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Discussione: Cronache della Diocesi di Prato

  1. #1
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    Cronache della Diocesi di Prato

    Cronache della Diocesi di Prato - Regione Toscana.




    La diocesi di Prato (in latino: Dioecesis Pratensis) è una sede della Chiesa cattolica in Italia suffraganea dell'arcidiocesi di Firenze appartenente alla regione ecclesiastica Toscana. Nel 2016 contava 196.500 battezzati su 223.000 abitanti. È retta dal vescovo Giovanni Nerbini.


    Territorio


    La diocesi comprende 4 comuni della provincia di Prato: Prato, Vaiano, Vernio e Cantagallo.


    Sede vescovile è la città di Prato, dove si trova la cattedrale di Santo Stefano. Nella stessa città sorgono anche le basiliche minori di Santa Maria delle Carceri e dei Santi Vincenzo e Caterina de' Ricci.


    Il territorio si estende su 287 km² ed è suddiviso in 85 parrocchie, che dal 29 novembre 2006 sono state raggruppate in 7 vicariati: Prato centro, Prato est, Prato ovest, Prato sud-est, Prato sud-ovest, Prato nord e Val di Bisenzio.


    Storia


    La pieve di Santo Stefano di Prato è documentata per la prima volta nel X secolo, anche se probabilmente la sua origine è anteriore. La sua importanza ed il desiderio di autonomia dalla giurisdizione del vescovo di Pistoia crebbero mano a mano che il castrum di Prato si trasformava in libero comune fortificato. Nel corso dei secoli successivi infiniti furono i motivi di discordia fra il prevosto di Santo Stefano ed i vescovi pistoiesi.


    Nel 1133 papa Innocenzo II concesse alla pieve di Santo Stefano l'immediata soggezione alla Santa Sede,[1] «salvo il rispetto di alcuni diritti/doveri propri della funzione episcopale, come l'ordinazione dei sacerdoti, l'amministrazione della cresima, la consacrazione di chiese, che vennero lasciati ai presuli pistoiesi».[2]


    All'inizio del XV secolo, su istanza della signoria di Firenze, furono intavolate le trattative per l'erezione di una diocesi a Prato, con il consenso del papa dell'obbedienza pisana Alessandro V. Ma la morte del papa impedì la pubblicazione della bolla. Tuttavia, papa Pio II, con la bolla Etsi cunctae del 5 settembre 1463,[3] eresse la collegiata di Santo Stefano in prepositura nullius dioecesis, immediatamente soggetta alla Santa Sede e dunque completamente indipendente dalla giurisdizione dei vescovi pistoiesi. A causa di nuovi conflitti con Pistoia, l'esenzione fu confermata da papa Paolo III nel 1543.[4]


    La prepositura nullius fu data in commendam ad alte personalità, soprattutto della famiglia Medici, tra le quali si annoverano due futuri papi, Leone X e Leone XI, tre cardinali e un granduca di Toscana.


    Il culmine del suo cammino di indipendenza la Chiesa pratese lo ottenne il 22 settembre 1653, quando fu eretta la diocesi con la bolla Redemptoris nostri di papa Innocenzo X, contestualmente unita aeque principaliter alla diocesi di Pistoia e resa suffraganea dell'arcidiocesi di Firenze. «Più che di una vittoria si trattò di un compromesso, dal momento che la dignità episcopale pratese fu riassunta nella contitolarità della nuova diocesi di Prato e Pistoia, rimanendo di fatto in quest'ultima città la sede diocesana e limitato al solo distretto urbano il territorio soggetto alla cattedrale pratese.»[2]


    Infatti, originariamente e fino a tutto l'Ottocento, la diocesi comprendeva le sole parrocchie che si trovavano all'interno delle mura trecentesche. Nonostante la ristrettezza dei confini, nel 1682 il vescovo Gherardo Gherardi eresse il seminario diocesano a Prato, prima ancora di istituirlo a Pistoia, dove i vescovi avevano la loro residenza abituale.


    Il seminario pratese formò un'élite di sacerdoti, che si distinse in modo particolare nell'Ottocento. Infatti, molti dei vicari generali, tutti di origine pratese, formatisi nel seminario, assunsero in seguito la carica di vescovi nelle diocesi della Toscana; tra questi si devono ricordare Ferdinando Baldanzi, vescovo prima a Volterra e poi a Siena, Giovanni Benini a Pescia, Giuseppe Targioni a Volterra, Giovanni Pierallini a Colle Val d'Elsa e poi a Siena, e Giovacchino Limberti a Firenze.


    Nel settembre 1916 la diocesi di Prato fu ingrandita in forza del decreto Ex officio divinitus della Congregazione Concistoriale, con l'incorporazione di 27 parrocchie della diocesi di Pistoia[5], e di 12 dell'arcidiocesi di Firenze[6].


    Con queste modifiche, alla diocesi fu assegnata la giurisdizione ecclesiastica su tutto il territorio comunale pratese, che all'epoca comprendeva anche il territorio di Vaiano, diventato comune autonomo nel 1949. «Da nove parrocchie, quelle ancora del periodo ricciano, si passò a 48, con cinque vicariati extraurbani; i sacerdoti da 60 divennero 104, i regolari da 14 a 24, le case religiose da 11 a 16, la popolazione raggiunse i 60.000 fedeli; molto significativo anche l'aumento delle religiose che nel 1951 avrebbe raggiunto le trenta comunità con 308 presenze.»[2]


    Prato ebbe per la prima volta un proprio vescovo residente, Pietro Fiordelli, con la separazione definitiva da Pistoia, avvenuta il 25 gennaio 1954 con la bolla Clerus populusque di papa Pio XII.


    Nell'ottobre del 1975 la diocesi si è ampliata, mediante l'incorporazione di 12 parrocchie nei comuni di Cantagallo e Vernio che erano appartenute alla diocesi di Pistoia.[7]


    Istituzioni culturali diocesane


    La diocesi, ricca di storia e di arte, comprende le seguenti istituzioni culturali.[8]


    L'archivio storico diocesano, istituito nel 1981 con sede nel seminario vescovile, raccoglie il materiale archivistico della curia diocesana, del capitolo della cattedrale, della cappella musicale del duomo, del seminario vescovile, di 61 fra pievi e chiese del territorio, e di altre istituzioni legate alla diocesi pratese. I fondi più importanti sono quelli della curia e del capitolo, che comprendono, tra le altre cose, oltre 480 pergamene e 34 codici corali liturgici di notevole valore storico e artistico.
    Assieme all'archivio, nel 1981 venne istituita anche la biblioteca dell'archivio storico diocesano, costituita da diversi fondi, per quasi 35.000 volumi, e una fototeca formata da oltre 12.000 pezzi. Fa parte di questa biblioteca anche il fondo librario della "Società pratese di storia patria", costituito da oltre 200 testate di periodici e di riviste e circa 2.000 volumi di fonti storiche, soprattutto medievali.
    Costituisce una biblioteca distinta la biblioteca del seminario, costituita da circa 40.000 volumi con 260 miscellanee. La biblioteca ha un suo particolare valore storico per la presenza di oltre 3.000 volumi antichi, anteriori al XV secolo.
    La Biblioteca Roncioniana è nata nella prima metà del XVIII secolo e fin dall'inizio, per volere del suo fondatore, il nobile pratese Marco Roncioni, fu aperta al pubblico e affidata a uno dei canonici della cattedrale. È costituita da 50.325 volumi, di cui 35 incunaboli e 1.290 cinquecentine. Ha sede nello storico palazzo Roncioni, da cui prende il nome.
    Il museo dell'Opera del Duomo è stato fondato nel 1967 in alcuni ambienti del palazzo vescovile e ampliato in più tempi per ospitare opere provenienti dalla cattedrale di Santo Stefano e dal territorio diocesano. L'attuale percorso museale comprende anche gli affreschi di Filippo Lippi all'interno del duomo, l'area archeologica sottostante il palazzo dei vescovi e il chiostro romanico della seconda metà del XII secolo.
    Il museo di pittura murale nasce nel 1974 nei locali del convento di San Domenico per accogliere una serie di affreschi staccati, graffiti e sinopie provenienti da chiese e edifici privati cittadini, che cinque anni prima avevano fatto parte della mostra "Due secoli di Pittura Murale". Fu il primo museo italiano di questo genere e nel 1990 è entrato a far parte dei musei diocesani. Comprende anche paramenti, argenti e reliquiari del convento domenicano.
    A Figline di Prato è stato istituito nel 1973 un piccolo museo diocesano nella locale pieve di San Pietro, costituito da suppellettile sacra, alcuni dipinti e materiale di scavo.
    Un altro museo diocesano si trova a Vaiano nella badia di San Salvatore, con suppellettile sacra, materiale di scavo con resti del corredo recuperato nelle tombe altomedievali e longobarde scoperte sotto il pavimento della chiesa e del chiostro, alcuni quadri e due pregevoli cibori rinascimentali.

    Fonte: wikipedia

  2. #2
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    Cronotassi

    Prevosti di Prato

    Carlo di Cosimo de' Medici † (1463 - 29 maggio 1492 deceduto)
    Giovanni di Lorenzo de' Medici † (26 giugno 1492 - 1501 dimesso, poi eletto papa con il nome di Leone X)
    Oddo Altoviti † (1501 - 12 novembre 1507 deceduto)
    Niccolò Ridolfi † (1507 - 31 gennaio 1550 deceduto)
    Pier Francesco Riccio † (1550 - 1564 deceduto)
    Ludovico Beccatelli † (luglio 1564 - 17 ottobre 1572 deceduto)
    Onofrio Camaiani † (1572 - 28 aprile 1574 deceduto)
    Ferdinando I de' Medici † (1574 - 1587 dimesso)
    Alessandro de' Medici † (1588 - 1º aprile 1605 eletto papa con il nome di Leone XI)
    Filippo Salviati † (1605 - 12 agosto 1619 nominato vescovo di Sansepolcro)
    Carlo de' Medici † (1619 - 1653 dimesso)

    Vescovi di Prato

    Pietro Fiordelli † (7 luglio 1954 - 7 dicembre 1991 ritirato)
    Gastone Simoni (7 dicembre 1991 - 29 settembre 2012 ritirato)
    Franco Agostinelli (29 settembre 2012 - 15 maggio 2019 ritirato)
    Giovanni Nerbini, dal 15 maggio 2019

    Fonte: wikipedia

  3. #3
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    Statistiche

    La diocesi nel 2016 su una popolazione di 223.000 persone contava 196.500 battezzati, corrispondenti all'88,1% del totale.



    anno popolazione sacerdoti diaconi religiosi parrocchie
    battezzati totale % numero secolari regolari battezzati per sacerdote uomini donne
    1970 152.700 153.000 99,8 122 83 39 1.251 44 292 55
    1980 178.000 179.000 99,4 140 98 42 1.271 1 49 243 76
    1990 189.000 190.000 99,5 140 100 40 1.350 1 43 215 85
    1999 184.900 191.700 96,5 136 95 41 1.359 8 42 217 85
    2000 185.400 192.100 96,5 129 95 34 1.437 8 35 214 85
    2001 185.300 192.200 96,4 128 93 35 1.447 10 36 210 85
    2002 185.500 192.500 96,4 140 103 37 1.325 10 38 227 85
    2003 185.500 192.500 96,4 143 106 37 1.297 12 38 227 85
    2004 186.320 193.120 96,5 145 110 35 1.284 12 36 230 85
    2013 192.600 214.600 89,7 144 110 34 1.337 21 35 250 84
    2016 196.500 223.000 88,1 125 107 18 1.572 24 18 154 85

    Fonte: wikipedia

  4. #4
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    Vescovo di Prato

    Giovanni Nerbini (Figline Valdarno, 2 giugno 1954) è un vescovo cattolico italiano, dal 15 maggio 2019 vescovo di Prato.

    Biografia

    Nasce a Figline Valdarno, in provincia di Firenze e diocesi di Fiesole, il 2 giugno 1954.
    Formazione e ministero sacerdotale


    Dopo aver conseguito il diploma magistrale e il diploma universitario triennale in vigilanza scolastica, svolge la professione di insegnante dal 1973 al 1989.
    Nel 1989 entra nel seminario diocesano di Fiesole; a Firenze, presso la Facoltà teologica dell'Italia Centrale, frequenta il corso filosofico-teologico.
    Il 22 aprile 1995 è ordinato presbitero dal vescovo Luciano Giovannetti.
    Dopo l'ordinazione è vicario parrocchiale a Caldine, dal 1995 al 1997; parroco di Pelago, amministratore parrocchiale di Diacceto e moderatore di quell'unità pastorale, dal 1997 al 2007, quando è nominato parroco di San Leolino, Santa Maria Immacolata a Rignano sull'Arno e di San Clemente a Sociana e moderatore dell'unità pastorale di Rignano sull'Arno.
    Nel 2015 il vescovo Mario Meini lo nomina vicario generale della diocesi di Fiesole.
    Nel 2019, dopo la nomina a vescovo, il sindaco di Rignano sull'Arno Daniele Lorenzini lo propone per il premio delle Tre Corone d'Oro, la massima benemerenza della città.[1]


    Ministero Episcopale

    Il 15 maggio 2019 papa Francesco lo nomina vescovo di Prato[2]; succede a Franco Agostinelli, dimessosi per raggiunti limiti di età. Il 30 giugno successivo riceve l'ordinazione episcopale, nella cattedrale di Fiesole, dal cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo metropolita di Firenze, coconsacranti i vescovi emeriti di Prato Franco Agostinelli e Gastone Simoni. Il 7 settembre seguente prende possesso della diocesi. L'8 settembre, durante il corteggio storico, si affaccia al pulpito della cattedrale per ostendere pubblicamente la reliquia del Sacro Cingolo di Maria ed impartire la sua prima benedizione alla città di Prato.

    Fonte: wikipedia

  5. #5
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    Chiese di Prato

    Elenco completo delle chiese di Prato

    Chiese del centro di Prato

    Cattedrale di Santo Stefano in piazza del Duomo
    Pulpito esterno
    Sacra Cintola
    Chiesa di Sant'Agostino in piazza Sant'Agostino
    Cappella di Sant'Anna in via San Bonaventura
    Oratorio di Sant'Antonio abate in piazza Sant'Antonino
    Oratorio di Sant'Ambrogio (sconsacrato) in piazza Mercatale
    Chiesa di San Bartolomeo in piazza Mercatale
    Ex-Monastero di Santa Caterina in via Santa Caterina
    Chiesa di Santa Chiara
    Monastero di San Clemente in via San Vincenzo
    Oratorio della Compagnia del Pellegrino in via del Pellegrino
    Oratorio della Compagnia di Santa Trinita (sconsacrata) in via Santa Trinita
    Chiesa di San Domenico in piazza San Domenico
    Chiesa di San Fabiano in via Di Gherardo
    Chiesa di San Francesco in piazza San Francesco
    Chiesa di San Jacopo (sconsacrata) in via San Iacopo
    Oratorio della Madonna del Buon Consiglio in via G. Garibaldi
    Santuario della Madonna del Giglio in via San Silvestro
    Oratorio di San Marco (sconsacrato) in piazza San Marco
    Chiesa di Santa Margherita
    Basilica di Santa Maria delle Carceri in piazza delle Carceri
    Chiesa di Santa Maria in Castello (sconsacrata) in piazza Sant'Antonino
    Chiesa della Misericordia in via Convenevole
    Monastero e chiesa di San Niccolò in piazza Cardinale Niccolò
    Chiesa di San Pier Forelli in via Santa Caterina
    Oratorio di San Sebastiano in piazza San Domenico
    Ex-Spedale del Santo Sepolcro in via San Giovanni
    Chiesa dello Spirito Santo in via Silvestri
    Basilica dei Santi Vincenzo e Caterina de' Ricci in piazza San Domenico angolo via San Vincenzo

    Chiese fuori dal centro di Prato

    Chiesa di Sant'Anna in Giolica in via Sant'Anna
    Chiesa dell'Annunciazione
    Chiesa di Sant'Antonio a Reggiana
    Chiesa dell'Ascensione
    Convento francescano di Bethlehem
    Oratorio di San Bartolomeo in via Cava
    Chiesa dei Cappuccini in via Diaz / Salita dei Cappuccini
    Chiesa di Gesù Divino Lavoratore
    Chiesa di Santa Cristina a Pimonte in via degli Ori
    Chiesa di San Giovanni Battista a Maliseti
    Chiesa di San Giovanni Bosco
    Chiesa di San Giuseppe sul viale Montegrappa 57
    Chiesa dell'Immacolata Concezione
    Chiesa di San Lorenzo a Pizzidimonte
    Chiesa di San Luca Evangelista alla Querce
    Santuario della Madonna del Soccorso in piazza Santa Maria del Soccorso
    Chiesa della Madonna dell'Ulivo
    Chiesa di Santa Maria Assunta a Narnali
    Chiesa di Santa Maria della Pietà in piazza Santa Maria della Pietà
    Chiesa di Santa Maria dell'Umiltà
    Oratorio di Santa Maria Maddalena dei Malsani in via Firenze
    Chiesa dei Santi Martiri
    Chiesa di San Paolo
    Chiesa di San Pietro a Grignano in via Arcivescovo Limberti
    Chiesa di Regina Pacis
    Chiesa di Santa Rita alle Fontanelle
    Chiesa della Resurrezione
    Chiesa della Sacra Famiglia
    Chiesa del Sacro Cuore di Gesù

    Chiese nelle frazioni di Prato

    Chiesa di Santa Maria a Cafaggio (Cafaggio)
    Chiesa di Santa Maria a Capezzana (Capezzana)
    Chiesa di San Paolo a Carteano (Carteano)
    Chiesa di San Biagio a Casale e Oratorio della Compagnia del Corpus Domini (Casale)
    Chiesa di San Giorgio a Castelnuovo (Castelnuovo)
    Chiesa di San Biagio a Cavagliano
    Chiesa di San Michele a Cerreto (Cerreto)
    Chiesa di San Bartolomeo a Coiano (Coiano)
    Oratorio di San Martino a Coiano (Coiano)
    Pieve di San Pietro a Figline (Figline di Prato)
    Pieve di Santa Maria a Filettole (Filettole)
    Chiesa di San Pietro a Galciana e Parrocchiale di San Pietro (Galciana)
    Sala delle Assemblee dei Testimoni di Geova (Galciana)
    Chiesa di San Martino a Gonfienti (Gonfienti)
    Convento e chiesa di San Francesco in Palco (Il Palco)
    Chiesa di Sant'Andrea a Iolo (Iolo)
    Chiesa di San Pietro a Iolo (Iolo)
    Chiesa di San Pietro a Mezzana (Mezzana)
    Chiesa di San Martino a Paperino (Paperino)
    Chiesa di San Giorgio a Colonica (San Giorgio a Colonica)
    Chiesa di San Giusto in Piazzanese (San Giusto)
    Pieve di Sant'Ippolito in Piazzanese (Sant'Ippolito)
    Pieve di Santa Maria a Colonica (Santa Maria a Colonica)
    Chiesa di Santa Lucia (Santa Lucia)
    Chiesa di Santa Maria Maddalena (Tavola)
    Chiesa di San Silvestro a Tobbiana (Tobbiana)
    Chiesa di Sant'Andrea a Tontoli
    Chiesa della Santissima Trinità a Viaccia
    Chiesa di San Martino a Vergaio (Vergaio)

    Fonte: wikipedia

  6. #6
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    Duomo di Prato



    La cattedrale di Santo Stefano è il principale luogo di culto cattolico della città di Prato, situato in Piazza del Duomo. Nel luglio 1996 papa Giovanni Paolo II l'ha elevata alla dignità di basilica minore.[1] All'interno si trova il più importante ciclo di affreschi di Filippo Lippi, all'esterno il pulpito esterno costruito da Michelozzo e decorato da Donatello,

    Storia

    La Cattedrale è una delle più antiche chiese di Prato. Testimoniata già a partire dal X secolo come pieve di Santo Stefano, ma esistente almeno dal VI secolo era la chiesa principale di Borgo al Cornio, il primitivo insediamento pratese. Ristrutturata dal X al XV secolo, appare unitaria per l'equilibrata purezza dei volumi e la vibrante bicromia dei paramenti esterni, in alberese e marmo verde di Prato (serpentino).


    La struttura attuale risale ad un periodo di ricostruzione iniziato nel XII secolo. A quel secolo risalgono le fiancate ed il chiostro romanico. A partire dai primi anni del XIII secolo fu iniziata la costruzione del campanile da parte di Guidetto da Como, tranne l'ultima cella in alto conclusa nel 1356. Nel corso del Trecento, per la crescente popolarità della reliquia della Sacra Cintola (in città dal 1141 secondo la tradizione), l'edificio venne allargato: nella prima metà del secolo fu costruito il transetto (forse su progetto di Giovanni Pisano), e nella seconda metà venne eretta la Cappella della Cintola ed iniziata la costruzione della nuova facciata conclusa solo nel 1456. Gli edifici che si trovavano davanti alla facciata, inoltre, vennero demoliti per poter creare una nuova, larghissima piazza, per ospitare la folla in occasione delle ostensioni della sacra reliquia.

    Descrizione


    Esterno


    Esterno della cattedrale


    Antica facciata del Duecento


    Andrea della Robbia, Madonna fra i Santi Stefano e Lorenzo, lunetta del portale della facciata


    Orologio
    Nonostante le aggiunte e modifiche avvenuto nel corso di numerosi secoli, l'aspetto esterno del Duomo risulta unitario e armonico. Tanto all'esterno quanto all'interno l'architettura della cattedrale è connotata da accentuati effetti policromi, ottenuti con la giustapposizione tra elementi in alberese o marmo bianco e quelli in verde di Prato.


    Facciata
    La prima facciata duecentesca, in parte visibile sotto quella attuale attraverso un'intercapedine, è opera di Guidetto. Ricostruire il disegno originale della facciata, caratterizzata da un paramento liscio d'alberese nella parte inferiore e bicromo in quella soprastante, è quasi impossibile a causa dell'esiguo numero di elementi sopravvissuti: era coronata da archetti pensili forse poggianti su due paraste d'angolo; mentre protomi leonine segnavano l'innesto degli spioventi delle navate laterali. Essa era completata plausibilmente da un unico portale sormontato da una bifora e da due finestrelle arcuate.


    L'attuale facciata a salienti tardo gotica (1386-1457) opera di Niccolò di Piero Lamberti detto il Pela è costruita in Pietra alberese e marmo verde di Prato a rendere la caratteristica bicromia bianco-verde. Presenta un solo portale ed un orologio al posto del rosone. Fu edificata a ridosso, ma non adiacente, alla vecchia: nello spazio rimasto è stato realizzato un corridoio che porta al pulpito esterno.


    Sulla lunetta sopra la porta principale venne posta una terracotta invetriata di Andrea della Robbia, raffigurante la Madonna fra i Santi Stefano e Giovanni (protettori rispettivamente di Prato e di Firenze).


    Orologio
    Realizzato attorno alla metà del Quattrocento, questo orologio era dotato di un fantoccio-bambino che batteva le ore, già documentato in un testo del 1480, redatto in occasione della sua riparazione. Aggiustato e sostituito nelle sue parti già nel corso dei due secoli successivi, l'orologio fu definitivamente rimpiazzato da un nuovo congegno creato nel 1795 dall'orologiaio pratese Domenico Magheri, come testimonia la targa apposta sul telaio, che recita: «A.M. D.P. Dominicus Magheri Pratensis fecit Anno Domini 1795 – volat ambiguis volubilis alis hora». Il dispositivo originale è oggi conservato in loco dentro una teca di plexiglas. Il quadrante della facciata presenta ancora scolpite le 24 cifre romane relative all'orologio quattrocentesco, per quanto oggi coperte da 12 cifre romane in bronzo a rilievo. Il quadrante all'interno del Duomo, sulla contro-facciata, mostra, invece, la numerazione alla romana, con 6 sole cifre.


    Fianco destro
    Sul fianco destro, ristrutturato intorno al 1160, sono due portali arricchiti da intarsi (con simboli non ancora decodificati) e lo slanciato campanile a torre dei primi del Duecento (progettato dal maestro Guidetto), che in origine fungeva da cavalcavia. Alleggerito da bifore che divengono molto ampie nel penultimo ordine, è concluso da una aerea cella gotica a grandi trifore, aggiunta nel Trecento, come il compatto blocco in pietra alberese del transetto, che si appoggia al campanile. La cella campanaria, piana, fu da ispirazione per quello fiorentino che, secondo il progetto giottesco, era previsto con guglie.


    Sempre sul lato destro della chiesa è presente una piccola ed essenziale meridiana che indica il mezzogiorno solare apparente ai solstizi, costituita unicamente dallo gnomone (falsostilo) e dalla linea meridiana.


    La porta esterna accanto al campanile ha una macchia rossa nella lunetta sopra il portale. La leggenda vuole che si tratti del sangue uscito dalla mano mozzata a un tal Musciattino pistoiese che nel medioevo cercò di rubare la reliquia del Sacro Cingolo, ma che venne catturato e punito con il taglio delle mani. Una mano allora volò miracolosamente verso la cattedrale, macchiando per sempre i marmi nel punto dove aveva battuto.


    Il campanile


    Il campanile
    La torre campanaria è l'edificio più alto di Prato. La prima torre risale al 1160 e si inserisce nel prospetto simmetrico del fianco meridionale della chiesa.


    Al 1211 risale la stesura del contratto, rogato "in claustro Sancti Stefani", con il quale si affidò a Guidetto da Como, maestro marmorario di san Martino a Lucca, l'incarico di portare a compimento i lavori della pieve e tra questi il campanile; la scrittura non lascia dubbi sulla corrispondenza tra G. e il "marmolarius" operante a Prato giacché, dalla lettura, si ricava che questi si riservò di tornare a Lucca per quattro volte all'anno, con il probabile scopo di verificare i progressi ivi compiuti dai suoi collaboratori[2]. Guidetto, attorno al 1220, completò la parte superiore con quattro livelli. Nel Trecento, fu necessario innalzare il campanile di un ulteriore piano dopo la costruzione del transetto. I lavori terminano nel 1356 e da allora la struttura non è più stata modificata ed è la stessa che vediamo anche oggi. La scala interna si compone di 177 gradini. È stato restaurato nel 2010.


    Pulpito di Donatello


    Donatello e Michelozzo, pulpito esterno (1428-1438)
    Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Pulpito del Duomo di Prato.
    Il pulpito esterno, costruito da Michelozzo e decorato da Donatello, fra il 1428 e il 1438. Il pulpito fu creato per l'ostensione pubblica dell'importante reliquia della Sacra Cintola della Madonna, che ancora oggi si mostra per Natale, Pasqua, il 1º maggio, il 15 agosto e, nelle forme più solenni, l'8 settembre, festa della Natività di Maria. Sul capitello in bronzo dorato del pulpito una serie di cornici concentriche in marmo bianco accentuano l'effetto centrifugo del pulpito, il cui parapetto (l'originale è nel vicino Museo) simula un tempietto dentro il quale gruppi di angeli intrecciano vivaci girotondi e balli come la farandòla; l'elegante baldacchino a ombrello corona il pulpito.


    Interno


    Interno
    Navate
    L'interno della cattedrale di santo Stefano è a pianta a croce latina e, malgrado i numerosi interventi, presenta un aspetto complessivamente unitario; le tre navate romaniche, del primo Duecento, sono divise da ampie arcate su preziose colonne in serpentino verde con raffinati capitelli, opera di Guidetto da Como. Sopra le arcate le pareti riprendono l'alternanza del colore nelle fasce di alberese e marmo verde. La volta della navata centrale è a botte lunettata ed è stata realizzata nel XVII secolo su progetto di Ferdinando Tacca; coeve sono le barocche cornici interne delle finestre.


    Sotto la penultima arcata tra la navata centrale e la navata laterale di sinistra, si innalza l'elegante pulpito rinascimentale in marmo bianco (1469-1473), dall'esile forma a calice, con base arricchita da sfingi, realizzate da Maso di Bartolomeo e da Pasquino da Montepulciano. Il parapetto ha pregevolissimi rilievi di un pittoricismo vibrante, opera di Antonio Rossellino e Mino da Fiesole, con l'Assunta, Storie di Santo Stefano e Storie del Battista. Lo fronteggia, nella navata opposta, un bellissimo candelabro in bronzo di Maso di Bartolomeo, del 1440, in forma di vaso allungato dal quale escono sette carnosi steli vegetali. Il modello di bronzo è adesso esposto a Boston al Museum of Fine Art[3]. Maso realizzò anche il vicino terrazzo interno, in controfacciata, che ha sul fondo una pregevole Assunta di David e Ridolfo del Ghirlandaio.


    Di fronte alla Cappella del Sacro Cingolo è un piccolo Crocifisso ligneo di forte espressività, è molto probabilmente l'opera nota di Giovanni Pisano.


    Transetto


    Transetto
    Saliti pochi scalini la chiesa antica si dilata nel vasto transetto trecentesco, tradizionalmente attribuito a Giovanni Pisano, che è in ogni caso opera geniale del suo ambito (forse di un allievo di Nicola Pisano). Nel transetto le cinque altissime volte a crociera hanno naturale conclusione nelle altrettante cappelle absidali, divise da alti semipilastri a fasce, con notevoli peducci figurati.


    Il presbiterio, nella sua attuale conformazione, è stato realizzato nel 2012 dallo statunitense Robert Morris. Sono sue opere i tre arredi principali: la cattedra vescovile, con seduta in marmo di Carrara e schienale in bronzo, situata sopra la scalinata; l'altare maggiore, situato ad una quota più bassa, sotto l'arco trionfale e costituito da un unico blocco di marmo di Carrara avente la forma di parallelepipedo; l'ambone, interamente in bronzo, caratterizzato da una forma a mantello e da alcune pietre alla base, che vogliono così richiamare il martirio di santo Stefano. Alle spalle del nuovo presbiterio, si trova l'altare maggiore barocco in marmi policromi, sormontato dall'imponente Crocifisso bronzeo di Ferdinando Tacca (1653)


    Sulla destra del transetto è il tabernacolo rinascimentale della Madonna dell'Olivo, dei fratelli Da Maiano: la Madonna col Bambino (1480) in terracotta, preziosa nelle forme piene, è opera del celebre Benedetto.


    La ricca balaustrata presbiteriale in marmi policromi, secentesca, riutilizza alcune lastre rinascimentali con stemmi e cherubini dell'antico coro, e dà accesso alle cappelle.


    Nel transetto sinistro sul portale d'ingresso della Sagrestia è collocato il Monumento funebre a Carlo de' Medici, scultura in marmo di Vincenzo Danti del 1564.


    Cappelle del transetto


    Cappella Maggiore
    Gli affreschi di Filippo Lippi
    Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Storie di santo Stefano e san Giovanni Battista.
    Le pareti della cappella maggiore sono affrescate con Storie di Santo Stefano e San Giovanni Battista, concluse nel 1465, il più celebre ciclo di fra Filippo Lippi. Di concezione monumentale, le figure – con molti vivaci ritratti - sono avvolte in vaporosi panneggi e rese leggere dalla luminosità della pennellata e dall'assenza di contorni netti, e si inseriscono in scenografiche prospettive. In basso, sulla sinistra, sono le Esequie di santo Stefano, ambientate in una basilica paleocristiana, nelle quali il Lippi dipinse papa Pio II, imponente figura in vesti rosse, e all'estremità destra il proprio autoritratto. Di fronte, sulla parete opposta, uno scenografico salone ospita il Convito di Erode, con la composta, elegante Danza di Salomè, e la consegna della testa del Battista alla bella, fredda Erodiade (bellissimi i due giovani all'estremità destra). Anche la vetrata fu disegnata dal Lippi, sebbene ne sopravvivano solo alcune parti[4]. Al ciclo partecipò anche Fra Diamante.


    La vetrata
    La vetrata è composta da 9 pannelli rettangolari e, quale cimasa , da un lunettone a sesto acuto. Nei registri inferiori 9 santi entro edicole: a 1) Santa; b 1) Santa; c 1) Santa ( tre pannelli moderni; ; a 2) S. Paolo; b 2) S. Pietro; c 2) S. Andrea; a 3) S. Giovanni Battista, (contitolare della chiesa e protettore del dominio fiorentino); b 3) S. Stefano (titolare della chiesa) ; c 3) S. Lorenzo; abc 4) La Vergine Assunta consegna il sacro Cingolo. Il miracolo della sacra Cintola raffigurato nel lunettone , episodio nodale della vetrata, appartiene alla religiosità della cittadinanza pratese che venera la cintura conservata nella cattedrale.


    Le scelte iconografiche della vetrata sono intimamente correlate al programma iconografico svolto negli affreschi dedicati alle Storie di S. Stefano (parete destra) e Storie di S. Giovanni Battista (parete sinistra). Ai lati della vetrata sono affrescati S. Alberto, fondatore dell’ordine carmelitano e S. Giovanni Gualberto, fondatore dell’ordine vallombrosano.


    La commissione di tale ciclo, inizialmente offerta all’Angelico e da lui rifiutata, venne affidata al Lippi cui nel 1542 venne assegnata l’allogazione contemporanea sia degli affreschi che della vetrata. I vari successivi spostamenti dei ponteggi all’interno della cappella risultanti dai documenti permettono di ricostruire le fasi dei lavori: nel 1456 l’impalcatura dei ponteggi venne una prima volta abbassata alla quota del registro mediano, segno evidente che la dipintura dei riquadri superiori era conclusa. Successivamente, sospesi i lavori (sospensione dovuta secondo la giustificazione ufficiale alla mancanza di fondi, ma forse provocata dalle drammatiche vicende personali dell’artista), il Lippi si impegnò in altre commissioni. Altri due spostamenti dei ponteggi sono registrati nel 1461 e nel 1464; e l’anno successivo, alla fine del 1465, le impalcature vennero definitivamente smontate[5].


    A sostituzione di una vetrata commissionata nel 1413 a Niccolò di Piero Tedesco su cartoni di Lorenzo Monaco e raffigurante una Maiestas Domini, l’esecuzione della nuova vetrata su disegno del Lippi venne affidata a Ser Lorenzo di Antonio da Pelago, "cappellano di San Pier Maggiore a Firenze", maestro vetraio assai apprezzato nell’ambiente fiorentino che aveva già collaborato negli anni precedenti alla realizzazione delle vetrate della tribuna di S. Maria del Fiore ( v. Firenze cattedrale 24). Un pagamento datato 16 luglio giugno 1452, riguarda un disegno per la figura di S. Stefano che fu portato da Prato a Lorenzo di Antonio che risiedeva a Firenze: " Et adì 16 lulglio [sic] per uno dì [Bernardo di Bandinello] andò a Firenze a Ser Lorenzo a portarlgli [sic] il disegnino di Santo Stefano per soldi [....] il dì L.--- S. 16". E ancora; dalle note documentarie risulta che il maestro vetraio venne pagato lire 1964, al costo di lire 14 per 76 braccia quadre equivalenti all’intera superficie della vetrata; pagamento che autorizza ad attribuirgli la esecuzione dell’intera vetrata.


    Che il grandioso pannello archiacuto della Assunta, pur dipendendo da celebri precedenti iconografici (tabernacolo in Orsanmichele, porta della Mandorla), vada ricondotto all’ideazione del Lippi, è ormai criticamente assodato; evidenti sono infatti le analogie compositive e stilistiche tra la vetrata e la tavola dello stesso soggetto eseguita verso il 1460 dalla bottega del Lippi e destinata probabilmente a S. Margherita di Prato. Il linguaggio del Lippi è ravvisabile anche nelle sottostanti figure di S. Lorenzo (assai prossimo al S. Girolamo della tavola di Torino) e di S. Stefano, ambedue caratterizzate da stilemi peculiari alle figure lippesche; mentre si avvertono disparità stilistiche con le altre figure di santi; figure esili, avvolte in ondosi mantelli di gusto tardogotico, e riconducibili quindi a Lorenzo di Antonio. Né appartengono alle quadrature del Lippi i baldacchini. La ipotesi avanzata dal Badiani che Lorenzo abbia riutilizzato parti della precedente vetrata gotica non convince il Martin, che giustamente attribuisce tale disparità stilistica al riuso da parte di Lorenzo di cartoni immagazzinati nella sua bottega. Nel perseguire l’evoluzione della quadratura a baldacchino nella vetrata iconica la Del Nunzio puntualizza il ruolo di Lorenzo in tale evoluzione: .".. i baldacchini di Lorenzo...già palesano i sintomi di modificazioni strutturali: sebbene ancor memori di quelli del Ghiberti, i tabernacoli mostrano un’enumerazione degli elementi del lessico gotico più ridotta, non esuberante e limitata alle strutture primarie verticali".[6]


    Cappelle Laterali
    A destra, la cappella Vinaccesi conserva un notevole Cristo deposto duecentesco, ed è ornata da pregevoli affreschi ottocenteschi del pratese Alessandro Franchi, studiatissimi nel disegno e dalla vivissima resa coloristica, di gusto "nazareno".


    Contigua è la cappella dell'Assunta, affrescata nel 1435-1436 da Andrea di Giusto Manzini e dal giovane Paolo Uccello con Storie della Vergine e di santo Stefano, completate da Andrea di Giusto nella parte inferiore, che mostrano una stravagante fantasia nelle scene incantate, con colori definiti e vivaci, eleganti grafismi, e architetture di gusto brunelleschiano.


    La contigua Cappella Manassei fu dipinta ai primi del Quattrocento con Storie di Santa Margherita e San Giacomo da un piacevole seguace di Agnolo Gaddi, mentre l'ultima cappella a sinistra, degli Inghirami, conserva un bel monumento funebre attribuito a Benedetto da Maiano e una vetrata del primo Cinquecento.


    Al capo sinistro del transetto si trova la cinquecentesca Cappella del Santissimo Sacramento, con una pala di Zanobi Poggini (1549) e la volta decorata nell'Ottocento.


    Cappella del Sacro Cingolo
    Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Cappella del Sacro Cingolo.


    La cappella del Sacro Cingolo
    La Cappella del Sacro Cingolo, la zona più sacra di tutta la città, è costituita dal prolungamento verso l'esterno della prima campata della navata laterale di sinistra. È costituita da un unico ambiente di due campate coperto con volta a crociera ed illuminato da un rosone circolare situato sulla parete fondale.


    Vi si conserva la Sacra Cintola, cioè la cintura che, secondo antiche tradizioni, fu donata a San Tommaso dalla Vergine durante l'Assunzione, e giunse a Prato nel XII secolo.


    La cappella, costruita nel 1386-1390, è affrescata con Storie della Vergine e della Cintola, ciclo di sorprendente unità figurativa, dipinto nel 1392-1395 da Agnolo Gaddi. Notevole è la sintetica veduta di Prato nell'affresco del Ritorno di Michele.


    L'elegante altare settecentesco, con rilievo di Emilio Greco, racchiude la Cintola, ed è coronato dalla marmorea Madonna col Bambino (1301 circa), capolavoro di Giovanni Pisano.


    La cappella è chiusa da una preziosa cancellata in bronzo, uno dei migliori esempi del genere conservatisi del Rinascimento, di Maso di Bartolomeo, Pasquino da Montepulciano e collaboratori, con quadrilobi e fregi di un fresco naturalismo.


    Cappella Musicale
    La Cappella musicale fu istituita nel 1535, ma dovette essere continuazione di una più antica, poiché nell'archivio storico del Comune si trova un libro di memorie della Cappella musicale dal 1418 al 1560. Il codice n. 389 della Biblioteca Roncioniana contiene documenti che la riguardano. I manoscritti, attualmente serbati nell'archivio del Capitolo della Cattedrale, sono per la maggior parte autografi e furono composti in genere dai maestri di Cappella, che professarono nel duomo di Prato con « l'obbligo di suonare l'organo di detta Cattedrale, fare le musiche secondo il solito, e d'insegnare gratis la musica ai giovani » della città.


    Organo maggiore
    L'organo a canne principale della cattedrale di santo Stefano è stato costruito nel 1966 dalla ditta organaria padovana dei Fratelli Ruffatti e dalla stessa restaurato nel 1998; nell'ambito di quest'ultimo intervento il Positivo corale, già nell'abside alle spalle dell'altare maggiore, è stato spostato nel braccio destro del transetto, a pavimento, ed ampliato.


    Lo strumento è a trasmissione elettronica installata nel 2000 al posto della precedente elettrica, possiede una consolle mobile indipendente con tre tastiere di 61 note ciascuna e pedaliera concavo-radiale di 32 note. Le canne sono situate in tre corpi distinti: due corpi gemelli, con mostra composta da canne di principale disposte in cuspide unica con ali laterali, situati su apposite cantorie nelle due campate estreme del transetto, ed uno a pavimento nel transetto destro privo di mostra. L'organo dispone di 51 registri per un totale di 3407 canne.[7]


    Organo della cappella del Sacro Cingolo
    Nella cappella del Sacro Cingolo si trova un secondo organo a canne, costruito nel 1588 da Cesare Romani e successivamente ampliato nel 1773 da Michelangelo Crudeli.[8]


    Lo strumento è caratterizzato dalla particolare collocazione, all'interno di un vano che si apre nella parete di destra della cappella e che è posto tra la cappella stessa e la sacrestia; in quest'ultimo ambiente trova luogo la consolle, costituita da un'unica tastiera di 45 note con prima ottava scavezza e pedaliera a leggio di 19 note, priva di registri propri e costantemente unita al manuale. I registri sono in totale 8: i cinque di ripieno originari (dal Principale 8' alla XXII) e i tre aggiunti da Michelangelo Crudeli nel XVIII secolo (Flauto in VIII 4', Nasardo 2.2/3' Soprani e Voce umana 8' Soprani).


    Opere già nel Duomo
    Filippo Lippi, Esequie di san Girolamo, oggi nel Museo dell'Opera del Duomo di Prato
    Bernardo Daddi, Storie della Sacra Cintola, oggi nel Museo civico di Prato
    Bernardo Daddi, Assunzione della Vergine oggi nel Metropolitan Museum of Art di New York

    Fonte: wikipedia

  7. #7
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    Pulpito del duomo di Prato



    Il pulpito del Duomo di Prato è un'opera di Donatello e Michelozzo, databile al 1428-1438. Composto in marmo, bronzo e tessere di mosaico, è collocato sul fianco sud-est della cattedrale di Prato (i rilievi originali sono oggi nel Museo dell'Opera del Duomo) e misura in altezza 210 cm senza il tetto; ciascuna formella misura invece 73,5x79.


    Dal pulpito si faceva e si fa tuttora l'ostensione pubblica dell'importante reliquia della Sacra Cintola della Madonna, che ancora oggi si mostra per Natale, Pasqua, il 1º maggio, il 15 agosto e, nelle forme più solenni, l'8 settembre, festa della Natività di Maria.


    Storia


    A conclusione di imponenti trasformazioni della pieve - attuale cattedrale - di Santo Stefano a Prato, avviate nel 1385 per la costruzione di una nuova facciata e della Cappella della Cintola, venne commissionato un pulpito esterno destinato all'ostensione della Sacra Cintola a Donatello e a Michelozzo (scultore, ma soprattutto architetto prediletto da Cosimo il Vecchio) in sostituzione di quello trecentesco, sul fianco della chiesa, di cui restano l'Assunta e altri rilievi nel Museo dell'Opera del Duomo.


    I due artisti presentarono un modello nel 1428 (il progetto architettonico si doveva soprattutto a Michelozzo, quello di rilievi e ornati principalmente a Donatello), ma i lavori iniziarono con lentezza, per i numerosi impegni dei due artisti, e nel 1433 - quando era completata solo la struttura architettonica del pulpito - fu necessario l'appoggio di Cosimo de' Medici per riportare a Firenze i due, che da un anno circa si trovavano a Roma. Appena rientrati venne fuso il ricco capitello bronzeo alla base del pulpito, su disegno di Donatello è opera di Michelozzo e Maso di Bartolomeo.


    Maso di Bartolomeo seguì nel periodo seguente il montaggio del pulpito e del raffinato baldacchino a ombrello che lo corona, mentre dal 1434, anno in cui fu stipulato un nuovo contratto, fino al 1438, quando fu inaugurata la struttura, Donatello fornì i rilievi del parapetto, lavorando nel contempo anche alla cantoria per il Duomo di Firenze, che ripropone una simile danza di putti alati. L'opera venne completata nell'estate del 1438 e nel settembre dello stesso anno venivano effettuati gli ultimi pagamenti a Donatello.


    Descrizione


    Il Pulpito, destinato esclusivamente alle ostensioni della Sacra Cintola, fu studiato in posizione angolare a far da cerniera tra il fianco romanico e la facciata tardo gotica della chiesa, e tra le due piazze nelle quali si raccoglievano i pellegrini. Lo spigolo della chiesa costituisce il basamento (che era previsto scanalato) del pulpito; vi poggia il capitello bronzeo, ricco di spunti decorativi, con ricordi classici, e concluso da un originalissimo angioletto che si affaccia, al centro, e sostiene le prime cornici marmoree soprastanti, a fasce concentriche progressivamente sporgenti, riccamente ornate. Le sormontano quindici mensole a voluta che sorreggono il piano del pulpito, accentuandone con la loro posizione radiale l'effetto rotatorio, centrifugo.


    Il parapetto in marmo bianco suggerisce le forme di un tempietto circolare sorretto da pilastrini binati che lo suddividono in sette riquadri (73,5x79 cm ciascuno), in ciascuno dei quali scoppia incontenibile una vivace danza di gruppi di angeli (ispirati ai putti-genietti dei sepolcri romani), la cui gioia per l'ostensione della Cintola si manifesta nella libertà dei gesti dal ritmo incalzante, resi pittoricamente grazie allo "stiacciato", che consente di suggerire complessi scorci prospettici, e al vibrare del mosaico del fondo, i cui riflessi di luce accentuavano l'effetto di movimento. La scelta del tema dei putti danzanti fu insolita. Alcuni la mettono in relazione ai Salmi 148-150, dove si invita a lodare Dio con cori e danze di bambini, altri la ricollegano ai cantori e angeli danzanti che fin dal XIII secolo erano associati ai temi dell'Assunzione o dell'Incoronazione della Vergine.


    Il Pulpito è concluso dallo slanciato, elegantissimo baldacchino a ombrello, con controsoffitto ligneo a riquadrature radiali (in origine dipinto in rosso, azzurro e oro).


    Stile


    Il rilievi del pulpito dimostrano ancora una volta la capacità di Donatello di far rivivere l'antico con un nuovo spirito.


    Il disegno dei rilievi del parapetto, facilmente apprezzabile grazie alla veduta ravvicinata, è da attribuire totalmente a Donatello, anche se l'esecuzione - condotta a più mani sulla stessa formella nella bottega dell'artista - non è sempre all'altezza dell'invenzione. Il maestro fiorentino, riprendendo in parte la soluzione adottata nella Cantoria oggi al Museo dell'Opera del Duomo di Firenze, ricreò una festosa danza di putti, ma nel caso di Prato usò un rilievo più sottile e più misuratamente aulico.


    Il capitello bronzeo


    I documenti riferiscono che la complessa fusione a cera persa del capitello (97x144 cm) fu effettuata da Michelozzo di Bartolomeo con l’aiuto dell’abile Maso di Bartolomeo. Fino dal 1425 Michelozzo era in società con Donatello, e probabilmente egli eseguì anche parte del modello dell’opera; la critica tende però ormai ad attribuire al solo Donatello il disegno del capitello, di un’originalità e esuberanza mai raggiunte nelle opere certe di Michelozzo. E sicuramente, oltre all’invenzione del disegno, va ricondotto direttamente a Donatello anche buona parte del modellato[1].


    Il contratto stipulato il 14 luglio 1428 da Michelozzo, anche a nome del socio Donatello, per la realizzazione del pulpito esterno destinato unicamente all’ostensione della sacra Cintola della Vergine, prevedeva di dare forma di pilastro scanalato allo spigolo della facciata della Pieve, in modo da sottolineare la sua funzione di basamento del previsto pulpito. Il pilastro doveva essere completato da “due spiritelli in luogho di gocciole, di grandeza di braccia due l’uno, ornati di fogliame”[2], probabilmente una sorta di capitello in marmo bianco o in pietra, ornato su ogni facciata da un grande putto alato (oltre un metro di larghezza) che doveva sostenere le prime cornici convesse alla base del pulpito, raccordandole al pilastro. I lavori, malgrado gli impegni presi, furono appena avviati negli anni successivi, e ripartirono concretamente solo dopo il forzato rientro da Roma di Donatello e Michelozzo, nel 1433, ottenuto grazie all’intervento di Cosimo de’ Medici.


    Solo nel 1438, però, il capitello fu fissato sul pilastro, parallelamente al montaggio del parapetto in marmo; subito dopo - il 3 settembre - il pittore fiorentino Piero Chellini venne pagato per aver dorato “a missione” il capitello (sono probabili resti di questo intervento le dorature rintracciate col recente restauro).


    L’opera però non era completata: mancava infatti il secondo lato del capitello, sul fianco meridionale del pilastro, che non fu però realizzato, probabilmente per l’alto costo. Si tornò sulla questione solo nel 1553, pensando di far fondere il lato mancante, ma il progetto non ebbe esito; il completamento fu riproposto un’ultima volta nel 1866, prima di abbandonare definitivamente l’idea.


    Restauro


    Dopo oltre 500 anni di esposizione all'esterno, i marmi del pulpito mostravano un gravissimo degrado, con trasformazioni irreversibili; perciò, nonostante le polemiche, nel 1970 i rilievi del parapetto furono sostituiti da calchi (quelli ancora presenti), collocando le sculture originali nel contiguo Museo dell'Opera del Duomo (dal 1972), in attesa del restauro. Dopo vari tentativi, intorno al 1995 l'Opificio delle Pietre Dure di Firenze mise a punto una metodologia innovativa, ma anche sicura e controllabile: la pulitura col laser a infrarossi, che eliminava incrostazioni e residui organici facendo riemergere la suggestiva patina rosata, forse frutto di antichi trattamenti protettivi, e recuperando leggibilità e unità. Concluso il restauro, nel 1999 è stato realizzato un nuovo supporto per i rilievi nel Museo dell'Opera, in una sala opportunamente predisposta e climatizzata.

    Fonte: wikipedia

  8. #8
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    Sacra Cintola



    La Sacra Cintola, chiamata anche Sacro Cingolo, è considerata la cintura della Madonna ed è la reliquia più preziosa di Prato, fulcro della religiosità cittadina. È custodita nell'omonima cappella del Duomo e l'8 settembre, Natività di Maria, viene esposta con particolare solennità[1] durante il Corteggio Storico.


    La Sacra Cintola è una sottile striscia (lunga 87 centimetri) di lana finissima di capra, di color verdolino, broccata in filo d'oro, gli estremi sono nascosti da una nappa su un lato e da una piegatura sul lato opposto (tenute da un nastrino in taffetà verde smeraldo), che la tradizione vuole che appartenesse alla Vergine Maria, che la diede a San Tommaso come prova della sua Assunzione in cielo.


    La cintola è un bene di tutta la città di Prato da quando nel 1348, si è stabilito che fosse di proprietà per 2/3 del Comune e per 1/3 della Diocesi, tre infatti sono le chiavi per aprire la custodia sotto l'altare: due detenute dal Comune ed una dalla Diocesi[2].


    La reliquia è ancora oggi conservata nella Cappella del Sacro Cingolo, affrescata interamente da Agnolo Gaddi con le Storia di Maria Vergine e della Cintola stessa. Sopra l'altare settecentesco dove viene conservata la reliquia è collocata la piccola ed elegante statua della Madonna col Bambino, opera di Giovanni Pisano (1301)[3][4][5].

    Storia


    Secondo la tradizione, San Tommaso, incredulo dell'assunzione in cielo della Madonna, volle aprirne il sepolcro ma vi trovò solo la cintura del suo abito, lasciata da Maria per confortare la sua fede. L'evento viene rappresentato simbolicamente in moltissime pale d'altare di cappelle dedicate a San Tommaso mostrando la Madonna che sale al cielo e la cintura che pende verso San Tommaso sembra simboleggiare il legame fra l'uomo e la Vergine. Tommaso, prima di partire per le Indie, affidò la reliquia ad un sacerdote di rito orientale, e da qui iniziò la trafila dei vari passaggi di mano, fino a quando non giunse in possesso di Michele Dagomari da Prato, mercante in soggiorno a Gerusalemme nel 1141, in dote per il matrimonio con la figlia Maria discendente del sacerdote che l'aveva in custodia.


    Michele nello stesso anno tornò in patria portando con sé la reliquia e la ripose in una cassapanca. Per custodirla meglio, decise di dormirci sopra ogni notte con grande sdegno dei religiosi quando vennero a saperlo. Nel 1173, in punto di morte, Michele rivelò l'importanza del suo tesoro e lasciò la reliquia nelle mani del magistrato civile e del preposto. L'anno dopo venne portata in duomo con una solenne processione e riposta all'interno dell'altare maggiore. In seguito a tale evento si avviarono una serie di trasformazioni e ampliamenti della chiesa fino a raggiungere l'aspetto odierno.


    A seguito di un tentativo di furto da parte di un pistoiese nel 1312, quand'era conservata ancora nell'altare maggiore, venne espropriata dal Comune e dalla Cittadinanza al controllo ecclesiastico diretto (attualmente solo una delle tre chiavi che la custodiscono è del vescovo) e posta all'ingresso del Duomo di Prato. Successivamente venne costruita una Cappella apposita sul fianco sinistro della chiesa, all'altezza della facciata. Più in generale, l'intero Duomo subì per questo parecchie modifiche fino al XV secolo[6].


    Il furto della reliquia


    La leggenda narra che il canonico, chierico secolare, Giovanni di ser Landetto da Pistoia, detto Musciattino abbia tentato di impadronirsi della reliquia della Sacra Cintola, per portarla nella propria città, il 28 luglio 1312[7]. Quando però uscì da Prato, si perse nella nebbia che avvolgeva la campagna circostante e, senza rendersene conto, tornò al punto di partenza. Credendo di essere giunto a Pistoia, gridò alle porte della città: "Aprite, aprite Pistoiesi: ho la Cintola de' Pratesi!".


    Secondo le cronache riportate sui documenti conservati nell'archivio comunale, il ladro venne così catturato dai canonici del Capitolo, processato sommariamente fu condannato al taglio della mano destra, e dopo essere stato legato alla coda di un asino e trascinato sul greto del fiume Bisenzio, venne arso vivo al rogo, dopodiché i resti del suo corpo furono buttati nel fiume[8].


    La sentenza di condanna pronunciata il 28 luglio 1312 riportava testualmente: “ ... et predicta fecit per furtum et robariam et majus sacrilegium committendo contra honorem et reverentiam Dei et beate Virginis Marie et dicte cinture et ecclesie, et contra honorem et statum et in pregiudicium comunis et populi terre Pratiet in diminutionem, detractionem et damnum et in vituperium honoris et jurisdictionis et gratie multorum honorum que provenerunt et proveniunt et provenire possunt comuni et populo terre Prati occasione dicte cinture. Venne applicata questa terribile punizione perché il furto fu considerato dal popolo, un reato politico, perpetrato non tanto “contro la riverenza di Dio e della beata Vergine Maria,” quanto “contro il bene pubblico, ed in pregiudizio del Comune e del popolo della Terra di Prato”. La sua sottrazione avrebbe intaccato infatti il prestigio e la specificità della città. L'origine del ladro e la destinazione della reliquia fecero pensare alle due potenti città vicine e nemiche di Prato, ossia Pistoia e Firenze[9].


    Secondo la tradizione popolare, si narra inoltre, che, dopo che gli fu mozzata la mano, la folla inferocita abbia scagliato l'arto tagliato verso la chiesa ("tirata, dopo l'esecuzione, or qua, or là dal popolo per dispregio"), cosicché esso abbia lasciato su una pietra del Duomo, una macchia di sangue a forma di mano[10].


    Tale segno è visibile ancora oggi, sulla pietra di marmo dell'angolo in alto a sinistra dello stipite della seconda porta (quella più vicina al campanile) del fianco destro del Duomo.


    Presumibilmente ad aver commissionato il furto fu invece Firenze (eterna rivale insieme a Pistoia), che oltre ad ambire ad un tesoro così importante, mirava a controllare Prato, che proprio grazie alla Sacra Cintola e ai pellegrinaggi, stava diventando sempre più importante, crescendo sia a livello economico che politico.


    Sta di fatto, che tra storia e leggenda, la vicenda di Musciattino è rimasta viva nei secoli a ricordare il significato emblematico che la reliquia del Sacro Cingolo ha avuto e ha per la comunità pratese[8][11].


    La rivolta del 1787
    Dopo il Sinodo di Pistoia di impronta giansenista del 1786, ci fu un tentativo da parte del vescovo di Prato e Pistoia Scipione de' Ricci di contrastare il culto delle reliquie. In particolare a Prato la curia episcopale progettava di rimuovere dalla Cattedrale l'altare dedicato al Sacro Cingolo della Vergine: la notizia, diffusasi nella primavera del 1787, provocò un forte tumulto popolare. La notte del 20 maggio 1787 la popolazione di Prato insorse, la Cattedra episcopale fu smantellata e gli insorti non risparmiarono nemmeno il palazzo vescovile che, assaltato, subì notevoli danni. Solamente l'intervento delle truppe granducali riportò la calma, evitando che l'opposizione al vescovo Ricci potesse degenerare in una più ampia insurrezione politica[9][1].


    L'ostensione


    La pubblica ostensione è citata per la prima volta in uno statuto del Comune di Prato del 1276-1279 al fine di regolarne l’ostensione pubblica in occasione della Pasqua e della Natività di Maria (8 Settembre).


    Uno statuto del 1297 conferma il desiderio di esercitare uno stretto controllo sulla reliquia, stabilendo che nessuno dovesse avvicinarsi a meno di tre braccia durante l’ostensioneAttualmente la Cintola viene mostrata ai fedeli, seguendo un preciso protocollo, cinque volte l'anno (8 settembre, Natale, Pasqua, primo maggio, 15 agosto) dal Pulpito di Donatello appositamente costruito sull'angolo destro della facciata della Cattedrale. La storia narra, come già detto in precedenza, che la Cintola venne donata alla pieve nel 1172, e che dopo un primo periodo di scetticismo, durante il quale venne tenuta nascosta, alla luce di vari “prodigi” avvenuti, venne mostrata al culto dei fedeli, e ben presto fu considerata il tesoro più prezioso dell’intera cittadinanza, tanto che la sua ostensione pubblica, dentro e fuori della chiesa, era regolata non soltanto dall’autorità religiosa, ma anche da quella civile, gli statuti del comune prevedevano infatti precise norme per la conservazione e l’ostensione, e le chiavi per estrarre la cintola dall’altare, erano ripartite, come ancora oggi, fra le due autorità. Gli statuti del 1297, ad esempio, vietavano di avvicinarsi a meno di tre braccia dal prelato che portava la Sacra Cintola durante l’esposizione, e stabilivano la presenza delle massime magistrature cittadine all’estrazione della reliquia dall’altare ed alla sua ostensione dimostrando in questo modo l’inscindibilità dell’aspetto civile e religioso Si deve alla volontà popolare l’ampliamento dell’antica pieve per dedicare uno spazio idoneo alla conservazione della reliquia. Fra il 1290 ed il 1336, fu creata la nuova grande piazza davanti all’attuale facciata, abbattendo molti edifici (fra cui il vecchio battistero posto di fronte alla pieve, alcune antiche dimore comunali, ed abitazioni di privati), comunicante con l’antica piazza della pieve situata lateralmente, dalla parte del campanile[12].


    La tradizione che perdura ancora oggi, di mostrare per tre volte la reliquia, entrando e uscendo dalle porte del pulpito di Donatello, deriva dall’uso di mostrare più volte la reliquia ai fedeli raccolti dentro e fuori della chiesa, affacciandosi rispettivamente all’esterno e all’interno dell’antico pulpito precedente a quello attuale, che si trovava sulla facciata laterale in prossimità del campanile.


    Alla fine de rito dell’ostensione del 25 dicembre, L ’antica tradizione pratese prevede un singolare “passaggio di consegne” tra la solennità del Natale e quella di Santo Stefano, patrono della Diocesi e della Città di Prato. Nella Cappella del Sacro Cingolo, il Vescovo e il clero dismettono le vesti bianche e indossano quelle rosse che la liturgia prevede per la festa dei martiri. In processione viene portata all’altare maggiore la reliquia del cosiddetto “Sasso” di Santo Stefano, che la tradizione vuole sia una delle pietre usate per lapidare il santo patrono.


    Le date


    Oggigiorno, essa viene mostrata pubblicamente (Ostensione) cinque volte all'anno, cioè:


    Natività di Maria (8 settembre), con particolare solennità[1] durante il Corteggio Storico
    Pasqua (tra il 22 marzo ed il 25 aprile)
    Natale (25 dicembre)
    mese dedicato al culto di Maria (1º maggio)
    Assunzione di Maria (15 agosto)


    La teca


    XI secolo: il cestino di giunchi


    Agnolo Gaddi, particolare dell'affresco che raffigura la prima teca, Cappella del Sacro Cingolo
    Il primo contenitore per la sacra Cintola sembra essere stato un cestino di giunchi, nel quale, secondo la tradizione, la reliquia giunse a Prato. È raffigurato più volte sia nella predella di Bernardo Daddi (1338) che nel ciclo degli affreschi della cappella, di Agnolo Gaddi. Questo oggetto di modeste dimensioni, è stato conservato insieme ad altre reliquie ed è annoverato in alcuni inventari: nel 1413 si descrive: “una capsectina d’abete coperchiata drentovi la sporta in che venne la cintola di Nostra Donna, involta in uno velo"; nel 1438 e nel 1477, si nomina una cassettina “quasi novam” che contiene la cesta; nel 1645 si dice che era ancora conservata nell’altare; dopo di che se ne perdono le tracce[13].


    XIV secolo: la cassetta in avorio
    Sembra invece che il primo reliquiario pratese, della seconda metà del XIV secolo, sia una cassettina in avorio dove la cintola veniva riposta avvolta in un velo. In un documento del 1312 si legge: “ vasellum eburneum ubi consuevit stare et conservari dicta cintura “ Il 4 aprile 1395 quando fu traslata in una nuova cappella, si legge che la reliquia veniva riposta “ in capsectina eius solita eburnea” a sua volta collocata “ in capsecta lignea ferrata “ a sua volta posta dentro il nuovo altare chiusa con uno sportello di legno rivestito in ferro, provvisto di quattro chiavi ripartite fra clero ed autorità civili. Ed ancora nel 1446 lo sportello viene rifatto in bronzo “bene e ottimamente gangherato”, e la cassettina d’avorio viene rinchiusa in un “forzierino” di bronzo con doppia chiusura[14].


    XVI secolo: la capsella di Maso di Bartolomeo


    Maso di Bartolomeo, Capsella della Cintola, Museo Diocesano di Prato


    Maso di Bartolomeo, Capsella della Cintola, Museo Diocesano di Prato
    Sempre nel 1446, furono commissionati un nuovo sportello ed un nuovo reliquiario a Maso di Bartolomeo, collaboratore di Donatello, che realizzò un vero capolavoro di oreficeria, la piccola Capsella della Sacra Cintola , che ha ospitato la reliquia fino al 1633. Si tratta di un prezioso scrigno in rame dorato, corno e avorio, su intelaiatura lignea, che rielabora il motivo donatelliano della danza di putti tra le colonne di un tempietto, con coronamento a robuste volute di gusto brunelleschiano. La precocissima assenza di caratteri gotici, ne fa probabilmente il primo manufatto di oreficeria totalmente rinascimentale. Questo prezioso cofanetto, restaurato nel 1572 ad opera di Francesco di Noferi, orefice in Prato, è stato utilizzato fino a quando, nel 1632 viene notato: “che la reliquia santissima del preciosissimo Cingolo della beata Vergine Maria in qualche parte si va recidendo, il che viene causato quando si fa la demostratione di essa nello spiegarla e ripiegarla, et ancora si va consumando nel farvi toccar sopra corone et altro” viene così ordinata la realizzazione di un altro contenitore. dal 1633 in questo cofanetto, conservato nell’altare, fu posta l’antica cestina di giunchi marini di cui successivamente si perde traccia[15].


    XVII secolo: la cassetta in argento


    Bottega di Salvestro Mascagni, 1633, Museo Diocesano di Prato
    Nel 1633 viene realizzata nella “Bottega di Salvestro Mascagni, orafo in Firenze”, dai suoi successori (forse dall’argentiere Bastiano Guidi), una cassetta d’argento “lunga quanto il preciosissimo Cingolo” dove poterla riporre senza piegature, la cassetta è lunga un braccio e un quarto, è alta un quarto, realizzata in lamina d’argento lavorata a sbalzo, bulino e cesello, con parti in fusione. Venne inoltre realizzata anche una cassetta di “rame inargentato”, di maggiori dimensioni, dove riporre la cassetta d’argento. Ma anche questa aveva l’inconveniente, già lamentato in precedenza, che, per ogni ostensione la reliquia doveva essere tolta dal suo contenitore, mostrata prendendola con le mani, e poi riposta[16].


    XVII secolo: la teca reliquiario


    Manifattura Milanese, 1638, Museo Diocesano di Prato
    Per ovviare a questo inconveniente, nel 1638 su probabile richiesta del proposto, il cardinale Carlo dei Medici, il granduca approvò l’acquisto di un reliquiario in cristallo da parte dell’Opera, mentre il segretario di Stato Domenico Pandolfini, si occupò di farlo eseguire per il tramite dell’ambasciatore del Duca di Milano, Alessandro Cella, e fu realizzato il nuovo raffinatissimo reliquiario della lunghezza di 90 cm con pareti in cristallo, dove poter riporre la Cintola ed esporla alla vista dei fedeli senza doverla rimuovere.


    Nello stesso anno (1638), sono registrati alcuni pagamenti che riguardano un orafo di Firenze, per aver aggiustato la custodia, ed un ottonaio “ per haver fatto una chiavicina d’ottone allo scatolino dove si dovevano rinchiudere le nappe e bottoni levate dalla Cintola” di questa scatolina e del suo contenuto, però non ne è più stata trovata traccia. Nel 1641 viene effettuato un intervento importante sul precedente reliquiario (la cassetta d’argento del 1633), che non veniva più usato “accrescere la lunghezza di circa un mezzo braccio, acciò si possa conservarvi dentro, il Sacro Cingolo con la sua detta custodia di cristallo” modificato nelle dimensioni, ed opportunamente ingrandito, è stato utilizzato, fino ad oggi, come contenitore per riporre il seicentesco reliquiario. L’opera realizzata a Milano, è in argento dorato, lavorato a fusione e sbalzo, rifinito a bulino e cesello, decorato all’esterno con foglie d’oro lavorate con smalti policromi, fissate alla teca stessa con piccoli perni. completato all’estremità da due ricchi terminali a volute contrapposte portanti al centro un elegante cherubino. Lavorato allo stesso modo sulle due facce, ha forma allungata e sostiene la specchiatura in cristallo molato, suddivisa in tre parti[17].


    Il sistema di apertura
    Il sistema di apertura della teca, molto ingegnoso, che non presenta serrature visibili, è spiegato in un’iscrizione ottocentesca, posta insieme ad una piccola chiave, in un contenitore d’argento. Vi si legge: “ la teca nella quale è rinchiuso il santo Cingolo di Maria Santissima, si apre come segue: nella parte posteriore della teca tenuta ritta nel suo piano sono due viti visibili una sopra e l’altra sotto nel mezzo della teca. A sinistra della medesima che è la destra di chi guarda, è una valvula o caterata la quale si spinge al basso per mezzo di una presa o morsa, piccola si ma visibile, e sotto questa valvula è il foro per il quale si introduce una chiave d’argento dorata, la quale si conserva nella cassa delle reliquie in una scatoletta di ebano. Tolte le viti e abbassata la valvula, introdotta la chiave e girata fino a muovere una molla interna, si alzi dalla parte della chiave il telaio che tiene fermi i cristalli, e la teca è aperta” la piccola chiave d’argento dorato, con la presa a tre lobi, che si conserva oggi, si dice sia quella consegnata nell’aprile del 1639 al Granduca, che volle fosse tenuta dalla sua consorte, e che poi è stata restituita alla curia e conservata dentro un astuccio nell’altare.


    Il restauro
    Nonostante il restauro effettuato a cura di Giuseppe Landini nel 1707, con l’uso che si è protratto per quattro secoli, una parte consistente delle decorazioni si è staccata ed è andata perduta. L’uso secolare aveva provocato evidenti danni alle minute decorazioni e per questo si decise per la sostituzione e il restauro. Quest’ultimo è stato curato dall’Opificio delle pietre dure di Firenze e si è concluso nel 2017. Durante l'intervento si è provveduto, anche mediante l'uso di microlaser, a recuperare le decorazioni rovinate ed alleggerire l'impatto sull'opera di precedenti operazioni di restauro che ne avevano appesantito lo stile[18].


    XXI secolo: la teca moderna


    La nuova teca di Paolo Babetto
    La nuova teca della Sacra Cintola, realizzata dall'artista orafo Paolo Babetto, uno dei più grandi artisti orafi a livello internazionale, il cui progetto ha previsto la realizzazione di una teca in oro bianco ed argento dorato, con pareti in cristallo di rocca, che, come l’attuale, permette di vedere l’oggetto di culto senza doverlo toccare. È stato inoltre realizzato anche un contenitore in legno di rosa del Brasile, in sostituzione dell’attuale scatola in argento al cui interno viene oggi custodito il reliquiario seicentesco. Il nuovo contenitore è per un terzo a carico della Diocesi e due terzi a carico del Comune, (come sancito da Clemente VI, nel 1348). È stata inaugurata l’8 settembre 2008[19].


    La venerazione


    La Cintola è divenuta un oggetto di venerazione e di culto la cui fama ha oltrepassato le mura cittadine, richiamando fedeli e pellegrini da città e terre anche lontane, fra questi si possono ricordare San Francesco (nel 1212), Alessandro V e il Re Luigi d'Angiò (nel 1409), San Bernardino (nel 1424), il Papa Eugenio IV e l'Imperatore bizantino Giovanni Paleologo (nel 1439), Giovanna d'Austria (nel 1565), Maria de' Medici (nel 1600), il Papa Pio VII (nel 1804 e nel 1815), il Papa Pio IX (nel 1857). Infine, venendo ai giorni nostri, dal Papa Giovanni Paolo II che durante la sua visita il 19 marzo 1986, affermò: “Città e tempio crebbero insieme. La chiesa, incardinata nel tessuto urbano, fu il centro non solo culturale e religioso, ma anche morale ed ideale, la forza unificante di tutti i pratesi. Le date più significative della città si celebravano nel duomo, dove al culto del Santo Protomartire si aggiunse quello mariano del Sacro Cingolo, custodito dalla chiesa e dal Comune come eredità di tutti”[20]. Ultimo pontefice che ha venerato la reliquia è stato Papa Francesco nel 2015[21].


    La Madonna della Cintola nell'arte


    La Madonna della Cintola è un soggetto pittorico che mostra la consegna della cintura, da parte di Maria, a san Tommaso durante l'assunzione in cielo. Di solito mostra la Vergine entro una mandorla o entro un gloria di angeli che, sporgendo un braccio, lascia cadere la preziosa reliquia nelle mani dell'apostolo.


    La sua prima rappresentazione nota in Toscana, la tavola centrale del polittico di Bernardo Daddi per l’altare principale del duomo di Prato, è riecheggiata a Pisa. Intorno al 1340, in un mosaico eseguito nell’abside sud del transetto della cattedrale, probabilmente dal più noto pittore pisano del tempo, Francesco Traini, l’Assunta è trasportata al cielo da quattro angeli che reggono una mandorla mentre cala a Tommaso (non più visibile) una cintola proprio nel colore verde pallido della reliquia pratese. Pochi anni dopo, nel 1351, Prato venne “acquistata” dai fiorentini. Tuttavia riuscì a mantenere la reliquia. Anzi, sotto il governo di Firenze si registrarono nel giro di un secolo numerose opere di abbellimento della Cappella del Sacro Cingolo, perlopiù affidate a prestigiosi maestri fiorentini, col fine di promuovere il culto della cintola e il pellegrinaggio verso Prato. Nel tardo Trecento un celebre pittore fiorentino, Agnolo Gaddi (1392-1395), figlio e allievo di Taddeo, a sua volta allievo di Giotto, venne incaricato di completare la decorazione della cappella. Illustrando sulle pareti la leggenda “pratese” della reliquia, Gaddi essenzialmente ricalca le scene della menzionata predella di Daddi (Prato, Museo di Palazzo Pretorio). Nella focale scena dell’Assunzione, Gaddi ribadisce il modo di raffigurare l’Assunzione con Maria mentre cala la cintola entro una mandorla sostenuta dagli angeli, come visto sia nella tavola centrale del polittico di Daddi, sia nel coevo mosaico pisano. Nella corrispondente scena della vetrata tardo-duecentesca dell’occhio absidale della cattedrale senese, che racchiude quello che è stato definito il più bel ciclo della morte e assunzione di Maria (attribuito a Duccio di Buoninsegna), ella tiene invece le mani giunte in preghiera. La cintola non compare. Tra la metà e la fine del Trecento, la cintola viene riprodotta in una nuova iconografia mariana, la Madonna del parto, che presto trovò un amplissimo favore presso le donne che desideravano la maternità o la stavano vivendo. In questo caso la cintola sottolineava il grembo di Maria e la straordinaria gestazione in esso dell’Incontenibile.


    Antiche fonti bibliografiche


    Le più antiche storie locali sulla cintola di Prato sono l’Historia Cinguli sanctae Mariae de Prato (Firenze, BNC, Magliabechiano XXXVII, 323, ff. 4v-21r), presumibilmente risalente tra il tardo xii e i primi del xiv secolo e pubblicata da Anna Imelde Galletti, Storie della Sacra Cintola (schede per un lavoro da fare a Prato), in Toscana e Terrasanta nel Medioevo. Saggi, a cura di F. Cardini, Firenze 1982, pp. 317–338; un testo trecentesco, del maestro di grammatica pratese Duccio di Amadore, Il cinturale, a cura di C. Grassi, Duccio di Amadore, Il cincturale, Prato 1984 (Biblioteca dell’Archivio storico pratese 8); uno quattrocentesco, di Giuliano Guizzelmi, Historia della cinctola della Vergine Maria: testo quattrocentesco inedito, a cura di C. Grassi, Prato 1990. Sulla figura di Duccio, si veda Robert Black, Education and Society in Florentine Tuscany: Teachers, Pupils and Schools, c. 1250–1500, I, Leida 2007 (Education and Society in the Middle Ages and Renaissance 29), pp. 61–62; su Guizzelmi (1446-1518), avvocato pratese al servizio della Signoria fiorentina, attento alle tradizioni cultuali locali, Robert Maniura, Ex Votos, Art and Pious Performance, in “Oxford Art Journal”, XXXII (2009), 3, pp. 409–425. Si veda anche il recente contributo di Franco Cardini,Identità cittadina, mariodulìa e culto delle reliquie. Il “caso” pratese, in “Honos alit artes”. Studi per il settantesimo compleanno di Mario Ascheri. Vol. II, Gli universi particolari, a cura di P. Maffei, G. M. Varanini, Firenze 2014 (Reti Medievali, E-Book 19), pp. 177–186.


    Il Sacro Cingolo nel mondo




    Molti luoghi si fregiano di possedere la reliquia del Sacro Cingolo della Vergine Maria. Tra questi ci sono:


    la Basilica di Santa Maria di Chalcoprateia a Costantinopoli[22]
    la Chiesa di Santa Maria Soonoro della Chiesa Ortodossa Siriaca in Homs (Siria)[23]
    il Monastero di Troodissa in Platrès in Limassol sui Monti Troodos (Cipro)[24]
    il Santo e Grande Monastero di Vatopedi nella Repubblica del Monte Athos (Grecia)[25]
    la Collegiata di Nostra Signora in Le Puy-Notre-Dame nel Maine e Loira/Loira (Francia)[26]
    la Collegiata in Quintin in Côtes-d'Armor/Bretagna (Francia)[27]
    la Cattedrale di Santa Maria di Tortosa in Terragona/Catalogna (Spagna)[28]
    l'Abbazia di Bruton nel Somerset/Sud Ovest in Inghilterra (Gran Bretagna)[29]


    Patronati della Madonna della Cintola


    La Madonna della Cintola è la patrona del comune di Quarrata (PT) il giorno di festa è il primo martedì di settembre anche se i festeggiamenti iniziano dalla domenica precedente con la processione in suo onore.

    Fonte: wikipedia

  9. #9
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    Chiesa di Sant'Agostino (Prato)



    La chiesa di Sant'Agostino di Prato sorge in piazza Sant'Agostino.


    Storia e descrizione


    Gli Agostiniani eressero nel 1271 un oratorio e un piccolo convento; dalla fine del Trecento fino al 1440 venne costruita l'attuale chiesa, dotata di nuovi altari nel XVI-XVII secolo. Passò al clero secolare dopo la soppressione del convento, nel 1810. Dal 1964 l'intero complesso è affidato ai padri Sacramentini.


    La semplice facciata basilicale della chiesa ha paramento in ciottoli regolarizzato agli spigoli con mattoni e pietra, che si ripete anche sul fianco, dal fondo del quale emerge il robusto campanile con coronamento piramidale.


    L'interno presenta una pianta basilicale a tre navate con campate su colonne in mattoni, un tempo intonacate e oggi con laterizi lasciati a vista in seguito a un restauro novecentesco. Le colonne hanno capitelli a "foglia d'acqua" (1410 circa). Un "unicum" sono gli archi a pieno centro su colonne che anticipano soluzioni poi diffuse durante il Rinascimento. La navata centrale, più alta e più ampia delle laterali, ha copertura a capriate. le tre cappelle absidali sono del tardo Trecento.


    Notevoli tele sono conservate negli imponenti altari a edicola: a sinistra una Madonna della Consolazione di Giovan Battista Naldini (completata nel 1591 dal Curradi) e l'intensa Elemosina di san Tommaso (1660) di Lorenzo Lippi; all'opposto sono un'Immacolata dell'Empoli (1630 circa) e una tela avvicinata al Pignoni. Nelle cappelle del transetto sono un Battesimo di sant'Agostino (1603) di Giovanni Bizzelli, a destra, e all'opposto una Madonna col Bambino e santi dell'ambito del Cigoli.


    Nella chiesa sono inoltre collocati affreschi trecenteschi (recuperati anche dal convento); il presbiterio ha sistemazione curata da Jorio Vivarelli (1984).


    Dal chiostro cinquecentesco si accede all'Oratorio di San Michele, costruito nel Trecento come sede della Compagnia dei Disciplinati, che conserva ampi resti di una teoria di Santi e Profeti affrescati a fine Trecento; anche il contiguo Capitolo ha struttura trecentesca.


    Durante la Seconda guerra mondiale una bomba centrò l'abside, distruggendo i vari arredi lignei presenti.

    Fonte: wikipedia

  10. #10
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    Oratorio di Sant'Anna (Prato)




    L'oratorio di Sant'Anna di Prato si trova in viale Piave, poco distante dal castello dell'Imperatore[1].


    Storia e descrizione


    L'oratorio, di forme neogotiche, fu costruito nel 1926-28, su progetto del fiorentino Aurelio Norchi, per il Piccolo educatorio di Sant'Anna (per orfane e ragazze abbandonate, fondato nel 1891). Nacque come sacrario dei caduti della prima guerra mondiale, i cui nomi sono incisi in quattro lastre di marmo, separate da lesene, che formano le ali laterali della facciata.


    I vasti locali dell'educatorio (che inglobò l'antica chiesa di San Tommaso alla Cannuccia , dell'XI secolo) ospitano oggi una comunità di Salesiani ed il gruppo giovanile omonimo, uno dei più importanti della città.

    Fonte: wikipedia

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