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Discussione: Cronache della Diocesi di Parma - 2021

  1. #51
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    Al via il nuovo anno pastorale
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    APERTURA NUOVO ANNO PASTORALE


    «Siano le persone che abitano nelle case ad aprire la finestra e a gettare uno sguardo sulla Chiesa e sul mondo in cui viviamo»
    – così il vescovo Solmi nella Lettera pastorale 2021-22, che appunto porta il titolo "Dalle finestre delle case". Anche quest’anno sarà presentata in occasione della solennità della dedicazione della Cattedrale, che segna la ripresa delle attività ordinarie di nuove parrocchie, gruppi, associazioni.
    Il prossimo sabato 25 settembre celebreremo in presenza prima l’incontro degli operatori pastorali, che si terrà nella chiesa di San Francesco del Prato alle 15.30, nell’imminenza della sua consacrazione che avverrà il 3 ottobre. A seguire celebrazione dell'Eucarestia nella cattedrale alle ore 17,00.
    __________________

    Dal sito della Diocesi
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  2. #52
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    Il vescovo Enrico illustra la lettera pastorale

    Speranza nuova da offrire a tutti

    DI ENRICO SOLMI *

    «Dalle finestre delle case» non è solo il titolo della Lettera pastorale per l’anno 2021-2022, ma la scelta di un metodo che intende tradurre l’anno di Amoris laetitia in forma permanente e non solo per corrispondere ad un anniversario che si scioglie – se mai lo si è considerato – nel giro di un anno.
    Significa decentrarsi da sé e dal proprio osservatorio, a volte inteso come unico, per cercare di vedere e leggere il mondo dalla prospettiva di chi abita nelle case. La scelta di questa allocuzione è voluta. Perché nelle case ci stanno tutti. Chi è sposato con il sacramento del matrimonio, chi vive insieme senza vincoli civili e religiosi, chi è solo per tanti motivi, fino a chi, su un altro versante, vive la condizione omosessuale. Ci stanno i fedeli, chi è sulla soglia e chi ha religioni diverse... Decentrarsi è la scelta umile di stare ad ascoltare, di lasciare la parola a loro e parlare insieme, procedere in silenzio, salutarsi con un sorriso rispettoso. È anche patire insieme e non giudicare, senza rimanere estranei e muti. Uno stile che si impara da chi sta nelle case, specialmente da chi lì serve, cerca di tenere la pace e l’armonia tra generazioni e situazioni diverse e parare le sorprese consuete nelle case. Un atteggiamento non solo rivolto a preti e persone consacrate, ma a tutta la Chiesa.
    Non solo perché il rischio del clericalismo o della supponenza è trasversale, ma perché la Chiesa è di casa nelle case. Cioè è nata lì e lì ci vuole tornare. La scelta della Lettera pastorale è spiccatamente missionaria. La comunità cristiana è già nelle case con tanti suoi membri e vuole tornarci, riscoprire la sua natura domestica e convertirsi per un linguaggio comprensibile partendo proprio da quanto le è richiesto. La prima cosa che tanti dalle finestre vedono della Chiesa, sono gli edifici, la chiesa di pietra e le opere parrocchiali. Per molti è ancora naturale chiedere un servizio religioso, come lo chiede per altre cose da altri soggetti. Partire da qui è la via per inoltrarsi in una comprensione diversa, più vera, nella quale cogliere la Chiesa come un’altra famiglia che si apre, che fa spazio a chi chiede un sacramento, un aiuto, un’informazione. Spesso tutto si ferma lì. Ma come il seme gettato che fa la sua strada anche lunga, ma prima o poi porta qualche frutto. La concretezza di questo incontro, per molti è un aiuto, anche un pezzo di casa condiviso, come succede in tante Nuove parrocchie tramite la Caritas.
    Chiese di pietra sulla Pietra angolare
    C’è un passaggio importante: svelare le chiese di pietra e mostrare che sono il luogo dell’incontro, del radunarsi ancora, la foto della comunità fatta di volti e doni diversi, dove c’è posto per tutti e mostrare la Pietra sulla quale le chiese di pietre sono edificate. C’è una preoccupazione precisa nella lettera. Abbiamo faticato tanto per ristrutturare le chiese dopo i terremoti che abbiamo subito negli ultimi anni, speso soldi. Perché?
    Per una tradizione o per incentivare il museo a cielo aperto che sono le nostre diocesi? Anche per questo. Abbiamo doveri verso la storia e la società. Ma molto di più: perché le chiese di pietre sono – possono essere – un Vangelo aperto. Non l’unico, ma uno molto visibile. Sta a noi comunità cristiana aprirlo con atteggiamenti e scelte e con le parole che lo spiegano. Abbiamo gratitudine e rispetto verso chi legge le chiese di pietra con l’occhio dell’arte e della pro loco, ma a volte, manca l’anima, l’ispiratore di tutto che lo coglie chi crede e cerca di lasciarsi ancora cementare sulla Pietra angolare.
    Chi vive nelle case coglie molto di più di quanto noi crediamo, affrettati dalla ricerca di risultati e statistiche. Anzi ci fa essere ottimisti. Stiamo vivendo un passaggio epocale, ce lo ricorda il Papa. Non è una parentesi, c’è un gregge disperso, forse, ma dentro c’è lo Spirito che non si capisce con le tabelle, ma con una lettura sapienziale che sa vedere il particolare, accogliere le storie e riconoscere i doni che stanno germinando. Preferiamo parlare di Speranza piuttosto che ripartenza o, addirittura, rinascita. La fede nel Risorto è intima ad un ottimismo che attinge all’alba di Pasqua ed è trasversale a tutti. E dalle case può scendere nelle sagrestie e nelle chiese.
    Sinodo
    La connessione tra le case e la Chiesa è data dal camminare insieme. Faticoso quanto indispensabile. È il secondo passaggio della lettera che mantiene il dialogo tra casa e chiesa, anche nella scelta dei colori: viola indica quanto si riferisce, o meglio parte dalle case, in nero il resto, mentre in azzurro i “cassetti” che contengono specificazioni, impegni e qualche testimonianza. In rosso i titoli che scandiscono i temi, tenuti insieme proprio da chi abita nelle case.

    A tavola non si fanno monografie, ma si parla con libertà, di quanto è necessario, la cerniera sono le persone che mangiano insieme le esigenze della famiglia. Così è un po’ questa lettera. Tornando a noi, il Sinodo è comune alle case e alla chiesa. Se è nato un bel clima, quelli che stanno nella case possono parlare alla Chiesa, di sé e della Chiesa stessa. Sarà bene aprire “gruppi sinodali” nelle case.
    Cioè creare gruppi che su una traccia data, con un facilitatore, si ritrovino insieme in questo anno per dare un contributo proprio e atteso. Noi a Parma siamo tra le 30 diocesi italiane che hanno in ballo un percorso sinodale. Impariamo dalle case dove non si butta via niente e continuiamo facendo pure un cambio di passo. Su questo punto dovremo aggiustare il tiro con le ultime indicazioni della Cei non disponibili al tempo della laboriosa stesura della lettera. Il Sinodo detta uno stile da tempo intrapreso, ma di solo Sinodo non si va avanti.
    Parola e Pane
    La Chiesa che è Madre ci dà Parola e Pane. Ecco il passaggio centrale della Lettera che, in strettissima relazione con le case – ce lo insegna il Signore con segni domestici e quotidiani che tutti capiscono –, invita a vivere in modo straordinario l’incredibile ordinario dell’Anno liturgico. Quest’anno, nelle domeniche dell’Anno C, ascolteremo il Vangelo di Luca.
    Cerchiamo di leggere in casa la Parola di Dio. Le forme sono indicate, raccolte dall’esperienza, e rilanciate con la creatività che viene dallo Spirito. Un anno di forte impegno, con alcuni segni – la diffusione del Vangelo – che lo facilitano. Siamo reduci dallo sforzo di far entrare la Parola nelle case con una sorta di dad catechistica. Sono molte le esperienze online: ritroviamoci con al centro la Parola di Dio facendo tesoro di queste esperienze alle quali siamo stati costretti. La Parola si fa pane nell’Eucaristia seguendo l’itinerario della coppia di discepoli che va a Emmaus, che rimane sempre sullo sfondo. Fedeli alle normative per la sicurezza e la vittoria sulla pandemia, ricomponiamo le nostre celebrazioni, celebrando “meglio”, interpretando con sapienza il dono del nuovo messale favoriti da una formazione costante per i gruppi liturgici in diocesi. Un anno a Parola e Pane apre intrinsecamente ad uno stile che traduce tutto in vita: vita della persona, della famiglia, della comunità, e segna la comunità civile. Chi vive nelle case avverte con chiarezza questo esito e può risalire alla sorgente della misericordia, della benevolenza, della carità che nascono dalla Parola e dal Pane. Può anche chiedere di dare una mano, di collaborare in

    quelle forme organizzate di vicinanza che spesso sono animate dalle Caritas delle Nuove parrocchie.
    Preoccupati ancora
    Le preoccupazioni in questo anno sono tante per chi vive nelle case. La Lettera pastorale ne sceglie tre sulle quali, come del resto tutta la lettera invita a fare, si può continuare a riflettere e approfondire anche negli incontri di catechesi, nelle libere discussioni, nei gruppi sposi. Come uscire dalla pandemia, dalla crisi di adulti e adolescenti, anche attraverso il ricorso – vera scelta di coscienza – ai vaccini; la malattia vissuta nella solitudine e il lutto con il rifiuto di forme eutanasiche; la transizione ecologica e il dramma del cambiamento climatico che attanagliano anche le nostre terre e hanno favorito la diffusione del virus. Sono temi non solo discussi nelle case, ma vissuti, sofferti, sui quali c’è la voglia di reagire, di alimentare una speranza nuova. Proprio una Speranza nuova è l’anelito o meglio, la certezza, con la quale si chiude la Lettera pastorale, riandando laddove tutto è iniziato: la mattina dopo il buio del sabato santo e il dramma della croce. C’è un’unità indissolubile tra il Risorto e il futuro e la speranza che Lui apre per tutti. È la Chiesa che la deve mostrare e offrire, generando l’incontro con chi scende per incontrarla ed anche – come Gesù con Zaccheo – facendosi invitare nelle case.
    * vescovo

    Fonte: sito della Diocesi
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  3. #53
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    "Mettere nel cuore il cuore degli altri"

    Omelia del Vescovo Enrico per l'avvio dell'anno pastorale (cattedrale, 25.09.2021)

    Nel 1106 Pasquale II consacrò questa Cattedrale e da allora in poi si fa memoria di questo evento, con la comunità riunita che riprende il cammino dell’anno pastorale, unendo significativamente la Chiesa Madre con l’assemblea che in essa si ritrova. «Questo popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito è la Chiesa, tempio di Dio edificato con pietre vive, nel quale viene adorato il Padre in Spirito e Verità ». Così si esprime il rito della dedicazione e subito aggiunge: «Giustamente fin dall’antichità il nome di Chiesa è stato esteso all’edificio in cui la comunità cristiana si riunisce per ascoltare la parola di Dio, pregare insieme, ricevere i sacramenti e celebrare l’Eucaristia».
    Per vivere «la verità nell’amore», non come bambini che cambiano umore e parere, non come la risacca del mare che va e viene incontrollata, né come deboli e creduloni al punto di essere facilmente ingannati da suggestioni di mode superficiali e infettanti. Parola e pane illuminano e rafforzano per seguire il Cristo, Via Verità Vita, che dà se stesso per noi, mostrando l’amore più grande che esiste. La Chiesa passa nella storia camminando “dietro” al Signore, certa, se è sui suoi passi; mai ferma, perché la fedeltà non è custodire la cenere, ma alimentare il fuoco della fede.
    Cresce così – san Paolo descrive questo disegno di Dio – un popolo con doni diversi per l’utilità comune.
    Sono i ministeri istituiti, le diaconie, di fatto, di uomini e donne: sono la scelta decisa della nostra Chiesa. Da tempo intrapresa, ma che ora deve essere attuata senza attendere. I doni dello Spirito si ritrovano nelle persone che la compongono: il cammino della fede, la Chiesa che l’ha generato, innestandolo su un temperamento e uno stile di vita che la Grazia modella incessantemente. Sono i tratti di un popolo nuovo che viene dal nord e dal sud, dall’est e dall’ovest del mondo e dalla nostra terra.
    C’è una Chiesa nuova che può nascere – sta nascendo? – se lasciamo lavorare lo Spirito ascoltandoci e sostenendoci gli uni gli altri, facendo tesoro della luce che lo Spirito infonde in ogni persona e luogo. Per essere corpo e corpo di Cristo, ha bisogno di crescere, compattandosi «con la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro».
    È il passo decisivo, è il cambio di passo – per tutti e nella gioia – del cammino sinodale che il Papa ci riconferma.
    Via unica per vivere a Parma come corpo di Cristo.
    La Chiesa di Parma non cerca di mettere pezze nuove in un vestito vecchio con gli innesti di nuovi presbiteri fidei donum o di apparenti fortunate congiunzioni pastorali, ma cerca, con ognuno, di tessere un vestito nuovo. Lo preferisco modesto per tutti, più che raffinato per pochi. È la conversione: non guardare quello che si è sempre fatto, o attingere ad un sentore di Chiesa che ci ha nutriti ma che, se si chiude, isterilisce.
    Siamo chiamati a decentrarci per cogliere cosa lo Spirito dice alla sua Chiesa, cosa ci mette davanti, quali situazioni, le sorelle e i fratelli: ogni cosa e tutti, nella via di una speranza rinnovata che è il nostro tempo.
    Gesù ce lo mostra alzando lo sguardo e incontrando quello di Zaccheo. Raccogliendo un’attesa che lo aveva portato su quel sicomoro, perché “doveva” passare di là. Il termine indica la volontà di Dio a creare questo incontro, perché nessuno vada “perduto” e perché c’è un tesoro oppresso e nascosto nel cuore di quest’ uomo che riconosce il male compiuto e rende il quadruplo – un’abbondanza messianica, come la raccolta dei pezzi avanzati di pane – del maltolto. È il pastore buono, che passa e raccoglie pecore, che apparentemente non sono di questo ovile, ma anche loro sono “Figli di Abramo”, fratelli tutti.
    La casa di Zaccheo diventa luogo della salvezza, perché si è realizzato l’incontro tra Lui che, in un qualche modo, cerca il Signore e il Signore che lo cerca. Zaccheo è personaggio – tipo, emblematico di quanto la nostra Chiesa è mandata a fare. Uscire e passaredove si vive, alzare losguardo dalle solite cose(lamentele o beghe...)per guardare la gente e cercare quell’incontro che ha portato la salvezza nella casa di Zaccheo.
    Chi vive nelle case – e qui ci sono anche i cristiani – lo chiede ed è ben disposto. Se vede una Chiesa che crede, non tentenna e non si ritira, che sa riconoscere e valorizzare tutti, che non giudica, che si compatta, non per un’autoreferenzialità vuota o per arroccarsi, ma per «crescere in modo di edificare se stessa nella carità». Anche la città, dove la Chiesa vive, lo chiede. Come andrà a finire, quando finirà? si domanda la gente dalle case di Parma.

    La responsabilità è condizione di base, ma non sufficiente.
    C’è bisogno di parola e pane, realtà universalmente comprensibili.
    Indicano la relazione e il sostegno, spingono a guardare gli uni negli occhi degli altri per individuare le attese e le necessità e proprio questo appello dalla vita reale mostra quanto siano sterili le stravaganze estemporanee o l’accelerazione della macchina dei consensi. Espedienti lontani dalla gente! Mentre cresce il costo della vita e inizia questo anno sociale e pastorale, fa la differenza decentrarsi da se stessi e fare spazio e – secondo la responsabilità sociale, politica, ecclesiale di ognuno – prendersi cura di chi ci sta accanto. Si evidenzia urgente una gerarchia, una priorità di scelte che legga il reale andamento della nostra collettività, con l’esigenza ad intrecciare i progetti internazionali, espressi in fiere e kermesse di ampio interesse, con i borghi della città dove vive la gente di Parma, variegata per provenienza e condizioni.
    Le scelte alte, strategiche, si rivelano giuste se ne tengono conto, producendo un riscontro positivo, qui e ora, per tutti.
    Penso all’occupazione, allo sviluppo strategico di settori nevralgici, quali la sanità, la famiglia, con il conseguente impatto sulla demografia e l’educazione, la scuola, il lavoro. Non solo perché nessuno vada scartato – direbbe papa Francesco – ma perché tutti possano alimentare ragioni concrete di sperare.
    La Chiesa, al riguardo, ha responsabilità ulteriori mettendo nel proprio cuore il cuore degli altri.
    La risposta sono i frutti che nascono dal Vangelo. Per molti gli unici riscontrabili. Il Vangelo è, infatti, una ricchezza per tutti, da aprire e leggere e cogliere nelle attuazioni morali e sociali che genera.
    In questa logica va letta la prossima riapertura della Chiesa di San Francesco, che scelse il Vangelo sine glossa per regola di vita.
    Per questo ancora attrae: per questa adesione totale e, per tanti, per la sua eco.
    Ne è espressione vedere in Francesco il testimonial eccellente dell’ambiente e della pace, spesso lontani dal fatto che lo è «perché porta le stimmate di Cristo», dal cui sangue nasce la pace con se stessi, con gli altri e col creato.

    Di questo è segno la riapertura della Chiesa di San Francesco; segno, a sua volta, delle pietre vive che la edificano, perché prendano sempre dal Signore il pane per tutti, del quale esse stesse si nutrono perché nessuno ne sia privato.

    ENRICO SOLMI vescovo
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    - Dal sito diocesano -
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  4. #54
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    Guareschi e don Lamberto

    Venerdì 8 alle 16.30 alla comunità Betania di Marore (strada Lazzaretto, 26), con l’associazione degli Amici e la parrocchia, Don Lamberto Torricelli e Giovannino Guareschi tornano a Marore: scoprimento della targa in loro ricordo.

    Seguirà all’auditorium della comunità la mostra A tavola con Giovannino Guareschi. Introduce Enrico Beruschi. Intervento di Albino Ganapini.

    Proiezione del filmato con don Camillo durante lo sciopero della fame. Intervento di don Luigi Valentini sui rapporti tra Guareschi e i preti.

    Conclusioni di Enrico Beruschi. Coordina Egidio Bandini. Musica coi maestri Medioli e Martani.

    Ingresso con mascherina e green pass. Info: 0521 481771 –

    (Dal sito della Diocesi)
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  5. #55
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    Lightbulb Veglia Lavoratori 2021

    ALZATI, PRENDI LA TUA BARELLA


    “chi vive nelle case sta alla finestra, curioso di vedere quello che fa la gente che entra in chiesa”: così ha scritto, tra l’altro, il nostro Vescovo nell’ultima Lettera pastorale.

    Venerdi prossimo 8 ottobre alle ore 21 negli spazi della parrocchia del buon pastore la gente potrebbe vedere un fuoco acceso, una barella e gente che ascolta, canta, cammina e sogna un pianeta senza scarti; senza scarti umani neppure sul lavoro.

    STIAMO CAMMINANDO VERSO LA 49° SETTIMANA SOCIALE A TARANTO (21-24 OTTOBRE).

    La Consulta per la Pastorale sociale e del lavoro offre un’altra occasione per “tenere connesse la pastorale di evangelizzazione-celebrazione con la pastorale sociale-caritativa”.

    - Fonte: sito diocesano -
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  6. #56
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    Omelia del vescovo Enrico per la dedicazione della chiesa di San Francesco del Prato

    È stato pubblicato sul sito della Diocesi di Parma il testo dell’omelia tenuta dal Vescovo Enrico Solmi durante la Messa celebrata lo scorso 3 ottobre per la dedicazione della chiesa di san Francesco del Prato.


    << L’edificio che ci raccoglie porta i segni della storia. Le origini dal forte spirito di San Francesco, la vita della città nell’intreccio delle vicende rinascimentali, l’impatto con l’invasione napoleonica e la violenza che la umilia in carcere, poi l’abbandono. La costruzione ne è compromessa e ne porta le cicatrici: è la stessa, ma anche diversa. Se qui entrasse un parmigiano del ‘500 si meraviglierebbe di questa trasformazione, riconoscendovi però le linee forti, la solenne ascesa delle volte, il senso di pace e di sicurezza. L’israelita che torna dall’esilio è ben più sorpreso. Cerca il tempio descritto dai padri o trattenuto dalla memoria, trova invece una città da ricostruire, una vita da riprendere insieme al tempio. La Parola di Dio viene letta su questa desolazione e penetra i cuori: suscita il pianto, fa riaffiorare la gioia. È un popolo che riacquista se stesso, la propria vita, nell’ascolto di Dio. «Risuoni sempre in questo luogo la Parola di Dio; riveli e proclami il mistero di Cristo e operi nella Chiesa la nostra salvezza».
    Con queste espressioni, il Lezionario – la Parola di Dio – è stato di nuovo collocato sull’ambone; esse fanno eco alla grande proclamazione della Parola che ancora oggi svela i misteri del cuore, offre vie di senso, crea relazioni tra le persone sulla misura di Chi è Comunione e ci ha creato capaci di intendere la sua Parola, fatta carne. La chiesa che dedichiamo, in onore di san Francesco, riunisce i cristiani, «intorno all’altare, dove si celebra il memoriale della Pasqua, perché siano nutriti della «Parola e del Corpo di Cristo». «di Dio nient’altro vedo corporalmente in questo mondo se non il santissimo sangue e il suo santissimo corpo suo, che essi (i sacerdoti) ricevono e essi amministrano agli altri. E voglio che questi santissimi Misteri sopra tutte le altre cose siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi. E i santissimi nomi e le parole di Lui scritte... voglio raccoglierle e collocate in luogo decoroso» (testamento di san Francesco).
    Ecco qui il «luogo prezioso» che diventa sacro – dice Romano Guardini – «solo quando Dio lo santifica. Lo santifica accostandosi ad esso, rendendosi presente e ponendo in esso la sua dimora».
    Dedicare la chiesa non è separare, ma accogliere la presenza di Dio, insita in ogni persona.
    Presenza viva che qui si rivela pure nella soave armonia della costruzione, nella rinnovata struttura volta ad ammirarne la bellezza, grazie al lavoro di chi l’ha costruita e restaurata con acume e forza, essi stessi attinti dalla Sapienza di Chi ora abita questa casa. Un grazie a tutti e un ricordo commosso per don Alfredo Bianchi, che è con noi, ora, insieme a tanti, e ci guarda dal balcone del Paradiso. Dedicare di nuovo San Francesco del Prato apre nella città un luogo perché ogni donna e ogni uomo incontrino Dio nella via dell’umanità condivisa, ascoltando quanto li abita, disegnando e ridisegnando – come in questo restauro - la parabola della vita, mai da soli, ma convinti di una meta e di un bene comune.
    L’attesa di vedere San Francesco finito – così si diceva familiarmente – è rimasta sottesa all’umore della città, anche sotto le minacce del Covid, le paure del contagio e le restrizioni eroiche e poi rabbiose.
    Si vedeva con simpatia l’avanzare dei lavori: la gru, la copertura, il rosone, l’eco sulla stampa e nei commenti. Dalla ressa per visitarla alla disciplinata fila per salire al rosone o per vederla illuminata. Anche un uomo temuto, ricco e per questo, forse, invidiato vuole vedere; Zaccheo. È piccolo, si fa largo tra la folla e sale su un generoso sicomoro, che dava alla gente un frutto spontaneo sostanzioso, che suppliva quanto lui sottraeva con i tributi forzati.
    Vedere senza essere visto, nascosto tra le fronde nell’indecisione furtiva della culturadell’immagine, che guardae passa oltre, sazia dell’abbacinaredel momento; vedere conla paura di essere visto,quasi nascosto come Adamoche fugge dallo sguardo di Dio per la coscienza di una nudità colpevole, forse traducibile, al passaggio di Dio, ai suoi segnali, in un senso di disagio, anche di rifiuto, ma con spiragli profondi ancora aperti; vedere per farsi vedere e qui avviene l’incontro tra Colui che lo vuole vedere e Lui che è salito per vedere.
    Non un incontro fugace, un selfie o un autografo, ma la proposta di un luogo dove incontrarsi, un luogo preciso: la sua casa, dove riaccendere la dignità nella vita di Zaccheo che, con una giustizia sovrabbondante, ridona dignità a chi ha frodato, perché i diritti ne sono parte inscindibile. Ben a ragione troviamo nella preghiera di dedicazione: «Oggi con rito solenne il popolo fedele dedica a te per sempre questa casa... Qui il fonte della grazia lavi le nostre colpe, perché i tuoi figli muoiano al peccato e rinascano alla vita dello Spirito... Qui il povero trovi misericordia, l’oppresso ottenga libertà vera e ogni
    uomo goda della libertà dei tuoi figli, finché tutti giungano alla gioia piena nella santa Gerusalemme del cielo» (preghiera di dedicazione).
    Gesù annuncia: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa», non più costruita con le frodi e il salario tolto al povero, ma restaurata, riedificata, avendo come fondamenta, pietra sulla quale costruire la sua persona e la sua casa, Cristo Gesù: Lui è l’unico Tempio, il definitivo. Abita ora questa casa – San Francesco del Prato – per incontrare tutti, come ha fatto con Zaccheo, perché “nessuno è più straniero né ospite, ma tutti siamo cittadini dei santi e familiari di Dio” e nessuno – come il figlio che torna dal Padre o la pecora ricondotta all’ovile sulle sue spalle – “vada perduto”.
    La Chiesa che dedichiamo non esclude, ma, in quanto cattolica, apre a chiunque ha il cuore sincero e, secondo il suo progressivo vedere, cerca, sia pure incerto e confuso, il bello, il buono, il giusto, o cerca aiuto, affetto. O vuole affinare un anelito che lo abita e si protrae verso un di più che lo sospinge a vedere oltre. Nell’armonica composizione di spazi e immagini, quasi appigliato alle volute acute tese verso l’alto, può intravedere speranza, identificarsi nelle ferite, provare conforto anche in muri ancora intrisi di pianto. Cerca nella chiesa di san Francesco, nella gente che qui si raduna, nei francescani che la officiano, in quella comunità di pietre vive che, edificate dallo Spirito sulla stessa Pietra angolare, diventano loro stesse dimora di Dio, umiliandosi nella storia che mette alla prova e giudica.
    Ogni chiesa, come la chiesa di San Francesco del Prato, è presenza viva del Cristo che alza o abbassa lo sguardo per incontrare chi lo cerca e anche chi cerca di sfuggirgli. Così avvenne per Giovanni, di Pietro Bernardone e di donna Pica, chiamato Francesco. Riedificando Lui stesso le chiese – «Francesco va’, ripara la mia casa» – fu riedificato, liberato non solo dai vincitori perugini, ma dalle carceri lumeggianti che si era costruito. Alla fine della vita possiamo intendere che nel suo testamento si ricordi anche di noi, oggi qui, e ci lasci questa Chiesa. Ferito lui stesso dai chiodi e dalla lancia che trapassano il costato del Cristo – come il cuore di sua Madre, Vergine fatta Chiesa, come Lui prega – abbraccia il Crocifisso che cerca e trova nelle chiese nel suo pellegrinare e ci dice, salutandoci: «... e il Signore mi dette tale fede nelle chiese che io così semplicemente pregavo e dicevo: Ti adoriamo Signore Gesù Cristo anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo perché con la tua santa Croce hai redento il mondo».

    + Enrico Solmi - Vescovo
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  7. #57
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    Lutto nel clero

    Venerdì della XXVIII settimana del T.O. «Rallegratevi nel Signore, o giusti! Voi tutti, retti di cuore, gridate di gioia!» (Sal 31,11)
    Questa sera, secondo le parole del Salmo di oggi, si è rifugiato per sempre nel Signore
    D. ETTORE PAGANUZZI (1943-2021)
    Parroco di San Pancrazio e Fraore

    “Homo viator” (G. Marcel) “et peregrinans” (E. Paganuzzi) potrebbe essere la cifra, bella ed autentica, della sua esistenza e del suo ministero di parroco, che nel corso di 54 anni ha servito tante comunità dalla Montagna alla Bassa, passando per la Città e la Pedemontana. Un’esistenza sempre vigile, fino all’ultimo, quando con lucidità ha pianificato il “dopo di lui”; una fede profonda, “filosofica” e insieme “da bambino”, che è rimasta sempre quella della sua famiglia e delle genti dei suoi monti, nutrita di “preghiere antiche” come quelle che ascoltava chi lo assisteva o visitava al letto della sua ultima malattia. Ed espressa in un ministero intelligente e perciò umile e generoso.
    Nato a Careno di Pellegrino Parmense il 29.07.1943, d. Ettore era stato ordinato nella Cattedrale di Parma il 18.06.1967. Subito è mandato Vicario parrocchiale ed insegnante di religione alle Medie a Fornovo Taro (1967-69). La prima stagione da parroco è in Montagna: Parroco ad Agna, Villula e Bannone nel cornigliese (1969-73) e Parroco a Selva del Bocchetto (1973-79). Successivamente è stato nella Bassa: Parroco a San Polo di Torrile (1979-85) e poi in Città come Parroco di San Leonardo (1985-95). E’ poi tornato in Montagna come Parroco di Monchio e di tutte le parrocchie del monchiese (1995-2000). Di seguito opera nella Pedemontana come Parroco di Sala e S. Vitale Baganza (2000-13). Ed infine come parroco di San Pancrazio e Fraore (2013- oggi).
    Dalla sua Laurea in filosofia, conseguita nel 1973, ed in particolare dai filosofi dell’esistenzialismo cristiano, ma naturalmente e innanzitutto dalla sua fede e da quella del santo e fedele popolo di Dio, nasce un ponderoso volume, che rimane come un “simbolo” di lui e della parabola della sua vita umana, cristiana e ministeriale: “Pellegrini per un Millennio. Religiosità, religione e fede nelle Corti di Monchio” (in collaborazione con Giacomo Rozzi), pubblicato nel 1999 dall’Istituto Interdiocesano S. Ilario di Poitiers, per le Grafiche STEP, in vista del Grande Giubileo dell’Anno Duemila. Rende conto delle varie chiese e cappelle presenti sul territorio delle Corti, intrecciando la loro storia a quella della Chiesa. Sono riportate anche notizie sui Santi patroni e, particolarmente interessante, sulle forme di religiosità popolare, comprese preghiere e leggende. Ma soprattutto contiene profonde riflessioni filosofiche sull’uomo. Lo illustra una affascinante foto di copertina, che coglie il passaggio della cometa di Halley dal passo del Ticchiano. E’ lo stesso d. Ettore a commentarla: «La cometa è la pellegrina dell’universo, come l’homo viator che va alla ricerca del senso della vita. Avvolto dal mistero, l’uomo si interroga da sempre sul senso, su Dio e sul proprio vagare nel grande mare dell’essere. Tanti sono i colori della cometa che partano da un gran fuoco di luce come tante sono le scie luminose lasciate dall’uomo dietro di sé nel cammino: partono tutte da quell’unica fonte da cui il tutto promana. Anche la terra che si va avvolgendo nella tenebra notturna è ancora illuminata debolmente da quel sole che mai tramonta, perché continua a riscaldare la natura in procinto d’addormentarsi nella quiete della notte».
    Grazie, D. Ettore, pellegrino sempre, pellegrino per sempre! Grazie della “cometa” che sei stato per il nostro presbiterio, per la nostra Chiesa, per le comunità che hai amato e servito... anche “dopo di te”!
    Parma, 15 ottobre 2021
    Memoria di S. Teresa di Gesù, vergine e dottore della Chiesa
    D. Stefano Maria
    ________________
    Fonte: sito della Diocesi
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  8. #58
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    In ricordo di un grande vescovo di parma, divenuto santo

    DIECI ANNI DI SAN CONFORTI

    Guido Maria Conforti - Sabato 23 ottobre alle 11 in Cattedrale, il vescovo Enrico Solmi presiederà la S. Messa nel decimo anniversario della canonizzazione di Mons. Guido M. Conforti, indimenticata vescovo di Parma ed in precedenza arcivescovo di Ravenna.

    Al termine sarà posta nella cappella dei Caduti (ex Baiardi) una sua reliquia, destinata alla perenne venerazione dei fedeli.

    - Fonte: sito della Diocesi -
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  9. #59
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    Il Vicario Generale sul percorso sinodale

    Sabato 16 ottobre alle ore 20.30 in Cattedrale si è tenuta veglia diocesana per l'apertura del Sinodo della Chiesa universale voluto da Papa Francesco.

    Così scrive il vicario generale don Stefano Maria Rosati: «Dopo l’Anno sinodale voluto dal vescovo Solmi per la Chiesa diocesana, siamo a pochi giorni dall’avvio del percorso sinodale voluto da papa Francesco per la Chiesa universale, che aprirà anche il Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia. La nostra lo farà in due momenti: il primo, di carattere diocesano, con la Veglia di sabato 16 e il secondo, di carattere parrocchiale, nelle celebrazioni delle Messe festive di domenica 17».
    «Per quella data – prosegue – saranno disponibili i sussidi predisposti dall’ufficio liturgico, che saranno inviati assieme a due testi importanti dei vescovi italiani: un messaggio ai presbiteri, ai diaconi, alle consacrate e consacrati e agli operatori pastorali, che offre una lettura spirituale dell’esperienza sinodale, e una lettera alle donne e agli uomini di buona volontà, che invita tutti a sentirsi partecipi del percorso. Questi testi verranno diffusi contestualmente alla pubblicazione del sito internet dedicato: www.camminosinodale.net L’occasione per pregare, ascoltando la Parola e lo Spirito, e per rilanciarli a livello locale saranno proprio gli appuntamenti del 16-17 prossimi».
    «Alla Veglia diocesana per l’apertura del Sinodo (sabato 16, alle 20.30) sono invitati i rappresentanti delle 56 Nuove parrocchie della diocesi, di gruppi, associazioni e movimenti e tutte le componenti del popolo santo e fedele di Dio. Si partirà dal Battistero per poi ritrovarci tutti in Cattedrale, pellegrini dietro al Divino Pellegrino e con Maria, che ha compiuto per prima la «peregrinazione della fede» nei giorni della sua vita terrena, fino alla gloria del cielo. La sua “icona” veglierà su di noi suoi figli per tutta la durata del Sinodo. Veglianti/vigilanti, ci metteremo in ascolto della Parola e di alcune “esperienze sinodali” da parte di alcuni fratelli e sorelle, sa- pendo che ogni inizio è come un seme... e contiene già gli sviluppi. Che, sempre invitanti, restano ugualmente sempre sorprendenti! Così sarà di certo anche del Cammino sinodale che, in concomitanza col Sinodo universale, andiamo ad aprire».
    «Un processo che per le Chiese che sono in Italia, a cominciare dalla nostra, si distenderà fino al Giubileo del 2025, per riscoprire il senso dell’essere comunità, il calore di una casa accogliente e l’arte della cura. Sogniamo una Chiesa aperta, in dialogo. Non più “di tutti” ma sempre “per tutti”! Abbiamo forse bisogno oggi di rallentare il passo, per meglio ascoltare i «gemiti dello Spirito», di mettere da par- te l’ansia per le cose da fa- re, rendendoci più prossimi. Siamo custodi, infatti, gli uni degli altri e vogliamo andare oltre le logiche accomodanti del «si è sempre fatto così», seguendo il pressante appello di papa Francesco che, fin dagli inizi del suo ministero petrino, ci ha sempre invitati a «camminare, costruire, confessare». Non sappiamo dove ci condurrà questo Cammino sinodale: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,8). Sappiamo, però, quanto ci basta per partire: se ci lasceremo condurre umilmente dal Signore Risorto, a poco a poco rinunceremo alle nostre singole vedute e con- vergeremo verso «ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,7).

    Già da sabato con la Veglia e da domenica nelle nostre parrocchie, gruppi, associazioni e movimenti, congiuntamente ai fratelli e sorelle ammalati negli ospedali e nelle case, ai carcerati, alle sorelle claustrali, affidiamo la “treccia sinodale” (come l’ha definita il vescovo Solmi nella sua Lettera pastorale) al Signore, via, verità e vita!».

    - Fonte: sito della Diocesi -
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  10. #60
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    Settimana mariana a Parma

    É in corso nella città di Parma la "Settimana Mariana" diocesana dal l 23 al 31 ottobre. Per l'occasione è accolta in diversi luoghi di Parma la venerata immagine della Vergine del S. Rosario di Fontanellato, per vivere insieme un importante momento di preghiera e spiritualità, aperto a tutta la cittadinanza.

    L’intento è di continuare secondo l’impostazione già proposta di rendere la visita itinerante su diversi luoghi significativi della città.

    La Sacra Effige, nel pomeriggio di sabato 23 da Fontanellato è stata portata presso l’Istituto Penitenziario, poi ha sostato per alcuni giorni nella Chiesa di San Francesco del Prato (di recente riapertura), quindi ha raggiunto all’Ospedale Maggiore; successivamente è stata accolta presso la Parrocchia SS. Stimmate e negli ultimi due giorni si trova nella Cattedrale per fare poi ritorno al suo Santuario di Fontanellato nella serata di domenica 31.

    Qui trovate l'intero programma nella locandina ed il pieghevole.

    - Dal sito diocesano -
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