Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Cronache della Diocesi di Crema - Anno 2022

  1. #11
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  2. #12
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    Agenda del Vescovo
    (fonti: sito diocesano; settimanale diocesano Il Nuovo Torrazzo)

    Sabato 1 gennaio
    Ore 18,30
    : presiede il Pontificale della solennità di Maria SS. Madre di Dio in Cattedrale.


    Giovedì 6 gennaio
    Ore 9,00
    : celebra la S. Messa presso la Casa Circondariale di Cremona.

    Ore 18,30: presiede il Pontificale dell'Epifania del Signore in Cattedrale.


    Sabato 8 gennaio
    Ore 7,30
    :Presiede la preghiera mensile per le vocazioni presso il Santuario della Beata Vergine della Pallavicina a Izano (ore 7,30: S. Rosario; ore 8,00: S. Messa).
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  3. #13
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    Maria SS.ma Madre di Dio – Giornata per la pace 2022

    Sabato 1 gennaio 2022 il vescovo Daniele ha presieduto in Cattedrale la S. Messa nella solennità di Maria Ss.ma Madre di Dio, nel primo giorno del nuovo anno civile, e nella ricorrenza della 55ª Giornata mondiale per la pace. Al termine della Messa, il vescovo ha consegnato alle Autorità presenti il Messaggio del S. Padre per la Giornata per la pace, intitolato Dialogo tra le generazioni, educazione e lavoro: tre strumenti per edificare una pace duratura. Riportiamo di seguito l’omelia del vescovo.


    È nel segno della benedizione, che vorrei contemplare con voi il dono di grazia che la liturgia ci fa mette davanti oggi, a otto giorni dal Natale, mentre prende il via un nuovo anno della società civile e, con tutta la Chiesa, celebriamo la 55ª Giornata mondiale per la pace.
    Questa parola della benedizione è suggerita in modo esplicito dalla prima lettura, tratta dal libro dei Numeri, che riporta la formula della benedizione affidata ai sacerdoti per il popolo di Israele; una formula diventata poi molto conosciuta pure in ambito cristiano, anche perché san Francesco d’Assisi l’ha fatta sua – scrivendo di suo pugno il testo latino della benedizione – per benedire il suo seguace, frate Leone, che stava vivendo un momento di particolare difficoltà spirituale.
    Vogliamo anzitutto accogliere la benedizione di Dio per noi, per la Chiesa e per il mondo. Pegno definitivo di questa benedizione è il suo Figlio, nato da Maria – lei che la Chiesa, oggi, venera in modo particolare con il titolo antichissimo, e molto impegnativo, di «Madre di Dio», perché Colui che da lei è nato, i cristiani lo riconoscono e confessano come Figlio di Dio e, come diremo anche tra poco nel Credo, «Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero».
    All’inizio della lettera agli Efesini, l’apostolo Paolo dice che «Dio ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale, nei cieli, in Cristo» (Ef 1,3): come a dire che Gesù Cristo, il Figlio nato da Maria, è la somma e la sintesi di tutte le benedizioni di Dio per noi; come a dire che ormai, dandoci il suo Figlio, colui che «nella pienezza dei tempi» Egli ci ha mandato, «nato da donna, nato sotto la legge» (cf. Gal 4,4), Dio ha confermato per sempre la sua benedizione per l’umanità e per il mondo intero.
    La benedizione di Dio è una parola efficace, che compie ciò che dice. La benedizione di Dio, che è Gesù Cristo, ci assicura che Dio ha detto e dice al mondo il suo sì, la sua parola di grazia e di salvezza; e questa parola è senza pentimento; il mondo sta definitivamente sotto la benedizione di Dio.

    Accogliere questa benedizione significa però anche diventarne strumento. Nella sua prima lettera, l’apostolo Pietro scrive così ai suoi cristiani: «Non rendete male per male né ingiuria per ingiuria, ma rispondete augurando il bene. A questo infatti siete stati chiamati da Dio per avere in eredità la sua benedizione» (1Pt 3,9). Si potrebbe anche tradurre: «Rispondete benedicendo», appunto perché non si tratta, neppure per noi, di benedire solo con le parole, ma di «diventare benedizione» gli uni per gli altri, diventare con la nostra stessa vita, e con i nostri comportamenti, segno e strumento di benedizione.

    Riprendo dal testo del libro dei Numeri tre sottolineature, che caratterizzano la benedizione di Dio e possono caratterizzare anche il nostro modo di essere segno e strumento di benedizione.

    1. Benedire qui è sinonimo di «custodire»: significa farsi carico dell’altro, preoccuparsene come ci si preoccupa di sé e delle proprie cose. Nel mistero del Natale, Maria e Giuseppe sono le figure della custodia: a loro Dio affida il proprio Figlio, ed essi lo custodiscono nelle azioni concrete, ma custodiscono anche – come ci suggerisce il vangelo – il mistero che è questo Figlio, anche in ciò che suscita stupore, meraviglia, persino incomprensione…
    Essere segno e strumento della benedizione che viene da Dio significa allora farsi carico personalmente di ciò che viene messo nelle nostre mani: che si tratti del tempo (visto che siamo all’inizio di un nuovo anno), di un compito, di una responsabilità, di una chiamata… Benedire significa assumere tutto ciò con premura e attenzione, con pazienza e lungimiranza, con uno stile di custodia la cui immagine troviamo appunto in chi custodisce la vita che domanda di essere accolta e sostenuta nel suo svilupparsi e nascere.

    2. La benedizione è legata al «volto». Dio benedice mostrando il suo volto all’uomo e al suo popolo: in altre parole, Dio benedice entrando in relazione, facendosi conoscere e domandando di essere riconosciuto, senza mai imporsi con violenza alla nostra libertà.
    Potremmo dire, addirittura, che la benedizione è relazione: nel senso che noi stessi siamo chiamati a essere benedizione gli uni per gli altri. I gesti che compiamo, le azioni che mettiamo in campo, i beni di cui ci serviamo… tutto questo è naturalmente utile e importante, ma senza l’incontro con l’altro a livello del volto, nella disponibilità della persona a mettersi in gioco, non c’è vera benedizione. Non capiremmo, altrimenti, perché Dio abbia voluto benedirci assumendo il nostro stesso volto, rivolgendo a noi il suo sguardo umanamente, nello sguardo di Gesù. Da lui impariamo a essere benedizione gli uni per gli altri, entrando con libertà e disponibilità nel cammino di fraternità che egli ci mette davanti.

    3. La benedizione è associata alla pace, a quella pace che appunto sta al centro anche della nostra attenzione e della nostra preghiera, in questa ricorrenza che da ormai più di mezzo secolo ci invita a sostare e a domandarci come possiamo costruire cammini di pace nel nostro mondo tormentato.
    Nel suo messaggio per questa Giornata mondiale per la pace – Messaggio che poi sarò lieto di consegnare a tutte le autorità qui presenti, e che ringrazio per questo – papa Francesco indica tre piste importanti e impegnative, tre strumenti per «edificare una pace duratura»: il dialogo tra le generazioni, l’impegno educativo, l’attenzione alla realtà del lavoro.
    Ciascuno di questi «strumenti», ce ne rendiamo conto, avrebbe bisogno di essere approfondito; e ciascuno di noi è invitato a farlo, leggendo e meditando il Messaggio del Papa. Qui, per concludere la mia riflessione, mi limito a sottolineare che tutti e tre questi strumenti sono associati alla benedizione di Dio.
    Nella Bibbia, la benedizione appare spesso nel dialogo tra le generazioni: e se normalmente è l’anziano che benedice il più giovane, c’è però anche reciprocità, perché l’invito è proprio quello di essere benedizione gli uni per gli altri.
    Benedizione di Dio per l’umanità sono i figli, le nuove generazioni (ed è importante ricordarlo, richiamando ancora una volta la grave questione dell’«inverno demografico», che affligge il nostro paese). Ma questa benedizione implica il compito di farsi carico di loro e più in generale implica, per la società, il compito di investire in tutti i modi per la loro educazione (mentre purtroppo, ci ricorda il Papa, a livello globale crescono gli investimenti nelle armi, e diminuiscono quelli finalizzati all’educazione!).
    Finalmente, l’uomo partecipa della benedizione di Dio attraverso il proprio lavoro, che lo fa partecipare all’azione creatrice, con la quale Dio conduce il mondo alla sua pienezza: promuovere il lavoro, difenderlo, custodirlo, onorarlo, salvaguardare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, significa aver parte alla benedizione di Dio e seminare la pace nel nostro tempo.

    Sì, Dio benedica questo anno che abbiamo appena incominciato: ci custodisca nel suo amore fedele; illumini il nostro volto con il volto del suo Figlio; ci conceda la pace e renda le nostre menti, i nostri cuori, le nostre mani capaci di costruire la pace e di portare a tutti la sua benedizione.


    fonte: sito diocesano
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  4. #14
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    Epifania del Signore 2022 – Omelia del vescovo Daniele

    Omelia del vescovo Daniele nella celebrazione dell’Epifania del Signore (Cattedrale di Crema, 6 gennaio 2022)

    Se, dopo un viaggio di centinaia, forse migliaia di chilometri, arrivati ormai vicinissimi alla meta – Betlemme dista meno di dieci chilometri da Gerusalemme – i Magi hanno bisogno di chiedere indicazioni, di domandare: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo» (Mt 2,2), evidentemente è perché quella stella, che avevano visto nel suo sorgere, non li guidava più, ne avevano smarrito la luce.
    Certamente l’evangelista, nel suo racconto, vuole suggerire anche un’altra ragione: per arrivare a Gesù, bisogna passare attraverso il popolo di Israele, e interrogare le sue Sacre Scritture, mettersi in ascolto dei suoi profeti. Non importa se «tutta Gerusalemme», insieme con Erode, rimane turbata; non importa se i capi dei sacerdoti e gli scribi sanno dare la risposta giusta, e citare con precisione il passo del profeta Michea – dove si preannuncia che il Messia, discendente di Davide, nascerà dalla città di Davide, cioè da Betlemme – ma poi non sembrano molto interessati ad andare loro stessi a vedere che cosa è successo…
    Gesù Cristo è venuto per tutti i popoli, per tutta l’umanità, e proprio la festa di oggi ce lo ricorda in modo particolare. Ma il passaggio attraverso il popolo di Israele è necessario, e noi ancora oggi leggiamo i testi dei profeti e tutte le Sacre Scritture, anche quelle che chiamiamo l’Antico testamento (appunto la Bibbia del popolo di Israele), ricordando ciò che san Girolamo diceva all’inizio del suo commento al profeta Isaia, e cioè che ignorare quelle Scritture, quelle pagine, significa ignorare Cristo, non conoscerlo adeguatamente.
    I Magi devono passare di lì, anche loro; e proprio dopo aver ricevuto dal popolo d’Israele l’indicazione necessaria per andare lì dove c’è Gesù, tornano a vedere la luce della stella: «Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima» (vv. 9-10).

    I Magi ritrovano la luce della stella; l’avevano vista all’inizio, e si erano messi in cammino. E forse è capitato a loro ciò che può succedere anche a noi. Anche noi abbiamo avuto sicuramente, nella nostra vita, momenti e situazioni nelle quali ci è parso che si accendesse non una stella, ma un intero universo di stelle; giorni di grande gioia, giorni nei quali incominciava per noi qualcosa di esaltante, un nuovo passaggio della nostra vita – giorni come quello del matrimonio, o della nascita di un figlio; o, per un prete, quello della sua ordinazione; giorni di successo, ricchi di speranza e di futuro…
    E poi ci è capitato, facilmente – credo che succeda a tutti, in un modo o nell’altro – di vedere spegnersi quella luce, di sperimentare l’affievolirsi della gioia, di sentir venir meno in noi la speranza. Succede quando si incontrano le inevitabili difficoltà, dentro o fuori di noi; succede perché ci accade di finire in una situazione oggettivamente non buona, o anche perché succede a noi stessi di fare qualcosa di male – stamattina, in carcere a Cremona, un detenuto mi ha raccontato un’esperienza di questo genere: la vita che andava bene, tante soddisfazioni… e poi, un giorno, in risposta a un gesto violento, uno ancora più violento, finito nell’uccisione di una persona… e tutto crolla, e la luce si spegne!
    Anche senza arrivare a estremi come questo, ci accade di smarrire la stella, di non ritrovare più la luce vista all’inizio. Il viaggio dei Magi ci insegna allora, prima di tutto, a non lasciarci vincere da ciò che può capitare, e a continuare con perseveranza e fiducia il cammino intrapreso. I Magi ci invitano a credere – sì, questa è una dimensione fondamentale della fede – che quella speranza, quella bellezza, quel futuro che avevamo intravisto nel suo sorgere, rimane ancora vera per noi, e merita che continuiamo a cercarla.
    Non si può sempre andare avanti in piena luce, che sia quella del sole o quella delle stelle: ne sappiamo abbastanza, qui da noi, della nebbia, per renderci conto che anche nella nostra vita, e non solo nel nostro clima, dobbiamo a volte camminare dentro la nebbia, anche per tempi lunghi. I Magi ci invitano a credere, quasi ostinatamente, direi, che la luce vista all’inizio è quella che Dio stesso ha fatto brillare per noi; e che persino una catastrofe come quella che mi raccontava il detenuto di questa mattina può diventare occasione – me lo diceva lui stesso – per rimettersi in cammino in modo nuovo.
    Alimentando questa speranza, forse addirittura possiamo diventare anche noi luce per altri, che chiedono aiuto, che domandano di essere aiutati sul cammino della vita; che chiedono dove possono trovare ragioni buone per vivere e impegnarsi, anche in mezzo a mille difficoltà. E proprio noi cristiani dovremmo aiutarli – non a parole, ma con la testimonianza, e con una presenza amica e incoraggiante – a trovare la strada verso Gesù Cristo, lui nel quale trova compimento il nostro desiderio di una vita buona e piena.

    Sì, i Magi avevano smarrito la stella, ma non si sono per questo scoraggiati nella loro ricerca. E vorrei suggerire un’ultima prospettiva, ancora un’altra via, per ritrovare quella stella, quando dovessimo perderla. La suggerisce lo scrittore e poeta francese Edmond Rostand, in una poesia che parla appunto dei Magi che persero la stella: la persero per averla fissata troppo a lungo, e nella loro sete di sapere la cercarono – due di loro, in particolare, che erano sapienti di Caldea e sapevano scrutare i moti degli astri facendo calcoli complessi – ma invano…

    E invece «il povero re nero, disprezzato dagli altri, /
    disse a se stesso: “Pensiamo alla sete /
    che non è la nostra. /
    Occorre dar da bere, lo stesso, agli animali”. /
    E mentre reggeva il suo secchio, /
    nello spicchio di cielo /
    in cui si abbeveravano i cammelli /
    egli scorse la stella d’oro che danzava silente».

    Mi sembra molto bella, questa intuizione poetica: la stella invano cercata coi calcoli sapienti, brilla riflessa nell’acqua con la quale umilmente si dà da bere a un animale affaticato…
    Quando ci sembrerà di aver smarrito la stella, di aver perso la speranza, penso che ci farà bene piegarci all’umiltà di qualche gesto, apparentemente piccolo, addirittura umiliante, forse, di servizio, di premura, di carità… Lì, soprattutto negli occhi del fratello, Dio sicuramente farà brillare il riflesso della luce di Cristo, e darà nuovo slancio al cammino della nostra fede.


    fonte: sito diocesano
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    Agenda del Vescovo
    (fonti: sito diocesano; settimanale diocesano Il Nuovo Torrazzo)

    Domenica 16 gennaio
    Ore 11,00
    : presiede la S. Messa nella Parrocchia di Ripalta Cremasca.


    Mercoledì 19 - giovedì 20 gennaio
    Partecipa alla riunione della Conferenza Episcopale Lombarda presso il Santuario di Santa Maria del Fonte in Caravaggio.


    Giovedì 20 gennaio
    Ore 18,00
    : presiede la S. Messa in Cattedrale con la presenza dei Lions club, Rotary Club, Leo, Rotaract, Inner Wheel, UCid di Crema, Panathlon, MCL e Casa del Pellegrino.


    Venerdì 21 gennaio
    Ore 17,30
    : presiede la S. Messa per la Polizia di Stato nella chiesa parrocchiale di San Bartolomeo ai Morti.


    Sabato 22 gennaio
    Ore 20,45
    : presiede la Veglia ecumenica nella Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani presso la chiesa parrocchiale di Castelnuovo.
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  6. #16
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    Ripalta Nuova. Campanile e chiesa restaurati, il Vescovo alla Messa d’inaugurazione
    gennaio 17, 2022



    Vescovo, parroco e sindaco con sovrintendenti, tecnici e maestranze


    Momento di festa domenica 16 gennaio per la comunità parrocchiale di Ripalta Nuova che, durante la santa Messa delle ore 11, ha potuto “inaugurare” la fine dei lavori di restauro del campanile e di alcuni prospetti laterali della chiesa di San Cristoforo. La celebrazione è stata presieduta dal vescovo monsignor Daniele Gianotti, affiancato dal parroco don Franco Crotti e alla presenza di parecchi fedeli, tra cui il sindaco Aries Bonazza in fascia tricolore a rappresentare la vicinanza e la partecipazione della comunità civile. In chiesa anche il soprintendente Gabriele Barucca e il funzionario responsabile architetto Alessandra Chiapparini, della Soprintendenza di Cremona-Lodi-Mantova. Presenti inoltre i tecnici, i professionisti e le maestranze delle ditte impegnate nei lavori che hanno portato al risanamento della torre campanaria danneggiata dal nubifragio che ha colpito il Cremasco il 12 agosto 2019.

    Le parole del parroco don Franco

    Alle parole del vescovo Daniele – che ha tra l’altro evidenziato il significato del campanile quale strumento che da sempre richiama le persone e scandisce i momenti della vita comunitaria – è seguito l’intervento del parroco don Franco. Durante il nubifragio dell’estate 2019, ha ricordato, “la nostra chiesa ha subìto dei danni notevoli ed è stato necessario ricorrere a un intervento sostanziale di consolidamento e di restauro che, oggi, ha ridato alla nostra parrocchiale tutto il suo splendore”. Il sacerdote, tornando con la mente al crollo causato dal fortissimo evento meteorologico, ha quindi aggiunto: “Ringraziamo in primo luogo il Signore che in quell’occasione, nonostante la struttura della parrocchiale sia stata gravemente danneggiata, soprattutto nel campanile, ha preservato le persone e poi, attraverso la generosità dei parrocchiani, ha reso possibile il restauro del campanile e delle facciate laterali”. Un ringraziamento particolare don Franco l’ha rivolto al vescovo Daniele, “che il giorno stesso del nubifragio si è recato a far visita alla nostra comunità e per il contributo che ci ha fatto ottenere attraverso i fondi dell’8 per 1.000 della Conferenza Episcopale Italiana”. Grazie poi “al soprintendente dottor Gabriele Barucca e all’architetto Alessandra Chiapparini per la autorizzazioni e il contributo dei Beni Culturali; all’architetto Magda Franzoni, progettista e direttore appassionata dei lavori; all’ingegner Massimo Bacchetta per il consolidamento della guglia del campanile; alla Ditta ‘D&G’ di Roberto Ghilardi per le opere di restauro conservativo; al geometra Rosolino Garbignani per la sicurezza del cantiere; al sindaco e all’amministrazione comunale per la sensibilità e la collaborazione nel corso dell’opera e a tutti gli artigiani che in modo specifico hanno contribuito alla realizzazione”. Da ultimo – ma non certamente per importanza – il parroco ripaltese ha rivolto un ringraziamento “a tutti coloro che subito sono intervenuti per mettere in sicurezza la chiesa e ancora a tutti i miei parrocchiani per il sostegno e contributo dato in questi anni anche a livello economico”. Un ringraziamento particolare don Franco l’ha rivolto all’architetto Gigi Meanti “che, fin dall’inizio, mi è stato vicino quale prezioso collaboratore, consigliere e sostegno per le varie pratiche”.

    “Una chiesa più viva”

    Don Franco ha infine concluso: “Sicuramente avrò dimenticato qualcuno, non me ne voglia. Certamente il Signore ha presente quanto è stato fatto per la nostra chiesa: sono sicuro che sarà Lui a compensare più di tanti discorsi e che, dopo questo sforzo di ricostruzione materiale, si aspetti ora da noi ‘un ridare vita’ a una chiesa più viva, in cui ognuno di noi sia un mattone indispensabile con la sua testimonianza creativa di fede e di carità”.


    fonte: https://ilnuovotorrazzo.it/2022/01/1...inaugurazione/
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  7. #17
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    (fonti: sito diocesano; settimanale diocesano Il Nuovo Torrazzo)

    Domenica 23 gennaio
    Ore 18,30
    : presiede la S. Messa in Cattedrale nella Domenica della Parola di Dio.


    Lunedì 24 gennaio
    Ore 18,00
    : presiede la S. Messa in Cattedrale per giornalisti e operatori dei mezzi di comunicazione in occasione della memoria di San Francesco di Sales.


    Sabato 29 gennaio
    Ore 20,00
    : partecipa alla Celebrazione dei Vespri Ortodossi presso la chiesa di San Michele, frazione di Ripalta Cremasca.
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  8. #18
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    Oggi San Francesco di Sales patrono dei giornalisti. Messa in Duomo alle 18
    gennaio 24, 2022




    Oggi pomeriggio alle ore 18 il vescovo Daniele celebrerà una santa Messa in Cattedrale per i giornalisti e gli operatori della comunicazione, nella giornata in cui si fa memoria di san Francesco di Sales, loro patrono. Tutti sono caldamente invitati a pregare insieme per chiedere forza e protezione al Signore nello svolgimento dell’importante servizio dell’informazione, oggi più che mai in difficoltà per la grande diffusione di fake news.

    San Francesco di Sales (1567-1622), vescovo di Ginevra, in una regione dominata dal Calvinismo, si dedicò soprattutto alla predicazione, scegliendo il metodo del dialogo. Per incontrare i molti che non avrebbe potuto raggiungere con la sua predicazione, escogitò il sistema di pubblicare e di far affiggere nei luoghi pubblici dei “manifesti”, composti in agile stile e di grande efficacia. Questa intuizione, che determinò il crollo della “roccaforte” calvinista, meritò a san Francesco di essere scelto, nel 1923, come patrono dei giornalisti.

    Quest’anno l’Ufficio Comunicazioni Sociali ha pensato di organizzare la Messa proprio nel giorno della memoria del santo patrono dei giornalisti, non essendo consigliabili incontri di vario genere per la situazione sanitaria.

    Di fatto, il convengo sul tema dell’informazione nel Terzo Mondo previsto per sabato 22 gennaio è stato spostato a sabato 26 febbraio.
    Saranno presenti il giornalista Fausto Biloslavo, reporter da vari Paesi del Terzo Mondo, il già direttore de Il Cittadino di Lodi, Ferruccio Pallavera, e un giovane fuggito dall’Afghanistan che racconterà la sua drammatica esperienza.

    Per la Giornata del 2022 papa Francesco chiede al mondo della comunicazione di reimparare ad ascoltare. L’ascolto è fondamentale anche per una buona informazione. La ricerca della verità comincia dall’ascolto e così anche la testimonianza attraverso i mezzi della comunicazione sociale.


    fonte: https://ilnuovotorrazzo.it/2022/01/2...duomo-alle-18/
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    S. Francesco di Sales, patrono dei giornalisti

    Il 24 gennaio 2022, in occasione della memoria di S. Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, il vescovo Daniele ha presieduto la Messa in Cattedrale con i giornalisti e per chi opera nel mondo della comunicazione. Riportiamo l’omelia del vescovo.


    Il passo, tutt’altro che semplice, del vangelo di Marco che riferisce della controversia tra Gesù e gli scribi sul fondamento degli esorcismi (cf. Mc 3,22-30) – passo difficile in particolare a proposito del riferimento alla bestemmia «imperdonabile» contro lo Spirito Santo (cf. vv. 29-30) – ci permette di collegare la nostra riflessione con il Messaggio di papa Francesco per la 56ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, messaggio reso pubblico proprio oggi, e che il papa ha voluto dedicare all’importanza dell’ascolto per un corretto processo di comunicazione e informazione.
    Si può dire senz’altro, infatti, che la ragione principale per la quale gli scribi riconducono l’azione di Gesù a un potere di origine demoniaca («Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni»: v. 22) è proprio una mancanza di ascolto.
    Ce lo fa capire meglio tutto il contesto di questo episodio. Fa parte di un insieme di scene nelle quali si contrappongono, da una parte le folle, che si stringono intorno a Gesù «sentendo quanto faceva» (cf. 3,8); certo anche sperando in un beneficio (gli ammalati in particolare), ma indubbiamente con il desiderio di ascoltare, come poi si vedrà chiaramente soprattutto all’inizio del capitolo successivo, che riporta il lungo discorso di Gesù alla folla in parabole.
    Dall’altra parte ci sono quelli che giudicano Gesù, evitando la fatica di mettersi in ascolto. Ci sono i «suoi», cioè i suoi parenti, che vorrebbero andare a prenderlo, perché lo ritengono «fuori di sé», matto da legare (cf. v. 21); ci sono appunto gli scribi, che lo qualificano come indemoniato; ci, sono ancora – proprio subito dopo il nostro episodio – la madre e i fratelli, che lo cercano ma stando all’esterno della folla che si è radunata intorno a Gesù per ascoltarlo (cf. vv. 33-35).
    A questa ricerca da parte dalla madre e dei fratelli, Gesù risponderà dicendo che «chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre»: ma la volontà di Dio si raggiunge precisamente anzitutto a partire dall’ascolto, che è un tratto fondamentale della relazione tra Dio e l’uomo, a partire proprio dall’ascolto che Dio stesso mette in atto, nei confronti dell’uomo.
    Lo ricorda papa Francesco nel suo messaggio:

    «L’ascolto… è quell’azione che permette a Dio di rivelarsi come Colui che, parlando, crea l’uomo a sua immagine, e ascoltando lo riconosce come proprio interlocutore. Dio ama l’uomo: per questo gli rivolge la Parola, per questo “tende l’orecchio” per ascoltarlo.
    L’uomo, al contrario, tende a fuggire la relazione, a voltare le spalle e “chiudere le orecchie” per non dover ascoltare. Il rifiuto di ascoltare finisce spesso per diventare aggressività verso l’altro, come avvenne agli ascoltatori del diacono Stefano i quali, turandosi gli orecchi, si scagliarono tutti insieme contro di lui (cfr At 7,57)».

    E proprio il rifiuto di ascoltare la voce dello Spirito conduce gli scribi a stravolgere il senso di ciò che Gesù compie, a distorcere un’azione di liberazione da un potere del male, facendola diventare addirittura un’azione complice di quello stesso potere del male.
    In termini comunicativi, quanti esempi si potrebbero citare di simili distorsioni dell’informazione, di presentazioni di eventi che vengono completamente stravolti e fatti passare per il contrario di ciò che sono!
    La disponibilità all’ascolto, ad ascoltare – come dice papa Francesco, con «l’orecchio del cuore» – è la prima garanzia di un modo serio e attento di comunicare e informare.
    Evidentemente, non ogni ascoltare realizza effettivamente questo ascolto «con l’orecchio del cuore»: il papa accenna a quell’ascolto che si chiama l’origliare:

    “Infatti, una tentazione sempre presente e che oggi, nel tempo del social web, sembra essersi acuita è quella di origliare e spiare, strumentalizzando gli altri per un nostro interesse. Al contrario, ciò che rende la comunicazione buona e pienamente umana è proprio l’ascolto di chi abbiamo di fronte, faccia a faccia, l’ascolto dell’altro a cui ci accostiamo con apertura leale, fiduciosa e onesta”.

    Certo, succede ache anche nel trovarsi di fronte all’altro, «faccia a faccia», l’ascolto sia solo apparente; che il dialogo si trasformi in «duologo» (lo accenna sempre il papa nel suo Messaggio), cioè nella contrapposizione di due monologhi: «In realtà, in molti dialoghi noi non comunichiamo affatto. Stiamo semplicemente aspettando che l’altro finisca di parlare per imporre il nostro punto di vista». Credo che in questa frase si riassuma bene ciò a cui assistiamo molto spesso nei talk show televisivi…

    In definitiva,

    “L’ascoltare è… il primo indispensabile ingrediente del dialogo e della buona comunicazione. Non si comunica se non si è prima ascoltato e non si fa buon giornalismo senza la capacità di ascoltare. Per offrire un’informazione solida, equilibrata e completa è necessario aver ascoltato a lungo. Per raccontare un evento o descrivere una realtà in un reportage è essenziale aver saputo ascoltare, disposti anche a cambiare idea, a modificare le proprie ipotesi di partenza.

    Papa Francesco tira alcune conseguenze di questo principio, applicandolo anche alle contingenze attuali: ad es. all’informazione diventata «infodemia» nel contesto della pandemia; oppure al modo in cui il mancato ascolto delle storie e vicende di chi è costretto a emigrare distorce completamente il giudizio che si dà su questa realtà certamente complessa:

    Ascoltiamo queste storie [quelle dei migranti]! Ognuno poi sarà libero di sostenere le politiche migratorie che riterrà più adeguate al proprio Paese. Ma avremo davanti agli occhi, in ogni caso, non dei numeri, non dei pericolosi invasori, ma volti e storie di persone concrete, sguardi, attese, sofferenze di uomini e donne da ascoltare.

    Il papa ricorda infine che questo stile di ascolto è fondamentale anche nella vita della Chiesa, e trova proprio nel cammino sinodale, avviato qualche mese fa, un’occasione privilegiata di esercizio, nella quale l’ascolto reciproco, l’ascolto attento e partecipe del fratello, diventa la via migliore per ascoltare la voce di Dio.

    In definitiva, non è facile dire in che cosa consista il «peccato contro lo Spirito Santo», di cui ci parla Gesù. Ma forse non ci sbagliamo di molto nel dire che questo peccato consiste nella chiusura ostinata, nel rifiuto dell’ascolto di ciò che lo Spirito in tanti modi dice al nostro cuore.
    Consiste, forse, nel travisare sistematicamente la sua voce, nel distorcerla in tutti i modi, impedendo ai nostri cuori – e, Dio non voglia, agli altri – di ascoltare la voce di Dio, che nel suo Figlio annuncia al mondo la buona notizia della salvezza, della liberazione.
    Ci guardi Dio da questo peccato, e apra il nostro cuore a un ascolto attento, disponibile e fraterno: certamente, come ci ricorda il papa, tutto il nostro impegno nel comunicare ne trarrà profondo giovamento.


    fonte: sito diocesano
    «Sicut dilexi vos, ut et vos diligatis invicem».
    (Io. 13,34)

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