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Discussione: Omelie, discorsi e messaggi di Papa Francesco

  1. #221
    Cronista di CR L'avatar di Laudato Si’
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    MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI AL “PATTO EDUCATIVO GLOBALE ORSOLINO”


    Cari giovani studenti!

    Sono contento di rivolgermi a voi: vi saluto, vi auguro un buon incontro e vorrei incoraggiarvi a portare avanti con entusiasmo i vostri progetti. Parlo sempre volentieri con i giovani studenti, perché tra i periodi più belli e importanti della mia vita conservo senz’altro le esperienze scolastiche, sia come studente sia come insegnante. Ma non sono ricordi nostalgici! In realtà, lungo tutto il percorso della vita possiamo continuare ad apprendere e a condividere quanto abbiamo assimilato.

    Ho saputo delle iniziative che avete realizzato e di quelle che avete in cantiere, riguardo alla difesa dell’ambiente, alla sostenibilità, alla fraternità umana e all’attenzione verso i più poveri e vulnerabili. Questo vi fa molto onore. Vuol dire che non siete gente “addormentata”, ma ragazzi svegli. E so anche che state partecipando attivamente al Patto Educativo Globale, che ho lanciato tre anni fa, come alleanza aperta a tutti finalizzata a educare e a educarci alla fratellanza universale.

    Non voglio certo qui farvi una lezione, ma solo dirvi due cose che ritengo molto importanti: una che riguarda l’essere e l’altra il fare. E lo farò prendendo spunto da una figura a voi nota, quella della stupenda ragazza di nome Orsola. A detta dei biografi, era una giovane di bellezza eccezionale, ammirata da principi e cavalieri, e che ha ispirato molti giovani, tra cui Angela Merici, che nel suo nome ha realizzato l’opera educativa sua e delle sue compagne, chiamate, appunto, “orsoline”.

    La prima cosa che voglio dirvi, cari giovani, è questa: fate emergere la vostra bellezza! Non quella secondo le mode del mondo, ma quella vera. In un mondo soffocato da tante brutture, possiate portare quella bellezza che ci appartiene da sempre, dal primo momento della creazione, quando Dio fece l’uomo a propria immagine e vide che era molto bello. Questa bellezza va diffusa e difesa. Perché se è vero, come diceva il principe nell’****** di Dostoevskij, che la bellezza salverà il mondo, bisogna però vigilare perché il mondo salvi la bellezza. Per questo fine, vi invito a stringere con tutti i giovani del mondo un “patto globale della bellezza”, perché non c’è educazione senza bellezza. «Non si può educare senza indurre alla bellezza, senza indurre il cuore alla bellezza. Forzando un po’ il discorso, oserei dire che un’educazione non è efficace se non sa creare poeti. Il cammino della bellezza è una sfida che si deve affrontare» (Discorso ai partecipanti al convegno sul tema "Education: the global compact", 7 febbraio 2020).

    La bellezza di cui parliamo non è quella piegata su sé stessa, come Narciso che, innamoratosi della propria immagine, finì per affogare nel lago dove si rispecchiava. E nemmeno della bellezza che scende a patti con il male, come Dorian Gray che, a incantesimo finito, si ritrovò con il volto deturpato. Parliamo di quella bellezza che non sfiorisce mai perché è riflesso della bellezza divina: il nostro Dio infatti è inseparabilmente buono, vero e bello. E la bellezza è una delle vie privilegiate per arrivare a Lui (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 167).

    La seconda cosa che voglio dirvi riguarda il fare. La bellezza che Gesù ci ha rivelato è uno splendore che si comunica, che agisce; una bellezza che si incarna per potersi condividere; una bellezza che non ha paura di sporcarsi, di sfigurarsi pur di essere fedele all’amore di cui è fatta. E dunque anche voi, non potete rimanere dei “belli addormentati nel bosco”: siete chiamati ad agire, a fare qualcosa. La vera bellezza è sempre feconda, spinge ad uscire da sé e a mettersi in movimento. Anche la contemplazione di Dio non può fermarsi al godimento della sua visione, come pensavano i tre discepoli sul Monte Tabor al momento della Trasfigurazione di Gesù: “Com’è bello stare qui! Facciamo tre tende…” (cfr Mt 17,4). No, bisogna scendere dal monte e rimboccarsi le maniche.

    Pertanto vi auguro una sana inquietudine nei desideri e nei propositi, quella inquietudine che vi spinge sempre a camminare, a non sentirsi mai “arrivati”. Non isolatevi dal mondo rinchiudendovi nella vostra stanza – come dei Peter Pan che non vogliono crescere, o come i giovani hikikomori che hanno paura di affrontare il mondo –, ma siate sempre aperti e coraggiosi come sant’Orsola, la “piccola orsa”, che ebbe il coraggio di intraprendere un lungo viaggio con le sue compagne e affrontò intrepida gli attacchi fino al martirio. Siate anche voi dei “piccoli orsi” che non fuggono dalle proprie responsabilità. Se i giovani non cambieranno il mondo, chi lo farà?

    Voi mi direte: sì, ma come? Difendendo la bellezza sfregiata di tanti reietti del mondo; aprendovi all’accoglienza verso gli altri, soprattutto dei più vulnerabili ed emarginati; guardando l’altro diverso da me non come una minaccia ma come una ricchezza. E difendendo anche la bellezza ferita del creato, proteggendo le risorse della nostra casa comune, adottando stili di vita più sobri e rispettosi dell’ambiente. A questo proposito, vi invito a leggere assieme ai vostri compagni di scuola il messaggio che ho indirizzato ai giovani riuniti a Praga nella “EU Youth Conference” del luglio di quest’anno: sono certo che anche voi troverete lì ulteriori stimoli per il vostro impegno.

    Cari ragazzi e ragazze, vi do appuntamento all’incontro Mondiale della Gioventù del prossimo anno a Lisbona, che si preannuncia come un grande segno di speranza e di bellezza per tutti i giovani del mondo.

    Che attraverso l’intercessione della bella e inquieta Orsola, Dio benedica tutti voi, i vostri educatori e i vostri progetti. E benedica tutti gli studenti del mondo, per non smettano mai di sognare un mondo migliore, e ogni giorno, con coraggio e pazienza, provino a costruirne un pezzetto.

    Roma, San Giovanni in Laterano, 21 settembre, Festa di San Matteo Apostolo

    FRANCESCO


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  2. #222
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO INTERNAZIONALE SULLO SPORT,
    PROMOSSO DAI DICASTERI PER I LAICI, LA FAMIGLIA E LA VITA,
    PER LA CULTURA E L'EDUCAZIONE,
    IN COLLABORAZIONE CON LA FONDAZIONE GIOVANNI PAOLO II


    Aula Paolo VI
    Venerdì, 30 settembre 2022


    Signori Cardinali,
    gentili Signore e Signori!
    Buon pomeriggio!

    Sono lieto di incontrarvi e do il benvenuto a tutti voi, atleti, dirigenti sportivi e autorità che partecipate a questo Summit internazionale sullo sport. Saluto il Cardinale Kevin Farrell – ringraziandolo per le parole di introduzione –, il Cardinale José Tolentino de Mendonça e il Cardinale Ravasi, che è un pioniere della cultura, anche la cultura sportiva.

    Siete venuti da tante parti del mondo, in rappresentanza delle più varie organizzazioni sportive e di istituzioni civili e religiose. Vi anima una nobile motivazione: quella di impegnarvi per la promozione di uno sport che sia per tutti, che sia “coeso”, “accessibile” e “a misura di ogni persona”. Un grande impegno, senza dubbio, una sfida che nessuno è in grado di portare avanti da solo. Ma voi sapete bene che per raggiungere obiettivi alti, ardui e difficili – altius, citius, fortius – serve fare gioco di squadra, serve mettersi insieme, communiter. Altius, citius, fortius – communiter.

    La Chiesa è vicina allo sport, perché crede nel gioco e nell’attività sportiva come luogo di incontro tra le persone, di formazione ai valori e di fraternità. Per questo lo sport è di casa nella Chiesa, specialmente nelle scuole e negli oratori o centri giovanili.

    Quando lo sport viene praticato mettendo al centro le persone e valorizzando il piacere del giocare insieme, fa crescere in ciascuno un senso di partecipazione, di condivisione, fa sentire parte di un gruppo. Infatti mi piace ricordare agli atleti, anche ai professionisti, di non perdere il gusto del gioco e di saper vivere lo sport conservando sempre uno spirito “amatoriale”. Questo è importante. La dimensione del gioco è fondamentale, soprattutto per i più giovani: dà gioia, crea socialità e fa nascere amicizie, e nello stesso tempo è formativo. Grazie allo sport si possono stabilire relazioni forti e durature. Lo sport è un generatore di comunità.

    Come le membra formano il corpo, così i giocatori formano una squadra e le persone formano una comunità. Lo sport può essere simbolo di unità per una società, un’esperienza di integrazione, un esempio di coesione e un messaggio di concordia e di pace. Oggi abbiamo tanto bisogno di una pedagogia di pace, di far crescere una cultura di pace, a partire dalle relazioni interpersonali quotidiane per arrivare a quelle tra i popoli e le nazioni. Se il mondo dello sport trasmette unità e coesione può diventare un alleato formidabile nel costruire la pace.

    Vorrei rivolgere una parola in particolare a voi atleti, che siete un punto di riferimento per i più giovani. Nelle nostre società, purtroppo, è presente la cultura dello scarto, che tratta uomini e donne come prodotti, da usare e poi scartare. L’“usa e getta”, è comune, come cultura. Come sportivi voi potete aiutare a combattere questa cultura dello scarto, con senso di responsabilità educativa e sociale. Quante persone, che si trovavano in condizioni di marginalità, hanno superato i pericoli dell’isolamento e dell’esclusione proprio attraverso lo sport! Praticare uno sport può diventare una via di riscatto personale e sociale, una via per recuperare dignità!

    Perciò lo sport va pensato e promosso nella logica della generatività, infatti, se ben impostato, contribuisce a generare personalità mature e riuscite, e costituisce una dimensione dell’educazione e della socialità. Al di fuori di questa logica, corre il rischio di cadere nella “macchina” del business, del profitto, di una spettacolarità consumistica, che produce “personaggi” la cui immagine può essere sfruttata. Ma questo non è più sport. Lo sport è un bene educativo, un bene sociale e tale deve restare!

    Per questo abbiamo la responsabilità di far sì che lo sport sia accessibile a tutti. Bisogna rimuovere quelle barriere fisiche, sociali, culturali ed economiche che precludono od ostacolano l’accesso allo sport. L’impegno è che tutti abbiano la possibilità di praticare sport, di coltivare – si potrebbe dire di “allenare” – i valori dello sport e di trasformarli in virtù.

    Non basta però che lo sport sia accessibile. Insieme all’accessibilità dev’esserci l’accoglienza: è importante che io trovi la porta aperta, ma anche che ci sia qualcuno che mi accoglie. Qualcuno che tiene aperta a tutti la porta del cuore, e, di conseguenza, aiuta a superare pregiudizi, paure, a volte semplicemente l’ignoranza. Accogliere significa consentire a tutti, attraverso la pratica sportiva, di poter mettersi in gioco, di misurarsi con i propri limiti e di mettere a frutto le proprie potenzialità.

    Così si promuove uno sport a misura di ciascuno e ogni persona può sviluppare i propri talenti, a partire dalla propria condizione, anche di fragilità o disabilità. È un’avventura che voi atleti conoscete bene, perché nessuno di voi è un superuomo o una superdonna: avete i vostri limiti e cercate di dare il meglio di voi stessi. Quest’avventura ha il profumo dell’ascesi, della ricerca di ciò che ci perfeziona e ci fa andare oltre. Alla radice di questa ricerca c’è, in fondo, la tensione verso quella bellezza e quella pienezza di vita che Dio sogna per ogni sua creatura.

    E prima di concludere, vi incoraggio a impegnarvi affinché lo sport sia una casa per tutti, aperta e accogliente. In questa casa non si perda mai un’atmosfera familiare: che si possa trovare, anche nel mondo dello sport, dei fratelli e delle sorelle, degli amici e delle amiche. Vi sono vicino in questa missione, e la Chiesa vi sostiene nell’impegno educativo e sociale. Di cuore benedico voi e le vostre famiglie. E vi chiedo di pregare per me. Grazie!


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  3. #223
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI AL CAPITOLO GENERALE DELLA
    CONGREGAZIONE DEL SANTISSIMO REDENTORE (REDENTORISTI)


    Sala Clementina
    Sabato, 1° ottobre 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

    Saluto con gioia tutti i missionari redentoristi presenti negli 85 Paesi in cui opera la Congregazione del Santissimo Redentore. Saluto anche quanti sono in cammino di formazione, le religiose redentoriste, tutta la famiglia carismatica e i laici associati alla missione. Vi saluto con affetto e ringrazio il nuovo Superiore Generale, padre Rogério Gomes, per le parole che mi ha rivolto.

    Celebrare un Capitolo Generale non è una formalità canonica. È vivere una Pentecoste, che ha la capacità di fare nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5). Nel Cenacolo i discepoli di Gesù avevano dubbi, insicurezze, paure, volevano rimanere fermi e protetti; ma lo Spirito che soffia dove vuole (cfr ;Gv 3,8) li provoca a muoversi, a uscire, ad andare verso le periferie per portare il kerygma, la bella Notizia.

    In questi giorni state affrontando cinque temi importanti per la vostra Congregazione: identità, missione, vita consacrata, formazione e governo. Si tratta di temi fondamentali, tra loro connessi, per ripensare il vostro carisma alla luce dei segni dei tempi. Questo discernimento comunitario si radica nella capacità di ciascuno di voi di cercare il mistero di Cristo Redentore, che è la ragione della vostra consacrazione e del vostro servizio agli uomini e alle donne che vivono nelle periferie esistenziali della nostra storia di oggi. Si radica nella fecondità del carisma alfonsiano, come linfa che alimenta la vita spirituale e la missione di ognuno e la fa rifiorire. Vi incoraggio ad osare, avendo come unico confine il Vangelo e il Magistero della Chiesa. Non abbiate paura di percorrere vie nuove, di dialogare con il mondo (cfr Cost. 19), alla luce della vostra ricca tradizione di teologia morale. Non temete di sporcarvi le mani al servizio dei più bisognosi e della gente che non conta.

    Nelle vostre Costituzioni c’è un’espressione molto bella, là dove si dice che i Redentoristi sono disponibili ad affrontare ogni prova per portare a tutti la redenzione di Cristo (cfr n. 20). Disponibilità. Non diamo per scontata questa parola! Significa darsi interamente alla missione, con tutto il cuore, ;dies impendere pro redemptis, fino alle ultime conseguenze, con lo sguardo fisso su Gesù che, «pur essendo nella condizione di Dio […], svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (Fil 2,6-7); e divenne un buon samaritano, un servo (cf Lc 10,25-37; Gv 13,1-15).

    Fratelli e sorelle, la Chiesa e la vita consacrata stanno vivendo un momento storico unico, in cui hanno la possibilità di rinnovarsi per rispondere con fedeltà creativa alla missione di Cristo. Questo rinnovamento passa attraverso un processo di conversione del cuore e della mente, di intensa metanoia, e anche attraverso un cambiamento di strutture. A volte abbiamo bisogno di rompere le vecchie anfore (cfr Gv 4,28), ereditate dalle nostre tradizioni, che hanno portato tanta acqua ma hanno ormai compiuto la loro funzione. E spezzare le nostre anfore, piene di affetti, di usanze culturali, di storie, non è un compito facile, è doloroso, ma è necessario se vogliamo bere l’acqua nuova che viene dalla sorgente dello Spirito Santo, fonte di ogni rinnovamento. Chi rimane attaccato alle proprie sicurezze rischia di cadere nella sclerocardia, che impedisce l’azione dello Spirito nel cuore umano. Invece non dobbiamo mettere ostacoli all’azione rinnovatrice dello Spirito, prima di tutto nei nostri cuori e nei nostri stili di vita. Solo così diventiamo missionari di speranza!

    Le vostre Costituzioni affermano: «La Congregazione, conservando sempre il proprio carisma, deve adattare le sue strutture e istituzioni alle esigenze del ministero apostolico e a quelle peculiari di ogni missione» (n. 96). «Vino nuovo in otri nuovi» (Mc 2,22). «Un rinnovamento incapace di toccare e cambiare le strutture e il cuore non porta a un cambiamento reale e duraturo. [...] Richiede l’apertura a immaginare forme di sequela profetica e carismatica, vissute in schemi adeguati e forse inediti». [1]

    In questo processo di re-immaginare e rinnovare la Congregazione, non bisogna dimenticare tre pilastri fondamentali: la centralità del mistero di Cristo, la vita comunitaria e la preghiera. La testimonianza e gli insegnamenti di Sant’Alfonso vi richiamano continuamente a “rimanere nell’amore” del Signore. Senza di Lui non possiamo far nulla; rimanendo in Lui portiamo frutto (cf Gv 15,1-9). L’abbandono della vita comunitaria e della preghiera è la porta della sterilità nella vita consacrata, la morte del carisma e la chiusura verso i fratelli. Invece la docilità allo Spirito di Cristo spinge a evangelizzare i poveri, secondo l’annuncio del Redentore nella sinagoga di Nazaret (cfr Lc 4,14-19), concretizzato nella congregazione da Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Questa missione, portata avanti dai vostri santi, martiri, beati e venerabili, conduce i Redentoristi di tutto il mondo a dare la vita per il Vangelo e a scrivere storie di redenzione sulle pagine del nostro tempo.

    Auguro al nuovo Governo Generale, primo organismo di animazione della vita apostolica della Congregazione, umiltà, unità, saggezza e discernimento per guidare il vostro Istituto in questo momento bello e sfidante della nostra storia. L’opera è del Signore, noi siamo solo servi che abbiamo fatto quanto dovevamo fare (cfr Lc 17,10). Coloro che si appropriano della funzione di leadership per un interesse personale non servono il Signore che ha lavato i piedi ai discepoli, ma gli idoli della mondanità e dell’egoismo.

    Cari fratelli, affido la vostra Congregazione alla protezione della Madre del Perpetuo Soccorso, affinché vi accompagni sempre come ha accompagnato il suo Figlio ai piedi della croce (cfr Gv 19,25). Non siete soli, siate figli amati e custoditi. Prego il Signore che possiate essere fedeli e perseveranti nella vostra missione, senza mai dimenticare i più poveri e abbandonati che servite, e ai quali annunciate la Buona Notizia della Redenzione. Di cuore benedico voi, le sorelle e i fedeli laici che condividono il vostro carisma. E vi chiedo per favore di pregare per me. Grazie!

    ________________________________________

    [1] Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Per vino nuovo otri nuovi. Dal Concilio Vaticano II la vita consacrata e le sfide ancora aperte (6 gennaio 2017), n. 3.


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
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  4. #224
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    PAPA FRANCESCO

    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 2 ottobre 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    L’andamento della guerra in Ucraina è diventato talmente grave, devastante e minaccioso, da suscitare grande preoccupazione. Per questo oggi vorrei dedicarvi l’intera riflessione prima dell’Angelus. Infatti, questa terribile e inconcepibile ferita dell’umanità, anziché rimarginarsi, continua a sanguinare sempre di più, rischiando di allargarsi.

    Mi affliggono i fiumi di sangue e di lacrime versati in questi mesi. Mi addolorano le migliaia di vittime, in particolare tra i bambini, e le tante distruzioni, che hanno lasciato senza casa molte persone e famiglie e minacciano con il freddo e la fame vasti territori. Certe azioni non possono mai essere giustificate, mai! È angosciante che il mondo stia imparando la geografia dell’Ucraina attraverso nomi come Bucha, Irpin, Mariupol, Izium, Zaporizhzhia e altre località, che sono diventate luoghi di sofferenze e paure indescrivibili. E che dire del fatto che l’umanità si trova nuovamente davanti alla minaccia atomica? È assurdo.

    Che cosa deve ancora succedere? Quanto sangue deve ancora scorrere perché capiamo che la guerra non è mai una soluzione, ma solo distruzione? In nome di Dio e in nome del senso di umanità che alberga in ogni cuore, rinnovo il mio appello affinché si giunga subito al cessate-il-fuoco. Tacciano le armi e si cerchino le condizioni per avviare negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza, ma concordate, giuste e stabili. E tali saranno se fondate sul rispetto del sacrosanto valore della vita umana, nonché della sovranità e dell’integrità territoriale di ogni Paese, come pure dei diritti delle minoranze e delle legittime preoccupazioni.

    Deploro vivamente la grave situazione creatasi negli ultimi giorni, con ulteriori azioni contrarie ai principi del diritto internazionale. Essa, infatti, aumenta il rischio di un’escalation nucleare, fino a far temere conseguenze incontrollabili e catastrofiche a livello mondiale.

    Il mio appello si rivolge innanzitutto al Presidente della Federazione Russa, supplicandolo di fermare, anche per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte. D’altra parte, addolorato per l’immane sofferenza della popolazione ucraina a seguito dell’aggressione subita, dirigo un altrettanto fiducioso appello al Presidente dell’Ucraina ad essere aperto a serie proposte di pace. A tutti i protagonisti della vita internazionale e ai responsabili politici delle Nazioni chiedo con insistenza di fare tutto quello che è nelle loro possibilità per porre fine alla guerra in corso, senza lasciarsi coinvolgere in pericolose escalation, e per promuovere e sostenere iniziative di dialogo. Per favore, facciamo respirare alle giovani generazioni l’aria sana della pace, non quella inquinata della guerra, che è una pazzia!

    Dopo sette mesi di ostilità, si faccia ricorso a tutti gli strumenti diplomatici, anche quelli finora eventualmente non utilizzati, per far finire questa immane tragedia. La guerra in sé stessa è un errore e un orrore!

    Confidiamo nella misericordia di Dio, che può cambiare i cuori, e nell’intercessione materna della Regina della pace, nel momento in cui si eleva la Supplica alla Madonna del Rosario di Pompei, spiritualmente uniti ai fedeli radunati presso il suo Santuario e in tante parti del mondo.

    _____________________________

    Dopo l'Angelus

    Cari fratelli e sorelle!

    Sono vicino alle popolazioni di Cuba e della Florida, colpite da un violento uragano. Il Signore accolga le vittime, dia conforto e speranza a quanti soffrono e sostenga l’impegno di solidarietà.

    E prego anche per quanti hanno perso la vita e sono rimasti feriti negli scontri scoppiati dopo una partita di calcio a Malang in Indonesia.

    Questa sera avrà luogo, sulla facciata della Basilica di San Pietro, la proiezione di un’opera audiovisiva sulla figura dell’apostolo Pietro. Le proiezioni saranno ripetute fino al 16 ottobre, ogni sera dalle 21 alle 23. Ringrazio quanti hanno lavorato per questa iniziativa, che inaugura un itinerario pastorale dedicato a San Pietro e alla sua missione.

    Saluto tutti voi, romani e pellegrini di vari Paesi: famiglie, gruppi parrocchiali, associazioni. In particolare, saluto il gruppo della diocesi di Nanterre (Francia) e quello della Missione cattolica italiana di Karlsruhe (Germania). Saluto i fedeli di Cordenons, Corbetta, Arcade Povegliano, Formia, Grumo Appula e Cagliari.

    A tutti auguro una buona domenica. E per favore non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!


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  5. #225
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI AL CAPITOLO GENERALE DEI
    MISSIONARI OBLATI DI MARIA IMMACOLATA


    Sala Clementina
    Lunedì, 3 ottobre 2022


    Cari fratelli, buongiorno e benvenuti!

    Sono contento di incontrarvi, in occasione del vostro Capitolo generale. Ringrazio il Superiore generale – poveretto, preso dal deserto e portato qui a Roma! – per la sua introduzione, ed auguro a lui e al nuovo Consiglio un sereno e proficuo lavoro. E ringraziamo il Superiore e i Consiglieri che hanno concluso il loro servizio.

    Voi siete una Famiglia religiosa dedita all’evangelizzazione, e siete riuniti per discernere insieme il futuro della vostra missione nella Chiesa e nel mondo. Avete scelto, per questo Capitolo, un tema impegnativo, molto simile a quello che è stato scelto per il prossimo Giubileo della Chiesa: “Pellegrini di speranza in comunione”. È un tema che riassume la vostra identità sulle strade del mondo, al quale, come discepoli di Gesù e seguaci del vostro fondatore Sant’Eugenio de Mazenod, siete chiamati a portare il Vangelo della speranza, della gioia e della pace. È un mondo che, se da un lato sembra aver raggiunto mete che sembravano irraggiungibili, dall’altro è ancora schiavo dell’egoismo e pieno di contraddizioni, di divisioni. Il grido della terra e quello dei poveri, le guerre e i conflitti che versano sangue sulla storia umana, la situazione angosciante di milioni di migranti e rifugiati, un’economia che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, sono alcuni aspetti di uno scenario dove soltanto il Vangelo può mantenere accesa la luce della speranza.

    Avete scelto di essere pellegrini, di riscoprire e di vivere la vostra condizione di viandanti in questo mondo, accanto agli uomini e alle donne, ai poveri e agli ultimi della terra, ai quali il Signore vi manda ad annunciare il suo Regno. Anche il vostro Fondatore è stato viandante, alle origini della vostra Famiglia religiosa, quando andava camminando con i suoi primi compagni nei villaggi della nativa Provenza, predicando le missioni popolari e riportando alla fede i poveri che se n’erano allontanati e che anche i ministri della Chiesa avevano abbandonato. È un dramma questo, quando i ministri della Chiesa abbandonano i poveri.

    Pellegrini e viandanti, sempre pronti a partire, come Gesù con i suoi discepoli nel Vangelo. Come Congregazione missionaria, siete al servizio della Chiesa in 70 Paesi del mondo. A questa Chiesa, che il Fondatore vi ha insegnato ad amare come una madre, offrite il vostro slancio missionario e la vostra vita, partecipando al suo esodo verso le periferie del mondo amato da Dio, e vivendo un carisma che vi porta verso i più lontani, i più poveri, coloro che nessuno raggiunge. Camminando su questa strada con amore e fedeltà, voi, cari fratelli, rendete alla Chiesa un grande servizio.

    Avete sentito la chiamata a riscoprire la vostra identità di sacerdoti e fratelli uniti dai vincoli della consacrazione religiosa. Pellegrini di speranza, camminate con il popolo santo di Dio, vivendo nella fedeltà la vostra vocazione missionaria, insieme ai laici e ai giovani che condividono nella Chiesa il carisma del vostro santo Fondatore e che desiderano essere parte attiva della vostra missione. Sant’Eugenio vi ha insegnato a guardare il mondo con gli occhi del Salvatore crocifisso, questo mondo per la cui salvezza Cristo è morto sulla croce.

    Al tema della speranza avete già dedicato uno dei vostri precedenti Capitoli generali, quando avete sentito una particolare chiamata ad essere testimoni di questa virtù in un mondo che sembra averla persa e che cerca altrove la sorgente della sua felicità. Essere missionari della speranza significa saper leggere i segni della sua presenza nascosta nella vita quotidiana della gente. Imparare a riconoscere la speranza tra i poveri a cui siete mandati, i quali spesso riescono a trovarla in mezzo alle situazioni più difficili. Lasciarsi evangelizzare dai poveri che evangelizzate: loro vi insegnano la via della speranza, per la Chiesa e per il mondo.

    Inoltre, volete essere testimoni di speranza in comunione. La comunione oggi è una sfida da cui può dipendere il futuro del mondo, della Chiesa e della vita consacrata. Per essere missionari di comunione bisogna viverla prima di tutto tra noi, nelle nostre comunità e nei rapporti reciproci, e coltivarla poi con tutti senza eccezioni. Vi siete spesso riferiti, durante il vostro Capitolo, al percorso ecclesiale di questo tempo, che riscopre la bellezza e l’importanza del “camminare insieme”. Vi esorto ad essere promotori di comunione attraverso espressioni di solidarietà, di vicinanza, di sinodalità e di fraternità con tutti. Il buon samaritano del Vangelo vi sia esempio e stimolo a farvi prossimi di ogni persona, con l’amore e la tenerezza che l’hanno spinto a prendersi cura dell’uomo derubato e ferito (cfr Lc 10,29-37). Farsi prossimi è un lavoro di tutti i giorni, perché l’egoismo ti tira dentro, ti tira giù, farsi prossimo è uscire.

    In questo Capitolo avete spesso evocato anche il vostro impegno a favore della casa comune, cercando di tradurlo in decisioni e azioni concrete. Vi incoraggio a continuare a lavorare in questa direzione. La nostra madre terra ci nutre senza chiedere niente in cambio; sta a noi capire che non può continuare a farlo se anche noi non ci prendiamo cura di essa. Sono tutti aspetti di quella conversione alla quale il Signore ci chiama continuamente. Tornare al Padre comune, tornare alle sorgenti, tornare al primo amore che vi ha spinti a lasciare tutto per seguire Gesù: ecco l’anima della consacrazione e della missione!

    Il vostro Fondatore, il carisma che vi ha trasmesso e la sua visione missionaria siano e rimangano punti di riferimento per la vostra vita e il vostro lavoro; per rimanere radicati nella vostra vocazione missionaria, soprattutto vivendo il testamento del Fondatore, nell’amore reciproco tra di voi e nello zelo per la salvezza delle anime. È il cuore della vostra missione e il segreto della vostra vita, e per questo la Chiesa ha ancora bisogno di voi. Nel campo immenso della missione che è il mondo intero, Gesù sia sempre il vostro modello, come lo è stato per Sant’Eugenio. Egli, davanti al Salvatore crocifisso, decise un giorno di offrire la propria vita perché tutti, specialmente i poveri, potessero sperimentare lo stesso amore di Dio che l’aveva riportato sulla via della fede.

    Quest’anno avete celebrato la memoria di una grazia speciale che Sant’Eugenio ricevette due secoli fa davanti alla statua della Madonna Immacolata nella chiesa della missione, a Aix-en-Provence. Questo rinnova a voi l’invito a prendere Maria come compagna di viaggio, perché vi accompagni sempre nel vostro pellegrinaggio. Maria pellegrina, Maria in viaggio, Maria che si alzò in fretta per andare a servire. Dopo aver detto il suo “sì” a Dio mediante l’arcangelo Gabriele, partì in fretta per andare dalla cugina Elisabetta, per condividere il dono e mettersi al suo servizio. Anche in questo Maria vi sia di esempio, per la vostra vita e per la vostra missione.

    Cari fratelli, vi auguro una buona conclusione del Capitolo e vi accompagno con la preghiera. Di cuore benedico voi e tutti i vostri confratelli, specialmente quelli malati e più fragili e quelli che sono in difficoltà in questo momento. E anche voi, per favore, pregate per me. Grazie!


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede).
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  6. #226
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    PAPA FRANCESCO

    UDIENZA GENERALE

    Piazza San Pietro
    Mercoledì, 5 ottobre 2022


    Catechesi sul Discernimento: 4. Gli elementi del discernimento. Conoscere sé stessi

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Continuiamo a trattare il tema del discernimento. La volta scorsa abbiamo considerato come suo elemento indispensabile quello della preghiera, intesa come familiarità e confidenza con Dio. Preghiera, non come i pappagalli, ma come familiarità e confidenza con Dio; preghiera dei figli al Padre; preghiera con il cuore aperto. Questo lo abbiamo visto nell’ultima Catechesi. Oggi vorrei, in maniera quasi complementare, sottolineare che un buon discernimento richiede anche la conoscenza di sé stessi. Conoscere sé stesso. E questo non è facile. Il discernimento infatti coinvolge le nostre facoltà umane: la memoria, l’intelletto, la volontà, gli affetti. Spesso non sappiamo discernere perché non ci conosciamo abbastanza, e così non sappiamo che cosa veramente vogliamo. Avete sentito tante volte: “Ma quella persona, perché non sistema la sua vita? Mai ha saputo quello che vuole …”. Senza arrivare a quell’estremo, ma anche a noi succede che non sappiamo bene cosa vogliamo, non ci conosciamo bene.

    Alla base di dubbi spirituali e crisi vocazionali si trova non di rado un dialogo insufficiente tra la vita religiosa e la nostra dimensione umana, cognitiva e affettiva. Un autore di spiritualità notava come molte difficoltà sul tema del discernimento rimandano a problemi di altro genere, che vanno riconosciuti ed esplorati. Così scrive questo autore: «Sono giunto alla convinzione che l’ostacolo più grande al vero discernimento (e ad una vera crescita nella preghiera) non è la natura intangibile di Dio, ma il fatto che non conosciamo sufficientemente noi stessi, e non vogliamo nemmeno conoscerci per come siamo veramente. Quasi tutti noi ci nascondiamo dietro a una maschera, non solo di fronte agli altri, ma anche quando ci guardiamo allo specchio» (Th. Green, Il grano e la zizzania, Roma, 1992, 25). Tutti abbiamo la tentazione di essere mascherati anche davanti a noi stessi.

    La dimenticanza della presenza di Dio nella nostra vita va di pari passo con l’ignoranza su noi stessi – ignorare Dio e ignorare noi -, ignoranza sulle caratteristiche della nostra personalità e sui nostri desideri più profondi.

    Conoscere sé stessi non è difficile, ma è faticoso: implica un paziente lavoro di scavo interiore. Richiede la capacità di fermarsi, di “disattivare il pilota automatico”, per acquistare consapevolezza sul nostro modo di fare, sui sentimenti che ci abitano, sui pensieri ricorrenti che ci condizionano, e spesso a nostra insaputa. Richiede anche di distinguere tra le emozioni e le facoltà spirituali. “Sento” non è lo stesso di “sono convinto”; “mi sento di” non è lo stesso di “voglio”. Così si arriva a riconoscere che lo sguardo che abbiamo su noi stessi e sulla realtà è talvolta un po’ distorto. Accorgersi di questo è una grazia! Infatti, molte volte può accadere che convinzioni errate sulla realtà, basate sulle esperienze del passato, ci influenzano fortemente, limitando la nostra libertà di giocarci per ciò che davvero conta nella nostra vita.

    Vivendo nell’era dell’informatica, sappiamo quanto sia importante conoscere le password per poter entrare nei programmi dove si trovano le informazioni più personali e preziose. Ma anche la vita spirituale ha le sue “password”: ci sono parole che toccano il cuore perché rimandano a ciò per cui siamo più sensibili. Il tentatore, cioè il diavolo, conosce bene queste parole-chiave, ed è importante che le conosciamo anche noi, per non trovarci là dove non vorremmo. La tentazione non suggerisce necessariamente cose cattive, ma spesso cose disordinate, presentate con una importanza eccessiva. In questo modo ci ipnotizza con l’attrattiva che queste cose suscitano in noi, cose belle ma illusorie, che non possono mantenere quanto promettono, e così ci lasciano alla fine con un senso di vuoto e di tristezza. Quel senso di vuoto e tristezza è un segnale che abbiamo preso una strada che non era giusta, che ci ha disorientato. Possono essere, per esempio, il titolo di studio, la carriera, le relazioni, tutte cose in sé lodevoli, ma verso le quali, se non siamo liberi, rischiamo di nutrire aspettative irreali, come ad esempio la conferma del nostro valore. Tu, per esempio, quando pensi a uno studio che stai facendo, tu lo pensi soltanto per promuovere te stesso, per il tuo interesse, o anche per servire la comunità? Lì, si può vedere qual è l’intenzionalità di ognuno di noi. Da questo fraintendimento derivano spesso le sofferenze più grandi, perché nessuna di quelle cose può essere la garanzia della nostra dignità.

    Per questo, cari fratelli e sorelle, è importante conoscersi, conoscere le password del nostro cuore, ciò a cui siamo più sensibili, per proteggerci da chi si presenta con parole suadenti per manipolarci, ma anche per riconoscere ciò che è davvero importante per noi, distinguendolo dalle mode del momento o da slogan appariscenti e superficiali. Tante volte quello che si dice in un programma in televisione, in qualche pubblicità che si fa, ci tocca il cuore e ci fa andare da quella parte senza libertà. State attenti a quello: sono libero o mi lascio andare ai sentimenti del momento, o alle provocazioni del momento?

    Un aiuto in questo è l’esame di coscienza, ma non parlo dell’esame di coscienza che tutti facciamo quando andiamo alla confessione, no. Questo è: “Ma ho peccato di questo, quello …”. No. Esame di coscienza generale della giornata: cosa è successo nel mio cuore in questa giornata? “Sono accadute tante cose …”. Quali? Perché? Quali tracce hanno lasciato nel cuore? Fare l’esame di coscienza, cioè la buona abitudine a rileggere con calma quello che capita nella nostra giornata, imparando a notare nelle valutazioni e nelle scelte ciò a cui diamo più importanza, cosa cerchiamo e perché, e cosa alla fine abbiamo trovato. Soprattutto imparando a riconoscere che cosa sazia il mio cuore. Perché solo il Signore può darci la conferma di quanto valiamo. Ce lo dice ogni giorno dalla croce: è morto per noi, per mostrarci quanto siamo preziosi ai suoi occhi. Non c’è ostacolo o fallimento che possano impedire il suo tenero abbraccio. L’esame di coscienza aiuta tanto, perché così vediamo che il nostro cuore non è una strada dove passa di tutto e noi non sappiamo. No. Vedere: cosa è passato oggi? Cosa è successo? Cosa mi ha fatto reagire? Cosa mi ha fatto triste? Cosa mi ha fatto gioioso? Cosa è stato brutto e se ho fatto del male agli altri. Si tratta di vedere il percorso dei sentimenti, delle attrazioni nel mio cuore durante la giornata. Non dimenticatevi! L’altro giorno abbiamo parlato della preghiera; oggi parliamo della conoscenza di sé stessi.

    La preghiera e la conoscenza di sé stessi consentono di crescere nella libertà. Questo, è per crescere nella libertà! Sono elementi basilari dell’esistenza cristiana, elementi preziosi per trovare il proprio posto nella vita. Grazie.

    _____________________________

    Saluti

    Je salue cordialement les pèlerins de langue française en particulier les fidèles du diocèse de Metz et les jeunes du Collège Saint Joseph. Frères et sœurs, en ce mois de prière pour les missions, apprenons à cultiver des moments de silence et de rencontre avec le Seigneur afin qu’il nous inspire les voies et moyens pour être toujours fidèles à notre vocation de disciples missionnaires. Que Dieu vous bénisse !

    [Saluto cordialmente i pellegrini di lingua francese in particolare i fedeli della Diocesi di Metz e i giovani del Collegio San Giuseppe. Fratelli e sorelle, in questo mese di preghiera per le missioni, impariamo a coltivare momenti di silenzio e di incontro con il Signore perché ci ispiri le vie e i mezzi per essere sempre fedeli alla nostra vocazione di discepoli missionari. Dio vi benedica!]

    I greet the English-speaking pilgrims taking part in today’s Audience, especially those from England, Scotland, Norway, Sweden, Australia, India, Vietnam and the United States of America. I offer a special greeting to the new seminarians from the Pontifical Beda College and to the Catholic Association of Preachers from England. Upon all of you I invoke the joy and peace of Christ our Lord. God bless you!

    [Do il benvenuto a tutti i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Scozia, Norvegia, Svezia, Australia, India, Vietnam e Stati Uniti d’America. Rivolgo un saluto particolare ai nuovi studenti del Pontificio Collegio Beda e ai membri dell’Associazione cattolica di Predicatori dall’Inghilterra. Su tutti voi invoco la gioia e la pace di Cristo nostro Signore. Dio vi benedica!]

    Herzlich grüße ich die Pilger deutscher Sprache, insbesondere die Ministranten aus Köln, sowie die Teilnehmer an der Informationswoche der Päpstlichen Schweizergarde. Ich wünsche euch jungen Menschen einen guten und geistlich fruchtbaren Aufenthalt in Rom! Der Herr helfe euch allen, in der Liebe zu wachsen und beschütze euch allezeit!

    [Saluto con affetto i pellegrini di lingua tedesca, in particolare i chierichetti di Colonia, come pure i partecipanti alla settimana informativa della Guardia Svizzera Pontificia. Auguro a voi giovani un buon soggiorno, spiritualmente fruttuoso a Roma! Il Signore vi aiuti tutti a crescere nell’amore e vi protegga sempre!]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Pidamos a Jesús que nos enseñe a orar para poder conocer su Corazón, y que nos ayude a conocernos a nosotros mismos. Así seremos capaces, con su gracia, de seguir sus huellas con libertad y sencillez de corazón. Que Dios los bendiga y la Virgen Santa los cuide. Muchas gracias.

    Queridos peregrinos de língua portuguesa, sede bem-vindos! Saúdo-vos a todos, nomeadamente os grupos brasileiros de Goiânia e da arquidiocese de São Paulo, bem como os fiéis portugueses de Alcanena e da paróquia de São Paulo em Setúbal, convidando-vos a pedir ao Senhor uma fé grande para verdes a realidade com o olhar de Deus, e uma grande caridade para vos aproximardes das pessoas com o seu coração misericordioso. Confiai em Deus, como a Virgem Maria! Sobre vós e vossas famílias, desça a bênção do Senhor.

    [Cari pellegrini di lingua portoghese, benvenuti! Nel salutarvi tutti, in particolare i gruppi brasiliani di Goiânia e dell’arcidiocesi di São Paulo, nonché i fedeli portoghesi di Alcanena e della parrocchia São Paolo in Setúbal, vi invito a chiedere al Signore una fede grande per guardare la realtà con lo sguardo di Dio, e una grande carità per accostare le persone con il suo cuore misericordioso. Fidatevi di Dio, come la Vergine Maria! Su di voi e sulle vostre famiglie, scenda la benedizione del Signore.]

    […].

    [Saluto i fedeli di lingua araba. La preghiera e la conoscenza di sé stessi sono elementi basilari dell’esistenza cristiana, elementi preziosi per trovare il proprio posto nella vita. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]

    […].

    [Saluto cordialmente i Polacchi presenti a quest’udienza. Oggi ricordiamo nella liturgia Santa Faustina Kowalska. Tramite lei, Dio indicò al mondo di cercare la salvezza nella sua misericordia. Ricordiamolo soprattutto oggi, pensando specialmente alla guerra in Ucraina. Come ho detto domenica scorsa all'Angelus, confidiamo nella misericordia di Dio, che può cambiare i cuori, e nella materna intercessione della Regina della Pace. Vi benedico di cuore.]

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli della parrocchia San Tommaso apostolo in Roma, e quelli della parrocchia di San Giacomo apostolo in Grugliasco. Saluto poi i rappresentanti della Caritas di Teramo-Atri, accompagnati dal loro Vescovo, il gruppo dei Servizi sociali salesiani, e gli studenti della scuola Sacro Cuore di Francavilla Fontana. Invito tutti ad imitare San Francesco, patrono d’Italia, la cui festa abbiamo celebrato ieri: il suo esempio di consacrazione a Dio, di servizio agli uomini e di fraternità con le creature, guidi il vostro cammino.

    E non dimentichiamo di pregare per la martoriata Ucraina, sempre chiedendo al Signore il dono della pace.

    Il mio pensiero va infine, come di consueto, ai giovani, ai malati, agli anziani e agli sposi novelli. Esorto anche voi a mettervi alla scuola del Poverello di Assisi, imitandolo nell’amore e nella contemplazione del Crocifisso.

    A tutti la mia benedizione.


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  7. #227
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI AL CONVEGNO PROMOSSO DAL
    DICASTERO DELLE CAUSE DEI SANTI


    Sala Clementina
    Giovedì, 6 ottobre 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Sono lieto di incontrarvi al termine del Convegno su “La santità oggi”, organizzato dal Dicastero delle Cause dei Santi. Saluto e ringrazio il Cardinale Marcello Semeraro, gli altri Superiori, gli Officiali, i Postulatori e i collaboratori. Saluto tutti voi, provenienti da diverse parti del mondo, che avete partecipato a queste giornate di studio e di riflessione, favorite dall’apporto di validi relatori, esponenti del mondo teologico, scientifico, culturale e mediatico.

    Il tema scelto per il Convegno è in sintonia con l’Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate, che mira a «far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità» (n. 2). Tale chiamata è nel cuore del Concilio Vaticano II, che ha dedicato un intero capitolo della Lumen gentium alla vocazione universale alla santità e che afferma: «Tutti i fedeli di ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste» (n. 11). Anche oggi è importante scoprire la santità nel popolo santo di Dio: nei genitori che crescono con amore i figli, negli uomini e nelle donne che svolgono con impegno il lavoro quotidiano, nelle persone che sopportano una condizione di infermità, negli anziani che continuano a sorridere e offrire saggezza. La testimonianza di una condotta cristiana virtuosa, vissuta nell’oggi da tanti discepoli del Signore, è per tutti noi un invito a rispondere personalmente alla chiamata ad essere santi. Sono dei santi “della porta accanto”, che tutti conosciamo.

    Accanto, o meglio, in mezzo a questa moltitudine di credenti, che ho definito «santi della porta accanto» (Gaudete et exsultate, 7), vi sono coloro che la Chiesa indica come modelli, intercessori e maestri. Si tratta dei Santi beatificati e canonizzati, i quali ricordano a tutti che vivere il Vangelo in pienezza è possibile ed è bello. La santità, infatti, non è un programma di sforzi e di rinunce, non è fare una “ginnastica spirituale”, no, è un’altra cosa; è anzitutto l’esperienza di essere amati da Dio, di ricevere gratuitamente il suo amore, la sua misericordia. Questo dono divino ci apre alla riconoscenza e ci consente di fare esperienza di una gioia grande, che non è l’emozione di un istante o un semplice ottimismo umano, ma la certezza di poter affrontare tutto con la grazia e l’audacia che provengono da Dio.

    Senza questa gioia la fede si riduce a un esercizio opprimente e triste; ma non si diventa santi con il “muso lungo”: ci vuole un cuore gioioso e aperto alla speranza. Di questa santità ricca di buon umore ci dà l’esempio il neo-Beato Giovanni Paolo I. Per i ragazzi e i giovani è un modello di gioia cristiana anche il Beato Carlo Acutis. E sempre ci edifica nella sua paradossalità evangelica la “perfetta letizia” di San Francesco d’Assisi.

    La santità germoglia dalla vita concreta delle comunità cristiane. I Santi non provengono da un “mondo parallelo”; sono credenti che appartengono al popolo fedele di Dio e sono inseriti nella quotidianità fatta di famiglia, studio, lavoro, vita sociale, economica e politica. In tutti questi contesti, il Santo o la Santa cammina e opera senza timori o preclusioni, adempiendo in ogni circostanza la volontà di Dio. È importante che ogni Chiesa particolare sia attenta a cogliere e valorizzare gli esempi di vita cristiana maturati all’interno del popolo di Dio, che da sempre ha un particolare “fiuto” per riconoscere questi modelli di santità, testimoni straordinari del Vangelo. Occorre, pertanto, tenere in giusta considerazione il consenso della gente attorno a queste figure cristianamente esemplari. I fedeli, infatti, sono dotati dalla grazia divina di un’innegabile percezione spirituale per individuare e riconoscere nell’esistenza concreta di alcuni battezzati l’esercizio eroico delle virtù cristiane. La fama sanctitatis non proviene primariamente dalla gerarchia ma dai fedeli. È il popolo di Dio, nelle sue diverse componenti, il protagonista della fama sanctitatis, cioè dell’opinione comune e diffusa tra i fedeli circa l’integrità di vita di una persona, percepita come testimone di Cristo e delle beatitudini evangeliche.

    Tuttavia, è necessario verificare che tale fama di santità sia spontanea, stabile, perdurante e diffusa in una parte significativa della comunità cristiana. Essa infatti è genuina quando resiste ai cambiamenti del tempo, alle mode del momento, e genera sempre effetti salutari per tutti, come possiamo constatare nella pietà popolare.

    Ai nostri giorni, l’accesso corretto ai mezzi di comunicazione può favorire la conoscenza del vissuto evangelico di un candidato alla beatificazione o alla canonizzazione. Tuttavia, nell’uso dei media digitali, in particolare delle reti sociali, ci può essere il rischio di forzature e mistificazioni dettate da interessi poco nobili. Occorre, quindi, un discernimento saggio e perspicace di tutti coloro che si occupano della qualità della fama di santità. D’altro canto, un elemento che comprova la fama sanctitatis o la fama martirii è sempre la fama signorum. Quando i fedeli sono convinti della santità di un cristiano, fanno ricorso – anche massiccio e appassionato – alla sua intercessione celeste; l’esaudimento della preghiera da parte di Dio rappresenta una conferma di tale convinzione.

    Cari fratelli e sorelle, i Santi sono perle preziose; sono sempre vivi e attuali, non perdono mai valore, perché rappresentano un affasciante commento del Vangelo. La loro vita è come un catechismo per immagini, l’illustrazione della Buona Notizia che Gesù ha portato all’umanità: che Dio è nostro Padre e ama tutti con amore immenso e tenerezza infinita. San Bernardo diceva che, pensando ai Santi, si sentiva ardere «da grandi desideri» (Disc. 2; Opera Omnia Cisterc. 5, 364ss). Il loro esempio illumini le menti delle donne e degli uomini del nostro tempo, ravvivando la fede, animando la speranza e accendendo la carità, affinché ciascuno si senta attratto dalla bellezza del Vangelo e nessuno si smarrisca nelle nebbie del non senso e della disperazione.

    Non voglio finire senza fare un cenno a una dimensione della santità alla quale ho dedicato un capitoletto nella Gaudete et exsultate: il senso dell’umorismo. Qualcuno diceva: “Un santo triste è un triste santo”. Saper godere della vita con senso dell’umorismo, perché prendere la parte della vita che fa ridere, questo alleggerisce l’anima. E c’è una preghiera che vi raccomando di pregare – io è da più di 40 anni che la prego tutti i giorni – la preghiera di San Thomas More: è curioso, lui sta chiedendo qualcosa a per la santità ma incomincia dicendo: “Signore, dammi una buona digestione e qualcosa da digerire”. Va al concreto, ma prende proprio l’umorismo da lì. La preghiera è nella nota 101 di Gaudete et exsultate, lì c’è la preghiera, perché voi la possiate pregare.

    Auspico che gli approfondimenti e le sollecitazioni del vostro convegno possano aiutare la Chiesa e la società a cogliere i segni di santità che il Signore non cessa di suscitare, a volte anche per le vie più impensate. Vi ringrazio per il vostro lavoro! Lo affido alla materna intercessione di Maria, Regina di tutti i Santi, e vi benedico di cuore. E poi, già vi ha coinvolto il Cardinale Semeraro a pregare per me; per questo non lo dico, lo ha detto lui! Grazie.


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  8. #228
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    SALUTO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI CAPPELLANI DI SCUOLE DELLA SVIZZERA ROMANDA


    Venerdì, 7 ottobre 2022


    Caro fratello,
    Cari fratelli e sorelle,


    Vi ringrazio di avermi fatto conoscere la vostra esperienza di servizio, accanto a giovani studenti della Svizzera romanda. Un lavoro impegnativo, ma che sicuramente dà tanto a chi lo vive con una motivazione forte e con animo generoso.

    Ringrazio il vostro “portavoce” per la sua presentazione – molto chiara, anche le tue domande finali –, che ha messo in luce alcuni aspetti della realtà giovanile. Questo è prezioso perché non sono cose che avete letto sui libri: è il frutto del vostro stare con i ragazzi, accompagnarli, ascoltarli… E anche portarli davanti al Signore, nella preghiera. È lì, nel silenzio, che riemergono i volti, le storie, i sorrisi e le lacrime, i sogni… Ed è lì che voi ritrovate anche lo slancio interiore, perché un lavoro come il vostro assorbe molte energie e può esaurire lo spirito se non c’è la “linfa” del Signore che lo ricarica.

    Mi piace vedere il vostro lavoro sullo sfondo del Sinodo per e con i giovani, che abbiamo vissuto quattro anni fa. Anche quel Sinodo non si è esaurito con un bel documento finale, ma è stato il momento culminante di un cammino ecclesiale che precede e che segue l’assemblea. E direi che, con il vostro stare accanto ai giovani, anche voi potete, in un certo senso, scrivere nuove pagine della Lettera che è venuta fuori da quel Sinodo: l’Esortazione apostolica Christus vivit (25 marzo 2019).

    Ogni volta che uno di voi si affianca a due o tre giovani in cammino, li ascolta, ascolta le delusioni, i fallimenti, i dubbi che portano dentro, e poi parla loro di Gesù Cristo, risvegliando nei loro cuori la speranza, lì si rinnova qualcosa dell’esperienza dei discepoli di Emmaus. Non dipende dalla vostra bravura: è Cristo vivo che passa, è il suo Spirito che agisce; ma è importante che voi ci siate, è necessaria la vostra presenza accanto a loro. Essere lì, accompagnare.

    E un altro aspetto che merita di essere sottolineato è quello ecumenico: voi siete cattolici e protestanti e lavorate insieme. Un tempo ci bruciavamo! Adesso è bello questo lavorare insieme, è bello, lavorare in collaborazione. E questo è buono, dà buona testimonianza, e può aiutare la Chiesa a crescere verso un’unità sempre più piena, più conforme alla volontà di Cristo Signore. Vi incoraggio ad andare avanti su questa strada.

    Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio ancora della vostra visita. Vi auguro ogni bene per il vostro lavoro. Di cuore benedico voi, i vostri colleghi e le vostre famiglie. E vi chiedo per favore di pregare per me.


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  9. #229
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI ALL'ASSEMBLEA DELLA FONDAZIONE
    "CENTESIMUS ANNUS PRO PONTIFICE"


    Sala Clementina
    Sabato, 8 ottobre 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

    Ringrazio Lei per le parole di introduzione. E ringrazio tutti voi per il lavoro che portate avanti. Il vostro contributo riguardo alla dottrina sociale della Chiesa lo considero molto importante, anzitutto sul piano della recezione, perché contribuite a farla conoscere e comprendere; direi però anche sul piano dell’approfondimento, perché voi la leggete “dall’interno” del complesso mondo economico e sociale, e quindi potete continuamente confrontare tale dottrina con la realtà, una realtà sempre in movimento, che cambia continuamente.

    Il tema del vostro Convegno di questi giorni è stato “Crescita inclusiva per sradicare la povertà e promuovere lo sviluppo sostenibile per la pace”. Mi pare che l’espressione-chiave sia quella iniziale: “crescita inclusiva”. Fa pensare alla Populorum progressio di San Paolo VI, là dove afferma: «Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e tutto l’uomo» (n. 14). Dunque, lo sviluppo o è inclusivo o non è sviluppo. E allora, ecco il nostro compito, in particolare il vostro in quanto fedeli laici: far “lievitare” la realtà economica in senso etico, la crescita nel senso dello sviluppo. E voi cercate di farlo, a partire dalla visione del Vangelo. Perché tutto nasce da come si guarda la realtà.

    In un suo romanzo, un narratore americano contemporaneo parla del tempo che precede il crollo della borsa e scrive: «All’interno dei vari stati la Depressione già si faceva sentire, e i coltivatori e i braccianti un po’ dappertutto erano in stato di allarme. Di disperati ne incontrammo un mucchio per strada, e Maestro Yehudi mi insegnò a non guardare mai nessuno dall’alto in basso» (Paul Auster, Mr Vertigo, Torino 2015, 126).

    Tutto nasce da come si guarda, e da dove si guarda. Guardare un altro dall’alto in basso, è lecito farlo soltanto in una situazione: per aiutarlo a sollevarsi. Non di più. Questo è l’unico momento lecito per guardare dall’alto in basso. Lo sguardo di Gesù sapeva vedere nella povera gente che metteva due spiccioli nella cassetta delle offerte al Tempio un gesto di dono totale (cfr Mc 12,41-44). Lo sguardo di Gesù partiva dalla misericordia e dalla compassione per i poveri e gli esclusi. Da dove parte il mio sguardo? Una domanda che ci aiuterà sempre.

    La crescita inclusiva trova il suo punto di partenza in uno sguardo non ripiegato su di sé, libero dalla ricerca della massimizzazione del profitto. La povertà non si combatte con l’assistenzialismo, no, così la si “anestetizza” ma non la si combatte. Come già dicevo nella Laudato si’, «aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte alle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro» (n. 128). La porta è il lavoro: la porta della dignità di un uomo è il lavoro.

    Senza un impegno di tutti per far crescere politiche lavorative per i più fragili, si favorisce una cultura mondiale dello scarto. Ho provato a spiegare questa convinzione anche nel primo capitolo dell’Enciclica Fratelli tutti, dove, tra l’altro, si ricorda che «è aumentata la ricchezza, ma senza equità, e così accade che nascono nuove povertà» (n. 21). Cresce la ricchezza e nascono nuove povertà.

    Ecco perché il futuro invoca un nuovo sguardo, e ciascuno nel suo piccolo è chiamato a farsi promotore di questo modo differente di guardare il mondo, a partire dalle persone e dalle situazioni che vive nel quotidiano. Il Maestro, nel romanzo che ho citato, insegna al suo allievo a «non guardare mai nessuno dall’alto in basso»; penso che questo può essere una buona indicazione per tutti. Siamo tutti fratelli e sorelle, e se io sono il proprietario di un’azienda, questo non mi legittima a guardare i miei dipendenti con aria di sufficienza. Se sono l’amministratore delegato di una banca, non devo dimenticare che ogni persona va trattata con rispetto e cura.

    La Fondazione Centesimus Annus può declinare le importanti riflessioni condotte in questi giorni, attraverso la conversione dello sguardo di ciascuno. L’umile sguardo di chi vede in ogni uomo e donna che incontra un fratello e una sorella da rispettare nella sua dignità, prima che, eventualmente, un cliente con cui fare affari. È un fratello, una sorella, una persona; può fare il cliente. Solo con questo sguardo potremo lottare contro i mali della speculazione corrente che alimenta i venti di guerra. Non guardare mai nessuno dall’alto in basso è lo stile di ogni operatore di pace. È lecito farlo solo per aiutare a sollevarsi.

    Cari amici, vi ringrazio di essere venuti, e soprattutto per l’impegno che ciascuno di voi pone, là dove vive e lavora, al fine di promuovere una crescita inclusiva e, più in generale, la conoscenza della dottrina sociale della Chiesa. Di cuore benedico tutti voi e le vostre famiglie. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie.


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede).
    «Originális mácula cuncta respérsit sæcula;
    sola post Natum vítiis numquam contácta díceris».




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    SANTA MESSA E CANONIZZAZIONE DEI BEATI

    Giovanni Battista Scalabrini - Artemide Zatti

    OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

    Piazza San Pietro
    Domenica, 9 ottobre 2022


    Mentre Gesù è in cammino, dieci lebbrosi gli vanno incontro gridandogli: «Abbi pietà di noi» (Lc 17,13). Tutti e dieci vengono guariti, ma soltanto uno di loro ritorna per ringraziare Gesù: è un samaritano, una sorta di eretico per i giudei. All’inizio camminano insieme, poi però la differenza la fa quel samaritano, che torna indietro «lodando Dio a gran voce» (v. 15). Fermiamoci su questi due aspetti che possiamo ricavare dal Vangelo odierno: camminare insieme e ringraziare.

    Anzitutto, camminare insieme. All’inizio del racconto non c’è nessuna distinzione tra il samaritano e gli altri nove. Semplicemente si parla di dieci lebbrosi, che fanno gruppo tra di loro e, senza divisione, vanno incontro a Gesù. La lebbra, come sappiamo, non era soltanto una piaga fisica – che anche oggi dobbiamo impegnarci a debellare –, ma anche una “malattia sociale”, perché a quel tempo per timore della contaminazione i lebbrosi dovevano stare fuori dalla comunità (cfr Lv 13,46). Quindi non potevano entrare nei centri abitati, erano tenuti a distanza, relegati ai margini della vita sociale e perfino di quella religiosa, isolati. Camminando insieme, questi lebbrosi manifestano il loro grido nei confronti di una società che li esclude. E notiamo bene: il samaritano, anche se ritenuto eretico, “straniero”, fa gruppo con gli altri. Fratelli e sorelle, la malattia e la fragilità comuni fanno cadere le barriere e superare ogni esclusione.

    Si tratta di un’immagine bella anche per noi: quando siamo onesti con noi stessi, ci ricordiamo di essere tutti ammalati nel cuore, di essere tutti peccatori, tutti bisognosi della misericordia del Padre. E allora smettiamo di dividerci in base ai meriti, ai ruoli che ricopriamo o a qualche altro aspetto esteriore della vita, e cadono così i muri interiori, cadono i pregiudizi. Così, finalmente, ci riscopriamo fratelli. Anche Naamàn il siro – ci ha ricordato la prima Lettura -, pur essendo ricco e potente, per guarire ha dovuto fare una cosa semplice: immergersi nel fiume in cui si bagnavano tutti gli altri. Anzitutto ha dovuto togliere la sua armatura, le sue vesti (cfr 2 Re 5): come ci fa bene togliere le nostre armature esteriori, le nostre barriere difensive e fare un bel bagno di umiltà, ricordandoci che siamo tutti fragili dentro, tutti bisognosi di guarigione, tutti fratelli. Ricordiamoci questo: la fede cristiana sempre ci chiede di camminare insieme agli altri, mai di essere marciatori solitari; sempre ci invita a uscire da noi stessi verso Dio e verso i fratelli, mai di chiuderci in noi stessi; sempre ci chiede di riconoscerci bisognosi di guarigione e di perdono, e di condividere le fragilità di chi ci sta vicino, senza sentirci superiori.

    Fratelli e sorelle, verifichiamo se nella nostra vita, nelle nostre famiglie, nei luoghi dove lavoriamo e che ogni giorno frequentiamo, siamo capaci di camminare insieme agli altri, siamo capaci di ascoltare, di superare la tentazione di barricarci nella nostra autoreferenzialità e di pensare solo ai nostri bisogni. Ma camminare insieme – cioè essere “sinodali” – è anche la vocazione della Chiesa. Chiediamoci quanto siamo davvero comunità aperte e inclusive verso tutti; se riusciamo a lavorare insieme, preti e laici, a servizio del Vangelo; se abbiamo un atteggiamento accogliente – non solo con le parole ma con gesti concreti – verso chi è lontano e verso tutti coloro che si avvicinano a noi, sentendosi inadeguati a causa dei loro travagliati percorsi di vita. Li facciamo sentire parte della comunità oppure li escludiamo? Ho paura quando vedo comunità cristiane che dividono il mondo in buoni e cattivi, in santi e peccatori: così si finisce per sentirsi migliori degli altri e tenere fuori tanti che Dio vuole abbracciare. Per favore, includere sempre, nella Chiesa come nella società, ancora segnata da tante disuguaglianze ed emarginazioni. Includere tutti. E oggi, nel giorno in cui Scalabrini diventa santo, vorrei pensare ai migranti. È scandalosa l’esclusione dei migranti! Anzi, l’esclusione dei migranti è criminale, li fa morire davanti a noi. E così, oggi abbiamo il Mediterraneo che è il cimitero più grande del mondo. L’esclusione dei migranti è schifosa, è peccaminosa, è criminale, non aprire le porte a chi ha bisogno. “No, non li escludiamo, li mandiamo via”: ai lager, dove sono sfruttati e venduti come schiavi. Fratelli e sorelle, oggi pensiamo ai nostri migranti, quelli che muoiono. E quelli che sono capaci di entrare, li riceviamo come fratelli o li sfruttiamo? Lascio la domanda, soltanto.

    Il secondo aspetto è ringraziare. Nel gruppo dei dieci lebbrosi ce n’è uno solo che, vedendosi guarito, torna indietro per lodare Dio e manifestare gratitudine a Gesù. Gli altri nove vengono risanati, ma poi se ne vanno per la loro strada, dimenticandosi di Colui che li ha guariti. Dimenticare le grazie che Dio ci dà. Il samaritano, invece, fa del dono ricevuto l’inizio di un nuovo cammino: ritorna da Chi lo ha sanato, va a conoscere Gesù da vicino, inizia una relazione con Lui. Il suo atteggiamento di gratitudine non è, allora, un semplice gesto di cortesia, ma l’inizio di un percorso di riconoscenza: egli si prostra ai piedi di Cristo (cfr Lc 17,16), compie cioè un gesto di adorazione: riconosce che Gesù è il Signore, e che è più importante della guarigione ricevuta.

    E questa, fratelli e sorelle, è una grande lezione anche per noi, che beneficiamo ogni giorno dei doni di Dio, ma spesso ce ne andiamo per la nostra strada dimenticandoci di coltivare una relazione viva, reale con Lui. È una brutta malattia spirituale: dare tutto per scontato, anche la fede, anche il nostro rapporto con Dio, fino a diventare cristiani che non si sanno più stupire, che non sanno più dire “grazie”, che non si mostrano riconoscenti, che non sanno vedere le meraviglie del Signore. “Cristiani all’acqua di rose”, come diceva una signora che ho conosciuto. E, così, si finisce per pensare che tutto quanto riceviamo ogni giorno sia ovvio e dovuto. La gratitudine, il saper dire “grazie”, ci porta invece ad affermare la presenza di Dio-amore. E anche a riconoscere l’importanza degli altri, vincendo l’insoddisfazione e l’indifferenza che ci abbruttiscono il cuore. È fondamentale saper ringraziare. Ogni giorno, dire grazie al Signore, ogni giorno saperci ringraziare tra di noi: in famiglia, per quelle piccole cose che riceviamo a volte senza neanche chiederci da dove arrivino; nei luoghi che frequentiamo quotidianamente, per i tanti servizi di cui godiamo e per le persone che ci sostengono; nelle nostre comunità cristiane, per l’amore di Dio che sperimentiamo attraverso la vicinanza di fratelli e sorelle che spesso in silenzio pregano, offrono, soffrono, camminano con noi. Per favore, non dimentichiamo questa parola-chiave: grazie! Non dimentichiamo di sentire e dire “grazie”!

    I due Santi oggi canonizzati ci ricordano l’importanza di camminare insieme e di saper ringraziare. Il Vescovo Scalabrini, che fondò due Congregazioni per la cura dei migranti, una maschile e una femminile, affermava che nel comune camminare di coloro che emigrano non bisogna vedere solo problemi, ma anche un disegno della Provvidenza: «Proprio a causa delle migrazioni forzate dalle persecuzioni – egli disse – la Chiesa superò i confini di Gerusalemme e di Israele e divenne “cattolica”; grazie alle migrazioni di oggi la Chiesa sarà strumento di pace e di comunione tra i popoli» (L’emigrazione degli operai italiani, Ferrara 1899). C’è una migrazione, in questo momento, qui in Europa, che ci fa soffrire tanto e ci muove ad aprire il cuore: la migrazione degli ucraini che fuggono dalla guerra. Non dimentichiamo oggi la martoriata Ucraina! Scalabrini guardava oltre, guardava avanti, verso un mondo e una Chiesa senza barriere, senza stranieri. Da parte sua, il fratello salesiano Artemide Zatti, con la sua bicicletta, è stato un esempio vivente di gratitudine: guarito dalla tubercolosi, dedicò tutta la vita a gratificare gli altri, a curare gli infermi con amore e tenerezza. Si racconta di averlo visto caricarsi sulle spalle il corpo morto di uno dei suoi ammalati. Pieno di gratitudine per quanto aveva ricevuto, volle dire il suo “grazie” facendosi carico delle ferite degli altri. Due esempi.

    Preghiamo perché questi nostri santi fratelli ci aiutino a camminare insieme, senza muri di divisione; e a coltivare questa nobiltà d’animo tanto gradita a Dio che è la gratitudine.


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazione biblica:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
    «Originális mácula cuncta respérsit sæcula;
    sola post Natum vítiis numquam contácta díceris».




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