Lo Staff del Forum dichiara la propria fedeltà al Magistero. Se, per qualche svista o disattenzione, dovessimo incorrere in qualche errore o inesattezza, accettiamo fin da ora, con filiale ubbidienza, quanto la Santa Chiesa giudica e insegna. Le affermazioni dei singoli forumisti non rappresentano in alcun modo la posizione del forum, e quindi dello Staff, che ospita tutti gli interventi non esplicitamente contrari al Regolamento di CR (dalla Magna Charta). O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a Te.
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Discussione: Cronache dell'Arcidiocesi di Taranto - 2022

  1. #21
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    Triduo Pasquale: le celebrazioni di mons. Santoro

    Giovedì Santo, 14 aprile

    ore 10.00 in Concattedrale, l’arcivescovo presiede la Messa del Crisma con la rinnovazione delle promesse sacerdotali, la benedizione degli oli santi e il ricordo degli anniversari di ordinazione sacerdotale dei presbiteri che festeggiano i propri giubilei in questo anno. Sono presenti tutti i sacerdoti e le rappresentanze dell’intera comunità ecclesiale.
    ore 18.00 Cattedrale San Cataldo. Messa “In Coena Domini” con la lavanda dei piedi. L’arcivescovo laverà i piedi a dodici rappresentanti della comunità della Città Vecchia ed ad alcuni ospiti ucraini.
    ore 23.50 Loggia della chiesa di San Domenico – L’arcivescovo terrà un’allocuzione di apertura del pellegrinaggio della Vergine Addolorata (sarà diramato il testo in embargo intorno alle 22.00).

    Venerdì Santo, 15 aprile

    ore 18.00 Concattedrale – L’arcivescovo presiede l’Azione liturgica della Passione del Signore, con l’Adorazione della Croce.
    ore 19.30 circa – Arrivo dell’arcivescovo alla processione dei Misteri, che terrà il tradizionale discorso dal balcone della Chiesa del Carmine. (Sarà diramato il testo in embargo intorno alle 18.30).

    Sabato Santo, 16 aprile
    ore 23.00, Concattedrale: Veglia di Pasqua

    Domenica di Pasqua, 17 aprile

    ore 9.00 circa. Celebrazione eucaristica della Santa Pasqua presso la Casa Circondariale di Taranto
    ore 11.30 Concattedrale – Celebrazione eucaristica della Santa Pasqua con il Capitolo metropolitano presieduta dall’arcivescovo.

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  2. #22
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    Quattro nuovi Diaconi al servizio dell’Arcidiocesi di Taranto






    Sabato 23 aprile, Concattedrale “Gran Madre di Dio”, l’Arcivescovo Filippo Santoro ha ordinato quattro nuovi diaconi,
    i nostri auguri a don Antonio, don Cosimo, don Giorgio e don Michele.
    In occasione dell’ordinazione, Marina Luzzi, ha ascoltato le loro testimonianze.




    Antonio Di Reda
    Quando tutto sembra già scritto, la vita, il destino o Dio, ci mettono lo zampino. Così è successo ad Antonio Di Reda, 42 anni. La sua è la storia di una vocazione adulta, che ha scompaginato una vita già scritta: il lavoro di anni come responsabile elettrico di una ditta dell’appalto ex Ilva, una busta paga di 1400 euro al mese, un mutuo, una casa tutta sua. «Percepivo però che qualcosa mi mancava»- racconta oggi, a poche ore dalla consacrazione a diacono da parte dell’arcivescovo della diocesi di Taranto, mons. Filippo Santoro, nella Concattedrale Gran Madre di Dio. «Paradossalmente io mi sono avvicinato a Dio, allontanandomene. Ho sempre avuto un legame forte con la Chiesa.
    Quando ho avvertito che tutto era compiuto, la mia vita scritta, casa, lavoro, fidanzata, ho sentito altrettanto fortemente che mi mancava qualcosa. Se ero in parrocchia o partecipavo alle funzioni, questa inquietudine veniva meno, lì stavo proprio bene. Così ho cominciato a ricercare il senso della felicità autentica. Avevo 33 anni, per due anni ho partecipato agli incontri vocazionali a Poggio Galeso, ai tempi con don Giovanni Chiloiro e poi con don Davide Errico. Quando ero ormai convinto c’è stato lo stop dell’arcivescovo che mi ha detto di risolvere prima una serie di aspetti pratici, prima dell’anno propedeutico. Dovevo ad esempio trovare una soluzione per il mutuo della casa. Dopo mi sono dedicato al mio cammino, con il seminario maggiore che ho frequentato a Molfetta. Ora, fino a giugno, do una mano a don Francesco Tenna, che è nella parrocchia Spirito Santo, quella dove sono cresciuto, a due passi da dove abito e mi sento felice». Chi ha frequentato questa comunità negli anni ’90, Antonio lo ricorda scout. «Ci sono entrato per gioco. Prima di me avevano iniziato il cammino i miei cugini di Ginosa Marina e ne erano entusiasti. Allora io provai con il gruppo che stava nascendo vicino casa, il Taranto 17. Avevo 11 anni. È stato un percorso che mi ha fatto crescere ed avere grandi testimonianze anche sacerdotali. Ricordo gli anni con don Fiorenzo Spagnulo, con cui ho imparato che un prete deve anche essere pratico, operativo, sporcarsi le mani, pulire le grate, fare lavoretti. Le storie sono tante, gli esempi bellissimi: don Giuseppe Zito e poi don Ciro Santopietro, don Martino Mastrovito, don Giuseppe Marino e adesso in ultimo don Angelo Baldassarre e don Marco Peluso, che erano seminaristi mentre io iniziavo. Guardando a loro ho capito di voler essere un sacerdote che sia testimone credibile, nel fare, nell’accogliere storie, nel pregare e nell’insegnare come pregare. Un sacerdote tra la gente e non solo nella sagrestia». Una delle difficoltà che si hanno quando si scopre una vocazione è quella di non sentirsi all’altezza. In un mondo basato sulla performance, scambiamo Dio per un datore di lavoro che ci vuole sempre efficienti e sul pezzo ma l’amore non ha a che fare con la resa, non mette voti, non giudica, non è meritrocratico e talvolta neanche giusto. La chiamata di Dio, la scelta di seguirlo, restano un mistero a cui non si può decidere di rispondere facendo leva solo sulla propria forza di volontà. Questo sembra dire Antonio, raccontandosi.

    «La svolta è arrivata all’inizio del terzo anno di seminario maggiore a Molfetta. È come se avessi fatto un salto- spiega- che mi ha fatto comprendere che Dio voleva me, nonostante la mia imperfezione, nonostante non mi sentissi degno di una chiamata così importante e questo ha significato guadagnare in libertà e capire che questo cammino con Lui mi rendeva tanto felice».

    Due figure bibliche lo hanno guidato finora lungo il percorso: Mosé perché «grazie a un parallelismo con la mia vita, mi ha aiutato a riscoprire la presenza di Dio dentro di me e san Paolo, per il suo continuo interrogarsi sulla dignità dell’essere discepolo e nel mio caso sacerdote, persona». E mentre Antonio prende consapevolezza che manca davvero poco perché ci sia questo ulteriore e ultimo passaggio necessario per diventare sacerdote, il pensiero va già al futuro, diviso tra il desiderio di rimanere a casa «quella parrocchia intitolata allo Spirito Santo che è stata davvero una seconda famiglia, un riferimento continuo e le nuove esperienze che mi attenderanno, ovunque possano portarmi. Tutto è arricchimento e scoperta»-dice- con la gioia di chi sa che il meglio deve ancora venire.




    Michele Monteleone
    «Sono un ragazzo di parrocchia». Lo dice con pudore, la voce emozionata, quasi balbettante, Michele Monteleone. Intenerisce e al contempo è testimonianza forte di fede nella sua ordinaria quotidianità, la storia di questo ventiseienne di san Giorgio Jonico, che questo pomeriggio l’arcivescovo della diocesi di Taranto, mons. Filippo Santoro, ordina diacono, ultimo passo verso il sacerdozio. Una grande passione per il calcio, per l’arbitraggio, messa da parte quando si è chiesto se la felicità fosse tutta lì o se servisse qualcosa in più, un senso più grande, per addormentarsi sereni e contenti tutte le sere. «Io abito a san Giorgio Jonico e ho sempre frequentato la parrocchia più antica del paese, santa Maria del Popolo. Facevo il secondo o terzo anno di scuola superiore quando mi sono allontanato. Ero arbitro di calcio, uno sport che non mi permetteva di essere presente a Messa la domenica, di seguire un cammino con costanza. La mia vocazione è partita controtendenza, da una mancanza. Arrivata la sera, mi domandavo se quello che avevo fatto mi aveva reso felice. Sentivo un’inquietudine. Ho quindi deciso di abbandonare, di fare qualcosa di più serio. Negli incontri giovanili e in quelli con i Servi della sofferenza, pian piano è maturata la scelta e rileggendo la mia storia, ho capito che il Signore voleva portarmi proprio qui». Un percorso condiviso nel segno dell’amicizia con Cosimo Porcelli (intervista a parte, ndr) anche lui oggi consacrato diacono. «Con lui abbiamo fatto il seminario insieme. Abbiamo iniziato l’undici ottobre 2015. Sono contento di aver condiviso con lui questi sei anni e continueremo a condividere questa esperienza, perché anche dopo essere divenuti diaconi, rimarremo a Roma per terminare le specializzazioni. Io in particolare sto studiando Teologia sacramentaria».
    Quando si immagina sacerdote, Michele pensa «ad un uomo in mezzo alla gente. Di carattere sono espansivo, mi piace chiacchierare, ascoltare le storie delle persone. A Roma, nell’esperienza di servizio fatta nelle parrocchie, nella Caritas, in una casa famiglia, l’ho capito ancora di più».
    Se gli chiedi quali sono i suoi riferimenti spirituali, Michele non ha dubbi, si esalta e trasuda entusiasmo nello slang della sua età. «Beh, san Pio è il top. Un altro livello, proprio, come confessava lui, nessuno…poi c’è Paolo VI. Hai mai letto di lui? Una sensibilità e una profondità spirituale incredibile ma poi la capacità letteraria, la sua testimonianza. Loro due posso dire che mi accompagnano nel cammino». E forse anche qualcun altro. Il prozio, fratello del nonno, a sua volta prete diocesano. «Forse anche per questo i miei hanno accolto bene la mia scelta, da subito. Un prete in famiglia eravamo abituati ad averlo. Certo, le mamme sono sempre quelle che vogliono capire un po’ di più ma non ci sono state difficoltà. Poi non ho deciso proprio subito: dopo il diploma, per un anno, mentre approfondivo la mia vocazione seguito da quello che ora è il mio parroco, don Gianpiero Savino, facevo tirocinio per diventare geometra». Poi un consiglio a chi è nel dubbio, sta cercando la sua strada, a prescindere da quale essa sia. «Ad un giovane come me direi: “fai verità”. Se non ti conosci, non saprai mai cosa fare nella vita, come spenderla. Mi sono interrogato tanto anche sulla rinuncia ad una famiglia per la scelta di diventare prete. Tutto sta nel desiderio. Il mio desiderio di essere sacerdote è più forte di tutto, dei dubbi che possono sempre ripresentarsi ma che si affrontano con serenità, nella consapevolezza della scelta. Io dico sempre che anche se ti sposi rinunci. Rinunci a tutte le altre per una donna soltanto. Lo stesso vale per il sacerdozio. Se il Signore è la tua priorità, affronti ogni problema, ogni incertezza. E poi la costanza si allena. Non puoi entrare in piscina e pensare di nuotare per ore, se non sei allenato. Un orticello cresce in base a come lo curi». E il suo sta crescendo proprio bene.



    Cosimo Porcelli
    La vocazione di Cosimo Porcelli è un altro frutto del carisma dell’Istituto Servi della Sofferenza di San Giorgio, guidato da don Pierino Galeone. Venticinquenne, originario della parrocchia tarantina di san Nunzio Sulprizio «io abito proprio lì a due passi, è la mia seconda casa – spiega- e sono molto legato al parroco don Giuseppe Carrieri, che a sua volta segue il carisma e mi ha fatto conoscere questa realtà», anche Cosimo, nel pomeriggio di oggi in Concattedrale, è stato consacrato diacono dall’arcivescovo della diocesi ionica, mons. Filippo Santoro. Sono lontani i tempi del catechismo, quando si annoiava se doveva scrivere e riscrivere passi del Vangelo sul suo quaderno, solo perché l’aiutante catechista ogni tanto non sapeva come tenere a bada bambini vivaci e felici. «Mia zia prestava questo servizio in comunità ed era lei a tenerci che frequentassi. Quando arrivò la Cresima fui felice che fosse finita e per un anno non ne volli sapere. Il mio approccio cambiò radicalmente quando, frequentando le medie, mi proposero di seguire il cammino dei giovanissimi di Azione Cattolica. Ne fui conquistato. Mi si aprì un mondo e poi venne la conoscenza dei Servi, gli incontri giovanili con loro e ancora quelli vocazionali. Così ho incontrato don Pierino Galeone, che è attualmente il mio padre spirituale. Mi piace sottolineare padre perché sento che è davvero questo per me. Con i suoi 95 anni mi comprende, mi vuole un bene dell’anima e non mi ha mai legato a lui ma a Gesù, dandomi la giusta luce e prospettiva ogni volta che sperimentavo la mia fragilità. E insieme ad un padre ho trovato anche una madre spirituale in Giorgina Tocci, che è la prima figlia spirituale dei Servi e mi ha preso per mano dal primo momento». Altra esperienza fondamentale per la formazione di Cosimo sono gli studi al Pontificio Seminario Romano Maggiore.

    «Vivo a Roma da sette anni, compreso il propedeutico, ed è stata una finestra sul mondo della cristianità. Al Romano – racconta – ci sono tre amori: il primo è l’Eucarestia e poi il Papa e la Madonna. Questi sono stati i riferimenti in questi anni di formazione bellissimi».

    Anni in cui, nel suo servizio, ha incontrato un’umanità varia, di cui si è innamorato. «Ho svolto il mio servizio nella parrocchia di san Basilio, che si trova in una zona che è centrale nello spaccio di droghe della città. Lì ho incontrato tante ferite, tante storie e ho imparato a servire, che poi è il carisma dei Servi della Sofferenza. Un’esperienza di umanità unica, così come quella in una casa famiglia chiamata Ain Karim, dove sono stata accanto a bambini senza genitori. È stato un anno, l’anno dell’accolitato, quello tradizionalmente dedicato alla carità, in cui io vivevo proprio con loro nel fine settimana, in un appartamento attiguo. Ho prestato servizio anche a Santa Maria delle Grazie, al Trionfale, una zona ricca ma al contempo molto povera spiritualmente, nei valori. Ho visto tante persone che sembravano essersi dimenticate di Dio, pensando solo al superfluo eppure proprio lì ho capito che prete vorrei essere: uno che si sappia sedere accanto, portare Gesù alla gente senza mettermi al centro. La gente è assetata di Dio, non di me, di come mi presento, della mia simpatia o del mio carattere. Non mi interessa rendermi accattivante ma mostrare con l’esempio ai ragazzi la bellezza di Gesù che mi ha conquistato e può conquistare anche loro. Ecco, per me il prete è questo. Ora che sono al sesto anno romano mi hanno assegnato alla parrocchia di santa Lucia, nei pressi di piazzale Clodio. Un’esperienza completamente diversa, perché è una comunità molto anziana. Questi vecchietti però sono splendidi, pronti a donare il loro cuore, i loro racconti di vita. Anche da loro sto imparando tanto». Appassionato della storia e della testimonianza di sant’Ambrogio «il mio idolo, senza di lui non ci sarebbe stato Agostino vescovo. Grande profondità ma un modo semplice di parlare, nel libro ‘I doveri’ tratteggia la figura del ministro e traccia una scia», Cosimo ha da poco terminato il quinquennio filosofico-teologico e attualmente si sta specializzando in ricerca teologica patristica, uno studio approfondito sui padri della cristianità. Oggi in famiglia sono tutti felici della sua scelta ma non è stato sempre così. «Non fu facile comunicarlo. L’ho detto prima a mia madre e poi con lei a papà. Ci fu silenzio per mesi a casa mia. I miei credevano ma non erano partecipi della vita di comunità. Passata l’estate, quando dissi che sarei andato a Roma per proseguire gli studi insieme al mio amico Michele Monteleone (anche lui oggi diacono, intervista a parte, ndr) si tranquillizzarono, sentii che era già cambiato qualcosa. Con il passare degli anni, vedendo la mia convinzione e la felicità per il percorso intrapreso, entrambi hanno compreso, fino ad esserne contenti. Ne sono nati anche percorsi di vita nuovi: per esempio da quando anche mia sorella è fuori, a Bologna, mia madre ha cominciato di sua iniziativa a svolgere volontariato alla Caritas diocesana. Anni fa non lo avrei creduto». Per dirla come una celebre canzone italiana, “Come si cambia, per amore”.



    Giorgio D’Isabella
    Questa è la storia di due amici nati lo stesso giorno, che hanno scelto Dio nello stesso periodo, spronandosi, entusiasmandosi e dandosi coraggio e forza nella fatica. È la storia di Marco, divenuto frate Marco, e di Giorgio, oggi consacrato diacono in Concattedrale dall’arcivescovo della diocesi di Taranto, mons. Santoro, sotto l’occhio fraterno proprio di quell’amico, che quando non aveva tanta voglia lo chiamava per dirgli: “Dai, vediamoci a Messa”. Giorgio D’Isabella ha 26 anni e dopo la scuola e un anno propedeutico a Molfetta, si è trasferito all’Almo Collegio Capranica, per formarsi e divenire sacerdote. Da poco ha finito il primo ciclo di teologia e ora si sta specializzando in filosofia all’Università Sapienza. «Io e Marco siamo nati lo stesso giorno dello stesso anno, il 21 ottobre del 1995. Abbiamo frequentato parrocchie diverse ma è stato lui a sollecitarmi ed invogliarmi a tornare a Messa quando entrambi stranamente ci confessavamo di sentirci attratti da una vita diversa, a servizio di Dio. Nella mia parrocchia, Maria Santissima Addolorata – prosegue Giorgio – ho preso tutti i sacramenti ma dopo la Cresima sono scappato. Il ritorno a Gesù è nato grazie agli amici, vedendo come in loro la fede stava agendo. Mi chiedevo come mai la loro vita fosse cambiata così tanto. E poi c’era il mio amico confidente Marco. Lui aveva una famiglia molto vicina alla comunità, la mia era nel limbo, né fuori, né dentro, una famiglia credente ma non praticante che non mi ha ostacolato ma all’inizio era disorientata, fatta eccezione per mia sorella, del movimento Comunione e Liberazione, che si era mostrata subito dalla mia parte. Marco mi ha tanto incoraggiato quando sentivo questa chiamata. Era un periodo pieno di dubbi, c’è stato anche un fidanzamento ma non era quello il piano di Dio per me, lo sentivo e oggi posso dirlo con certezza». Per Giorgio è stato molto importante anche don Amedeo Basile, parroco della Santissima Addolorata.

    «Ricordo che sentivo dentro questa chiamata ma non ne parlavo. Una domenica di Quaresima, don Amedeo disse durante l’omelia che quello era il tempo in cui il cristiano doveva maturare nella fede e non rimanere così com’è. Questa frase e la comunione presa quel giorno, mi diedero coraggio. Andai da lui chiedendogli semplicemente come fare a crescere in un cammino del genere. Lui mi chiese a bruciapelo: “ma tu hai mai pensato di farti prete?” Gli risposi di sì e da lì è iniziato il percorso con lui e con una splendida comunità, che in questi anni mi ha davvero custodito e accompagnato lungo il cammino, rendendomi testimonianza dell’affetto materno della Chiesa».

    Fondamentale per Giorgio la scelta degli studi a Roma nel collegio. «Un’esperienza che mi ha fatto maturare nel confronto schietto con i superiori e con i compagni e mi ha aperto la mente, visto che ci sono alunni da tutto il mondo e di ogni fascia di età e sacerdoti e diaconi con cui confrontarsi. È interessante che il più piccolo, appena arrivato, viva e veda già chi ha finito il percorso: serve a smontare fantasie. Vedi davanti a te quello che sarai, così da conoscere la realtà e capire fino in fondo se è quello che vuoi». Chiediamo a Giorgio che tipo di prete vorrebbe essere di qui a qualche mese. «Non ho un’ideale. Io so di essere Giorgio. Dunque resterò me stesso anche da prete. Un prete che fa il prete come don Pino Pugliesi. Conoscendo meglio la sua figura mi accorgo che lui non fu un prete anti-mafia ma un sacerdote che svolgeva a pieno le sue funzioni ed è questo che lo ha portato ad avere persecuzioni e infine morire. Lui è morto sorridendo al suo carnefice, quale morte più simile a quella di Gesù? Questo mi insegna che nelle difficoltà che vivrò non dovrò in un certo senso mettermi di traverso o andare contro qualcuno. Aiutare, soprattutto i bambini ai margini, facendo il prete. Solo il prete».


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  3. #23
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    San Cataldo: il programma dei festeggiamenti civili per il Santo Patrono di Taranto



    Nel corso della conferenza stampa di presentazione del programma per i festeggiamenti di San Cataldo, l’arcivescovo mons. Santoro ha toccato tutti i temi fondamentali dell’attualità cittadina e internazionale: “Celebreremo la festa di San Cataldo come forte invito alla pace e alla giustizia!”
    Mons. Emanuele Ferro, parroco del Duomo di San Cataldo ha ringraziato tutte le autorità e gli amici che anche quest’anno hanno consentito lo svolgimento dei programmi civile e religioso e ha sottolineato come la sobrietà sia stata la parola d’ordine del Comitato organizzatore. Don Emanuele ha espresso inoltre la propria gratitudine al segretario storico del Comitato organizzatore, commendator Tonino Gigante, che si è augurato possa presenziare alla cerimonia de U’ Pregge.
    Sono stati resi noti gli appuntamenti civili organizzati: è fissato per lunedì 9 maggio, alle ore 19:45 nella Basilica Cattedrale San Cataldo, il conferimento del Cataldus d’argento 2022, premio della Camera di Commercio di Taranto e del comitato dei festeggiamenti di San Cataldo.
    I nomi dei premiati saranno resi noti nelle ore immediatamente antecedenti l’assegnazione del premio.
    La cerimonia, sarà presieduta dall’arcivescovo mons. Filippo Santoro e dall’on. Gianfranco Chiarelli, commissario straordinario della Camera di Commercio.
    I testi del magistero di Papa Francesco saranno affidati alla lettura del noto attore Sebastiano Somma.
    Motivo d’ispirazione nell’assegnazione dei premi è stato The Economy of Francesco – movimento internazionale di giovani economisti, imprenditori e change-makers impegnati in un processo di dialogo inclusivo e di cambiamento globale verso una nuova economia.
    Sempre nella serata di lunedì, alle ore 21.30 nel Cappellone di San Cataldo, avrà luogo il concerto ‘Nel Dies Natalis’ di Giovanni Paisiello, all’organo settecentesco suonato dal m° Pierluigi Lippolis.
    L’evento è a cura degli Amici della Musica ‘Arcangelo Speranza’ nell’ambito del Giovanni Paisiello Festival Spring 2022.
    Pierluigi Lippolis, nato a Taranto nel 1961, ha compiuto gli studi musicali al conservatorio di musica di “S.Cecilia” di Roma conseguendo il diploma in organo e composizione organistica sotto la guida del m° Luigi Celeghin. Inoltre ha seguito gli studi di pianoforte con il m° Pierluigi Camicia diplomandosi al conservatorio di musica “Piccinni” di Bari.
    Martedì 10 maggio alle ore 21:30 in piazza Castello, ‘Attenti a Lucio!, il nuovo progetto artistico dell’Orchestra della Magna Grecia nasce dalla meraviglia del caos immaginifico che Dalla ha lasciato dietro di sé: dal suo immenso patrimonio umano e artistico, alla voglia di fare ordine, rimodulare, riscoprire tutto ciò che è sfuggito.
    Sarà la voce di Lorenzo Campani – allievo del grande Mogol e voce principale dei New Era, da tempo impegnato nel cast dell’opera popolare “Notre Dame De Paris”- a emozionare interpretando le canzoni dell’indimenticabile artista bolognese. Il concerto è diretto e arrangiato dal m° Giacomo Desiante.

    Il programma degli eventi civili (Tutti gli eventi sono ad ingresso libero e gratuito)
    Venerdì 6 maggio
    17:00 – 20:00 Chiesa San Giuseppe – Taranto Vecchia
    Raccolta di sangue a favore dei ragazzi thalassemici promossa dall’associazione donatori sangue “Nicola Scarnera”

    Domenica 8 maggio
    Al passaggio del simulacro del Santo Patrono dal Canale Navigabile scenografica pioggia d’argento a cura della ditta ITRA Fireworks di Martina Franca (Ta).

    Lunedì 9 maggio
    19:30 Basilica Cattedrale San Cataldo
    The Economy of Francesco
    Cerimonia di consegna dei Cataldus d’argento, conferiti dal Comitato festeggiamenti e dalla Camera di Commercio Taranto con la partecipazione di Sebastiano Somma
    21:30 Cappellone di San Cataldo – Basilica Cattedrale
    Concerto all’organo settecentesco nel dies natalis di Giovanni Paisiello del maestro Pierluigi Lippolis, a cura degli Amici della Musica Arcangelo Speranza – Giovanni Paisiello Festival Spring 2022

    Martedì 10 maggio
    10:00 – 15:00 Galleria d’arte L’impronta (via Cavallotti, 57)
    Annullo Filatelico

    DURANTE LA PROCESSIONE DEL SANTO PATRONO

    Al passaggio del simulacro del Santo Patrono dal Ponte Girevole omaggio dal mare degli acrobati A.S. Taranto Flyboard di Andrea Di Donna.
    Al passaggio del simulacro del Santo Patrono dalla Rotonda del Lungomare Vittorio Emanuele III omaggio degli sbandieratori e dei musici Città di Oria.
    21:30 Piazza Castello
    Attenti a Lucio
    Musiche e poesie di Lucio Dalla
    Concerto della Orchestra ICO della Magra Grecia. Direttore: Giacomo De Siante. Voce: Lorenzo Campani
    23:45 Spettacolo di fuochi pirotecnici a cura della ditta ITRA Fireworks di Martina Franca (Ta)
    Presteranno servizio bandistico durante i festeggiamenti
    – Grande Orchestra di fiati “Santa Cecilia” – Città di Taranto, diretta dal M°Giuseppe Gregucci;
    – Gran Complesso bandistico “G. Paisiello” – Città di Taranto, diretto dal M° Vincenzo Simonetti;
    – Concerto Musicale “Lemma”, diretto dal M° Giuseppe Pisconti;
    Le artistiche luminarie saranno curate dalla ditta “V. Memmola” di Francavilla Fontana (Br)


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  4. #24
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    Festeggiamenti per il Santo Patrono Cataldo, ecco il programma religioso



    Ecco il programma religioso per i festeggiamenti di San Cataldo 2022.
    La novena inizierà con l’intronizzazione del simulacro argenteo e l’ostensione delle reliquie il 30 aprile alle ore 19 nella Basilica Cattedrale. Nella conferenza stampa del 4 maggio sarà divulgato il programma delle manifestazioni civili che quest’anno si concentreranno l’8 il 9 e il 10 maggio.
    Domenica 8 maggio la tradizionale cerimonia de “‘U pregge”, la consegna da parte dell’arcivescovo Filippo Santoro del simulacro del Santo Patrono alle autorità cittadine e processione a mare.
    Martedì 10 maggio processione del simulacro di San Cataldo per le vie cittadine.
    Di seguito riportiamo il programma religioso

    Sabato 30 aprile
    San Cataldo è in mezzo al suo popolo
    19:00 Solenne ostensione delle Reliquie e del simulacro argenteo del Santo Patrono.
    Presiede Mons. Emanuele Tagliente, Arcidiacono del Capitolo Metropolitano.
    Grande invocazione allo Spirito Santo delle comunità carismatiche: Comunità GesùAma, Comunità Gesù Risorto, Comunità Maria, Rinnovamento nello Spirito Santo, Servi di Cristo Vivo, Gruppo “Pescatori di uomini”.

    Domenica 1 maggio
    San Cataldo, conforto di chi soffre
    18:00 Celebrazione Eucaristica presieduta dal Rev.do Mons. Emanuele Ferro, parroco
    Partecipa la comunità della Cattedrale.

    Lunedì 2 maggio
    San Cataldo, pastore generoso
    18:00 Celebrazione Eucaristica presieduta dal Rev.do Sac. Giovanni Agrusta,
    vicario foraneo di Crispiano – Statte.
    Novena animata dal Rev.do Padre Pietro Gallone, vicario foraneo di Taranto Sud
    Partecipano Volontariato Vincenziano, Rete mondiale di preghiera, GIFRA, OFS, Terz’Ordine dei Minimi.

    Martedì 3 maggio
    San Cataldo, soccorritore dei miseri
    18:00 Celebrazione Eucaristica presieduta da Mons. Carmine Agresta,
    vicario foraneo di Taranto Borgo
    Novena animata dal Rev.do Sac. Eligio Grimaldi, vicario foraneo di Grottaglie.
    Partecipano Azione Cattolica, Università cattolica e Scuola Cattolica, Acli, FUCI, Convegno di Cultura Maria Cristina, Movimento di Rinascita Cristiana.
    20:30 Veglia di preghiera animata da Comunione e liberazione, presieduta da Mons. Luigi Romanazzi

    Mercoledì 4 maggio
    San Cataldo, evangelizzatore instancabile
    18:00 Celebrazione Eucaristica presieduta dal Rev.do Sac. Giancarlo Ruggeri,
    vicario foraneo di San Giorgio Jonico.
    Novena animata dal Rev.do Sac. Francesco Imperiale, vicario foraneo di Martina Franca.
    Partecipano UNITALSI, CVS, Legio Mariae, Cursillos di Cristianità, Movimento dei Focolari.

    Giovedì 5 maggio
    San Cataldo, padre nella fede
    18:00 Celebrazione Eucaristica presieduta da Mons. Alessandro Greco,
    Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Taranto
    con la partecipazione dei presbiteri che celebrano il L, XXV, X, V e I
    anniversario di ordinazione presbiterale.
    Novena animata dal Rev.do Mons. Pasquale Morelli, vicario foraneo di Pulsano.
    A seguire Adorazione Eucaristica animata da L’Ora di Gesù.
    20:00 Veglia di preghiera con le famiglie dell’Arcidiocesi presieduta da S.E. Mons. Fillippo Santoro,
    Arcivescovo Metropolita di Taranto

    Venerdì 6 maggio
    San Cataldo, sostegno delle famiglie
    18:00 Celebrazione Eucaristica presieduta dal Rev.do Mons. Giovanni Chiloiro,
    vicario foraneo di Taranto Orientale I.
    Novena animata dal Rev.do Sac. Franco Bonfrate, vicario foraneo di Taranto Orientale II.
    Partecipano Cammino Neocatecumenale, AGESCI, MASCI.
    18:30 Piazza Carmine
    Inizio del pellegrinaggio verso la Basilica Cattedrale delle Confraternite dell’Arcidiocesi.
    All’arrivo in Cattedrale Celebrazione Eucaristica presieduta da Mons. Paolo Oliva, Delegato arcivescovile per le Confraternite
    20:30 Veglia di preghiera animata dal Cammino Neocatecumenale, presieduta da Mons. Marcello Acquaviva

    Sabato 7 maggio
    San Cataldo, uomo di Dio
    18:00 Celebrazione Eucaristica presieduta dal Rev.do Sac. Salvatore Magazzino,
    vicario foraneo di Taranto Paolo VI.
    Novena animata dal Rev.do Sac. Lucangelo De Cantis, vicario foraneo di Taranto Talsano.

    Domenica 8 maggio
    San Cataldo, pellegrino del Vangelo
    18:00 Liturgia della Parola
    presieduta da S.E.R. Mons. Filippo Santoro,
    Arcivescovo Metropolita di Taranto.
    Consegna del simulacro del Santo Patrono alle Autorità Cittadine
    Processione a mare con il simulacro del Santo Patrono: Largo Arcivescovado, Corso Vittorio Emanuele II, Porto Mercantile, Banchina Sant’Eligio.
    Imbarco sulla nave “Cheradi” della Marina Militare.
    Sbarco sulla Discesa Vasto e rientro in Cattedrale percorrendo Discesa Vasto, Piazza Castello, Via Duomo.

    Lunedì 9 maggio
    San Cataldo, sostegno ai tribolati
    17:30 Primi Vespri della solennità di San Cataldo
    presieduti da Mons. Emanuele Tagliente,
    Arcidiacono del Capitolo Metropolitano
    con la partecipazione di tutti i Rev.mi Canonici
    18:00 Concelebrazione Eucaristica presieduta da S.E.R. Mons. Filippo Santoro,
    Arcivescovo Metropolita di Taranto
    con il conferimento dei ministeri laicali

    Martedì 10 maggio
    Solennità di San Cataldo, Vescovo
    Patrono della Città e dell’Arcidiocesi di Taranto

    08:00 Celebrazione Eucaristica
    10:00 Celebrazione Eucaristica
    11:00 Commemorazione dell’Invenctio Corporis Sancti Cataldi e ostensione della crocetta aurea di San Cataldo presieduta da Mons. Emanuele Ferro, parroco
    11:30 Celebrazione Eucaristica presieduta da S.E. Rev.ma Mons. Benigno Luigi Papa,
    Arcivescovo emerito di Taranto
    17:00 Solenne Pontificale presieduto da S. E. Rev.ma Mons. Filippo Santoro,
    Arcivescovo Metropolita di Taranto
    18:30 Processione con il simulacro del Santo Patrono
    Largo Arcivescovado, Corso Vittorio Emanuele, Piazza Castello, Via Matteotti, Via Margherita, Via Anfiteatro, Via Berardi, Piazza Maria Immacolata, Via D’Aquino.
    Allocuzione di Mons. Arcivescovo dal balcone della chiesa Maria Ss.ma del Carmine e benedizione apostolica a tutti i presenti.
    Rientro: Via D’Aquino, Via Margherita, Via Matteotti, Piazza Castello, Via Duomo


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  5. #25
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    Il discorso dell’arcivescovo Filippo Santoro per la tradizionale consegna della statua
    del patrono San Cataldo alle autorità cittadine




    Stimate autorità, Capitolo Metropolitano e amati tarantini,dopo due anni, in cui l’immagine di San Cataldo è rimasta al chiuso della nostra basilica millenaria, finalmente oggi ho la gioia di consegnarla al commissario straordinario del Comune di Taranto, il prefetto Vincenzo Cardellicchio e quindi a ciascuno di voi.

    Consegno San Cataldo alla città, con le sue reliquie e i suoi ori, segno di una devozione inveterata e di un amore resistente al tempo e alle prove. Consegno san Cataldo a Taranto perché Taranto si affidi alla sua intercessione. La mia esortazione è quella di vivere la festa nel segno della santità, dirigendo lo sguardo verso questa sacra effige ognuno possa sentirsi parte di una comunità, di una famiglia. I santi sono di tutti. I santi non ci lasciano mai da soli. I santi ci insegnano il bello della vita.

    I santi ci mostrano la croce del Signore in filigrana alle nostre croci perché possiamo sperare e praticare l’amore di Cristo che tutto vince. Eccellenza Signor Commissario, nella partecipazione ai Riti della Settimana Santa, mi è parso di scorgere e credo di non sbagliarmi, il suo stupore e la sua ammirazione. La fede dei tarantini, rimane l’attrattore, mi si passi l’espressione, più bello di questa città. Dal racconto che purtroppo da anni si fa del capoluogo ionico, non ci si aspetta una tale bellezza e i forestieri ne rimangono sempre catturati. Anche oggi Lei vedrà qualcosa di meraviglioso, che allarga il cuore. Quando l’imbarcazione Cheradi della Marina Militare, solcherà il canale navigabile in mezzo alle imbarcazioni e alle ali di folla che caratterizzeranno gli affacci al ponte, sono sicuro che anche lei con me gioirà di questo popolo e della sua devozione.

    Le avranno già detto che con fare colorito che San Cataldo è amante dei forestieri, quasi a dire che san Cataldo si occupa poco di questa città. La definizione dei tarantini le assicuro è ingenerosa.San Cataldo è stato accolto dai nostri avi in questa terra, ha voluto qui consumare la sua esistenza, si è lasciato trattenere da una Taranto che aveva bisogno di lui. Egli è il segno dell’accoglienza ospitale di questa antica terra cristiana. Cataldo conosce le ferite di queste sponde, perché tali ferite sono conosciute dal Signore, sono patite dallo stesso Cristo! Per cosa siamo chiamati a festeggiare? Ci sono i motivi della festa? Le nostre processioni significhino sempre il pellegrinaggio, siamo nomadi, uomini e donne di fede che hanno la loro meta in Dio, che conoscono l’insufficienza del mondo e sono certi del bene che viene dal cielo. Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci parla di una notte di pesca infruttuosa ma dopo aver ascoltato l’invito di Gesù avviene il miracolo di una pesca abbondante. La grande pesca avviene perche i discepoli hanno obbedito alla parola del Maestro, per questo il primo compito che rinnoviamo nella festa del nostro Patrono è quello della fede, del riconoscimento del Maestro dell’obbedienza a Lui che è nostro Signore, l’unico necessario, colui del quale il nostro cuore ha bisogno per vivere.

    Facciamo la festa patronale perché cresca la nostra fede nel Signore risorto e nel potere di cambiare la nostra vita.Allo stesso tempo non vogliamo evadere dal dolore della pandemia, dalla minaccia della guerra e dalla visione di coloro che sono da essa oppressi, e nemmeno ci prendiamo una pausa dalla crisi ambientale e lavorativa di Taranto, né tantomeno cadono dal nostro cuore i poveri e gli esclusi. Facciamo festa perché nel Signore, attraverso la testimonianza di Cataldo riconosciamo in ogni volto il nostro fratello e la nostra sorella. L’invito alla festa non è l’invito all’evasione ma alla speranza certa!Nello scorso autunno ho voluto riporre le reliquie del patrono in un nuovo reliquiario d’argento: la teca è una nave d’argento sostenuta dai delfini che solcano un mare ormai quieto per la presenza del santo. Vi si notano subito al suo interno la lingua incorrotta e il femore. Ecco quindi che san Cataldo ci chiede una cosa sola, ovvero camminare e annunciare. Signor Commissario, è mia consuetudine in questo atto che firmano congiuntamente Lei e il Capitolo metropolitano, palesare un patto fra la Chiesa e le autorità cittadine, un patto di amicizia, di collaborazione, di lealtà e di mutuo bisogno per continuare a compiere il bene.

    Questo gesto che parla di correttezza istituzionale, di rispetto e corresponsabilità, possa istillare in coloro che intendono amministrare questa città il discernimento per una vera e propria vocazione ad amministrare la cosa pubblica.La parola abusata di “bene comune” torni a riempirsi della sua naturale ricchezza e verità, a cominciare dalla correttezza nella campagna elettorale, perché si abbandonino i toni della delazione, perché la competizione venga fatta su realistici programmi, che i cittadini possano riconoscersi in rappresentanti che abbiano una specchiata condotta di vita, che sul serio servano questa città senza servirsene! Si diffidi dagli insulti e si pensi ai fatti. Solo partecipando si dimostra il bene per Taranto. Non c’è altra via. Bisogna far emergere il meglio dell’anima di questa terra, infatti I tarantini hanno dato sempre il meglio di sé nei momenti di necessità, a partire dai tanti volontari impegnati nelle Caritas diocesane che ogni giorno si prendono cura degli ultimi, degli esclusi, lo hanno dimostrato nell’accoglienza ai migranti che fuggono dall’Africa per causa della fame e delle guerre. Sino all’accoglienza dei profughi che vengono dall’Ucraina.

    Ho voluto che il centro notturno San Cataldo vescovo mettesse a disposizione degli alloggi per le donne e i bambini arrivati a Taranto e tutte le parrocchie sono impegnate nella raccolta di beni di prima necessità: come sempre la città ha risposto con grande partecipazione.Impariamo dal nostro Patrono l’ardore della fede che riconosce la presenza viva del Signore risorto; impariamo la sua carità con i poveri e gli ammalati e la sua solidarietà con la terra e i lavoratori. In una tela del vestibolo della cattedrale è rappresentato San Cataldo mentre ridona la vita un muratore morto sul lavoro; le morti sul lavoro sono una piaga antica che tutt’ora continua ad affliggerci. L’intercessione del nostro santo aiuti la nostra città in un’opera di profondo rinnovamento in cui al centro ci sia la dignità della persona e la cura della casa comune.
    Che l’auspicata crescita economica non avvenga a scapito della sostenibilità ambientale.Con la benedizione del Signore sotto lo sguardo della Vergine Madre le affido Eccellenza San Cataldo, lo custodisca, offerto alla venerazione perché Taranto abbia sempre il coraggio di ripartire in un cammino. Insieme.Auguri a tutti!


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  6. #26
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    50° di sacerdozio di mons. Santoro:
    “Il mio percorso è lungo cinquant’anni ma sono ancora proiettato al futuro”



    Venerdì 20, in Concattedrale, la celebrazione eucaristica per il mezzo secolo di sacerdozio dell’arcivescovo di Taranto che si offre a un bilancio
    sincero e appassionato del suo ministero sacerdotale, nato in epoca conciliare e sviluppatosi su fronti così diversi



    “Il mio impegno sarà quello di battermi in difesa della dignità della persona. Non mi dispiacerà impegnarmi per collaborare alla ricerca di risposte ai vari interrogativi che riguardano la sofferenza, il lavoro, l’ambiente…entrerò nelle fabbriche se me lo chiederanno, ma il mio lavoro è quello pastorale”. Queste parole, pronunciate dall’arcivescovo Filippo Santoro, nel primo incontro con i giornalisti in vista della Giornata delle comunicazioni sociali, nel febbraio 2012, davano un segno preciso del suo ministero.
    Poi, sollecitato dai giornalisti, parlò della funzione delle parrocchie, che devono recuperare un ruolo educativo; dell’impegno dei laici, nella società e nella politica; del rapporto con la grande industria, che deve essere sempre improntato a privilegiare la difesa dei deboli e della dignità dell’uomo. Ma concluse sottolineando la funzione pastorale, che impone al vescovo di guidare la chiesa al perdono e alla riconciliazione. “Dio è il padre di tutti: di chi riceve il male ma anche di chi lo commette, e invita tutti quanti a un cammino di redenzione”. Si stava concludendo il suo quarantesimo anno di sacerdozio mentre si apriva il suo periodo di guida della diocesi di Taranto, e il suo modo di intendere la missione episcopale, qui tra noi, dopo il lungo periodo trascorso in Brasile, era già delineato. Ora, dieci anni dopo, si sta per festeggiare il cinquantennio del suo sacerdozio, mentre si è chiuso un decennio di guida episcopale a Taranto.
    Un cinquantennio di sacerdozio rappresenta di certo una ricorrenza molto particolare, perché riguarda il bilancio di una scelta che è di per sé così diversa dalle altre: dedicare la vita a Dio in un rapporto diretto e individuale, senza dare origine a un nucleo famigliare e dovendo anche sfidare la solitudine che si sostanzia in ogni scelta, pur all’interno delle comunità, delle parrocchie. Noi abbiamo proposto a monsignor Filippo Santoro di tracciare un breve bilancio, in vista del cinquantennio di sacerdozio, ponendogli anche domande un po’ delicate, alle quale non si è certamente negato, anzi ha risposto con slancio.

    Se dovesse esprimere un giudizio su questi cinquant’anni, quale sentimento sentirebbe prioritario?



    Un sentimento di gratitudine. Nella mia preparazione ho avuto due presenze fondamentali: don Divo Barsotti e don Luigi Giussani. Erano ancora gli anni tumultuosi del ’68 e, nell’anno in cui sono stato ordinato, il 1972, il movimento di “contestazione” era molto attivo e il fermento sociale notevole. Don Divo mi ha fatto sperimentare la presenza del Signore come l’irruzione nella nostra vita della trascendenza, di qualcosa di più grande: l’amore di Dio che diventa concreto in Gesù Cristo, nella sua presenza e la centralità del Mistero nella nostra vita, nella mia vita. Poi don Giussani mi ha dato il “metodo” della fede. Devo dire che alla Gregoriana avevo avuto dei grandi maestri, che stimavo molto, persone di primo piano nella teologia: padre Fuchs per la morale, padre Galot, padre Alfano, e tanti altri ugualmente grandi che offrivano una presentazione più attualizzata del Concilio Vaticano II, dell’influenza della fede nella società, con l’apertura al dialogo ecumenico, il ruolo della Chiesa nella società, l’apertura ai poveri, alla realtà del mondo. Ma, come ho detto, don Giussani indicava il “metodo” cioè: il modo in cui la grandezza del cristianesimo poteva essere vissuta, vale a dire in un rapporto personale compiuto nell’esperienza della comunità. Con una caratteristica precisa: la fede si gioca nella realtà, nulla è estraneo all’esperienza di fede, tutto avviene in relazione del rapporto con Cristo, da qui la sua bellezza. Tutto per me si è giocato nell’esperienza della fede, perché quando ero studente di teologia a Roma e desideravo realmente qualcosa di grande al di là degli schemi e delle strutture. Ed è venuta l’irruzione del rapporto col Signore, una cosa sconvolgente.

    Il suo ministero le ha posto davanti una serie di scelte. Come le ha vissute?




    Sempre con lo stesso senso di gratitudine, a cominciare dalla chiamata a vivere l’insegnamento nella scuola. Per me è stato importantissimo insegnare nei licei scientifici, il contatto coi giovani, la possibilità di dare loro una speranza. E poi con la grande opportunità di andare in missione in Brasile nella grande diocesi di Rio de Janeiro, venuta dalla richiesta di don Giussani: “Andresti volentieri in Brasile?” a cui ho risposto di sì convinto che sarebbe stato per il mio bene, anche se ho dovuto lasciare tanti compiti, come la presidenza all’Istituto di scienze religiose, l’insegnamento, l’impegno con Cl in pieno sviluppo in Puglia. Grato e convinto anche quando ho avvertito un senso d’inadeguatezza: la risposta è stata quella che poteva essere, sempre parziale e con tutti gli umani limiti, ma generosa per il desiderio di annunciare il Signore. Ho insegnato per molto tempo, all’Università Cattolica, in seminario, poi dai Benedettini, e l’esperienza del sacerdozio l’ho vissuta con i poveri e i sacerdoti. La fede è la carne di Cristo incontrata nel quotidiano. Nella parrocchia di Nostra Signora di Copa Cabana, che aveva 80.000 abitanti, eravamo 7 o 8 sacerdoti e i più anziani dicevano a me e a un amico arrivato assieme a me: noi ci limitiamo a fare i nostri turni a orario prefissato, voi invece dopo i turni state sempre in giro con i ragazzi. Proprio così, era la vita della gente a interessarmi. Ho vissuto una grande esperienza sacerdotale molto intensa e bella. E poi l’esperienza della fraternità sacerdotale, che ho sempre desiderato: vivere insieme per aiutarsi a dare efficacia alla vocazione, con la donazione al Signore, perché non fosse un cammino solitario. E poi la provocazione costante della realtà, la sfida dei grandi problemi sociali brasiliani: fame, violenza povertà, diritti umani. Quindi, è venuta l’ordinazione episcopale.

    Ma nei suoi anni in Brasile, a partire dal suo arrivo, non ha mai avuto paura? Non solo di potersi sentire inaduegato, ma soprattutto dei grandi problemi in cui si imbatteva, di rimanere sostanzialmente solo in un paese lontano.

    Diciamo che di nostalgia di casa ho sofferto, però il compito si sviluppava in maniera così bella da cancellare ogni dubbio. Già nell’incontro con gli alunni della scuola statale, a dieci metri dalla spiaggia di Copa Cabana: sono venuti dietro non perché non avessero altre possibilità ma perché gli interessava l’annuncio di Cristo, che mostrava la pienezza della vita. Questo mi ha conquistato e sostenuto. Ma voglio ricordare un episodio. Da vescovo ricordo la campagna lanciata da una fraternità durante la quaresima “Vita sì droghe no”. Da vescovo mi sono messo a predicare contro le droghe, diffuse e spacciate soprattutto dentro le favelas, e avevo fatta mia la frase del cardinale di Rio: “la droga è la corona di spine sul capo della città bellissima di Rio de Janeiro”. Allora mi arrivò un messaggio minaccioso dai capi dei trafficanti che mi avvertivano che “parlavo troppo” e dovevo stare molto attento… Io quello che dovevo dire l’ho detto ma ammetto che, passando per le favelas, un po’ di paura ce l’avevo, però confidavo nella presenza del Signore e in quel rispetto di cui comunque godevano i sacerdoti che lavoravano per l’educazione dei bambini negli asili, nelle farmacie… la vicinanza della Chiesa era l’unico avamposto, mancando l’assistenza dello stato, e il ruolo erada tutti riconosciuto, anche da chi aveva idee diverse.

    La sua formazione ha coinciso con gli anni del Concilio, la sua ordinazione è avvenuta nel 1972 in anni di grande fermento e di grossi mutamenti anche all’interno della Chiesa. Questo tentativo di un nuovo “dialogo” in anni di vorticosi mutamenti come lo ha vissuto?




    Il cambiamento della società, con evoluzioni imprevedibili, molte volte non è avvenuto in meglio. L’esperienza dell’America Latina mi ha fatto essere subito sensibile ai problemi sociali, per cui io ho subito risentito delle conferenze dell’episcopato latino americano, Medellin, Puebla e quella di Santo Domingo cui ho partecipato già come esperto nel 1992. Lì tutti i drammi venivano a galla: la povertà, la violenza, ma anche l’annuncio, la nuova evangelizzazione, poi l’attacco di una società sempre più violenta, sempre più secolarizzata anche lì, soprattutto a certi livelli, era come un cambiamento profondo di vita. Inoltre, in Brasile attecchivano e si moltiplicavano le nuove denominazioni religiose, che chiamano sette con termine che non amo, e quindi il cammino è stato molto attento. Quando arrivai in Brasile, era l’ultimo anno della dittatura, quindi ho assistito a una fase di trasformazione e di crescita, che ha causato anche lì grandissime questioni ambientali: la deforestazione dell’Amazzonia, lo sfruttamento accanito del suolo, senza tener conto della cultura dei popoli e della biodiversità. Con la Chiesa che si faceva paladina della difesa della dignità degli Indios, dei poveri, della Terra. Cose che poi, quando sono venuto in Italia, assumendo l’incarico di presidente della Commissione per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace della Cei, ho ripreso, attendendo particolarmente alla questione del lavoro. Nel 2017 abbiamo fatto la Settimana sociale di Cagliari con questo tema e, nel 2021, la Settimana di Taranto, momento grandioso sul tema del “pianeta che vogliamo”, il valore della Terra che, se non si inverte la rotta, rischia di veder diventare anche i nostri territori come l’Africa subsahariana.

    Ecco, poi tornando in Italia, qui a Taranto, ha trovato tutto cambiato rispetto a quando era partito.




    Totalmente. Qualcosa in positivo, ma molto più gli effetti negativi di un certo progresso, in cui tutto era affidato al binomio produzione-consumo, a scapito in primo luogo della dignità della persona, quindi della sicurezza, della salute. Abbiamo dovuto celebrare troppi funerali di dipendenti di Ilva e di altre imprese, e poi anche di bambini. Allo stesso tempo abbiamo insistito in un annuncio sempre più chiaro, sempre più intenso di speranza da parte della Chiesa. Ogni anno ho promosso un grande pellegrinaggio San Giovanni Rotondo, proprio per l’unità di tutta la Chiesa e indicando il cammino da svolgere, in una prospettiva di speranza, anche quando i venti erano contrari. Una speranza testarda, soprattutto nei grandi momenti, così durante la Settimana santa o San Cataldo, per mantenere viva la fede e la speranza della gente.

    La sua strada a un certo punto, come quella di tutti gli uomini, dovrà cambiare. Tra qualche anno lascerà la guida della diocesi di Taranto. Dal punto di vista umano, questo cambiamento lo ha interiorizzato? Come lo sente nella prospettiva, anche da arcivescovo?

    Beh, adesso mi trovo coi motori a tutto vapore, dando continuità al percorso, per cui non è che ci pensi tanto. Quello che ora mi interessa è un cammino più intenso e più profondo con i sacerdoti, collaborare insieme secondo le indicazioni di questo grandissimo tema della sinodalità, con sacerdoti e laici. Sento che qui ci è chiesto un passo in più. Penso a come realizzare questo cammino e non penso ancora a come sarà dopo. Ma certo… quando arriverà il momento, risponderò alla nuova circostanza. Ma quando si lascia, la vita di dopo viene determinata da come hai vissuto prima. Se hai vissuto con intensità farai altre cose con la stessa intensità. Mi diceva un vecchio vescovo: attenzione a quando i vescovi, andando in pensione, dicono “…io farò…”. Se ti sei abituato a lavorare continuerai a fare, darai aiuto alle confessioni, sarai a disposizione; se ti sei abituato a pregare, pregherai ancora di più; ma se non hai pregato prima è difficile che di punto in bianco di lanci nella preghiera. Ecco: c’è un cammino che proseguirà, con modalità diverse, sulla scia di quello che si è fatto in passato. Ma per adesso… stiamo con i motori accesi.

    Torniamo ora al Sinodo. Cosa ha significato l’idea di papa Francesco nella pratica, in una Chiesa che ha bisogno di riconoscersi, di trovare nuovi stimoli?




    È lo stimolo a una valorizzazione più esplicita di tutte le ricchezze che ci sono nella Chiesa e che parte da questo primo importante aspetto che è l’ascolto, poi chiede la condivisione e la partecipazione. Per questo è un versante importante nella vita della Chiesa, come lanciata in una prospettiva di presenza evangelica nella società. Una Chiesa caratterizzata dall’annuncio di Cristo, da una povertà di mezzi, da semplicità, dalla valorizzazione dei laici nella realtà quotidiana. Perché il sacerdozio non è solo ministeriale ma è di tutti i fedeli: è una cosa che ancora dobbiamo scoprire bene e la sinodalità ci spinge a valorizzarla sempre di più.

    Siamo vicini alla festa patronale. Durante la Settimana santa, Taranto ha dimostrato, con la sua partecipazione, quanto ha sofferto in questi anni di vuoto. Questo San Cataldo 2022 che sapore avrà?

    Innanzitutto il sapore di una ripresa, della fede, della devozione. L’esempio di san Cataldo è paradigmatico: quando lui arriva qui risolleva la fede di un popolo che stava tornando al paganesimo e anche la vita sociale. La sua donazione cambia il territorio, lo aiuta a venir fuori. Ci dà un grande auspicio che la pandemia possa essere superata, perché ancora non lo è. È come un momento di passaggio in cui, con le dovute cautele si riprende la vita a tutto ritmo, si riprende una cura più intensa dell’ambiente, del lavoro, della gioventù, che qui è costretta a emigrare. C’è il problema della corretta utilizzazione delle risorse che, grazie al Pnrr sono finalmente destinate anche al Sud e al nostro territorio. Taranto diventa punto di riferimento per grandi investimenti: la Zes, il Cis… e io dico che tutto questo deve ripartire dalla Città vecchia, per cui la festa del patrono può essere un’occasione per valorizzazione una opportunità che difficilmente si ripresenterà. L’altro aspetto è che tutto questo cade in tempo di guerra: è la grande ferita che ci portiamo dentro.

    In conclusione, vogliamo dare un saluto particolare ai lettori di “Nuovo Dialogo”, che pure ha alle spalle una storia così lunga?

    Beh, i lettori di ‘Nuovo Dialogo’, che sono quelli che mi hanno accolto entusiasticamente nella mia venuta qui dieci anni e mezzo fa, ricordo un’attenzione importante, con la pubblicazione di initerviste fatte in Brasile e poi qui, manifestando il cuore grande dei tarantini e di tutta l’arcidiocesi. Continuiamo con questa disposizione d’animo nelle possibilità che abbiamo, nelle difficoltà che dobbiamo superare, nel sostenere la prova della pandemia e per lottare per una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina, non moltiplicando gli armamenti, che è un disastro che ci porta a paventare la guerra nucleare. Lo dice Papa Francesco: la questione non si risolve aumentando gli armamenti ma si risolve aumentando il dialogo, chiedendo allo Spirito che cambi i cuori. Quindi: un momento positivo in cui la festa del patrono è la possibilità di un rilancio di tutta l’esperienza ecclesiale, di tutta la vita di tutta la nostra arcidiocesi e di tutta la nostra società.


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  7. #27
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    Mons. Alessandro Greco: 50 anni di sacerdozio vissuti sempre nella fiducia e nell’obbedienza


    Monsignor Alessandro Greco, Vicario Generale diocesano e parroco della Stella Maris, ha festeggiato nei giorni scorsi, assieme all’arcivescovo Filippo Santoro, il cinquantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale. In questa occasione gli abbiamo rivolto alcune domande per il nostro giornale online.

    Cinquant’anni di sacerdozio sono una meta particolare perché particolare è la scelta alla base. Se dovessi fare un bilancio della tua vita di sacerdote, dare un giudizio sintetico, quale riflessione faresti?

    Devo dire sinceramente che io questo problema non me lo sono mai posto. Sarà per mentalità o per formazione, per studi… ho imparato a vivere la vita ministeriale facendo ciò che un sacerdote deve fare, in obbedienza alla Chiesa, a vescovo, alla vocazione. Ho trascorso 50 anni laddove mi è stato chiesto di lavorare e l’ho fatto sempre con molta libertà interiore, senza chiedere, senza oppormi o creare problemi. È stata una vita serena perché chi obbedisce, chi si affida, non ha timori di alcun genere. Se poi la domanda si riferisce a ciò che concretamente si è realizzato, è un altro discorso.

    Ecco, diciamo: cosa è stato fondamentale per te?
    Io posso dire di aver vissuto questi anni tra la gente, il che per me è fondamentale, perché un sacerdote diocesano è sacerdote per vocazione, per dono di Dio, per risposta libera sua e perché questa risposta, oltre alla santificazione personale, è una vita consacrata al popolo di Dio. Punto primo dunque: in mezzo alla gente. I primi quattro anni di sacerdozio li ho trascorsi a Mottola, alla cui diocesi appartenevo, dove, con il parroco, avevamo la cura di due parrocchie, che coprivano metà del paese. Ma il parroco aveva problemi di salute e io dovevo correre da una parte all’altra. Nel 1976 l’arcivescovo Motolese, che all’epoca era amministratore apostolico della diocesi di Castellaneta, mi trasferì a Taranto. E a Taranto decisi di rimanere anche quando poi in quella diocesi fu nominato il nuovo vescovo. Ero stato nominato parroco della Stella Maris a Porta Napoli, dove sono tuttora. Quel rione non è più quello di 46 anni fa, perché la popolazione si è molto ridotta, ma allora era un quartiere molto vivace, anche problematico, ma di buona gente con cui ho avuto sempre un buon rapporto, e per me questo contatto è stato fondamentale. Pensa che il 1° aprile 1989, il sindaco emanò l’ordinanza di sgombero immediato e coatto e le famiglie andarono ad abitare altrove, alcune a Paolo VI altre a Statte. Ebbene, il parroco di San Girolamo Emiliano di Statte mi dice che la gente trasferitasi al tempo non mi ha dimenticato, e questo è importante perché dimostra che, stando tra la gente, si lascia un segno.

    Tutti i credenti, nella loro vita, hanno momenti di dubbio, di difficoltà e immagino che anche un sacerdote li abbia. Se sono arrivati come li hai affrontati questi momenti?

    Io non posso dire di aver attraversato momenti problematici se non delle difficoltà ordinarie che si incontrano nella vita quotidiana, nel ministero. Che so: trovarsi davanti a famiglie povere che non sanno come fare per andare avanti e ti pongono la necessità di fartene carico; richieste rivolte al parroco per ottenere cose che non si possono concedere; una certa mentalità sbagliata sulla pratica delle devozioni e liturgie… ma sono cose di ordinaria amministrazione. Un segreto importante è il dialogo con il vescovo e con gli altri sacerdoti, dal quale scaturisce un reciproco sostegno. In tutta onestà, non ho attraversato momenti critici.

    Da circa dieci anni sei vicario generale della diocesi, questa funzione ti ha fatto vedere in modo diverso il rapporto con la Chiesa come istituzione, anche nel confronto con gli altri sacerdoti, e con le richieste della gente?

    Bah! Quello che sperimentavo in modo più attenuato ora lo sperimento in maniera più diretta ma non ho riscontrato radicali novità, perché con l’ambiente curiale avevo a che fare prima come direttore dell’ufficio missionario, poi come professore all’Istituto di scienze religiose, come membro del consiglio presbiteriale, del consiglio pastorale, perciò non mi sono trovato di fronte a una realtà radicalmente nuova, solo che ora mi trovo di fronte alle questioni in maniera diretta. Certamente svolgere questo ruolo dà l’opportunità di avere una visione più ampia, più unitaria, di conoscere più in dettaglio le cose, la vita dei sacerdoti, però io considero questo come un ruolo da espletare non in un’ottica burocratica ma pastorale. Forse, quando una volta si parlava di curia si evocava uno spauracchio, come un organo di controllo, no: la curia è il luogo in cui ci incontriamo, vediamo le pratiche, i documenti, fraternamente affrontiamo e risolvere le difficoltà che si incontrano. La prospettiva è radicalmente cambiata. Credo che con un rapporto con tutti gli uffici e i sacerdoti si affrontino tutti i problemi cercando di dare una risposta.

    La Chiesa in questi cinquant’anni, aggiungendo ad essi anche gli anni della formazione, è molto cambiata. La frequenza è in calo, la gente ha una disposizione diversa?

    Quando nel 1972 terminai gli studi, conseguii la licenza in teologia e fui incoraggiato a conseguire la laurea, presentai la tesi dottorale con questo titolo: “La religiosità nella provincia di Taranto nel passaggio da una società preindustriale a una società industriale”. Io dimostrai che anche allora si registrava sì un calo nella frequenza, perché la partecipazione di massa che si aveva nella società contadina, spesso solo consuetudinaria, non c’era più, ma che la partecipazione era più qualificata, perché i metodi del mondo industrializzato, la razionalizzazione, trovavano applicazione anche in ambito religioso. È vero che la gente non affolla più le chiese ma quelli che vanno lo fanno dando ragione della propria fede. Il Concilio ha dato questo impulso a migliorare la qualità della fede: a essere più partecipi, più attivi, ad assumere le proprie responsabilità. La religiosità popolare e i riti che esprime non vanno certo accantonati, ma bisogna dare loro un’anima, secondo gli insegnamenti evangelici. Non si ama Dio perché si partecipa alla Settimana Santa, ma perché si osserva la sua parola. Poi i riti hanno un senso. Sono nati tanti movimenti e associazioni che sono dono dello Spirito Santo e questi sono segni del dinamismo all’interno della Chiesa.

    Adesso si guarda al futuro. Anche dopo cinquant’anni di servizio la vita continua. Come vedi la tua vita e il tuo ministero nei prossimi anni?

    Io sono fra quelli che obbediscono alle disposizioni canoniche. Un sacerdote a 75 anni rassegna le dimissioni dagli incarichi attivi. Io a luglio prossimo compio 75 anni quindi gli uffici che io ricopro sono a disposizione del vescovo che farà quello che riterrà giusto. Non sono mai stato attaccato alla poltrona, anzi alcune posizioni sono anche un po’… scomode. Per quello che riguarda il resto, due sono le prospettive: la prima è continuare nell’esercizio del ministero laddove c’è bisogno perché il sacerdote è sacerdote per sempre, perciò una volta libero da questo compito posso anche fare il viceparroco in una parrocchia che ha bisogno di aiuto; in secondo luogo: siccome ho una passione per la ricerca, la lettura, la scrittura, ho tanti interessi da coltivare e sicuramente non mi annoierò. Vivrò il ministero in maniera diversa.


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  8. #28
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    Le nuove nomine nell’Arcidiocesi di Taranto

    Monsignor Filippo Santoro
    , arcivescovo metropolita di Taranto, al termine del corso di aggiornamento per il clero diocesano e religioso tenutosi a San Giovanni Rotondo dal 4 all’8 luglio 2022, ha comunicato le seguenti nomine:

    TARANTO

    Parroco “Madonna della Fiducia”
    Sac. Cristian CATACCHIO

    Parroco “Corpus Domini”
    Sac. Marco SALUSTRI

    Amministratore parrocchiale “Santa Famiglia”
    Sac. Alessandro SOLARE

    Amministratore parrocchiale “Santi Angeli Custodi”
    Sac. Alessandro ARGENTIERO

    Parroco “San Pio X”
    Sac. Francesco CURLACCI

    Amministratore parrocchiale “Sacro Cuore”
    Sac. Francesco VENUTO

    Parroco “Spirito Santo”
    Sac. Francesco TENNA

    LEPORANO


    Parroco “Maria Ss. Immacolata”
    Sac. Giancarlo RUGGERI

    FRAGAGNANO

    Parroco “Maria Ss. Immacolata”
    Sac. Graziano LUPOLI

    MONACIZZO

    Amministratore parrocchiale “San Pietro Apostolo”
    Sac. Cosimo LACAITA

    SAN CRISPIERI

    Parroco “Santa Maria di Costantinopoli”
    Sac. Ezio SUCCA

    ROCCAFORZATA

    Amministratore parrocchiale “Ss.Trinità”
    Sac. Giuseppe MANDRILLO

    SAN GIORGIO JONICO

    Parroco “Maria Ss. Immacolata”
    Sac. Giuseppe D’ALESSANDRO

    CRISPIANO

    Parroco “San Francesco”
    Sac. Santo GUARINO

    MARTINA FRANCA

    Parroco “Santa Famiglia”
    Mons. Pasquale MORELLI

    Parroco “San Francesco”
    Sac. Giuseppe RUSSO

    Parroco “Santa Teresa del Bambino Gesù”
    Sac. Luigi LARIZZA

    VICARI PARROCCHIALI

    TARANTO – TRAMONTONE
    Parrocchia Sant’Egidio
    Padre Francesco NIGRO

    TARANTO
    Parrocchia “Cuore Immacolato di Maria”
    Sac. Eligio BONFRATE

    TARANTO
    Parrocchia Madonna della Fiducia
    Padre Luca GRIFONI

    COLLABORATORI PARROCCHIALI

    TARANTO
    Parrocchia San Roberto Bellarmino
    Sac. Luigi DEGIORGIO

    SAN GIORGIO JONICO
    Parrocchia “Santa Maria del Popolo”
    Sac. Ettore TAGLIENTE

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  9. #29
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    VESCOVI DELLA METROPOLIA - MESSAGGIO AI TURISTI – 2022

    O Signore nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra! […] Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate,
    che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi
    ?” (Salmo 8)


    Carissimi turisti
    il salmista pone questa domanda a Dio mentre sta contemplando il cielo e le stelle, e stupendosi di fronte alla bellezza del cielo e del creato, si stupisce della cura che Dio ha per l’uomo.

    In un momento così particolare della nostra storia, il Signore continua a prendersi cura di noi; stupiti e grati della sua misericordia, chiediamogli di vivere anche il tempo delle vacanze come un’occasione preziosa per scoprire il valore della vita, di aiutarci a vivere il tempo del riposo per poterci ritemprare nel corpo e nello spirito in quanto la nostra quotidianità lascia poco spazio al silenzio, alla riflessione e al contatto con la natura.
    Durante le vacanze è bello dedicare del tempo alla lettura e alla meditazione sul significato più profondo della vita, nel contesto sereno della famiglia o con i propri amici. Questo periodo ci offre tante opportunità, in particolare quello di poter godere degli spettacoli suggestivi del creato, di poter ritrovare la giusta dimensione, e potersi riscoprire creature di Dio, aperte all’infinito.

    Vi raccomandiamo di favorire l’incontro con le persone del nostro territorio per scoprire il calore e la bellezza della gente, l’incanto del nostro mare cristallino con le sue belle insenature sul mar Ionio, lo splendore delle nostre colline, il sapore della nostra cucina mediterranea, tutta la ricchezza della nostra arte. Le nostre comunità cristiane, tradizionalmente educate all’accoglienza e al dialogo, sapranno aprirsi all’incontro con chi proviene da altre regioni d’Italia o dai diversi paesi del mondo, offrendo una generosa ospitalità e crescendo nello scambio di esperienze.
    Le vacanze sono anche il tempo opportuno per nutrire lo spirito attraverso spazi sempre più ampi di preghiera e di incontro, partecipando alla messa domenicale o ad altre celebrazioni religiose e patronali.

    Vi chiediamo di non dimenticare le situazioni nelle quali si trovano tanti nostri fratelli e nostre sorelle colpiti dalla guerra, che con il suo strascico di lutti e di distruzioni, è da sempre considerata una calamità che contrasta con il progetto di Dio. Preghiamo per queste famiglie e assicuriamo loro la nostra preghiera quotidiana, perché anche per loro ci possa essere un tempo di distensione, allietato da presenze amiche.
    Nell’assicurarvi la nostra preghiera, vi benediciamo di cuore e affidiamo voi e i vostri cari alla Vergine Maria. Buone vacanze!

    I Vescovi della Metropolia di Taranto in un cammino sinodale.

    + Filippo Santoro - Arcivescovo Metropolita di Taranto
    + Vincenzo Pisanello -
    Vescovo di Oria
    + Sabino Iannuzzi - Vescovo di Castellaneta

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  10. #30
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    L’esperienza di don Giuseppe Mandrillo in Guatemala:
    “Ho gustato la semplicità del Vangelo e la sua potenza liberante”



    Nei giorni scorsi, don Giuseppe Mandrillo, neo amministratore parrocchiale della Ss. Trinità di Roccaforzata, ha raggiunto don Mimino Damasi in Guatemala.
    Un’esperienza toccante che don Mimino ha voluto non rimanesse ferma agli sguardi, alle espressioni, alla commozione, alle parole tra loro due e gli ha chiesto di ‘mettere nero su bianco’ qualcosa da rilanciare alle tante persone che lo hanno ‘seguito’ in quest’avventura fuori diocesi.

    Riportiamo testualmente il messaggio che don Mimino ha postato su facebook al loro congedo:

    Cari amici, con questo selfie salutiamo don Giuseppe Mandrillo che rientra in Italia dopo i giorni trascorsi con me in Guatemala. Prima di partire gli ho chiesto di comunicare le sue impressioni a beneficio dei tanti amici fb che lo hanno seguito in questa esperienza.

    «Al concludersi di questa esperienza in Guatemala cerco di mettere ordine tra pensieri ed emozioni!
    Certamente la prima cosa che si impone su tutto è la bellezza dei colori della festa: volti, vestiti, addobbi e animi gioiosi che ho incontrato nei villaggi e nella parrocchia di Jocotan! Una bellezza difficile da descrivere… una bellezza che spesse volte ti fa venire il magone e che parla di dignità tra le mille difficoltà, di fede semplice e ricercata, della promozione della persona che il Vangelo propone, di fratellanza, di pace!
    Qui ho incontrato una comunità ecclesiale viva… una chiesa non legata a strutture troppo vincolanti e ingessate, una chiesa dove i battezzati sentono la responsabilità dell’annuncio della Parola, dove i sacerdoti si fanno 30 km di sterrato tra fango e pietre per incontrare ed essere incontrati dalle comunità rurali… ho dunque apprezzato e gustato la semplicità del Vangelo e la sua potenza liberante.
    Infine sono stato sulla tomba di monsignor Romero! Questo ha chiuso il cerchio e mi ha indicato che quella è la strada giusta: promozione e liberazione dell’umano!
    Porto nella valigia una speranza: la nostra diocesi possa investire con maggior forza in questa possibilità, il canale è aperto e zampillante sarebbe ingenuo non attingere vita!
    Ringrazio don Mimino Damasi e padre Edwin: sono stati un esempio bello di preti per me! Ne farò tesoro! Vostro don Giuseppe».


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