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Discussione: Omelie, discorsi e messaggi di Papa Francesco

  1. #151
    CierRino L'avatar di Verbum Domini
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    Udienza ai Membri del Sinodo della Chiesa Greco Melkita, 20.06.2022

    [B0472]

    Questa mattina, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i Membri del Sinodo della Chiesa Greco Melkita e ha rivolto loro il discorso che pubblichiamo di seguito:


    Discorso del Santo Padre

    Sono lieto di ricevervi e sono lieto di rivedere Mons. Georges Kahhale, è bravo! Io vorrei dire che lui mi ha aiutato tanto. Prima di tutto, ha imparato la lingua subito: spero che il suo successore parli lo spagnolo, perché non si può essere vescovo di un popolo parlando un’altra lingua. Peccato che non ci sia, qui. Poi, noi avevamo un problema lì, con un sacerdote, a Buenos Aires, e lui era energico nella soluzione, ma molto pastore, molto buono nel modo di cercarlo. Io, quando l’ho visto, mi sono rallegrato e per questo voglio dare questa testimonianza davanti a tutti voi. Uno dei vostri fratelli che fa onore. Grazie, Mons. Kahhale. E poi, vi racconta le avventure che abbiamo avuto a Buenos Aires con quel prete.

    Beatitudine,

    Cari Fratelli nell’Episcopato!

    Sono lieto di accogliervi questa mattina, dando inizio ai lavori del Sinodo dei Vescovi della Chiesa Patriarcale di Antiochia dei Greco-Melkiti. Ringrazio il Patriarca, grande amico, Sua Beatitudine Youssef Absi, per le parole che mi ha rivolto.

    Avete chiesto di poter celebrare la vostra convocazione annuale a Roma, presso le tombe dei santi Apostoli Pietro e Paolo, e a quelle di molti martiri che hanno dato la vita per fedeltà al Signore Gesù. Abbiamo bisogno della loro intercessione, perché anche nel nostro tempo, in società che alcune analisi definiscono “liquide”, con legami leggeri che moltiplicano le solitudini e l’abbandono dei più fragili, la comunità cristiana abbia il coraggio di testimoniare il nome di Cristo, autore e perfezionatore della nostra fede. Tra i Successori di Pietro sono annoverati anche alcuni nati in Siria, e questo ci fa sentire da un lato il respiro cattolico della Chiesa di Roma, chiamata a presiedere nella carità e ad avere la sollicitudo Ecclesiarum omnium, e dall’altro ci fa andare pellegrini nella terra ove alcuni di voi, iniziando dal Patriarca Youssef, sono Vescovi: l’amata e martoriata Siria.

    I drammi degli ultimi mesi, che tristemente ci costringono a volgere lo sguardo all’est dell’Europa, non ci devono far dimenticare quello che da dodici anni si consuma nella vostra terra. Io ricordo, il primo anno di pontificato, quando era preparato un bombardamento sulla Siria, che abbiamo convocato una notte di preghiera, qui, in San Pietro, così anche c’era il Santissimo Sacramento e la piazza piena, che pregava. C’erano anche dei musulmani, che avevano portato il loro tappeto e pregavano con noi. E lì è nata quell’espressione: “Amata e martoriata Siria”. Migliaia di morti e feriti, milioni di rifugiati interni e all’estero, l’impossibilità di avviare la necessaria ricostruzione. In più di una occasione mi è capitato di incontrare e sentire il racconto di qualche giovane siriano giunto qui, e mi ha colpito il dramma che portava dentro di sé, per quanto ha vissuto e visto, ma anche il suo sguardo, quasi prosciugato di speranza, incapace di sognare un futuro per la sua terra. Non possiamo permettere che anche l’ultima scintilla di speranza sia tolta dagli occhi e dai cuori dei giovani e delle famiglie! E rinnovo quindi l’appello a tutti coloro che hanno responsabilità, dentro il Paese e nella Comunità internazionale, perché si possa giungere ad una equa e giusta soluzione al dramma della Siria.

    Voi Vescovi della Chiesa greco-melkita siete chiamati a interrogarvi sul modo in cui, come Chiesa, portate la vostra testimonianza: eroica sì, generosa, ma sempre bisognosa di essere posta alla luce di Dio perché sia purificata e rinnovata. Ecclesia semper reformanda. Siete un Sinodo, per quelle caratteristiche che vi sono state riconosciute come Chiesa Patriarcale, ed è necessario che vi interrogate sullo stile sinodale del vostro essere e agire, secondo quello che ho chiesto alla Chiesa Universale: la vostra capacità di vivere la comunione di preghiera e di intenti tra voi e con il Patriarca, tra i Vescovi e i presbiteri e i diaconi, con i religiosi e le religiose, e con i fedeli laici, tutti insieme formando il Popolo santo di Dio.

    Siete giustamente preoccupati della sopravvivenza dei cristiani nel Medio Oriente – anche io: è una preoccupazione! –, istanza che condivido pienamente; e d’altra parte da decenni ormai la presenza della Chiesa Melkita ha una dimensione mondiale. Il patriarca mi chiedeva di ordinare vescovi da tante parti: esistono eparchie per l’Australia e l’Oceania, negli Stati Uniti e nel Canada, in Venezuela e Argentina, soltanto per citarne alcune; e molti sono i fedeli anche in Europa, per quanto essi non abbiano ancora avuto la possibilità di essere riuniti in circoscrizioni ecclesiastiche loro proprie. Questo aspetto rappresenta senza dubbio una sfida, ecclesiale ma anche culturale e sociale, non senza difficoltà e ostacoli. Al contempo è anche una grande occasione: quella di rimanere radicati nelle proprie tradizioni e origini, aprendovi però all’ascolto dei tempi e dei luoghi in cui siete disseminati, per rispondere a quello che il Signore chiede oggi alla vostra Chiesa.

    All’interno del Sinodo, vi incoraggio a esercitare le vostre competenze con tanta saggezza: so che sono avviate riflessioni in alcune Chiese Orientali circa il ruolo e la presenza dei Vescovi emeriti, specie quelli con più di ottanta anni, che in taluni Sinodi sono un numero consistente. Un altro capitolo è quello delle elezioni dei Vescovi, per le quali vi prego di riflettere sempre bene e di pregare lo Spirito Santo perché vi illumini, preparando adeguatamente e con largo anticipo il materiale e le informazioni sui diversi candidati, superando ogni logica di partigianeria e di equilibri tra Ordini Religiosi di provenienza. Vi esorto – e vi ringrazio per l’impegno che porrete in questo – a far risplendere il volto della Chiesa, che Cristo si è acquistato con il suo Sangue, tenendo lontane divisioni e mormorazioni, che non fanno altro che scandalizzare i piccoli e disperdere il gregge a voi affidato. Su questo mi fermo: state attenti al chiacchiericcio. Per favore, niente. Se uno ha una cosa da dire all’altro, la dica in faccia, con carità, ma in faccia. Come uomini. La può dire in faccia da solo, la può dire in faccia davanti agli altri: correzione fraterna. Ma mai sparlare dell’altro con un altro, questo non si fa. Questo è un tarlo che distrugge la Chiesa. Siamo coraggiosi. Guardiamo come Paolo ha detto in faccia a Giacomo tante cose. Anche a Pietro. E poi si fa l’unità, la vera unità, tra uomini. Mandate via ogni sorta di chiacchiericcio, per favore. E poi il popolo si scandalizza: guarda i preti, guarda i vescovi, si spellano tra loro! Mi raccomando: quello che dovete dirvi, in faccia, sempre.

    Benedico di cuore ciascuno di voi e i vostri lavori sinodali. La Vergine Santa, Madre della Chiesa, vi accompagni. E vi chiedo la carità di pregare per me. Ne ho bisogno. Grazie!

    [00972-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    [B0472-XX.02]


    Fonte: https://press.vatican.va/content/sal...472/00972.html
    Cantate al Signore un canto nuovo perchè ha compiuto meraviglie! (Salmo 97)

  2. #152
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    PAPA FRANCESCO

    UDIENZA GENERALE

    Piazza San Pietro
    Mercoledì, 22 giugno 2022


    Catechesi sulla Vecchiaia: 15. Pietro e Giovanni

    Cari fratelli e sorelle, benvenuti e buongiorno!

    Nel nostro percorso di catechesi sulla vecchiaia, oggi meditiamo sul dialogo tra Gesù risorto e Pietro al termine del Vangelo di Giovanni (21,15-23). È un dialogo commovente, da cui traspare tutto l’amore di Gesù per i suoi discepoli, e anche la sublime umanità del suo rapporto con loro, in particolare con Pietro: un rapporto tenero, ma non melenso, diretto, forte, libero, aperto. Un rapporto da uomini e nella verità. Così, il Vangelo di Giovanni, così spirituale, così alto, si chiude con una struggente richiesta e offerta d’amore tra Gesù e Pietro, che si intreccia, con tutta naturalezza, con una discussione tra di loro. L’Evangelista ci avverte: egli rende testimonianza alla verità dei fatti (cfr Gv 21,24). Ed è in essi che va cercata la verità.

    Possiamo chiederci: siamo capaci noi di custodire il tenore di questo rapporto di Gesù con i discepoli, secondo quel suo stile così aperto, così franco, così diretto, così umanamente reale? Com’è il nostro rapporto con Gesù? È così, come quello degli apostoli con Lui? Non siamo, invece, molto spesso tentati di chiudere la testimonianza del Vangelo nel bozzolo di una rivelazione “zuccherosa”, alla quale aggiungere la nostra venerazione di circostanza? Questo atteggiamento, che sembra rispetto, in realtà ci allontana dal vero Gesù, e diventa persino occasione per un cammino di fede molto astratto, molto autoreferenziale, molto mondano, che non è la strada di Gesù. Gesù è il Verbo di Dio fatto uomo, e Lui si comporta come uomo, Lui ci parla come uomo, Dio-uomo. Con questa tenerezza, con questa amicizia, con questa vicinanza. Gesù non è come quell’immagine zuccherosa delle immaginette, no: Gesù è alla mano nostra, è vicino a noi.

    Nel corso della discussione di Gesù con Pietro, troviamo due passaggi che riguardano precisamente la vecchiaia e la durata del tempo: il tempo della testimonianza, il tempo della vita. Il primo passo è l’avvertimento di Gesù a Pietro: quando eri giovane eri autosufficiente, quando sarai vecchio non sarai più così padrone di te e della tua vita. Dillo a me che devo andare in carrozzina, eh! Ma è così, la vita è così: con la vecchiaia ti vengono tutte queste malattie e dobbiamo accettarle come vengono, no? Non abbiamo la forza dei giovani! E anche la tua testimonianza – dice Gesù – si accompagnerà a questa debolezza. Tu devi essere testimone di Gesù anche nella debolezza, nella malattia e nella morte. C’è un passo bello di Sant’Ignazio di Loyola che dice: “Così come nella vita, anche nella morte dobbiamo dare testimonianza di discepoli di Gesù”. Il fine vita dev’essere un fine vita di discepoli: di discepoli di Gesù, perché il Signore ci parla sempre secondo l’età che abbiamo. L’Evangelista aggiunge il suo commento, spiegando che Gesù alludeva alla testimonianza estrema, quella del martirio e della morte. Ma possiamo ben intendere più in generale il senso di questo ammonimento: la tua sequela dovrà imparare a lasciarsi istruire e plasmare dalla tua fragilità, dalla tua impotenza, dalla tua dipendenza da altri, persino nel vestirsi, nel camminare. Ma tu «seguimi» (v. 19). La sequela di Gesù va sempre avanti, con buona salute, con non buona salute, con autosufficienza e con non autosufficienza fisica, ma la sequela di Gesù è importante: seguire Gesù sempre, a piedi, di corsa, lentamente, in carrozzina, ma seguirlo sempre. La sapienza della sequela deve trovare la strada per rimanere nella sua professione di fede – così risponde Pietro: «Signore, tu lo sai che ti voglio bene» (vv. 15.16.17) –, anche nelle condizioni limitate della debolezza e della vecchiaia. A me piace parlare con gli anziani guardandoli negli occhi: hanno quegli occhi brillanti, quegli occhi che ti parlano più delle parole, la testimonianza di una vita. E questo è bello, dobbiamo conservarlo fino alla fine. Seguire Gesù così, pieni di vita.

    Questo colloquio tra Gesù e Pietro contiene un insegnamento prezioso per tutti i discepoli, per tutti noi credenti. E anche per tutti gli anziani. Imparare dalla nostra fragilità ad esprimere la coerenza della nostra testimonianza di vita nelle condizioni di una vita largamente affidata ad altri, largamente dipendente dall’iniziativa di altri. Con la malattia, con la vecchiaia la dipendenza cresce e non siamo più autosufficienti come prima; cresce la dipendenza dagli altri e anche lì matura la fede, anche lì c’è Gesù con noi, anche lì sgorga quella ricchezza della fede ben vissuta durante la strada della vita.

    Ma di nuovo dobbiamo interrogarci: disponiamo di una spiritualità realmente capace di interpretare la stagione – ormai lunga e diffusa – di questo tempo della nostra debolezza affidata ad altri, più che alla potenza della nostra autonomia? Come si rimane fedeli alla sequela vissuta, all’amore promesso, alla giustizia cercata nel tempo della nostra capacità di iniziativa, nel tempo della fragilità, nel tempo della dipendenza, del congedo, nel tempo di allontanarsi dal protagonismo della nostra vita? Non è facile allontanarsi dall’essere protagonista, non è facile.

    Questo nuovo tempo è anche un tempo della prova, certamente. Incominciando dalla tentazione – molto umana, indubbiamente, ma anche molto insidiosa –, di conservare il nostro protagonismo. E alle volte il protagonista deve diminuire, deve abbassarsi, accettare che la vecchiaia ti abbassa come protagonista. Ma avrai un altro modo di esprimerti, un altro modo di partecipare nella famiglia, nella società, nel gruppo degli amici. Ed è la curiosità che viene a Pietro: “E lui?”, dice Pietro, vedendo il discepolo amato che li seguiva (cfr vv. 20-21). Ficcare il naso nella vita degli altri. E no: Gesù dice: “Stai zitto!”. Deve proprio stare nella “mia” sequela? Deve forse occupare il “mio” spazio? Sarà il mio successore? Sono domande che non servono, che non aiutano. Deve durare più di me e prendersi il mio posto? E la risposta di Gesù è franca e persino ruvida: «A te che importa? Tu seguimi» (v. 22), Come a dire: prenditi cura della tua vita, della tua situazione attuale e non ficcare il naso nella vita altrui. Tu seguimi. Questo sì, è importante: la sequela di Gesù, seguire Gesù nella vita e nella morte, nella salute e nella malattia, nella vita quando è prospera con tanti successi e nella vita anche difficile con tanti momenti brutti di caduta. E quando noi vogliamo metterci nella vita degli altri, Gesù risponde: “A te che importa? Tu seguimi”. Bellissimo. Noi anziani non dovremmo essere invidiosi dei giovani che prendono la loro strada, che occupano il nostro posto, che durano più di noi. L’onore della nostra fedeltà all’amore giurato, la fedeltà alla sequela della fede che abbiamo creduto, anche nelle condizioni che ci avvicinano al congedo della vita, sono il nostro titolo di ammirazione per le generazioni che vengono e di grato riconoscimento da parte del Signore. Imparare a congedarsi: questa è la saggezza degli anziani. Ma congedarsi bene, con il sorriso; imparare a congedarsi in società, a congedarsi con gli altri. La vita dell’anziano è un congedo, lento, lento, ma un congedo gioioso: ho vissuto la vita, ho conservato la mia fede. Questo è bello, quando un anziano può dire questo: “Ho vissuto la vita, questa è la mia famiglia; ho vissuto la vita, sono stato un peccatore ma anche ho fatto del bene”. E questa pace che viene, questo è il congedo dell’anziano.

    Persino la sequela forzatamente inoperosa, fatta di emozionata contemplazione e di ascolto rapito della parola del Signore – come quella di Maria, sorella di Lazzaro – diventerà la parte migliore della loro vita, della vita di noi anziani. Che mai questa parte ci sarà più tolta, mai (cfr Lc 10,42). Guardiamo gli anziani, guardiamoli, e aiutiamoli affinché possano vivere ed esprimere la loro saggezza di vita, che possano darci quello che hanno di bello e di buono. Guardiamoli, ascoltiamoli. E noi anziani, guardiamo i giovani sempre con un sorriso: loro seguiranno la strada, loro porteranno avanti quello che abbiamo seminato, anche quello che noi non abbiamo seminato perché non abbiamo avuto il coraggio o l’opportunità: loro lo porteranno avanti. Ma sempre questo rapporto di reciprocità: un anziano non può essere felice senza guardare i giovani e i giovani non possono andare avanti nella vita senza guardare gli anziani. Grazie.

    _____________________________________

    Saluti

    Je suis heureux de saluer les pèlerins des pays francophones, spécialement le groupe de la Pastorale des Jeunes et des vocations en Savoie, ainsi que la paroisse Sainte-Marie et Sainte-Colombe de Bâle. En cette semaine où se déroule la 10ème Rencontre Mondiale des Familles sur le thème L’amour familial : vocation et chemin de sainteté, prions pour que les personnes âgées puissent transmettre aux jeunes les valeurs d’une vie familiale heureuse et enracinée en Dieu, telles que la fidélité, l’amour et la vérité. A vous tous, ma Bénédiction !

    [Sono lieto di salutare i pellegrini dei paesi francofoni, in particolare il gruppo di pastorale giovanile e vocazionale in Savoia, nonché la parrocchia di Santa Maria e Santa Colomba in Bale. In questa settimana in cui si svolge il 10° Incontro Mondiale delle Famiglie sul tema L’amore familiare: vocazione e via di santità, preghiamo affinché gli anziani possano trasmettere ai giovani i valori di una vita familiare felice e radicata in Dio, come la fedeltà, l'amore e la verità. A tutti di voi, la mia Benedizione!]

    I greet the English-speaking pilgrims and visitors taking part in today’s Audience, especially those from Malta and the United States of America. I offer a special greeting to the many student groups present. Upon all of you, and upon your families, I invoke the joy and peace of our Lord Jesus Christ. God bless you!

    [Saluto i pellegrini di lingua inglese presenti all’odierna Udienza, specialmente quelli provenienti da Malta e Stati Uniti d’America. Rivolgo un saluto particolare ai numerosi gruppi di giovani studenti. Su voi e sulle vostre famiglie invoco la gioia e la pace del Signore nostro Gesù Cristo. Il Signore vi benedica!]

    Von Herzen grüße ich die Gläubigen deutscher Sprache. Das Herz-Jesu-Fest, das wir am Freitag begehen, erinnert an die unendliche Liebe, mit der Jesus den Vater und jeden Menschen liebt. Lasst uns so lieben, wie er uns geliebt hat!

    [Saluto con affetto i fedeli di lingua tedesca. La solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, che celebreremo venerdì, ci ricorda l’amore infinito con cui Gesù ama il Padre e tutti gli uomini. Cerchiamo di imparare ad amare come Lui ci ha amati!]

    Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española. Pidamos al Sagrado Corazón de Jesús y al Inmaculado Corazón de María que asemejen nuestros corazones a los suyos, y que, palpitando al mismo ritmo, sepamos vivir con fe y serena alegría cada etapa de nuestra vida. Que Dios los bendiga. Muchas gracias.

    As minhas cordiais boas-vindas a todos os peregrinos de língua portuguesa. De modo especial, saúdo os sacerdotes do patriarcado de Lisboa, acompanhados pelo Cardeal Manuel Clemente, e os peregrinos da diocese de Lorena (Brasil). Queridos irmãos e irmãs, não se cansem de estender as mãos ao Senhor e deixar-se guiar por Ele. Ele nos ensinará o seu estilo franco e livre no relacionamento com Ele e com os outros. Deus vos abençoe.

    [Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua portoghese. In modo speciale saluto i sacerdoti del patriarcato di Lisbona, con il Cardinale Manuel Clemente, e i pellegrini della diocesi di Lorena (Brasile). Cari fratelli e sorelle, non vi stancate di stendere le vostre mani verso il Signore e lasciatevi guidare da Lui. Vi insegnerà il suo stile franco e libero nel relazionarvi con Lui e con gli altri. Dio vi benedica.]

    […].

    [Saluto i fedeli di lingua araba. Venuta la vecchiaia e i capelli bianchi, Dio ci darà ancora vita e non lascerà che siamo sopraffatti dal male. Confidando in Lui, troveremo la forza per moltiplicare la lode e scopriremo che diventare vecchi non è solo il deterioramento naturale del corpo o lo scorrere ineluttabile del tempo, ma è il dono di una lunga vita. Il Signore vi benedica tutti e vi protegga sempre da ogni male!]

    […].

    [Saluto cordialmente i pellegrini Polacchi. Oggi inizia il X Incontro Mondiale delle Famiglie. Auguro a tutte le famiglie polacche che nell’amore reciproco ritrovino la loro stabilità e vocazione alla santità. Le affido alla Beata Vergine Maria, Regina della Polonia. In modo particolare prego per le famiglie che vivono qualche difficoltà, affinché ogni giorno sperimentino la presenza e la misericordia di Dio. Vi benedico di cuore.]

    _____________________________________

    APPELLO

    Nelle scorse ore, un terremoto ha provocato vittime e danni ingenti in Afghanistan. Esprimo la mia vicinanza ai feriti e a chi è stato colpito dal sisma e prego in particolare per quanti hanno perso la vita e per i loro familiari. Auspico che con l’aiuto di tutti, si possano alleviare le sofferenze della cara popolazione afghana.

    Esprimo altresì il mio dolore e sgomento per l’uccisione in Messico, l’altro ieri, di due religiosi gesuiti, fratelli miei, e di un laico. Quante uccisioni in Messico! Sono vicino con l’affetto e la preghiera alla comunità cattolica colpita da questa tragedia. Ancora una volta, ripeto che la violenza non risolve i problemi, ma accresce le inutili sofferenze.

    I bambini che erano con me nella papamobile erano bambini ucraini: non dimentichiamo l’Ucraina. Non perdiamo la memoria della sofferenza di quel popolo martoriato.

    * * *

    Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Saluto le parrocchie di Macerata, Maddaloni e Salerno; l’Accademia Militare di Modena e l’Accademia Ufficiali della Guardia di Finanza; brave Armi!

    Il mio pensiero va infine, come di consueto, agli anziani, agli ammalati, ai giovani e agli sposi novelli. La festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, venerdì prossimo, e la memoria del Cuore Immacolato di Maria, che la Chiesa si appresta a celebrare, ci richiamano l’esigenza di corrispondere all’amore misericordioso di Cristo e ci invitano ad affidarci con fiducia all’intercessione della Madre del Signore.

    A tutti voi la mia benedizione.


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede.
    Citazioni bibliche:
    La Sacra Bibbia, Conferenza Episcopale Italiana, Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, 2008).
    «Facciamo che la nostra vita sia una luce di Cristo;
    insieme porteremo la luce del Vangelo all’intera realtà» (Papa Francesco).



  3. #153
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI ALL'ASSEMBLEA PLENARIA DELLA RIUNIONE DELLE
    OPERE PER L'AIUTO ALLE CHIESE ORIENTALI (R.O.A.C.O.)


    Sala del Concistoro
    Giovedì, 23 giugno 2022


    Cari amici,

    sono lieto di accogliervi questa mattina, a conclusione dei lavori della vostra sessione plenaria. Saluto il Cardinale Sandri, il Cardinale Zenari insieme agli altri Rappresentanti Pontifici, i Superiori e gli Officiali del Dicastero e, attraverso di voi, tutti coloro che in ogni continente rendono possibile la vostra generosità.

    L’intuizione stessa della ROACO corrisponde al cammino sinodale che sta compiendo la Chiesa universale; l’iter di presentazione di un progetto di aiuto implica infatti il coinvolgimento di diversi attori: di chi lo presenta, dei professionisti incaricati di offrire il loro contributo, del Vescovo o Superiore religioso, delle Rappresentanze Pontificie, del Dicastero per le Chiese Orientali e di voi Agenzie, con tutti coloro che compongono i vostri Uffici. Ciascuno ha un ruolo ed è chiamato a dialogare con gli altri consultandosi, studiando, chiedendo e offrendo suggerimenti e spiegazioni, camminando insieme. Gli strumenti informatici che sono in corso di preparazione da parte dei vostri uffici renderanno più efficace il processo, ma è importante che siano a supporto dell’incontro e del confronto che avete maturato in questi anni, aiutando a sviluppare coralmente la sinfonia della carità.

    Quando un’orchestra suona un’opera importante, prima di iniziare deve accordare gli strumenti: solo così l’esecuzione sarà degna e rivelerà la bravura dei musicisti. Nell’allestire la sinfonia della carità, continuate a ricercare l’accordo e fuggite ogni tentazione di isolamento e chiusura in sé stessi e nei propri gruppi, per restare aperti ad accogliere quei fratelli e quelle sorelle cui lo Spirito ha suggerito di avviare esperienze di vicinanza e servizio alle Chiese Cattoliche Orientali, nella madrepatria come pure nei territori della cosiddetta diaspora. È importante, per accordarsi, sintonizzarsi nell’ascolto reciproco, che facilita il discernimento e porta a scelte condivise, veramente ecclesiali. Così avete fatto, ad esempio, con l’Assemblea dei Vescovi cattolici di Siria, nella Conferenza realizzata a Damasco a marzo e nella quale sono stati coinvolti attivamente tanti giovani. Nel deserto di povertà e scoraggiamento provocato dai dodici anni di guerra che hanno prostrato l’amata e martoriata Siria, avete potuto scoprire come Chiesa che le sorgenti per far tornare a fiorire le steppe e dare acqua agli assetati sgorgheranno solo se ciascuno saprà abbandonare una certa autoreferenzialità e porsi in ascolto degli altri per individuare le vere priorità. Certo, si tratta di gocce nell’oceano del bisogno, ma la goccia della Chiesa non può mancare, mentre si attende sempre che la Comunità internazionale e le autorità locali non spengano l’ultima fiammella di speranza per quel popolo tanto sofferente.

    Lo stile sinodale ha animato anche l’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente. A settembre ricorrerà il decimo anniversario dell’Esortazione Apostolica Ecclesia in Medio Oriente, promulgata dal mio predecessore Benedetto XVI durante il suo Viaggio in Libano. In dieci anni tante cose sono accadute: pensiamo alle tristi vicende che hanno coinvolto l’Iraq e la Siria, agli sconvolgimenti dello stesso Paese dei Cedri. Ci sono state anche alcune luci di speranza, come la firma ad Abu Dhabi del Documento sulla fratellanza umana. Sarà necessario verificare sul campo i frutti del Sinodo per il Medio Oriente; intanto occorre trovare strumenti aggiornati e modalità adatte per esprimere vicinanza alle Chiese della regione. È da auspicare, inoltre, che riprendano i lavori del tavolo di coordinamento sulla Siria e l’Iraq avviato alcuni anni fa, inserendo anche il Libano nella riflessione comune.

    Continuate, vi prego, a tenere dinanzi agli occhi l’icona del buon Samaritano: lo avete fatto e so che continuerete a farlo anche per il dramma causato dal conflitto che dal Tigray ha nuovamente ferito l’Etiopia e in parte la vicina Eritrea, e soprattutto per l’amata e martoriata Ucraina. Là si è tornati al dramma di Caino e Abele; è stata scatenata una violenza che distrugge la vita, una violenza luciferina, diabolica, alla quale noi credenti siamo chiamati a reagire con la forza della preghiera, con l’aiuto concreto della carità, con ogni mezzo cristiano perché le armi lascino il posto ai negoziati. Vorrei ringraziarvi per aver contribuito a portare la carezza della Chiesa e del Papa in Ucraina e nei Paesi ove sono stati accolti i rifugiati. Nella fede sappiamo che le alture della superbia e dell’idolatria umane saranno abbassate, e colmate le valli della desolazione e delle lacrime, ma vorremmo anche che si compia presto la profezia di pace di Isaia: che un popolo non alzi più la mano contro un altro popolo, che le spade diventino aratri e le lance falci (cfr Is 2,4). Invece, tutto sembra andare nella direzione opposta: il cibo diminuisce e il fragore delle armi aumenta. È lo schema cainico che regge oggi la storia. Non smettiamo perciò di pregare, di digiunare, di soccorrere, di lavorare perché i sentieri della pace trovino spazio nella giungla dei conflitti.

    Vi benedico di cuore, grato per tutto quello che fate. Per favore, non dimenticatevi di pregare anche per me. Grazie.


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede).
    «Facciamo che la nostra vita sia una luce di Cristo;
    insieme porteremo la luce del Vangelo all’intera realtà» (Papa Francesco).



  4. #154
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI ALL'INCONTRO PROMOSSO DALLA
    PONTIFICIA ACCADEMIA MARIANA INTERNAZIONALE,
    IN OCCASIONE DEL TRENTENNALE DELL'ISTITUZIONE DELLA
    DIREZIONE INVESTIGATIVA ANTIMAFIA (DIA)


    Sala Clementina
    Giovedì, 23 giugno 2022


    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Sono lieto di incontrarvi quest’oggi e di condividere, insieme a tutti coloro che fanno parte delle Istituzioni che rappresentate e alle vostre famiglie, il trentennale della vostra opera a servizio della gente. Ringrazio per le sue parole il Presidente della Pontificia Academia Mariana Internationalis. La convivenza fraterna e l’amicizia sociale sono possibili là dove ci sono “case” che attuano il “patto tra le generazioni” conservando sinodalmente le “sane radici” di chi ha creduto e crede nella bellezza dello stare insieme che si sviluppa nel dialogo, nella gentilezza e nel sostegno alla giustizia per tutti. Grazie a queste “case” è possibile costruire come una grande famiglia aperta al bene comune, all’altezza della diffusione di una cultura della legalità, del rispetto e della sicurezza delle persone e anche dell’ambiente.

    Tutti voi siete attivamente impegnati nell’edificazione di queste “case”: esse fanno da anticorpi miti e forti nei confronti degli interessi di parte, della corruzione, dell’avidità, della violenza, che sono il DNA delle organizzazioni mafiose e criminali. Le mafie vincono quando la paura si impadronisce della vita, ragion per cui si impadroniscono della mente e del cuore, spogliando dall’interno le persone della loro dignità e della loro libertà. Voi che siete qui, vi adoperate affinché la paura non possa vincere: siete quindi un sostegno al cambiamento, uno spiraglio di luce in mezzo alle tenebre, una testimonianza di libertà. Vi incoraggio a proseguire in tale cammino: siate forti e portate speranza, soprattutto tra i più deboli.

    Quando vengono a mancare la sicurezza e la legalità, i primi a essere danneggiati sono infatti i più fragili e tutti coloro che in vario modo possono dirsi “ultimi”. Tutti costoro sono i moderni schiavi su cui le economie mafiose si costruiscono; sono gli scarti di cui hanno bisogno per inquinare la vita sociale e lo stesso ambiente. Vi esorto quindi a farvi prossimo a tutte queste persone, vittime della prepotenza, cercando di prevenire e di contrastare il crimine. È importante anche opporre resistenza al colonialismo culturale mafioso, mediante la ricerca, lo studio e le attività formative, volte ad attestare che il progresso civile, sociale e ambientale scaturiscono non dalla corruzione e dal privilegio, ma piuttosto dalla giustizia, dalla libertà, dall’onestà e dalla solidarietà. Inoltre, il pensiero mafioso entra come facendo una colonizzazione culturale, al punto che diventare mafioso è parte della cultura, è come la strada che si deve fare. No! Questo non va. Questa è una strada di schiavitù. Il vostro lavoro è tanto grande per evitare questo: grazie!

    Il vostro lavoro, delicato e rischioso, merita di essere apprezzato e sostenuto. Da parte mia, vi incoraggio a proseguire con entusiasmo, nonostante la presenza nel tessuto sociale – e anche ecclesiale – di qualche zona d’ombra in cui si fatica a percepire la chiara presa di distanza da vecchi modi di agire, errati e perfino immorali. È necessario che tutti, ad ogni livello imbocchino decisamente la strada della giustizia e dell’onestà. E laddove ci sono state connivenze e opacità, occorre studiarne le cause, lasciando il giusto spazio ad una salutare “vergogna”, senza la quale il cambiamento non è possibile e la collaborazione reciproca per il bene comune rimane una chimera.

    Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio dunque per ciò che siete e per quello che fate. Non stancatevi di porvi accanto alla gente con tenerezza e compassione; fatevi sempre più promotori di questo amore per il popolo, per la sua vita e per il suo futuro, che rappresenta la sintesi dei vostri stessi ideali, sapendo che questo amore è in grado di generare relazioni nuove e di dare vita a un ordine più giusto attraverso “case” e “famiglie” vivificate dal fermento dell’uguaglianza, della giustizia e della fraternità.

    Vi affido alla materna protezione di Maria, la Madre di Gesù, donna di fede e di speranza. Sia Lei a guidarvi in questa significativa missione, affinché possiate testimoniare con gioia il Vangelo della vita. Accompagno tutti voi con la mia preghiera e la Benedizione che di cuore invoco su di voi e sulle vostre famiglie, e vi chiedo di pregare per me. Grazie.


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  5. #155
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI MEMBRI DELLA COMMISSIONE MISTA INTERNAZIONALE PER IL
    DIALOGO TEOLOGICO TRA LA CHIESA CATTOLICA
    E LE CHIESE ORTODOSSE ORIENTALI


    Giovedì, 23 giugno 2022


    Cari fratelli!

    «Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!». Anch’io, con le parole dell’Apostolo Paolo, «rendo grazie continuamente al mio Dio per voi» (1 Cor 1,3-4). Grazie per la vostra presenza, cari membri della Commissione per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali, grazie per il vostro prezioso lavoro: sono lieto di rivedervi a tre anni di distanza dal nostro ultimo incontro. E sono riconoscente a Sua Grazia il Vescovo Kyrillos per le cordiali parole che mi ha rivolto.

    State per concludere un importante studio sui Sacramenti, un documento che dimostra l’esistenza di un ampio consenso e che, con l’aiuto di Dio, potrà segnare un nuovo passo in avanti verso la piena comunione. Tale tematica mi ispira tre brevi spunti che vorrei condividere con voi.

    Primo: l’ecumenismo è essenzialmente battesimale. È nel Battesimo che si trova il fondamento della comunione tra i cristiani e l’anelito verso la piena unità visibile. È grazie a questo Sacramento che possiamo affermare con l’Apostolo Paolo: «Noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo» (1 Cor 12,13). In un solo corpo: progredire verso il mutuo riconoscimento di questo Sacramento basilare mi sembra essenziale per giungere a confessare insieme all’Apostolo «un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,5).

    In secondo luogo, l’ecumenismo ha sempre un carattere pastorale. Tra le nostre Chiese che condividono la successione apostolica, l’ampio consenso rilevato dalla vostra Commissione non solo sul Battesimo, ma anche sugli altri Sacramenti, dovrebbe incoraggiarci ad approfondire un ecumenismo pastorale. In questo senso, anche senza essere in piena comunione, sono già stati firmati accordi pastorali con alcune Chiese ortodosse orientali, che permettono ai fedeli di «partecipare ai mezzi della grazia» (Unitatis redintegratio, 8). Penso, in particolare, alla Dichiarazione congiunta firmata nel 1984 da Papa Giovanni Paolo II e dal Patriarca Mar Ignatius Zakka I Iwas della Chiesa siro-ortodossa d’Antiochia, che in determinate circostanze autorizza i fedeli a ricevere i sacramenti della Penitenza, dell’Eucaristia e dell’Unzione degli infermi nell’una o nell’altra comunità. Penso anche all’accordo sui matrimoni misti concluso nel 1994 tra la Chiesa cattolica e la Chiesa siro-ortodossa malankarese. Tutto ciò è stato possibile guardando alla realtà concreta dei membri del Popolo di Dio e al loro bene, superiore alle idee e alle divergenze storiche: guardando all’importanza che nessuno sia lasciato privo dei mezzi della Grazia. Ora, sulla base del consenso teologico rilevato dalla vostra Commissione, non sarebbe possibile estendere e moltiplicare tali accordi pastorali, soprattutto in contesti in cui i nostri fedeli si trovano in situazione di minoranza e di diaspora? È una sfida, questa domanda, è una sfida. Possa lo Spirito Santo ispirarci i modi per andare avanti su questo cammino, che guarda il bene delle persone, il bene delle anime, il bene del popolo di Dio, nostro, tutto, e non distinzioni morali o teologiche o ideologiche. Il bene, la gente, è lì. Gesù Cristo si è incarnato, si è fatto uomo, membro del popolo fedele di Dio. Non si è fatto idea, no, si è fatto uomo. E noi dobbiamo cercare sempre il bene degli uomini e del popolo fedele di Dio.

    A partire da questo un terzo spunto: l’ecumenismo esiste già come realtà anzitutto locale. Molti fedeli – penso soprattutto a quelli in Medio Oriente ma anche a quanti sono emigrati in Occidente – vivono già l’ecumenismo della vita nella quotidianità delle loro famiglie, del lavoro, delle frequentazioni di ogni giorno. E sperimentano spesso insieme l’ecumenismo della sofferenza, nella comune testimonianza al nome di Cristo talvolta pure a costo della vita. L’ecumenismo teologico dovrebbe dunque riflettere non solo sulle differenze dogmatiche sorte nel passato, ma anche sull’esperienza attuale dei nostri fedeli. In altre parole, il dialogo sulla dottrina potrebbe adeguarsi teologicamente al dialogo della vita che si sviluppa nelle relazioni locali e quotidiane delle nostre Chiese, le quali costituiscono un vero e proprio luogo teologico. Per me questo conta per promuovere un pensiero. A questo proposito, per accrescere una maggiore conoscenza fraterna, mi rallegro della vostra iniziativa volta a promuovere visite di studio di giovani sacerdoti e monaci di ciascuna Chiesa. Tre settimane fa ho avuto la gioia di ricevere una delegazione giunta a Roma, su invito del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, per incontrare la Chiesa cattolica. Questa è la via, incontrarsi fraternamente per ascoltarsi, condividere e camminare insieme. È l’ecumenismo del camminare insieme, che si fa camminando, non solo con le idee, si fa camminando. Ed è bello coinvolgere nell’avvicinamento delle nostre Chiese le giovani generazioni, attive nella comunità locali, perché il dialogo sulla dottrina proceda insieme al dialogo della vita.

    Dimensioni battesimale, pastorale e locale: tre prospettive ecumeniche che mi sembrano importanti nel cammino verso la piena comunione. Cari fratelli, vi rinnovo la gratitudine per la vostra visita e, attraverso di voi, vorrei estendere il saluto ai miei venerabili e cari Fratelli Capi delle Chiese ortodosse orientali. La prossima fase del vostro dialogo si concentrerà sulla Vergine Maria nell’insegnamento e nella vita della Chiesa. Già da ora affidiamo il vostro lavoro all’intercessione della Madre di Dio. Se siete d’accordo, possiamo invocarla recitando insieme le parole di questa antica preghiera: “Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta”.

    Grazie tante, e preghiamo gli uni per gli altri.


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    (Fonte, dal sito della Santa Sede).
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  6. #156
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    Le parole del Papa alla recita dell’Angelus, 26.06.2022

    [B0493]

    Alle ore 12 di oggi, il Santo Padre Francesco si è affacciato alla finestra dello studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli e i pellegrini riuniti in Piazza San Pietro.
    Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:


    Prima dell’Angelus

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Il Vangelo della Liturgia di questa Domenica ci parla di una svolta. Dice così: «Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (Lc 9,51). Così inizia il “grande viaggio” verso la città santa, che richiede una speciale decisione perché è l’ultimo. I discepoli, pieni di entusiasmo ancora troppo mondano, sognano che il Maestro vada incontro al trionfo; Gesù invece sa che a Gerusalemme lo attendono il rifiuto e la morte (cfr Lc 9,22.43b-45); sa che dovrà soffrire molto; e ciò esige una ferma decisione. Così Gesù va con passo deciso verso Gerusalemme. È la stessa decisione che noi dobbiamo prendere, se vogliamo essere discepoli di Gesù. In che cosa consiste questa decisione? Perché noi dobbiamo essere discepoli di Gesù sul serio, con vera decisione, non – come diceva una vecchietta che ho conosciuto – “cristiani all’acqua di rose”. No! Cristiani decisi. E ci aiuta a capirlo l’episodio che l’Evangelista Luca racconta subito dopo.

    Mentre erano in cammino, un villaggio di Samaritani, avendo saputo che Gesù era diretto a Gerusalemme – che era la città avversaria –, non lo accoglie. Gli apostoli Giacomo e Giovanni, sdegnati, suggeriscono a Gesù di punire quella gente facendo scendere un fuoco dal cielo. Gesù non soltanto non accetta la proposta, ma rimprovera i due fratelli. Essi vogliono coinvolgerlo nel loro desiderio di vendetta e Lui non ci sta (cfr vv. 52-55). Il “fuoco” che Lui è venuto a portare sulla terra è un altro, (cfr Lc 12,49) è l’Amore misericordioso del Padre. E per far crescere questo fuoco ci vuole pazienza, ci vuole costanza, ci vuole spirito penitenziale.

    Giacomo e Giovanni invece si lasciano prendere dall’ira. E questo capita anche a noi, quando, pur facendo del bene, magari con sacrificio, anziché accoglienza troviamo una porta chiusa. Viene allora la rabbia: tentiamo perfino di coinvolgere Dio stesso, minacciando castighi celesti. Gesù invece percorre un’altra via, non la via della rabbia, ma quella della ferma decisione di andare avanti, che, lungi dal tradursi in durezza, implica calma, pazienza, longanimità, senza tuttavia minimamente allentare l’impegno nel fare il bene. Questo modo di essere non denota debolezza ma, al contrario, una grande forza interiore. Lasciarsi prendere dalla rabbia nelle contrarietà è facile, è istintivo. Ciò che è difficile invece è dominarsi, facendo come Gesù che – dice il Vangelo – si mise «in cammino verso un altro villaggio» (v. 56). Questo vuol dire che, quando troviamo delle chiusure, dobbiamo volgerci a fare il bene altrove, senza recriminazioni. Così Gesù ci aiuta a essere persone serene, contente del bene compiuto e che non cercano le approvazioni umane.

    Adesso domandiamoci: noi a che punto siamo? A che punto siamo noi? Davanti alle contrarietà, alle incomprensioni, ci rivolgiamo al Signore, gli chiediamo la sua fermezza nel fare il bene? Oppure cerchiamo conferme negli applausi, finendo per essere aspri e rancorosi quando non li sentiamo? Quante volte, più o meno consapevolmente, cerchiamo gli applausi, l’approvazione altrui? Facciamo quella cosa per gli applausi? No, non va. Dobbiamo fare il bene per il servizio e non cercare gli applausi. A volte pensiamo che il nostro fervore sia dovuto al senso di giustizia per una buona causa, ma in realtà il più delle volte non è altro che orgoglio, unito a debolezza, suscettibilità e impazienza. Chiediamo allora a Gesù la forza di essere come Lui, di seguirlo con ferma decisione in questa strada di servizio. Di non essere vendicativi, di non essere intolleranti quando si presentano difficoltà, quando ci spendiamo per il bene e gli altri non lo capiscono, anzi, quando ci squalificano. No, silenzio e avanti.

    La Vergine Maria ci aiuti a fare nostra la ferma decisione di Gesù di rimanere nell’amore fino in fondo.

    [01013-IT.02] [Testo originale: Italiano]

    Dopo l’Angelus

    Cari fratelli e sorelle!

    Seguo con preoccupazione quanto sta accadendo in Ecuador. Sono vicino a quel popolo e incoraggio tutte le parti ad abbandonare la violenza e le posizioni estreme. Impariamo: solo con il dialogo si potrà trovare, spero presto, la pace sociale, con particolare attenzione alle popolazioni emarginate e ai più poveri, ma sempre rispettando i diritti di tutti e le istituzioni del Paese.

    Desidero esprimere la mia vicinanza ai familiari e alle consorelle di Suor Luisa Dell’Orto, Piccola sorella del Vangelo di Charles de Foucauld, uccisa ieri a Port-au-Prince, capitale di Haiti. Da vent’anni suor Luisa viveva là, dedita soprattutto al servizio dei bambini di strada. Affido a Dio la sua anima e prego per il popolo haitiano, specialmente per i piccoli, perché possano avere un futuro più sereno, senza miseria e senza violenza. Suor Luisa ha fatto della sua vita un dono per gli altri fino al martirio.

    Saluto tutti voi, romani e pellegrini dell’Italia e di tanti Paesi. Vedo bandiera argentina, miei connazionali, vi saluto tanto! In particolare, saluto i fedeli provenienti da Lisbona, gli studenti dell’Istituto Notre-Dame de Sainte-Croix di Neuilly, in Francia, e quelli di Telfs, in Austria. Saluto la Corale polifonica di Riesi, il gruppo di genitori di Rovigo e la comunità pastorale Beato Serafino Morazzone di Maggianico. Vedo che ci sono bandiere dell’Ucraina. Lì, in Ucraina, continuano i bombardamenti, che causano morti, distruzione e sofferenze per la popolazione. Per favore, non dimentichiamo questo popolo afflitto dalla guerra. Non dimentichiamolo nel cuore e con le nostre preghiere.

    Vi auguro una buona domenica. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci.

    [01013-IT.01] [Testo originale: Italiano]

    [B0493-XX.02]

    Fonte: https://press.vatican.va/content/sal...493/01013.html
    Ultima modifica di Verbum Domini; 26-06-2022 alle 12:22
    Cantate al Signore un canto nuovo perchè ha compiuto meraviglie! (Salmo 97)

  7. #157
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    DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    ALLE COMUNITÀ NEOCATECUMENALI


    Aula Paolo VI
    Lunedì, 27 giugno 2022


    Abbiamo sentito la missione di Gesù: “Andate, date testimonianza, predicate il Vangelo”. E da quel giorno gli apostoli, i discepoli, la gente tutta è andata avanti con la stessa forza di quello che Gesù aveva dato loro: è la forza che viene dallo Spirito. “Andate e predicate… Battezzate…”.

    Ma sappiamo che, una volta che abbiamo battezzato, la comunità che nasce da quel Battesimo è libera, è una nuova Chiesa; e noi dobbiamo lasciarla crescere, aiutarla a crescere con le proprie modalità, con la propria cultura… È questa la storia dell’evangelizzazione. Tutti uguali in quanto alla fede: credo in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, il Figlio che si è incarnato, è morto e risorto per noi, lo Spirito che ci aiuta e ci fa crescere: la stessa fede. Ma tutti con la modalità della propria cultura o della cultura del posto dove è stata predicata la fede.

    E questo lavoro, questa ricchezza pluriculturale del Vangelo, che nasce dalla predicazione di Gesù Cristo e si fa cultura, è un po’ la storia della Chiesa: tante culture ma lo stesso Vangelo. Tanti popoli, lo stesso Gesù Cristo. Tante buone volontà, lo stesso Spirito. E a questo siamo chiamati: andare avanti con la forza dello Spirito, portando il Vangelo nel cuore e nelle mani. Il Vangelo di Gesù Cristo, non il mio: è di Gesù Cristo, che si adegua alle diverse culture, ma è lo stesso. La fede cresce, la fede si incultura, ma la fede è sempre la stessa.

    Questo spirito missionario, cioè di lasciarsi inviare, è un’ispirazione per tutti voi. Vi ringrazio di questo, e vi chiedo docilità allo Spirito che vi invia, docilità e obbedienza a Gesù Cristo nella sua Chiesa. Tutto nella Chiesa, niente fuori dalla Chiesa. Questa è la spiritualità che deve accompagnarci sempre: predicare Gesù Cristo con la forza dello Spirito nella Chiesa e con la Chiesa. E quello che è il capo – diciamo – delle diverse Chiese è il vescovo: sempre andare avanti con il vescovo, sempre. È lui il capo della Chiesa, in questo Paese, in questo Stato…

    Andate avanti. Coraggio! Grazie della vostra generosità. Non dimenticatevi dello sguardo di Gesù, che ha inviato ognuno di voi a predicare e a obbedire alla Chiesa. Grazie tante!


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  8. #158
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    VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    IN OCCASIONE DELL'INAUGURAZIONE DELLA
    "PASSEGGIATA STORICO CULTURALE NEGRO MANUEL"
    AL SANTUARIO DELLA VERGINE DI LUJÁN


    Desidero esservi vicino, accompagnando il Movimiento Misioneros de Francisco che in questo momento inaugura e benedice il Paseo Histórico Cultural de la Virgen de Luján.

    Il nostro anelito è accompagnare in questo luogo la memoria e la devozione della Virgen de Luján, accompagnare la pazienza del “Nero Manuel”. Una passeggiata nella storia e nella vita del “Nero Manuel”. Vi accompagno, vi benedico. Che la Vergine vi custodisca, che il “Nero Manuel” interceda per tutti voi. E avanti, con quella fede semplice, con quella fede che è la fede che abbiamo ricevuto dai nostri genitori, è la fede del nostro popolo. È la fede che cambia la storia.

    Che la Virgen de Luján vi custodisca, che il “Nero Manuel” vi indichi il cammino. Grazie.

    _____________________________

    L'Osservatore Romano, Anno CLXII n. 140, martedì 21 giugno 2022, p. 8.


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  9. #159
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    MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    IN OCCASIONE DELLA PRIMA RIUNIONE DEGLI STATI PARTE
    AL TRATTATO SULLA PROIBIZIONE DELLE ARMI NUCLEARI,
    LETTO DA S.E. MONS. PAUL R. GALLAGHER,
    SEGRETARIO PER I RAPPORTI CON GLI STATI
    E LE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI


    A Sua Eccellenza l’Ambasciatore
    Alexander Kmentt
    Presidente della Prima Riunione degli Stati Parte
    al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari


    Sono lieto di salutare lei e gli altri distinti partecipanti in occasione di questa Prima Riunione degli Stati Parte al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari.

    Nel mio messaggio alla conferenza diplomatica riunitasi cinque anni fa per negoziare questo Trattato, ho chiesto: «Perché porsi questo impegnativo e lungimirante obiettivo nell’attuale scenario internazionale caratterizzato da un clima instabile di conflittualità, che è sia causa che indicazione delle difficoltà che si riscontrano nel promuovere e rafforzare il processo di disarmo e di non proliferazione nucleari?» (Messaggio alla Conferenza dell’ONU finalizzata a negoziare uno strumento giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari, che conduca alla loro totale eliminazione, 23 marzo 2017).

    In questo particolare momento della storia in cui il mondo sembra essere a un crocevia, la coraggiosa visione di questo strumento giuridico, fortemente ispirato da argomentazioni etiche e morali, appare ancora più opportuno. Di fatto, questa riunione ha luogo in un momento che richiede inevitabilmente una maggiore riflessione sulla sicurezza e sulla pace. Nel contesto attuale, parlare di disarmo o sostenerlo può apparire paradossale a molti. Ciononostante, dobbiamo restare consapevoli dei pericoli di approcci miopi alla sicurezza nazionale e internazionale e ai rischi di proliferazione. Come tutti sappiamo bene, se non lo facciamo, il prezzo è inevitabilmente pagato da un numero di vite innocenti prese e misurato in termini di carneficina e di distruzione. Di conseguenza, rinnovo con enfasi il mio appello a far tacere tutte le armi e a eliminare le cause dei conflitti attraverso l’instancabile ricorso ai negoziati: «Chi fa la guerra dimentica l’umanità» (Dopo Angelus, 27 febbraio 2022).

    La pace è indivisibile, e per essere veramente equa e duratura, deve essere universale. È un modo di ragionare ingannevole e controproducente pensare che la sicurezza e la pace di alcuni siano disgiunte dalla sicurezza collettiva e la pace di altri. È anche una delle lezioni che la pandemia di Covid-19 ha tragicamente dimostrato. «La sicurezza del nostro stesso futuro dipende dal garantire la pacifica sicurezza degli altri, poiché se la pace, la sicurezza e la stabilità non vengono fondate sul piano globale, non saranno per nulla godute. Siamo responsabili individualmente e collettivamente del benessere sia presente che futuro dei nostri fratelli e sorelle» (Messaggio in occasione della conferenza sull’impatto umanitario delle armi nucleari, 7 dicembre 2014).

    La Santa Sede è certa che un mondo libero dalle armi nucleari è sia necessario sia possibile. In un sistema di sicurezza collettiva, non c’è posto per le armi nucleari e per altre armi di distruzione di massa. Di fatto, «Se si prendono in considerazione le principali minacce alla pace e alla sicurezza con le loro molteplici dimensioni in questo mondo multipolare del xxi secolo, come, ad esempio, il terrorismo, i conflitti asimmetrici, la sicurezza informatica, le problematiche ambientali, la povertà, non pochi dubbi emergono circa l’inadeguatezza della deterrenza nucleare a rispondere efficacemente a tali sfide. Siffatte preoccupazioni assumono ancor più consistenza quando consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari con devastanti effetti indiscriminati e incontrollabili nel tempo e nello spazio» (Messaggio alla Conferenza dell’ONU finalizzata a negoziare uno strumento giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari, che conduca alla loro totale eliminazione, 23 marzo 2017). E non possiamo neppure ignorare la precarietà derivante dalla semplice manutenzione di queste armi: il rischio di incidenti, involontari o meno, che potrebbero portare a scenari davvero preoccupanti.

    Le armi nucleari sono una responsabilità pesante e pericolosa. Rappresentano un “moltiplicatore di rischio” che fornisce solo un’illusione di una “sorta di pace”. Desidero riaffermare qui che l’uso di armi nucleari, come pure il loro mero possesso, è immorale. Cercare di difendere e di assicurare la stabilità e la pace attraverso un falso senso di sicurezza e un “equilibrio del terrore”, sostenuti da una mentalità di paura e di sfiducia, conduce inevitabilmente a rapporti avvelenati tra popoli e ostacola ogni possibile forma di vero dialogo. Il loro possesso conduce facilmente a minacce del loro uso, diventando una sorta di “ricatto” che dovrebbe essere aberrante per le coscienze dell’umanità.

    A tale proposito, «a meno che il processo di disarmo sia accurato e completo, e raggiunga l’animo stesso degli uomini, è impossibile fermare la corsa agli armamenti o ridurre gli armamenti o — ed è questa la cosa principale —, in definitiva, abolirli completamente. Ognuno deve cooperare sinceramente nello sforzo di bandire la paura e la trepida attesa della guerra dalle menti degli uomini» (Papa Giovanni XXIII, Pacem in terris).

    Per queste ragioni, è importante riconoscere il bisogno globale e pressante di responsabilità a diversi livelli. Tale responsabilità è condivisa da ognuno e comprende due livelli: in primo luogo, un livello pubblico, come Stati membri della stessa famiglia di nazioni. In secondo luogo, un livello personale, come individui e membri della stessa famiglia umana, e come persone di buona volontà. Qualunque sia il nostro ruolo o il nostro status, a ognuno di noi corrispondono vari livelli di responsabilità: come possiamo eventualmente immaginare di spingere il bottone per lanciare una bomba nucleare? Come possiamo, in buona coscienza, essere impegnati a modernizzare gli arsenali nucleari? È opportuno che questo Trattato riconosca anche che l’educazione alla pace può svolgere un ruolo importante, aiutando i giovani a prendere coscienze dei rischi e delle conseguenze delle armi nucleari per le generazioni presenti e future.

    I trattati di disarmo esistenti sono molto più di meri obblighi giuridici. Sono anche impegni morali basati sulla fiducia tra Stati e tra i loro rappresentanti, radicati nella fiducia che i cittadini ripongono nei loro governi, con conseguenze etiche per le attuali e future generazioni dell’umanità. Adesione a, e rispetto per, gli accordi di disarmo internazionali e il diritto internazionale non è una forma di debolezza. Al contrario, è una fonte di forza e di responsabilità in quanto accresce la fiducia e la stabilità. Inoltre, come nel caso di questo Trattato, fornisce cooperazione e assistenza internazionale alle vittime e anche all’ambiente: qui il mio pensiero va agli Hibakusha, i sopravvissuti al bombardamento di Hiroshima e di Nagasaki, e a tutte le vittime dei test delle armi nucleari.

    Concludendo, mentre ponete le basi per l’attuazione di questo Trattato, desidero incoraggiarvi, rappresentanti degli Stati, organizzazioni internazionali e società civile, a continuare lungo il cammino da voi scelto di promuovere una cultura di vita e pace basata sulla dignità della persona umana e sulla consapevolezza che siamo tutti fratelli e sorelle. Da parte sua, la Chiesa cattolica rimane irrevocabilmente impegnata a promuovere la pace tra i popoli e le nazioni e a incentivare l’educazione alla pace attraverso le sue istituzioni. Questo è un dovere al quale la Chiesa si sente vincolata dinanzi a Dio e a ogni uomo e donna nel nostro mondo. Possa il Signore benedire ognuno di voi e i vostri sforzi nel servizio della giustizia e della pace.

    Dal Vaticano, 21 giugno 2022.

    Francesco

    _____________________________

    L'Osservatore Romano, Anno CLXII n. 140, martedì 21 giugno 2022, p. 3.


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  10. #160
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    VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
    AI PARTECIPANTI AL GLOBAL YOUTH TOURISM SUMMIT
    (ORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL TURISMO)


    [SORRENTO, 27 GIUGNO - 3 LUGLIO 2022]


    Sono contento di salutarvi, cari ragazzi e ragazze che prendete parte al primo Incontro globale del turismo giovanile.

    Per quanti tra voi sono ancora studenti, il turismo coincide con il tempo delle vacanze scolastiche. Le esperienze che si possono fare in questo periodo rimarranno nella vostra memoria.

    Oltre allo svago e al riposo, so che alcuni di voi usano questo tempo per offrire volontariamente un aiuto in iniziative di solidarietà; altri si dedicano a piccoli lavori per dare una mano alla propria famiglia o per mantenersi negli studi; altri ancora si ritagliano giorni di silenzio e preghiera per stare con Dio e ricevere luce sul loro cammino.

    In ogni caso, vi incoraggio a usare bene e responsabilmente il tempo che avete a vostra disposizione: è così che si cresce e ci si prepara ad assumere compiti più impegnativi.

    Cari giovani, vi auguro di essere messaggeri di speranza e di rinascita per il futuro. Vi mando la mia benedizione e il mio saluto.


    Copyright © Dicastero per la Comunicazione - Libreria Editrice Vaticana


    (Fonte, dal sito della Santa Sede).
    «Facciamo che la nostra vita sia una luce di Cristo;
    insieme porteremo la luce del Vangelo all’intera realtà» (Papa Francesco).



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