Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Omelie, discorsi e messaggi di Papa Francesco

  1. #1
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    Omelie, discorsi e messaggi di Papa Francesco

    OMELIE, DISCORSI, MESSAGGI
    DI SUA SANTITA’ PAPA FRANCESCO

    Anno 2022


    Verranno pubblicati in questa discussione i principali interventi del Santo Padre nell'anno in corso.

    Ai seguenti link è possibile visualizzare omelie, discorsi e messaggi degli anni passati:

    Anno 2013

    Anno 2014

    Anno 2015

    Anno 2016

    Anno 2017

    Anno 2018

    Anno 2019

    Anno 2020

    Anno 2021

  2. #2
    Cronista di CR L'avatar di Laudato Si’
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    SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO
    LV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

    PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Sabato, 1 gennaio 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Buon anno!

    Iniziamo il nuovo anno affidandolo a Maria Madre di Dio. Il Vangelo della Liturgia di oggi parla di lei, rimandandoci nuovamente all’incanto del presepe. I pastori vanno senza indugio verso la grotta e che cosa trovano? Trovano – dice il testo – «Maria, Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia» (Lc 2,16). Fermiamoci su questa scena e immaginiamo Maria che, come mamma tenera e premurosa, ha appena adagiato Gesù nella mangiatoia. In quell’adagiare possiamo vedere un dono fatto a noi: la Madonna non tiene il Figlio per sé, ma lo presenta a noi; non lo stringe solo tra le sue braccia, ma lo depone per invitarci a guardarlo, accoglierlo e adorarlo. Ecco la maternità di Maria: il Figlio che è nato lo offre a tutti noi. Sempre dando il Figlio, indicando il Figlio, mai trattenendo come cosa propria il Figlio, no. E così durante tutta la vita di Gesù.

    E nel posarlo davanti ai nostri occhi, senza dire una parola, ci dona un messaggio stupendo: Dio è vicino, a portata di mano. Non viene con la potenza di chi vuole essere temuto, ma con la fragilità di chi chiede di essere amato; non giudica dall’alto di un trono, ma ci guarda dal basso come fratello, anzi, come figlio. Nasce piccolo e bisognoso perché nessuno debba più vergognarsi di sé stesso: proprio quando facciamo esperienza della nostra debolezza e della nostra fragilità, possiamo sentire Dio ancora più vicino, perché si è presentato a noi così, debole e fragile. È il Dio-bambino che nasce per non escludere nessuno. Per farci diventare tutti fratelli e sorelle.

    Ecco allora: il nuovo anno inizia con Dio che, in braccio alla Madre e adagiato in una mangiatoia, ci incoraggia con tenerezza. Abbiamo bisogno di questo incoraggiamento. Viviamo ancora tempi incerti e difficili a causa della pandemia. Tanti sono intimoriti dal futuro e appesantiti da situazioni sociali, da problemi personali, dai pericoli che provengono dalla crisi ecologica, da ingiustizie e da squilibri economici planetari. Guardando a Maria con in braccio il suo Figlio, penso alle giovani madri e ai loro bambini in fuga da guerre e carestie o in attesa nei campi per i rifugiati. Sono tanti! E contemplando Maria che adagia Gesù nella mangiatoia, mettendolo a disposizione di tutti, ricordiamo che il mondo cambia e la vita di tutti migliora solo se ci mettiamo a disposizione degli altri, senza aspettare che siano loro a cominciare a farlo. Se diventiamo artigiani di fraternità, potremo ritessere i fili di un mondo lacerato da guerre e violenze.

    Oggi si celebra la Giornata Mondiale della Pace. La pace «è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso» (Messaggio per la LV Giornata Mondiale della Pace, 1). Dono dall’alto: va implorata da Gesù, perché da soli non siamo in grado di custodirla. Possiamo costruire veramente la pace solo se l’abbiamo nel cuore, solo se la riceviamo dal Principe della pace. Ma la pace è anche impegno nostro: chiede di fare il primo passo, domanda gesti concreti. Si edifica con l’attenzione agli ultimi, con la promozione della giustizia, con il coraggio del perdono, che spegne il fuoco dell’odio. E ha bisogno pure di uno sguardo positivo: che si guardi sempre – nella Chiesa come nella società – non al male che ci divide, ma al bene che può unirci! Non serve abbattersi e lamentarsi, ma rimboccarsi le maniche per costruire la pace. La Madre di Dio, Regina della pace, all’inizio di questo anno ottenga concordia ai nostri cuori e al mondo intero.

    ____________________________________

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    all’inizio del nuovo anno auguro a tutti la pace, che è il compendio di ogni bene. Pace! Ricambio di cuore e con gratitudine il saluto del Signor Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, e assicuro la mia preghiera per lui e per il popolo italiano.

    Oggi è la Giornata Mondiale della Pace, iniziata da San Paolo VI nel 1968. Nel Messaggio di quest’anno ho sottolineato che la pace si costruisce con il dialogo tra le generazioni, con l’educazione e con il lavoro. Senza questi tre elementi, mancano le fondamenta.

    Ringrazio per tutte le iniziative promosse nel mondo in occasione di questa Giornata, compatibilmente con la situazione della pandemia; in particolare per la Veglia svoltasi ieri sera nel Duomo di Savona come espressione della Chiesa in Italia.

    Saluto i partecipanti alla manifestazione “Pace in tutte le terre”, organizzata della Comunità di Sant’Egidio qui a Roma e in tante parti del mondo – sono bravi questi di Sant’Egidio, sono bravi! – in collaborazione con le Diocesi e le parrocchie. Grazie della vostra presenza e del vostro impegno!

    E saluto tutti voi, cari romani e pellegrini! Saluto i giovani di Curtatone, le famiglie di Forlimpopoli, i fedeli di Padova e quelli di Comun Nuovo, vicino a Sotto il Monte – patria di San Giovanni XXIII, il Papa dell’Enciclica Pacem in terris, più che mai attuale!

    Andiamo a casa pensando: pace, pace, pace! Ci vuole pace. Stavo guardando le immagini nel programma televisivo “A sua immagine”, oggi, sulla guerra, sugli sfollati, sulle miserie… Ma questo succede oggi nel mondo. Vogliamo pace!

    Auguri a tutti! Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon anno! Buon pranzo e arrivederci a domani.


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
    «Facciamo che la nostra vita sia una luce di Cristo;
    insieme porteremo la luce del Vangelo all’intera realtà» (Papa Francesco).



  3. #3
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    PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 2 gennaio 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Il Vangelo della Liturgia odierna ci offre una frase bellissima, che preghiamo sempre all’Angelus e che da sola ci rivela il senso del Natale: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Queste parole, se ci pensiamo, contengono un paradosso. Mettono insieme due realtà opposte: il Verbo e la carne. “Verbo” indica che Gesù è la Parola eterna del Padre, Parola infinita, che esiste da sempre, prima di tutte le cose create; “carne” indica invece proprio la nostra realtà, realtà creata, fragile, limitata, mortale. Prima di Gesù erano due mondi separati: il Cielo opposto alla terra, l’infinito opposto al finito, lo spirito opposto alla materia. E c’è un’altra opposizione nel Prologo del Vangelo di Giovanni, un altro binomio: luce e tenebre (cfr v. 5). Gesù è la luce di Dio entrata nelle tenebre del mondo. Luce e tenebre. Dio è luce: in Lui non c’è opacità; in noi, invece, ci sono molte oscurità. Ora, con Gesù, si incontrano Luce e tenebre: santità e colpa, grazia e peccato. Gesù, l’incarnazione di Gesù è proprio il luogo dell’incontro, dell’incontro tra Dio e gli uomini, l’incontro tra la grazia e il peccato.

    Che cosa vuole annunciare il Vangelo con queste polarità? Una cosa splendida: il modo di agire di Dio. Di fronte alla nostra fragilità, il Signore non si tira indietro. Non rimane nella sua eternità beata e nella sua luce infinita, ma si fa vicino, si fa carne, si cala nelle tenebre, abita terre a Lui estranee. E perché fa questo Dio? Perché scende da noi? Lo fa perché non si rassegna al fatto che noi possiamo smarrirci andando lontani da Lui, lontani dall’eternità, lontani dalla luce. Ecco l’opera di Dio: venire in mezzo a noi. Se noi ci riteniamo indegni, questo non lo ferma, Lui viene. Se lo rifiutiamo, non si stanca di cercarci. Se non siamo pronti e ben disposti ad accoglierlo, preferisce comunque venire. E se noi gli chiudiamo la porta in faccia, Lui aspetta. È proprio il Buon Pastore. E l’immagine più bella del Buon Pastore? Il Verbo che si fa carne per condividere la nostra vita. Gesù è il Buon Pastore che viene a cercarci lì dove noi siamo: nei nostri problemi, nella nostra miseria. Lì viene Lui.

    Cari fratelli e sorelle, spesso ci teniamo a distanza da Dio perché pensiamo di non essere degni di Lui per altri motivi. Ed è vero. Ma il Natale ci invita a vedere le cose dal suo punto di vista. Dio desidera incarnarsi. Se il tuo cuore ti sembra troppo inquinato dal male, ti sembra disordinato, per favore, non chiuderti, non avere paura: Lui viene. Pensa alla stalla di Betlemme. Gesù è nato lì, in quella povertà, per dirti che non teme certo di visitare il tuo cuore, di abitare una vita trasandata. È questa la parola: abitare. Abitare è il verbo che usa oggi il Vangelo per significare questa realtà: esprime una condivisione totale, una grande intimità. E questo Dio vuole: vuole abitare con noi, vuole abitare in noi, non rimanere lontano.

    E mi domando, a me, a voi e a tutti: noi, vogliamo fargli spazio? A parole sì; nessuno dirà: “Io no”; sì. Ma concretamente? Magari ci sono degli aspetti della vita che teniamo per noi, esclusivi, o dei luoghi interiori nei quali abbiamo paura che il Vangelo entri, dove non vogliamo mettere Dio in mezzo. Oggi vi invito alla concretezza. Quali sono le cose interiori che io credo che a Dio non piacciano? Qual è lo spazio che tengo soltanto per me e non voglio che lì Dio venga? Ognuno di noi sia concreto e rispondiamo a questo. “Sì, sì, io vorrei che Gesù venisse, ma questo che non lo tocchi; e questo no, e questo…”. Ognuno ha il proprio peccato – chiamiamolo per nome – e Lui non si spaventa dei nostri peccati: è venuto per guarirci. Almeno facciamoglielo vedere, che Lui veda il peccato. Siamo coraggiosi, diciamo: “Signore, io sono in questa situazione, non voglio cambiare. Ma tu, per favore, non allontanarti troppo”. Bella preghiera, questa. Siamo sinceri oggi.

    In questi giorni natalizi ci farà bene accogliere il Signore proprio lì. Come? Ad esempio sostando davanti al presepe, perché esso mostra Gesù che viene ad abitare tutta la nostra vita concreta, ordinaria, dove non va tutto bene, ci sono tanti problemi – alcuni per colpa nostra, altri per colpa degli altri – e Gesù viene. Vediamo lì i pastori che lavorano duramente, Erode che minaccia gli innocenti, una grande povertà… Ma in mezzo a tutto questo, in mezzo a tanti problemi – e anche in mezzo ai nostri problemi – c’è Dio, c’è Dio che vuole abitare con noi. E attende che gli presentiamo le nostre situazioni, quello che viviamo. Allora, davanti al presepe, parliamo a Gesù delle nostre vicende concrete. Invitiamolo ufficialmente nella nostra vita, soprattutto nelle zone oscure: “Guarda, Signore, che lì non c’è luce, lì l’elettricità non arriva, ma per favore non toccare, perché non me la sento di lasciare questa situazione”. Parlare con chiarezza, concretezza. Le zone oscure, le nostre “stalle interiori”: ognuno di noi ne ha. E raccontiamogli senza paura anche i problemi sociali, i problemi ecclesiali del nostro tempo; i problemi personali, anche i più brutti: Dio ama abitare nella nostra stalla.

    La Madre di Dio, nella quale il Verbo si è fatto carne, ci aiuti a coltivare un’intimità maggiore con il Signore.

    ____________________________________

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    rivolgo di cuore il mio saluto a tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini venuti dall’Italia e da altri Paesi: vedo bandiere polacche, brasiliane, uruguayane, argentine, paraguayane, colombiane, venezuelane: benvenuti tutti! Saluto le famiglie, le associazioni, i gruppi parrocchiali, in particolare quelli di Postioma e Porcellengo, in diocesi di Treviso, come pure gli adolescenti della Federazione Regnum Christi e i ragazzi dell’Immacolata.

    In questa prima domenica dell’anno rinnovo a tutti gli auguri di pace e di bene nel Signore. Nei momenti lieti e in quelli tristi, affidiamoci a Lui, che è la nostra forza e la nostra speranza. E non dimenticate: invitiamo il Signore a venire dentro di noi, venire alla nostra realtà, per brutta che sia, come una stalla: “Signore, io non vorrei che tu entrassi, ma guardala, stai vicino”. Facciamo questo.

    Vi auguro una buona domenica e buon pranzo. E non dimenticatevi di pregare per me. Arrivederci!


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
    «Facciamo che la nostra vita sia una luce di Cristo;
    insieme porteremo la luce del Vangelo all’intera realtà» (Papa Francesco).



  4. #4
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    PAPA FRANCESCO

    UDIENZA GENERALE

    Aula Paolo VI
    Mercoledì, 5 gennaio 2022


    Catechesi su San Giuseppe: 6. San Giuseppe, il padre putativo di Gesù

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Oggi mediteremo su San Giuseppe come padre di Gesù. Gli Evangelisti Matteo e Luca lo presentano come padre putativo di Gesù e non come padre biologico. Matteo lo precisa, evitando la formula “generò”, usata nella genealogia per tutti gli antenati di Gesù; ma lo definisce «sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù detto il Cristo» (1,16). Mentre Luca lo afferma dicendo che era padre di Gesù «come si riteneva» (3,23), cioè appariva come padre.

    Per comprendere la paternità putativa o legale di Giuseppe, occorre tener presente che anticamente in Oriente era molto frequente, più di quanto non sia ai nostri giorni, l’istituto dell’adozione. Si pensi al caso comune presso Israele del “levirato” così formulato nel Deuteronomio: «Quando uno dei fratelli morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto non si sposerà con uno di fuori, con un estraneo. Suo cognato si unirà a lei e se la prenderà in moglie, compiendo così verso di lei il dovere di cognato. Il primogenito che ella metterà al mondo, andrà sotto il nome del fratello morto, perché il nome di questi non si estingua in Israele» (25,5-6). In altre parole, il genitore di questo figlio è il cognato, ma il padre legale resta il defunto, che attribuisce al neonato tutti i diritti ereditari. Lo scopo di questa legge era duplice: assicurare la discendenza al defunto e la conservazione del patrimonio.

    Come padre ufficiale di Gesù, Giuseppe esercita il diritto di imporre il nome al figlio, riconoscendolo giuridicamente. Giuridicamente è il padre, ma non generativamente, non l’ha generato.

    Anticamente il nome era il compendio dell’identità di una persona. Cambiare il nome significava cambiare sé stessi, come nel caso di Abramo, il cui nome Dio cambia in “Abraham”, che significa “padre di molti”, «perché – dice il Libro della Genesi – sarà padre di una moltitudine di nazioni» (17,5). Così per Giacobbe, che viene chiamato “Israele”, che significa “colui che lotta con Dio”, perché ha lottato con Dio per obbligarlo a dargli la benedizione (cfr Gen 32,29; 35,10).

    Ma soprattutto dare il nome a qualcuno o a qualcosa significava affermare la propria autorità su ciò che veniva denominato, come fece Adamo quando conferì un nome a tutti gli animali (cfr Gen 2,19-20).

    Giuseppe sa già che per il figlio di Maria c’è un nome preparato da Dio – il nome a Gesù lo dà il vero padre di Gesù, Dio – il nome “Gesù”, che significa “Il Signore salva”, come gli spiega l’Angelo: «Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). Questo particolare aspetto della figura di Giuseppe ci permette oggi di fare una riflessione sulla paternità e sulla maternità. E questo credo che sia molto importante: pensare alla paternità, oggi. Perché noi viviamo un’epoca di notoria orfanezza. È curioso: la nostra civiltà è un po’ orfana, e si sente, questa orfanezza. Ci aiuti la figura di San Giuseppe a capire come si risolve il senso di orfanezza che oggi ci fa tanto male.

    Non basta mettere al mondo un figlio per dire di esserne anche padri o madri. «Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti» (Lett. ap. Patris corde). Penso in modo particolare a tutti coloro che si aprono ad accogliere la vita attraverso la via dell’adozione, che è un atteggiamento così generoso e bello. Giuseppe ci mostra che questo tipo di legame non è secondario, non è un ripiego. Questo tipo di scelta è tra le forme più alte di amore e di paternità e maternità. Quanti bambini nel mondo aspettano che qualcuno si prenda cura di loro! E quanti coniugi desiderano essere padri e madri ma non riescono per motivi biologici; o, pur avendo già dei figli, vogliono condividere l’affetto familiare con chi ne è rimasto privo. Non bisogna avere paura di scegliere la via dell’adozione, di assumere il “rischio” dell’accoglienza. E oggi, anche, con l’orfanezza, c’è un certo egoismo. L’altro giorno, parlavo sull’inverno demografico che c’è oggi: la gente non vuole avere figli, o soltanto uno e niente di più. E tante coppie non hanno figli perché non vogliono o ne hanno soltanto uno perché non ne vogliono altri, ma hanno due cani, due gatti … Eh sì, cani e gatti occupano il posto dei figli. Sì, fa ridere, capisco, ma è la realtà. E questo rinnegare la paternità e la maternità ci sminuisce, ci toglie umanità. E così la civiltà diviene più vecchia e senza umanità, perché si perde la ricchezza della paternità e della maternità. E soffre la Patria, che non ha figli e – come diceva uno un po’ umoristicamente – “e adesso chi pagherà le tasse per la mia pensione, che non ci sono figli? Chi si farà carico di me?”: rideva, ma è la verità. Io chiedo a San Giuseppe la grazia di svegliare le coscienze e pensare a questo: ad avere figli. La paternità e la maternità sono la pienezza della vita di una persona. Pensate a questo. È vero, c’è la paternità spirituale per chi si consacra a Dio e la maternità spirituale; ma chi vive nel mondo e si sposa, deve pensare ad avere figli, a dare la vita, perché saranno loro che gli chiuderanno gli occhi, che penseranno al suo futuro. E anche, se non potete avere figli, pensate all’adozione. È un rischio, sì: avere un figlio sempre è un rischio, sia naturale sia d’adozione. Ma più rischioso è non averne. Più rischioso è negare la paternità, negare la maternità, sia la reale sia la spirituale. Un uomo e una donna che volontariamente non sviluppano il senso della paternità e della maternità, mancano qualcosa di principale, di importante. Pensate a questo, per favore. Auspico che le istituzioni siano sempre pronte ad aiutare in questo senso dell’adozione, vigilando con serietà ma anche semplificando l’iter necessario perché possa realizzarsi il sogno di tanti piccoli che hanno bisogno di una famiglia, e di tanti sposi che desiderano donarsi nell’amore. Tempo fa ho sentito la testimonianza di una persona, un dottore – importante il suo mestiere – non aveva figli e con la moglie hanno deciso di adottarne uno. E quando è arrivato il momento, ne hanno offerto loro uno e hanno detto: “Ma, non sappiamo come andrà la salute di questo. Forse può avere qualche malattia”. E lui disse – lo aveva visto – disse: “Se lei mi avesse domandato questo prima di entrare, forse avrei detto di no. Ma l’ho visto: me lo porto”. Questa è la voglia di essere padre, di essere madre anche nell’adozione. Non abbiate paura di questo.

    Prego perché nessuno si senta privo di un legame di amore paterno. E coloro che sono ammalati di orfanezza vadano avanti senza questo sentimento così brutto. Possa San Giuseppe esercitare la sua protezione e il suo aiuto sugli orfani; e interceda per le coppie che desiderano avere un figlio. Per questo preghiamo insieme:

    San Giuseppe,
    tu che hai amato Gesù con amore di padre,
    sii vicino a tanti bambini che non hanno famiglia
    e desiderano un papà e una mamma.
    Sostieni i coniugi che non riescono ad avere figli,
    aiutali a scoprire, attraverso questa sofferenza, un progetto più grande.
    Fa’ che a nessuno manchi una casa, un legame,
    una persona che si prenda cura di lui o di lei;
    e guarisci l’egoismo di chi si chiude alla vita,
    perché spalanchi il cuore all’amore.

    ________________________________________ _

    Saluti

    Je salue cordialement les personnes de langue française. Frères et sœurs, en ce temps de Noël, demandons à Saint Joseph, gardien de la Sainte Famille, de protéger et de venir en aide à tous les enfants, particulièrement les orphelins, et qu’il intercède aussi pour les couples en quête d’un enfant. Que Dieu vous bénisse !

    [Saluto cordialmente i fedeli di lingua francese. Fratelli e sorelle, in questo tempo di Natale, chiediamo a San Giuseppe, custode della Sacra Famiglia, di proteggere e venire in aiuto a tutti i bambini, specialmente agli orfani, e che interceda anche per le coppie in attesa di un figlio. Dio vi benedica!]

    I greet the English-speaking pilgrims and visitors. In the peace of our Lord Jesus Christ, may each of you, and your families, cherish the joy of this Christmas season, and so draw near in prayer to the Saviour who has come to dwell among us. May God bless you!

    [Saluto i pellegrini di lingua inglese. Nella pace del Signore Gesù, a ciascuno di voi e alle vostre famiglie auguro di custodire la gioia di questo tempo di Natale, affinché incontriate nella preghiera il Salvatore che desidera farsi vicino a tutti. Dio vi benedica!]

    Herzlich grüße ich die Gläubigen deutscher Sprache. Der heilige Josef sei uns allen Fürsprecher, auf dass wir beständig im bedingungslosen Vertrauen auf Gott, unseren Vater, wachsen, der uns immer mit seiner Weisheit und seiner Liebe führt.

    [Saluto cordialmente i fedeli di lingua tedesca. San Giuseppe interceda per tutti noi perché possiamo crescere costantemente nella fiducia incondizionata in Dio, nostro Padre, che ci accompagna e guida sempre con la sua sapienza e il suo amore.]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. En estos primeros días del año, pido al Señor, por intercesión de san José, que todos puedan experimentar el amor de un padre y de una madre, y también que proteja y ayude a los niños huérfanos y a los esposos que desean tener un hijo. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

    Saúdo cordialmente os fiéis de língua portuguesa! Peçamos o auxílio de São José para que tantas crianças que não têm família possam encontrar o amor paterno e materno naqueles que, mesmo não os tendo gerado biologicamente, desejam gerá-los em seus corações. Que Deus vos abençoe!

    [Saluto cordialmente i fedeli di lingua portoghese! Chiediamo l’aiuto di San Giuseppe affinché tanti bambini che non hanno famiglia possano trovare l’amore paterno e materno in quelli che, pur non avendoli generati biologicamente, desiderano generarli nei loro cuori. Dio vi benedica!]

    […].

    [Saluto i fedeli di lingua araba. Chiediamo a San Giuseppe, che ha amato Gesù con amore di padre, di essere vicino a tanti bambini che non hanno famiglia e desiderano un papà e una mamma, e di sostenere le coppie che non riescono ad avere figli, affinché scoprano, attraverso questa sofferenza, il progetto più grande di Dio. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]

    […].

    [Saluto cordialmente i Polacchi presenti a quest’udienza. L’Epifania del Signore, che celebreremo domani, ci ricorda che Dio “per noi e per la nostra salvezza discese dal cielo”. Ci fa capire che il Figlio di Dio è presente nell’anima di ognuno che sinceramente lo cerca. Camminiamo in quest’anno nuovo seguendo la luce di Cristo. La Sua presenza penetri nei vostri cuori, nelle vostre famiglie, negli ambienti di lavoro, nella vostra Patria. Vi benedico di cuore.]

    * * *

    Ringrazio i ragazzi e le ragazze del circo che hanno fatto questo spettacolo: è uno spettacolo che ci mette in contatto con la bellezza, e la bellezza ci tira su, sempre, la bellezza ci fa andare oltre. E la bellezza è una via per andare dal Signore. Grazie: grazie a voi per questo spettacolo. Grazie.

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto gli adolescenti della diocesi di Brescia, quelli del Decanato di Castano Primo e quelli della parrocchia Santa Francesca Cabrini di Lodi. Saluto poi gli artisti del Rony Roller Circus, e torno a ringraziare per questa vostra attività: è curioso, dietro quanto hanno fatto, dietro a questa bellezza, ci sono ore e ore e ore di allenamento, di lavoro per fare uno spettacolo così. Grazie.

    Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli. Domani celebreremo la solennità dell’Epifania. Sappiate, come i Magi, cercare con animo aperto Cristo luce del mondo.

    A tutti la mia benedizione.


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
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    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
    «Facciamo che la nostra vita sia una luce di Cristo;
    insieme porteremo la luce del Vangelo all’intera realtà» (Papa Francesco).



  5. #5
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    SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE

    PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Giovedì, 6 gennaio 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno, buona festa!

    Oggi, solennità dell’Epifania, contempliamo l’episodio dei magi (cfr Mt 2,1-12). Essi affrontano un viaggio lungo e faticoso per andare ad adorare «il re dei Giudei» (v. 2). Sono guidati dal segno prodigioso di una stella, e quando finalmente arrivano alla meta, anziché trovare qualcosa di grandioso, vedono un bimbo con la mamma. Avrebbero potuto protestare: “Tanta strada, tanti sacrifici per stare davanti a un bambino povero?”. Eppure non si scandalizzano, non rimangono delusi. Non si lamentano. Cosa fanno? Si prostrano. «Entrati nella casa – dice il Vangelo –, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (v. 11).

    Pensiamo a questi sapienti venuti da lontano, ricchi, colti, conosciuti, che si prostrano, cioè si chinano a terra per adorare un bambino! Sembra una contraddizione. Sorprende un gesto tanto umile compiuto da uomini così illustri. Prostrarsi davanti a un’autorità che si presentava con i segni della potenza e della gloria era cosa abituale al tempo. E anche oggi non sarebbe strano. Ma davanti al Bambino di Betlemme non è semplice. Non è facile adorare questo Dio, la cui divinità rimane nascosta e non appare trionfante. Vuol dire accogliere la grandezza di Dio, che si manifesta nella piccolezza: questo è il messaggio. I magi si abbassano di fronte all’inaudita logica di Dio, accolgono il Signore non come lo immaginavano, ma così com’è, piccolo e povero. La loro prostrazione è il segno di chi mette da parte le proprie idee e fa spazio a Dio. Ci vuole umiltà per fare questo.

    Il Vangelo insiste su questo: non dice solo che i magi adorarono, sottolinea che si prostrarono e adorarono. Cogliamo questa indicazione: l’adorazione va insieme alla prostrazione. Compiendo questo gesto, i magi dimostrano di accogliere con umiltà Colui che si presenta nell’umiltà. Ed è così che si aprono all’adorazione di Dio. Gli scrigni che aprono sono immagine del loro cuore aperto: la loro vera ricchezza non consiste nella fama, nel successo, ma nell’umiltà, nel loro ritenersi bisognosi di salvezza. E così è l’esempio che ci danno i magi, oggi.

    Cari fratelli e sorelle, se al centro di tutto rimaniamo sempre noi con le nostre idee e presumiamo di vantare qualcosa davanti a Dio, non lo incontreremo mai fino in fondo, non arriveremo ad adorarlo. Se non cadono le nostre pretese, le vanità, i puntigli, le corse per primeggiare, ci capiterà di adorare pure qualcuno o qualcosa nella vita, ma non sarà il Signore! Se invece abbandoniamo la nostra pretesa di autosufficienza, se ci facciamo piccoli dentro, allora riscopriremo lo stupore di adorare Gesù. Perché l’adorazione passa attraverso l’umiltà del cuore: chi ha la smania dei sorpassi, non si accorge della presenza del Signore. Gesù passa accanto e viene ignorato, come accadde a tanti in quel tempo, ma non ai magi.

    Fratelli e sorelle, guardando a loro, oggi ci chiediamo: come va la mia umiltà? Sono convinto che l’orgoglio impedisce il mio progresso spirituale? Quell’orgoglio, manifesto o nascosto, che sempre copre lo slancio verso Dio. Lavoro sulla mia docilità, per essere disponibile a Dio e agli altri, oppure sono sempre centrato su di me, sulle mie pretese, con quell’egoismo nascosto che è la superbia? So accantonare il mio punto di vista per abbracciare quello di Dio e degli altri? E infine: prego e adoro solo quando ho bisogno di qualcosa, oppure lo faccio con costanza perché credo di avere sempre bisogno di Gesù? I magi hanno incominciato la strada guardando una stella e trovarono Gesù. Hanno camminato tanto. Oggi possiamo prendere questo consiglio: guarda la stella e cammina. Non smettete mai di camminare, ma non tralasciate di guardare la stella. Questo è il consiglio di oggi, forte: guarda la stella e cammina, guarda la stella e cammina.

    La Vergine Maria, serva del Signore, ci insegni a riscoprire il bisogno vitale dell’umiltà e il gusto vivo dell’adorazione. Ci insegni a guardare la stella e a camminare.

    ____________________________________

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    oggi il pensiero va ai fratelli e alle sorelle delle Chiese Orientali, sia cattoliche sia ortodosse, che celebrano domani il Natale del Signore. Ad essi rivolgo con affetto i migliori auguri di pace e di ogni bene: Cristo, nato dalla Vergine Maria, illumini le vostre famiglie e le vostre comunità! Fratelli e sorelle, tanti auguri!

    L’Epifania è in modo speciale la festa dell’infanzia missionaria, cioè di quei bambini e ragazzi – sono tanti, in vari Paesi del mondo – che si impegnano a pregare e a offrire i loro risparmi perché il Vangelo sia annunciato a quanti non lo conoscono. Voglio dire a loro il mio grazie: bambini e bambine, grazie!, e ricordare che la missione comincia con la testimonianza cristiana nella vita di tutti i giorni.

    A questo proposito, incoraggio le iniziative di evangelizzazione che prendono spunto dalle tradizioni dell’Epifania e che, nella situazione attuale, utilizzano vari mezzi di comunicazione. Ricordo in particolare l’evento “Corteo dei Re Magi” che si svolge in Polonia.

    E oggi saluto tutti voi, romani, e pellegrini venuti dall’Italia e da diversi Paesi. Saluto i cresimandi di Romano di Lombardia, con i genitori e i catechisti.

    E a tutti auguro una buona festa. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
    «Facciamo che la nostra vita sia una luce di Cristo;
    insieme porteremo la luce del Vangelo all’intera realtà» (Papa Francesco).



  6. #6
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    A UNA DELEGAZIONE DI IMPRENDITORI DALLA FRANCIA


    Sala Clementina
    Venerdì, 7 gennaio 2022


    Cari amici,

    sono lieto di ricevervi in occasione del vostro pellegrinaggio a Roma sul tema del bene comune. Ringrazio Mons. Dominique Rey per le sue cortesi parole. Trovo molto bello e coraggioso che, nel mondo attuale spesso segnato dall’individualismo, dall’indifferenza e anche dall’emarginazione delle persone più vulnerabili, alcuni imprenditori e dirigenti d’impresa abbiano a cuore il servizio di tutti e non solo di interessi privati o di circoli ristretti. Non dubito che questo rappresenti per voi una sfida. Perciò vorrei condividere con voi qualche insegnamento del Vangelo, che possa aiutarvi a svolgere il vostro ruolo di leaders secondo il cuore di Dio. Prenderò due coppie di concetti che sembrano dover essere sempre in tensione, ma che il cristiano, aiutato dalla grazia, può unificare nella propria vita: ideale e realtà; autorità e servizio.

    Ideale e realtà. Ho evocato qualche giorno fa quell’ “urto”, quello choc, di cui ogni cristiano fa spesso esperienza, tra l’ideale che sogna e il reale che incontra. L’ho fatto a proposito della Vergine Maria davanti alla mangiatoia di Betlemme, lei che si trova costretta a mettere al mondo il Figlio di Dio nella povertà di una stalla (cfr Omelia, 1° gennaio 2022): «Ci auguriamo che tutto vada bene e poi arriva, come un fulmine a ciel sereno, un problema inaspettato. E si crea un urto doloroso tra le attese e la realtà» (ibid.).

    La ricerca del bene comune è per voi un motivo di preoccupazione, un ideale, nel quadro delle vostre responsabilità professionali. Il bene comune è dunque certamente un elemento determinante del vostro discernimento e delle vostre scelte di dirigenti, ma deve fare i conti con gli obblighi imposti dai sistemi economici e finanziari attualmente in atto, che spesso si prendono gioco dei principi evangelici della giustizia sociale e della carità. E immagino che, a volte, il vostro incarico vi pesi, che la vostra coscienza entri in conflitto quando l’ideale di giustizia e di bene comune che voi immaginereste di raggiungere non ha potuto realizzarsi, e che la dura realtà si presenti a voi come una mancanza, uno scacco, un rimorso, uno choc.

    È importante che voi possiate superare questo e viverlo nella fede, per poter perseverare e non scoraggiarvi. Davanti allo “scandalo della mangiatoia” Maria non si è scoraggiata, non si è ribellata, ma ha reagito custodendo e meditando nel suo cuore, dimostrando una fede adulta, che si fortifica nella prova. Custodire è accogliere, malgrado l’oscurità e nell’umiltà, le cose difficili da accettare che non abbiamo voluto, che non abbiamo potuto impedire; non cercare di camuffare o “truccare” la vita, di sfuggire alle proprie responsabilità. E meditare è, nella preghiera, unificare le cose belle e quelle brutte di cui è fatta la vita, coglierne meglio l’intreccio e il senso nella prospettiva di Dio (cfr ibid.).

    Il secondo binomio: autorità e servizio. Quando gli Apostoli discutono su chi sia tra loro il più grande, Gesù interviene: «Se qualcuno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti» (Mc 9,35). La missione del dirigente cristiano assomiglia, per molti aspetti, a quella del pastore, di cui Gesù è il modello, e che sa andare davanti al gregge per indicare la via, sa stare in mezzo per vedere quello che vi accade, e sa anche stare dietro, per assicurarsi che nessuno perda contatto. Ho esortato spesso i preti e i vescovi ad avere “l’odore delle pecore”, a immergersi nella realtà di quanti sono loro affidati, conoscerli, farsi prossimi ad essi. Credo che questo consiglio vale anche per voi! Pertanto vi incoraggio a essere vicini a coloro che collaborano con voi a tutti i livelli: a interessarvi alla loro vita, a rendervi conto delle loro difficoltà, delle sofferenze, delle inquietudini, ma anche delle loro gioie, dei progetti, delle speranze.

    Esercitare l’autorità come un servizio richiede di condividerla. Anche qui, Gesù è il nostro maestro, quando manda i discepoli in missione dotandoli della sua stessa autorità (cfr Mt 28,18-20). Voi siete invitati a mettere in atto la sussidiarietà con la quale si valorizza «l’autonomia e la capacità di iniziativa di tutti, specialmente degli ultimi. Tutte le parti di un corpo sono necessarie e […] quelle parti che potrebbero sembrare più deboli e meno importanti, in realtà sono le più necessarie» (Udienza generale, 23 settembre 2020). Così, il dirigente cristiano è chiamato a considerare con attenzione il posto assegnato a tutte le persone della sua azienda, comprese quelle le cui mansioni potrebbero sembrare di minore importanza, perché ciascuno è importante agli occhi di Dio. Anche se l’esercizio dell’autorità richiede di prendere decisioni coraggiose e a volte in prima persona, la sussidiarietà permette a ciascuno di dare il meglio di sé, di sentirsi partecipe, di portare la propria parte di responsabilità e di contribuire così al bene dell’insieme.

    Mi rendo conto di quanto il Vangelo possa essere esigente e difficile da attuare in un mondo professionale competitivo e concorrenziale. Tuttavia, vi invito a tenere lo sguardo fisso su Gesù Cristo, con la vostra vita di preghiera e l’offerta del lavoro quotidiano. Egli ha fatto l’esperienza sulla croce di amare fino alla fine, di compiere la sua missione fino a dare la vita. Anche voi avete le vostre croci da portare. Ma siate fiduciosi: ci ha promesso di accompagnarci «fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Non esitate a invocare lo Spirito Santo perché guidi le vostre scelte. La Chiesa ha bisogno della vostra testimonianza.

    Vi ringrazio e vi benedico. E non dimenticatevi di pregare per me. Grazie!


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  7. #7
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI MEMBRI DELL’ASSOCIAZIONE SANTI PIETRO E PAOLO


    Aula Paolo VI
    Sabato, 8 gennaio 2022


    Cari amici dell’Associazione Santi Pietro e Paolo!

    Ringrazio con voi il Signore per i 50 anni del vostro sodalizio, rinato grazie alla lungimirante intuizione di San Paolo VI.

    Saluto il Presidente, Dottor Stefano Milli, e lo ringrazio per le sue parole; saluto l’Assistente spirituale, Mons. Joseph Murphy e gli altri responsabili, tutti i soci con le loro famiglie.

    È bello vedere che, in questo mezzo secolo di vita, voi siete passati dall’essere “guardia d’onore di palazzo” all’onore di essere “a servizio” dell’umanità pellegrina, rendendo così una particolare testimonianza di vita cristiana, di apostolato e di fedeltà alla Sede Apostolica.

    Cosa rappresentano i vostri 50 anni di storia? Possiamo rispondere a questa domanda con il titolo del vostro periodico: “Incontro”. Infatti la vostra storia è fatta di continui “incontri”.

    Nell’incontro c’è sempre un movimento. Se tutti stiamo fermi, non ci si incontra mai. «La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita» (Enc. Fratelli tutti, 215). Ma la vita è questo: l’arte dell’incontro. È come l’ossigeno della vita l’incontro. Per questo abbiamo bisogno di una cultura dell’incontro, perché «come popolo ci appassiona il volerci incontrare, il cercare punti di contatto, gettare ponti, progettare qualcosa che coinvolga tutti» (ibid., 216). È questo il criterio che dà senso al vostro impegno quotidiano – e vi ringrazio tanto! Attraverso i vostri servizi quotidiani voi diventate artigiani dell’incontro, portando il calore della gentilezza di Gesù a chi entra nella Basilica di San Pietro, a chi ha bisogno di una indicazione, a chi ha bisogno di un sorriso per sentirsi a casa. Grazie per questo stile del sorriso: credo che è un po’ la vostra spiritualità. Sempre il sorriso, che favorisce l’incontro. Il sorriso è un ponte.

    Mi tornano alla mente le parole di San Giovanni XXIII: “Io metto i miei occhi nei vostri occhi, metto il mio cuore vicino al vostro cuore”. Questa espressione esprime bene il senso cristiano dell’incontrarsi.

    E ora vorrei lasciarvi qualche indicazione per il futuro, perché il vostro prezioso servizio possa continuare ad essere testimonianza per chi incontrerete, in un contesto che risentirà ancora degli effetti della pandemia. Le riassumo in questa esortazione: “Ricominciamo con più umanità, guardando a Gesù, con la speranza nel cuore”. Questo sarebbe come il programma che io vi do, un po’ un “programma a casa”. Credo che può ispirarvi.

    Rincominciamo. Certamente facendo tesoro di quanto si è vissuto, tenendo conto che siamo tutti un po’ cambiati e, spero, migliorati, ma sempre pronti a servire secondo il motto della vostra Associazione: “Fide constamus avita”: “Perseveriamo saldamente nella fedeltà dei nostri padri”.

    Con più umanità. Se siamo cambiati un po’ tutti è perché ci siamo resi conto, con quello che abbiamo vissuto, che ciò che veramente conta per la vita sono i rapporti umani. Tutti sentiamo il bisogno di volerci bene, di vivere più uniti, di sentirci rivolgere parole buone e incoraggianti e, a nostra volta, di donarle con uno stile di vita pieno di speranza. Vi incoraggio a continuare a mostrare questo volto con più umanità.

    E guardando Gesù. La vostra Associazione ha sempre proposto la vita di Gesù come lo stile di vita pienamente umano, il punto di riferimento e il fondamento per l’uomo di ogni tempo, e quindi anche per l’uomo di oggi. Ma ancora di più ora, vogliamo testimoniare la nostra fede annunciando che la nostra vita concreta trova la sua radice nell’umanità di Gesù. Dunque, conoscere meglio Lui, conoscere come ha condotto la sua esistenza, quello che ha detto, come si è relazionato con gli altri, è fondamento per scoprire come vivere umanamente l’oggi. Guardando a Lui ci sentiamo chiamati sempre di più a un servizio quotidiano fatto di accoglienza, di condivisione, di ascolto fraterno, di vicinanza umana. Credo che così si può mostrare, con i fatti, la bellezza e la forza del Vangelo.

    E infine: Con la speranza nel cuore. Cari fratelli e sorelle, la speranza non deve mai mancare nel cammino del credente, quella speranza che non delude, non delude mai. Siamo di Cristo, siamo innestati in Lui con il Battesimo; in noi c’è la sua presenza, c’è la sua luce, c’è la sua vita. Camminiamo dunque sorretti dalla sua Parola: è parola di vita. Camminiamo con gioia e speranza, consapevoli che il Signore non smetterà mai di sostenere il nostro impegno di bene. Lo dico rivolgendomi in modo speciale ai giovani: vi incoraggio a donare le vostre energie per chi è nel bisogno, e per diventare uomini capaci di incontri veri e sinceri.

    Affido a Maria, Virgo Fidelis, voi cari Soci, i vostri familiari – ai quali togliete tempo per dedicarlo con generosità alla Santa Sede – e tutte le persone a voi care. Vegli la Vergine Santa con il suo amore materno su ciascuno di voi.

    Per questo, prima della benedizione, recitiamo insieme la Preghiera dell’Associazione:

    Vergine Santa e Madre nostra tenerissima, che fosti sempre fedele a Dio nell’eroico adempimento della tua sublime missione, deh, ci ottieni, ti preghiamo, che, dietro il tuo esempio, ci manteniamo anche noi, fedeli in tutte le vicende della vita, alla nostra vocazione cristiana ed ai cenni della divina grazia.

    Abbiamo assunto col nostro Dio impegni sacrosanti: tu ci impetra che la nostra fede, da ogni parte insidiata e combattuta, non vacilli giammai.

    Siamo figli della Chiesa: tu fa’ che, fermi nell’amore ardente alla Chiesa stessa e nell’obbedienza devota al suo Capo visibile, sia nostra gloria fortemente operare e generosamente soffrire. Così, da te aiutati, o Vergine Maria, compiuta la nostra terrena giornata, meriteremo in cielo l’immortale corona. Amen.

    Virgo Fidelis, ora pro nobis.

    Ed ora vi do la Benedizione, che estendo alle vostre famiglie, ricordando specialmente i bambini e le persone ammalate. E vi chiedo per favore di pregare per me. Grazie!


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  8. #8
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    FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE

    PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 9 gennaio 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    il Vangelo della Liturgia odierna ci mostra la scena con cui inizia la vita pubblica di Gesù: Lui, che è il Figlio di Dio e il Messia, va sulle rive del fiume Giordano e si fa battezzare da Giovanni Battista. Dopo circa trent’anni vissuti nel nascondimento, Gesù non si presenta con qualche miracolo o salendo in cattedra per insegnare. Si mette in fila con il popolo che andava a ricevere il battesimo da Giovanni. L’inno liturgico di oggi dice che il popolo andava a farsi battezzare con l’anima e i piedi nudi, umilmente. Bell’atteggiamento, con l’anima nuda e i piedi nudi. E Gesù condivide la sorte di noi peccatori, scende verso di noi: discende nel fiume come nella storia ferita dell’umanità, si immerge nelle nostre acque per risanarle, si immerge con noi, in mezzo a noi. Non sale al di sopra di noi, ma scende verso di noi, con l’anima nuda, con i piedi nudi, come il popolo. Non va da solo, né con un gruppo di eletti privilegiati, no, va con il popolo. Appartiene a quel popolo e va con il popolo a farsi battezzare, con quel popolo umile.

    Fermiamoci su un punto importante: nel momento in cui Gesù riceve il Battesimo, il testo dice che «stava in preghiera» (Lc 3,21). Ci fa bene contemplare questo: Gesù prega. Ma come? Lui, che è il Signore, il Figlio di Dio, prega come noi? Sì, Gesù – lo ripetono tante volte i Vangeli – passa molto tempo in preghiera: all’inizio di ogni giorno, spesso di notte, prima di prendere decisioni importanti... La sua preghiera è un dialogo, una relazione con il Padre. Così, nel Vangelo di oggi possiamo vedere i “due movimenti” della vita di Gesù: da una parte scende verso di noi, nelle acque del Giordano; dall’altra eleva lo sguardo e il cuore pregando il Padre.

    È un grande insegnamento per noi: tutti siamo immersi nei problemi della vita e in tante situazioni intricate, chiamati ad affrontare momenti e scelte difficili che ci tirano in basso. Ma, se non vogliamo restare schiacciati, abbiamo bisogno di elevare tutto verso l’alto. E questo lo fa proprio la preghiera, che non è una via di fuga, la preghiera non è un rito magico o una ripetizione di cantilene imparate a memoria. No. Pregare è il modo per lasciare agire Dio in noi, per cogliere quello che Lui vuole comunicarci anche nelle situazioni più difficili, pregare per avere la forza di andare avanti. Tanta gente sente che non ce la fa e prega: “Signore, dammi la forza di andare avanti”. Anche noi tante volte lo abbiamo fatto. La preghiera ci aiuta perché ci unisce a Dio, ci apre all’incontro con Lui. Sì, la preghiera è la chiave che apre il cuore al Signore. È dialogare con Dio, è ascoltare la sua Parola, è adorare: stare in silenzio affidandogli ciò che viviamo. E a volte è anche gridare a Lui come Giobbe, sfogarsi con Lui. Gridare come Giobbe. Lui è padre, ci capisce bene. Lui mai si arrabbia con noi. E Gesù prega.

    La preghiera – per usare una bella immagine del Vangelo di oggi – “apre il cielo” (cfr v. 21). La preghiera apre il cielo: dà ossigeno alla vita, dà respiro anche in mezzo agli affanni e fa vedere le cose in modo più ampio. Soprattutto, ci permette di fare la stessa esperienza di Gesù al Giordano: ci fa sentire figli amati dal Padre. Anche a noi, quando preghiamo, il Padre dice, come a Gesù nel Vangelo: “Tu sei mio figlio, l’amato” (cfr v. 22). Questo nostro essere figli è cominciato il giorno del Battesimo, che ci ha immersi in Cristo e, membri del popolo di Dio, ci ha fatto diventare figli amati del Padre. Non dimentichiamo la data del nostro Battesimo! Se io domandassi adesso a ognuno di voi: qual è la data del tuo Battesimo? Forse alcuni non lo ricordano. Questa è una cosa bella: ricordare la data del Battesimo, perché è la nostra rinascita, il momento nel quale siamo diventai figli di Dio con Gesù. E quando tornerete a casa – se non lo sapete – domandate alla mamma, alla zia o ai nonni: “Quando sono stato battezzato o battezzata?”, e imparare quella festa per festeggiarla, per ringraziare il Signore. E oggi, in questo momento, chiediamoci: come va la mia preghiera? Prego per abitudine, prego controvoglia, solo recitando delle formule, o la mia preghiera è l’incontro con Dio? Io peccatore, sempre nel popolo di Dio, mai isolato? Coltivo l’intimità con Dio, dialogo con Lui, ascolto la sua Parola? Tra tante cose che facciamo nella giornata, non trascuriamo la preghiera: dedichiamole tempo, usiamo brevi invocazioni da ripetere spesso, leggiamo il Vangelo ogni giorno. La preghiera che apre il cielo.

    E ora ci rivolgiamo alla Madonna, Vergine orante, che ha fatto della sua vita un canto di lode a Dio.

    ____________________________________

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle,

    ho appreso con dolore che vi sono state vittime durante le proteste scoppiate nei giorni scorsi in Kazakhstan. Prego per loro e per i familiari, e auspico che si ritrovi al più presto l’armonia sociale attraverso la ricerca del dialogo, della giustizia e del bene comune. Affido il popolo kazako alla protezione della Madonna, Regina della Pace di Oziornoje.

    E saluto di cuore tutti voi, fedeli di Roma e pellegrini italiani e di vari Paesi. In particolare, saluto il gruppo di Frattamaggiore, presso Napoli.

    Questa mattina, come è consuetudine nella Domenica del Battesimo del Signore, ho battezzato alcuni bambini, figli di dipendenti vaticani. Desidero ora estendere la mia preghiera e la mia benedizione a tutti i neonati che hanno ricevuto o riceveranno il Battesimo in questo periodo. Il Signore li benedica e la Madonna li protegga.

    E a tutti voi, mi raccomando: imparate la data del vostro Battesimo. Quando sono stata battezzata? Quando sono stato battezzato? Questo non dovete dimenticarlo, e ricordare quel giorno come un giorno di festa.

    Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.


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  9. #9
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    Udienza al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno, 10.01.2022


    Questa mattina, nell’Aula della Benedizione, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per la presentazione degli auguri per il nuovo anno.

    Dopo le parole introduttive del Decano del Corpo Diplomatico, S.E. il Signor George Poulides, Ambasciatore di Cipro presso la Santa Sede, il Papa ha pronunciato il discorso che riportiamo di seguito:

    Discorso del Santo Padre

    Eccellenze, Signore e Signori!

    Ieri si è concluso il tempo liturgico del Natale, periodo privilegiato per coltivare i rapporti familiari, che a volte ci trovano distratti e lontani, affaccendati – come spesso siamo nel corso dell’anno – in molti altri impegni. Oggi, ne vogliamo continuare lo spirito, ritrovandoci insieme come una grande famiglia, che si incontra e dialoga. In fondo, questo è lo scopo della diplomazia: aiutare a mettere da parte i dissapori della convivenza umana, favorire la concordia e sperimentare come, quando superiamo le sabbie mobili della conflittualità, possiamo riscoprire il senso dell’unità profonda della realtà.[1]

    Vi sono dunque particolarmente grato per aver voluto prendere parte quest’oggi al nostro annuale “incontro di famiglia”, occasione propizia per formularci reciprocamente i voti augurali per il nuovo anno e per guardare insieme alle luci e alle ombre del nostro tempo. Un particolare ringraziamento rivolgo al Decano, Sua Eccellenza il Signor George Poulides, Ambasciatore di Cipro, per l’amabilità delle parole che mi ha indirizzato a nome dell’intero Corpo diplomatico. Attraverso di voi, desidero far giungere il mio saluto e il mio affetto anche ai popoli che rappresentate.

    La vostra presenza è sempre un segno tangibile dell’attenzione che i vostri Paesi hanno per la Santa Sede e per il suo ruolo nella comunità internazionale. Molti di voi sono giunti da altre capitali per l’evento odierno, unendosi così alla nutrita schiera degli Ambasciatori residenti a Roma, che a breve vedrà aggiungersi pure quello della Confederazione Elvetica.

    Cari Ambasciatori,

    In questi giorni vediamo come la lotta alla pandemia richieda ancora un notevole sforzo da parte di tutti e come anche il nuovo anno si prospetti impegnativo. Il coronavirus continua a creare isolamento sociale e a mietere vittime e, tra quanti hanno perso la vita, vorrei qui ricordare il compianto Mons. Aldo Giordano, Nunzio Apostolico ben conosciuto e stimato in seno alla comunità diplomatica. Allo stesso tempo, abbiamo potuto constatare che laddove si è svolta un’efficace campagna vaccinale il rischio di un decorso grave della malattia è diminuito.

    È dunque importante che possa proseguire lo sforzo per immunizzare quanto più possibile la popolazione. Ciò richiede un molteplice impegno a livello personale, politico e dell’intera comunità internazionale. Anzitutto a livello personale. Tutti abbiamo la responsabilità di aver cura di noi stessi e della nostra salute, il che si traduce anche nel rispetto per la salute di chi ci è vicino. La cura della salute rappresenta un obbligo morale. Purtroppo, constatiamo sempre più come viviamo in un mondo dai forti contrasti ideologici. Tante volte ci si lascia determinare dall’ideologia del momento, spesso costruita su notizie infondate o fatti scarsamente documentati. Ogni affermazione ideologica recide i legami della ragione umana con la realtà oggettiva delle cose. Proprio la pandemia ci impone, invece, una sorta di “cura di realtà”, che richiede di guardare in faccia al problema e di adottare i rimedi adatti per risolverlo. I vaccini non sono strumenti magici di guarigione, ma rappresentano certamente, in aggiunta alle cure che vanno sviluppate, la soluzione più ragionevole per la prevenzione della malattia.

    Vi deve essere poi l’impegno della politica a perseguire il bene della popolazione attraverso decisioni di prevenzione e immunizzazione, che chiamino in causa anche i cittadini affinché possano sentirsi partecipi e responsabili, attraverso una comunicazione trasparente delle problematiche e delle misure idonee ad affrontarle. La carenza di fermezza decisionale e di chiarezza comunicativa genera confusione, crea sfiducia e mina la coesione sociale, alimentando nuove tensioni. Si instaura un “relativismo sociale” che ferisce l’armonia e l’unità.

    Infine, occorre un impegno complessivo della comunità internazionale, affinché tutta la popolazione mondiale possa accedere in egual misura alle cure mediche essenziali e ai vaccini. Purtroppo occorre constatare con dolore che per vaste aree del mondo l’accesso universale all’assistenza sanitaria rimane ancora un miraggio. In un momento così grave per tutta l’umanità, ribadisco il mio appello affinché i Governi e gli enti privati interessati mostrino senso di responsabilità, elaborando una risposta coordinata a tutti i livelli (locale, nazionale, regionale, globale), mediante nuovi modelli di solidarietà e strumenti atti a rafforzare le capacità dei Paesi più bisognosi. In particolare, mi permetto di esortare gli Stati, che si stanno impegnando per stabilire uno strumento internazionale sulla preparazione e la risposta alle pandemie sotto l’egida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ad adottare una politica di condivisione disinteressata, quale principio-chiave per garantire a tutti l’accesso a strumenti diagnostici, vaccini e farmaci. E parimenti, è auspicabile che istituzioni come l’Organizzazione Mondiale del Commercio e l’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale adeguino i propri strumenti giuridici, affinché le regole monopolistiche non costituiscano ulteriori ostacoli alla produzione e a un accesso organizzato e coerente alle cure a livello mondiale.

    Cari Ambasciatori,

    lo scorso anno, anche grazie all’allentamento delle restrizioni disposte nel 2020, ho avuto l’occasione di ricevere molti Capi di Stato e di Governo, nonché diverse autorità civili e religiose.

    Tra i molteplici incontri, vorrei qui menzionare la giornata del 1° luglio scorso, dedicata alla riflessione e alla preghiera per il Libano. Al caro popolo libanese, stretto dalla morsa di una crisi economica e politica che fatica a trovare soluzione, desidero oggi rinnovare la mia vicinanza e la mia preghiera, mentre auspico che le riforme necessarie e il sostegno della comunità internazionale aiutino il Paese a rimanere saldo nella propria identità di modello di coesistenza pacifica e di fratellanza tra le varie religioni presenti.

    Nel corso del 2021, ho potuto riprendere anche i viaggi apostolici. Nel mese di marzo ho avuto la gioia di recarmi in Iraq. La Provvidenza ha voluto che ciò accadesse, come segno di speranza dopo anni di guerra e terrorismo. Il popolo iracheno ha diritto a ritrovare la dignità che gli appartiene e di vivere in pace. Le sue radici religiose e culturali sono millenarie: la Mesopotamia è culla di civiltà; è da lì che Dio ha chiamato Abramo per iniziare la storia della salvezza.

    In settembre poi mi sono recato a Budapest per la conclusione del Congresso Eucaristico Internazionale; e quindi in Slovacchia. È stata un’opportunità di incontro con i fedeli cattolici e di altre confessioni cristiane, come pure di dialogo con gli ebrei. Parimenti, il viaggio a Cipro e in Grecia, di cui è vivo in me il ricordo, mi ha consentito di approfondire i legami con i fratelli ortodossi e di sperimentare la fraternità tra le varie confessioni cristiane.

    Una parte toccante di questo viaggio ha avuto luogo nell’isola di Lesbo, dove ho potuto constatare la generosità di quanti prestano la propria opera per fornire accoglienza e aiuto ai migranti, ma soprattutto ho visto i volti dei tanti bambini e adulti ospiti dei centri di accoglienza. Nei loro occhi c’è la fatica del viaggio, la paura di un futuro incerto, il dolore per i propri cari rimasti indietro e la nostalgia della patria che sono stati costretti ad abbandonare. Davanti a questi volti non possiamo rimanere indifferenti e non ci si può trincerare dietro muri e fili spinati con il pretesto di difendere la sicurezza o uno stile di vita. Questo non si può.

    Ringrazio perciò quanti, individui e governi, si adoperano per garantire accoglienza e protezione ai migranti, facendosi carico anche della loro promozione umana e della loro integrazione nei Paesi che li hanno accolti. Sono consapevole delle difficoltà che alcuni Stati incontrano di fronte a flussi ingenti di persone. A nessuno può essere chiesto quanto è impossibilitato a fare, ma vi è una netta differenza fra accogliere, seppure limitatamente, e respingere totalmente.

    Occorre vincere l’indifferenza e rigettare il pensiero che i migranti siano un problema di altri. L’esito di tale approccio lo si vede nella disumanizzazione stessa dei migranti concentrati in hotspot, dove finiscono per essere facile preda della criminalità e dei trafficanti di esseri umani, o per tentare disperati tentativi di fuga che a volte si concludono con la morte. Purtroppo, occorre anche rilevare che i migranti stessi sono spesso trasformati in arma di ricatto politico, in una sorta di “merce di contrattazione” che priva le persone della dignità.

    In questa sede, desidero rinnovare la mia gratitudine alle Autorità italiane, grazie alle quali alcune persone sono potute venire con me a Roma da Cipro e dalla Grecia. Si è trattato di un gesto semplice ma significativo. Al popolo italiano, che ha sofferto molto all’inizio della pandemia, ma che ha anche mostrato segni incoraggianti di ripresa, rivolgo il mio augurio, perché mantenga sempre quello spirito di apertura generosa e solidale che lo contraddistingue.

    In pari tempo, reputo di fondamentale importanza che l’Unione Europea trovi la sua coesione interna nella gestione delle migrazioni, come l’ha saputa trovare per far fronte alle conseguenze della pandemia. Occorre, infatti, dare vita a un sistema coerente e comprensivo di gestione delle politiche migratorie e di asilo, in modo che siano condivise le responsabilità nel ricevere i migranti, rivedere le domande di asilo, ridistribuire e integrare quanti possono essere accolti. La capacità di negoziare e trovare soluzione condivise è uno dei punti di forza dell’Unione Europea e costituisce un valido modello per affrontare in prospettiva le sfide globali che ci attendono.

    Tuttavia, le migrazioni non riguardano solo l’Europa, anche se essa è particolarmente interessata da flussi provenienti sia dall’Africa sia dall’Asia. In questi anni abbiamo assistito, tra l’altro, all’esodo dei profughi siriani, a cui si sono aggiunti nei mesi scorsi quanti sono fuggiti dall’Afghanistan. Non dobbiamo neppure dimenticare gli esodi massicci che interessano il continente americano e che premono sul confine fra Messico e Stati Uniti d’America. Molti di quei migranti sono haitiani in fuga dalle tragedie che hanno colpito il loro Paese in questi anni.

    La questione migratoria, come anche la pandemia e il cambiamento climatico, mostrano chiaramente che nessuno si può salvare da sé, ossia che le grandi sfide del nostro tempo sono tutte globali. Desta perciò preoccupazione constatare che di fronte a una maggiore interconnessione dei problemi, vada crescendo una più ampia frammentazione delle soluzioni. Non di rado si riscontra una mancanza di volontà nel voler aprire finestre di dialogo e spiragli di fraternità, e questo finisce per alimentare ulteriori tensioni e divisioni, nonché un generale senso di incertezza e instabilità. Occorre, invece, recuperare il senso della nostra comune identità di unica famiglia umana. L’alternativa è solo un crescente isolamento, segnato da preclusioni e chiusure reciproche che di fatto mettono ulteriormente in pericolo il multilateralismo, ovvero quello stile diplomatico che ha caratterizzato i rapporti internazionali dalla fine della seconda guerra mondiale.

    La diplomazia multilaterale attraversa da tempo una crisi di fiducia, dovuta a una ridotta credibilità dei sistemi sociali, governativi e intergovernativi. Importanti risoluzioni, dichiarazioni e decisioni sono spesso prese senza un vero negoziato nel quale tutti i Paesi abbiano voce in capitolo. Tale squilibrio, divenuto oggi drammaticamente evidente, genera disaffezione verso gli organismi internazionali da parte di molti Stati e indebolisce nel suo complesso il sistema multilaterale, rendendolo sempre meno efficace nell’affrontare le sfide globali.

    Il deficit di efficacia di molte organizzazioni internazionali è anche dovuto alla diversa visione, tra i vari membri, degli scopi che esse si dovrebbero prefiggere. Non di rado il baricentro d’interesse si è spostato su tematiche per loro natura divisive e non strettamente attinenti allo scopo dell’organizzazione, con l’esito di agende sempre più dettate da un pensiero che rinnega i fondamenti naturali dell’umanità e le radici culturali che costituiscono l’identità di molti popoli. Come ho avuto modo di affermare in altre occasioni, ritengo che si tratti di una forma di colonizzazione ideologica, che non lascia spazio alla libertà di espressione e che oggi assume sempre più la forma di quella cancel culture, che invade tanti ambiti e istituzioni pubbliche. In nome della protezione delle diversità, si finisce per cancellare il senso di ogni identità, con il rischio di far tacere le posizioni che difendono un’idea rispettosa ed equilibrata delle varie sensibilità. Si va elaborando un pensiero unico – pericoloso – costretto a rinnegare la storia, o peggio ancora a riscriverla in base a categorie contemporanee, mentre ogni situazione storica va interpretata secondo l’ermeneutica dell’epoca, non l’ermeneutica di oggi.

    La diplomazia multilaterale è chiamata perciò ad essere veramente inclusiva, non cancellando ma valorizzando le diversità e le sensibilità storiche che contraddistinguono i vari popoli. In tal modo essa riacquisterà credibilità ed efficacia per affrontare le prossime sfide, che richiedono all’umanità di ritrovarsi insieme come una grande famiglia, la quale, pur partendo da punti di vista differenti, dev’essere in grado di trovare soluzioni comuni per il bene di tutti. Ciò esige fiducia reciproca e disponibilità a dialogare, ovvero ad «ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme».[2] Peraltro, «il dialogo è la via più adatta per arrivare a riconoscere ciò che dev’essere sempre affermato e rispettato, e che va oltre il consenso occasionale».[3] Non bisogna mai dimenticare che «ci sono alcuni valori permanenti».[4] Non sempre è facile riconoscerli, ma accettarli «conferisce solidità e stabilità a un’etica sociale. Anche quando li abbiamo riconosciuti e assunti grazie al dialogo e al consenso, vediamo che tali valori di base vanno al di là di ogni consenso».[5] Desidero richiamare specialmente il diritto alla vita, dal concepimento sino alla fine naturale, e il diritto alla libertà religiosa.

    In questa prospettiva, negli ultimi anni è cresciuta sempre più la consapevolezza collettiva in merito all’urgenza di affrontare la cura della nostra casa comune, che sta soffrendo a causa di un continuo e indiscriminato sfruttamento delle risorse. Al riguardo, penso specialmente alle Filippine, colpite nelle scorse settimane da un devastante tifone, come pure ad altre nazioni del Pacifico, vulnerabili dagli effetti negativi del cambiamento climatico, che mettono a rischio la vita degli abitanti, la maggior parte dei quali dipende da agricoltura, pesca e risorse naturali.

    Proprio tale constatazione deve spingere la comunità internazionale nella sua globalità a trovare soluzioni comuni e a metterle in pratica. Nessuno può esimersi da tale sforzo, poiché siamo tutti interessati e coinvolti in egual misura. Nella recente COP26 a Glasgow sono stati compiuti alcuni passi che vanno nella giusta direzione, anche se piuttosto deboli rispetto alla consistenza del problema da affrontare. La strada per il conseguimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi è complessa e sembra essere ancora lunga, mentre il tempo a disposizione è sempre meno. Vi è ancora molto da fare e dunque il 2022 sarà un altro anno fondamentale per verificare quanto e come ciò che si è deciso a Glasgow possa e debba essere ulteriormente rafforzato, in vista della COP27, prevista in Egitto nel novembre prossimo.

    Eccellenze, Signore e Signori!

    Dialogo e fraternità sono i due fuochi essenziali per superare le crisi del momento presente. Tuttavia, «nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti»[6], e tutta la comunità internazionale deve interrogarsi sull’urgenza di trovare soluzioni a scontri interminabili, che talvolta assumono il volto di vere e proprie guerre per procura (proxy wars).

    Penso anzitutto alla Siria, dove ancora non si vede un orizzonte chiaro per la rinascita del Paese. Ancora oggi il popolo siriano piange i suoi morti, la perdita di tutto, e spera in un futuro migliore. Sono necessarie riforme politiche e costituzionali, affinché il Paese rinasca, ma è necessario pure che le sanzioni applicate non colpiscano direttamente la vita quotidiana, offrendo uno spiraglio di speranza alla popolazione, sempre più stretta nella morsa della povertà.

    Non possiamo dimenticare neppure il conflitto in Yemen, una tragedia umana che si sta consumando da anni in silenzio, lontano dai riflettori mediatici e con una certa indifferenza della comunità internazionale, continuando a provocare numerose vittime civili, in particolare donne e bambini.

    Nell’anno passato, non si sono fatti passi in avanti nel processo di pace tra Israele e Palestina. Vorrei davvero vedere questi due popoli ricostruire la fiducia tra di loro e riprendere a parlarsi direttamente per arrivare a vivere in due Stati fianco a fianco, in pace e sicurezza, senza odio e risentimento, ma guariti dal perdono reciproco.

    Preoccupazione destano le tensioni istituzionali in Libia; come pure gli episodi di violenza ad opera del terrorismo internazionale nella regione del Sahel e i conflitti interni in Sudan, Sud Sudan ed Etiopia, dove occorre «ritrovare la via della riconciliazione e della pace attraverso un confronto sincero che metta al primo posto le esigenze della popolazione».[7]

    Le profonde disuguaglianze, le ingiustizie e la corruzione endemica, nonché le varie forme di povertà che offendono la dignità delle persone, continuano ad alimentare conflitti sociali anche nel continente americano, dove le polarizzazioni sempre più forti non aiutano a risolvere i veri e urgenti problemi dei cittadini, soprattutto dei più poveri e vulnerabili.

    La fiducia reciproca e la disponibilità a un confronto sereno devono animare tutte le parti interessate per trovare soluzioni accettabili e durature in Ucraina e nel Caucaso meridionale, così come per evitare l’aprirsi di nuove crisi nei Balcani, in primo luogo in Bosnia ed Erzegovina.

    Dialogo e fraternità sono quanto mai urgenti per affrontare, con saggezza ed efficacia, la crisi che colpisce ormai da quasi un anno il Myanmar, dove le strade che prima erano luogo di incontro sono ora teatro di scontri, che non risparmiano nemmeno i luoghi di preghiera.

    Naturalmente, tutti i conflitti sono agevolati dall’abbondanza di armi a disposizione e dalla mancanza di scrupoli di quanti si adoperano a diffonderle. A volte ci si illude che gli armamenti servano solo a svolgere un ruolo dissuasivo contro possibili aggressori. La storia, e purtroppo anche la cronaca, ci insegnano che non è così. Chi possiede armi, prima o poi finisce per utilizzarle, poiché, come diceva san Paolo VI, «non si può amare con armi offensive in pugno».[8] Inoltre, «quando ci consegniamo alla logica delle armi e ci allontaniamo dall’esercizio del dialogo, ci dimentichiamo tragicamente che le armi, ancor prima di causare vittime e distruzione, hanno la capacità di generare cattivi sogni».[9] Sono preoccupazioni rese ancor più concrete oggi per la disponibilità e l’utilizzo di armamenti autonomi, che possono avere conseguenze terribili e imprevedibili, mentre dovrebbero essere soggette alla responsabilità della comunità internazionale.

    Tra le armi che l’umanità ha prodotto, destano speciale preoccupazione quelle nucleari. A fine dicembre scorso è stata ulteriormente posticipata, a causa della pandemia, la X Conferenza d’Esame del Trattato sulla Non-Proliferazione Nucleare, che era prevista a New York in questi giorni. Un mondo libero da armi nucleari è possibile e necessario. Auspico, pertanto, che la Comunità internazionale colga l’opportunità di quella Conferenza per compiere un passo significativo in tale direzione. La Santa Sede rimane ferma nel sostenere che le armi nucleari sono strumenti inadeguati e inappropriati a rispondere alle minacce contro la sicurezza nel 21° secolo e che il loro possesso è immorale. La loro fabbricazione distoglie risorse alle prospettive di uno sviluppo umano integrale e il loro utilizzo, oltre a produrre conseguenze umanitarie e ambientali catastrofiche, minaccia l’esistenza stessa dell’umanità.

    La Santa Sede ritiene parimenti importante che la ripresa a Vienna dei negoziati circa l’Accordo sul nucleare con l’Iran (Joint Comprehensive Plan of Action) possa conseguire esiti positivi per garantire un mondo più sicuro e fraterno.

    Cari Ambasciatori!

    Nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace celebratasi il 1° gennaio scorso, ho cercato di porre in evidenza gli elementi che ritengo essenziali per favorire una cultura del dialogo e della fraternità.

    Un posto speciale è occupato dall’educazione, attraverso la quale si formano le nuove generazioni, che sono la speranza e l’avvenire del mondo. Essa è il vettore primario dello sviluppo umano integrale, poiché rende la persona libera e responsabile.[10] Il processo educativo è lento e laborioso, talvolta può indurre allo scoraggiamento, ma mai vi si può rinunciare. Esso è espressione eminente del dialogo, perché non vi è vera educazione che non sia per sua struttura dialogica. L’educazione genera poi cultura e crea ponti d’incontro tra i popoli. La Santa Sede ha inteso sottolinearne il valore anche mediante la partecipazione all’Expo Dubai 2021, negli Emirati Arabi Uniti, con l’allestimento di un Padiglione ispirato al tema dell’Esposizione: “Collegare le menti, creare il futuro”.

    La Chiesa Cattolica ha sempre riconosciuto e valorizzato il ruolo dell’educazione per la crescita spirituale, morale e sociale delle giovani nuove generazioni. È perciò ancor più per me motivo di dolore constatare come in diversi luoghi educativi – parrocchie e scuole – si siano consumati abusi sui minori, con gravi conseguenze psicologiche e spirituali sulle persone che li hanno subiti. Si tratta di crimini, sui quali vi deve essere la ferma volontà di fare chiarezza, vagliando i singoli casi, per accertare le responsabilità, rendere giustizia alle vittime e impedire che simili atrocità si ripetano in futuro.

    Nonostante la gravità di tali atti, nessuna società può mai abdicare alla responsabilità di educare. Duole constatare, invece, come spesso, nei bilanci statali, poche risorse vengano destinate all’educazione. Essa viene vista prevalentemente come un costo, mentre si tratta del miglior investimento possibile.

    La pandemia ha impedito a molti giovani di accedere alle istituzioni educative, con detrimento del loro processo di crescita personale e sociale. Molti, mediante i moderni strumenti tecnologici, hanno trovato rifugio in realtà virtuali, che creano legami psicologici ed emotivi molto forti, con la conseguenza di estraniare dagli altri e dalla realtà circostante e di modificare radicalmente le relazioni sociali. Con ciò non intendo certo negare l’utilità della tecnologia e dei suoi prodotti, che consentono di connettersi sempre più facilmente e rapidamente, ma richiamo l’urgenza di vigilare affinché tali strumenti non sostituiscano i veri rapporti umani, a livello interpersonale, familiare, sociale e internazionale. Se fin da piccoli si impara a isolarsi, più difficile sarà in futuro costruire ponti di fraternità e di pace. In un universo dove esiste solo l’“io”, difficilmente può esserci spazio per un “noi”.

    Il secondo elemento che desidero brevemente richiamare è il lavoro, «fattore indispensabile per costruire e preservare la pace. Esso è espressione di sé e dei propri doni, ma anche impegno, fatica, collaborazione con altri, perché si lavora sempre con o per qualcuno. In questa prospettiva marcatamente sociale, il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello».[11]

    Abbiamo dovuto constatare come la pandemia abbia messo a dura prova l’economia mondiale, con gravi ricadute sulle famiglie e sui lavoratori, che vivono situazioni di disagio psicologico, prima ancora che difficoltà economiche. Essa ha posto ancor più in evidenza le disuguaglianze persistenti in diversi ambiti socio-economici. Si pensi all’accesso all’acqua pulita, al cibo, all’istruzione, alle cure mediche. Il numero delle persone annoverate nella categoria della povertà estrema è in sensibile aumento. Per di più, la crisi sanitaria ha indotto molti lavoratori a cambiare tipo di mansioni, e talvolta li ha obbligati a entrare nell’ambito dell’economia sommersa, privandoli così dei sistemi di protezione sociale previsti in molti Paesi.

    In questo quadro, la consapevolezza del valore del lavoro acquista un’importanza ulteriore poiché non esiste sviluppo economico senza il lavoro, né si può pensare che le moderne tecnologie possano rimpiazzare il valore aggiunto procurato dal lavoro umano. Esso è poi occasione di scoperta della propria dignità, di incontro e di crescita umana, via privilegiata attraverso la quale ciascuno partecipa attivamente al bene comune e dà un contributo concreto all’edificazione della pace. Anche in quest’ambito è perciò necessaria maggiore cooperazione tra tutti gli attori a livello locale, nazionale, regionale e globale, specialmente nel prossimo periodo, con le sfide poste dall’auspicata riconversione ecologica. Gli anni a venire saranno un tempo di opportunità per sviluppare nuovi servizi e imprese, adattare quelli già esistenti, aumentare l’accesso al lavoro dignitoso e adoperarsi per il rispetto dei diritti umani e di livelli adeguati di retribuzione e protezione sociale.

    Eccellenze, Signore e Signori!

    Il profeta Geremia ricorda che Dio ha per noi «progetti di pace e non di sventura, per conceder[ci] un futuro pieno di speranza» (29,11). Non dobbiamo perciò temere di fare spazio alla pace nella nostra vita, coltivando il dialogo e la fraternità tra di noi. La pace è un bene “contagioso”, che si propaga dal cuore di quanti la desiderano e ambiscono a viverla, raggiungendo il mondo intero. A ciascuno di voi, ai vostri cari e ai vostri popoli rinnovo la mia benedizione e l’augurio più sentito di un anno di serenità e di pace.

    Grazie!

    _______________________

    [1] Cfr Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 226-230.

    [2] Messaggio per la LV Giornata Mondiale della Pace (8 dicembre 2021), 2.

    [3] Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 211.

    [4] Ibid.

    [5] Ibid.

    [6] Messaggio per la LV Giornata Mondiale della Pace, 1.

    [7] Messaggio Urbi et Orbi, 25 dicembre 2021.

    [8] Discorso alle Nazioni Unite (4 ottobre 1965), 5.

    [9] Incontro per la pace, Hiroshima, 24 novembre 2019.

    [10] Cfr Messaggio per la LV Giornata Mondiale della Pace, 3.

    [11] Messaggio per la LV Giornata Mondiale della Pace, 4.

    [00038-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    […].


    [Fonte, dal Bollettino quotidiano del: 10.01.2022 della Sala Stampa della Santa Sede.
    Papa Francesco, © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana.
    Citazione biblica:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008].
    «Facciamo che la nostra vita sia una luce di Cristo;
    insieme porteremo la luce del Vangelo all’intera realtà» (Papa Francesco).



  10. #10
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    MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    PER IL 625° ANNIVERSARIO DELLA
    FACOLTÀ TEOLOGICA DELLA
    PONTIFICIA UNIVERSITÀ GIOVANNI PAOLO II A CRACOVIA


    Al Venerabile Fratello
    Arcivescovo Marek J?draszewski
    Gran Cancelliere
    della Pontificia Università Giovanni Paolo II
    a Cracovia


    L’11 gennaio 1397, su richiesta della Regina Santa Edwige e di suo marito Ladislao, Papa Bonifacio IX, con la Bolla “Eximiae devotionis affectus”, eresse la Facoltà di Teologia dell’allora Accademia di Cracovia, poi Università Jagellonica. La sua continuazione è l’attuale Facoltà di Teologia della Pontificia Università Giovanni Paolo II. Sono dunque passati 625 anni da questo evento epocale, che segna l’inizio della storia del vostro relativamente giovane Ateneo. Insieme a voi ringrazio Dio per questa tradizione di più di sei secoli, con tutte le sue conquiste scientifiche e didattiche, così come la propria spiritualità creata dai suoi santi fondatori, professori e studenti.

    La storia su cui state costruendo il presente è notevole e importante, ma allo stesso tempo impegnativa. I tempi odierni richiedono a tutti noi di non dimenticare la tradizione, ma allo stesso tempo di guardare con speranza al futuro e di creare il futuro. Il motto della vostra Università è la chiamata “Andate e fate discepoli” (Mt 28,19), e il documento sulla sua missione afferma che l’attività consiste nella riflessione scientifica sul contenuto della Rivelazione, utilizzando metodi di ricerca classici e contemporanei. San Giovanni Paolo II ha sottolineato la necessità di un tale “ministero del pensiero”, attraverso il quale gli ambienti universitari si uniscono alla missione della Chiesa di diffondere il messaggio di Cristo nel mondo. Perciò, fedeli a secoli di tradizione, leggete i segni dei tempi, raccogliete con coraggio nuove sfide per portare efficacemente la verità del Vangelo all’uomo contemporaneo e al mondo. Che la vostra Università sia un luogo di formazione di nuove generazioni di cristiani, non solo attraverso lo studio scientifico e la ricerca della verità, ma anche attraverso la testimonianza sociale di vivere la fede. Che sia una comunità in cui l’acquisizione della conoscenza si combini con la promozione del rispetto di ogni uomo, per l’amor di Dio che lo ha creato, e con la cura della formazione dei cuori, aprendoli a ciò che è più importante, ciò che è durevole e non passa. I giovani hanno i loro sogni e le loro mete, e un’Università cattolica dovrebbe aiutarli a realizzarli sulla base della verità, del bene e della bellezza che hanno la loro fonte in Dio. Il suo ministero del pensiero e di ricerca della verità è necessario oggi alla Chiesa in Polonia e nel mondo. Portatelo avanti con un senso di responsabilità per essere fedeli alla vostra missione: andate e fate discepoli!

    Nella preghiera affido a Dio Te, Caro Fratello, il Rettore e i Professori, gli studenti e il personale dell’Università, invocando l’intercessione di Santa Edvige la Regina, fondatrice della Facoltà, e di San Giovanni Paolo II, e imparto di cuore la Benedizione Apostolica su tutti voi.

    Città del Vaticano, 6 gennaio, solennità dell’Epifania, 2022.

    FRANCISCUS


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazione biblica:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
    «Facciamo che la nostra vita sia una luce di Cristo;
    insieme porteremo la luce del Vangelo all’intera realtà» (Papa Francesco).



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