare dei momenti in cui strappa un sorriso a tutti. Poi come ho detto prima, oltre agli ospiti ci sono anche i volontari, che vengono ad aiutare. Ci sono le signore che al mattino vengono a pulire, quando arriva Gina impazzisco di gioia, è molto materna con me. Poi c’è monsignor Simon Kulli che viene tutti giorni a celebrare la messa. Ogni giorno viene Izmir a farmi un’ora di fisioterapia. Spesso appare don Mark che si preoccupa di non farmi uscire quando c’è troppo vento. Ci sono Lisa, Pascka, Tona, Marta, Esterina, Florinda, Mariana e tanti altri che ci aiutano e ci sostengono. In questo periodo suor Maria è ritornata in Italia, però suor Rita non è rimasta da sola, sono arrivate Camilla e suor Teresa. Suor Teresa è altissima, per guardarla devo proprio alzare gli occhi in cielo. Invece Camilla è bassetta, un po’ svampita e lenta a vestirmi, prima di beccare il verso giusto dei miei pantaloni e poi infilarmeli ce ne vuole, però ha margini di miglioramento.
    Infine, suor Rita mi cambia dieci volte a giorno perché sudo e non vuole che prenda freddo, mi riempie di pezze e foulard mi fa sembrare un lord. L’altro giorno, che ridere, io stavo tornando dal mio giretto con Camilla, l’abbiamo sgamata che stava scappando nascondendosi tra gli alberi perché non voleva che vedessi che stesse andando a messa senza di me. Ma io l’ho vista subito anche grazie a Camilla che le è andata incontro pensando che fosse un gioco.
    Concludendo ritorno in me, e vi ringrazio perché nonostante, soprattutto all’inizio sia stato abbastanza faticoso, poiché i ritmi sono intensi, e lo sapete che io sono pigra e poco concreta, voi mi donate la forza di un bufalo. “Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno”. Te Deum.
    Camilla Lugli
    Il testo integrale della lettera di Camilla su https://solmiss. wordpress.com/

    Don Luca Baraldi

    Camilla Lugli


    (Da: Notizie, Edition 24/10/2021, Powered by TECNAVIA - settimanale diocesano)
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  9. #189
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    Qui si impara ad essere “grandi”

    GRANDE GIOIA A SANTA GIUSTINA VIGONA DI MIRANDOLA PER LA RIAPERTURA AL CULTO DELLA CHIESA PARROCCHIALE RESTAURATA POST SISMA

    Luminosa come la giornata di sole che ha fatto da cornice all’evento tanto atteso dalla comunità. Così si è presentata la chiesa parrocchiale di Santa Giustina Vigona, domenica 17 ottobre, per la solenne celebrazione di riapertura al culto, presieduta da monsignor Erio Castellucci. Come prevede il rito, il pastorale del Vescovo ha battuto tre volte sul portone a spalancare l’ingresso nella navata, in osservanza delle norme anti-contagio, una rappresentanza di autorità e di parrocchiani era già di- sposta nei banchi. Presenti il sindaco di Mirandola, Alberto Greco, Davide Baruffi, sottosegretario alla Presidove, denza della Giunta regionale dell’Emilia-Romagna, delegato del presidente Stefano Bonaccini, il parlamentare Guglielmo Golinelli, l’architetto Sandra Losi, direttrice dell’Ufficio patrimonio immobiliare della Diocesi di Carpi, e la Polizia locale con il gonfalone della città. A fianco del Vescovo Erio, il Vicario generale, monsignor Gildo Manicardi - intervenuto anche a nome del presbiterio della Chiesa di Carpi - e il parroco, don Flavio Segalina.
    “L’immagine più diffusa del potere è quella di un podio, con cui ci si innalza sopra gli altri mettendoli ai nostri piedi o addirittura calpestandoli - ha affermato monsignor Castellucci nell’omelia commentando il brano del Vangelo -. Gesù ci dice invece che se si vuole essere grandi e realizzare pienamente la propria vita e vocazione, bisogna percorrere i gradini del podio in discesa mettendosi ai piedi degli altri con il servizio. Lui stesso quando è stato sul punto di esprimere il massimo del suo potere lo ha fatto lavando i piedi dei discepoli, indossando un grembiule, non un manto regale. Questo interpella fortemente le nostre comunità cristiane quando, talvolta, si fa entrare la mentalità mondana e si fa fatica a vivere il potere come servizio”.
    Quando si apre una chiesa, costruita ex novo o riedificata come quella di Santa Giustina Vigona, ha osservato il Vescovo, “si mette a disposizione un luogo che crea l’occasione di incontro per educare a questa nuova forma di potere, inteso come servizio, che Gesù ha introdotto. Un luogo, dunque, in cui la comunità cristiana impara a scendere i gradini del podio: qui si entra per ascoltare la Parola, per ricevere i doni di Dio, per maturare la coscienza del servizio. Da qui, poi, il servizio si svolgerà nelle case, nelle strade, presso i nostri fratelli e sorelle”. Con emozione, alla fine della Messa, don Flavio Segalina ha ringraziato tutti coloro che hanno contribuito alla riapertura della chiesa, a partire dalla Regione che ne ha finanziato il restauro, citando inoltre con gratitudine la famiglia Reggiani, per aver concesso, negli anni del post sisma,
    l’uso della cappella fatta costruire dall’imprenditore Albertino, presso la ditta Acr Reggiani in via Valli, per le celebrazioni della comunità di Santa Giustina Vigona. “E’ una grande grazia quella di poterci riappropriare della nostra chiesa parrocchiale, la seconda nel territorio mirandolese dopo il Duomo di Santa Maria Maggiore - ha sottolineato il parroco -. Una chiesa piccola sì, ma bella e calda, che eleva lo spirito. Altre comunità vicine attendono ancora con trepidazione e sofferenza di tornare nelle proprie chiese. Ci auguriamo che la ripartenza, dopo questo periodo di rallentamento, possa veramente decollare!”.
    Infine, per rendere ancora più memorabile la giornata, si sono resi presenti sul sagrato il servizio filatelico di Poste Italiane per lo speciale annullo postale e la Consulta del volontariato di Mirandola che ha stampato le cartoline da collezione dedicate all’evento.


    Fonte: Notizie (settimanale diocesano), Edition 24/10/2021
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  10. #190
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    Credi tu questo? - 2° Incontro tenuto da Don Raffaele Coppi - Documento

    Credi tu questo? -

    Dal sito diocesano si riporta il contenuto della riflessione di Don Raffaele Coppi

    2° Incontro – Lunedì 25 ottobre – Parrocchia di Campogalliano

    GESÙ FIGLIO DI DIO E FIGLIO DI MARIA

    Il secondo articolo del Credo ci consegna le parole che maggiormente hanno impegnato la riflessione della Chiesa dei primi secoli. Gesù è vero Figlio di Dio – seconda Persona della Trinità, ‘della stessa sostanza’ del Padre – e reale Figlio di Maria – uomo come noi, nato da donna in un tempo e in un luogo precisi. Questa consapevolezza è il frutto di un interrogativo che fin da subito è sorto in coloro che hanno conosciuto Gesù, e che nei primi tre secoli di vita della Chiesa ha trovato risposte differenti nei diversi ambienti culturali in cui le comunità cristiane sono maturate.

    Già a partire dai Vangeli troviamo spesso la domanda sull’identità di Gesù: come può un semplice uomo avere una tale forza interiore? Come può compiere certi segni? Come stanno insieme la sua storia di nazaretano, con una famiglia e legami conosciuti, e l’autorità dei suoi gesti e delle sue parole? Il testo di Marco, il più antico tra i Vangeli canonici, ci racconta di un’identità che viene svelata pian piano, facendo piazza pulita di tutte le possibili attese umane su Dio e sul suo Messia. Gesù più volte intima il silenzio a chi lo definisce Figlio di Dio, e solo la morte in croce permetterà ad un uomo – il centurione romano, un pagano – di chiamarlo con questo appellativo senza timore di smentite.

    Ma se andiamo un po’ oltre i testi evangelici, ci rendiamo conto che la domanda su chi sia Gesù è ineludibile per chiunque si dica cristiano; e le possibili risposte devono presto fare i conti con visioni parziali o devianti, che tendono a ridurre il Signore ad una figura poco più che umana o, al contrario, a far scadere l’umanità a pura apparenza. A ben vedere, è proprio questa seconda riduzione la più diffusa: già le lettere di Giovanni devono fare i conti con chi negava l’umanità di Gesù (cf. ad esempio 2Gv. 7); in aggiunta ad esse Ignazio di Antiochia, scrivendo alle comunità dell’Asia Minore intorno al 110 dC., mette in guardia contro il pericolo di chi sosteneva che Gesù fosse nato, avesse vissuto, avesse sofferto in croce fino alla morte solo in apparenza. Questa credenza prende appunto il nome di docetismo, dal verbo greco dokeo (= apparire, sembrare), e Ignazio ne testimonia una diffusione molto ampia. Dunque, se non fu semplice riconoscere nel figlio di Maria il Figlio di Dio, fu ancora più complicato compiere l’operazione inversa, ossia accettare che il Figlio di Dio fosse realmente figlio di Maria.

    Di certo, l’immersione nella cultura greco-platonica dei primi secoli, che ha prodotto tanti benefici nella riflessione teologica, ha portato con sé una sorta di spaccatura tra spirito e materia, o quantomeno un dualismo. Per Platone il mondo reale era quello immateriale (il mondo delle Idee) e la materia era ciò che di più lontano potesse esserci dalla piena realtà; perfino l’uomo non era altro che anima imprigionata in un corpo materiale, a volte considerato come strumento e a volte come ostacolo o carcere. Nell’assumere questa sensibilità, alcune correnti eretiche hanno accentuato il disprezzo per la materia (ad esempio gli Gnostici); ma anche chi ne ha riconosciuto la bontà (tutta la creazione è opera di Dio, dunque è buona!), ne ha colto il carattere transitorio e secondario rispetto allo spirito. ‘Gli uomini sono anime che si servono dei corpi’, sottolineava Origene in uno dei suoi scritti più importanti (cf. Pr. IV, 2, 7).

    Di contro, chi rifiutava l’influenza platonica e si rifaceva ad una matrice di carattere giudaico, sosteneva la piena unità tra corpo e anima, fino ad arrivare a ipotizzare la necessità di un premio terreno anche per il corpo, non solo un giudizio finale per lo spirito. La credenza in un millennio di pace sulla terra, dove i giusti risuscitati avrebbero regnato con Cristo in una Gerusalemme ristabilita, era molto diffusa nei primi tre secoli, e a vario titolo la troviamo in tutti gli autori più importanti dell’area asiatica e antiochena.

    Perché accennare a queste due tendenze culturali? Perché i cristiani di ogni epoca hanno cercato di comprendere la figura di Cristo inserendola nei modelli culturali del proprio tempo, così come facciamo anche noi oggi. E se una matrice culturale poteva offrire chiavi di lettura utili a sondare il mistero di Dio e di Cristo, i pensatori cristiani ne raccoglievano le intuizioni principali. Certo, nessun sistema filosofico o culturale è perfetto: il limite del platonismo era il dualismo tra spirito/anima e materia; il limite della matrice giudaica era invece una considerazione troppo rigida del monoteismo. Per chi proveniva da questo mondo culturale, era molto difficile considerare l’unicità di Dio e al tempo stesso concepire Dio come Padre-Figlio. Per chi si rifaceva al modello platonico si trattava invece di un’operazione tutto sommato semplice: già Platone, infatti, aveva contemplato nel suo impianto cosmologico la figura di un Mediatore divino, il Demiurgo, colui che osserva le Idee e in base ad esse dà forma alla materia. Per i cristiani fu quasi naturale identificare il Figlio in questa figura di mediazione, come Parola creatrice (cf. Gen. 1) e salvatrice (Cristo incarnato). Questa acquisizione concettuale sarà uno dei motivi (non l’unico) del grande successo della cultura platonica in ambito cristiano; ne segnerà anche il limite, quando con la crisi dell’eresia ariana si metterà in discussione la piena divinità del Figlio, proprio per il suo ruolo di mediatore – e quindi in posizione mediana tra Dio e il mondo.

    La riflessione degli autori cristiani dei primi tre secoli, che spesso integrava elementi di una o dell’altra matrice culturale, in fondo portava con sé due grossi interrogativi sul Figlio: 1. Com’è possibile pensare in Dio l’unicità e al tempo stesso la presenza di più soggetti (questione trinitaria)? 2. Come concepire il rapporto tra divinità e umanità in Cristo (questione cristologica)? Queste domande, che nel tempo della Chiesa perseguitata accompagnano sotto traccia le discussioni dei pensatori, emergono con forza dopo la pace della Chiesa, allorché Costantino chiede ai cristiani uniformità di fede e di pensiero, per favorire la stabilità dell’Impero. Inizia l’epoca dei grandi Concili.

    L’interrogativo trinitario verrà affrontato a Nicea, nel 325, con una recezione che durerà poco meno di 60 anni, fino al Concilio di Costantinopoli del 381. Saranno 60 anni di lotte senza quartiere, per accettare un termine – ‘della stessa sostanza del Padre – che non apparteneva alla tradizione biblica e che agli orecchi di molti risultava ambiguo. L’opera dei padri Cappadoci, insieme a quella di Atanasio, Ilario e tanti altri, fornì il linguaggio e le condizioni politiche per accettare la piena divinità del Figlio (e introdurre la divinità dello Spirito Santo). Dire che Gesù è Figlio di Dio ha richiesto questa elaborazione.

    Più lenta e faticosa (se possibile!) è stata la comprensione di Gesù figlio di Maria. Sono stati necessari perlomeno 4 Concili (Efeso, Calcedonia, altri due concili a Costantinopoli) nell’arco quasi 300 anni per riconoscere che ad essersi incarnato è stato proprio il Figlio – seconda Persona della Trinità – e che l’umanità da Lui assunta era piena, completa, integra. Può sembrare paradossale, ma proprio ciò che è più vicino a noi, ossia l’umanità, è ciò che con maggior difficoltà si accetta di attribuire al Verbo. A tal proposito, è utile ricordare una frase che, ancora all’inizio della discussione, Gregorio di Nazianzo scrisse a Cledonio: ‘ciò che non è stato assunto non è nemmeno stato sanato’ (Ep. 101, 32). Solo se crediamo che Dio si sia incarnato in un’umanità piena, che non lascia fuori niente della nostra vita di uomini, potremo pensare ad una salvezza reale per noi. Al tempo stesso, solo se percorriamo fino in fondo la via dell’Incarnazione – ossia dell’esser uomini e donne – potremo scoprire il senso della salvezza che ci è stata donata.

    Questo percorso non si riduce ad una carrellata di idee teologiche maturate nella storia della Chiesa, ma interroga il nostro presente. Anche oggi la tentazione forte è contrapporre: lo spirito e la materia, la scienza e la fede, la spiritualità e la psicologia, l’agire e la preghiera … come se un ambito negasse o sminuisse in qualche modo l’altro. È la tentazione di chi pensa alla vita cristiana solo come un ‘fare’, che a volte risulta addirittura poco umano; è la tentazione di chi si butta in una ‘cura dell’anima’ che non incide nella realtà, non affronta i problemi e pretende da Dio una soluzione magica di ciò che noi non abbiamo il coraggio di prendere in mano. Se è vero che nella storia della Chiesa la fatica più grande è stata riconoscere piena dignità all’umanità di Cristo, questa seconda tentazione è forse anche oggi quella a cui prestare maggiore attenzione. Percorrere la via dell’Incarnazione, così come l’ha percorsa il Figlio di Dio – seconda Persona della Trinità – significa prendere sul serio le domande dell’uomo di oggi, con le acquisizioni, le sensibilità e gli strumenti che appartengono all’umanità di oggi. Evadere da questa sfida significa rifugiarsi in un Dio la cui umanità risulta in ultima analisi evanescente, un Dio che non può salvare l’uomo di oggi perché di fatto non lo assume fino in fondo. Ma questo non è certo il Dio cristiano.
    Virtus ex Alto

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