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Discussione: Omelie, discorsi e messaggi di Papa Francesco

  1. #11
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    PAPA FRANCESCO

    UDIENZA GENERALE

    Aula Paolo VI
    Mercoledì, 12 gennaio 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Gli evangelisti Matteo e Marco definiscono Giuseppe “falegname” o “carpentiere”. Abbiamo ascoltato poco fa che la gente di Nazaret, sentendo Gesù parlare, si chiedeva: «Non è costui il figlio del falegname?» (13,55; cfr Mc 6,3). Gesù praticò il mestiere del padre.

    Il termine greco tekton, usato per indicare il lavoro di Giuseppe, è stato tradotto in vari modi. I Padri latini della Chiesa lo hanno reso con “falegname”. Ma teniamo presente che nella Palestina dei tempi di Gesù il legno serviva, oltre che a fabbricare aratri e mobili vari, anche a costruire case, che avevano serramenti di legno e tetti a terrazza fatti di travi connesse tra loro con rami e terra.

    Pertanto, “falegname” o “carpentiere” era una qualifica generica, che indicava sia gli artigiani del legno sia gli operai impegnati in attività legate all’edilizia. Un mestiere piuttosto duro, dovendo lavorare materiale pesante, come il legno, la pietra e il ferro. Dal punto di vista economico non assicurava grandi guadagni, come si deduce dal fatto che Maria e Giuseppe, quando presentarono Gesù nel Tempio, offrirono solo una coppia di tortore o di colombi (cfr Lc 2,24), come prescriveva la Legge per i poveri (cfr Lv 12,8).

    Dunque, Gesù adolescente ha imparato dal padre questo mestiere. Perciò, quando da adulto cominciò a predicare, i suoi compaesani stupiti si chiedevano: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi?» (Mt 13,54), ed erano scandalizzati di lui (cfr v. 57), perché era il figlio del falegname ma parlava come un dottore della legge, e si scandalizzavano di questo.

    Questo dato biografico di Giuseppe e di Gesù mi fa pensare a tutti i lavoratori del mondo, in modo particolare a quelli che fanno lavori usuranti nelle miniere e in certe fabbriche; a coloro che sono sfruttati con il lavoro in nero; alle vittime del lavoro - abbiamo visto che in Italia ultimamente ce ne sono state parecchie -; ai bambini che sono costretti a lavorare e a quelli che frugano nelle discariche per cercare qualcosa di utile da barattare... Mi permetto di ripetere questo che ho detto: i lavoratori nascosti, i lavoratori che fanno lavori usuranti nelle miniere e in certe fabbriche: pensiamo a loro. A coloro che sono sfruttati con il lavoro in nero, a coloro che danno lo stipendio di contrabbando, di nascosto, senza la pensione, senza niente. E se non lavori, tu, non hai alcuna sicurezza. Il lavoro in nero oggi c’è, e tanto. Pensiamo alle vittime del lavoro, degli incidenti sul lavoro; ai bambini che sono costretti a lavorare: questo è terribile! I bambini nell’età del gioco devono giocare, invece sono costretti a lavorare come persone adulte. Pensiamo a quei bambini, poveretti, che frugano nelle discariche per cercare qualcosa di utile da barattare. Tutti questi sono fratelli e sorelle nostri, che si guadagnano la vita così, con lavori che non riconoscono la loro dignità! Pensiamo a questo. E questo succede oggi, nel mondo, questo oggi succede! Ma penso anche a chi è senza lavoro: quanta gente va a bussare alle porte delle fabbriche, delle imprese: “Ma, c’è qualcosa da fare?” – “No, non c’è, non c’è …”. La mancanza di lavoro! E penso anche a quanti si sentono feriti nella loro dignità perché non trovano questo lavoro. Tornano a casa: “Hai trovato qualcosa?” – “No, niente … sono passato dalla Caritas e porto il pane”. Quello che ti dà dignità non è portare il pane a casa. Tu puoi prenderlo dalla Caritas: no, questo non ti dà dignità. Quello che ti dà dignità è guadagnare il pane, e se noi non diamo alla nostra gente, ai nostri uomini e alle nostre donne, la capacità di guadagnare il pane, questa è un’ingiustizia sociale in quel posto, in quella nazione, in quel continente. I governanti devono dare a tutti la possibilità di guadagnare il pane, perché questo guadagno dà loro la dignità. Il lavoro è un’unzione di dignità, e questo è importante. Molti giovani, molti padri e molte madri vivono il dramma di non avere un lavoro che permetta loro di vivere serenamente, vivono alla giornata. E tante volte la ricerca di esso diventa così drammatica da portarli fino al punto di perdere ogni speranza e desiderio di vita. In questi tempi di pandemia tante persone hanno perso il lavoro – lo sappiamo – e alcuni, schiacciati da un peso insopportabile, sono arrivati al punto di togliersi la vita. Vorrei oggi ricordare ognuno di loro e le loro famiglie. Facciamo un istante di silenzio ricordando quegli uomini, quelle donne disperati perché non trovano lavoro.

    Non si tiene abbastanza conto del fatto che il lavoro è una componente essenziale nella vita umana, e anche nel cammino di santificazione. Lavorare non solo serve per procurarsi il giusto sostentamento: è anche un luogo in cui esprimiamo noi stessi, ci sentiamo utili, e impariamo la grande lezione della concretezza, che aiuta la vita spirituale a non diventare spiritualismo. Purtroppo però il lavoro è spesso ostaggio dell’ingiustizia sociale e, più che essere un mezzo di umanizzazione, diventa una periferia esistenziale. Tante volte mi domando: con che spirito noi facciamo il nostro lavoro quotidiano? Come affrontiamo la fatica? Vediamo la nostra attività legata solo al nostro destino oppure anche al destino degli altri? Infatti, il lavoro è un modo di esprimere la nostra personalità, che è per sua natura relazionale. Il lavoro è anche un modo per esprimere la nostra creatività: ognuno fa il lavoro a suo modo, con il proprio stile; lo stesso lavoro ma con stile diverso.

    È bello pensare che Gesù stesso abbia lavorato e che abbia appreso quest’arte proprio da San Giuseppe. Dobbiamo oggi domandarci che cosa possiamo fare per recuperare il valore del lavoro; e quale contributo, come Chiesa, possiamo dare affinché esso sia riscattato dalla logica del mero profitto e possa essere vissuto come diritto e dovere fondamentale della persona, che esprime e incrementa la sua dignità.

    Cari fratelli e sorelle, per tutto questo oggi desidero recitare con voi la preghiera che San Paolo VI elevò a San Giuseppe il 1° maggio del 1969:

    O San Giuseppe,
    Patrono della Chiesa,
    tu che, accanto al Verbo incarnato,
    lavorasti ogni giorno per guadagnare il pane,
    traendo da Lui la forza di vivere e di faticare;
    tu che hai provato l’ansia del domani,
    l’amarezza della povertà, la precarietà del lavoro:
    tu che irradii oggi, l’esempio della tua figura,
    umile davanti agli uomini
    ma grandissima davanti a Dio,
    proteggi i lavoratori nella loro dura esistenza quotidiana,
    difendendoli dallo scoraggiamento,
    dalla rivolta negatrice,
    come dalle tentazioni dell’edonismo;
    e custodisci la pace nel mondo,
    quella pace che sola può garantire lo sviluppo dei popoli. Amen.

    ________________________________________

    Saluti

    Je suis heureux de saluer les pèlerins des pays francophones, particulièrement les jeunes du Diocèse de Tarbes accompagnés de Mgr Emmanuel Gobilliard, Evêque Auxiliaire de Lyon. Que par l’intercession de saint Joseph, les jeunes, les pères et les mères qui sont au chômage et qui vivent dans la précarité et l’angoisse pour leurs familles, aient du travail afin de mener une vie digne et sereine. A vous tous, ma Bénédiction !

    [Sono lieto di salutare i pellegrini dei Paesi francofoni, in particolare i giovani della Diocesi di Tarbes insieme a Mons. Emmanuel Gobilliard, Vescovo Ausiliare di Lione. Per intercessione di San Giuseppe, possano i giovani, i padri e le madri disoccupati e che vivono nella precarietà e nell’angoscia per le loro famiglie, trovare lavoro per condurre una vita dignitosa e serena. A tutti di voi, la mia Benedizione!]

    I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those from the United States of America. Upon all of you, and your families, I invoke the Lord’s blessings of joy and peace. God bless you!

    [Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’Udienza odierna, specialmente quelli provenienti dagli Stati Uniti d’America. Su tutti voi, e sulle vostre famiglie, invoco la gioia e la pace del Signore. Dio vi benedica!]

    Einen herzlichen Gruß richte ich an die Pilger deutscher Sprache. Lassen wir die Schwachen an unseren Aktivitäten teilhaben. Das ist wichtig für sie; es ist aber auch für uns von Bedeutung. Der barmherzige Gott segne Euch und Eure Familien.

    [Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua tedesca. Condividiamo con i deboli le nostre attività. È di grande importanza per loro ed è un significativo sostegno anche per noi. Il Dio misericordioso benedica voi e le vostre famiglie.]

    Saludo cordialmente a los fieles de lengua española. Los animo a reflexionar sobre el sentido que damos al propio trabajo, a verlo como un servicio, como un modo de ayudar a los demás con nuestro esfuerzo. Que el Señor los bendiga y bendiga todas sus tareas, de modo que sean siempre para la mayor gloria de Dios. Muchas gracias.

    Saúdo com afecto os fiéis de língua portuguesa. Com Jesus e São José ajudemos os nossos irmãos e irmãs a recuperar o valor do trabalho, para que todos possamos viver, com consciência alegre, a nossa dignidade de filhos de Deus. Deus vos abençoe.

    [Saluto con affetto i fedeli di lingua portoghese. Con Gesù e San Giuseppe aiutiamo i nostri fratelli e le nostre sorelle a recuperare il valore del lavoro, affinché viviamo tutti insieme, con coscienza gioiosa, la nostra dignità di figli di Dio. Su tutti scenda la Benedizione del Signore.]

    […].

    [Saluto i fedeli di lingua araba. Chiediamo a San Giuseppe, Patrono della Chiesa, che ha lavorato per assicurare ogni giorno il pane alla famiglia di Nazaret, provando l’amarezza della povertà e della precarietà del lavoro, di proteggere i lavoratori nella loro dura esistenza quotidiana, difendendoli dallo scoraggiamento e dallo sfruttamento, e di custodire la pace nel mondo, che sola può garantire lo sviluppo dei popoli. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]

    […].

    [Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Cari fratelli e sorelle, insieme a san Giuseppe falegname, chiediamo al Signore che il mondo di oggi sia sempre più sensibile al valore umano e spirituale del lavoro. Infatti, come diceva san Giovanni Paolo II, “grazie al banco di lavoro presso il quale esercitava il suo mestiere insieme con Gesù, Giuseppe avvicinò il lavoro umano al mistero della Redenzione” (Redemptoris custos, 22). Vi benedico di cuore voi, le vostre famiglie e i vostri cari.]

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i membri dell’Istituto secolare Orionino. La figura di san Giuseppe, umile falegname di Nazareth, ci orienti verso Cristo, sostenga coloro che operano per il bene e interceda per quanti hanno perso il lavoro o non riescono a trovarlo.

    Il mio pensiero va infine in modo speciale agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli. Domenica scorsa abbiamo celebrato la Festa del Battesimo del Signore, occasione propizia per ripensare al proprio Battesimo nella fede della Chiesa. Riscoprite la grazia che proviene dal Sacramento e sappiatela tradurre negli impegni quotidiani di vita.

    A tutti la mia benedizione.


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).

  2. #12
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    PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 16 gennaio 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Il Vangelo della Liturgia odierna narra l’episodio delle nozze di Cana, dove Gesù trasforma l’acqua in vino per la gioia degli sposi. E si conclude così: «Questo fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Gv 2,11). Notiamo che l’evangelista Giovanni non parla di miracolo, cioè di un fatto potente e straordinario che genera meraviglia. Scrive che a Cana avviene un segno, che suscita la fede dei discepoli. Possiamo allora domandarci: che cos’è un “segno” secondo il Vangelo?

    Un segno è un indizio che rivela l’amore di Dio, che non richiama cioè l’attenzione sulla potenza del gesto, ma sull’amore che lo ha provocato. Ci insegna qualcosa dell’amore di Dio, che è sempre vicino, tenero e compassionevole. Il primo segno avviene mentre due sposi sono in difficoltà nel giorno più importante della loro vita. Nel bel mezzo della festa manca un elemento essenziale, il vino, e la gioia rischia di spegnersi tra le critiche e l’insoddisfazione degli invitati. Figuriamoci come può andare avanti una festa di nozze solo con l’acqua! È terribile, una brutta figura faranno gli sposi!

    Ad accorgersi del problema è la Madonna, che lo segnala con discrezione a Gesù. E Lui interviene senza clamore, senza quasi darlo a vedere. Tutto si svolge nel riserbo, “dietro le quinte”: Gesù dice ai servi di riempire le anfore d’acqua, che diventa vino. Così agisce Dio, con vicinanza, con discrezione. I discepoli di Gesù colgono questo: vedono che grazie a Lui la festa di nozze è diventata ancora più bella. E vedono anche il modo di agire di Gesù, questo suo servire nel nascondimento – così è Gesù: ci aiuta, ci serve nel nascondimento, in quel momento –, tanto che i complimenti per il vino buono vanno poi allo sposo, nessuno se ne accorge, soltanto i servitori. Così comincia a svilupparsi in loro il germe della fede, cioè credono che in Gesù è presente Dio, l’amore di Dio.

    È bello pensare che il primo segno che Gesù compie non è una guarigione straordinaria o un prodigio nel tempio di Gerusalemme, ma un gesto che viene incontro a un bisogno semplice e concreto di gente comune, un gesto domestico, un miracolo, diciamo così, “in punta di piedi”, discreto, silenzioso. Egli è pronto ad aiutarci, a risollevarci. E allora, se siamo attenti a questi “segni”, veniamo conquistati dal suo amore e diventiamo suoi discepoli.

    Ma c’è un altro tratto distintivo del segno di Cana. In genere il vino che si dava alla fine della festa era quello meno buono; anche oggi si fa così, la gente a quel punto non distingue tanto bene se è un vino buono o è un vino un po’ annacquato. Gesù, invece, fa in modo che la festa si concluda con il vino migliore. Simbolicamente questo ci dice che Dio vuole per noi il meglio, ci vuole felici. Non si pone limiti e non ci chiede interessi. Nel segno di Gesù non c’è spazio per secondi fini, per pretese verso gli sposi. No, la gioia che Gesù lascia nel cuore è gioia piena e disinteressata. Non è una gioia annacquata!

    Vi suggerisco allora un esercizio, che ci può fare molto bene. Proviamo oggi a frugare tra i ricordi alla ricerca dei segni che il Signore ha compiuto nella mia vita. Ognuno dica: nella mia vita, quali segni il Signore ha compiuto? Quali accenni della sua presenza? Segni che ha fatto per mostrarci che ci ama; pensiamo a quel momento difficile in cui Dio mi ha fatto sperimentare il suo amore… E chiediamoci: con quali segni, discreti e premurosi, mi ha fatto sentire la sua tenerezza? Quando io ho sentito più vicino il Signore, quando ho sentito la sua tenerezza, la sua compassione? Ognuno di noi nella sua storia ha di questi momenti. Andiamo a cercare quei segni, facciamo memoria. Come ho scoperto la sua vicinanza? Come in me è rimasta nel cuore una grande gioia? Facciamo rivivere i momenti in cui abbiamo sperimentato la sua presenza e l’intercessione di Maria. Lei, la Madre, che come a Cana è sempre attenta, ci aiuti a fare tesoro dei segni di Dio nella nostra vita.

    ____________________________________

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle!

    Esprimo la mia vicinanza alle persone colpite da forti piogge e inondazioni in diverse regioni del Brasile nelle ultime settimane. Prego in particolare per le vittime e i loro familiari, e per coloro che hanno perso la casa. Che Dio sostenga l’impegno di quanti stanno portando soccorso.

    Dal 18 al 25 gennaio si svolgerà la Settimana di Preghiera per l’unità dei cristiani, che quest’anno propone di rispecchiarsi nell’esperienza dei Magi, venuti dall’oriente a Betlemme per onorare il Re Messia. Anche noi cristiani, nella diversità delle nostre confessioni e tradizioni, siamo pellegrini in cammino verso la piena unità, e ci avviciniamo alla meta quanto più teniamo lo sguardo fisso su Gesù, nostro unico Signore. Durante la Settimana di Preghiera, offriamo anche le nostre fatiche e le nostre sofferenze per l’unità dei cristiani.

    Saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi. Un saluto speciale rivolgo al gruppo “Girasoli della Locride”, da Locri, con familiari e animatori.

    A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).

  3. #13
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    ALLA DELEGAZIONE ECUMENICA DALLA FINLANDIA


    Lunedì, 17 gennaio 2022


    Do il mio benvenuto cordiale a tutti voi, membri della Delegazione ecumenica dalla Finlandia, che per la festa di Sant’Enrico siete venuti in pellegrinaggio a Roma. Grazie di cuore, Vescovo Keskitalo, fratello, per il dono che mi ha offerto e per le sue parole sull’umiltà, sul pentimento e sul perdono. Per qualcuno sembrano parole negative, ma sono le parole più positive per andare avanti. È con particolare gioia che accolgo e saluto i rappresentanti Sami. Che Dio vi accompagni nel cammino verso la riconciliazione e la guarigione della memoria, e renda tutti i cristiani liberi e determinati nella ricerca sincera della verità! È un piacere ricevere il Vescovo emerito Teemu Sippo, che si è ripreso da un grave incidente e con la sua presenza ci ricorda che il coraggio vero sta nel rialzarsi e nell’andare avanti. Vi chiedo anche di portare il mio fraterno saluto al Metropolita ortodosso Arseni di Kuopio e Carelia, che non ha potuto accompagnarvi.

    Cari fratelli e sorelle, la vostra gradita visita giunge alla vigilia della Settimana di Preghiera per l’unità dei cristiani. Il tema di quest’anno è tratto dal Vangelo di Matteo: “In oriente abbiamo visto apparire la sua stella e siamo venuti qui per onorarlo” (cfr Mt 2,2). Si riferisce ai magi che, dopo un lungo viaggio, trovano Gesù e lo adorano. I magi raggiungono la meta perché l’hanno cercata. Ma la cercano perché il Signore per primo, con il segno della stella, si era messo in ricerca di loro. Trovano perché cercano, e cercano perché sono stati cercati. È bello intendere la vita così, come un cammino di ricerca, che non parte da noi, ma da Colui che per primo si è messo in cerca di noi e ci attira con la sua grazia. Tutto nasce dalla grazia di Dio che ci attira. E la nostra risposta non può che essere simile a quella dei magi: un cammino fatto insieme.

    Camminare insieme. Chi è stato toccato dalla grazia di Dio non può chiudersi e vivere di autoconservazione, è sempre in cammino, sempre proteso ad andare avanti. E avanti insieme: il vostro peregrinare qui è un bell’esempio di questo. La tradizione ecclesiale ha riconosciuto nei magi i rappresentanti di culture e popoli diversi: anche per noi, specialmente in questi tempi, la sfida è quella di prendere per mano il fratello, con la sua storia concreta, per procedere insieme. Cari amici, siamo in cammino guidati dalla luce gentile di Dio, che dissipa le tenebre della divisione e orienta il cammino verso l’unità. Siamo in cammino da fratelli verso una comunione sempre più piena. Aiutiamoci, nel nostro pellegrinaggio ecumenico, a progredire “sempre più verso Dio”, «magis ac magis in Deum», come dice la Regola di San Benedetto (LXII,4). Il mondo ha bisogno della sua luce e questa luce risplende solo nell’amore, nella comunione, nella fraternità.

    Ci sono tappe del cammino che risultano più agevoli e nelle quali siamo chiamati a procedere rapidi e solerti. Penso, ad esempio, a tanti percorsi di carità che, mentre ci avvicinano al Signore, presente nei poveri e nei bisognosi, ci uniscono tra di noi. A volte, però, il cammino è più faticoso e, di fronte a traguardi che sembrano ancora lontani e difficili da raggiungere, può aumentare la stanchezza e affiorare la tentazione dello scoraggiamento. In questo caso ricordiamoci che siamo in cammino non come possessori, ma come cercatori di Dio. Perciò dobbiamo andare avanti con umile pazienza e sempre insieme, per sostenerci a vicenda, perché così desidera Cristo. Aiutiamoci quando vediamo che l’altro è nel bisogno. E nel pellegrinaggio talvolta è necessaria una sosta per riprendere le energie e focalizzare meglio la meta. E noi, cercatori di Dio in cammino verso la comunione piena con Lui e tra di noi, abbiamo davanti due stazioni importanti.

    Nel 2025 celebreremo il 1700° anniversario del Concilio di Nicea. La confessione trinitaria e cristologica di questo Concilio, che riconosce Gesù “Dio vero da Dio vero”, “consostanziale con il Padre”, ci unisce con tutti i battezzati. In vista di questa grande ricorrenza disponiamoci con rinnovato entusiasmo a camminare insieme nella via di Cristo, nella via che è Cristo! Perché è di Lui, della sua novità, della sua gioia impareggiabile che abbiamo bisogno. Solo stretti a Lui percorreremo fino in fondo la strada della piena unità. Ed è sempre Lui che, anche inconsapevolmente, cercano gli uomini di ogni tempo e dunque pure di oggi.

    La seconda stazione: nel 2030 – ci saremo? non ci saremo? non lo so – commemoreremo i 500 anni della Confessione di Augusta. In un tempo in cui i cristiani stavano per intraprendere vie diverse, quella Confessione tentò di preservare l’unità. Sappiamo che non riuscì a impedire la divisione, ma la ricorrenza potrà essere un’occasione feconda per confermarci e rafforzarci nel cammino di comunione, per diventare più docili alla volontà di Dio e meno alle logiche umane, più disposti ad anteporre alle mete terrene la rotta indicata dal Cielo.

    E riguardo a voi [si rivolge ai rappresentanti del popolo Sami], caro fratello, vorrei ringraziarti perché hai preso i quattro sogni che avevo con l’Amazzonia, anche tu li hai presi con gli aborigeni della tua terra. Mi viene in mente che un pastore dev’essere concreto con la gente concreta, con il suo popolo concreto, ma che non deve smettere di sognare. A un pastore che si stanca di sognare, manca qualche cosa. Grazie di sognare!

    E poi, un’altra cosa sul cammino ecumenico. Quando si farà l’unità? Si domanda, non è vero? Un grande teologo ortodosso specialista in escatologia ha detto: “L’unità sarà nell’eschaton”. Ma importante è il cammino verso l’unità. È molto buono che i teologi studino, discutano… Questo è molto buono. Sono specialisti per questo. Ma è anche buono che noi, popolo fedele di Dio, andiamo insieme nel cammino. Insieme. E facciamo l’unità con la preghiera, con le opere di carità, con il lavoro insieme. So che tu vai per quella strada, e ti ringrazio tanto.

    Cari amici, il ripetersi del vostro pellegrinaggio qui – a me piace tanto – è un segno ecumenico bello e incoraggiante. Vi ringrazio per questo. Andiamo avanti insieme nella ricerca di Dio, con audacia e concretezza. Teniamo lo sguardo fisso su Gesù (cfr Eb 12,2) e teniamoci stretti nella preghiera, gli uni per gli altri. Vi invito perciò a pregare insieme il Padre Nostro, ciascuno nella propria lingua.

    [Recita del Padre Nostro]


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  4. #14
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    L’Udienza Generale, 19.01.2022

    [B0042]

    L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta nell’Aula Paolo VI dove il Santo Padre Francesco ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli provenienti dall’Italia e da ogni parte del mondo.
    Nel discorso in lingua italiana, il Papa, continuando il ciclo di catechesi su San Giuseppe, ha incentrato la sua riflessione sul tema: San Giuseppe padre nella tenerezza (Lettura: Os 11,1.3-4).
    Dopo aver riassunto la Sua catechesi in diverse lingue, il Santo Padre ha indirizzato particolari espressioni di saluto ai gruppi di fedeli presenti. Quindi ha rivolto un appello per le popolazioni dell’Arcipelago di Tonga, nel Sud dell’Oceano Pacifico, colpito dalla potente eruzione di un vulcano sottomarino e dal conseguente tsunami.
    L’Udienza Generale si è conclusa con il canto del Pater Noster e la Benedizione Apostolica.


    Catechesi del Santo Padre in lingua italiana

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Oggi vorrei approfondire la figura di San Giuseppe come padre nella tenerezza.

    Nella Lettera Apostolica Patris corde (8 dicembre 2020) ho avuto modo di riflettere su questo aspetto della tenerezza, un aspetto della personalità di San Giuseppe. Infatti, anche se i Vangeli non ci danno particolari su come egli abbia esercitato la sua paternità, però possiamo stare certi che il suo essere uomo “giusto” si sia tradotto anche nell’educazione data a Gesù. «Giuseppe vide crescere Gesù giorno dopo giorno “in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2,52): così dice il Vangelo. Come il Signore fece con Israele, così egli “gli ha insegnato a camminare, tenendolo per mano: era per lui come il padre che solleva un bimbo alla sua guancia, si chinava su di lui per dargli da mangiare” (cfr Os 11,3-4)» (Patris corde, 2). È bella questa definizione della Bibbia che fa vedere il rapporto di Dio con il popolo di Israele. E lo stesso rapporto pensiamo che sia stato quello di San Giuseppe con Gesù.

    I Vangeli attestano che Gesù ha usato sempre la parola “padre” per parlare di Dio e del suo amore. Molte parabole hanno come protagonista la figura di un padre.[1] Tra le più famose c’è sicuramente quella del Padre misericordioso, raccontata dall’evangelista Luca (cfr Lc 15,11-32). Proprio in questa parabola si sottolinea, oltre all’esperienza del peccato e del perdono, anche il modo in cui il perdono giunge alla persona che ha sbagliato. Il testo dice così: «Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (v. 20). Il figlio si aspettava una punizione, una giustizia che al massimo gli avrebbe potuto dare il posto di uno dei servi, ma si ritrova avvolto dall’abbraccio del padre. La tenerezza è qualcosa di più grande della logica del mondo. È un modo inaspettato di fare giustizia. Ecco perché non dobbiamo mai dimenticare che Dio non è spaventato dai nostri peccati: mettiamoci questo bene nella testa. Dio non si spaventa dei nostri peccati, è più grande dei nostri peccati: è padre, è amore, è tenero. Non è spaventato dai nostri peccati, dai nostri errori, dalle nostre cadute, ma è spaventato dalla chiusura del nostro cuore – questo sì, lo fa soffrire – è spaventato dalla nostra mancanza di fede nel suo amore. C’è una grande tenerezza nell’esperienza dell’amore di Dio. Ed è bello pensare che il primo a trasmettere a Gesù questa realtà sia stato proprio Giuseppe. Infatti le cose di Dio ci giungono sempre attraverso la mediazione di esperienze umane. Tempo fa – non so se l’ho già raccontato – un gruppo di giovani che fanno teatro, un gruppo di giovani pop, “avanti”, sono stati colpiti da questa parabola del padre misericordioso e hanno deciso di fare un’opera di teatro pop con questo argomento, con questa storia. E l’hanno fatta bene. E tutto l’argomento è, alla fine, che un amico ascolta il figlio che si era allontanato dal padre, che voleva tornare a casa ma aveva paura che il papà lo cacciasse e lo punisse. E l’amico gli dice, in quell’opera pop: “Manda un messaggero e di’ che tu vuoi tornare a casa, e se il papà ti riceverà che metta un fazzoletto alla finestra, quella che tu vedrai appena prendi il cammino finale”. Così è stato fatto. E l’opera, con canti e balli, continua fino al momento che il figlio entra nella strada finale e si vede la casa. E quando alza gli occhi, vede la casa piena di fazzolettini bianchi: piena. Non uno, ma tre-quattro per ogni finestra. Così è la misericordia di Dio. Non si spaventa del nostro passato, delle nostre cose brutte: si spaventa soltanto della chiusura. Tutti noi abbiamo conti da risolvere; ma fare i conti con Dio è una cosa bellissima, perché noi incominciamo a parlare e Lui ci abbraccia. La tenerezza!

    Allora possiamo domandarci se noi stessi abbiamo fatto esperienza di questa tenerezza, e se a nostra volta ne siamo diventati testimoni. Infatti la tenerezza non è prima di tutto una questione emotiva o sentimentale: è l’esperienza di sentirsi amati e accolti proprio nella nostra povertà e nella nostra miseria, e quindi trasformati dall’amore di Dio.

    Dio non fa affidamento solo sui nostri talenti, ma anche sulla nostra debolezza redenta. Questo, ad esempio, fa dire a San Paolo che c’è un progetto anche sulla sua fragilità. Così infatti scrive alla comunità di Corinto: «Affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi […]. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”» (2 Cor 12,7-9). Il Signore non ci toglie tutte le debolezze, ma ci aiuta a camminare con le debolezze, prendendoci per mano. Prende per mano le nostre debolezze e si pone vicino a noi. E questo è tenerezza. L’esperienza della tenerezza consiste nel vedere la potenza di Dio passare proprio attraverso ciò che ci rende più fragili; a patto però di convertirci dallo sguardo del Maligno che «ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità», mentre lo Spirito Santo «la porta alla luce con tenerezza» (Patris corde, 2). «È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi. […] Guardate come le infermiere, gli infermieri toccano le ferite degli ammalati: con tenerezza, per non ferirli di più. E così il Signore tocca le nostre ferite, con la stessa tenerezza.

    Per questo è importante incontrare la Misericordia di Dio, specie nel Sacramento della Riconciliazione, nella preghiera personale con Dio, facendo un’esperienza di verità e tenerezza. Paradossalmente anche il Maligno può dirci la verità: lui è bugiardo, ma si arrangia per dirci la verità per portarci alla bugia; ma, se lo fa, è per condannarci. Invece il Signore ci dice la verità e ci tende la mano per salvarci. Noi sappiamo però che la Verità che viene da Dio non ci condanna, ma ci accoglie, ci abbraccia, ci sostiene, ci perdona» (Patris corde, 2). Dio perdona sempre: mettetevelo, questo, nella testa e nel cuore. Dio perdona sempre. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono. Ma lui perdona sempre, anche le cose più brutte.

    Ci fa bene allora specchiarci nella paternità di Giuseppe che è uno specchio della paternità di Dio, e domandarci se permettiamo al Signore di amarci con la sua tenerezza, trasformando ognuno di noi in uomini e donne capaci di amare così. Senza questa “rivoluzione della tenerezza” – ci vuole, una rivoluzione della tenerezza! – rischiamo di rimanere imprigionati in una giustizia che non permette di rialzarsi facilmente e che confonde la redenzione con la punizione. Per questo, oggi voglio ricordare in modo particolare i nostri fratelli e le nostre sorelle che sono in carcere. È giusto che chi ha sbagliato paghi per il proprio errore, ma è altrettanto giusto che chi ha sbagliato possa redimersi dal proprio errore. Non possono esserci condanne senza finestre di speranza. Qualsiasi condanna ha sempre una finestra di speranza. Pensiamo ai nostri fratelli e alle nostre sorelle carcerati, e pensiamo alla tenerezza di Dio per loro e preghiamo per loro, perché trovino in quella finestra di speranza una via di uscita verso una vita migliore.

    E concludiamo con questa preghiera:

    San Giuseppe, padre nella tenerezza,
    insegnaci ad accettare di essere amati proprio in ciò che in noi è più debole.
    Fa’ che non mettiamo nessun impedimento
    tra la nostra povertà e la grandezza dell’amore di Dio.
    Suscita in noi il desiderio di accostarci al Sacramento della Riconciliazione,
    per essere perdonati e anche resi capaci di amare con tenerezza
    i nostri fratelli e le nostre sorelle nella loro povertà.
    Sii vicino a coloro che hanno sbagliato e per questo ne pagano il prezzo;
    aiutali a trovare, insieme alla giustizia, anche la tenerezza per poter ricominciare.
    E insegna loro che il primo modo di ricominciare
    è domandare sinceramente perdono, per sentire la carezza del Padre.
    ______________________

    [1] Cfr Mt 15,13; 21,28-30; 22,2; Lc 15,11-32; Gv 5,19-23; 6,32-40; 14,2;15,1.8.

    [00077-IT.02] [Testo originale: Italiano]


    Sintesi della catechesi e saluti nelle diverse lingue


    In lingua francese

    Speaker:
    Aujourd'hui, nous approfondissons la figure de saint Joseph comme père de tendresse. Dans les évangiles, Jésus utilise souvent la figure du Père pour parler de Dieu et de son amour. Ainsi, la parabole du Père miséricordieux (Lc 15, 11-32) insiste sur la manière dont le pardon atteint celui qui a péché. Le fils prodigue s'attend à une punition, ou à une justice qui lui aurait donné tout au plus la place d'un des serviteurs, mais il se retrouve dans les bras de son père. La tendresse est quelque chose de plus grand que la logique du monde, elle est une façon inattendue de rendre justice. Il y a une grande tendresse dans l'amour de Dieu, et il est beau de penser que la première personne à transmettre cela à Jésus fut Joseph lui-même. Il est essentiel de faire nous-même l’expérience de cette tendresse de Dieu pour en devenir les témoins. Ce n’est pas une question d’émotion ou de sentiment, mais la conviction de se sentir aimé et accueilli précisément dans notre pauvreté et notre misère. Le sacrement de la réconciliation est ainsi le lieu par excellence pour faire l’expérience de cette tendresse de Dieu pour nous, en toute vérité. C’est en nous laissant aimer que nous devenons à notre tour capable d’aimer davantage.

    Santo Padre:
    Saluto cordialmente le persone di lingua francese presenti oggi. Questa mattina preghiamo in particolare per coloro che sono in carcere. La tenerezza di Dio li raggiunga nel loro cammino di riparazione e di ritorno nella società, e susciti in ognuno di noi un gran desiderio di conversione. Dio vi benedica!

    Speaker:
    Je salue cordialement les personnes de langue française présentes aujourd’hui. Ce matin, prions tout particulièrement pour ceux qui sont en prison. Que la tendresse de Dieu les rejoigne dans leur chemin de réparation et de réinsertion dans la société, et qu’elle suscite en chacun d’entre nous un grand désir de conversion. Que Dieu vous bénisse !

    [00078-FR.01] [Texte original: Français]


    In lingua inglese

    Speaker:
    Dear Brothers and Sisters: In our continuing catechesis on the figure of Saint Joseph, we now consider his example of fatherly love and its importance in the life of Jesus. In the Gospels, significantly, Jesus always appeals to the image of an earthly father when speaking of his heavenly Father and his love. We see this especially in the parable of the prodigal son (cf. Lk 15:11-32), which speaks not only of sin and forgiveness, but also of the love that renews and redeems broken relationships. Like the prodigal son, we too are invited to acknowledge our sins and failings, but also to let ourselves be changed by the loving embrace of the Lord. God’s tender love is also seen in the trust he places in us to carry out his will by the power of his grace, which works even through our human weaknesses. As a loving Father, God helps us to see the truth about ourselves, in order to make us grow to spiritual maturity in Christ. That is why it is so important to encounter his merciful love in the sacraments, particularly the sacrament of Reconciliation. Through Saint Joseph’s intercession, may we learn to follow Christ and to be witnesses to the transforming power of his divine love.

    Santo Padre:
    Saluto i pellegrini di lingua inglese, specialmente quelli provenienti dagli Stati Uniti d’America. Saluto inoltre i sacerdoti dell’Istituto di Formazione Teologica Permanente del Pontificio Collegio Americano del Nord. In questa Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, preghiamo perché tutti i discepoli di Cristo perseverino nel cammino dell’unità. Su tutti voi, e sulle vostre famiglie, invoco la gioia e la pace del Signore. Dio vi benedica!

    Speaker:
    I greet the English-speaking pilgrims and visitors, especially those from the United States of America. I also greet the priests of the Institute for Continuing Theological Education of the Pontifical North American College. In this Week of Prayer for Christian Unity, let us pray that all of Christ’s followers will persevere on the path towards unity. Upon all of you, and your families, I invoke the joy and peace of the Lord. May God bless you!

    [00079-EN.01] [Original text: English]


    In lingua tedesca

    Speaker:
    Liebe Brüder und Schwestern, den heiligen Josef dürfen wir uns als liebevollen Vater vorstellen. Gewiss auch auf dem Hintergrund dieser Erfahrung verwendet Jesus zur Veranschaulichung der Liebe Gottes gerne das Wort „Vater“. So etwa im Gleichnis vom barmherzigen Vater (Lk 15,11-32), wo der Sohn eigentlich auf eine gerechte Strafe gefasst war, der Vater ihn nach seiner Umkehr dann aber voll Freude in die Arme schließt. Die Zärtlichkeit Gottes übersteigt die Logik der Welt, sie ist Gottes Art, Gerechtigkeit zu üben. Gott erschreckt sich nicht vor unseren Sünden, Fehlern und Schwächen – er fürchtet vielmehr die Verschlossenheit unserer Herzen und unseren mangelnden Glauben an seine Barmherzigkeit. Diese ist nicht so sehr eine emotionale Angelegenheit, sondern die Erfahrung, trotz oder gar wegen unserer Armseligkeit und Schwachheit geliebt und angenommen zu sein. Gott vertraut nicht nur auf unsere Talente, er kann sein Heil auch durch unsere Schwäche hindurch wirken. Dazu müssen wir uns aber öffnen für seine Barmherzigkeit, die er uns in besonderer Weise im Sakrament der Versöhnung mitteilt (Patris corde, 2). Ich denke heute an unsere Brüder und Schwestern im Gefängnis. Es ist gerecht, dass diejenigen, die Unrecht getan haben, dafür geradestehen müssen; ebenso ist es ein Erfordernis der Gerechtigkeit, dass ihnen die Chance der Umkehr, der Vergebung und eines Neuanfangs gewährt wird.

    Santo Padre:
    Saluto i fedeli di lingua tedesca. Abbiamo tutti bisogno della misericordia di Dio e degli altri. Anche noi, perciò, siamo chiamati a essere misericordiosi e pronti a perdonare. San Giuseppe, padre nella tenerezza, vi insegni questo atteggiamento di misericordia e vi accompagni con la sua intercessione.

    Speaker:
    Ich grüße die Gläubigen deutscher Sprache. Wir alle bedürfen der Barmherzigkeit Gottes und unserer Mitmenschen. Deshalb sollen auch wir barmherzig sein und bereit zu verzeihen. Der heilige Josef lehre euch als liebevoller Vater diese Haltung der Barmherzigkeit und stehe euch mit seiner Fürsprache bei.

    [00080-DE.01] [Originalsprache: Deutsch]


    In lingua spagnola

    Queridos hermanos y hermanas:

    En esta catequesis reflexionamos sobre san José como padre en la ternura. Los evangelios no dan detalles del modo en que José ejerció su paternidad, pero podemos intuir que el hecho de haber sido un hombre “justo” influyó en la educación que le dio a Jesús, al que vio crecer «en sabiduría, en estatura y en gracia» (Lc 2,52), como dice el Evangelio. Por otra parte, Jesús usaba con frecuencia la palabra “padre” para hablar de Dios y de la ternura con que nos ama. Y es hermoso pensar que el primero en transmitir a Jesús esta realidad haya sido José, que lo amó con corazón de padre.

    En la parábola del Padre misericordioso, Jesús hace referencia a la paternidad de Dios que, sin detenerse en los errores de su hijo, lo acoge con ternura y con alegría, con una actitud desbordante y gratuita de amor y de perdón que supera toda lógica humana. Podemos preguntarnos si dejamos a Dios que nos ame con esa misma ternura para que, llenos de su amor, seamos capaces de amar así a los demás.

    Saludo cordialmente a los fieles de lengua española. Los invito a acercarse a una actitud de Reconciliación para experimentar la misericordia y la ternura de Dios, que nos ayuda a superar nuestras caídas, a levantarnos y a aprender a amar según la medida de su Corazón paternal. Que el Señor los bendiga. Muchas gracias.

    [00081-ES.02] [Texto original: Español]


    In lingua portoghese

    Speaker:
    Para Jesus, São José foi um pai cheio de ternura. Como se lê no livro de Oseias a propósito de Deus com Israel, assim José ensinou o filho a andar segurando-O pela mão: era para Ele como o pai que levanta o filho contra o seu rosto, inclinava-se para Ele a fim de Lhe dar de comer. Estas palavras, ouvimo-las no início da Audiência e bem podem expressar a paternidade de José, tal como a viu e viveu Jesus. Como o sabemos? Pela forma como o próprio Jesus falava de Deus e do seu amor, usando a palavra «pai». Pensemos, por exemplo, no acolhimento do filho pródigo pelo Pai misericordioso: «Quando ainda estava longe – escreve o evangelista Lucas –, o pai viu-o e, enchendo-se de compaixão correu a lançar-se-lhe ao pescoço e cobriu-o de beijos». O filho estava à espera duma punição, contentando-se em ser tratado como um dos criados; e,ao contrário, vê-se abraçado pelo pai. Na experiência que Jesus tem do amor de Deus, há uma grande ternura e podemos imaginar que o primeiro a transmitir-lha foi precisamente José. De facto, as coisas de Deus chegam-nos sempre através da mediação de experiências humanas. Faz-nos bem espelhar-nos na paternidade de São José e perguntar-nos se deixamos o Senhor amar-nos com a mesma ternura, transformando cada um de nós à sua imagem e semelhança. Sem abraçar esta «revolução da ternura», corremos o risco de ficar prisoneiros duma justiça que não permite facilmente a uma pessoa erguer-se, confundindo redenção com punição. Por isso hoje quero recordar de modo particular os nossos irmãos e irmãs reclusos na prisão. Se é justo que a pessoa que errou, pague pelo próprio erro, mais justo ainda é que ela se possa redimir do erro.

    Santo Padre:
    Con sentimenti di fraterna stima, vi saluto carissimi fratelli e sorelle che professate, in portoghese, la fede nell'unico Signore di ogni popolo e di ogni lingua. Vi incoraggio affinché, bandendo ogni forma di indifferenza, confusione e odiosa rivalità, collaboriate con tutti i cristiani per amore di Cristo. Uniamoci tutti nel suo Nome! Anch'io, a nome suo, vi benedico augurandovi di portare tanto frutto nella pace, cooperazione e unità tra i vostri familiari e i vostri conterranei.

    Speaker:
    Com sentimentos de fraterna estima, saúdo-vos, queridos irmãos e irmãs que professais, em português, a fé no único Senhor de todos os povos e línguas. Encorajo-vos a que, banindo qualquer aparência de indiferentismo, confusão e odiosa rivalidade, possais colaborar com todos os cristãos por amor de Cristo. Unamo-nos todos sob o seu Nome! Também eu, em seu nome, vos abençoo desejando-vos que frutifiqueis abundantemente na paz, cooperação e unidade entre os vossos familiares e conterrâneos.

    [00082-PO.01] [Texto original: Português]


    In lingua araba

    Speaker:
    [...]

    Santo Padre:
    Saluto i fedeli di lingua araba. Chiediamo a San Giuseppe, padre nella tenerezza, di suscitare in noi il desiderio di accostarci al Sacramento della Riconciliazione, per essere perdonati, e resi capaci di amare i nostri fratelli e le nostre sorelle nella loro povertà, e di essere vicini a coloro che hanno sbagliato, insegnando loro che il primo modo di ricominciare è domandare sinceramente perdono. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!

    Speaker:
    [...]

    [00083-AR.01] [Testo originale: Arabo]


    In lingua polacca

    Speaker:
    [...]

    Santo Padre:
    Saluto cordialmente tutti i Polacchi.

    Ieri abbiamo iniziato la Settimana di preghiera per l’Unità dei Cristiani. È compito di ogni battezzato impegnarsi per ciò che Gesù desiderava: che tutti siano uno.

    Vi invito a pregare affinché tutti i cristiani, scoprendo la tenerezza dell’amore di Dio, si amino reciprocamente.

    Vi benedico di cuore!

    Speaker:
    [...]


    [00084-PL.01] [Testo originale: Polacco]


    In lingua italiana

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le partecipanti al Capitolo Generale delle Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria (Istituto Ravasco), le suore della Madre di Dio, venute dalla Romania, gli allievi della scuola Ispettori e Sovrintendenti della Guardia di Finanza dell’Aquila, e i membri della Fondazione “Davida” di Leinì (Torino). Tutti vi esorto ad essere, sull’esempio di San Giuseppe, testimoni della tenerezza e della misericordia del Signore.

    Saluto poi i lavoratori della Compagnia aerea AirItaly, ed auspico che la loro situazione lavorativa possa trovare una positiva soluzione, nel rispetto dei diritti di tutti, specialmente delle famiglie.

    Il mio pensiero va infine, in modo speciale, agli anziani, ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che è iniziata ieri, ci invita a chiedere al Signore con insistenza il dono della piena comunione tra i credenti.

    A tutti la mia benedizione.

    [00085-IT.01] [Testo originale: Italiano]


    Appello del Santo Padre

    Il mio pensiero va alle popolazioni delle Isole di Tonga, colpite nei giorni scorsi dall’eruzione del vulcano sottomarino che ha causato ingenti danni materiali. Sono spiritualmente vicino a tutte le persone provate, implorando da Dio sollievo per la loro sofferenza. Invito tutti a unirsi a me nella preghiera per questi fratelli e sorelle.

    [00085-IT.01] [Testo originale: Italiano]

    [B0042-XX.02]


    Fonte: https://press.vatican.va/content/sal...042/00077.html
    Cantate al Signore un canto nuovo perchè ha compiuto meraviglie! (Salmo 97)

  5. #15
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    Udienza ai Membri dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE), 20.01.2022

    [B0045]

    Questa mattina, nel Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Membri dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE) in occasione del 75.mo anniversario della fondazione.

    Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’incontro:


    Discorso del Santo Padre

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

    Ringrazio il Presidente per le sue parole di saluto. Vi accolgo in occasione del vostro 75° anniversario, celebrato nei mesi scorsi; un’occasione per fare memoria di una storia che rimanda al secondo dopoguerra in Italia. L’Associazione Nazionale Costruttori Edili nasce, infatti, nel 1946 come Associazione imprenditoriale che rappresenta le imprese italiane di qualunque dimensione operanti nel campo delle costruzioni.

    Penso che anche per il vostro settore questo sia un periodo difficile. E in questi momenti è importante attingere alle motivazioni, alle scelte fondanti. Da parte mia, vorrei condividere con voi qualche insegnamento del Vangelo, che possa aiutarvi nel vostro lavoro. È una lettura cristiana dei valori a cui vi ispirate: concorrenza e trasparenza; responsabilità e sostenibilità; etica, legalità e sicurezza.

    Il Vangelo testimonia che Gesù, nella sua predicazione, ha utilizzato anche la metafora della costruzione per trasmettere i suoi messaggi. È il caso, ad esempio, del capitolo 6 del Vangelo di Luca (vv. 46-49), dove, tra l’altro, Gesù smaschera il comportamento ipocrita e pigro di chi si limita solo a parlare senza fare. Mostrando la sapienza dell’ingegnere edile, egli paragona i ciarlatani a coloro che costruiscono le case su un terreno sabbioso e senza fondamenta. Certo, Gesù non pensa a grandi palazzi, ma comunque fa notare che queste costruzioni sono fatte in riva al fiume, mentre il buon costruttore sa che alla prima esondazione una casa del genere è destinata ad essere spazzata via.

    La sua parabola però continua con il rovescio della medaglia: «Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, […] è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia» (vv. 47-48). L’immagine è ancora più interessante se pensiamo che un tale costruttore non solo ha fatto la cosa giusta nel momento presente, ma ha difeso la casa da possibili alluvioni future. Uno potrebbe dire: ma non è mai successo! Sì, però potrebbe succedere. È quello a cui assistiamo oggi con il cambiamento climatico: succedono cose che mai sono successe.

    Nella predicazione di Gesù, il credente è uno che non si limita ad apparire esteriormente cristiano, ma opera fattivamente da cristiano. Ed è proprio questa “coerenza operativa” che gli consente di edificare sé stesso non solo nei tempi normali della vita, ma di restare tale anche nei momenti difficili. Questo significa pure che la fede non ci mette al riparo dalle intemperie, però, accompagnata dalle buone opere, ci fortifica e ci rende capaci di resistervi. Ed è proprio in questo senso che occorre custodire e incarnare quotidianamente i valori che ispirano la vostra adesione all’Associazione.

    Concorrenza e trasparenza. La concorrenza da sola non basta. Nella logica utilitaristica del mercato può spingere alla contrapposizione fino all’eliminazione dell’altro. Illude che si possa vincere sull’altro o che la sconfitta dell’altro sia da mettere in conto nell’andamento dell’economia. Quando ciò accade, si mette a repentaglio il tessuto sociale di fiducia che permette al mercato stesso di funzionare adeguatamente. La concorrenza dev’essere stimolo a fare meglio e bene, non volontà di dominio e di esclusione. Per questo è fondamentale la trasparenza dei processi decisionali e delle scelte economiche. Concorrenza e trasparenza, insieme. Consente di evitare una concorrenza sleale, che in campo economico e lavorativo spesso significa perdita di posti di lavoro, sostegno al lavoro nero o al lavoro sottopagato. Si finisce così per favorire forme di corruzione che si alimentano nel torbido dell’illegalità e dell’ingiustizia. E questa non è una strada giusta: è una strada che ammala, non va bene.

    Responsabilità e sostenibilità. Mai come in questo tempo sentiamo parlare di sostenibilità: chiama in causa la capacità di rigenerazione di ogni ecosistema. Nel settore edilizio è fondamentale l’utilizzo di materiali che offrano sicurezza alle persone. Nello stesso tempo, bisogna evitare di sfruttare l’ambiente cooperando a rendere invivibili alcuni territori particolarmente sfruttati. Ogni impresa può offrire il proprio contributo responsabile perché il lavoro sia sostenibile.

    Inoltre, la sostenibilità ha a che fare con la bellezza dei luoghi e con la qualità delle relazioni. Vorrei riprendere qui una riflessione presente nell’enciclica Laudato si’ sul rapporto tra gli spazi urbani e il comportamento umano: «Coloro che progettano edifici, quartieri, spazi pubblici e città, hanno bisogno del contributo di diverse discipline che permettano di comprendere i processi, il simbolismo e i comportamenti delle persone. Non basta la ricerca della bellezza nel progetto, perché ha ancora più valore servire un altro tipo di bellezza: la qualità della vita delle persone, la loro armonia con l’ambiente, l’incontro e l’aiuto reciproco. Anche per questo è tanto importante che il punto di vista degli abitanti del luogo contribuisca sempre all’analisi della pianificazione urbanistica» (n. 150). Possa il vostro lavoro aiutare le comunità a rafforzare legami di solidarietà, di cooperazione, di aiuto reciproco.

    Etica, legalità e sicurezza. Lo scorso anno i morti sul lavoro sono stati tanti, troppi. Non sono numeri, sono persone. Anche i cantieri edili hanno conosciuto tragedie che non possiamo ignorare. Purtroppo, se si guarda alla sicurezza dei luoghi di lavoro come a un costo, si parte da un presupposto sbagliato. La vera ricchezza sono le persone. Mi viene in mente quello che accadeva nella costruzione della torre di Babele. In quel tempo, i mattoni erano difficili da fare, perché dovevano prendere la paglia, l’erba, poi fare la massa, cuocere, un lavoro enorme. Un mattone era, non dico una fortuna, ma costava. Se nella costruzione della torre cadeva un mattone, era una tragedia, e l’operaio che era stato il responsabile veniva punito. Invece, se cadeva un operaio, non succedeva niente. Questo deve farci pensare! La vera ricchezza sono le persone: senza di esse non c’è comunità di lavoro, non c’è impresa, non c’è economia. La sicurezza dei luoghi di lavoro significa custodia delle risorse umane, che hanno valore inestimabile agli occhi di Dio e anche agli occhi del vero imprenditore. Per questo, la legalità va vista come tutela del patrimonio più alto che sono le persone. Lavorare in sicurezza permette a tutti di esprimere il meglio di sé guadagnando il pane quotidiano. Più curiamo la dignità del lavoro e più siamo certi che aumenterà la qualità e la bellezza delle opere realizzate.

    San Giuseppe, patrono dei lavoratori, vi sostenga in questo vostro impegno. Anch’io vi accompagno con la mia preghiera e la mia benedizione. E vi chiedo di portare avanti quello che ha detto il Presidente: di pregare per me. Grazie.

    [00092-IT.01] [Testo originale: Italiano]

    [B0045-XX.02]


    Fonte: https://press.vatican.va/content/sal...045/00092.html
    Cantate al Signore un canto nuovo perchè ha compiuto meraviglie! (Salmo 97)

  6. #16
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    Domenica, 23 gennaio 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Nel Vangelo della Liturgia odierna vediamo Gesù che inaugura la sua predicazione (cfr Lc 4,14-21): è la prima predica di Gesù. Si reca a Nazaret, dove è cresciuto, e partecipa alla preghiera nella sinagoga. Si alza a leggere e, nel rotolo del profeta Isaia, trova il passo riguardante il Messia, che proclama un messaggio di consolazione e liberazione per i poveri e gli oppressi (cfr Is 61,1-2). Finita la lettura, «gli occhi di tutti erano fissi su di lui» (v. 20). E Gesù esordisce dicendo: «Oggi si è compiuta questa Scrittura» (v.21). Soffermiamoci su questo oggi. È la prima parola della predicazione di Gesù riportata dal Vangelo di Luca. Pronunciata dal Signore, indica un “oggi” che attraversa ogni epoca e rimane sempre valido. La Parola di Dio sempre è “oggi”. Incomincia un “oggi”: quando tu leggi la Parola di Dio, nella tua anima incomincia un “oggi”, se tu la intendi bene. Oggi. La profezia di Isaia risaliva a secoli prima, ma Gesù, «con la potenza dello Spirito» (v. 14), la rende attuale e, soprattutto, la porta a compimento e indica il modo di ricevere la Parola di Dio: oggi. Non come una storia antica, no: oggi. Oggi parla al tuo cuore.

    I compaesani di Gesù sono colpiti dalla sua parola. Anche se, annebbiati dai pregiudizi, non gli credono, si accorgono che il suo insegnamento è diverso da quello degli altri maestri (cfr v. 22): intuiscono che in Gesù c’è di più. Che cosa? C’è l’unzione dello Spirito Santo. A volte, capita che le nostre prediche e i nostri insegnamenti rimangono generici, astratti, non toccano l’anima e la vita della gente. E perché? Perché mancano della forza di questo oggi, quello che Gesù “riempie di senso” con la potenza dello Spirito è l’oggi. Oggi ti sta parlando. Sì, a volte si ascoltano conferenze impeccabili, discorsi ben costruiti, che però non smuovono il cuore e così tutto resta come prima. Anche tante omelia – lo dico con rispetto ma con dolore – sono astratte, e invece di svegliare l’anima l’addormentano. Quando i fedeli incominciano a guardare l’orologio – “quando finirà questo?” – addormentano l’anima. La predicazione corre questo rischio: senza l’unzione dello Spirito impoverisce la Parola di Dio, scade nel moralismo o in concetti astratti; presenta il Vangelo con distacco, come se fosse fuori dal tempo, lontano dalla realtà. E questa non è la strada. Ma una parola in cui non pulsa la forza dell’oggi non è degna di Gesù e non aiuta la vita della gente. Per questo chi predica, per favore, è il primo a dover sperimentare l’oggi di Gesù, così da poterlo comunicare nell’oggi degli altri. E se vuole fare lezioni, conferenze, che lo faccia, ma da un’altra parte, non al momento dell’omelia, dove deve dare la Parola così che scuota i cuori.

    Cari fratelli e sorelle, in questa Domenica della Parola di Dio vorrei ringraziare i predicatori e gli annunciatori del Vangelo che rimangono fedeli alla Parola che scuote il cuore, che rimangono fedeli all’“oggi”. Preghiamo per loro, perché vivano l’oggi di Gesù, la dolce forza del suo Spirito che rende la Scrittura viva. La Parola di Dio, infatti, è viva ed efficace (cfr Eb 4,12), ci cambia, entra nelle nostre vicende, illumina il nostro quotidiano, consola e mette ordine. Ricordiamoci: la Parola di Dio trasforma una giornata qualsiasi nell’oggi in cui Dio ci parla. Allora, prendiamo in mano il Vangelo, ogni giorno un piccolo brano da leggere e rileggere. Portate in tasca il Vangelo o nella borsa, per leggerlo nel viaggio, in qualsiasi momento, e leggerlo con calma. Con il tempo scopriremo che quelle parole sono fatte apposta per noi, per la nostra vita. Ci aiuteranno ad accogliere ogni giornata con uno sguardo migliore, più sereno, perché, quando il Vangelo entra nell’oggi, lo riempie di Dio. Vorrei farvi una proposta. Nelle domeniche di quest’anno liturgico viene proclamato il Vangelo di Luca, il Vangelo della misericordia. Perché non leggerlo anche personalmente, tutto quanto, un piccolo passo ogni giorno? Un piccolo passo. Familiarizziamo col Vangelo, ci porterà la novità e la gioia di Dio!

    La Parola di Dio è anche il faro che guida il percorso sinodale avviato in tutta la Chiesa. Mentre ci impegniamo ad ascoltarci a vicenda, con attenzione e discernimento – perché non è fare un’inchiesta di opinioni, no, ma discernere la Parola, lì –, ascoltiamo insieme la Parola di Dio e lo Spirito Santo. E la Madonna ci ottenga la costanza per nutrirci ogni giorno del Vangelo.

    ______________________________________

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    ieri a San Salvador sono stati beatificati il sacerdote gesuita Rutilio Grande García e due compagni laici, e il sacerdote francescano Cosme Spessotto, martiri della fede. Essi sono stati al fianco dei poveri testimoniando il Vangelo, la verità e la giustizia fino all’effusione del sangue. Il loro eroico esempio susciti in tutti il desiderio di essere coraggiosi operatori di fraternità e di pace. Un applauso ai nuovi beati!

    Seguo con preoccupazione l’aumento delle tensioni che minacciano di infliggere un nuovo colpo alla pace in Ucraina e mettono in discussione la sicurezza nel Continente europeo, con ripercussioni ancora più vaste. Faccio un accorato appello a tutte le persone di buona volontà, perché elevino preghiere a Dio onnipotente, affinché ogni azione e iniziativa politica sia al servizio della fratellanza umana, più che di interessi di parte. Chi persegue i propri scopi a danno degli altri, disprezza la propria vocazione di uomo, perché tutti siamo stati creati fratelli. Per questo e con preoccupazione, viste le tensioni attuali, propongo che mercoledì prossimo 26 gennaio sia una giornata di preghiera per la pace.

    Nel contesto della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, ho accolto la proposta giunta da più parti e ho proclamato Sant’Ireneo di Lione Dottore della Chiesa Universale. La dottrina di questo Santo pastore e maestro è come un ponte fra Oriente e Occidente: per questo lo indichiamo come Dottore dell’Unità, Doctor Unitatis. Il Signore ci conceda, per sua intercessione, di lavorare tutti insieme per la piena unità dei cristiani.

    Ed ora rivolgo il mio saluto a tutti voi, cari fedeli di Roma e pellegrini venuti dall’Italia e da altri Paesi. Saluto in particolare la famiglia spirituale dei Servi della sofferenza e gli Scout Agesci del Lazio. E vedo anche che c’è un gruppo di connazionali: saluto gli argentini qui presenti. E anche i ragazzi dell’Immacolata.

    Auguro a tutti una buona domenica. E per favore non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).

  7. #17
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI AL CAPITOLO GENERALE DELLE
    CANONICHESSE DI SANT'AGOSTINO
    DELLA CONGREGAZIONE DI NOSTRA SIGNORA


    Sala Clementina
    Lunedì, 24 gennaio 2022


    Care Sorelle!

    Vi do il benvenuto in occasione del vostro Capitolo Generale. Ringrazio la Superiora per le sue gentili parole, anche con senso dell’umorismo, ma buono, avec le sens de l’humour. Saluto di cuore ciascuna di voi e, attraverso di voi, esprimo la mia vicinanza spirituale a tutte le Suore della vostra Congregazione in vari Paesi.

    Insieme a voi rendo grazie al Signore per l’opera del suo Spirito che si manifesta nel vostro carisma educativo, al servizio delle nuove generazioni e delle famiglie, per un umanesimo integrale e un mondo più fraterno. Oggi, ci troviamo di fronte alla sfida della formazione e dell’educazione della persona umana. Nella fedeltà alle intuizioni evangeliche dei vostri fondatori San Pierre Fourrier e Beata Alix Le Clerc, vi siete impegnate per un’educazione popolare, un’educazione alla fede, un’educazione alla giustizia e una vicinanza ai poveri. Nei vari Paesi in cui operate, vi incoraggio ad essere discepole missionarie e comunità di speranza e di gioia, poiché «il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata – il dramma della coscienza isolata –. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 2).

    Care sorelle, il tema che avete scelto per il vostro Capitolo, “Patto educativo della Congregazione Notre-Dame”, è un forte invito a riflettere sulle nuove vie possibili per raggiungere i giovani nella loro realtà quotidiana, allo scopo di contribuire al loro sviluppo integrale. In effetti, «un cammino di vita ha bisogno di una speranza fondata sulla solidarietà, e ogni cambiamento richiede un percorso educativo, per costruire nuovi paradigmi capaci di rispondere alle sfide e alle emergenze del mondo contemporaneo, di capire e di trovare le soluzioni alle esigenze di ogni generazione e di far fiorire l’umanità di oggi e di domani». [1] Davanti alle sfide e ai pericoli che insidiano i giovani, auspico che il vostro impegno e il vostro entusiasmo, forgiati nella forza del Vangelo, restituiscano ad essi il gusto della vita e il desiderio di costruire una società degna di questo nome (cfr Lett. enc. Fratelli tutti, 71).

    Care sorelle, conto su di voi e ho fiducia in voi, la Chiesa ha fiducia in voi. Con le vostre parole, le vostre azioni e la vostra testimonianza, voi mandate un messaggio forte al mondo che rifiuta le categorie vulnerabili. Possiate abbeverarvi, con la preghiera e l’adorazione, alla sorgente della bontà e della verità, e trovare nella comunione con Cristo morto e risorto la forza di posare uno sguardo positivo, uno sguardo d’amore, uno sguardo di speranza, uno sguardo compassionevole, uno sguardo di tenerezza sul mondo, facendo particolare attenzione agli strati svantaggiati della società. È così che la vostra missione di educatrici porterà frutti di qualità in seno al popolo per il bene della società. Grazie al vostro carisma, che mira a far scoprire l’amore di Cristo ad ogni persona, voi contribuite ad aprire nuovi orizzonti e a creare spazi di fraternità. Infatti, «educare è sempre un atto di speranza che invita alla co-partecipazione e alla trasformazione della logica sterile e paralizzante dell’indifferenza in un’altra logica diversa, che sia in grado di accogliere la nostra comune appartenenza». [2]

    Care sorelle, in questo momento, nel quale la pandemia di Covid-19 ha prodotto una crisi dai molteplici aspetti, in particolare un forte impatto sull’educazione e sui giovani, vi invito a farvi più vicine alle persone che vivono l’isolamento, la tristezza e lo scoraggiamento. Infatti, «va privilegiato il linguaggio della vicinanza, il linguaggio dell’amore disinteressato, relazionale ed esistenziale che tocca il cuore, raggiunge la vita, risveglia speranza e desideri» (Esort. ap. postsin. Christus vivit, 211).

    Affido al Signore e alla Vergine Maria ciascuna di voi e tutte le vostre consorelle, vi benedico di cuore. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie.

    ________________________________________

    [1] Videomessaggio in occasione dell’incontro organizzato dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica: “Global Compact on Education. Together to look beyond” (15 ottobre 2020).

    [2] Ibid.


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  8. #18
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    PAPA FRANCESCO

    UDIENZA GENERALE

    Aula Paolo VI
    Mercoledì, 26 gennaio 2022


    Catechesi su San Giuseppe: 9. San Giuseppe, uomo che “sogna”

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Oggi vorrei soffermarmi sulla figura di San Giuseppe come uomo che sogna. Nella Bibbia, come nelle culture dei popoli antichi, i sogni erano considerati un mezzo attraverso cui Dio si rivelava. [1] Il sogno simboleggia la vita spirituale di ciascuno di noi, quello spazio interiore, che ognuno è chiamato a coltivare e a custodire, dove Dio si manifesta e spesso ci parla. Ma dobbiamo anche dire che dentro ognuno di noi non c’è solo la voce di Dio: ci sono tante altre voci. Ad esempio, le voci delle nostre paure, le voci delle esperienze passate, le voci delle speranze; e c’è pure la voce del maligno che vuole ingannarci e confonderci. È importante quindi riuscire a riconoscere la voce di Dio in mezzo alle altre voci. Giuseppe dimostra di saper coltivare il silenzio necessario e, soprattutto, prendere le giuste decisioni davanti alla Parola che il Signore gli rivolge interiormente. Ci farà bene oggi riprendere i quattro sogni riportati nel Vangelo e che hanno lui come protagonista, per capire come porci davanti alla rivelazione di Dio. Il Vangelo ci racconta quattro sogni di Giuseppe.

    Nel primo sogno (cfr Mt 1,18-25), l’angelo aiuta Giuseppe a risolvere il dramma che lo assale quando viene a conoscenza della gravidanza di Maria: «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti, il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (vv. 20-21). E la sua risposta fu immediata: «Quando si destò dal sonno, fece come gli aveva ordinato l’angelo» (v. 24). Molte volte la vita ci mette davanti a situazioni che non comprendiamo e sembrano senza soluzione. Pregare, in quei momenti, significa lasciare che il Signore ci indichi la cosa giusta da fare. Infatti, molto spesso è la preghiera che fa nascere in noi l’intuizione della via d’uscita, come risolvere quella situazione. Cari fratelli e sorelle, il Signore non permette mai un problema senza darci anche l’aiuto necessario per affrontarlo. Non ci butta lì nel forno da soli. Non ci butta fra le bestie. No. Il Signore quando ci fa vedere un problema o svela un problema, ci dà sempre l’intuizione, l’aiuto, la sua presenza, per uscirne, per risolverlo.

    E il secondo sogno rivelatore di Giuseppe arriva quando la vita del bambino Gesù è in pericolo. Il messaggio è chiaro: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo» (Mt 2,13). Giuseppe, senza esitazione, obbedisce: «Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode» (vv. 14-15). Nella vita tutti noi facciamo esperienza di pericoli che minacciano la nostra esistenza o quella di chi amiamo. In queste situazioni, pregare vuol dire ascoltare la voce che può far nascere in noi lo stesso coraggio di Giuseppe, per affrontare le difficoltà senza soccombere.

    In Egitto, Giuseppe attende da Dio il segno per poter tornare a casa; ed è proprio questo il contenuto del terzo sogno. L’angelo gli rivela che sono morti quelli che volevano uccidere il bambino e gli ordina di partire con Maria e Gesù e ritornare in patria (cfr Mt 2,19-20). Giuseppe «si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele» (v. 21). Ma proprio durante il viaggio di ritorno, «quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi» (v. 22). Ecco allora la quarta rivelazione: «Avvertito in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazaret» (vv. 22-23). Anche la paura fa parte della vita e anch’essa ha bisogno della nostra preghiera. Dio non ci promette che non avremo mai paura, ma che, con il suo aiuto, essa non sarà il criterio delle nostre decisioni. Giuseppe prova la paura, ma Dio lo guida attraverso di essa. La potenza della preghiera fa entrare la luce nelle situazioni di buio.

    Penso in questo momento a tante persone che sono schiacciate dal peso della vita e non riescono più né a sperare né a pregare. San Giuseppe possa aiutarle ad aprirsi al dialogo con Dio, per ritrovare luce, forza e pace. E penso anche ai genitori davanti ai problemi dei figli. Figli con tante malattie, i figli ammalati, anche con malattie permanenti: quanto dolore lì. Genitori che vedono orientamenti sessuali diversi nei figli; come gestire questo e accompagnare i figli e non nascondersi in un atteggiamento condannatorio. Genitori che vedono i figli che se ne vanno, muoiono, per una malattia e anche – è più triste, lo leggiamo tutti i giorni sui giornali – ragazzi che fanno delle ragazzate e finiscono in incidente con la macchina. I genitori che vedono i figli che non vanno avanti nella scuola e non sanno come fare… Tanti problemi dei genitori. Pensiamo a come aiutarli. E a questi genitori dico: non spaventatevi. Sì, c’è dolore. Tanto. Ma pensate come ha risolto i problemi Giuseppe e chiedete a Giuseppe che vi aiuti. Mai condannare un figlio. A me fa tanta tenerezza – me lo faceva a Buenos Aires – quando andavo nel bus e passavo davanti al carcere: c’era la coda delle persone che dovevano entrare per visitare i carcerati. E c’erano le mamme, lì che mi facevano tanta tenerezza: davanti al problema di un figlio che ha sbagliato, è carcerato, non lo lasciavano solo, ci mettevano la faccia e lo accompagnavano. Questo coraggio; coraggio di papà e di mamma che accompagnano i figli sempre, sempre. Chiediamo al Signore di dare a tutti i papà e a tutte le mamme questo coraggio che ha dato a Giuseppe. E poi pregare perché il Signore ci aiuti in questi momenti.

    La preghiera però non è mai un gesto astratto o intimistico, come vogliono fare questi movimenti spiritualisti più gnostici che cristiani. No, non è quello. La preghiera è sempre indissolubilmente legata alla carità. Solo quando uniamo alla preghiera l’amore, l’amore per i figli per il caso che ho detto adesso o l’amore per il prossimo riusciamo a comprendere i messaggi del Signore. Giuseppe pregava, lavorava e amava - tre cose belle per i genitori: pregare, lavorare e amare - e per questo ha ricevuto sempre il necessario per affrontare le prove della vita. Affidiamoci a lui e alla sua intercessione.

    San Giuseppe, tu sei l’uomo che sogna,
    insegnaci a recuperare la vita spirituale
    come il luogo interiore in cui Dio si manifesta e ci salva.
    Togli da noi il pensiero mai che pregare sia inutile;
    aiuta ognuno di noi a corrispondere a ciò che il Signore ci indica.
    Che i nostri ragionamenti siano irradiati dalla luce dello Spirito,
    il nostro cuore incoraggiato dalla Sua forza
    e le nostre paure salvate dalla Sua misericordia. Amen.

    _________________

    [1] Cfr Gen 20,3; 28,12; 31,11.24; 40,8; 41,1-32; Nm 12,6; 1 Sam 3,3-10; Dn 2; 4; Gb 33,15.

    ______________________________________

    Saluti

    Je salue cordialement les personnes de langue française. Frères et sœurs, de nombreuses personnes et familles écrasées par le poids de la vie, particulièrement en cette période de pandémie, ne réussissent plus à espérer ni à prier. Que notre proximité et notre solidarité les aident à s’ouvrir au dialogue avec Dieu, pour retrouver lumière, force et espérance. Que Dieu vous bénisse !

    [Saluto cordialmente i fedeli di lingua francese. Fratelli e sorelle, molte persone e famiglie schiacciate dal peso della vita, specialmente in questo periodo di pandemia, non riescono più a sperare e a pregare. La nostra vicinanza e la nostra solidarietà li aiutino ad aprirsi al dialogo con Dio, per ritrovare luce, forza e speranza. Dio vi benedica!]

    I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly those from the United States of America. Today, I especially ask you to join in praying for peace in Ukraine. Upon all of you, and your families, I invoke the Lord’s blessings of joy and peace. God bless you!

    [Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’Udienza odierna, specialmente quelli provenienti dagli Stati Uniti d’America. In particolare, oggi vi invito a pregare per la pace in Ucraina. Su tutti voi, e sulle vostre famiglie, invoco la gioia e la pace del Signore. Dio vi benedica!]

    Einen herzlichen Gruß richte ich an die Gläubigen deutscher Sprache. Das Vorbild des heiligen Josef lehre uns, die Stimme der Engel von der der bösen Geister zu unterscheiden, damit wir in unserem Leben immer den Willen des Herrn erkennen und tun können.

    [Rivolgo un cordiale saluto ai fedeli di lingua tedesca. L’esempio di San Giuseppe ci insegni a discernere la voce degli angeli da quella degli spiriti maligni, perché nelle nostre vite possiamo sempre riconoscere e compiere la volontà del Signore.]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Por intercesión de san José, maestro de vida interior, pidamos al Señor que nos conceda un corazón orante y misionero, abierto al diálogo con Él y disponible para ayudar a los hermanos y hermanas que más lo necesitan. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

    Caros peregrinos de língua portuguesa, as minhas cordiais boas-vindas. Lembrai-vos sempre de agradecer a Deus o dom da Sua proximidade que nos permite sonhar um mundo novo e construí-lo a partir da Sua Palavra de vida. São José nos ajude a não nos cansarmos jamais da oração, fonte de alívio e coragem no nosso caminho. Que a Bênção do Senhor desça sobre todos vós!

    [Cari pellegrini di lingua portoghese, rivolgo un cordiale benvenuto a tutti. Ricordatevi sempre di ringraziare Dio per il dono della Sua vicinanza che ci permette di sognare un mondo nuovo e di costruirlo a partire dalla Sua Parola di vita. San Giuseppe ci aiuti a non stancarci mai della preghiera, sorgente di sollievo e di coraggio nel nostro cammino. Scenda su di voi la Benedizione del Signore!]

    […].

    [Saluto i fedeli di lingua araba. La preghiera è sempre indissolubilmente legata alla carità. Quando uniamo alla preghiera l’amore per il prossimo, come ha fatto Giuseppe con Maria e Gesù, riusciamo a comprendere i messaggi del Signore per affrontare le prove della vita. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]

    […].

    [Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Sperimentando nella vita, come san Giuseppe, le varie situazioni che non comprendiamo e che minacciano la nostra esistenza, ricordiamo che Dio non ci pone mai di fronte alle difficoltà senza darci anche l’aiuto necessario per affrontarle. La nostra preghiera può indicare la via d’uscita. Nei momenti delle difficoltà, dei pericoli, delle sofferenze, affidiamo tutto al Buon Dio. Oggi preghiamo in particolare per l’Ucraina. Vi benedico di cuore.]

    _________________________

    APPELLO

    Domani si celebra la Giornata internazionale della memoria delle vittime dell’Olocausto. È necessario ricordare lo sterminio di milioni di ebrei e persone di diverse nazionalità e fedi religiose. Non deve più ripetersi questa indicibile crudeltà! Faccio appello a tutti, specialmente agli educatori e alle famiglie, perché favoriscano nelle nuove generazioni la consapevolezza dell’orrore di questa pagina nera della storia. Essa non va dimenticata, affinché si possa costruire un futuro dove la dignità umana non sia più calpestata.

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i Vigili del fuoco di Potenza e i rappresentanti della Lega Nazionale di Calcio Serie B.

    Il mio pensiero va infine – come di solito - agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli. Oggi la liturgia fa memoria dei Santi Timoteo e Tito che, formati alla scuola dell'apostolo Paolo, annunciarono il Vangelo con instancabile ardore. Il loro esempio vi incoraggi a vivere in modo coerente la vocazione cristiana, trovando nel Signore la forza per affrontare le difficoltà dell’esistenza.

    E mi permetto di spiegarvi che oggi non potrò venire fra voi per salutarvi, perché ho un problema alla gamba destra; si è un infiammato un legamento del ginocchio. Ma scenderò e vi saluterò lì e voi passate per salutarmi. È una cosa passeggera. Dicono che questo viene solo ai vecchi, e non so perché è arrivato a me…

    A tutti sempre la mia benedizione.

    ______________________________________

    Prima del Padre Nostro

    E ora, con il Padre Nostro, vi invito a pregare per la pace in Ucraina, e a farlo spesso nel corso di questa giornata: chiediamo con insistenza al Signore che quella terra possa veder fiorire la fraternità e superare ferite, paure e divisioni. Abbiamo parlato dell’olocausto. Ma pensate che [anche in Ucraina] milioni di persone sono state annientate [1932-1933]. È un popolo sofferente; ha sofferto la fame, ha sofferto tante crudeltà e merita la pace. Le preghiere e le invocazioni che oggi si levano fino al cielo tocchino le menti e i cuori dei responsabili in terra, perché facciano prevalere il dialogo e il bene di tutti sia anteposto agli interessi di parte. Per favore, mai la guerra.

    Preghiamo per la pace con il Padre Nostro: è la preghiera dei figli che si rivolgono allo stesso Padre, è la preghiera che ci fa fratelli, è la preghiera dei fratelli che implorano riconciliazione e concordia.


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  9. #19
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI MEMBRI DELL'ASSOCIAZIONE ITALIANA DEI CHIMICI DEL CUOIO


    Sala Clementina
    Sabato, 29 gennaio 2022


    Cari amici, buongiorno e benvenuti!

    A me piace vedere le mamme lì, che coccolano i bambini. È bello quando vengono con i bambini. Se vogliono camminare, lasciateli, che facciano quello che vogliono; e se hanno fame, che mangino! Loro sono i re.

    Ringrazio il Presidente per le sue parole cortesi e per avermi presentato in breve il vostro lavoro. Saluto voi qui presenti e tutti i soci dell’Associazione Italiana dei Chimici del Cuoio.

    Sono contento di ricevervi, per diversi motivi. Anzitutto perché siete una categoria di lavoratori molto specifica, che nel grande “poliedro” della società globale offre un contributo originale e caratteristico. La vostra professione applica le conoscenze scientifiche e tecniche a un’attività artigianale che ha un’antica tradizione, sia in Italia sia in altri Paesi, tra cui anche il mio, l’Argentina. Da giovane ho studiato in un istituto tecnico di indirizzo chimico, e questo mi avvicina un po’ alla vostra categoria.

    In questo momento di crisi economica e sociale assai complessa, colgo anche questa occasione per esprimere la vicinanza mia e della Chiesa al mondo del lavoro. Molti lavoratori e lavoratrici e molte famiglie vivono situazioni difficili, aggravate dalla pandemia. Ma la pandemia non può e non deve diventare un alibi per giustificare omissioni nella giustizia o nella sicurezza. Al contrario, la crisi può essere affrontata come un’opportunità per crescere insieme nella solidarietà e nella qualità del lavoro. L’esempio e l’intercessione di San Giuseppe vi aiutino a non cedere allo scoraggiamento, a valorizzare con creatività i vostri talenti e la vostra grande esperienza per andare avanti e aprire vie nuove. A tale scopo è molto importante far incontrare la saggezza degli anziani e l’entusiasmo dei giovani. Che si incontrino, questo è il segreto! Immagino i giovani che si appassionano a un settore originale come il vostro, e hanno bisogno di trovare “vecchi del mestiere”, che hanno tanto da insegnare, e non solo sul piano tecnico, ma anche su quello umano. Per me la sfida di questo momento è l’incontro fra i nonni e i nipoti, scavalcando i genitori forse, ma quello è un incontro-chiave e dobbiamo lavorare perché i giovani incontrino i vecchi. È una sfida di questo momento.

    C’è un altro aspetto che voglio toccare con voi perché è un punto critico e so che vi sta a cuore – lo richiamava anche il vostro Presidente. Si tratta dell’impatto ambientale di attività che, come la vostra, utilizzano sostanze chimiche per trattare i materiali, nel vostro caso i pellami destinati a diventare borse, scarpe e così via – tante cose che usiamo ogni giorno, e non pensiamo al lavoro che c’è dietro! Anche voi, dunque, siete chiamati a dare il vostro specifico contributo alla cura della casa comune; e potete farlo proprio nel modo di impostare il vostro stesso lavoro. Per questa finalità è molto prezioso il fare associazione, perché si mettono in comune le conoscenze, le esperienze, come pure gli aggiornamenti giuridici e tecnici; e così ci si aiuta a crescere insieme in uno stile di responsabilità sociale ed ecologica. E questo è molto importante! Oggi abbiamo più coscienza della responsabilità ecologica; siamo cresciuti in questo, è una grande cosa; siamo cresciuti in questo.

    Carissimi, vi ringrazio per questa visita. Auguro ogni bene per il vostro lavoro e per l’attività associativa; benedico voi e le vostre famiglie. E vi chiedo per favore di non dimenticarvi di pregare per me, ne ho bisogno. Grazie!


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede).

  10. #20
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    PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 30 gennaio 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Nella Liturgia di oggi il Vangelo racconta la prima predicazione di Gesù nel suo paese, Nazaret. L’esito è amaro: anziché ricevere consensi, Gesù trova incomprensione e anche ostilità (cfr Lc 4,21-30). I suoi compaesani, più che una parola di verità, volevano miracoli, segni prodigiosi. Il Signore non ne opera e loro lo rifiutano, perché dicono di conoscerlo già da bambino, è il figlio di Giuseppe (cfr v. 22) e così via. Così Gesù pronuncia una frase diventata proverbiale: «Nessun profeta è bene accetto nella sua patria» (v. 24).

    Queste parole rivelano che l’insuccesso per Gesù non era del tutto imprevisto. Egli conosceva i suoi, conosceva il cuore dei suoi, sapeva il rischio che correva, metteva in conto il rifiuto. Allora possiamo chiederci: ma se la cosa era così, se prevede un fallimento, perché va lo stesso al suo paese? Perché fare del bene a gente che non è disposta ad accoglierti? È una domanda che ci poniamo spesso anche noi. Ma è una domanda che ci aiuta a capire meglio Dio. Egli, davanti alle nostre chiusure, non si tira indietro: non mette freni al suo amore. Davanti alle nostre chiusure, Lui va avanti. Ne vediamo un riflesso in quei genitori che sono consapevoli dell’ingratitudine dei figli, ma non per questo smettono di amarli e di fare loro del bene. Dio è così, ma a un livello molto più alto. E oggi invita anche noi a credere nel bene, a non lasciare nulla di intentato nel fare il bene.

    In ciò che avviene a Nazaret troviamo però dell’altro: l’ostilità nei confronti di Gesù da parte dei “suoi” ci provoca: loro non furono accoglienti, e noi? Per verificarlo, guardiamo ai modelli di accoglienza che Gesù oggi propone, ai suoi compaesani e a noi. Sono due stranieri: una vedova di Sarepta di Sidone e Naamàn, il Siro. Tutti e due accolsero dei profeti: la prima Elia, il secondo Eliseo. Ma non fu un’accoglienza facile, passò attraverso delle prove. La vedova ospitò Elia, nonostante la carestia e benché il profeta fosse perseguitato (cfr 1 Re 17,7-16), era un perseguitato politico-religioso. Naamàn, invece, pur essendo una persona di altissimo livello, accolse la richiesta del profeta Eliseo, che lo portò a umiliarsi, a bagnarsi per sette volte in un fiume (cfr 2 Re 5,1-14), come se fosse un bambino ignorante. La vedova e Naamàn, insomma, accolsero attraverso la disponibilità e l’umiltà. Il modo di accogliere Dio è sempre essere disponibili, accoglierlo ed essere umili. La fede passa di qua: disponibilità e umiltà. La vedova e Naamàn non hanno rifiutato le vie di Dio e dei suoi profeti; sono stati docili, non rigidi e chiusi.

    Fratelli e sorelle, anche Gesù percorre la via dei profeti: si presenta come non ce l’aspetteremmo. Non lo trova chi cerca miracoli – se noi cerchiamo dei miracoli non troveremo Gesù –, chi cerca sensazioni nuove, esperienze intime, cose strane; chi cerca una fede fatta di potenza e segni esteriori. No, non lo troverà. Soltanto lo trova, invece, chi accetta le sue vie e le sue sfide, senza lamentele, senza sospetti, senza critiche e musi lunghi. Gesù, in altre parole, ti chiede di accoglierlo nella realtà quotidiana che vivi; nella Chiesa di oggi, così com’è; in chi hai vicino ogni giorno; nella concretezza dei bisognosi, nei problemi della tua famiglia, nei genitori, nei figli, nei nonni, accogliere Dio lì. Lì c’è Lui, che ci invita a purificarci nel fiume della disponibilità e in tanti salutari bagni di umiltà. Ci vuole umiltà per incontrare Dio, per lasciarci incontrare da Lui.

    E noi, siamo accoglienti o assomigliamo ai suoi compaesani, che credevano di sapere tutto su di Lui? “Io ho studiato teologia, ho fatto quel corso di catechesi… Io conosco tutto su Gesù!”. Sì, come uno *****! Non fare lo *****, tu non conosci Gesù. Magari, dopo tanti anni che siamo credenti, pensiamo di conoscere bene il Signore, con le nostre idee e i nostri giudizi, tante volte. Il rischio è di abituarci, abituarci a Gesù. E così come ci abituiamo? Chiudendoci, chiudendoci alle sue novità, al momento in cui Lui bussa alla tua porta e ti dice una cosa nuova, vuole entrare in te. Noi dobbiamo uscire da questo rimanere fissi sulle nostre posizioni. Il Signore chiede una mente aperta e un cuore semplice. E quando una persona ha una mente aperta, un cuore semplice, ha la capacità di sorprendersi, di stupirsi. Il Signore sempre ci sorprende, è questa la bellezza dell’incontro con Gesù. La Madonna, modello di umiltà e disponibilità, ci mostri la via per accogliere Gesù.

    ________________________________________

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    oggi ricorre la Giornata Mondiale dei Malati di Lebbra. Esprimo la mia vicinanza a quanti soffrono di questa malattia e auspico che non manchino loro il sostegno spirituale e l’assistenza sanitaria. È necessario lavorare insieme alla piena integrazione di queste persone, superando ogni discriminazione associata a un morbo che, purtroppo, colpisce ancora tanti, specialmente in contesti sociali più disagiati.

    Dopodomani, 1° febbraio, in tutto l’Estremo Oriente, nonché in varie parti del mondo, si celebrerà il Capodanno Lunare. In questa circostanza, rivolgo il mio cordiale saluto ed esprimo l’augurio che nel Nuovo Anno tutti possano godere la pace, la salute e una vita serena e sicura. Com’è bello quando le famiglie trovano occasioni per radunarsi e vivere insieme momenti di amore e di gioia! Molte famiglie, purtroppo, non riusciranno quest’anno a riunirsi, a causa della pandemia. Spero che presto potremo superare la prova. Auspico, infine, che grazie alla buona volontà delle singole persone e alla solidarietà dei popoli, l’intera famiglia umana possa raggiungere con rinnovato dinamismo traguardi di prosperità materiale e spirituale.

    Alla vigilia della festa di San Giovanni Bosco, vorrei salutare i salesiani e le salesiane, che tanto bene fanno nella Chiesa. Ho seguito la Messa celebrata nel santuario di Maria Ausiliatrice [a Torino] dal Rettore maggiore Ángel Fernández Artime, ho pregato con lui per tutti. Pensiamo a questo grande Santo, padre e maestro della gioventù. Non si è chiuso in sagrestia, non si è chiuso nelle sue cose. È uscito sulla strada a cercare i giovani, con quella creatività che è stata la sua caratteristica. Tanti auguri a tutti i salesiani e le salesiane!

    Saluto tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini di varie parti del mondo. In particolare, saluto i fedeli di Torrejón de Ardoz, in Spagna, e gli studenti di Murça, in Portogallo.

    Con affetto saluto i ragazzi e le ragazze dell’Azione Cattolica della Diocesi di Roma! Sono qui in gruppo. Cari ragazzi, anche quest’anno, accompagnati dai genitori, dagli educatori e dai sacerdoti assistenti, siete venuti – un piccolo gruppo, per la pandemia – al termine della Carovana della Pace. Il vostro slogan è Ricuciamo la pace. Bello slogan! È importante! C’è tanto bisogno di “ricucire”, partendo dai nostri rapporti personali, fino alle relazioni tra gli Stati. Vi ringrazio! Andate avanti! E adesso liberate verso il cielo i vostri palloncini come segno di speranza… Ecco! È un segno di speranza che ci portano i ragazzi di Roma oggi, questa “carovana per la pace”.

    Auguro a tutti una buona domenica. E per favore non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.


    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).

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