Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Cronache dall'Arcidiocesi di Matera-Irsina. Anno 2021.

  1. #1
    Cronista di CR L'avatar di Sentinella di Pasqua
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    Cronache dall'Arcidiocesi di Matera-Irsina. Anno 2021.

    INFORMAZIONI GENERALI SULL’ARCIDIOCESI

    Superficie Km² 2.095,63
    Abitanti 145.362
    Sacerdoti diocesani: 67
    Sacerdoti religiosi: 24
    Diaconi: 4

    COMUNI DI APPARTENENZA
    Bernalda: Km² 126.72 – Abitanti: 12.453
    Craco: Km² 76.28 – Abitanti: 762
    Ferrandina: Km² 215.55 – Abitanti: 8.973
    Grottole: Km² 115.88 – Abitanti: 2.371
    Irsina: Km² 262.21 – Abitanti: 5.100
    Matera: Km² 388.14 – Abitanti: 63.230
    Miglionico: Km² 88.93 – Abitanti: 2.543
    Montalbano Jonico: Km² 136.44 – Abitanti: 7.427
    Montescaglioso: Km² 176.74 – Abitanti: 10.089
    Pisticci: Km² 231.39 – Abitanti: 17.768
    Pomarico: Km² 128.74 – Abitanti: 4.150
    Salandra: Km² 77.11 – Abitanti: 2.934
    Scanzano Jonico: Km² 71.50 – Abitanti: 7.562

    VICARIE PASTORALI
    Vicaria Matera. Comprende tutte le parrocchie della Città.
    Vicaria Mare. Comprende le parrocchie di: Bernalda, Craco, Marconia (frazione di Pisticci), Metaponto (frazione di Bernalda), Montalbano Jonico, Montescaglioso, Pisticci, Pisticci Scalo, Scanzano Jonico, Serramarina (frazione di Bernalda), Terzo Cavone (frazione di Scanzano Jonico), Tinchi (frazione di Pisticci).
    Vicaria Collina. Comprende le parrocchie di: Ferrandina, Grottole, Irsina, Macchia (frazione di Ferrandina), Miglionico, Pomarico, Salandra, Taccone (frazione di Irsina).

    N.B.: il dato relativo al numero degli abitanti è aggiornato ad ottobre 2016

    CENNI STORICI SULLA DIOCESI DI MATERA

    Appartenente alla regione ecclesiastica di Basilicata l'Arcidiocesi di Matera – Irsina (in latino: Archidioecesis Materanensis-Montis Pelusii) è una sede della Chiesa cattolica suffraganea dell'arcidiocesi di Potenza - Muro Lucano – Marsico Nuovo.
    Le testimonianze storiche sull'esistenza di una diocesi a Matera sono, per il periodo tardo antico e medievale, scarsissime se non addirittura inesistenti. Molto spesso, nel ricostruire le vicende storiche della diocesi materana, sono state riportate notizie poco attendibili non suffragate da testimonianze documentali. È da ritenersi infondata, a tal proposito, l'ipotesi formulata da alcuni scrittori dei Concili che ipotizzano alla fine del V secolo la presenza di un vescovo proveniente da Matera al Concilio Romano ed al Concilio Africano.
    Secondo Cosimo Damiano Fonseca – autore dell'illuminante saggio Le istituzioni ecclesiastiche dal tardo antico al tardo medioevo – sino alla metà dell'XI secolo la Basilicata non ha potuto vantare un ordinamento metropolitico che facesse leva su un capoluogo indigeno. La pluralità delle esperienze religiose, la gravitazione di alcune aree nell'obbedienza del patriarcato di Costantinopoli, la robusta intelaiatura dei monasteri italo-greci, la frantumazione istituzionale del tessuto politico-amministrativo hanno favorito un incalzante particolarismo istituzionale e hanno determinato una sorta di subalternità a centri ecclesiastici di più antica e consolidata tradizione. In ogni caso, una delle discriminanti della mancata ricomposizione unitaria della regione è costituita, tra l'altro, proprio dalla compresenza di aree longobardizzate, quindi, con una decisa polarizzazione verso strutture latino-occidentali, e di aree bizantinizzate, con un'altrettanto spiccata determinazione verso matrici di ascendenza greco-orientale.
    È dunque spiegabile con questo tipo di motivazioni il fatto che nel 968 all'arcivescovo di Otranto era stata concessa dal patriarca di Costantinopoli, Polieucto, la facoltà di consacrare i vescovi suffraganei di Acerenza, Tursi, Gravina, Matera, Tricarico, sedi vescovili, queste, (aggiunge ancora Fonseca) peraltro mai esistite, anche se gravitanti in quella parte della regione significativamente grecizzata e dall'imperatore Niceforo Foca gli era stato impartito l'ordine di celebrare «in omni Apulia et Calabria» i divini misteri secondo la liturgia greca. L'ordine trasmesso all'arcivescovo di Otranto, di imporre in tutta l'Apulia e la Calabria la liturgia greca, era un atto politico di significativa importanza per guadagnare all'obbedienza bizantina i territori riconquistati. Ma il disegno dell'imperatore bizantino non ebbe per Acerenza concreta attuazione, in quanto le istituzioni ecclesiastiche locali rimasero saldamente innervate sulla tradizione latina e sull'obbedienza al pontefice romano.
    Acerenza, dunque, che non compare mai nelle notizie degli episcopati greci, fedele alla Chiesa di Roma risulta nel 983 suffraganea dell'arcidiocesi di Salerno e lo è ancora nel 1051.
    Per Matera nessuna notizia documentata ci attesta quale ruolo abbia avuto la sua Chiesa nel corso dell'alto medioevo e tanto meno se abbia avuto un suo vescovo. Sappiamo, per certo, che la sua Civita assunse, a seguito delle incursioni longobarde, greco, bizantine e saracene, rilevante importanza strategica ed insediativa.
    È in una bolla di Alessandro II del 23 aprile 1068 che Matera riappare annoverata tra le civitates ricadenti nella provincia ecclesiastica di Acerenza insieme a Venosa, Montemilone, Potenza, Tolve, Tricarico, Montepeloso (Irsina), Gravina, Oblano, Turri, Tursi, Latiano, San Quirico, Oriolo, cioè sia territori latini che quelli grecizzanti dell'ordinamento costantinopolitano. Alcune di queste località sono, da studiosi come la Falkenhausen, da considerarsi non diocesi vere e proprie ma centri territoriali del nuovo arcivescovado. Venosa, Potenza, Tricarico, Gravina e Tursi sono considerate, invece, già sedi vescovili o attestate come tali.
    In merito all'esistenza di un "episcopato materano" si fa spesso riferimento alla consacrazione della Chiesa di S. Eustachio, annessa al Convento Benedettino esistente intorno all'anno Mille nell'area che successivamente sarà occupata dalla Cattedrale e dal Palatium vescovile. Il 16 maggio del 1082, è Arnaldo, vescovo di Acerenza, a consacrare il nuovo tempio dedicato a Sant'Eustachio fatto costruire dall'abate Stefano. Così attesta Lupo Protospata, attivo nell'Italia meridionale nel sec. XI, e tramanda un'iscrizione ripetutamente citata dagli studiosi locali materani, ma ritenuta sospetta da Shulz. Incerta è pure la notizia di una lettera dell'abate Stefano a Willelmo di Nonantola per la consacrazione della chiesa di S. Eustachio nel 1082 nella quale si legge che il rito viene officiato da Arnaldo alla presenza del vescovo di Matera, tale Benedetto, con i suoi chierici.
    L'assoluta mancanza, tuttavia, di riferimenti documentari attendibili che testimonino l'esistenza di un vescovo e di una sede vescovile a Matera, suffraganea di Acerenza, alla fine dell'XI secolo e per tutto il XII, suggeriscono una certa cautela nel delineare le vicende della cattedra episcopale materana.
    Nel maggio del 1203, il vescovo di Acerenza, Andrea, ottiene da Innocenzo III l'elevazione di Matera a seconda sede arcivescovile. Nello stesso anno iniziano i lavori, che termineranno nel 1270, per il rifacimento della nuova cattedrale. Per oltre sette secoli la cattedra episcopale di Matera è unita a quella di Acerenza; un'unione segnata da una crescente aggressività politica volta ad assicurare la separazione della diocesi materana da quella acheruntina [ ]. In un contesto di rivendicazione dei diritti della presunta diocesi materana si cercarono con attenzione, e spesso poca cura critica e molta malafede, appigli di ogni sorta che attestassero l'autonomia materana rispetto ad Acerenza [ ] gli eruditi materani di età moderna [ ] si lanciarono nell'elencare documenti in cui l'arcivescovo Andrea avrebbe portato la doppia titolazione di archiepiscopus acheruntini et materanus, il tutto nell'ottica di testimoniare l'originaria parità di grado tra le due sedi.
    Il dissidio tra le due chiese, materana ed acheruntina, prese corpo in tre distinte controversie. La prima in merito al titolo che avrebbe dovuto assumere l'Arcivescovo. Sisto IV, con due sue bolle del 1471, e Leone X, con una del 1519, ordinarono che, risiedendo l'arcivescovo ora in Matera ora in Acerenza, la sua intitolazione dovesse rispecchiare il luogo esatto di dimora, dunque in maniera alternata Archiepiscopus Materanus et Acheruntinus e viceversa. La seconda lite ebbe per oggetto la composizione della diocesi di Matera che comprendeva la giurisdizione su dieci territori vicini alla città. La Chiesa di Acerenza pretese che tali territori fossero aggregati alla sua diocesi. La Sacra Rota romana nell'anno 1597 con sua decisione concesse "la manutenzione" della diocesi alla chiesa materana riservandosi di dichiarare quali e quanti erano i territori che l'avrebbero costituita. Nel 1598 con altra decisione dichiarò che le dieci terre più vicine alla città di Matera costituissero la sua Chiesa. Tale decisione non mancò di generare nel clero acheruntino una reazione.
    Nell'anno 1600 la medesima Rota concesse "la manutenzione" dei dieci territori, assegnati due anni prima a Matera, alla Chiesa di Acerenza rinnovando l'assegnazione a quest'ultima con i decreti degli anni 1701, 1733 e 1750.
    La terza controversia insorse nell'anno 1706. L'arcivescovo Brancaccio pretese di tenere nella città di Matera il Tribunale ed il suo Vicario Generale per entrambe le diocesi e per tutte le diocesi suffraganee. Il Capitolo di Acerenza nuovamente si oppose pretendendo il contrario in virtù del decreto "de manutenendo" del 1600. La Sacra Congregazione dei vescovi e dei regolari nell'anno 1706 ordinò con due decreti uniformi che l'arcivescovo tenesse il Tribunale ed il Vicario generale nella città di Matera per entrambe le diocesi a patto che per la sola città di Acerenza istituisse un altro vicario con facoltà arbitrarie. La diatriba con Acerenza si trascinò per diversi secoli: ancora nel 1818 – in sede di trattative per la stipula del Concordato tra la Santa Sede ed il Regno delle due Sicilie - Matera propose una revisione del numero dei paesi da far ricadere sotto la giurisdizione delle due chiese a proprio vantaggio, riaccendendo in tale maniera la lite con Acerenza. Si pervenne, a seguito delle tensioni tra le due Chiese, alla soppressione per un anno della diocesi di Matera. Con lettera apostolica del 1819 Pio VII, accogliendo le istanze dell'arcivescovo Camillo Cattaneo della Volta, del Capitolo e Clero e dei cittadini materani, provvide al ripristino dell'antica circoscrizione ecclesiastica di Matera ridotta l'anno precedente allo stato di chiesa collegiata.
    Tuttavia l'attrito tra le due Chiese cessò solo nel 1945. L'arcivescovo di quel tempo, Mons. Anselmo Pecci, benedettino, rassegnò le dimissioni pressato dai molti problemi interni alla Chiesa, dalle conseguenze del secondo conflitto mondiale e dall'impossibilità materiale di esercitare il ministero episcopale nelle due sedi arcivescovili distanti fra loro e carenti di mezzi di comunicazione. Nel 1945, con Decreto Concistoriale dell'11 agosto, si assegnarono alla giurisdizione ecclesiastica materana i dieci paesi detti di "Basso" (Bernalda, Ferrandina, Grottole, Ginosa, Laterza, Metaponto, Miglionico, Montescaglioso, Pisticci e Pomarico). In data 2 luglio 1954, la Bolla di Papa Pio XII sancì la definitiva separazione delle due Chiese di Acerenza e Matera e la costituzione di due province ecclesiastiche: la Chiesa Metropolitana di Acerenza con le sedi suffraganee di Potenza, Venosa, Marsico e Muro Lucano e la Chiesa Metropolitana di Matera con le sedi suffraganee di Tursi e Tricarico. Il 21 agosto 1976 con la bolla Quo aptius di papa Paolo VI, eseguita il 12 novembre dello stesso anno, vennero soppresse le due province ecclesiastiche di Matera e di Acerenza, che diventarono sedi vescovili suffraganee dell'arcidiocesi di Potenza - Muro Lucano – Marsico Nuovo, elevata a sede metropolitana; si separarono dal governo ecclesiastico di Matera i comuni di Ginosa e Laterza per essere ascritti alla diocesi di Castellaneta. Alla Chiesa di Matera, sempre in tale occasione, si aggregarono le parrocchie di Montalbano Jonico, Scanzano e Craco, distaccate da Anglona - Tursi e Salandra da Tricarico. L'11 ottobre 1976 a seguito della bolla Apostolicis Litteris dello stesso papa Paolo VI vennero unite le diocesi di Matera e di Irsina (un tempo denominata Montepeloso). Il 3 dicembre 1977 si restituì alle diocesi di Matera e Irsina e di Acerenza il titolo di arcidiocesi.
    Con decreto della Congregazione per i Vescovi del 30 settembre 1986 si determina la nuova e definitiva denominazione dell'arcidiocesi materana in Matera–Irsina con sede vescovile a Matera.

    ARCIVESCOVI DI MATERA - IRSINA

    1976 - 1987
    Michele Giordano

    1988 - 1993
    Ennio Appignanesi

    1993 - 2003
    Antonio Ciliberti

    2004 - 2015
    Salvatore Ligorio

    2016 -
    Antonio Giuseppe Caiazzo

    VESCOVI ORIGINARI DELLA DIOCESI

    S. E. Rev.ma Mons. Rocco PENNACCHIO
    Arcivescovo Metropolita di Fermo
    Luogo di nascita: Matera
    Data di nascita: 16/06/1963
    Data di ordinazione presbiterale: 4/07/1998
    Data di ordinazione episcopale: 25/11/2017
    Onomastico: 16 agosto
    Indirizzo: via Sisto V, 11 – 63900 Fermo

    S. E. Rev.ma Mons. Michele Scandiffio
    Arcivescovo emerito di Acerenza dal 27/07/2005
    Luogo di nascita: Pomarico (MT)
    Data di nascita: 29/09/1928
    Data di ordinazione presbiterale: 8/07/1951
    Data di ordinazione episcopale: 9/07/1988
    Onomastico: 29 settembre
    Indirizzo: via Conversi, 48 – 75100 Matera

    L’ARCIVESCOVO, S.E.MONS. ANTONIO GIUSEPPE CAIAZZO


    Nato a Isola di Capo Rizzuto, nell’Arcidiocesi di Crotone-Santa Severina, il 4 aprile 1956.
    Ha conseguito la Maturità classica presso il Liceo del Pontificio Seminario Regionale “Pio XI” di Reggio Calabria e ha proseguito la sua formazione nel Seminario Teologico Calabro “S. Pio X” di Catanzaro, dove ha acquisito il Baccalaureato in Teologia. Trasferitosi a Roma, ha ottenuto il dottorato in Sacra Liturgia al Pontificio Istituto Liturgico S. Anselmo.
    È stato ordinato sacerdote il 10 ottobre 1981.
    Tra gli incarichi pastorali più significativi: Parroco di S. Paolo Apostolo a Crotone; Membro del Consiglio Presbiterale; Membro della Commissione Diocesana di Arte Sacra dal 1994 al 2007; Delegato Episcopale per l’Evangelizzazione dal 1995 al 1996; Membro del Collegio dei Consultori dal 1996 al 1999 e dal 2004 al 2007; Membro per la Consulta Nazionale per la Liturgia presso la CEI dal 1996 al 2010; Vicario foraneo dal 1996 al 2000; Direttore del Centro Diocesano Vocazioni dal 2005 al 2006; Rettore del Seminario Minore Diocesano e Delegato Diocesano per i Seminaristi del Seminario Maggiore dal 2005 al 2008; Direttore dell’Ufficio Liturgico Regionale e Diocesano dal 1996 al 2010; Vicario Episcopale per il Clero e la Vita Consacrata dal 2012 al 2016.
    Inoltre, ha insegnato presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose di Crotone ed è stato docente di Sacra Liturgia all’Istituto Teologico Calabro “San Pio X” di Catanzaro.
    È autore di articoli e contributi nel settore della liturgia; ha curato il Santorale Regionale e ha pubblicato un libro sulla storia della sua parrocchia.
    Eletto alla Sede Arcivescovile di Matera-Irsina il 12 febbraio 2016, ha ricevuto l'Ordinazione il 2 aprile ed ha iniziato il suo Ministero Episcopale il 16 aprile dello stesso anno.
    Il 21 marzo 2018 è stato nominato dalla C.E.I. Presidente del Comitato per i Congressi Eucaristici Nazionali.

    Lo stemma di Mons. Caiazzo, come è in uso comune per gli stemmi episcopali di nuova creazione, richiama in una sintesi simbolico-raffigurativa, le origini del titolare, la sua storia, ma anche i suoi valori spirituali e il suo programma pastorale.
    In modo particolare la simbologia ruota attorno alla figura di Cristo Servo, il quale, secondo l’insegnamento di San Paolo, “pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce”. (Fil 2,6-8). Servire è la parola che, da sola, può riassumere tutta la vita di Gesù Cristo. Egli “non è venuto per essere servito ma per servire” (Mc 10,45); si è messo a servizio degli uomini fino a dare per essi la sua vita. Come Gesù il Vescovo deve esser servo dell’Evangelo, servo di quell’umanità che è ad immagine e somiglianza di Dio, icona di Dio. Volto della misericordia del Padre (Cf. Papa Francesco, Misericordiae Vultus, 1).
    Questo messaggio fondamentale è espresso attraverso la composizione di smalti e figure che compongono il campo principale. Le due “cappe” innalzano invece delle figure poste a simboleggiare santi cari al titolare che nello spirito di autentico servizio hanno condotto la loro vita e la loro testimonianza cristiana.
    L’argento del campo principale è il metallo che nella sua candida luminosità può meglio richiamare la trasparenza del cielo e l’idea cristiana della rivelazione. Dio ha mandato dal cielo il suo Figlio,che “è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la Rivelazione” (Dei Verbum, 2). Gesù è Logos incarnato e il discepolo è chiamato a “rimanere” in piena comunione con il Figlio di Dio, cioè amare e ricevere l’amore (agapê) proprio di Dio. Il Vangelo di Giovanni utilizza l’immagine della vite per indicare l’unione profonda e inscindibile tra Cristo e i discepoli, i quali accolgono la vita divina offerta dal Verbo incarnato, entrando nel mistero di conoscenza e amore che lega le Persone divine:
    “Io sono la vite e il Padre mio è l’agricoltore… Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui porta molto frutto perché senza di me non potete fare nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e poi secca: poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà fatto”.
    Gesù presenta l’immagine naturale della vite che indica la perfetta unione divino umana in Cristo ed ha come conseguenza la circolarità dell’amore dato e ricevuto “con tutto se stessi”. Il valore spirituale che sottostà a questa significativa metafora della vita e i tralci (Gv 15) si concentrano sul modello di Cristo servo sofferente che si dona in modo esclusivo per l’umanità, rimettendosi nella volontà del Padre. Nell’Antico Testamento la vite/vigna rappresentava il popolo eletto (cf. Is 5:1-5, Sal 80, Ez 19:10), nel vangelo di Giovanni la vite in quanto simbolo di Gesù e dei credenti indica il nuovo popolo di Dio, che possiede come nuova legge l’amore vicendevole.
    La vite, con l’immagine dell’agricoltore che ad essa è direttamente legata nella similitudine giovannea, ricorda inoltre nello stemma le origini contadine dell’Arcivescovo.
    Queste origini sono richiamate anche dalla pianura di verde su cui è ‘nodrita’ la vite. La pianura (una campagna ‘diminuita’ a metà, dove per campagna nel blasone si intende una ‘pezza onorevole’ occupante la terza parte inferiore del campo dello scudo) richiama l’impegno di un Vescovo, ma anche di ogni cristiano, a partecipare all’opera di Cristo nel mondo. Ogni uomo è chiamato a lavorare la sua parte di “terra”: è questo il suo servizio, la sua liturgia; si è servi perché chiamati, si è servi perché graziati, si è servi per libera offerta, si è servi per amore, si è servi perché Gesù Cristo, il Signore, è servo. Questi simboli richiamano una magnifica storia d’amore, vissuta giorno dopo giorno in una famiglia con semplicità.
    Le tre stelle vogliono alludere al mistero della Trinità. Il cuore stesso del mistero di salvezza si fonda sul mistero della santa Trinità. Gesù rivela l’amore perfetto e infinito del Padre celeste che crea e salva inviando il Figlio nel mondo, nella carne, nella condizione umana più umile (B. Bobrinskoy). In molte icone la figura di Gesù bambino copre una delle stelle, simboleggiando l’incarnazione del Figlio di Dio, seconda hypostasis della Santa Trinità. Lo Spirito Santo continua nei credenti la missione di Cristo (cf. Gv 16,12-15), attualizzando nella loro vita i suoi valori, e rendendoli capaci di compiere le sue opere e di vivere il suo stesso amore, nel vicendevole servizio, secondo il suo esempio, quello che ha lasciato nell’ultima cena (cf. Gv 13,15).
    Le tre stelle hanno un secondo significato: compaiono sul capo e sulle spalle della Vergine nelle icone: simbolo della castità di Maria (Aeiparthenos), la sua verginità perpetua prima, durante e dopo il parto. Le tre stelle sono presenti nelle icone che stanno accompagnando la vita dell’Arcivescovo: della Madonna Greca (patrona di Isola di Capo Rizzuto, città di origine), della Madonna di Capo Colonna (patrona dell’Arcidiocesi di Crotone – S. Severina, Chiesa di origine), della Madonna della Bruna (patrona dell’Arcidiocesi di Matera – Irsina, Chiesa del servizio episcopale). L’azzurro delle stelle ben si spiega, vista la valenza mariana di questo colore.
    Nella prima ‘cappa’, su un campo di rosso (colore evocante la carità, cioè la pienezza dell’amore, ma anche la suprema testimonianza del martirio) troviamo un libro aperto allusivo alla Parola di Dio che, accompagnato dalla presenza della spada posta in palo (cioè secondo l’asse verticale dello scudo), richiama anche la figura di San Paolo Apostolo.
    La Parola di Dio, già udibile nella prima alleanza, è diventata visibile in Cristo (cf. Gv 1,14; 1Gv 1,1-3; Eb 1,1-3).
    In Gesù la Parola di Dio assume i significati che egli ha dato alla sua missione: ha per scopo di far entrare nel Regno di Dio (cf. Mt 13, 1-9); si manifesta nelle sue parole ed opere; esprime la sua potenza nei miracoli; ha il compito di animare la missione dei discepoli, sostenendoli nell’amore a Dio e al prossimo e nella cura dei poveri; rivela la sua piena verità nel mistero pasquale, in attesa dello svelamento totale; ed ora guida la vita della Chiesa nel tempo.
    La Parola di Dio è viva e dinamica, è una forza che muove le cose, capace di penetrare là dove non può la parola umana: arriva nelle parti più inaccessibili di noi stessi. È in grado di trasformare lo spirito, penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito come ricorda un suggestivo passaggio della lettera agli Ebrei (Eb 4,12).
    San Paolo, uomo che si dedica alla verità, fino in fondo, non vuole utilizzare nessun'altra arma di conquista se non la parola di Dio, che considera la “sua spada”. La spada rappresenta il martirio di San Paolo: fu decapitato quale privilegio spettante ai cittadini romani, ma anche “la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio” (Ef 6,17) che Paolo annuncia ai gentili, cioè ai popoli di cultura greco-latina, considerati pagani dagli ebrei. Tutta la sua vita la spende al servizio della Parola di Dio, facendosi servo di tutti, ad immagine di Cristo Servo (come viene esplicitamente ricordato dal motto episcopale che completa lo stemma).
    Il riferimento all’Apostolo delle genti ricorda che Mons. Caiazzo è stato Parroco di San Paolo Apostolo a Crotone prima della nomina episcopale.
    L’azzurro della seconda cappa richiama il mare. Ancora c’è un riferimento alla terra di origine del titolare, bagnata dal mare. Ma viene richiamato anche un grave male dei nostri giorni, quello dell’indifferenza. Nel mare dell’indifferenza del nostro tempo spicca come un sole la figura di S. Francesco da Paola, il santo eremita, Patrono della Calabria, che operava prodigi a favore di tutti, in particolare dei poveri e degli oppressi. Troviamo infatti un’ombra di sole (così si chiama nel linguaggio blasonico il sole quando viene raffigurato privo delle sembianze del volto umano, caratteristiche nella ordinaria raffigurazione araldica dell’astro), caricato dalla legenda CHARITAS. Si tratta del motto programmatico, poi diventato insegna dell’Ordine dei Minimi fondato da S. Francesco da Paola, che la tradizione vuole sia stato indicato al santo fondatore dall’Arcangelo Michele, in visione, ai primordi della fondazione nell’eremo primitivo di Paola.
    Dagli scritti del Santo leggiamo:
    1- Dove è amore e sapienza, ivi non è timore né ignoranza.
    2- Dove è pazienza e umiltà, ivi non è ira né turbamento.
    3- Dove è povertà con letizia, ivi non è cupidigia né avarizia
    4- Dove è quiete e meditazione, ivi non è affanno né dissipazione.
    5- Dove è il timore del Signore a custodire la sua casa, ivi il nemico non può trovare via d'entrata.
    6- Dove è misericordia e discrezione, ivi non è superfluità né durezza.
    Nella preghiera e nella contemplazione s’impara ad avere un cuore di amore per gli uomini, soprattutto quando si sperimenta di essere amati da Dio. Allora siamo in grado di dare questo amore agli altri, e desideriamo di farlo conoscere, come ha fatto il Figlio di Dio, secondo la sua stessa dichiarazione nella “preghiera sacerdotale” riportata dal Quarto Vangelo (cf Gv 17,26).
    Quanto al motto, esso è desunto da una dichiarazione di San Paolo nella prima lettera ai Corinzi: “Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero” (1Cor 9,19). Si tratta di una frase programmatica con la quale l’Apostolo delle genti presenta l’attuazione paradossale del proprio statuto di libero annunciatore del Vangelo di cui parla all’inizio del capitolo 9. Proprio nel suo porsi al servizio come schiavo di tutti Paolo mostra la sua libertà da tutti. E questo paradosso trova la sua logica nello scopo che egli persegue: “guadagnarne molti”, dove il verbo guadagnare (kerdanein) è posto in parallelo con “salvare” (9,23). Nel suo servizio l’Apostolo esprime dunque il primato della carità sulle stesse esigenze del diritto che poteva avanzare come Apostolo, a partire dal sostentamento che gli sarebbe spettato e al quale, come ad altri privilegi, avev

  2. #2
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    Pensiero dell'Arcivescovo ai giovani.


  3. #3
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    Profanazione Eucaristica. Messaggio e Messa Riparatrice dell'Arcivescovo.


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    Intervento dell'Arcivescovo sull'ipotesi deposito scorie radioattive.


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    Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani


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    Nuova edizione Logos, periodico diocesano


  7. #7
    Cronista di CR L'avatar di Sentinella di Pasqua
    Data Registrazione
    Jun 2007
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    Lucania
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    Messaggio dell'Arcivescovo per la 55' Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali


  8. #8
    Cronista di CR L'avatar di Sentinella di Pasqua
    Data Registrazione
    Jun 2007
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    Lucania
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    Giornata Internazionale della Fratellanza Umana


  9. #9
    Cronista di CR L'avatar di Sentinella di Pasqua
    Data Registrazione
    Jun 2007
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    Lucania
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    43' Giornata Nazionale della Vita. Iniziative Diocesane.


  10. #10
    Cronista di CR L'avatar di Sentinella di Pasqua
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    Jun 2007
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    Lucania
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    L'Arcivescovo per la Quaresima.


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