Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Omelie, discorsi e messaggi di Papa Francesco - Anno 2022

  1. #21
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    Telegramma di augurio del Santo Padre Francesco al Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella in occasione della sua rielezione, 29.01.2022


    Pubblichiamo di seguito il telegramma di augurio che il Santo Padre Francesco ha inviato al Presidente della Repubblica Italiana, On. Sergio Mattarella, in occasione della sua rielezione:

    Telegramma del Santo Padre

    A SUA ECCELLENZA
    ON. SERGIO MATTARELLA
    PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA
    PALAZZO DEL QUIRINALE
    00187 ROMA

    DESIDERO PORGERE LE MIE CORDIALI FELICITAZIONI PER LA SUA RIELEZIONE ALLA SUPREMA CARICA DELLA REPUBBLICA ITALIANA E FORMULARE I MIGLIORI AUGURI PER LO SVOLGIMENTO DEL SUO ALTO COMPITO, CHE HA ACCOLTO CON SPIRITO DI GENEROSA DISPONIBILITÀ. IN QUESTI TEMPI CARATTERIZZATI DALLA PANDEMIA, IN CUI SI SONO DIFFUSI MOLTI DISAGI E INCERTEZZE, SPECIALMENTE NELL’AMBITO LAVORATIVO, ED È AUMENTATA, INSIEME ALLA POVERTÀ, ANCHE LA PAURA, CHE PORTA A CHIUDERSI IN SE STESSI, IL SUO SERVIZIO È ANCORA PIÙ ESSENZIALE PER CONSOLIDARE L’UNITÀ E TRASMETTERE SERENITÀ AL PAESE. LE ASSICURO LA MIA PREGHIERA, AFFINCHÉ POSSA CONTINUARE A SOSTENERE IL CARO POPOLO ITALIANO NEL COSTRUIRE UNA CONVIVENZA SEMPRE PIÙ FRATERNA E INCORAGGIARLO AD AFFRONTARE CON SPERANZA L’AVVENIRE. I SANTI PATRONI D’ITALIA LA ACCOMPAGNINO E INTERCEDANO PER LEI.

    FRANCISCUS PP

    Dal Vaticano, 29 gennaio 2022

    [00138-IT.01] [Testo originale: Italiano]

    [B0066-XX.01]


    [Fonte, dal Bollettino quotidiano del: 29.01.2022 della Sala Stampa della Santa Sede].
    «Chi ha conservato la fede in Dio non ha perduto niente,
    quand’anche avesse perduto il resto del mondo» (Axel Oxenstierna).




  2. #22
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    ALLA DELEGAZIONE DELL'AGENZIA DELLE ENTRATE


    Sala Clementina
    Lunedì, 31 gennaio 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

    Ringrazio il Direttore per le sue parole di saluto. Sono contento di accogliervi per un momento di riflessione su un tema di grande attualità, importante per il bene comune. Attraverso di voi, saluto tutti i lavoratori dell’Agenzia delle Entrate a livello centrale, regionale e provinciale. Vorrei condividere con voi qualche insegnamento del Vangelo, che possa aiutarvi nel vostro lavoro; e prenderò spunto dai principi-guida della vostra Agenzia: legalità, imparzialità e trasparenza.

    Prima però dobbiamo ricordare che nella Bibbia non mancano i riferimenti al tema delle tasse. Fa parte della vita quotidiana, fin dall’antichità. Ogni impero che ha dominato sulla Terra Santa, e anche i re d’Israele, hanno instaurato sistemi di pagamento delle imposte.

    La situazione più nota è quella delle tasse che i Romani esigevano al tempo di Gesù. Lo facevano tramite i “pubblicani”, i quali riscuotevano le imposte in cambio di un cospicuo compenso. E tra costoro c’era Zaccheo (cfr Lc 19,1-10), di Gerico, che Gesù andò a visitare e convertì, scandalizzando tutti. Pubblicano era anche Matteo, che Gesù chiamò proprio mentre stava al banco delle imposte; Matteo lo seguì subito, e divenne discepolo, apostolo ed evangelista (cfr Mt 9,9-13). Il Caravaggio ha immortalato il momento in cui Gesù stende la mano verso di lui e lo chiama: aggrappato ai soldi, era, così [fa il gesto]. E qui c’è quello che Lei [il Direttore] ha detto all’inizio sul miserando et eligendo. Lo guarda con misericordia – miserando – e lo sceglie – eligendo. Lo guarda miserando et eligendo. Da quel momento, la vita di Matteo non è più la stessa: è illuminata e riscaldata dalla presenza di Cristo. E a volte noi, quando preghiamo il Signore per prendere una decisione, chiediamo la grazia che ci illumini – e questo si deve fare sempre –, ma non sempre chiediamo l’altra grazia: che ci riscaldi il cuore. Perché una bella decisione ha bisogno di ambedue le cose: la mente lucida e il cuore caldo, riscaldato dall’amore. Forse Matteo avrà continuato a usare e gestire i propri beni, e magari anche quelli altrui, ma certamente con un’altra logica: quella del servizio ai bisognosi e della condivisione con i fratelli e le sorelle, come il Maestro gli insegnava.

    La Bibbia non demonizza il denaro, ma invita a farne l’uso giusto, a non restarne schiavi, a non idolatrarlo. E non è facile usare bene il denaro, non è facile. A questo proposito, poco conosciuta ma molto interessante è la pratica del versamento della decima. Si tratta di un’usanza comune a diverse società antiche, che prevede il versamento al sovrano di un decimo dei frutti della terra o del bestiame da parte di coltivatori e allevatori. L’Antico Testamento, pur mantenendo questa pratica, le dà un altro significato. La decima serviva infatti a mantenere i componenti della tribù di Levi (cfr Lv 27,30-33), i quali, a differenza di tutte le altre tribù d’Israele, non avevano ricevuto in eredità una parte della Terra promessa. Il compito dei Leviti era di servire nel tempio del Signore e ricordare a tutti che Israele è il popolo di coloro che sono stati salvati da Dio. Non potevano quindi riservarsi un proprio patrimonio, ma dovevano vivere delle offerte delle altre tribù, che per questo venivano tassate. In quest’ottica, la decima per i Leviti serviva a far maturare nella coscienza del popolo due verità: quella di non essere autosufficienti, perché la salvezza viene da Dio; quella di essere responsabili gli uni degli altri, a partire da chi è più bisognoso.

    In questo quadro, i principi di legalità, imparzialità e trasparenza diventano una bussola preziosa.

    Legalità. Oggi, come ai tempi della Bibbia, chi riscuote le tasse rischia di essere percepito nella società come un nemico da cui guardarsi. E purtroppo una certa cultura del sospetto si può estendere verso coloro che sono incaricati di far rispettare le leggi. Eppure questo è un compito fondamentale, perché la legalità tutela tutti. È garanzia di uguaglianza. Le leggi consentono di mantenere un principio di equità laddove la logica degli interessi genera disuguaglianze. La legalità in campo fiscale è un modo per equilibrare i rapporti sociali, sottraendo forze alla corruzione, alle ingiustizie e alle sperequazioni. Ma questo richiede una certa formazione e un cambiamento culturale. Come spesso si dice, infatti, il fisco viene visto come un “mettere le mani in tasca” alle persone. In realtà, la tassazione è segno di legalità e di giustizia. Deve favorire la redistribuzione delle ricchezze, tutelando la dignità dei poveri e degli ultimi, che rischiano sempre di finire schiacciati dai potenti. Il fisco, quando è giusto, è in funzione del bene comune. Lavoriamo perché cresca la cultura del bene comune – questo è importante! –, perché si prenda sul serio la destinazione universale dei beni, che è il primo fine dei beni: la destinazione universale, che la dottrina sociale della Chiesa continua a insegnare anche oggi, ereditandola dalla Scrittura e dai Padri della Chiesa. Lei ha elencato tra quelle cose che il fisco sostiene, i medici. Per favore, continuate con il sistema sanitario gratuito, per favore! E questo viene dal fisco. Difendetelo. Perché non dovremo cadere in un sistema sanitario a pagamento, dove i poveri non hanno diritto a nulla. Una delle cose belle che ha l’Italia è questo: per favore, conservatelo.

    Secondo: imparzialità. Il vostro lavoro appare ingrato agli occhi di una società che mette al centro la proprietà privata come assoluto e non riesce a subordinarla allo stile della comunione e della condivisione per il bene di tutti. Tuttavia, accanto ai casi di evasione fiscale, di pagamenti in nero, di illegalità diffusa, voi potete raccontare l’onestà di molte persone che non si sottraggono al loro dovere, che pagano il dovuto contribuendo così al bene comune. Alla piaga dell’evasione risponde la semplice rettitudine di tanti contribuenti, e questo è un modello di giustizia sociale. L’imparzialità del vostro lavoro afferma che non esistono cittadini migliori di altri in base alla loro appartenenza sociale, ma che a tutti è riconosciuta la buona fede di essere leali costruttori della società. C’è un “artigianato del bene comune” che andrebbe narrato, perché le coscienze oneste sono la vera ricchezza della società. A proposito di imparzialità, è sempre attuale l’indicazione di San Paolo ai cristiani di Roma: «Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi si devono le tasse, date le tasse; a chi l’imposta, l’imposta; a chi il timore, il timore; a chi il rispetto, il rispetto» (13,7). Non si tratta di legittimare qualsiasi potere, ma di aiutare ciascuno a «compiere il bene davanti a tutti gli uomini» (Rm 12,17).

    Terzo: trasparenza. L’episodio evangelico di Zaccheo ricorda la conversione di un uomo che non solo riconosce il proprio peccato di aver defraudato la povera gente, ma comprende soprattutto che la logica dell’accumulare per sé lo ha isolato dagli altri. Per questo restituisce e condivide. È stato toccato nel cuore dall’amore gratuito di Gesù che ha voluto andare proprio a casa sua. E allora dichiara apertamente ciò che farà: la metà di ciò che possiede la darà ai poveri e restituirà quattro volte tanto a chi ha derubato. Restituisce con interessi generosi! In questo modo dà trasparenza al denaro che passa tra le sue mani. Il denaro trasparente: questo è il fine. Il fisco è spesso percepito in modo negativo se non si capisce dove e come viene speso il denaro pubblico. Si rischia di alimentare il sospetto e il malumore. Chi gestisce il patrimonio di tutti ha la grave responsabilità di non arricchirsi.

    Nel 1948, Don Primo Mazzolari scriveva ai politici cattolici eletti in Parlamento così: «Molto sarà perdonato a chi, non avendo potuto provvedere a tutti i disagi degli altri, si sarà guardato dal provvedere ai propri. Ridurre lo star male del prossimo non è sempre possibile: non prelevare per noi sulla miseria, è sempre possibile. È il primo dovere, la prima testimonianza cristiana. Di fronte a una tribolazione comune, le mani nette paiono una magra presentazione: ma i poveri non la pensano così. I poveri misurano da essa, non la nostra onestà, ma la nostra solidarietà, che è poi la misura del nostro amore». La trasparenza nella gestione del denaro, che proviene dai sacrifici di molti lavoratori e lavoratrici, rivela la libertà d’animo e forma le persone a essere più motivate nel pagare le tasse, soprattutto se la raccolta fiscale contribuisce a superare le disuguaglianze, a fare investimenti perché ci sia più lavoro, a garantire una buona sanità e l’istruzione per tutti, a creare infrastrutture che facilitino la vita sociale e l’economia.

    Cari fratelli e sorelle, San Matteo vi custodisca e sostenga il vostro impegno sulla strada della legalità, dell’imparzialità e della trasparenza. Non è facile, ma insegnateci questo: lavorate perché tutti noi capiamo questo. Queste cose sono importanti. Anch’io vi accompagno con la mia preghiera e la mia benedizione e anche la mia vicinanza. E vi chiedo per favore di pregare per me. Grazie.


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
    «Chi ha conservato la fede in Dio non ha perduto niente,
    quand’anche avesse perduto il resto del mondo» (Axel Oxenstierna).




  3. #23
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    Lettera del Santo Padre all’Em.mo Card. Gianfranco Ravasi in occasione della XXV Seduta Pubblica delle Pontificie Accademie, 01.02.2022


    Pubblichiamo di seguito la Lettera che il Santo Padre Francesco ha inviato all’Em.mo Card. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e del Consiglio di Coordinamento tra Accademie Pontificie, in occasione della XXV Seduta Pubblica delle Pontificie Accademie, curata dalla Pontificia Accademia Romana di Archeologia e dalla Pontificia Accademia Cultorum Martyrum:

    Lettera del Santo Padre

    Al caro Fratello

    Cardinale GIANFRANCO RAVASI

    Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura

    e del Consiglio di Coordinamento tra Accademie Pontificie

    È ormai imminente la XXV Seduta Pubblica delle Pontificie Accademie, che avrà come momento centrale il conferimento del Premio annualmente attribuito a distinti studiosi. Tale incontro, rimandato lo scorso anno a causa della pandemia, si rinnova ora malgrado le difficoltà che permangono. Esso infatti è fondamentale per il dialogo tra le Accademie e per il riconoscimento dato ai giovani talenti che si distinguono nei rispettivi ambiti culturali e tematici.

    Questa XXV edizione è curata dalla Pontificia Accademia Romana di Archeologia e dalla Pontificia Accademia Cultorum Martyrum, le quali, in occasione del bicentenario della nascita del grande archeologo Giovanni Battista de Rossi, hanno opportunamente voluto dedicarla a lui.

    Giovanni Battista de Rossi è considerato il fondatore dell’archeologia cristiana moderna. Infatti, il suo contemporaneo Theodor Mommsen affermò che egli “aveva elevato questa disciplina da mero passatempo di studiosi a vera scienza storica”.

    L’attività del de Rossi fu fortemente incoraggiata dal Beato Pio IX, che il 6 gennaio 1852 istituì la Commissione di Archeologia Sacra «per la più efficace tutela e sorveglianza dei cemeteri e degli antichi edifici cristiani di Roma e del suburbio, per la scientifica escavazione ed esplorazione degli stessi cemeteri, e per la conservazione e custodia di quanto dagli scavi si venisse ritrovando o si fosse riportato alla luce». L’archeologo romano fu ugualmente caro a Leone XIII, che lo volle ospite nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo nell’ultimo periodo della sua vita.

    Il sostegno del Papa si tradusse anche nell’acquisto, da parte della Santa Sede, di alcuni terreni sovrastanti le più importanti catacombe, così da preservare dall’attività edilizia quelle fondamentali testimonianze del cristianesimo della prima ora, alle quali il de Rossi ha consacrato i suoi studi e i suoi scavi.

    Fu così che, negli anni centrali dell’ottocento, tornò alla luce il più antico nucleo cimiteriale di San Callisto, dove si identificò la cripta dei Papi, del III secolo, e quella di Santa Cecilia, avvicinando gli specialisti e i fedeli alle testimonianze archeologiche e, attraverso di esse, alla fede salda e fervente di quelle antiche comunità cristiane.

    Mediante lo studio comparato delle fonti documentarie e delle memorie archeologiche, Giovanni Battista de Rossi scoprì molte tombe di martiri romani e, insieme a collaboratori e giovani studiosi, rinverdì il culto ad essi rivolto. Le tombe dei martiri e le loro memorie rappresentano i centri di interesse privilegiati del grande archeologo romano, che gettò le fondamenta di una disciplina vivace e pronta a cogliere il messaggio proveniente dalle catacombe cristiane, intese come luoghi del riposo provvisorio in attesa della risurrezione. Egli percepì e fece emergere il significato profondo di quelle necropoli ipogee, costellate di migliaia di loculi tutti uguali, quasi a voler esprimere plasticamente la fraternità e l’uguaglianza tra tutti i membri della Chiesa.

    I pellegrinaggi, che anche ai nostri giorni si sviluppano lungo molte delle gallerie catacombali scoperte e studiate dal de Rossi, ripercorrono gli itinerari dei fedeli dei primi secoli, i quali, con emozione, giungevano ai sepolcri dei martiri per sfiorare quelle semplici tombe e per lasciare, attraverso i tanti graffiti ancor oggi leggibili, un’invocazione, una supplica, un segno di devozione.

    Di Giovanni Battista de Rossi ammiriamo lo straordinario impegno come studioso instancabile, che pose le basi di una disciplina scientifica, l’archeologia cristiana, presente ancor oggi in molte Università; e ricordiamo altresì la passione con cui visse quella che per lui era una vera e propria vocazione: scoprire e far conoscere sempre meglio la vita delle prime comunità cristiane di Roma, attraverso tutte le fonti possibili, cominciando proprio da quelle archeologiche ed epigrafiche.

    Il suo esempio merita di essere riproposto per promuovere e sviluppare gli studi di archeologia cristiana, oltre che negli ambiti specialistici, anche nelle Università e negli Istituti in cui sono presenti gli insegnamenti di teologia e di storia del cristianesimo.

    Volendo, pertanto, incoraggiare coloro che con grande impegno ed entusiasmo, sulla scia di Giovanni Battista de Rossi, si dedicano alle ricerche archeologiche e agli studi storici e agiografici, sono lieto di assegnare la Medaglia d’oro del Pontificato alla ricerca “The Machaerus Archaeological Excavations”, diretta dal Professor Gyözö Vörös, membro della Hungarian Academy of Arts, i cui risultati sono raccolti in tre monumentali volumi concernenti la cittadella giordana prospiciente il Mar Morto.

    Quale segno di incoraggiamento per gli studi archeologici sui monumenti paleocristiani, assegno, poi, ex aequo, la Medaglia d’argento del Pontificato al Dottor Domenico Benoci, per la tesi su “Le iscrizioni cristiane dell’Area I di San Callisto”, e al Dottor Gabriele Castiglia, per la monografia “Topografia cristiana della Toscana centromeridionale”.

    Augurando a tutti gli Accademici e ai partecipanti alla XXV Seduta Pubblica un impegno sempre più fecondo per promuovere l’umanesimo cristiano, invoco la materna protezione di Maria, Regina dei martiri, affinché vi accompagni sempre nel vostro itinerario umano e accademico, e imparto di cuore a voi e ai vostri cari la Benedizione Apostolica.

    Dal Vaticano, 1 febbraio 2022

    FRANCESCO

    [00144-IT.01] [Testo originale: Italiano]

    [B0073-XX.02]


    [Fonte, dal Bollettino quotidiano del: 01.02.2022 della Sala Stampa della Santa Sede. © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana].
    «Chi ha conservato la fede in Dio non ha perduto niente,
    quand’anche avesse perduto il resto del mondo» (Axel Oxenstierna).




  4. #24
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    PAPA FRANCESCO

    UDIENZA GENERALE

    Aula Paolo VI
    Mercoledì, 2 febbraio 2022


    Catechesi su San Giuseppe: 10. San Giuseppe e la comunione dei santi

    Cari fratelle e sorelle, buongiorno!

    In queste settimane abbiamo potuto approfondire la figura di San Giuseppe lasciandoci guidare dalle poche ma importanti notizie che danno i Vangeli, e anche dagli aspetti della sua personalità che la Chiesa lungo i secoli ha potuto evidenziare attraverso la preghiera e la devozione. A partire proprio da questo “sentire comune” che nella storia della Chiesa ha accompagnato la figura di San Giuseppe, oggi vorrei soffermarmi su un importante articolo di fede che può arricchire la nostra vita cristiana e può anche impostare nel migliore dei modi la nostra relazione con i santi e con i nostri cari defunti: parlo della comunione dei santi. Tante volte noi diciamo, nel Credo, “credo la comunione dei santi”. Ma se si domanda cosa è la comunione dei santi, io ricordo che da bambino rispondevo subito: “Ah, i santi fanno la comunione”. E’ una cosa che … non capiamo cosa diciamo. Cosa è la comunione dei santi? Non è che i Santi facciano la comunione, non è questo: è un’altra cosa.

    A volte anche il cristianesimo può cadere in forme di devozione che sembrano riflettere una mentalità più pagana che cristiana. La differenza fondamentale sta nel fatto che la nostra preghiera e la nostra devozione del popolo fedele non si basa, in quei casi, sulla fiducia in un essere umano, o in un’immagine o in un oggetto, anche quando sappiamo che essi sono sacri. Ci ricorda il profeta Geremia: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, […] benedetto l’uomo che confida nel Signore» (17,5-7). Persino quando ci affidiamo pienamente all’intercessione di un santo, o ancora di più della Vergine Maria, la nostra fiducia ha valore soltanto in rapporto a Cristo. Come se la strada verso questo santo o la Madonna non finisce lì: no. Va lì, ma in rapporto a Cristo. Cristo è il legame che ci unisce a Lui e tra di noi che ha un nome specifico: questo legame che ci unisce tutti, fra noi e noi con Cristo, è la “comunione dei santi”. Non sono i santi a operare i miracoli, no! “Questo santo è tanto miracoloso …”: no, fermati: i santi non operano miracoli, ma soltanto la grazia di Dio che agisce attraverso di loro. I miracoli sono stati fatti da Dio, dalla grazia di Dio che agisce tramite una persona santa, una persona giusta. Questo bisogna averlo chiaro. C’è gente che dice: “Io non credo a Dio, ma credo a questo santo”. No, è sbagliato. Il santo è un intercessore, uno che prega per noi e noi lo preghiamo, e prega per noi e il Signore ci dà la grazia: il Signore agisce tramite il Santo.

    Che cos’è, dunque, la “comunione dei santi”? Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: «La comunione dei santi è precisamente la Chiesa» (n. 946). Ma guarda che bella definizione! “La comunione dei santi è precisamente la Chiesa”. Che cosa significa questo? Che la Chiesa è riservata ai perfetti? No. Significa che è la comunità dei peccatori salvati. La Chiesa è la comunità dei peccatori salvati. È bella, questa definizione. Nessuno può escludersi dalla Chiesa, tutti siamo peccatori salvati. La nostra santità è il frutto dell’amore di Dio che si è manifestato in Cristo, il quale ci santifica amandoci nella nostra miseria e salvandoci da essa. Sempre grazie a Lui noi formiamo un solo corpo, dice San Paolo, in cui Gesù è il capo e noi le membra (cfr 1 Cor 12,12). Questa immagine del corpo di Cristo e l’immagine del corpo ci fa capire subito che cosa significa essere legati gli uni agli altri in comunione. «Se un membro soffre – scrive San Paolo – tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra» (1 Cor 12,26-27). Questo dice Paolo: siamo tutti un corpo, tutti uniti per la fede, per il battesimo, tutti in comunione: uniti in comunione con Gesù Cristo. E questa è la comunione dei santi.

    Cari fratelli e care sorelle, la gioia e il dolore che toccano la mia vita riguarda tutti, così come la gioia e il dolore che toccano la vita del fratello e della sorella accanto a noi riguardano anche me. Io non posso essere indifferente agli altri, perché siamo tutti parte di un corpo, in comunione. In questo senso, anche il peccato di una singola persona riguarda sempre tutti, e l’amore di ogni singola persona riguarda tutti. In virtù della comunione dei santi, di questa unione, ogni membro della Chiesa è legato a me in maniera profonda - ma non dico a me perché sono il Papa - siamo legati reciprocamente e in maniera profonda, e questo legame è talmente forte che non può essere rotto neppure dalla morte. Infatti, la comunione dei santi non riguarda solo i fratelli e le sorelle che sono accanto a me in questo momento storico, ma riguarda anche quelli che hanno concluso il pellegrinaggio terreno e hanno varcato la soglia della morte. Anche loro sono in comunione con noi. Pensiamo, cari fratelli e sorelle: in Cristo nessuno può mai veramente separarci da coloro che amiamo perché il legame è un legame esistenziale, un legame forte che è nella nostra stessa natura; cambia solo il modo di essere insieme a ognuno di loro, ma niente e nessuno può rompere questo legame. “Padre, pensiamo a coloro che hanno rinnegato la fede, che sono degli apostati, che sono i persecutori della Chiesa, che hanno rinnegato il loro battesimo: anche questi sono a casa?”. Sì, anche questi, anche i bestemmiatori, tutti. Siamo fratelli: questa è la comunione dei santi. La comunione dei santi tiene insieme la comunità dei credenti sulla terra e nel Cielo.

    In questo senso, la relazione di amicizia che posso costruire con un fratello o una sorella accanto a me, posso stabilirla anche con un fratello o una sorella che sono in Cielo. I santi sono amici con cui molto spesso intessiamo rapporti di amicizia. Ciò che noi chiamiamo devozione a un santo – io sono molto devoto a questo santo, a questa santa – questa che noi chiamiamo devozione è in realtà un modo di esprimere l’amore a partire proprio da questo legame che ci unisce. Anche, nella vita di tutti i giorni si può dire: “Ma, questa persona ha tanta devozione per i suoi vecchi genitori”: no, è un modo di amore, un’espressione di amore. E tutti noi sappiamo che a un amico possiamo rivolgerci sempre, soprattutto quando siamo in difficoltà e abbiamo bisogno di aiuto. E noi abbiamo degli amici in cielo. Tutti abbiamo bisogno di amici; tutti abbiamo bisogno di relazioni significative che ci aiutino ad affrontare la vita. Anche Gesù aveva i suoi amici, e ad essi si è rivolto nei momenti più decisivi della sua esperienza umana. Nella storia della Chiesa ci sono delle costanti che accompagnano la comunità credente: anzitutto il grande affetto e il legame fortissimo che la Chiesa ha sempre sentito nei confronti di Maria, Madre di Dio e Madre nostra. Ma anche lo speciale onore e affetto che ha tributato a San Giuseppe. In fondo, Dio affida a lui le cose più preziose che ha: suo Figlio Gesù e la Vergine Maria. È sempre grazie alla comunione dei santi che sentiamo vicini a noi i Santi e le Sante che sono nostri patroni, per il nome che portiamo, per esempio, per la Chiesa a cui apparteniamo, per il luogo dove abitiamo, e così via, anche per una devozione personale. Ed è questa la fiducia che deve sempre animarci nel rivolgerci a loro nei momenti decisivi della nostra vita. Non è una cosa magica, non è una superstizione, la devozione ai santi; è semplicemente parlare con un fratello, una sorella che è davanti a Dio, che ha percorso una vita giusta, una vita santa, una vita esemplare, e adesso è davanti a Dio. E io parlo con questo fratello, con questa sorella e chiedo la sua intercessione per i miei bisogni.

    Proprio per questo mi piace concludere questa catechesi con una preghiera a San Giuseppe alla quale sono particolarmente legato e che recito ogni giorno da più di 40 anni. E’ una preghiera che ho trovato in un libro di preghiere delle Suore di Gesù e Maria, del 1700, fine del Settecento. È molto bella, ma più che una preghiera è una sfida a questo amico, a questo padre, a questo custode nostro che è San Giuseppe. Sarebbe bello che voi imparaste questa preghiera e possiate ripeterla. La leggerò: “Glorioso Patriarca San Giuseppe, il cui potere sa rendere possibili le cose impossibili, vieni in mio aiuto in questi momenti di angoscia e difficoltà. Prendi sotto la tua protezione le situazioni tanto gravi e difficili che ti affido, affinché abbiano una felice soluzione. Mio amato Padre, tutta la mia fiducia è riposta in te. Che non si dica che ti abbia invocato invano, e poiché tu puoi tutto presso Gesù e Maria, mostrami che la tua bontà è grande quanto il tuo potere”. E finisce con una sfida, questo è sfidare San Giuseppe: “Poiché tu puoi tutto presso Gesù e Maria, mostrami che la tua bontà è grande quanto il tuo potere”. Io mi affido tutti i giorni a San Giuseppe, con questa preghiera, da più di 40 anni: è una vecchia preghiera.

    Avanti, coraggio, in questa comunione di tutti i santi che abbiamo in cielo e in terra: il Signore non ci abbandona.

    _______________________________________

    Conclusa la Catechesi il Santo Padre ha pronunciato queste parole:

    Abbiamo sentito, alcuni minuti fa, una persona che gridava, gridava, che aveva qualche problema, non so se fisico, psichico, spirituale: ma è un fratello nostro in problema. Io vorrei finire pregando per lui, il nostro fratello che soffre, poveretto: se gridava è perché soffre, ha qualche bisogno. Non dobbiamo essere sordi al bisogno di questo fratello. Preghiamo insieme la Madonna per lui: Ave o Maria, …

    Saluti

    Je suis heureux de saluer les fidèles des pays francophones. En ce jour de la fête de la Présentation du Seigneur, prions spécialement pour les hommes et les femmes consacrés répandus dans le monde et confirmés dans leur charisme. Que le Christ, Parole de Dieu, leur donne encore davantage la force d’être au service des valeurs du Royaume et d’une Eglise fraternelle et proche de tous. A vous tous, ma Bénédiction !

    [Sono lieto di salutare i fedeli dei Paesi francofoni. In questo giorno della festa della Presentazione del Signore, preghiamo in modo speciale per i consacrati e le consacrate, sparsi nel mondo e confermati nel loro carisma. Cristo, Parola di Dio, conceda sempre più a loro la forza per essere al servizio dei valori del Regno e di una Chiesa fraterna e vicina a tutti. A tutti di voi la mia Benedizione!]

    I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, particularly those from the United States of America. Today, the Feast of the Presentation of the Lord, let us pray especially for all consecrated men and women, and the members of societies of apostolic life, on this World Day for Consecrated Life. Upon all of you, and your families, I invoke the Lord’s blessings of joy and peace. God bless you!

    [Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’udienza odierna, specialmente quelli provenienti dagli Stati Uniti d’America. Oggi, Festa della Presentazione del Signore, preghiamo in modo particolare per tutti i religiosi e le religiose e i membri delle società di vita apostolica, in occasione della Giornata Mondiale della Vita Consacrata. Su tutti voi, e sulle vostre famiglie, invoco la gioia e la pace del Signore. Dio vi benedica!]

    Einen herzlichen Gruß richte ich an die Pilger deutscher Sprache. Der heilige Josef kann selbst das Unmögliche möglich machen. Vertrauen wir dem Nährvater Jesu alle Schwierigkeiten und Sorgen der Personen an, die uns begegnen. Heiliger Josef, bitte für uns.

    [Rivolgo un saluto di cuore ai pellegrini di lingua tedesca. San Giuseppe sa rendere possibile addirittura le cose impossibili. Affidiamo al Padre davidico di Gesù tutte le difficoltà e preoccupazioni delle persone che incontriamo. San Giuseppe, prega per noi.]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Pidamos la intercesión de san San José, Patriarca Glorioso, para que venga en nuestro auxilio y tome bajo su protección las situaciones dolorosas de nuestra vida. Que Dios los bendiga.

    Dirijo uma cordial saudação aos fiéis de língua portuguesa, convidando todos a permanecerem fiéis a Cristo Jesus, que hoje vemos nos braços de Simeão e Ana, felizes por tê-Lo encontrado. E não são os únicos; quase seguramente tereis visto a mesma alegria no rosto das pessoas consagradas: é do encontro diário com Jesus que vem a luz dos seus olhos e a força para os seus passos. Que o Espírito Santo vos ilumine para levardes a Bênção de Deus a todos os homens. A Virgem Mãe vele sobre o vosso caminho e vos proteja.

    [Rivolgo un cordiale saluto ai fedeli di lingua portoghese, invitando tutti a rimanere fedeli a Cristo Gesù, che vediamo oggi tra le braccia di Simeone e Anna, felici di averLo trovato. E non sono gli unici; quasi certamente avrete visto la stessa gioia sul volto delle persone consacrate: è dall’incontro quotidiano con Gesù che viene la luce dei loro occhi e la forza per i loro passi. Possa lo Spirito Santo illuminarvi affinché portiate la Benedizione di Dio a tutti gli uomini. La Vergine Madre vegli sul vostro cammino e vi protegga.]

    […].

    [Saluto i fedeli di lingua araba. Nella festa della Presentazione del Signore al tempio, presentiamoci a Dio purificati nello spirito, affinché i nostri occhi possano vedere la luce della salvezza e noi possiamo così portarla al mondo intero, come hanno fatto i Santi. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male.]

    […].

    [Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. Cari fratelli e sorelle, oggi, nella festa della presentazione del Signore, tradizionalmente celebriamo la Giornata della Vita Consacrata. Ringraziamo Dio per tutti i nostri fratelli e sorelle religiosi e religiose che hanno dedicato la loro vita a Cristo e alla Chiesa, impegnandosi nell’evangelizzazione, nell’educazione, nella carità e in tanti altri campi del servizio pastorale. Preghiamo anche per le nuove vocazioni alla vita consacrata. Vi benedico di cuore.]

    __________________________________

    APPELLI

    Da un anno a questa parte, ormai, assistiamo con dolore alle violenze che insanguinano il Myanmar. Faccio mio l’appello dei Vescovi birmani affinché la Comunità Internazionale si adoperi per la riconciliazione tra le parti interessate. Non possiamo voltare lo sguardo da un’altra parte, di fronte alle sofferenze di tanti fratelle e sorelle. Chiediamo a Dio, nella preghiera, la consolazione per quella popolazione martoriata; a Lui affidiamo gli sforzi di pace.

    * * *

    Dopodomani, 4 febbraio, si celebrerà la Seconda Giornata Internazionale della Fratellanza Umana. È motivo di soddisfazione che le Nazioni del mondo intero si uniscano in questa celebrazione, volta a promuovere il dialogo interreligioso e interculturale, come auspicato anche nel Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato il 4 febbraio del 2019 ad Abu Dhabi dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyib e da me. Fratellanza vuol dire tendere la mano agli altri, rispettarli e ascoltarli con cuore aperto. Auspico che si compiano passi concreti, insieme ai credenti di altre religioni e alle persone di buona volontà, per affermare che oggi è tempo di fraternità, evitando di alimentare scontri, divisioni e chiusure. Preghiamo e impegniamoci ogni giorno affinché tutti possiamo vivere in pace da fratelli e sorelle.

    * * *

    Stanno per aprirsi a Pechino i Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali, rispettivamente il 4 febbraio e il 4 marzo prossimi. Rivolgo di cuore il mio saluto a tutti i partecipanti; auguro agli organizzatori il miglior successo e agli atleti di dare il meglio di sé. Lo sport, con il suo linguaggio universale, può costruire ponti di amicizia e di solidarietà tra persone e popoli di ogni cultura e religione. Ho apprezzato, pertanto, che allo storico motto olimpico Citius, Altius, FortiusPiù veloce, più in alto, più forte – il Comitato Olimpico Internazionale abbia aggiunto la parola Communiter, cioè Insieme, perché i Giochi Olimpici facciano crescere un mondo più fraterno.

    Con un particolare pensiero abbraccio tutto il mondo paralimpico. La medaglia più importante la vinceremo insieme se l’esempio delle atlete e degli atleti con disabilità aiuterà tutti a superare pregiudizi e timori e a far diventare le nostre comunità più accoglienti e inclusive. Questa è la vera medaglia d’oro! Inoltre, seguo con attenzione ed emozione le storie personali di atlete e atleti rifugiati. Le loro testimonianze contribuiscano a incoraggiare le società civili ad aprirsi con sempre maggiore fiducia a tutti, senza lasciare nessuno indietro. Alla grande famiglia olimpica e paralimpica auguro di vivere un’esperienza unica di fratellanza umana e di pace. Beati gli operatori di pace! (Mt 5,9)

    __________________________________

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i sacerdoti che partecipano al corso promosso dall’Università della Santa Croce, il Gruppo “Amici di Spello” e il Coro “Tau” delle Suore Francescane Missionarie dei Poveri.

    Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli. Oggi celebriamo la festa della presentazione del Signore al tempio di Gerusalemme. Da questo mistero emerge un messaggio per tutti: Cristo si propone come esempio nell’offerta al Padre, indicando con quale generosità occorra aderire alla volontà di Dio e al servizio ai fratelli. Oggi è anche la festa dell’Incontro, dell’incontro di Gesù con il suo popolo, e anche specialmente dell’incontro di Gesù bambino con i vecchi. Mi raccomando, andiamo avanti sviluppando questo atteggiamento di incontro fra i bambini e i nonni, i giovani con i vecchi: questo atteggiamento è una risorsa dell’umanità. I vecchi ci danno la forza per andare avanti, la loro memoria, la loro storia; e i giovani la portano avanti. Lavoriamo anche noi per questo incontro dei nipoti con i nonni, dei giovani con i vecchi.

    A tutti, la mia benedizione!


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
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    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
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  5. #25
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI DIRIGENTI E AL PERSONALE DELL'ISPETTORATO DI
    PUBBLICA SICUREZZA PRESSO IL VATICANO


    Sala Clementina
    Giovedì, 3 febbraio 2022


    Signor Capo della Polizia,
    Signor Prefetto e Signor Dirigente,
    Cari Funzionari e Agenti!


    Buongiorno e benvenuti!

    Sono contento di salutare in questa occasione ciascuno di voi, e rivolgo il mio pensiero anche alle vostre famiglie e ai colleghi che non sono presenti. Un grazie ai Cappellani, che vi sostengono spiritualmente. Le sono grato, Signor Capo della Polizia, per le cortesi parole che mi ha rivolto, anche a nome dei rappresentanti delle strutture centrali e periferiche del Ministero dell’Interno che collaborano con voi, in spirito di servizio e di solerte disponibilità.

    Questo nostro tradizionale incontro, nelle prime settimane dell’anno, è una bella occasione per esprimervi la mia stima e il mio apprezzamento. In questi mesi segnati dalla pandemia avete saputo modulare bene il vostro lavoro, coniugando le disposizioni sanitarie e le norme dell’ordine pubblico con le esigenze dei pellegrini. Si deve anche alla vostra professionalità se la vita intorno a questi luoghi sacri e alla Città del Vaticano si è svolta con serenità. Questo è frutto del vostro lavoro, grazie! La vostra vigilanza diurna e notturna tutela le persone che si recano a pregare in Basilica e che vengono ad incontrarmi. La vostra puntuale attività facilita anche le manifestazioni spirituali e religiose che si tengono in piazza, come pure le visite dei turisti.

    Si tratta di un’opera considerevole e delicata, a cui attendete con diligenza e sollecitudine, sforzandovi, anche nelle situazioni più complesse, di essere pazienti e disponibili. Vorrei pure ricordare la vostra assidua collaborazione in occasione dei miei spostamenti a Roma o delle mie visite pastorali in Italia. Vi sono grato anche per lo stile: la vostra è una presenza discreta e nello stesso tempo efficace, resa ancora più proficua dalla collaborazione con la Gendarmeria Vaticana. Questo dialogo fra voi e la Gendarmeria è molto importante e vi ringrazio tanto di portarlo avanti. Oltre ad esprimervi la mia gratitudine, vorrei incoraggiarvi, perché il vostro servizio, a volte arduo, sia sempre sostenuto dalla sua motivazione fondamentale, cioè prendersi cura delle persone, tutelando la dignità e l’incolumità di ciascuno. Questo è tanto prezioso: la persona al centro, sempre. Forse qualcuno viene con richieste o a volte con problemi o con esigenze che non sono giuste, sono un po’ pesanti, a volte. Ma grazie della vostra pazienza, e perché trattate le persone come sono, nella vita. Così Dio tratta noi!

    Nella liturgia di ieri abbiamo celebrato la Festa della Presentazione del Signore al tempio, detta anche “la festa dell’incontro”. Perché il Vangelo narra l’incontro di Maria e Giuseppe, giovani sposi appena diventati genitori, con due anziani, Simeone e Anna. Generazioni e storie diverse si incontrano, e al centro c’è Gesù. Viene da pensare che voi, con il vostro lavoro, permettete che anche qui accadano tanti incontri dove il Signore è al centro. Nel tempio di Gerusalemme Egli venne accolto. Il vostro servizio consente che Gesù sia ancora accolto da tanta gente. San Giuseppe e la Madonna, che lo hanno introdotto nel tempio, veglino su di voi e vi custodiscano con le vostre famiglie. A loro affido le speranze e le preoccupazioni che portate nel cuore.

    Non vorrei finire senza un ricordo a quelli di voi che hanno dato la vita in servizio, anche in questa pandemia. Grazie. Grazie per la testimonianza. Se ne sono andati nel lavoro, se ne sono andati in silenzio. Ma che non rimangano in silenzio nel nostro cuore. Il ricordo venga sempre con gratitudine.

    Carissimi, vi assicuro che vi ricordo nelle mie preghiere. Di cuore vi do la mia Benedizione, estendendola ai vostri familiari e alle persone care. E vi chiedo, per favore, di non dimenticarvi di pregare per me. Grazie.

    Dopo la Benedizione ha aggiunto:

    Due cose: io cercherò di salutarvi in piedi, tutti, ma questo ginocchio non me lo permette sempre. Vi chiedo di non offendervi se io a un certo punto devo salutarvi seduto. E l’altra cosa: il Capo della Polizia ha menzionato quella statio orbis di marzo 2020, dove abbiamo chiesto al Signore che ci aiutasse nella pandemia. Il Dicastero della Comunicazione ha fatto un libro. Dopo aver sentito questo, ho detto al mio segretario di andare a cercare il libro per darne uno a ognuno di voi. Non so se qui saranno disponibili tutti, ma a chi non lo riceverà oggi arriverà domani o dopodomani. Grazie.


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  6. #26
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    SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AL GRUPPO DELLA FONDAZIONE CASA DELLO SPIRITO E DELLE ARTI


    Sala Clementina
    Venerdì, 4 febbraio 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

    Grazie di questa visita. Ringrazio il mio amico Arnoldo Mosca Mondadori per la sua presentazione. Grazie, Arnoldo.

    Saluto i detenuti delle carceri di San Vittore a Milano, di Opera e di Alba, con i Direttori e il personale. Mi congratulo per il vostro lavoro. Sono attività artigianali, e hanno anche un valore simbolico cristiano: preparare le ostie per la celebrazione eucaristica; costruire strumenti musicali con legno recuperato dalle barche dei migranti; la falegnameria, come San Giuseppe e Gesù; la produzione del vino, che è il simbolo della festa, ricordiamo le nozze di Cana!...

    Saluto le persone rifugiate, che fanno lavori di sartoria.

    Saluto le ragazze madri, con i loro bambini.

    Saluto le persone con disabilità, che pure collaborano a preparare le ostie e i violini.

    Saluto i musicisti dell’orchestra multietnica, con i direttori e il maestro Piovani che ha composto la musica per il “Violino del mare”.

    Saluto le persone venute dalla Spagna, dal Brasile e dall’Argentina, così come i volontari e collaboratori.

    Vi ringrazio tutti perché siete un seme di speranza. Con il sostegno della Fondazione “Casa dello Spirito e delle Arti”, voi date dei segnali che si oppongono alla cultura dello scarto, purtroppo diffusa. Invece voi cercate di costruire, con le “pietre scartate”, una casa dove si respiri un clima di amicizia sociale e di fraternità. Non tutto è facile – lo sappiamo –, non sono tutte “rose e fiori”! Ognuno di noi ha i suoi limiti, i suoi sbagli e i suoi peccati. Tutti noi. Ma la misericordia di Dio è più grande, e se ci accogliamo come fratelli e sorelle Lui ci perdona e ci aiuta ad andare avanti.

    Fratelli e sorelle, ricordiamo con gratitudine quanti danno il loro contributo all’opera della Fondazione; e un pensiero grato e orante va in particolare alla Signora Marisa Baldoni.

    Vi ringrazio ancora e vi incoraggio a continuare il cammino. La Madonna e San Giuseppe vi accompagnino. Che abbiate sempre tra di voi e nei vostri laboratori lo spirito della casa di Nazaret! Vi benedico con affetto. E voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie.


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    «Chi ha conservato la fede in Dio non ha perduto niente,
    quand’anche avesse perduto il resto del mondo» (Axel Oxenstierna).




  7. #27
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI SINDACI DELL'ASSOCIAZIONE NAZIONALE COMUNI D'ITALIA


    Sala Clementina
    Sabato, 5 febbraio 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

    Ringrazio il Presidente per le sue parole di saluto. Sono contento di accogliervi per un momento di riflessione sul vostro servizio per la difesa e la promozione del bene comune nelle città e nelle comunità che amministrate. Attraverso di voi, saluto i Sindaci di tutto il territorio nazionale, con grato apprezzamento, in particolare, per ciò che state facendo e che avete fatto in questi due anni di pandemia. La vostra presenza è stata determinante per incoraggiare le persone a continuare a guardare avanti. Siete stati punto di riferimento nel far rispettare normative a volte gravose, ma necessarie per la salute dei cittadini. Anzi, la vostra voce ha aiutato anche chi aveva responsabilità legislative a prendere decisioni tempestive per il bene di tutti. Grazie!

    Se penso al vostro lavoro mi rendo conto di quanto sia complesso. A momenti di consolazione si affiancano tante difficoltà. Da una parte, infatti, la vostra vicinanza alla gente è una grande opportunità per servire i cittadini, che vi vogliono bene per la vostra presenza in mezzo a loro. La vicinanza. Dall’altra parte, immagino che a volte sentiate la solitudine della responsabilità. Spesso la gente pensa che la democrazia si riduca a delegare col voto, dimenticando il principio della partecipazione, essenziale perché una città possa essere bene amministrata. Si pretende che i sindaci abbiano la soluzione a tutti i problemi! Ma questi – lo sappiamo – non si risolvono solo ricorrendo alle risorse finanziarie. Quanto è importante poter contare sulla presenza di reti solidali, che mettano a disposizione competenze per affrontarle! La pandemia ha fatto emergere tante fragilità, ma anche la generosità di volontari, vicini di casa, personale sanitario e amministratori che si sono spesi per alleviare le sofferenze e le solitudini di poveri e anziani. Questa rete di relazioni solidali è una ricchezza che va custodita e rafforzata.

    Guardando al vostro servizio, vorrei offrirvi tre parole di incoraggiamento. Paternità – o maternità –, periferie e pace.

    Paternità o maternità. Il servizio al bene comune è una forma alta di carità, paragonabile a quello dei genitori in una famiglia. Anche in una città, a situazioni differenti si deve rispondere con attenzioni diversificate; perciò la paternità – o maternità – si attua anzitutto attraverso l’ascolto. Il sindaco o la sindaca sa ascoltare. Non temete di “perdere tempo” ascoltando le persone e i loro problemi! Un buon ascolto aiuta a fare discernimento, per capire le priorità su cui intervenire. Non mancano, grazie a Dio, le testimonianze di sindaci che hanno dedicato gran parte del tempo ad ascoltare e raccogliere le preoccupazioni della gente.

    E con l’ascolto non deve mancare il coraggio dell’immaginazione. A volte ci si illude che per risolvere i problemi bastino finanziamenti adeguati. Non è vero, in realtà, occorre anche un progetto di convivenza civile e di cittadinanza: occorre investire in bellezza laddove c’è più degrado, in educazione laddove regna il disagio sociale, in luoghi di aggregazione sociale laddove si vedono reazioni violente, in formazione alla legalità laddove domina la corruzione. Saper sognare una città migliore e condividere il sogno con gli altri amministratori del territorio, con gli eletti nel consiglio comunale e con tutti i cittadini di buona volontà è un indice di cura sociale. È un po’ il mestiere del sindaco e della sindaca.

    La seconda parola è periferie. Fa pensare il fatto che Gesù sia nato in una stalla a Betlemme e sia morto fuori dalle mura di Gerusalemme sul Calvario. Ci ricorda la “centralità” evangelica delle periferie. Mi piace ripetere che dalle periferie si vede meglio la totalità: non dal centro, dalle periferie. Spesso voi avvertite il dramma che si vive in periferie degradate, dove la trascuratezza sociale genera violenza e forme di esclusione. Partire dalle periferie non vuol dire escludere qualcuno, è una scelta di metodo; non una scelta ideologica, ma di partire dai poveri per servire il bene di tutti. Voi lo sapete molto bene: non c’è città senza poveri. Aggiungerei che i poveri sono la ricchezza di una città. Questo a qualcuno sembrerebbe cinico; no, non è così; ci ricordano – loro, i poveri – le nostre fragilità e che abbiamo bisogno gli uni degli altri. Ci chiamano alla solidarietà, che è un valore-cardine della dottrina sociale della Chiesa, particolarmente sviluppato da San Giovanni Paolo II.

    In tempo di pandemia abbiamo scoperto solitudini e conflitti all’interno delle case, che erano nascosti; il dramma di chi ha dovuto chiudere la propria attività economica, l’isolamento degli anziani, la depressione di adolescenti e giovani – pensate al numero dei suicidi dei giovani! –, le disuguaglianze sociali che hanno favorito chi godeva già di condizioni economiche agiate, le fatiche di famiglie che non arrivano a fine mese… E anche, mi permetto di menzionarli, gli usurai che bussano alle porte. E questo succede nelle città, almeno qui a Roma. Quante sofferenze avete incontrato! Ma le periferie non vanno solo aiutate, devono trasformarsi in laboratori di un’economia e di una società diverse. Infatti, quando abbiamo a che fare con i volti delle persone, non basta dare un pacco alimentare. La loro dignità chiede un lavoro, e quindi un progetto in cui ciascuno sia valorizzato per quello che può offrire agli altri. Il lavoro è davvero unzione di dignità! Il modo più sicuro per togliere la dignità a una persona o a un popolo è togliere il lavoro. Non si tratta di portare il pane a casa: questo non ti dà dignità. Si tratta di guadagnare il pane che tu porti a casa. E quello sì, ti unge di dignità.

    Terza parola: pace. Una delle indicazioni offerte da Gesù ai discepoli inviati in missione è quella di portare pace nelle case: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”» (Lc 10,5). Tra le mura domestiche si vivono tanti conflitti, c’è bisogno di serenità e di pace. E siamo certi che la buona qualità delle relazioni è la vera sicurezza sociale in una città. Per questo c’è un compito storico che coinvolge tutti: creare un tessuto comune di valori che porti a disarmare le tensioni tra le differenze culturali e sociali. La stessa politica di cui siete protagonisti può essere una palestra di dialogo tra culture, prima ancora che contrattazione tra schieramenti diversi. La pace non è assenza di conflitto, ma la capacità di farlo evolvere verso una forma nuova di incontro e di convivenza con l’altro. «Di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse […]. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri […]. Vi è però un terzo modo, il più adeguato […]: accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. “Beati gli operatori di pace” (Mt 5,9)» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 227). Il conflitto è pericoloso se rimane chiuso in sé stesso. Non dobbiamo confondere la crisi con il conflitto. Per esempio, la pandemia ci ha messo in crisi, questo è buono. La crisi è buona, perché la crisi ti fa risolvere e fare passi avanti. Ma la cosa cattiva è quando la crisi si trasforma in conflitto e il conflitto è chiuso, il conflitto è guerra, il conflitto è difficile che trovi una soluzione che vada più avanti. Crisi sì, conflitto no. Fuggire dai conflitti ma vivere in crisi.

    La pace sociale è frutto della capacità di mettere in comune vocazioni, competenze, risorse. È fondamentale favorire l’intraprendenza e la creatività delle persone, in modo che possano tessere relazioni significative all’interno dei quartieri. Tante piccole responsabilità sono la premessa di una pacificazione concreta e che si costruisce quotidianamente. È bene ricordare qui il principio di sussidiarietà, che dà valore agli enti intermedi e non mortifica la libera iniziativa personale.

    Cari fratelli e sorelle, vi incoraggio a rimanere vicini alla gente. Perché una tentazione di fronte alle responsabilità è quella di fuggire. Isolarsi, fuggire… Isolarsi è un modo di fuggire. San Giovanni Crisostomo, vescovo e padre della Chiesa, pensando proprio a questa tentazione, esortava a spendersi per gli altri, piuttosto che restare sulle montagne a guardarli con indifferenza. Spendersi. È un insegnamento da custodire, soprattutto quando rischiamo di farci prendere dallo scoraggiamento e dalla delusione. Vi accompagno con la mia preghiera e vi benedico, benedico tutti voi: ognuno nel suo cuore, nel suo mestiere, benedico i vostri uffici di sindaco, benedico i vostri collaboratori, il vostro lavoro. E ognuno riceva questa benedizione nella misura della propria fede. E vi chiedo per favore di pregare per me, perché anch’io sono “sindaco” di qualcosa! Grazie.


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
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  8. #28
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    PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 6 febbraio 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Il Vangelo della Liturgia odierna ci porta sulle rive del lago di Galilea. La folla fa ressa attorno a Gesù, mentre alcuni pescatori delusi, tra cui Simon Pietro, lavano le reti dopo una notte di pesca andata male. Ed eco che Gesù sale proprio sulla barca di Simone; poi lo invita a prendere il largo e a gettare ancora le reti (cfr Lc 5,1-4). Fermiamoci su queste due azioni di Gesù: dapprima sale sulla barca e poi, la seconda, invita a prendere il largo. È stata una notte andata male, senza pesci, ma Pietro si fida e prende il largo.

    Anzitutto, Gesù sale sulla barca di Simone. Per fare cosa? Per insegnare. Chiede proprio quella barca, che non è piena di pesci ma è tornata a riva vuota, dopo una notte di fatiche e delusioni. È una bella immagine anche per noi. Ogni giorno la barca della nostra vita lascia le rive di casa per inoltrarsi nel mare delle attività quotidiane; ogni giorno cerchiamo di “pescare al largo”, di coltivare sogni, di portare avanti progetti, di vivere l’amore nelle nostre relazioni. Ma spesso, come Pietro, viviamo la “notte delle reti vuote” – la notte delle reti vuote –, la delusione di impegnarci tanto e di non vedere i risultati sperati: «Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla» (v. 5), dice Simone. Quante volte anche noi restiamo con un senso di sconfitta, mentre nel cuore nascono delusione e amarezza. Due tarli pericolosissimi.

    Che cosa fa allora il Signore? Sceglie proprio di salire sulla nostra barca. Da lì vuole annunciare il Vangelo. Proprio quella barca vuota, simbolo delle nostre incapacità, diventa la “cattedra” di Gesù, il pulpito da cui proclama la Parola. E questo ama fare il Signore – il Signore è il Signore delle sorprese, dei miracoli nelle sorprese –: salire sulla barca della nostra vita quando non abbiamo nulla da offrirgli; entrare nei nostri vuoti e riempirli con la sua presenza; servirsi della nostra povertà per annunciare la sua ricchezza, delle nostre miserie per proclamare la sua misericordia. Ricordiamoci questo: Dio non vuole una nave da crociera, gli basta una povera barca “sgangherata”, purché lo accogliamo. Questo sì, accoglierlo; non interessa su quale barca, accoglierlo. Ma noi – mi domando – lo facciamo salire sulla barca della nostra vita? Gli mettiamo a disposizione il poco che abbiamo? A volte ci sentiamo indegni di Lui perché siamo peccatori. Ma questa è una scusa che al Signore non piace, perché lo allontana da noi! Lui è il Dio della vicinanza, della compassione, della tenerezza, e non cerca perfezionismo: cerca accoglienza. Anche a te dice: “Fammi salire sulla barca della tua vita” – “Ma, Signore, guarda…” – “Così, fammi salire, così com’è”. Pensiamoci.

    Così il Signore ricostruisce la fiducia di Pietro. Salito sulla sua barca, dopo aver predicato gli dice: «Prendi il largo» (v. 4). Non era un’ora adatta per pescare, era pieno giorno, ma Pietro si fida di Gesù. Non si basa sulle strategie dei pescatori, che ben conosceva, ma si basa sulla novità di Gesù. Quello stupore che lo muoveva a fare quello che Gesù gli diceva. È così anche per noi: se ospitiamo il Signore sulla nostra barca, possiamo prendere il largo. Con Gesù si naviga nel mare della vita senza paura, senza cedere alla delusione quando non si pesca nulla e senza arrendersi al “non c’è più niente da fare”. Sempre, nella vita personale come in quella della Chiesa e della società, c’è qualcosa di bello e di coraggioso che si può fare, sempre. Sempre possiamo ricominciare, sempre il Signore ci invita a rimetterci in gioco perché Lui apre nuove possibilità. E allora accogliamo l’invito: scacciamo il pessimismo e la sfiducia e prendiamo il largo con Gesù! Anche la nostra piccola barca vuota assisterà a una pesca miracolosa.

    Preghiamo Maria, che come nessun altro ha accolto il Signore sulla barca della vita: ci incoraggi e interceda per noi.

    ____________________________________

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    Oggi si celebra la Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili. Sono circa tre milioni le ragazze che, ogni anno, subiscono tale intervento, spesso in condizioni molto pericolose per la loro salute. Questa pratica, purtroppo diffusa in diverse regioni del mondo, umilia la dignità della donna e attenta gravemente alla sua integrità fisica.

    E martedì prossimo, memoria liturgica di Santa Giuseppina Bakhita, si celebrerà la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. Questa è una ferita profonda, inferta dalla ricerca vergognosa di interessi economici senza alcun rispetto per la persona umana. Tante ragazze – le vediamo sulle strade – che non sono libere, sono schiave dei trafficanti, che le mandano a lavorare e, se non portano i soldi, le picchiano. Oggi succede questo nelle nostre città. Pensiamoci sul serio.

    Davanti a queste piaghe dell’umanità, esprimo il mio dolore ed esorto quanti ne hanno la responsabilità ad agire in modo deciso, per impedire sia lo sfruttamento sia le pratiche umilianti che affliggono in particolare le donne e le bambine.

    Oggi, in Italia, si celebra anche la Giornata per la Vita, sul tema “Custodire ogni vita”. Questo appello vale per tutti, specialmente per le categorie più deboli: gli anziani, i malati, e anche i bambini a cui si impedisce di nascere. Mi unisco ai Vescovi italiani nel promuovere la cultura della vita come risposta alla logica dello scarto e al calo demografico. Ogni vita va custodita, sempre!

    Noi siamo abituati a vedere, a leggere sui media tante cose brutte, notizie brutte, incidenti, assassinii… tante cose. Ma io vorrei oggi menzionare due cose belle. Una, nel Marocco, come tutto un popolo si è aggrappato per salvare Rayan. Era tutto il popolo lì, lavorando per salvare un bambino! Ce l’hanno messa tutta. Purtroppo non ce l’ha fatta. Ma quell’esempio – oggi leggevo sul Messaggero –, quelle fotografie di un popolo, lì, aspettando per salvare un bambino... Grazie a questo popolo per questa testimonianza!

    E un’altra, che è successa qui in Italia, e non uscirà sul giornale. Nel Monferrato: John, un ragazzo ghanese, 25 anni, migrante, che per arrivare qui ha sofferto tutto quello che soffrono tanti migranti, e alla fine si è sistemato nel Monferrato, ha incominciato a lavorare, a fare il suo futuro, in un’azienda vinicola. E poi si è ammalato di un cancro terribile, è in fin di vita. E quando gli hanno detto la verità, cosa avrebbe voluto fare, [ha risposto:] “Tornare a casa per abbracciare mio papà prima di morire”. Morendo, ha pensato al papà. E in quel paese del Monferrato hanno fatto subito una raccolta e, imbottito di morfina, lo hanno messo sull’aereo, lui e un compagno, e lo hanno inviato perché potesse morire tra le braccia del suo papà. Questo ci fa vedere che oggi, in mezzo a tante brutte notizie, ci sono cose belle, ci sono dei “santi della porta accanto”. Grazie per queste due testimonianze che ci fanno bene.

    Saluto tutti voi, romani e pellegrini! In particolare, quelli provenienti dalla Germania, dalla Polonia e da Valencia (Spagna); come pure gli studenti universitari di Madrid – sono rumorosi, questi spagnoli! – e i fedeli della parrocchia San Francesco d’Assisi in Roma. Un saluto speciale alle religiose del gruppo Talitha Kum, impegnate contro la tratta. Grazie! Grazie per quello che fate, per il vostro coraggio. Grazie. Vi incoraggio nel vostro lavoro e benedico la statua di Santa Giuseppina Bakhita.

    E a tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
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  9. #29
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AL PONTIFICIO SEMINARIO LOMBARDO DEI SANTI AMBROGIO E CARLO IN URBE


    Sala Clementina
    Lunedì, 7 febbraio 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Ringrazio il Rettore per le parole che mi ha rivolto e vi do il benvenuto. Sono contento che insieme a voi sacerdoti ci siano le persone che con il loro servizio animano la vita del Seminario e formano la grande famiglia del “Lombardo”. Ci rivediamo oggi, in occasione dei cent’anni dell’elezione di Papa Pio XI, vostro ex-alunno – e uno dei primi alunni! – che ebbe sempre a cuore il “suo caro” seminario, per il quale provvide l’area nella quale vi trovate, all’ombra della Salus populi romani. È bello che siate lì ed è anche l’occasione per me di pensarvi spesso. Da queste radici legate a Pio XI proviamo a ricavare qualche spunto: non per coltivare nostalgie del passato e chiuderci alla novità dello Spirito, che ci invita a vivere l’oggi, ma per rintracciare dei segni profetici per il vostro ministero e la vostra missione, in particolare a servizio della Chiesa e del popolo italiano.

    Appena eletto, Pio XI scelse di affacciarsi non più all’interno della Basilica di San Pietro, ma dalla Loggia esterna. Volle così che la sua prima benedizione fosse rivolta Urbi et Orbi, alla città di Roma e al mondo intero. E con questo gesto – credo che hanno lavorato più di 40 minuti per aprire quel balcone che da anni non si apriva, e anche per svuotare quel posto, che era diventato un magazzino; e lui aspettò – con questo gesto ci ricorda che occorre aprirsi, dilatare l’orizzonte del ministero alle dimensioni del mondo, per raggiungere ogni figlio, che Dio desidera abbracciare con il suo amore. Per favore, non rimaniamo barricati in sacrestia e non coltiviamo piccoli gruppi chiusi dove coccolarci e stare tranquilli. C’è un mondo che attende il Vangelo e il Signore desidera che i suoi pastori siano conformi a Lui, portando nel cuore e sulle spalle le attese e i pesi del gregge. Cuori aperti, compassionevoli, misericordiosi.

    E questo mi porta a pensare all’esperienza che c’è fra di voi, sui confessori di Santa Maria Maggiore: “Andate da quello, da quello… Ma da quello là no!, per favore, che ti rende la vita impossibile!”. Cercare preti misericordiosi per noi, e noi essere misericordiosi con gli altri. Così come noi vogliamo misericordia quando andiamo a chiedere perdono per i nostri peccati e cerchiamo il più misericordioso, voi siate misericordiosi. Con tutti. Non dimenticate che Dio mai si stanca di perdonare. Siamo noi a stancarci di chiedere perdono, ma Lui mai si stanca di perdonare. Quella larghezza del perdono, senza fare troppi problemi: perdono. Cuori aperti, compassionevoli, misericordiosi, dicevo, e mani operose, generose, che si sporcano e si feriscono per amore, come quelle di Gesù sulla croce. Così il ministero diventa una benedizione di Dio per il mondo.

    Quel gesto di Pio XI valse più di mille parole. In genere, i gesti di Pio XI valevano più di mille parole, perché era un Papa con personalità, per dirlo in modo fine. In questi anni voi studiate e approfondite, è questo è un dono di Dio. Ma il vostro sapere non diventi mai astratto dalla vita e dalla storia. Non serve il Vangelo una Chiesa che ha tante cose da dire, ma le cui parole sono prive di unzione e non toccano la carne della gente. Per avere parole di vita occorre piegare la scienza allo Spirito nella preghiera e poi abitare le situazioni concrete della Chiesa e del mondo. Occorre la testimonianza di vita: siate preti bruciati dal desiderio di portare il Vangelo per le strade del mondo, nei quartieri, nelle case, soprattutto nei luoghi più poveri e dimenticati. La testimonianza, i gesti, come quel primo gesto di Pio XI.
    Un secondo spunto. Nella sua prima omelia solenne Papa Ratti parlò delle missioni e, più che dare risposte, invitò a porsi una domanda: «Che cosa posso offrire al Signore?» (Omelia nel 300° di fondazione della Congreg. de Propaganda Fide, 4 giugno 1922). È una bella domanda, che potete applicare a tutto quello che state facendo ora per prepararvi alla missione. Che cosa posso offrire è una domanda che non ruota attorno a voi, al desiderio di quella cattedra, di quella parrocchia, di quel posto in curia; no, è una domanda che chiede di aprire il cuore alla disponibilità e al servizio. È una domanda che ci difende dal carrierismo. State attenti al carrierismo, per favore! Alla fine non serve, non aiuta.

    Chiediamoci “che cosa posso offrire?” all’inizio di ogni giornata. Spesso, anche qui in Italia, i discorsi ecclesiali si riducono a sterili dialettiche interne tra chi è innovatore e chi è conservatore, tra chi preferisce quel politico e chi quell’altro, e si dimentica il punto centrale: essere Chiesa per vivere e diffondere il Vangelo. Non preoccupiamoci dei piccoli orticelli di casa, c’è un mondo intero assetato di Cristo. Siate pastori del gregge, e non pettinatori di quelle “squisite” [migliori]. Vi esorto a coltivare con entusiasmo in questi anni e in questa città, nella dimensione universale romana e del Lombardo, un cuore aperto, un cuore disponibile, un cuore missionario!

    L’ultimo spunto lo traggo da una delle numerose encicliche sociali di Pio XI. Leggo alcune parole, scritte quasi un secolo fa eppure attualissime: «Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi. […] Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia» (Lett. enc. Quadragesimo anno, 105-106). È duro!

    Quanto è vero e quanto è tragico tutto ciò ora, mentre la forbice tra i pochi ricchi e i tanti poveri è sempre più larga. In questo contesto di disuguaglianze, che la pandemia ha accresciuto, vi troverete a vivere e operare come preti del Concilio Vaticano II, come segni e strumenti della comunione degli uomini con Dio e tra di loro (cfr Lumen gentium, 1). Siate perciò tessitori di comunione, azzeratori di disuguaglianze, pastori attenti ai segni di sofferenza del popolo. Anche attraverso le conoscenze che state acquisendo, siate competenti e coraggiosi nel levare parole profetiche in nome di chi non ha voce.

    Grandi compiti vi attendono. Per realizzarli vi invito a chiedere a Dio di sognare la bellezza della Chiesa. La Chiesa è bella! Sognare la Chiesa italiana di domani più fedele allo spirito del Vangelo, più libera, più fraterna e gioiosa nel testimoniare Gesù, animata dall’ardore di raggiungere chi non ha conosciuto il «Dio di ogni consolazione» (2 Cor 1,3). Una Chiesa italiana che coltivi una comunione più forte di ogni distinzione e sia ancora più appassionata ai poveri, nei quali Gesù è presente. Sant’Ambrogio e San Carlo vi accompagnino e la Salus populi vi custodisca. Io benedico voi e voi, per favore, pregate per me. Grazie!


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  10. #30
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    PAPA FRANCESCO

    UDIENZA GENERALE

    Aula Paolo VI
    Mercoledì, 9 febbraio 2022


    Catechesi su San Giuseppe: 11. San Giuseppe patrono della buona morte

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Nella scorsa catechesi, stimolati ancora una volta dalla figura di San Giuseppe, abbiamo riflettuto sul significato della comunione dei santi. E proprio a partire da questa, oggi vorrei approfondire la speciale devozione che il popolo cristiano ha sempre avuto per San Giuseppe come patrono della buona morte. Una devozione nata dal pensiero che Giuseppe sia morto con l’assistenza della Vergine Maria e di Gesù, prima che questi lasciasse la casa di Nazaret. Non ci sono dati storici, ma siccome non si vede più Giuseppe nella vita pubblica, si pensa che sia morto lì a Nazaret, con la famiglia. E ad accompagnarlo alla morte erano Gesù e Maria.

    Il Papa Benedetto XV, un secolo fa, scriveva che «attraverso Giuseppe noi andiamo direttamente a Maria, e, attraverso Maria, all’origine di ogni santità, che è Gesù». Sia Giuseppe sia Maria ci aiutano ad andare a Gesù. E incoraggiando le pie pratiche in onore di San Giuseppe, ne raccomandava in particolare una, e diceva così: «Poiché Egli è meritamente ritenuto come il più efficace protettore dei moribondi, essendo spirato con l’assistenza di Gesù e di Maria, sarà cura dei sacri Pastori di inculcare e favorire […] quei pii sodalizi che sono stati istituiti per supplicare Giuseppe a favore dei moribondi, come quelli “della Buona Morte”, del “Transito di San Giuseppe” e “per gli Agonizzanti”» (Motu proprio Bonum sane, 25 luglio 1920): erano le associazioni del tempo.

    Cari fratelli e sorelle, forse qualcuno pensa che questo linguaggio e questo tema siano solo un retaggio del passato, ma in realtà il nostro rapporto con la morte non riguarda mai il passato, è sempre presente. Papa Benedetto diceva, alcuni giorni fa, parlando di sé stesso che “è davanti alla porta oscura della morte”. E’ bello ringraziare il Papa Benedetto che a 95 anni ha la lucidità di dirci questo: “Io sono davanti all’oscurità della morte, alla porta oscura della morte”. Un bel consiglio che ci ha dato! La cosiddetta cultura del “benessere” cerca di rimuovere la realtà della morte, ma in maniera drammatica la pandemia del coronavirus l’ha rimessa in evidenza. È stato terribile: la morte era dappertutto, e tanti fratelli e sorelle hanno perduto persone care senza poter stare vicino a loro, e questo ha reso la morte ancora più dura da accettare e da elaborare. Mi diceva una infermiera che una nonna con il covid stava morendo e le disse: “Io vorrei salutare i miei, prima di andarmene”. E l’infermiera, coraggiosa, ha preso il telefonino e l’ha collegata. La tenerezza di quel congedo…

    Nonostante ciò, si cerca in tutti i modi di allontanare il pensiero della nostra finitudine, illudendosi così di togliere alla morte il suo potere e scacciare il timore. Ma la fede cristiana non è un modo per esorcizzare la paura della morte, piuttosto ci aiuta ad affrontarla. Prima o poi, tutti noi andremo per quella porta.

    La vera luce che illumina il mistero della morte viene dalla risurrezione di Cristo. Ecco la luce. E scrive San Paolo: Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» (1 Cor 15,12-14). C’è una certezza: Cristo è resuscitato, Cristo è risorto, Cristo è vivo tra noi. E questa è la luce che ci aspetta dietro quella porta oscura della morte.

    Cari fratelli e sorelle, solo dalla fede nella risurrezione noi possiamo affacciarci sull’abisso della morte senza essere sopraffatti dalla paura. Non solo: possiamo riconsegnare alla morte un ruolo positivo. Infatti, pensare alla morte, illuminata dal mistero di Cristo, aiuta a guardare con occhi nuovi tutta la vita. Non ho mai visto, dietro un carro funebre, un camion di traslochi! Dietro a un carro funebre: non l’ho visto mai. Ci andremo soli, senza niente nelle tasche del sudario: niente. Perché il sudario non ha tasche. Questa solitudine della morte: è vero, non ho mai visto dieto un carro funebre un camion di traslochi. Non ha senso accumulare se un giorno moriremo. Ciò che dobbiamo accumulare è la carità, è la capacità di condividere, la capacità di non restare indifferenti davanti ai bisogni degli altri. Oppure, che senso ha litigare con un fratello o con una sorella, con un amico, con un familiare, o con un fratello o una sorella nella fede se poi un giorno moriremo? A che serve arrabbiarsi, arrabbiarsi con gli altri? Davanti alla morte tante questioni si ridimensionano. È bene morire riconciliati, senza lasciare rancori e senza rimpianti! Io vorrei dire una verità: tutti noi siamo in cammino verso quella porta, tutti.

    Il Vangelo ci dice che la morte arriva come un ladro, così dice Gesù: arriva come un ladro, e per quanto noi tentiamo di voler tenere sotto controllo il suo arrivo, magari programmando la nostra stessa morte, essa rimane un evento con cui dobbiamo fare i conti e davanti a cui fare anche delle scelte.

    Due considerazioni per noi cristiani rimangono in piedi. La prima: non possiamo evitare la morte, e proprio per questo, dopo aver fatto tutto quanto è umanamente possibile per curare la persona malata, risulta immorale l’accanimento terapeutico (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2278). Quella frase del popolo fedele di Dio, della gente semplice: “Lascialo morire in pace”, “aiutalo a morire in pace”: quanta saggezza! La seconda considerazione riguarda invece la qualità della morte stessa, la qualità del dolore, della sofferenza. Infatti, dobbiamo essere grati per tutto l’aiuto che la medicina si sta sforzando di dare, affinché attraverso le cosiddette “cure palliative”, ogni persona che si appresta a vivere l’ultimo tratto di strada della propria vita, possa farlo nella maniera più umana possibile. Dobbiamo però stare attenti a non confondere questo aiuto con derive anch’esse inaccettabili che portano a uccidere. Dobbiamo accompagnare alla morte, ma non provocare la morte o aiutare qualsiasi forma di suicidio. Ricordo che va sempre privilegiato il diritto alla cura e alla cura per tutti, affinché i più deboli, in particolare gli anziani e i malati, non siano mai scartati. La vita è un diritto, non la morte, la quale va accolta, non somministrata. E questo principio etico riguarda tutti, non solo i cristiani o i credenti. Ma io vorrei sottolineare qui un problema sociale, ma reale. Quel “pianificare” – non so se sia la parola giusta – ma accelerare la morte degli anziani. Tante volte si vede in un certo ceto sociale che agli anziani, perché non hanno i mezzi, si danno meno medicine rispetto a quelle di cui avrebbero bisogno, e questo è disumano: questo non è aiutarli, questo è spingerli più presto verso la morte. E questo non è umano né cristiano. Gli anziani vanno curati come un tesoro dell’umanità: sono la nostra saggezza. Anche se non parlano, e se sono senza senso, sono tuttavia il simbolo della saggezza umana. Sono coloro che hanno fatto la strada prima di noi e ci hanno lasciato tante cose belle, tanti ricordi, tanta saggezza. Per favore, non isolare gli anziani, non accelerare la morte degli anziani. Accarezzare un anziano ha la stessa speranza che accarezzare un bambino, perché l’inizio della vita e la fine è un mistero sempre, un mistero che va rispettato, accompagnato, curato, amato.

    Possa San Giuseppe aiutarci a vivere il mistero della morte nel miglior modo possibile. Per un cristiano la buona morte è un’esperienza della misericordia di Dio, che si fa vicina a noi anche in quell’ultimo momento della nostra vita. Anche nella preghiera dell’Ave Maria, noi preghiamo chiedendo alla Madonna di esserci vicini “nell’ora della nostra morte”. Proprio per questo vorrei concludere questa catechesi pregando tutti insieme la Madonna per gli agonizzanti, per coloro che stanno vivendo questo momento di passaggio per questa porta oscura, e per i familiari che stanno vivendo il lutto. Preghiamo insieme:

    Ave Maria…

    _______________________

    Saluti

    Je salue cordialement les personnes de langue française présentes aujourd’hui, en particulier les jeunes venus de France, le groupe de pèlerins du Sacré Cœur de Marseille, et le groupe de l’Arche de Reims. Ce matin, nous prions en particulier pour les mourants et pour ceux qui sont en deuil. Que la tendresse de Dieu les rejoigne dans leur souffrance, et leur donne l’espérance de la résurrection. Que Dieu vous bénisse !

    [Saluto cordialmente i fedeli di lingua francese presenti oggi, in modo particolare i giovani venuti dalla Francia, il gruppo di pellegrini del Sacro Cuore di Marsiglia, e il gruppo dell’Arche di Reims. Questa mattina preghiamo in particolare per gli agonizzanti e per quanti stanno vivendo un lutto. La tenerezza di Dio li raggiunga nella loro sofferenza, e doni loro la speranza della risurrezione. Dio vi benedica!]

    I welcome all the English-speaking pilgrims taking part in today’s Audience, especially the representatives of the Global Christian Forum and the seminarians and student groups from the United States of America. Upon all of you, and your families, I invoke the joy and peace of Jesus our Lord. God bless you!

    [Do il benvenuto ai pellegrini di lingua inglese presenti all’Udienza odierna, specialmente ai rappresentanti della Global Christian Forum, ai seminaristi e al gruppo di studenti provenienti dagli Stati Uniti d’America. Su tutti voi, e sulle vostre famiglie, invoco la gioia e la pace di Gesù nostro Signore. Dio vi benedica!]

    Von Herzen grüße ich die Pilger deutscher Sprache. Der heilige Josef helfe uns, in unserem irdischen Leben in der Gnade des Herrn zu bleiben, damit uns in der Ewigkeit die Liebe Gottes in ihrer ganzen Fülle zuteilwird.

    [Saluto di cuore i pellegrini di lingua tedesca. San Giuseppe ci aiuti a perseverare nella grazia del Signore durante tutta la nostra vita terrena, perché possiamo godere pienamente dell’amore di Dio nell’eternità.]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española que están aquí. Pidamos todos juntos a san José que nos ayude a aceptar el misterio de la muerte con espíritu cristiano, y que nos alcance del Señor Jesús la gracia de experimentar la misericordia del Padre, sobre todo en ese momento final de nuestra vida cuando nos toque pasar por la puerta oscura de la muerte. Que el Señor los bendiga a todos. Muchas gracias.

    Queridos peregrinos de língua portuguesa, sede bem-vindos! Rezemos hoje, em particular, pelos profissionais da saúde, portadores de consolação para todos os atribulados, para que, a par dos cuidados adequados, ofereçam aos doentes a sua proximidade fraterna. Oxalá a misericórdia de Deus, nosso Pai, seja sempre o sinal distintivo das vossas famílias e comunidades. Deus vos abençoe!

    [Cari pellegrini di lingua portoghese, benvenuti! Oggi, preghiamo in particolare per gli operatori sanitari, portatori di consolazione verso tutti i tribolati, affinché insieme alle cure adeguate, offrano ai sofferenti la loro vicinanza fraterna. Auguro che la misericordia di Dio nostro Padre sia sempre il segno distintivo delle vostre famiglie e delle vostre comunità. Dio vi benedica!]

    […].

    [Saluto i fedeli di lingua araba. Chiediamo a San Giuseppe, patrono della buona morte, che è morto con l’assistenza della Vergine Maria e di Gesù, di aiutarci a vivere il mistero della morte nel miglior modo possibile, e di essere vicini a coloro che hanno bisogno di essere accompagnati per vivere l’ultimo tratto di strada della loro vita, affinché possano farlo nella maniera più umana possibile. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]

    […].

    [Saluto cordialmente tutti i Polacchi. Vi invito a offrire le vostre preghiere per intercessione di San Giuseppe, chiedendo che i malati riacquistino la salute, gli smarriti sperimentino la conversione e la pace e che tutti i fedeli, nell’ora del passaggio alla Casa del Padre, ricevano la grazia della buona morte. Vi benedico di cuore!]

    ___________

    APPELLI

    Desidero ringraziare tutte le persone e le comunità che il 26 gennaio scorso si sono unite nella preghiera per la pace in Ucraina. Continuiamo a supplicare il Dio della pace, perché le tensioni e le minacce di guerra siano superate attraverso un dialogo serio, e affinché a questo scopo possano contribuire anche i colloqui nel “Formato Normandia”. Non dimentichiamo: la guerra è una pazzia!

    ____________________

    Dopo domani, 11 febbraio, si celebra la Giornata Mondiale del Malato. Desidero ricordare i nostri cari malati perché a tutti siano assicurate le cure sanitarie e l’accompagnamento spirituale. Preghiamo per questi nostri fratelli e sorelle, per i loro familiari, per gli operatori sanitari e pastorali, e per tutti coloro che se ne prendono cura.

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto la Comunità del Seminario Regionale di Potenza, accompagnata dai Vescovi della Basilicata, e i Frati Minori delle Province di Puglia e Molise.

    Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli. Dopo domani, celebreremo la memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes. Auguro a ciascuno di imitare la Vergine Santa nella piena disponibilità nei confronti della volontà divina. Il suo esempio e la sua intercessione siano di stimolo per rafforzare la vostra testimonianza evangelica.

    A tutti, la mia benedizione!


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