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Discussione: Viaggio Apostolico di Papa Francesco a Cipro e in Grecia (2 - 6 dicembre 2021)

  1. #21
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    Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco a Cipro e in Grecia – La partenza da Roma, Telegramma al Presidente della Repubblica Italiana e alla Presidente della Repubblica Ellenica, 02.12.2021


    […].

    La partenza da Roma

    Ha avuto inizio questa mattina il 35° Viaggio Apostolico di Papa Francesco che si reca a Cipro e in Grecia.

    Prima di lasciare Casa Santa Marta, Papa Francesco ha salutato alcuni rifugiati accompagnati dall’Elemosiniere di Sua Santità, il Cardinale Konrad Krajewski. I migranti, ora residenti in Italia, provengono da Siria, Congo, Somalia e Afghanistan. Sono transitati per il campo di Lesbo negli scorsi anni e accolti al loro arrivo dalla Comunità di Sant'Egidio. Alcuni di loro erano arrivati in Italia con il Papa sull’aereo papale nel 2016.

    Dopo aver lasciato il Vaticano, il Papa si è fermato alla Parrocchia di Santa Maria degli Angeli, nei pressi dell’Aeroporto di Fiumicino, dove ha sostato in preghiera davanti all’immagine della Madonna di Loreto e ha incontrato un gruppo di profughi ospitati dalla comunità parrocchiale.

    Giunto all’Aeroporto Internazionale di Roma-Fiumicino, alle ore 11.05 il Santo Padre è partito alla volta di Larnaca a Cipro a bordo di un A320 Enanced/ITA.

    L’aereo è atterrato all’Aeroporto Internazionale di Larnaca alle ore 14.55 (13.55 ora di Roma).

    [01693-IT.01]

    Telegramma al Presidente della Repubblica Italiana

    Nel momento di lasciare il territorio italiano, il Santo Padre Francesco ha fatto pervenire al Presidente della Repubblica Italiana, On. Sergio Mattarella, il seguente messaggio telegrafico:

    A SUA ECCELLENZA ON. SERGIO MATTARELLA
    PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA
    PALAZZO DEL QUIRINALE

    NEL MOMENTO IN CUI LASCIO IL TERRITORIO ITALIANO PER RECARMI IN VISITA PASTORALE A CIPRO E IN GRECIA, COME PELLEGRINO CHE ANELA AD ANTICHE SORGENTI, CON IL VIVO DESIDERIO DI INCONTRARE I FRATELLI NELLA FEDE E LE POPOLAZIONI LOCALI, MI È GRADITO RIVOLGERE A LEI, SIGNOR PRESIDENTE, E ALL’INTERO POPOLO ITALIANO, I PIÙ CORDIALI SALUTI, A CUI UNISCO FERVIDI AUSPICI DI SERENITÀ E DI MUTUA COOPERAZIONE PER IL BENE COMUNE.

    FRANCISCUS PP.

    [01694-IT.01] [Testo originale: Italiano]

    Telegramma alla Presidente della Repubblica Ellenica nel volo aereo da Roma a Larnaca

    Durante il volo verso Larnaca a Cipro, nel sorvolare la Grecia, il Santo Padre Francesco ha fatto pervenire alla Presidente della Repubblica Ellenica, Sig.ra Katerina Sakellaropoulou il seguente messaggio telegrafico:

    HER EXCELLENCY KATERINA SAKELLAROPOULOU
    PRESIDENT OF THE HELLENIC REPUBLIC
    ATHENS

    AS I FLY THROUGH GREEK AIRSPACE ON MY APOSTOLIC VISIT TO CYPRUS, I OFFER PRAYERFUL BEST WISHES TO YOUR EXCELLENCY AND YOUR FELLOW CITIZENS. LOOKING FORWARD WITH GREAT PLEASURE TO MY IMMINENT VISIT TO THE REPUBLIC, I INVOKE GOD’S BLESSINGS UPON ALL.

    FRANCISCUS PP.

    [01695-EN.01] [Original text: English]

    [B0805-XX.02]


    [Fonte, dal Bollettino quotidiano del: 02.12.2021 della Sala Stampa della Santa Sede].
    Ultima modifica di Laudato Si’; 02-12-2021 alle 14:27
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  2. #22
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    Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco a Cipro e in Grecia - Parole del Papa nel volo Roma – Larnaca, 02.12.2021


    Sull’aereo che questa mattina lo portava a Cipro il Santo Padre Francesco, come di consueto, si è recato a salutare gli operatori dei media che lo accompagnano sul volo papale.

    Introdotto dal saluto del Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, il Papa ha rivolto ai giornalisti le parole che pubblichiamo di seguito:

    Parole del Santo Padre

    Matteo Bruni:

    Buongiorno a tutti, ben trovati. Oggi, Santo Padre, siamo 77 giornalisti che La accompagnano, di cui vari dei Paesi che visiteremo. Siamo grati e contenti di partire ancora con Lei. Buona giornata, buon viaggio!

    Papa Francesco:

    Grazie! Buongiorno e grazie tante per la vostra compagnia. È un viaggio bello, e toccheremo anche delle piaghe. Spero che tutti noi possiamo accogliere tutti i messaggi che troveremo. Grazie tante della vostra compagnia!

    [01726-IT.01] [Testo originale: Italiano]

    [B0809-XX.01]


    [Fonte, dal Bollettino quotidiano del: 02.12.2021 della Sala Stampa della Santa Sede. © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana].
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  3. #23
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    Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco a Cipro e in Grecia – Accoglienza all’Aeroporto di Larnaca e Incontro con la Comunità Cattolica, 02.12.2021


    […].

    Accoglienza Ufficiale all’Aeroporto di Larnaca

    All’arrivo all’Aeroporto Internazionale di Larnaca, il Santo Padre Francesco è stato accolto dalla President of the House of Parliament. Tre bambini in abito tradizionale hanno consegnato un omaggio floreale al Papa.

    Dopo la Guardia d’Onore e la presentazione delle rispettive Delegazioni, il Papa e la President of the House of Parliament si sono recati verso la Vip Lounge. Quindi il Santo Padre si è trasferito in auto alla Cattedrale maronita di Nostra Signora delle Grazie a Nicosia per l’Incontro con i Sacerdoti, i Religiosi, le Religiose, i Diaconi, i Catechisti, le Associazioni e i Movimenti Ecclesiali di Cipro.

    [01696-IT.01]

    Incontro con i Sacerdoti, i Religiosi, le Religiose, i Diaconi, i Catechisti, le Associazioni e i Movimenti Ecclesiali di Cipro, nella Cattedrale maronita di Nostra Signora delle Grazie

    Questo pomeriggio, alle ore 16.05 (15.05 ora di Roma), il Santo Padre Francesco ha incontrato i Sacerdoti, i Religiosi, le Religiose, i Diaconi, i Catechisti, le Associazioni e i Movimenti Ecclesiali di Cipro nella Cattedrale maronita di Nostra Signora delle Grazie.

    Al Suo arrivo, il Papa è stato accolto all’ingresso principale dal Patriarca di Antiochia dei Maroniti, Em.mo Card. Béchara Boutros Raï, O.M.M., e dall’Arcivescovo di Cipro dei Maroniti, S.E. Mons. Selim Jean Sfeir. Quindi si sono recati insieme all’interno della Cattedrale.

    Dopo il canto iniziale, seguito dall’indirizzo di saluto del Patriarca di Antiochia dei Maroniti, e dall’alternarsi di canti e dalle testimonianze di una suora francescana e di una suora giuseppina e dalla Lettura degli Atti degli Apostoli, Papa Francesco ha pronunciato il Suo discorso.

    Al termine, dopo la recita delle litanie, la benedizione finale e l’offerta di un dono al Santo Padre, il Papa si è trasferito in auto al Palazzo Presidenziale di Nicosia per la Cerimonia di Benvenuto, la Visita di cortesia al Presidente della Repubblica e l’Incontro con le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico.

    Pubblichiamo di seguito il discorso che il Santo Padre Francesco ha rivolto alla Comunità Cattolica nel corso dell’Incontro:

    Discorso del Santo Padre

    Beatitudini, cari fratelli Vescovi,

    cari sacerdoti, religiose e religiosi,

    cari catechisti, fratelli e sorelle, [Salve!]

    Sono felice di essere in mezzo a voi. Desidero esprimere la mia gratitudine al Cardinale Béchara Boutros Raï per le parole che mi ha rivolto e salutare con affetto il Patriarca Pierbattista Pizzaballa. Grazie a tutti voi, per il vostro ministero e il vostro servizio; in particolare a voi, sorelle, per l’opera educativa che portate avanti nella scuola, tanto frequentata dai ragazzi dell’isola, luogo di incontro, di dialogo, apprendimento dell’arte di costruire ponti. Grazie! Grazie a tutti per la vostra vicinanza alle persone, specialmente nei contesti sociali e lavorativi dove è più difficile.

    Condivido la mia gioia di visitare questa terra, camminando come pellegrino sulle orme del grande Apostolo Barnaba, figlio di questo popolo, discepolo innamorato di Gesù, intrepido annunciatore del Vangelo che, passando tra le nascenti comunità cristiane, vedeva la grazia di Dio all’opera e se ne rallegrava «ed esortava tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore» (At 11,23). E io vengo con lo stesso desiderio: vedere la grazia di Dio all’opera nella vostra Chiesa e nella vostra terra, rallegrarmi con voi per le meraviglie che il Signore opera ed esortarvi a perseverare sempre, senza stancarvi, senza mai scoraggiarvi. Dio è più grande! Dio è più grande delle nostre contraddizioni. Avanti!

    Vi guardo e vedo la ricchezza della vostra diversità. È vero, una bella “macedonia”! Tutti diversi. Saluto la Chiesa maronita, che nel corso dei secoli è approdata a più riprese nell’isola e, spesso attraversando molte prove, ha perseverato nella fede. Quando penso al Libano provo tanta preoccupazione per la crisi in cui versa e avverto la sofferenza di un popolo stanco e provato dalla violenza e dal dolore. Porto nella mia preghiera il desiderio di pace che sale dal cuore di quel Paese. Vi ringrazio per ciò che fate nella Chiesa, per Cipro. I cedri del Libano sono citati tante volte nella Scrittura come modelli di bellezza e grandezza. Ma anche un grande cedro comincia dalle radici e lentamente germoglia. Voi siete queste radici, trapiantate a Cipro per diffondere la fragranza e la bellezza del Vangelo. Grazie!

    Saluto anche la Chiesa latina, qui presente da millenni, che nel tempo ha visto crescere, insieme ai suoi figli, l’entusiasmo della fede e che oggi, grazie alla presenza di tanti fratelli e sorelle migranti, si presenta come un popolo “multicolore”, un vero e proprio luogo di incontro tra etnie e culture diverse. Questo volto di Chiesa rispecchia il ruolo di Cipro nel continente europeo: una terra dai campi dorati, un’isola accarezzata dalle onde del mare, ma soprattutto una storia che è intreccio di popoli e mosaico di incontri. Così è anche la Chiesa: cattolica, cioè universale, spazio aperto in cui tutti sono accolti e raggiunti dalla misericordia di Dio e dall’invito ad amare. Non ci sono e non ci siano muri nella Chiesa cattolica. E questo, non dimentichiamolo! Nessuno di noi è stato chiamato qui per proselitismo di predicatore, mai. Il proselitismo è sterile, non dà vita. Tutti noi siamo stati chiamati dalla misericordia di Dio, che non si stanca di chiamare, non si stanca di essere vicino, non si stanca di perdonare. Dove sono le radici della nostra vocazione cristiana? Nella misericordia di Dio. Non bisogna dimenticarlo mai. Il Signore non delude; la sua misericordia non delude. Sempre ci aspetta. Non ci sono e non ci siano muri nella Chiesa cattolica, per favore! È una casa comune, è il luogo delle relazioni, è la convivenza delle diversità: quel rito, quell’altro rito…; uno la pensa in quel modo, quella suora l’ha vista in quel modo, quell’altra l’ha vista in quell’altro… La diversità di tutti e, in quella diversità, la ricchezza dell’unità. E chi fa l’unità? Lo Spirito Santo. E chi fa la diversità? Lo Spirito Santo. Chi può capire capisca. Lui è l’autore della diversità ed è l’autore dell’armonia. San Basilio lo diceva: “Ipse harmonia est”. Lui è Colui che fa la diversità dei doni e l’unità armonica della Chiesa.

    Carissimi, vorrei ora condividere con voi qualcosa a proposito di san Barnaba, vostro fratello e patrono, traendo dalla sua vita e dalla sua missione due parole.

    La prima è pazienza. Si parla di Barnaba come di un grande uomo di fede e di equilibrio, che viene scelto dalla Chiesa di Gerusalemme – si può dire dalla Chiesa madre – come la persona più idonea per visitare una nuova comunità, quella di Antiochia, composta da diversi neoconvertiti dal paganesimo. Viene inviato per andare a vedere cosa sta succedendo, quasi come un esploratore. Vi trova persone che provengono da un altro mondo, un’altra cultura, un’altra sensibilità religiosa; persone che hanno appena cambiato vita e perciò hanno una fede piena di entusiasmo, ma ancora fragile, come all’inizio. In tutta questa situazione l’atteggiamento di Barnaba è di grande pazienza. Sa aspettare. Sa aspettare che l’albero cresca. È la pazienza di mettersi costantemente in viaggio; la pazienza di entrare nella vita di persone fino ad allora sconosciute; la pazienza di accogliere la novità senza giudicarla frettolosamente; la pazienza del discernimento, che sa cogliere i segni dell’opera di Dio ovunque; la pazienza di “studiare” altre culture e tradizioni. Barnaba ha soprattutto la pazienza dell’accompagnamento: lascia crescere, accompagnando. Non schiaccia la fede fragile dei nuovi arrivati con atteggiamenti rigorosi, inflessibili, o con richieste troppo esigenti in merito all’osservanza dei precetti. No. Li lascia crescere, li accompagna, li prende per mano, dialoga con loro. Barnaba non si scandalizza, come un papà e una mamma non si scandalizzano dei figli, li accompagnano, li aiutano a crescere. Tenete a mente questo: le divisioni, il proselitismo dentro la Chiesa non vanno. Lascia crescere e accompagna. E se devi rimproverare qualcuno, rimprovera, ma con amore, con pace. È l’uomo della pazienza.

    Abbiamo bisogno di una Chiesa paziente, cari fratelli e sorelle. Di una Chiesa che non si lascia sconvolgere e turbare dai cambiamenti, ma accoglie serenamente la novità e discerne le situazioni alla luce del Vangelo. In quest’isola è prezioso il lavoro che svolgete voi nell’accogliere i nuovi fratelli e sorelle che giungono da altre rive del mondo: come Barnaba, anche voi siete chiamati a coltivare uno sguardo paziente e attento, a essere segni visibili e credibili della pazienza di Dio che non lascia mai nessuno fuori casa, mai nessuno privo del suo tenero abbraccio. La Chiesa in Cipro ha queste braccia aperte: accoglie, integra, accompagna. È un messaggio importante anche per la Chiesa in tutta Europa, segnata dalla crisi della fede: non serve essere impulsivi, non serve essere aggressivi o nostalgici o lamentosi, ma è bene andare avanti leggendo i segni dei tempi e anche i segni della crisi. Occorre ricominciare ad annunciare il Vangelo con pazienza, prendere in mano le Beatitudini, soprattutto annunciarle alle nuove generazioni. A voi, fratelli Vescovi, vorrei dire: siate pastori pazienti nella vicinanza, non stancatevi mai di cercare Dio nella preghiera, cercare i sacerdoti nell’incontro, i fratelli di altre confessioni cristiane con rispetto e premura, i fedeli dove abitano. E a voi, cari sacerdoti che siete qui, vorrei dire: siate pazienti con i fedeli, sempre pronti a incoraggiarli, siate ministri instancabili del perdono e della misericordia di Dio. Mai giudici rigorosi, sempre padri amorevoli.

    Quando leggo la Parabola del figlio prodigo: il fratello più grande era un giudice rigoroso, ma il papà era misericordioso, l’immagine del Padre che sempre perdona, anzi, che sempre ci sta aspettando per perdonare! L’anno scorso un gruppo di giovani che fanno degli spettacoli, pop music, hanno voluto fare la parabola del figlio prodigo, cantata in musica pop e i dialoghi… Bellissimo! Ma la cosa più bella è la discussione finale, quando il figlio prodigo va da un amico e dice: “Io così non posso andare avanti. Voglio tornare a casa, ma ho paura che papà mi chiuda la porta in faccia, mi cacci via. Ho questa paura e non so come fare” – “Ma il tuo papà è buono!” – “Sì, ma sai... c’è mio fratello lì, che gli scalda la testa”. Verso la fine di quell’opera pop sul figlio prodigo, l’amico gli dice: “Fai una cosa: scrivi al tuo papà e digli che hai voglia di tornare ma hai paura che non ti accolga bene. Di’ al tuo papà che, se vuole accoglierti bene, metta un fazzoletto sulla finestra più alta della casa, così il tuo papà ti dirà prima se ti accoglierà bene o ti caccerà via”. Si chiude quell’atto. Nell’altro atto, il figlio è in cammino verso la casa del papà. E quando è in cammino, gira, e si vede la casa del papà: era piena di fazzoletti bianchi! Piena! Questo è Dio per noi. Questo è Dio per noi. Non si stanca di perdonare. E quando il figlio incomincia a parlare: “Ah, signore, io ho fatto…” – “Zitto”, gli tappa la bocca.

    A voi sacerdoti: per favore, non siate rigoristi nella confessione. Quando vedete che qualche persona è in difficoltà dite: “Ho capito, ho capito”. Questo non vuol dire “manica larga”, no. Vuol dire cuore di padre, come cuore di padre è Dio. L’opera che il Signore compie nella vita di ogni persona è una storia sacra: lasciamocene appassionare. Nella multiforme varietà del vostro popolo, pazienza significa anche avere orecchie e cuore per diverse sensibilità spirituali, diversi modi di esprimere la fede, diverse culture. La Chiesa non vuole uniformare – per favore, no! – ma integrare tutte le culture, tutte le psicologie della gente, con pazienza materna, perché la Chiesa è madre. È quello che desideriamo fare con la grazia di Dio nell’itinerario sinodale: preghiera paziente, ascolto paziente per una Chiesa docile a Dio e aperta all’uomo. Questa era la pazienza, uno degli aspetti di Barnaba.

    Nella storia di Barnaba c’è un secondo aspetto importante che vorrei sottolineare: il suo incontro con Paolo di Tarso e la loro fraterna amicizia, che li porterà a vivere insieme la missione. Dopo la conversione di Paolo, prima accanito persecutore dei cristiani, «tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo» (At 9,26). Qui il Libro degli Atti degli Apostoli dice una cosa molto bella: «Barnaba lo prese con sé» (v.27). Lo presenta alla comunità, racconta che cosa gli è successo, garantisce per lui. Ascoltiamo questo “lo prese con sé”. L’espressione richiama la stessa missione di Gesù, che ha preso con sé i discepoli per le strade della Galilea, che ha preso su di sé la nostra umanità ferita dal peccato. È un atteggiamento di amicizia, un atteggiamento di condivisione di vita. Prendere con sé, prendere su di sé è farsi carico della storia dell’altro, darsi il tempo per conoscerlo senza etichettarlo – il peccato di etichettare la gente, per favore! –, caricarlo sulle spalle quando è stanco o ferito, come fa il buon samaritano (cfr Lc 10,25-37). Questa si chiama fraternità. E questa è la seconda parola che io vorrei dirvi. La prima, pazienza; la seconda, fraternità.

    Barnaba e Paolo, come fratelli, viaggiano insieme per annunciare il Vangelo, anche in mezzo alle persecuzioni. Nella Chiesa di Antiochia, «rimasero insieme un anno intero e istruirono molta gente» (At 11,26). Entrambi, poi, per volontà dello Spirito Santo, furono riservati per una missione più grande e «salparono verso Cipro» (At 13,4). E la Parola di Dio correva e cresceva non solo per le loro qualità umane, ma soprattutto perché erano fratelli nel nome di Dio e questa loro fraternità faceva risplendere il comandamento dell’amore. Fratelli diversi, differenti – come le dita di una mano, tutte diverse –, ma tutti con la stessa dignità. Fratelli. Poi, come succede nella vita, accade un fatto inaspettato: gli Atti raccontano che i due hanno un forte dissidio e le loro strade si separano (cfr At 15,39). Anche tra i fratelli si discute, a volte si litiga. Paolo e Barnaba, però, non si separano per motivi personali, ma perché stanno discutendo sul loro ministero, su come portare avanti la missione, e hanno visioni diverse. Barnaba desidera portare in missione anche il giovane Marco, Paolo non vuole. Discutono, ma da alcune successive lettere di Paolo si intuisce che tra i due non rimase rancore. Addirittura a Timoteo, che deve raggiungerlo in seguito, Paolo scrive: «Cerca di venire presto da me […] Prendi con te Marco [proprio lui!] e portalo, perché mi sarà utile per il ministero» (2 Tm 4,9.11). Questa è la fraternità nella Chiesa: si può discutere sulle visioni, sui punti di vista – e conviene farlo, conviene, questo fa bene, un po’ di discussione fa bene – su sensibilità e idee diverse, perché è brutto non discutere mai. Quando c’è questa pace troppo rigorista, non è di Dio. In una famiglia i fratelli discutono, scambiano i punti di vista. Io sospetto di coloro che non discutono mai, perché hanno “agende” nascoste, sempre. Questa è la fraternità della Chiesa: si può discutere sulle visioni, su sensibilità, su idee diverse, e in certi casi dirsi le cose in faccia con franchezza, questo aiuta in certi casi, e non dirle da dietro con un chiacchiericcio che non fa bene a nessuno. È occasione di crescita e cambiamento la discussione. Ma ricordiamo sempre: si discute non per farsi la guerra, non per imporsi, ma per esprimere e vivere la vitalità dello Spirito, che è amore e comunione. Si discute, ma si rimane fratelli. Io ricordo, da bambino, eravamo in cinque. Si discuteva fra noi, fortemente a volte, non tutti i giorni, e poi a tavola eravamo tutti insieme. La discussione della famiglia che ha una madre, la madre Chiesa: i figli discutono.

    Cari fratelli e sorelle, abbiamo bisogno di una Chiesa fraterna che sia strumento di fraternità per il mondo. Qui a Cipro esistono tante sensibilità spirituali ed ecclesiali, varie storie di provenienza, di riti, di tradizioni diverse; ma non dobbiamo sentire la diversità come una minaccia all’identità, né dobbiamo ingelosirci e preoccuparci dei rispettivi spazi. Se cadiamo in questa tentazione cresce la paura, la paura genera diffidenza, la diffidenza sfocia nel sospetto e prima o poi porta alla guerra. Siamo fratelli, amati da un unico Padre. Siete immersi nel Mediterraneo: un mare di storie diverse, un mare che ha cullato tante civiltà, un mare dal quale ancora oggi sbarcano persone, popoli e culture da ogni parte del mondo. Con la vostra fraternità potete ricordare a tutti, all’Europa intera, che per costruire un futuro degno dell’uomo occorre lavorare insieme, superare le divisioni, abbattere i muri e coltivare il sogno dell’unità. Abbiamo bisogno di accoglierci e integrarci, di camminare insieme, di essere sorelle e fratelli tutti!

    Vi ringrazio per quello che siete e per quello che fate, per la gioia con cui annunciate il Vangelo e per le fatiche e le rinunce con cui lo sostenete e fate progredire. È questa la via disegnata dai santi Apostoli Paolo e Barnaba. Vi auguro di essere sempre una Chiesa paziente, che discerne, che non si spaventa mai, discerne, che accompagna e che integra; e una Chiesa fraterna, che fa spazio all’altro, discute ma rimane unita, e cresce nella discussione. Vi benedico, ognuno di voi. E, per favore, continuate a pregare per me, perché ne ho bisogno! Efcharistó! [Grazie!]

    [01679-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0807-XX.02]


    [Fonte, dal Bollettino quotidiano del: 02.12.2021 della Sala Stampa della Santa Sede.
    © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008].
    Ultima modifica di Laudato Si’; 02-12-2021 alle 18:55
    «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino»
    (Sal 119, 105).




  4. #24
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    Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco a Cipro e in Grecia – Cerimonia di benvenuto, Visita di cortesia al Presidente della Repubblica di Cipro e Incontro con le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico, 02.12.2021


    […].

    Cerimonia di benvenuto e Visita di cortesia al Presidente della Repubblica di Cipro nel Palazzo Presidenziale di Nicosia

    Questo pomeriggio, dopo aver lasciato la Cattedrale maronita di Nostra Signora delle Grazie, il Santo Padre Francesco si è recato in auto al Palazzo Presidenziale di Nicosia per la Cerimonia di benvenuto e la Visita di cortesia al Presidente della Repubblica di Cipro, il Sig. Nicos Anastasiades.

    Al Suo arrivo il Papa è stato accolto dal Presidente all’esterno del Palazzo, vicino alla statua dell’Arcivescovo Makarios, primo Presidente di Cipro.

    Dopo la Guardia d’Onore e l’esecuzione degli inni, e dopo la deposizione di un omaggio floreale davanti alla statua di Makarios, ha avuto luogo la presentazione delle rispettive Delegazioni. Il Presidente della Repubblica ha accompagnato il Santo Padre all’ingresso del Palazzo dove hanno posato per la foto ufficiale. Al termine si sono recati nello studio del Presidente ove ha avuto luogo la visita di cortesia.

    Dopo l’incontro in privato, lo scambio dei doni e la presentazione della famiglia, il Presidente della Repubblica e il Papa si sono recati nella Ceremonial Hall per l’incontro con le Autorità.

    Riportiamo di seguito le parole che il Santo Padre Francesco ha rivolto in spagnolo al Presidente della Repubblica dopo il saluto di benvenuto all’inizio dell’Incontro privato:

    Traduzione non ufficiale in lingua italiana

    “La ringrazio, Signor Presidente, per le Sue parole di benvenuto, per il calore del Suo benvenuto. Il protocollo del calore è un protocollo da fratello, e questo arriva al cuore".

    [01697-IT.02]

    Incontro con le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico nella Ceremonial Hall del Palazzo Presidenziale

    Questo pomeriggio, il Santo Padre Francesco ha incontrato nella Ceremonial Hall del Palazzo Presidenziale di Nicosia le Autorità politiche e religiose, i Rappresentanti della Società Civile e i Membri del Corpo Diplomatico.

    Dopo il discorso del Presidente della Repubblica di Cipro, Sig. Nicos Anastasiades, il Papa ha pronunciato il Suo discorso.

    Al termine il Santo Padre e il Presidente si sono recati all’ingresso principale del Palazzo per il congedo. Quindi Papa Francesco si è trasferito in auto alla Nunziatura Apostolica di Nicosia dove, al Suo arrivo, è stato accolto dal Personale.

    Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha pronunciato nel corso dell’incontro con le Autorità politiche e religiose, i Rappresentanti della Società Civile e i Membri del Corpo Diplomatico:

    Discorso del Santo Padre

    Signor Presidente della Repubblica,
    Membri del Governo e del Corpo diplomatico,
    distinte Autorità religiose e civili,
    insigni Rappresentanti della società e del mondo della cultura,
    Signore e Signori!

    Vi saluto cordialmente, manifestandovi la mia gioia di essere qui. Ringrazio Lei, Signor Presidente, per l’accoglienza che mi ha riservato a nome dell’intera popolazione. Sono venuto pellegrino in un Paese piccolo per la geografia ma grande per la storia; in un’isola che nei secoli non ha isolato le genti, ma le ha collegate; in una terra il cui confine è il mare; in un luogo che segna la porta orientale dell’Europa e la porta occidentale del Medio Oriente. Siete una porta aperta, un porto che congiunge: Cipro, crocevia di civiltà, porta in sé la vocazione innata all’incontro, favorita dal carattere accogliente dei Ciprioti.

    Abbiamo appena omaggiato il primo Presidente di questa Repubblica, l’Arcivescovo Makarios, e nel compiere tale gesto ho desiderato omaggiare tutti i cittadini. Il suo nome, Makarios, evoca le parole iniziali del primo discorso di Gesù: le Beatitudini (cfr Mt 5,3-12). Chi è makarios, chi è veramente beato secondo la fede cristiana, a cui questa terra è inscindibilmente legata? Beati possono essere tutti, e sono anzitutto i poveri in spirito, i feriti dalla vita, coloro che vivono con mitezza e misericordia, quanti senza apparire praticano la giustizia e costruiscono la pace. Le Beatitudini, cari amici, sono la perenne costituzione del cristianesimo. Viverle permette al Vangelo di essere sempre giovane e di fecondare la società di speranza. Le Beatitudini sono la bussola per orientare, a ogni latitudine, le rotte che i cristiani affrontano nel viaggio della vita.

    Proprio da qui, dove Europa e Oriente si incontrano, è cominciata la prima grande inculturazione del Vangelo nel continente ed è per me emozionante ripercorrere i passi dei grandi missionari delle origini, in particolare dei santi Paolo, Barnaba e Marco. Eccomi dunque pellegrino tra di voi per camminare con voi, cari Ciprioti; con tutti voi, nel desiderio che la buona notizia del Vangelo da qui porti all’Europa un lieto messaggio nel segno delle Beatitudini. Quello che infatti i primi cristiani donarono al mondo con la forza mite dello Spirito fu un inaudito messaggio di bellezza. Fu la novità sorprendente della beatitudine a portata di tutti a conquistare i cuori e le libertà di molti. Questo Paese ha un’eredità particolare in tal senso, come messaggero di bellezza tra i continenti. Cipro traluce di bellezza nel suo territorio, che va tutelato e custodito con politiche ambientali opportune e concertate con i vicini. La bellezza traspare anche nell’architettura, nell’arte, in particolare sacra, nell’artigianato religioso, nei tanti tesori archeologici. Traendo dal mare che ci circonda un’immagine, vorrei dire che quest’isola rappresenta una perla di grande valore nel cuore del Mediterraneo.

    Una perla, infatti, diventa quello che è perché si forma nel tempo: richiede anni perché le varie stratificazioni la rendano compatta e lucente. Così la bellezza di questa terra deriva dalle culture che nei secoli si sono incontrate e mescolate. Anche oggi la luce di Cipro ha molte sfaccettature: tanti sono i popoli e le genti che, con diverse tinte, compongono la gamma cromatica di questa popolazione. Penso pure alla presenza di molti immigrati, percentualmente la più rilevante tra i Paesi dell’Unione Europea. Custodire la bellezza multicolore e poliedrica dell’insieme non è facile. Richiede, come nella formazione della perla, tempo e pazienza, domanda uno sguardo ampio che abbracci la varietà delle culture e si protenda al futuro con lungimiranza. È importante, in questo senso, tutelare e promuovere ogni componente della società, in modo speciale quelle statisticamente minoritarie. Penso anche a vari enti cattolici che beneficerebbero di un opportuno riconoscimento istituzionale, perché il contributo che recano alla società attraverso le loro attività, in particolare educative e caritative, sia ben definito dal punto di vista legale.

    Una perla porta alla luce la sua bellezza in circostanze difficili. Nasce nell’oscurità, quando l’ostrica “soffre” dopo aver subito una visita inattesa che ne mina l’incolumità, come ad esempio un granello di sabbia che la irrita. Per proteggersi reagisce assimilando quanto l’ha ferita: avvolge ciò che per lei è pericoloso ed estraneo e lo trasforma in bellezza, in una perla. La perla di Cipro è stata oscurata dalla pandemia, che ha impedito a tanti visitatori di accedervi e di vederne la bellezza, aggravando, come in altri luoghi, le conseguenze della crisi economico-finanziaria. In questo periodo di ripresa non sarà tuttavia la foga di recuperare quanto perduto a garantire uno sviluppo solido e duraturo, ma l’impegno a promuovere il risanamento della società, in particolare attraverso una decisa lotta alla corruzione e alle piaghe che ledono la dignità della persona; penso ad esempio al traffico di esseri umani.

    Ma la ferita che più soffre questa terra è data dalla terribile lacerazione che ha subito negli ultimi decenni. Penso al patimento interiore di quanti non possono tornare alle loro case e ai loro luoghi di culto. Prego per la vostra pace, per la pace di tutta l’isola, e la auspico con tutte le forze. La via della pace, che risana i conflitti e rigenera la bellezza della fraternità, è segnata da una parola: dialogo, che Lei, Signor Presidente, ha ripetuto tante volte. Dobbiamo aiutarci a credere nella forza paziente e mite del dialogo, quella forza della pazienza, di “portare sulle spalle”, hypomoné, attingendola dalle Beatitudini. Sappiamo che non è una strada facile; è lunga e tortuosa, ma non ci sono alternative per giungere alla riconciliazione. Alimentiamo la speranza con la forza dei gesti anziché sperare in gesti di forza. Perché c’è un potere dei gesti che prepara la pace: non quello dei gesti di potere, delle minacce di ritorsione e delle dimostrazioni di potenza, ma quello dei gesti di distensione, dei concreti passi di dialogo. Penso, ad esempio, all’impegno a disporsi a un confronto sincero che metta al primo posto le esigenze della popolazione, a un coinvolgimento sempre più fattivo della Comunità internazionale, alla salvaguardia del patrimonio religioso e culturale, alla restituzione di quanto in tal senso è particolarmente caro alla gente, come i luoghi o almeno le suppellettili sacre. A questo proposito, vorrei esprimere apprezzamento e incoraggiamento nei riguardi del Religious Track of the Cyprus Peace Project,promosso dall’Ambasciata di Svezia, perché tra i Capi religiosi si coltivi il dialogo.

    Proprio i tempi che non paiono propizi e nei quali il dialogo langue sono quelli che possono preparare la pace. Ce lo ricorda ancora la perla, che diventa tale nella pazienza oscura di tessere sostanze nuove insieme all’agente che l’ha ferita. In questi frangenti non si lasci prevalere l’odio, non si rinunci a curare le ferite, non si dimentichi la situazione delle persone scomparse. E quando viene la tentazione di scoraggiarsi, si pensi alle generazioni future, che desiderano ereditare un mondo pacificato, collaborativo, coeso, non abitato da rivalità perenni e inquinato da contese irrisolte. A questo serve il dialogo, senza il quale crescono sospetto e risentimento. Ci sia di riferimento il Mediterraneo, ora purtroppo luogo di conflitti e di tragedie umanitarie; nella sua bellezza profonda è il mare nostrum, il mare di tutti i popoli che vi si affacciano per essere collegati, non divisi. Cipro, crocevia geografico, storico, culturale e religioso, ha questa posizione per attuare un’azione di pace. Sia un cantiere aperto di pace nel Mediterraneo.

    La pace non nasce spesso dai grandi personaggi, ma dalla determinazione quotidiana – tutti i giorni – dei più piccoli. Il continente europeo ha bisogno di riconciliazione e di unità, ha bisogno di coraggio e di slancio per camminare in avanti. Perché non saranno i muri della paura e i veti dettati da interessi nazionalisti ad aiutarne il progresso, e neppure la sola ripresa economica potrà garantirne sicurezza e stabilità. Guardiamo alla storia di Cipro e vediamo come l’incontro e l’accoglienza hanno portato frutti benefici a lungo termine. Non solo in riferimento alla storia del cristianesimo, per la quale Cipro fu “il trampolino di lancio” nel continente, ma anche per la costruzione di una società che ha trovato la propria ricchezza nell’integrazione. Questo spirito di allargamento, questa capacità di guardare oltre i propri confini ringiovanisce, permette di ritrovare la lucentezza perduta.

    Riferendosi a Cipro, gli Atti degli Apostoli raccontano che Paolo e Barnaba per giungere a Pafos “attraversarono tutta l’isola” (cfr At 13,6). È per me una gioia attraversare in questi giorni la storia e l’animo di questa terra, con il desiderio che il suo anelito di unità e il suo messaggio di bellezza continuino a guidarne il cammino. O Theós na evloghí tin Kípro! [Dio benedica Cipro!]

    [01680-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0808-XX.02]


    [Fonte, dal Bollettino quotidiano del: 02.12.2021 della Sala Stampa della Santa Sede.
    © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008].
    «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino»
    (Sal 119, 105).




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    Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco a Cipro e in Grecia – Visita di cortesia a Sua Beatitudine Chrysostomos II e Incontro con il Santo Sinodo nella Cattedrale Ortodossa di Cipro, 03.12.2021


    […].

    Visita di cortesia a Sua Beatitudine Chrysostomos II, Arcivescovo Ortodosso di Cipro

    Questa mattina, lasciata la Nunziatura Apostolica di Nicosia, il Santo Padre Francesco si è trasferito in auto all’Arcivescovado Ortodosso di Cipro per la Visita di cortesia a Sua Beatitudine Chrysostomos II.

    Al Suo arrivo, il Papa è stato accolto all’ingresso principale del Palazzo Arcivescovile da un Rappresentante del Santo Sinodo. All’entrata Sua Beatitudine Chrysostomos II ha dato il benvenuto al Santo Padre Francesco.

    Dopo la presentazione delle rispettive Delegazioni e l’incontro in privato e, dopo aver firmato il Libro d’Onore, Papa Francesco si è recato nella Cattedrale Ortodossa per incontrare il Santo Sinodo.

    [01698-IT.01]

    Incontro con il Santo Sinodo nella Cattedrale Ortodossa di Cipro

    […].

    Questa mattina, il Santo Padre Francesco ha incontrato il Santo Sinodo nella Cattedrale Ortodossa.

    Dopo il discorso di Sua Beatitudine Chrisostomos II, Arcivescovo Ortodosso di Cipro, il Papa ha pronunciato il Suo discorso.

    Al termine, dopo lo scambio dei doni, Papa Francesco e Sua Beatitudine Chrisostomos II si sono recati all’ingresso principale della Cattedrale per il congedo. Quindi il Santo Padre si è trasferito in auto al GSP Stadium per la Santa Messa.

    Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha pronunciato nel corso dell’incontro con il Santo Sinodo:

    Discorso del Santo Padre

    Beatitudine, cari Vescovi del Santo Sinodo,

    sono lieto di essere tra voi e vi sono grato per la cordiale accoglienza. Grazie, caro Fratello, per le sue parole, per l’apertura del cuore e per l’impegno nel promuovere il dialogo tra di noi. Desidero estendere il mio saluto ai sacerdoti, ai diaconi e ai fedeli tutti della Chiesa ortodossa di Cipro, con un pensiero particolare per i monaci e per le monache, che con la loro preghiera purificano ed elevano la fede di tutti.

    La grazia di essere qui mi fa venire alla mente che abbiamo una comune origine apostolica: Paolo attraversò Cipro e in seguito giunse a Roma. Discendiamo dunque dal medesimo ardore apostolico e un’unica via ci collega, quella del Vangelo. Mi piace così vederci in cammino sulla stessa strada, in cerca di una sempre maggiore fraternità e della piena unità. In questo lembo di Terra Santa che diffonde la grazia di quei Luoghi nel Mediterraneo, viene naturale ripensare a tante pagine e figure bibliche. Tra tutte, vorrei fare ancora riferimento a San Barnaba, evidenziando alcuni aspetti che possono orientarci nel cammino.

    «Giuseppe, soprannominato dagli Apostoli Barnaba» (At 4,36). Così viene presentato dagli Atti degli Apostoli. Lo conosciamo e veneriamo dunque attraverso il suo soprannome, tanto era indicativo della persona. Ora, la parola Barnaba significa al tempo stesso “figlio della consolazione” e “figlio dell’esortazione”. È bello che nella sua figura si fondano entrambe le caratteristiche, indispensabili per l’annuncio del Vangelo. Ogni vera consolazione, infatti, non può rimanere intimistica, ma deve tradursi in esortazione, orientare la libertà al bene. Al contempo, ogni esortazione nella fede non può che fondarsi sulla presenza consolante di Dio ed essere accompagnata dalla carità fraterna.

    Così Barnaba, figlio della consolazione, esorta noi suoi fratelli a intraprendere la medesima missione di portare il Vangelo agli uomini, invitandoci a comprendere che l’annuncio non può basarsi solo su esortazioni generali, sulla ripetizione di precetti e norme da osservare, come spesso si è fatto. Esso deve seguire la via dell’incontro personale, prestare attenzione alle domande della gente, ai loro bisogni esistenziali. Per essere figli della consolazione, prima di dire qualcosa, occorre ascoltare, lasciarsi interrogare, scoprire l’altro, condividere. Perché il Vangelo si trasmette per comunione. È questo che, come Cattolici, desideriamo vivere nei prossimi anni, riscoprendo la dimensione sinodale, costitutiva dell’essere Chiesa. E in ciò sentiamo il bisogno di camminare più intensamente con voi, cari Fratelli, che attraverso l’esperienza della vostra sinodalità potete davvero aiutarci. Grazie per la vostra collaborazione fraterna, che si manifesta anche nell’attiva partecipazione alla Commissione mista internazionale per il Dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa.

    Auspico di cuore che aumentino le possibilità di frequentarci, di conoscerci meglio, di abbattere tanti preconcetti e di porci in docile ascolto delle rispettive esperienze di fede. Sarà per ciascuno un’esortazione stimolante a fare meglio e porterà a entrambi un frutto spirituale di consolazione. L’Apostolo Paolo, da cui discendiamo, parla spesso di consolazione ed è bello immaginare che Barnaba, figlio della consolazione, sia stato l’ispiratore di alcune sue parole, come quelle con cui, all’inizio della seconda Lettera ai Corinzi, ci raccomanda di consolarci a vicenda con la stessa consolazione con cui siamo stati consolati da Dio (cfr 2 Cor 1,3-5). In questo senso, cari Fratelli, desidero assicurarvi la preghiera e la vicinanza mia e della Chiesa cattolica, nei problemi più dolorosi che vi angosciano come nelle speranze più belle e audaci che vi animano. Le tristezze e le gioie vostre ci appartengono, le sentiamo nostre! E sentiamo di avere anche tanto bisogno della vostra preghiera.

    In seguito – secondo aspetto – san Barnaba viene presentato dagli Atti degli Apostoli come «un levita originario di Cipro» (At 4,36). Il testo non aggiunge altri dettagli, né sul suo aspetto né sulla sua persona, ma subito dopo fa scoprire Barnaba mediante una sua azione emblematica: «padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli Apostoli» (v.37). Questo magnifico gesto suggerisce che per rivitalizzarci nella comunione e nella missione occorre anche a noi il coraggio di spogliarci di ciò che, pur prezioso, è terreno, per favorire la pienezza dell’unità. Non mi riferisco certo a quanto è sacro e aiuta a incontrare il Signore, ma al rischio di assolutizzare certi usi e abitudini, non essenziali per vivere la fede. Non lasciamoci paralizzare dal timore di aprirci e di compiere gesti audaci, non assecondiamo quella “inconciliabilità delle differenze” che non trova riscontro nel Vangelo! Non permettiamo che le tradizioni, al plurale e con la “t” minuscola, tendano a prevalere sulla Tradizione, al singolare e con la “T” maiuscola. Essa ci esorta a imitare Barnaba, a lasciare quanto, anche buono, può compromettere la pienezza della comunione, il primato della carità e la necessità dell’unità.

    Deponendo quanto possedeva ai piedi degli Apostoli, Barnaba entrò nel loro cuore. Anche noi siamo invitati dal Signore, per riscoprirci parte dello stesso Corpo, ad abbassarci fino ai piedi dei fratelli. Certo, nel campo delle nostre relazioni la storia ha aperto ampi solchi tra di noi, ma lo Spirito Santo desidera che con umiltà e rispetto ci riavviciniamo. Egli ci invita a non rassegnarci di fronte alle divisioni del passato e a coltivare insieme il campo del Regno, con pazienza, assiduità e concretezza. Perché se lasciamo da parte teorie astratte e lavoriamo insieme fianco a fianco, ad esempio nella carità, nell’educazione, nella promozione della dignità umana, riscopriremo il fratello e la comunione maturerà da sé, a lode di Dio. Ognuno manterrà i propri modi e il proprio stile, ma con il tempo il lavoro congiunto accrescerà la concordia e si mostrerà fecondo. Come queste terre mediterranee sono state abbellite dalla lavorazione rispettosa e paziente dell’uomo, così, con l’aiuto di Dio e con umile perseveranza, coltiviamo la nostra comunione apostolica!

    È un frutto buono, ad esempio, quanto accade qui a Cipro presso la chiesa della “Tuttasanta della Città d’oro”. Il tempio dedicato alla Panaghia Chrysopolitissa è oggi luogo di culto per varie confessioni cristiane, amato dalla popolazione e scelto spesso per la celebrazione dei matrimoni. È dunque un segno di comunione di fede e di vita sotto lo sguardo della Santa Madre di Dio, che raduna i suoi figli. All’interno del complesso è inoltre custodita la colonna dove, secondo la tradizione, san Paolo subì trentanove colpi di frusta per aver annunciato la fede a Pafos. La missione, così come la comunione, passa sempre attraverso sacrifici e prove.

    Proprio una prova – è il terzo aspetto che traggo dalla figura di Barnaba – segnò la sua vicenda e i primordi della diffusione del Vangelo in queste terre. Nel suo ritorno a Cipro con Paolo e Marco, egli vi trovò Elimas, «mago e falso profeta» (At 13,6), che fece loro opposizione con malizia, cercando di rendere tortuose le vie diritte del Signore (cfr vv. 8.10). Non mancano anche oggi falsità e inganni che il passato ci mette davanti e che ostacolano il cammino. Secoli di divisione e distanze ci hanno fatto assimilare, anche involontariamente, non pochi pregiudizi ostili nei riguardi degli altri, preconcetti basati spesso su informazioni scarse e distorte, divulgate da una letteratura aggressiva e polemica. Ma tutto ciò distorce la via di Dio, che è protesa alla concordia e all’unità. Cari Fratelli, la santità di Barnaba è eloquente anche per noi! Quante volte nella storia tra cristiani ci siamo preoccupati di opporci agli altri anziché di accogliere docilmente la via di Dio, che tende a ricomporre le divisioni nella carità! Quante volte abbiamo ingigantito e diffuso pregiudizi sugli altri, anziché adempiere all’esortazione che il Signore ha ripetuto specialmente nel Vangelo scritto da Marco, che fu con Barnaba su quest’isola: farsi piccoli, servirsi gli uni gli altri (cfr Mc 9,35; 10,43-44).

    Beatitudine, sono rimasto commosso oggi, nel nostro dialogo, quando Lei ha parlato della Chiesa Madre. La nostra Chiesa è madre, e una madre sempre raduna i suoi figli con tenerezza. Abbiamo fiducia in questa Madre Chiesa, che raduna tutti noi e che con pazienza, tenerezza e coraggio ci porta avanti nel cammino del Signore. Ma, per sentire la maternità della Chiesa, tutti noi dobbiamo andare lì, dove la Chiesa è madre. Tutti noi, con le nostre differenze, ma tutti figli della Chiesa Madre. Grazie per quella riflessione che oggi ha fatto con me.

    Invochiamo dal Signore sapienza e coraggio per seguire le sue vie, non le nostre. Domandiamolo per intercessione dei Santi. Leontios Machairas, cronista del XV secolo, definì Cipro “Isola santa” per la quantità di martiri e beati che queste terre hanno conosciuto lungo i secoli. Oltre ai più noti e venerati, come Barnaba, Paolo e Marco, Epifanio, Barbara, Spiridione, ce ne sono tanti altri: schiere innumerevoli di santi che, uniti nell’unica Chiesa celeste – la Chiesa Madre –, ci sospingono a navigare insieme verso il porto a cui tutti sospiriamo. Da Lassù invitano a fare di Cipro, già ponte tra Oriente e Occidente, un ponte tra Cielo e terra. Così sia, a gloria della Santissima Trinità, per il bene nostro e per il bene di tutti. Grazie.

    [01681-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    […].

    [B0810-XX.02]


    [Fonte, dal Bollettino quotidiano del: 02.12.2021 della Sala Stampa della Santa Sede.
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    Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco a Cipro e in Grecia - Santa Messa nel GSP Stadium di Nicosia, 03.12.2021


    Santa Messa nel GSP Stadium di Nicosia

    […].

    Questa mattina, dopo aver lasciato la Cattedrale Ortodossa, il Santo Padre Francesco ha celebrato la Santa Messa nella Memoria di San Francesco Saverio, nel GSP Stadium di Nicosia, dove erano presenti circa 10.000 fedeli.

    Introdotto da un indirizzo di saluto del Patriarca dei Latini di Gerusalemme, Sua Beatitudine Pierbattista Pizzaballa, nel corso della Celebrazione Eucaristica, dopo la proclamazione del Vangelo, il Papa ha pronunciato l’omelia.

    Al termine della Santa Messa, S.E. Mons. Selim Jean Sfeir, Arcivescovo di Cipro dei Maroniti, ha rivolto un saluto e un ringraziamento al Santo Padre. Quindi Papa Francesco si è trasferito in auto alla Nunziatura Apostolica dove, al suo arrivo, ha incontrato brevemente il Rabbino Capo di Cipro e per suo tramite ha inviato un saluto alla comunità ebraica cipriota. Successivamente ha salutato la Direttrice del carcere di Cipro, che gli ha portato un saluto e un dono da parte dei detenuti, tra i quali migranti incarcerati perché senza documenti. Poi il Papa ha pranzato in privato.

    Pubblichiamo di seguito l’omelia e il saluto finale che il Papa ha pronunciato nel corso della Santa Messa:

    Omelia del Santo Padre

    […].

    Testo in lingua italiana

    Due ciechi, mentre Gesù passa, gli gridano la loro miseria e la loro speranza: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!» (Mt 9,27). “Figlio di Davide” era un titolo attribuito al Messia, che le profezie annunciavano della stirpe di Davide. I due protagonisti del Vangelo odierno, dunque, sono ciechi, eppure vedono ciò che più conta: riconoscono Gesù come Messia venuto nel mondo. Soffermiamoci su tre passaggi di questo incontro. Possono aiutarci, in questo cammino d’Avvento, ad accogliere a nostra volta il Signore che viene, il Signore che passa.

    Il primo passaggio: andare da Gesù per guarire. Il testo dice che i due ciechi gridavano al Signore mentre lo seguivano (cfr v. 27). Non lo vedono ma ascoltano la sua voce e seguono i suoi passi. Cercano nel Cristo quello che avevano preannunciato i profeti, cioè i segni di guarigione e di compassione di Dio in mezzo al suo popolo. A questo proposito aveva scritto Isaia: «Si apriranno gli occhi dei ciechi» (35,5). E un’altra profezia, contenuta nella prima Lettura di oggi: «Liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno» (29,18). I due del Vangelo si fidano di Gesù e lo seguono in cerca di luce per i loro occhi.

    E perché, fratelli e sorelle, queste due persone si fidano di Gesù? Perché percepiscono che, nel buio della storia, Egli è la luce che illumina le notti del cuore e del mondo, che sconfigge le tenebre e vince ogni cecità. Anche noi, lo sappiamo, portiamo nel cuore delle cecità. Anche noi, come i due ciechi, siamo viandanti spesso immersi nelle oscurità della vita. La prima cosa da fare è andare da Gesù, come Lui stesso chiede: «Venite a me voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Chi di noi non è in qualche modo stanco e oppresso? Tutti. Però facciamo resistenza a incamminarci verso Gesù; tante volte preferiamo rimanere chiusi in noi stessi, stare soli con le nostre oscurità, piangerci un po’ addosso, accettando la cattiva compagnia della tristezza. Gesù è il medico: solo Lui, la luce vera che illumina ogni uomo (cfr Gv 1,9), Lui ci dà l’abbondanza di luce, di calore, di amore. Solo Lui libera il cuore dal male. Possiamo domandarci: mi rinchiudo nel buio della malinconia, che dissecca le sorgenti della gioia, oppure vado da Gesù e gli porto la mia vita? Seguo Gesù, lo “inseguo”, gli grido i miei bisogni, gli consegno le mie amarezze? Facciamolo, diamo a Gesù la possibilità di guarirci il cuore. Questo è il primo passaggio; la guarigione interiore ne richiede altri due.

    Il secondo è portare insieme le ferite. In questo racconto evangelico non c’è la guarigione di un solo cieco, come ad esempio nei casi di Bartimeo (cfr Mc 10,46-52) o del cieco nato (cfr Gv 9,1-41). Qui i ciechi sono due. Si trovano insieme sulla strada. Insieme condividono il dolore per la loro condizione, insieme desiderano una luce che possa accendere un bagliore nel cuore delle loro notti. Il testo che abbiamo ascoltato è sempre al plurale, perché i due fanno tutto insieme: entrambi seguono Gesù, entrambi gridano verso di Lui e chiedono la guarigione; non ciascuno per sé stesso, ma insieme. È significativo che dicano a Cristo: abbi pietà di noi. Usano il “noi”, non dicono “io”. Non pensano ciascuno alla propria cecità, ma chiedono aiuto insieme. Ecco il segno eloquente della vita cristiana, ecco il tratto distintivo dello spirito ecclesiale: pensare, parlare, agire come un “noi”, uscendo dall’individualismo e dalla pretesa di autosufficienza che fanno ammalare il cuore.

    I due ciechi, con la condivisione delle loro sofferenze e con la loro fraterna amicizia, ci insegnano tanto. Ciascuno di noi è in qualche modo cieco a causa del peccato, che ci impedisce di “vedere” Dio come Padre e gli altri come fratelli. Questo fa il peccato, distorce la realtà: ci fa vedere Dio come padrone e gli altri come problemi. È l’opera del tentatore, che falsifica le cose e tende a mostrarcele sotto una luce negativa per gettarci nello sconforto e nell’amarezza. E la brutta tristezza, che è pericolosa e non viene da Dio, si annida bene nella solitudine. Dunque, non si può affrontare il buio da soli. Se portiamo da soli le nostre cecità interiori, veniamo sopraffatti. Abbiamo bisogno di metterci l’uno accanto all’altro, di condividere le ferite, di affrontare insieme la strada.

    Cari fratelli e sorelle, dinanzi a ogni oscurità personale e alle sfide che abbiamo davanti nella Chiesa e nella società, siamo chiamati a rinnovare la fraternità. Se restiamo divisi tra di noi, se ciascuno pensa solo a sé o al suo gruppo, se non ci stringiamo insieme, non dialoghiamo, non camminiamo uniti, non possiamo guarire pienamente dalle cecità. La guarigione viene quando portiamo insieme le ferite, quando affrontiamo insieme i problemi, quando ci ascoltiamo e ci parliamo. E questa è la grazia di vivere in comunità, di capire il valore di essere insieme, di essere in comunità. Lo chiedo per voi: possiate stare sempre insieme, essere sempre uniti; andare avanti così e con gioia: fratelli cristiani, figli dell’unico Padre. E lo chiedo anche per me.

    Ed ecco il terzo passaggio: annunciare il Vangelo con gioia. Dopo essere stati guariti insieme da Gesù, i due protagonisti anonimi del Vangelo, nei quali possiamo rispecchiarci, iniziano a diffondere la notizia in tutta la regione, a parlarne dappertutto. C’è un po’ di ironia in questo fatto: Gesù aveva raccomandato loro di non dire niente a nessuno, ma essi fanno l’esatto contrario (cfr Mt 9,30-31). Dal racconto si capisce, però, che non è loro intenzione disobbedire al Signore; semplicemente non riescono a contenere l’entusiasmo di essere stati risanati, la gioia per quanto hanno vissuto nell’incontro con Lui. E qui c’è un altro segno distintivo del cristiano: la gioia del Vangelo, che è incontenibile, «riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 1); la gioia del Vangelo libera dal rischio di una fede intimista, seriosa, lamentosa, e immette nel dinamismo della testimonianza.

    Carissimi, è bello vedervi e vedere che vivete con gioia l’annuncio liberante del Vangelo. Vi ringrazio per questo. Non si tratta di proselitismo – per favore, non fare mai proselitismo! – ma di testimonianza; non di moralismo che giudica – no, non farlo – ma di misericordia che abbraccia; non di culto esteriore, ma di amore vissuto. Vi incoraggio ad andare avanti su questa strada: come i due ciechi del Vangelo, rinnoviamo anche noi l’incontro con Gesù e usciamo da noi stessi senza paura per testimoniarlo a quanti incontriamo! Usciamo a portare la luce che abbiamo ricevuto, usciamo a illuminare la notte che spesso ci circonda! Fratelli e sorelle, c’è bisogno di cristiani illuminati ma soprattutto luminosi, che tocchino con tenerezza le cecità dei fratelli; che con gesti e parole di consolazione accendano luci di speranza nel buio. Cristiani che seminino germogli di Vangelo nei campi aridi della quotidianità, che portino carezze nelle solitudini della sofferenza e della povertà.

    Fratelli, sorelle, il Signore Gesù passa, passa anche per le nostre strade di Cipro, ascolta il grido delle nostre cecità, vuole toccare i nostri occhi, vuole toccare il nostro cuore, farci venire alla luce, rinascere, rialzarci dentro: questo vuole fare Gesù. E rivolge anche a noi la domanda che fece ai quei ciechi: «Credete che io possa fare questo?» (Mt 9,28). Crediamo che Gesù possa fare questo? Rinnoviamo la nostra fiducia in Lui! Diciamogli: Gesù, crediamo che la tua luce è più grande di ogni nostra tenebra; crediamo che Tu puoi guarirci, che Tu puoi rinnovare la nostra fraternità, che puoi moltiplicare la nostra gioia; e con tutta la Chiesa Ti invochiamo, tutti insieme: Vieni, Signore Gesù! [tutti ripetono: “Vieni, Signore Gesù!”] Vieni, Signore Gesù! [tutti: “Vieni, Signore Gesù!”] Vieni, Signore Gesù! [tutti: “Vieni, Signore Gesù!”]

    [01682-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    […].

    Saluto del Santo Padre

    […].

    Testo in lingua italiana

    Cari fratelli e sorelle,

    sono io che desidero ringraziare tutti voi! Domani mattina avrò modo di salutare il Signor Presidente della Repubblica, qui presente: lo saluterò al momento di congedarmi da questo Paese, ma fin da ora desidero di cuore esprimere a tutti la mia gratitudine per l’accoglienza e l’affetto che mi sono stati riservati. Grazie!

    Qui a Cipro sto respirando un po’ di quell’atmosfera tipica della Terra Santa, dove l’antichità e la varietà delle tradizioni cristiane arricchiscono il pellegrino. Questo mi fa bene, e fa bene incontrare comunità di credenti che vivono il presente con speranza, aperti al futuro, e condividono questo orizzonte con i più bisognosi. Penso, in particolare, ai migranti in cerca di una vita migliore, con i quali trascorrerò il mio ultimo incontro su quest’isola, insieme ai fratelli e alle sorelle di varie confessioni cristiane.

    Grazie a tutti coloro che hanno collaborato per questa visita! Pregate per me. Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga. Efcharistó! [Grazie!]

    [01683-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    […].

    [B0811-XX.02]


    [Fonte, dal Bollettino quotidiano del: 03.12.2021 della Sala Stampa della Santa Sede.
    © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008].
    «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino»
    (Sal 119, 105).




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